Il Foglietto dell'Istituto dei Canossiani - n. 1-2 2021

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Foglietto

PUBBL. TRIMESTRALE ANNO 90 - N. 1-2 - Gennaio - Giugno 2021 Poste Italiane spa - Sped. in Abb. Post. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB Verona .

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Anno 90 Numero 1-2

Gennaio Giugno 2021

dell’Istituto dei Canossiani

23 maggio 1831 – 2021 190° di Fondazione dell’Istituto

Ben presto S. Maddalena sentì l’esigenza di condividere il dono ricevuto: altre persone, nella Chiesa, erano infatti animate dallo Spirito a vivere il suo stesso ideale. Ma incontrò molti ostacoli nel dar vita alla nostra Congregazione. Si ritrovò spesso sola, soffrì l’incomprensione, ma continuò a credere nel dono dello Spirito e dopo vari tentativi il 23 maggio 1831 diede inizio a Venezia all’Istituto dei Figli della Carità. La nostra Congregazione nasceva nell’umiltà e oscurità della croce, mentre Maddalena capiva sempre più che per lei e per l’opera Dio voleva essere solo, il primo fondamento, l’unico fine, l’amore più grande. REGOLA DI VITA, Costituzioni, n°4


Foglietto

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dell’Istituto dei Canossiani

FOTO DI COPERTINA: dipinto di Francesco Guardi, il Canal Grande; in primo piano vi è riportata la chiesa di S. Lucia

Anno 90 / Numero 1-2 / Gennaio - Giugno 2021

Sommario San Giuseppe: il sogno della vocazione – Messaggio del Santo Padre

pag. 1

Il patrocinio di San Giuseppe nella vita e nell’opera di S. Maddalena

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Giuseppe, Padre vero

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La bellezza d’esser padre, oggi

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“Io… Noi… Siamo missione!” - Festa della famiglia canossiana - 18 aprile 2021

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Per vivere nella fedeltà il dono della nostra vocazione - pubblicato il nuovo testo del Regolamento

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Giubilei 2021

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1941 – 2021: a ottant’anni da… - Alcuni anniversari significativi

» 19

Porte aperte a tutte le povertà - Parrocchia SS. Apostoli a Riposto

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Peregrinatio crucis presso la chiesa del Patronato di Conselve - Conselve (PD)

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Seduziste-me, Senhor, e eu me deixei seduzir! - La Professione Perpetua di Ir. Caio Henrique

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From Boxes to Palms: The Easter Meal Along the Road

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25 anni della missione indiana. Un piccolo seme che sta lentamente crescendo…

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Free medical camp A better health to explore - Fathima Matha Church, Malayampady - Kerala

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Learn english and explore the world - Malayampady, Kannur, Kerala

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“L’amore fa rumore” Love makes noisy

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Dedicata a San Giuseppe la nuova casa di formazione sorta a Ongata Rongai (Kenya)

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Padre Pietro Cattelan - n. 2-07-1946 + 24 gennaio 2021, alle ore 9

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Tiziana Pentassuglia, laica canossiana di Fasano

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Madre Flora Peron, missionaria canossiana

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AVVISO AL LETTORE L’ente morale Congregazione dei Figli della Carità – Canossiani La informa che i Suoi dati (nome, cognome) fanno parte dell’archivio elettronico del nostro Istituto allo scopo di poterle spedire il nostro periodico. Nel rispetto di quanto stabilito dal regolamento UE 2016/679, Regolamento Generale sulla protezione dei dati (cd. GDPR) La informiamo che i Suoi dati saranno utilizzati solo per l’invio del periodico e non saranno oggetto di comunicazione o diffusione a terzi. Per essi Lei potrà richiedere, in qualsiasi momento, modifiche, aggiornamenti, integrazione o cancellazione, scrivendo all’attenzione del Direttore Responsabile de “Il Foglietto”: P. Antonio Papa - Via Santa Giuseppina Bakhita, 1 – 37142 - Poiano - VERONA

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Chiesa

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San Giuseppe: il sogno della vocazione

Messaggio del Santo Padre per la 58a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni L’8 dicembre 2020 Papa Francesco ci ha fatto dono della Lettera Apostolica PATRIS CORDE in occasione del 150° anniversario della Dichiarazione di San Giuseppe quale Patrono della Chiesa Universale, con la quale indice anche uno speciale anno dedicato a San Giuseppe. Sappiamo quanto sia significativa la figura di S. Giuseppe non solo nel contesto dei vangeli dell’infanzia, nella devozione della Chiesa, ma anche nella nostra tradizione canossiana e quindi nel nostro cammino personale. Tra i tanti spunti o aspetti interessanti sulla figura di S. Giuseppe presentati da Papa FRANCESCO sottolineiamone qui solo uno che credo può diventare una sfida per ciascuno di

noi ad essere un vero “Padre Canossiano” nel nostro apostolato e servizio. Il Canossiano come S. Giuseppe è chiamato nel suo ministero ad essere un “Padre nell’ombra” (Lettera Circolare n° 12/2020 del Padre Generale). Il 25 aprile 2021, IV Domenica di Pasqua, si è celebrata la 58a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni sul tema “San Giuseppe: il sogno della vocazione”, nello speciale Anno dedicato al Patrono della Chiesa universale, indetto lo scorso 8 dicembre 2020. Di seguito il Messaggio che il Santo Padre Francesco ha inviato per l’occasione ai Vescovi, ai sacerdoti, ai consacrati ed ai fedeli di tutto il mondo.


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ari fratelli e sorelle! Lo scorso 8 dicembre, in occasione del 150° anniversario della dichiarazione di San Giuseppe quale Patrono della Chiesa universale, è iniziato lo speciale Anno a lui dedicato (cfr Decreto della Penitenzieria Apostolica, 8 dicembre 2020). Da parte mia, ho scritto la Lettera apostolica Patris corde, allo scopo di «accrescere l’amore verso questo grande Santo». Si tratta infatti di una figura straordinaria, al tempo stesso «tanto vicina alla condizione umana di ciascuno di noi». San Giuseppe non strabiliava, non era dotato di carismi particolari, non appariva speciale agli occhi di chi lo incontrava. Non era famoso e nemmeno si faceva notare: i Vangeli non riportano nemmeno una sua parola. Eppure, attraverso la sua vita ordinaria, ha realizzato qualcosa di straordinario agli occhi di Dio. Dio vede il cuore (cfr 1 Sam 16,7) e in San Giuseppe ha riconosciuto un cuore di padre, capace di dare e generare vita nella quotidianità. A questo tendono le vocazioni: a generare e rigenerare vite ogni giorno. Il Signore desidera plasmare cuori di padri, cuori di madri: cuori aperti, capaci di grandi slanci, generosi nel donarsi, compassionevoli nel consolare le angosce e saldi per rafforzare le speranze. Di questo hanno bisogno il sacerdozio e la vita consacrata, oggi in modo particolare, in tempi segnati da fragilità e sofferenze dovute anche alla pandemia, che ha originato incertezze e paure circa il futuro e il senso stesso della vita. San Giuseppe ci viene incontro con la sua mitezza, da Santo della porta accanto; al contempo la sua forte testimonianza può orientarci nel cammino. San Giuseppe ci suggerisce tre parolechiave per la vocazione di ciascuno. La prima è sogno. Tutti nella vita sognano di realizzarsi. Ed è giusto nutrire grandi attese, aspettative alte che traguardi effimeri – come il successo, il denaro e il divertimento – non riescono ad appagare. In effetti, se chiedessimo alle persone di esprimere in una sola parola il sogno della vita, non sarebbe difficile immaginare la risposta:

“amore”. È l’amore a dare senso alla vita, perché ne rivela il mistero. La vita, infatti, si ha solo se si dà, si possiede davvero solo se si dona pienamente. San Giuseppe ha molto da dirci in proposito, perché, attraverso i sogni che Dio gli ha ispirato, ha fatto della sua esistenza un dono. I Vangeli narrano quattro sogni (cfr Mt 1,20; 2,13.19.22). Erano chiamate divine, ma non furono facili da accogliere. Dopo ciascun sogno Giuseppe dovette cambiare i suoi piani e mettersi in gioco, sacrificando i propri progetti per assecondare quelli misteriosi di Dio. Egli si fidò fino in fondo. Possiamo però chiederci: “Che cos’era un sogno notturno per riporvi tanta fiducia?”. Per quanto anticamente vi si prestasse parecchia attenzione, era pur sempre poca cosa di fronte alla realtà concreta della vita. Eppure San Giuseppe si lasciò guidare dai sogni senza esitare. Perché? Perché il suo cuore era orientato a Dio, era già disposto verso di Lui. Al suo vigile “orecchio interiore” bastava un piccolo cenno per riconoscerne la voce. Ciò vale anche per le nostre chiamate: Dio non ama rivelarsi in modo spettacolare, forzando la nostra libertà. Egli ci trasmette i suoi progetti con mitezza; non ci folgora con visioni splendenti, ma si rivolge con delicatezza alla nostra interiorità, facendosi intimo a noi e parlandoci attraverso i nostri pensieri e i nostri sentimenti. E così, come fece con San Giuseppe, ci propone traguardi alti e sorprendenti. I sogni portarono infatti Giuseppe dentro avventure che mai avrebbe immaginato. Il primo ne destabilizzò il fidanzamento, ma lo rese padre del Messia; il secondo lo fece fuggire in Egitto, ma salvò la vita della sua famiglia. Dopo il terzo, che preannunciava il ritorno in patria, il quarto gli fece ancora cambiare i piani, riportandolo a Nazaret, proprio lì dove Gesù avrebbe iniziato l’annuncio del Regno di Dio. In tutti questi stravolgimenti il coraggio di seguire la volontà di Dio si rivelò dunque vincente. Così accade nella vocazione: la chiamata divina spinge sempre a uscire, a donarsi, ad andare oltre. Non c’è fede


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senza rischio. Solo abbandonandosi fiduciosamente alla grazia, mettendo da parte i propri programmi e le proprie comodità, si dice davvero “sì” a Dio. E ogni “sì” porta frutto, perché aderisce a un disegno più grande, di cui scorgiamo solo dei particolari, ma che l’Artista divino conosce e porta avanti, per fare di ogni vita un capolavoro. In questo senso San Giuseppe rappresenta un’icona esemplare dell’accoglienza dei progetti di Dio. La sua è però un’accoglienza attiva: mai rinunciatario o arrendevole, egli «non è un uomo rassegnato passivamente. Il suo è un coraggioso e forte protagonismo» (Lett. ap. Patris corde, 4). Possa egli aiutare tutti, soprattutto i giovani in discernimento, a realizzare i sogni di Dio per loro; possa egli ispirare l’intraprendenza coraggiosa di dire “sì” al Signore, che sempre sorprende e mai delude! Una seconda parola segna l’itinerario di San Giuseppe e della vocazione: servizio. Dai Vangeli emerge come egli visse in tutto per gli altri e mai per se stesso. Il Popolo santo di Dio lo chiama castissimo sposo, svelando con ciò la sua capacità di amare senza trattenere nulla per sé. Liberando l’amore da ogni possesso, si aprì infatti a un servizio ancora più fecondo: la sua cura amorevole ha attraversato le generazioni, la sua custodia premurosa lo ha reso patrono della Chiesa. È anche patrono della buona morte, lui che ha saputo incarnare il senso oblativo della vita. Il suo servizio e i suoi sacrifici sono stati possibili, però, solo perché sostenuti da un amore più grande: «Ogni vera vocazione nasce dal dono di sé, che è la maturazione del semplice sacrificio. Anche nel sacerdozio e nella vita consacrata viene chiesto questo tipo di maturità. Lì dove una vocazione, matrimoniale, celibataria o verginale, non giunge alla maturazione del dono di sé fermandosi solo alla logica del sacrificio, allora invece di farsi segno della bellezza e della gioia dell’amore rischia di esprimere infelicità, tristezza e frustrazione» (ibid., 7). Il servizio, espressione concreta del dono di sé, non fu per San Giuseppe solo un alto ideale, ma divenne regola di vita

quotidiana. Egli si diede da fare per trovare e adeguare un alloggio dove far nascere Gesù; si prodigò per difenderlo dalla furia di Erode organizzando un tempestivo viaggio in Egitto; fu lesto nel tornare a Gerusalemme alla ricerca di Gesù smarrito; mantenne la famiglia lavorando, anche in terra straniera. Si adattò, insomma, alle varie circostanze con l’atteggiamento di chi non si perde d’animo se la vita non va come vuole: con la disponibilità di chi vive per servire. Con questo spirito Giuseppe accolse i numerosi e spesso imprevisti viaggi della vita: da Nazaret a Betlemme per il censimento, poi in Egitto e ancora a Nazaret, e ogni anno a Gerusalemme, ben disposto ogni volta a venire incontro a circostanze nuove, senza lamentarsi di quel che capitava, pronto a dare una mano per aggiustare le situazioni. Si può dire che sia stato la mano protesa del Padre celeste verso il suo Figlio in terra. Non può dunque che essere modello per tutte le vocazioni, che a questo sono chiamate: a essere le mani operose del Padre per i suoi figli e le sue figlie. Mi piace pensare allora a San Giuseppe, custode di Gesù e della Chiesa, come custode delle vocazioni. Dalla sua disponibilità a servire deriva infatti la sua cura nel custodire. «Si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre» (Mt 2,14), dice il Vangelo, segnalandone la prontezza e la dedizione per la famiglia. Non perse tempo ad arrovellarsi su ciò che non andava, per non sottrarne a chi gli era affidato. Questa cura attenta e premurosa è il segno di una vocazione riuscita. È la testimonianza di una vita toccata dall’amore di Dio. Che bell’esempio di vita cristiana offriamo quando non inseguiamo ostinatamente le nostre ambizioni e non ci lasciamo paralizzare dalle nostre nostalgie, ma ci prendiamo cura di quello che il Signore, mediante la Chiesa, ci affida! Allora Dio riversa il suo Spirito, la sua creatività, su di noi; e opera meraviglie, come in Giuseppe. Oltre alla chiamata di Dio – che realizza i nostri sogni più grandi – e alla nostra risposta – che si attua nel servizio disponi-


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bile e nella cura premurosa –, c’è un terzo aspetto che attraversa la vita di San Giuseppe e la vocazione cristiana, scandendone la quotidianità: la fedeltà. Giuseppe è l’«uomo giusto» (Mt 1,19), che nel silenzio operoso di ogni giorno persevera nell’adesione a Dio e ai suoi piani. In un momento particolarmente difficile si mette a “considerare tutte le cose” (cfr v. 20). Medita, pondera: non si lascia dominare dalla fretta, non cede alla tentazione di prendere decisioni avventate, non asseconda l’istinto e non vive all’istante. Tutto coltiva nella pazienza. Sa che l’esistenza si edifica solo su una continua adesione alle grandi scelte. Ciò corrisponde alla laboriosità mansueta e costante con cui svolse l’umile mestiere di falegname (cfr Mt 13,55), per il quale non ispirò le cronache del tempo, ma la quotidianità di ogni padre, di ogni lavoratore, di ogni cristiano nei secoli. Perché la vocazione, come la vita, matura solo attraverso la fedeltà di ogni giorno. Come si alimenta questa fedeltà? Alla luce della fedeltà di Dio. Le prime parole che San Giuseppe si sentì rivolgere in sogno furono l’invito a non avere paura, perché Dio è fedele alle sue promesse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere» (Mt 1,20). Non temere: sono le parole che il Signore rivolge anche a te, cara sorella, e a te, caro fratello, quando, pur tra incertezze e titubanze, avverti come non più rimandabile il desiderio di donare la vita a Lui. Sono le parole che ti ripete quando, lì dove ti trovi, magari in mezzo a prove e incomprensioni, lotti per seguire ogni giorno la sua volontà. Sono le parole che riscopri quando, lungo il cammino della chiamata, ritorni al primo amore. Sono le parole che, come un ritornello, accompagnano chi dice sì a Dio con la vita come San Giuseppe: nella fedeltà di ogni giorno. Questa fedeltà è il segreto della gioia. Nella casa di Nazaret, dice un inno liturgico, c’era «una limpida gioia». Era la gioia quotidiana e trasparente della semplicità, la gioia che prova chi custodisce ciò che conta: la vicinanza fedele a Dio e al prossimo. Come sarebbe bello se la stessa atmo-

sfera semplice e radiosa, sobria e speranzosa, permeasse i nostri seminari, i nostri istituti religiosi, le nostre case parrocchiali! È la gioia che auguro a voi, fratelli e sorelle che con generosità avete fatto di Dio il sogno della vita, per servirlo nei fratelli e nelle sorelle che vi sono affidati, attraverso una fedeltà che è già di per sé testimonianza, in un’epoca segnata da scelte passeggere ed emozioni che svaniscono senza lasciare la gioia. San Giuseppe, custode delle vocazioni, vi accompagni con cuore di padre! Roma, San Giovanni in Laterano, 19 marzo 2021, Solennità di San Giuseppe FRANCESCO

Salve, custode del Redentore, e sposo della Vergine Maria. A te Dio affidò il suo Figlio; in te Maria ripose la sua fiducia; con te Cristo diventò uomo. O Beato Giuseppe, mostrati padre anche per noi, e guidaci nel cammino della vita. Ottienici grazia, misericordia e coraggio, e difendici da ogni male. Amen. Francesco


Istituto

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Il patrocinio di San Giuseppe nella vita e nell’opera di S. Maddalena

L'altare di San Giuseppe

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ella Lettera Apostolica PATRIS CORDE Papa Francesco ci impegna in quest'anno a invocare San Giuseppe come Patrono della Chiesa Universale, e afferma: "San Giuseppe è un padre che è stato sempre amato dal popolo cristiano, ... molti Istituti religiosi, Confraternite e gruppi ecclesiali sono ispirati alla sua spiritualità..." (n. 1). Tra questi va considerata anche la nostra Fondatrice S. Maddalena di Canossa; ella infatti, anche se il suo carisma non si ispira direttamente al Santo, ha vissuto in un tempo in cui la "devozione" occupava una gran parte della spiritualità, per la scarsa ispirazione a una preghiera "liturgico - biblica". Anche lei, nonostante la pre-

minenza della preghiera mistica, è figlia del suo tempo e ha nutrito una particolare devozione allo Sposo di Maria e l’ha inculcata anche alle sue Figlie della Carità: "Avrete cominciato certamente il mese di S. Giuseppe, vi prego tutte ad indirizzarlo secondo la mia intenzione avendo l’Istituto alcuni gravi affari riguardanti la divina Gloria, per cui ho bisogno di particolar orazione” (lettera del 1825 a Giuseppina Terragnoli). Ma è interessante capire come si è sviluppata in Maddalena la devozione a S. Giuseppe. Fu proprio in concomitanza col suo grande passo "da Signora e Serva dei poveri" che si avvicinò con tale sua scelta allo spirito dell'umile custode della famiglia di Nazareth. L'unica sommaria descrizione del passaggio da Palazzo Canossa al povero quartiere di San Zeno è contenuta in una lettera all'amica Durini. L'inizio della sua fondazione nel Monastero dei Santi Giuseppe e Fidenzio in Verona, lo racconta mostrando all’amica la preoccupazione di porre l'Istituto sotto la protezione di S. Giuseppe: "Mi ritrovo da 12 giorni in poi nella nuova località, avendo fatto dire la prima Messa il giorno del Patrocinio di San Giuseppe1, sotto il cui nome è il Monastero. Potete credere che non manca l'occupazione, e ritrovandomi nel centro della contrada, il concorso è grande. Pregate il Signore che benedica le nostre piccole fatiche, e concorri con la sua grazia a farne riportare qualche frutto. ... credetemi di cuore, la vostra Maddalena" 2. Fu evidentemente da quel momento che la devozione al Santo sposo di Maria si intensificò per lei e per le compagne, e il nome di S. Giuseppe rimase per sempre legato a quella sua prima casa religiosa. Ci fu un altro avvenimento che preoccupò la Fondatrice, nel quale dimostrò il suo attaccamento a questo Santo patrono, anche in consonanza col sentire dalla


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Esterno della chiesa dei SS. Giuseppe e Fidenzio

povera popolazione di S. Zeno. Nel 1811 quando da quasi tre anni lei dimorava nel Monastero di S. Giuseppe concessole da Napoleone stesso, qualche troppo zelante autorità locale compie un atto che la sconcerta. Poco dopo, passato lo sconcerto, Maddalena scrive una lettera al Viceré d'Italia Eugenio Bonaparte: "Da questa chiesa (del convento di S. Giuseppe), per volere dell’Altezza Vostra tutt’ora aperta, fu, pochi giorni sono, levata la pala dell’altare maggiore, rappresentante Maria Vergine, e Gesù Bambino con San Giuseppe, opera del famoso pittore veronese, sopranominato l’Orbetto3 e siccome quella venne tolta da una Commissione pubblica, che me ne rilasciò la ricevuta, così io quantunque ne dovessi rimanere dolente, pure ho creduto essere debito mio il non fare opposizione alcuna."4 Essendosi informata che quella situazione di asportazione di quadri era accaduta non solo a lei, e avendo sentore di

poterlo fare, ebbe il coraggio nella stessa lettera di chiederne al Viceré la restituzione: "... perciò conosco dovere anch’io, a cui la chiesa di San Giuseppe fu consegnata, non tacere alla pietà dell’Altezza Vostra lo accaduto spogliamento, supplicandola, che la immagine sacra di Maria e del titolare di questo tempio, già per volontà di Vostra Altezza conservato al culto di Dio, levata per errore dall’altare suo non senza dolore di questa pia gente, e spedita troppo frettolosamente contro il volere di questo saggio signor Prefetto fuor di Verona, ella sia per comando dell’Altezza Vostra Imperiale restituita al tempio ed all’altare suo, a gloria di Dio e consolazione del popolo veronese." Quanto sia legata la pietà popolare alle immagini dei Santi lo vediamo ancora oggi; certamente in quel tempo la devozione era ancora più forte. Maddalena pregava ogni giorno in quella chiesa, e chissà quante volte guardando S. Giuseppe, nel segno di quella restituzione avrà visto un segnale della predilezione divina e della protezione del Santo che riversava sulle sue figlie e sulle povere Sanzenate lo stesso amore paterno che aveva avuto per la sua Santa Famiglia. Sono frequenti poi le richieste dalla Fondatrice perché le Figlie della Carità preghino S. Giuseppe con novene o altre preghiere per tante finalità: per il bene delle varie case e delle sorelle5, per i sui viaggi6, per i vari "rami di carità"7, per la elezione delle superiore8, per la salute sua e delle sorelle9, nella morte di qualcuna di loro10 ecc... È bello osservare però come sempre ciò che di più preoccupa Maddalena è conservare lo Spirito dell'Istituto: "Facciamo bensì orazione perché si degni donarci dei soggetti che abbiano lo spirito dell'Istituto, e che sieno di buona salute perché possano lavorare. ... potete far recitare tre Gloria a San Giuseppe...11. Nelle "Conferenze” alle sorelle in preparazione a ricorrenze liturgiche (alla Presentazione di Maria al tempio), Maddalena ricorda che S. Giuseppe "fu l’uomo felicissimo a cui toccò la sorte quantunque


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poverissimo, ... di avere in isposa Maria" e sottolinea "erano ambidue poverissimi". Mentre nelle "Catechesi per le scuole", nella Spiegazione del credo in lungo, riporta i vari avvenimenti del vangelo dove S. Giuseppe è protagonista umile e silenzioso, e osserva come Maria e Giuseppe sono i primi adoratori del Bambino di Betlemme e a loro Gesù fu sempre obbediente. Povertà, umiltà e obbedienza sono le virtù del Crocifisso che lei sempre ricorda, perché caratterizzano lo spirito dell'Istituto. Soprattutto nella cosiddetta Regola Diffusa, quando descrive il compito della Maestra delle Novizie, richiama la figura di Giuseppe come maestro di vita interiore e di raccoglimento, quando scrive del voto di castità e invita la Maestra a mettere il suo particolare ministero di formatrice nelle mani "del glorioso Patriarca San Giuseppe protettore dello Spirito interno, di cui le Novizie hanno tanto bisogno d'imbeversi". Sottolinea così il valore che il Santo ha per la vita spirituale dei consacrati, come afferma all'inizio Papa Francesco. Non troviamo specifici riferimenti a S. Giuseppe per quanto riguarda noi Canossiani, ma forse nei disegni di Dio non fu un caso, che colui che riconosciamo come primo Figlio della Carità incaricato da Maddalena per iniziare l'Opera a Venezia, si chiamasse Giuseppe Carsana. P. Gianluigi Andolfo Note: 1 Si festeggiava allora il sabato della terza settimana dopo Pasqua (è il 7 maggio 1808 - vedi calendario universale). 2 Ep I n 198, p. 309 a C. Durini VR 19 05 1808. Dalla data di questa lettera si desume che Maddalena si sia trasferita nel Monastero la Domenica 8 maggio 1808, come da tradizione. Appare chiaro però che la prima Messa fu detta il Sabato 7 maggio della terza settimana di Pasqua, festa del Patrocinio di S. Giuseppe verificabile con il calendario universale. Maddalena quindi non era presente come si deduce dalla lettera: "avendo fatto dire la prima messa". La data della fondazione del 08 maggio è confermata anche dalla Regola Diffusa, nel capitolo "Della Elezione della Superiora" dove scrive: "il giorno dell'elezione che resta fissato il giorno otto di maggio" (Rd MI p 73 - Cfr. Rg Sc Sp. p. 63). 3 L’Orbetto, TURCHI ALESSANDRO, pittore veronese (1588/90 - 1648). 4 Ep II/1 n 437, p. 53-54, a S.A.I. Principe Viceré Napoleone VR 01.02.1811. 5 Ep III/3 n 2064 a M.Rosmini VR 27 11 1829; Ep III/3 n 2121 a G. Terragnoli BG 17 04 1830; Ep III/4 n 2213, p. 2585, a D. Faccioli MI 24 11 1830; Ep III/5 n 2662, p. 3551, a A. Bragato VR 14 01 1834. 6 Ep III/3 n 2014 a D.Faccioli VR 20 05 1829; Ep III/3 n 1977 a D.Faccioli Roma 02 01 1829. 7 Ep III/3 n 2060 a M.Rosmini VR 05 11 1829; Ep III/5 n 2553, p. 3322, a G. Terragnoli VR 14 03 1833. 8 Ep III/4 n 2197, p. 2546, a D. Faccioli VR 26 10 1830. 9 Ep III/3 n 1787, p. 1646, a G.Terragnoli VR 29 04 1827; Ep III/4 n 2489,p. 3171, a G. Terragnoli BG 14 08 1832. 10 Ep III/5 n 2594, p. 3403 a R. Dabalà VE 19 06 1833. 11 Ep III/5 n 2547, p. 3310, a G. Terragnoli 22 02 1833.


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Giuseppe, Padre vero

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iamo grati a Papa Francesco per aver dedicato l’anno in corso a San Giuseppe. Diciamocelo francamente: è stata un’idea inaspettata, tanto la figura di Giuseppe sembra non di primo piano, o quanto meno singolare nella sua identità. Da un lato, infatti, è figura centrale nella storia dell’Incarnazione, garante com’è dell’ascendenza davidica del Messia, dall’altro è “solo” padre d’adozione; è grande nella fede e ancor più nel nascondimento. Vorremmo cogliere qui anzitutto un aspetto particolare che lo rende unico, ovvero il suo modo di porsi dinanzi alla chiamata o alle chiamate del Signore, che gli svela in modo progressivo il suo piano su di lui (e non solo su di lui), attraverso uno strumento molto terreno e insolito: il sogno. Per poi tentare di rispondere a quella domanda cruciale: ma davvero è stato “solo” padre putativo?

Come fan tutti All’inizio la vocazione di Giuseppe non presenta nulla di particolare: si sposerà con una ragazza, seria, soprattutto, possibilmente anche bella e secondo canoni e riti della cultura d’allora. Niente di originale e fuori dalle righe. Cosa c’è di più logico del farsi una famiglia con la donna che si ama? Così è la tendenza vocazionale in ciascuno di noi: restare nella norma, quella decisa dalle statistiche, per esser “normali”, non far nulla di strano o troppo difficile, non complicarsi la vita, rimanere dentro uno standard medio, non ambire a cose troppo alte… C’è stato chi ha parlato d’una “vocazione universale alla mediocrità”, vocazione con molti chiamati e che non pare in crisi; ma in fondo è ciò che costatiamo ogni giorno dentro di noi e attorno a noi. Siamo malati di realismo,


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ci fa paura sognare o tendere al massimo, imboccare la strada del difficile e tanto più dell’impossibile, siamo troppo preoccupati di star coi piedi piantati per terra o semplicemente di star bene. Sennonché… “Giuseppe, non temere” Sennonché quel Dio che ci ha creati rendendoci simili e Sé in un impeto d’amore, non ci sta, non sopporta proprio questo svilimento della sua opera creativa e interviene a rompere questo pigro incantesimo. È quel che vediamo accadere nella vita di Giuseppe, anzi nei suoi sogni, visto che Dio comunica con lui proprio con questo tramite. Ed è già un dato interessante per noi realisti incalliti; sta a dirci che Dio è al di là della realtà, e dunque anche dei nostri calcoli e delle nostre paure, abita un’altra dimensione, ove il razionale non basta più e ciò che sembra impossibile si fa possibile. Giuseppe aveva già deciso di sciogliere da ogni vincolo la sposa promessa, apparsa incinta, senz’alcuna ritorsione. Mossa rispettosa nei confronti di Maria, ma che avrebbe segnalato anche un’uscita di Giuseppe dal piano previsto dal Signore. Che interviene con una rivelazione così inattesa da gettare quell’uomo buono in totale confusione interiore. Ma lui obbedisce; non teme d’entrare in un progetto che lo supera da ogni parte, dice sì a parole misteriose, si fida d’un Dio che gli parla mentre dorme. Nulla di strano: la vocazione, in realtà, non è il sogno di Dio sull’uomo? E allora niente di più adatto del sogno umano per entrare in contatto con quello divino. “Alzati, prendi…, fuggi…, resta là…” Se Giuseppe obbedisce al sogno, Dio non cessa di chiamarlo, e sempre allo stesso modo: cambia lo scenario, ci sono nuovi personaggi, ma permane lo stato d’emergenza quasi drammatica, di frenesia e fretta, d’oscurità e incomprensibilità…, e resta soprattutto identico il canale

comunicativo tra Dio e Giuseppe: il sogno. Noi spesso neghiamo di sognare o dimentichiamo i sogni, li sottovalutiamo o ce ne vergogniamo perché fanno emergere una zona oscura del nostro mondo interiore, ove l’istinto regna sovrano se non selvaggio. Giuseppe, invece, è così uomo giusto da poter comunicare con Dio anche attraverso il sogno: i suoi istinti sono ormai bonificati, evangelizzati, orientati e centrati su Dio come termine ultimo della loro ricerca d’appagamento. C’è come una sottile e preziosa alleanza tra vita impulsivo-istintiva e vita razionale-spirituale in Giuseppe, che rende lineare il suo cammino, e fa della sua umanità il luogo in cui Dio è presente e gli parla, di giorno e di notte, lo spazio in cui il sognare umano diventa lo stesso sognare di Dio (e viceversa)! È insegnamento prezioso per noi, sempre divisi tra lotta agl’impulsi e tensione ai valori. Per altro è certo che, finché i nostri sentimenti e desideri non sono quelli di Dio, non potremo udire la sua voce che ci chiama, o finiremo per distorcerla e piegarla ai nostri gusti o paure. O ai nostri sogni, sempre più lontani dai suoi. “Alzatosi, prese… fuggì e rimase…” Di Giuseppe i vangeli non ci hanno conservato nemmeno una parola; è personaggio totalmente avvolto dal silenzio. Dio gli comunica la sua volontà e lui esegue. Qualche teorico dell’obbedienza dialogata potrebbe trovare abnorme questo comportamento, come se Giuseppe fosse una specie di automa nelle mani dell’Onnipotente. In realtà Giuseppe è uno che scopre un po’ per volta la sua chiamata: e scopre di non esser affatto un padre a metà o per finta, su delega o surrogato, né d’esser stato scelto e messo lì dall’Eterno semplicemente per questioni genealogiche, ma per realizzare in pienezza il progetto di salvezza. Un piano che ha bisogno di chiamati che anzitutto rispondano alla vocazione con cuore e dedizione totali. Il suo silenzio dice pro-


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prio questo: la volontà dell’Altissimo merita tutta l’adesione della creatura, e può esser capita solo se accolta nel silenzio adorante di chi – nel desiderio e nell’azione - fa posto alla sua Parola. E il piano vocazionale di Dio su Giuseppe è proprio quello di affidargli lo stesso progetto di salvezza affidandogli il Figlio: lo dovrà custodire, difendere, salvare dagl’innumerevoli attacchi dei tanti Erode…. Che è quello che Dio affida a tutti coloro che chiama. Il Salvatore chiama persone che prendano parte attiva a questo progetto di salvezza, non distribuisce ruoli passivi o solo apparenti, ma consegna a tutti i chiamati il Figlio suo, e in lui e assieme a lui tanti figli suoi da generare alla vita piena, da amare nella libertà reciproca, da educare al gusto della verità, da difendere da tutto ciò che s’oppone alla loro dignità, da ogni abuso, diremmo oggi. Anche quello, sottile, del proprio

ruolo e della propria paternità. Giuseppe, nel tempo dell’abuso dell’infanzia, è per noi canossiani e per tutti splendido esempio d’una paternità totalmente al servizio di colui che deve crescere, senza minimamente servirsene, occupando il posto e svolgendo il compito che la vita affida a chi è padre, senza pretender nulla, pur non comprendendo del tutto… Quel ruolo è subalterno, come lo sono tutti i ruoli, subalterni all’amore, o a quell’unica paternità che viene dal Padre dei cieli (cf Mt 23,9), altrimenti prima o poi sconfinano nella violenza o nella condotta comunque abusante. Per questo Giuseppe è stato padre, padre vero. Non solo d’adozione e non solo nei sogni. A questa condizione lo saremo anche noi! P. Amedeo Cencini


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“Io… Noi… Siamo missione!” Festa della Famiglia Canossiana - 18 aprile 2021 Domenica 17 aprile abbiamo vissuto un bel momento di famiglia e di spiritualità canossiana, in collegamento e in presenza in tanti punti d'Italia: ringraziamo il Signore, chi ha contribuito e chi ha partecipato. S. Maddalena ci incoraggia a continuare insieme la sua missione con cuore grande. Riportiamo qui l'intervento di madre Miriam Campisi che in conclusione ha sintetizzato le significative testimonianze sulla missione. P. Francesco Vercellone

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o sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo. Bisogna riconoscere se stessi come marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare”. “Avrei bramato di potermi ridurre in polvere, se in quel momento avessi potuto dividermi per tutto il mondo, perché Dio fosse conosciuto e amato”.

Questi passi, tratti dalla Evangelii Gaudium e dalle Memorie, dicono l’attualità del messaggio di Maddalena, in sintonia con la Chiesa del suo tempo e con la Chiesa di oggi. Sono la conferma che in Maddalena era presente una vera e propria chiamata alla missione, con tutta la forza che viene dallo Spirito. A me il compito di concludere la ricca condivisione di testimonianze con una riflessione di sintesi sulle quattro testimonianze ascoltate alla luce di tre categorie. L’ascolto di queste storie di vita mi ha ricondotto all'esperienza carismatica di Maddalena vissuta nella chiesa di San Nicolò dei Tolentini, a Venezia, non lontano dalla casetta in Campo Sant'Andrea, Sestiere di Santa Croce. Era l'aprile 1812 e Maddalena, con la compagna Betta Mezzaroli, era andata in questa chiesa mentre si celebrava la santa Messa in onore di un apostolo o evangelista, quasi certamente San Marco. Sentendo al Vangelo parlare


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della «vita apostolica», capì che quello era versetto di Marco 16,15-20 che è la conlo stile di vita che Dio chiedeva alla sua segna che Gesù stesso fa ai suoi, quando, nascente istituzione: “Ogni volta, o quasi, dopo la risurrezione, li invia per una mische ascoltando la Messa sentivo il passo del sione universale. Vangelo: «Euntes in universum mundum», “Andate”, indica un movimento di avsenza saperne il motivo mi sentivo intene- vicinamento, di “prossimità”; nell’andare rire e riempire di consolazione; benché non ci si avvicina agli altri. Gesù ha fatto quefossi facile al pianto, mi venivano le lacrime sto per noi, si è fatto “prossimità”, perché agli occhi”. incarnandosi si è “avvicinato” a noi, è veUn primo elemento, nuto ad “abitare” in mezzo a comune sia alle testinoi. L’invito ad andare monianze ascoltate sia È lo stesso comandamenè “in tutto il mondo”: all’esperienza di Maddato che ha dato ai suoi disceindica cioè che lena, è proprio il contepoli, “a due a due”, insieme; sto liturgico: in ascolto l’annuncio è per tutti, non siamo ricondotti a quanto ci della Parola, l’atteggiaha detto Emanuele: la misè selettivo, ma mento di preghiera, dusione è “insieme, nel quoa dimensione universale. tidiano e senza orologio”, rante una celebrazione eucaristica, porta sia sia in riferimento ad una Il vero discepolo Maddalena sia i nostri comunità evangelizzatrice non esclude nessuno cinque testimoni a viveche educativa. L’invito ad re gradualmente il dono andare è “in tutto il mondi Dio che è stato loro consegnato, e che do”: indica cioè che l’annuncio è per tutti, costituisce un aspetto essenziale del ca- non è selettivo, ma a dimensione univerrisma canossiano: l’amore universale mis- sale. Il vero discepolo non esclude nessusionario. no. La comunità dei discepoli è chiamata Ci si può chiedere allora quale sia la a vivere un movimento di avvicinamento, connessione tra l’”Euntes” e la risonanza di prossimità, non di selezione, entrando interiore che ha avuto in Maddalena il così in tutte le culture, assumendo tutte

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le lingue e raggiungendo i destinatari più diversi e più lontani: ritornano qui le testimonianze di P. Andrea, già missionario in Tanzania, e di Emanuele volontario in Congo. La missione si realizza così in un contesto di annuncio, come ci hanno raccontato Donato e Daniela volontari in Croazia, e proprio come dice Maddalena: “Vorrei potessimo far tutto e in ogni luogo, ma essendo tanto piccoline, almeno potessimo operare dove è maggiore il bisogno” . È proprio questo movimento, l’“andare in tutto il mondo”, che fa intenerire Maddalena e la riempie di consolazione, fino a farla piangere. La commuove il percepirsi coinvolta nella causa del Regno che è per tutti, partecipe della stessa missione degli apostoli a respiro universale. È allora possibile riconoscere due aspetti della missione in Maddalena: • la missione universale in senso geografico – “in tutto il mondo”; • la missione universale in senso umano – “tutta la persona”. La missione universale in senso geografico, “in tutto il mondo”, è l’aspetto più conosciuto. Sono moltissimi i testi di Maddalena che lo documentano. Eccone solo due:

“Mi sentii disponibilissima ad andare, per il Signore e per il suo servizio, anche al Polo, se fosse stato necessario, benché abbattuta nelle forze fisiche”. “Mia cara figlia, si governi e cerchi di terminare il suo raffreddore se vuole che andiamo a pellegrinare per l’Universo mondo e dilatare l’Istituto delle Figlie della Carità nel paese delle balene”. La missione universale in senso umano, per “tutta la persona” nella sua completezza, è l’aspetto meno conosciuto, ma ugualmente presente in Maddalena che lo incarna nelle diverse realtà. L’Istituto nascente doveva arrivare per quanto possibile a tutte le necessità della persona, in questo senso si può parlare di universalismo umano, antropologico, aperto a tutti i bisogni della persona. È la Carità universale, che si trova: • nel bisogno di EDUCARE, ascoltato nell’esperienza di insegnamento di Emanuele, in Congo e qui in Italia • nel bisogno di EVANGELIZZARE, raccontato da P. Andrea, da Donato e da Daniela; • nel bisogno di CONFORTARE chi si trova nelle “periferie del mondo” – come dice Papa Francesco - in carcere, o povero, o abbandonato…


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È questo Amore universale che chiama alla missione; una chiamata ad andare collocata in un CONTESTO DI RICERCA tenace e continua del proprio “posto nel mondo”; ricerca che si realizza in alcuni luoghi, è abitata da persone, è caratterizzata da parole, sogni e segni diversi. È la storia di Claudia, che ci ha raccontato come, “passo dopo passo”, sta gradualmente scoprendo il “gran dono della vocazione a questo Santo Istituto”, come dice Maddalena nella prefazione alla Regola Diffusa. Sia la vocazione sia la missione sono dono! Una voce che chiama, un mondo che attende, mani che si tendono, sguardi che accolgono… affascinata dal Suo amore e dalla bellezza dell’immenso cuore di Gesù Crocifisso, tra dubbi e ostacoli, Claudia si è messa in sintonia con questa voce, è stata più volte sollecitata da eventi e persone, e ha intuito che la vita è qualcosa di meraviglioso, perché – come dice ancora Maddalena nella Regola Diffusa – il dono della voca-

zione e la scoperta della missione sono simili ad un “piccolo seme che sta crescendo”: “Si tratta di più… Si tratta inoltre…”! È il sogno che Maddalena propone ancora oggi a Claudia, a P. Andrea, ad Emanuele, a Donato e Daniela; a ciascuno di noi là dove siamo: vocazione e missione sono dei doni, e come tali sono dinamici e camminano con la storia e dentro la storia; attirano e fanno sognare in grande, perché ciò che è offerto è così bello da non potervi rinunciare! “Si tratta di più… si tratta inoltre”: ciascuno di noi è chiamato a riscoprire la grandezza di donare e il valore del servire che apre e libera il cuore; ciascuno è chiamato a vivere l’avventura di rischiare e di giocarsi per annunciare “il più Grande Amore”. Affascinati dalla Parola, che ci riempie di passione il cuore, seguiamo insieme Gesù e la sua Croce, che sostiene la nostra missione. M. Miriam Campisi


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Per vivere nella fedeltà il dono della nostra vocazione Nel 190° della fondazione dell’Istituto, pubblicato il nuovo testo del Regolamento

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iceva Papa Francesco nell’anno dedicato alla vita consacrata (2014) che è essenziale per ogni Istituto guardare al passato con gratitudine. “Raccontare la propria storia è indispensabile per tenere viva l’identità, così come per rinsaldare l’unità della famiglia e il senso di appartenenza dei suoi membri. Non si tratta di fare dell’archeologia o di coltivare inutili nostalgie, quanto piuttosto di ripercorrere il cammino delle generazioni passate per cogliere in esso la scintilla ispiratrice, le idealità, i progetti, i valori che le hanno mosse, a iniziare dai Fondatori, dalle Fondatrici e dalle prime comunità. È un modo anche per prendere coscienza di come è stato vissuto il carisma lungo la storia, quale creatività ha sprigionato, quali difficoltà ha dovuto affrontare e come sono state superate. Si potranno scoprire incoerenze, frutto delle debolezze umane,

a volte forse anche l’oblio di alcuni aspetti essenziali del carisma. Tutto è istruttivo e insieme diventa appello alla conversione. Narrare la propria storia è rendere lode a Dio e ringraziarlo per tutti i suoi doni”. Noi Canossiani celebriamo quest’anno il 190o dell’inizio dell’Istituto avvenuto il 23 maggio 1831 a Venezia. Un inizio umile e modesto: in una casetta di poche stanze comperata dalla Fondatrice vicino alla chiesa di S. Lucia (dove attualmente si trova la Stazione ferroviaria di Venezia) e al convento delle Canossiane, in un piccolo cortile Don Luzzo, che aveva collaborato con i Cavanis e su invito della Canossa aveva visto anche l’attività a Milano, inizia ad accogliere i ragazzi che arrivano sempre più numerosi e chiassosi. Non è stato un inizio facile, sebbene due anni dopo, nel 1833, due falegnami bergamaschi: Giuseppe Carsana e Bene-


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detto Belloni, invitati da Maddalena si unirono a don Luzzo; non è stata una collaborazione facile, e infatti la Fondatrice continuerà fino alla morte (avvenuta il 10 aprile 1835) a raccomandare i primi Figli della Carità a madre Cristina Pilotti, superiora della prima casa veneziana e che poi avrebbe sostituito Maddalena nella guida dell’Istituto. Morta la Fondatrice, il Luzzo si considerò sciolto dagli impegni assunti per l'Opera e progettò di andarsene quanto prima. Anche i due bergamaschi erano ormai decisi di tornare in patria. Ma madre Cristina Pilotti intervenne col Patriarca Monico, con Mons. Traversi e col Parroco di S. Felice, Mons. Wiel, e alla fine i due laici bergamaschi si lasciarono persuadere e restarono. Don Luzzo invece il 9 settembre 1935 lasciava la direzione dell'Oratorio, andando ad abitare dal fratello. Quell’opera, nata come fragile piantina, rimase tale per altri 100 anni nell’unica casa di San Giobbe, poco distante dalla Stazione di Venezia. L’Istituto ha sperimentato altri momenti critici, ma anche un inatteso sviluppo con l’ingresso a San Giobbe di Padre Angelo Pasa, veramente “uomo della Provvidenza”. Così la Congregazione si è gradualmente aperta con nuove fondazioni e pur essendo rimasta umile Istituto, oggi è presente non solo in Italia ma anche in Brasile, Filippine, India, Timor Leste, Kenya e Tanzania arricchita nella sua composizione di confratelli di diverse nazionalità. e proprio in coincidenza con questo anniversario, all’interno di questa celebrazione, il Consiglio generale ha voluto che avvenisse la pubblicazione ufficiale del nuovo testo del Regolamento, testo già approvato “Juxta modum” dall’ultimo Capitolo generale del 2018, frutto di lungo processo che ha coinvolto la Congregazione per molti anni. Come per ogni persona consacrata, la Regola di Vita è la guida data ad ogni Canossiano per vivere il Vangelo interpretato attraverso il dono/carisma consegnato dal Signore a S. Maddalena e agli uomini

e donne che l’hanno seguita nel tempo e nei vari continenti. La Regola di Vita è composta di due parti tra loro complementari: le Costituzioni nelle quali vengono delineati gli elementi essenziali alla vita consacrata e i valori evangelici carismatici irrinunciabili che guidano il nostro essere e vivere da Canossiani nei vari aspetti: lo spirito e la missione dell’istituto, la consacrazione mediante i voti, la vita di preghiera, l’apostolato, vita comunitaria e la formazione, il servizio dell’autorità. Il Regolamento invece è lo strumento più pratico che dettaglia in norme semplici e chiare le modalità concrete in cui si incarnano i valori nella vita di ogni giorno; esso definisce cosa vuol dire praticamente vivere secondo i voti, quali sono gli impegni e i ritmi della preghiera quotidiana, quali rapporti all’interno della comunità, nel servizio apostolico, come si struttura e si guida l’Istituto nel suo insieme e nelle sue parti. Da molti anni, possiamo dire da quando nel 1984 fu approvato il nuovo testo delle Costituzioni, si attendeva questo lavoro di rifacimento e ristesura per uniformare le norme del Regolamento con il dettato e i principi delle Costituzioni. Ora è tempo non più di spiegazioni, ma di una solerte e generosa osservanza, nello spirito del Vangelo: a chi è fedele nel poco sarà data autorità – e autorevolezza! - nel molto! Ci auguriamo che per ciascun Canossiano che vive in realtà e continenti diversi, questo rinnovato Regolamento sia accolto con fiducia e generosità, e possa essere valido aiuto per vivere nella fedeltà il dono della nostra vocazione. Ci può ispirare, nell’anno da Papa Francesco dedicato a San Giuseppe, ricordare come di lui i Vangeli non ci riportino alcuna parola, ma solo ripetono il suo umile atteggiamento di fede e di obbedienza: “fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore”! P. Carlo Bittante


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Giubilei 2021

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ome ogni anno, anche questo 2021 ci fa ricordare i giubilei di professione religiosa e di ordinazione presbiterale di alcuni confratelli. Ma anche anniversari importanti quali il 190° della fondazione dell’Istituto avvenuta a Venezia, presso la chiesa di S. Lucia (dove si trova l’attuale Stazione Ferroviaria); anche i 25 anni dalla apertura della missione in India, partita a Mumbai, in un reparto della casa provincializia delle Sorelle Canossiane a Andheri. Ecco l'augurio e la preghiera: "Dio porti a compimento l'opera che ha iniziato in voi!"

80 anni

P. Graziano Contiero - 18/05/1941

P. Damiano Cingolani - 22/07/1941 P. Giorgio Masin - 17/12/1941

60 anni di professione

P. Giovanni Gentilin e P. Damiano Cingolani - 26/09/1961


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25 anni di professione

P. Vitthal Lotada - 15/09/1996

F. Robert Makasare - 15/09/1996

50 anni di sacerdozio

P. Giacomo Giacomin, P. Pietro Gianola, P. Aldo Trento, P. Amedeo Cencini, (def. P. Giovanni Boniotti) e P. Gianluigi Andolfo - 20/06/1971

25 anni di sacerdozio

“La nostra consacrazione è un cammino davanti a Dio vissuto nella fedeltà sino alla fine. Beati noi se ci troveremo tra quei servi che il Signore al suo ritorno troverà fedeli e vigilanti! Egli stesso passerà a servirci. Se sperimentiamo nella nostra strada la difficoltà delle scelte, l’incertezza del domani, il dubbio, l’incostanza, lo scoraggiamento o anche la nostra infedeltà, abbandoniamoci alla fedeltà di Dio. Egli infatti è fedele. I suoi doni e la sua chiamata sono senza pentimento. Per primo si è promesso a noi nella fedeltà e in essa noi Lo conosceremo.

P. Antonio Augusto Oliveira - 18/08/1996

La nostra fedeltà al Signore passa infatti attraverso la fedeltà all'Istituto e alla Regola. È il Padre che ci chiama a far parte di questa famiglia religiosa; è dalle sue mani che riceviamo la Regola.” (Regola di Vita, Cs. 100-102)


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1941 – 2021: a ottant’anni da… Alcuni anniversari significativi Questo 2021 ci riporta ad ottant’anni fa, nel primo anno della seconda guerra mondiale, il 1941, anno benedetto che vide la Beatificazione della Fondatrice Maddalena di Canossa, ma anche si portò via in quel solo anno il fratello di p. Angelo, Fra Benedetto Pasa, insieme a tre giovani speranze del rifiorente Istituto: Fra Lino Scapini, il giovanissimo Giovannino Pezzè, Fra Celestino Vieceli che aveva appena servito come diacono alla cerimonia di Beatificazione. Con loro quell’anno moriva anche il grande indimenticabile benefattore dell’istituto, il Cavalier Pasquale Sebben. Li ricordiamo con alcune note biografiche tratte dall'edizione del Foglietto di quel tempo.

Cav. Pasquale Sebben († 26/03/1941)

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ome non ricordare, insieme ai nostri confratelli, anche questo grande benefattore dell’Istituto! Il Cavalier Pasquale Sebben era nato a Fonzaso il 29 ottobre 1857; fu per trentacinque anni sindaco di Fonzaso e diede vita a varie iniziative a favore della popolazione; a lui ricorrevano tutti per ogni necessità e faccende, tanto che la gente continuò a chiamarlo sindaco anche quando si ritirò a vita privata. Coltivò a lungo il sogno del prof. Don Pietro Corso, zio di P. Angelo Pasa, di realizzare un’opera a favore della gioventù maschile, parallela a quella dell’Istituto delle Canossiane, e per questo acquistò il Palazzo Angeli e a questo scopo destinò tutte le sue sostanze ricordandosi anche dei poveri. È un suo dono all’Istituto anche il terreno e la casa di villeggiatura di Cima Loreto. Dopo un periodo di malattia e sofferenza, vissuta con pietà e accettazione, morì a Fonzaso, presso il Palazzo Angeli, il 29 marzo del 1941 confortato dalle benemerenze a lui conferite e soprattutto dalla benedizione del Papa Pio XII. Dopo i solenni funerali nella chiesa parrocchiale di Fonzaso e la prima sepoltura nel locale cimitero, i suoi resti furono tumulati nella tomba presso la chiesa dell’Istituto.


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Fra Lino Scapini († 18/04/1941)

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ato da piissimi genitori a S. Pietro di Legnago (VR) il 20 giugno 1921, il piccolo Giuseppe, diede subito chiari segni di quella che sarebbe stata la sua vita spirituale: un amore singolarissimo per Maria. Cresciuto così tra la Chiesa, la scuola e la famiglia, nell'innocenza e nella bontà, assecondò la voce del Signore che lo chiamava. Era al colmo della gioia quando nell'agosto del 1932, accompagnato dalla buona mamma, fu accolto come aspirante Canossiano nel Collegino di Feltre. Si distinse sempre per docilità e rispetto verso i Superiori, per la sincera pietà, per il tratto amabile, ed anche per il suo fare ingenuo che suscitava talvolta il generale umorismo. Entrò in Noviziato col fermo proposito di santificarsi. Lottò decisamente per dominare la sua vivacità e rivestirsi di umiltà e mitezza. Temeva sempre di non fare abbastanza per corrispondere al grande dono della vocazione e, con crescente fervore, rinnovava la volontà di abbracciare qualsiasi sacrificio per testimoniare a Dio la gratitudine e la sua felicità. Con la Professione poteva dire di essere tutto di Gesù. Giunto a Venezia, per iniziare il corso di Filosofia, non si smentì mai con la sua condotta, ed era ammirabile per il suo fervore. Appariva in lui una maturità non comune alla sua età; era così calmo e pacato, specialmente quando usciva dalla preghiera, che pareva sempre assorto. I suoi Superiori mai ebbero motivo per un rimprovero. Sempre pronto a rinunciare alle comodità ed al giudizio proprio, accondiscendeva facilmente alle richieste di chiunque appena si accorgeva che avrebbe avuto modo di esercitarsi nella carità, nell'umiltà e nell'obbedienza. Contento della povertà dell'Istituto, non lo si udì mai lamentarsi per le privazioni ed i disagi. Tutto andava bene per lui e nulla si doveva sprecare, nemmeno il pezzettino di carta su cui scriveva tre volte.

Già avanti nella scuola del dolore e nella pratica dell'immolazione tacita e amorosa, anche nelle sue estreme sofferenze, mai la tristezza velò la sua serenità. Ebbe una devozione sentita per Maria SS. alle cui feste si preparava con pratiche di pietà e mortificazioni, componendo anche delle belle preghiere. Seguiva con interesse lo sviluppo delle nostre opere tra la gioventù, e andava preparandosi al suo ministero futuro con amore allo studio e spirito di pietà, sognando le lontane Missioni. La sua innocenza traspariva dal suo amabile sorriso e dalla sua riservatezza, e la custodì gelosamente con l'esercizio dell'umiltà e della mortificazione. La Domenica in Albis del 1941, che doveva essere giornata di festa e di gioia attorno a due novelli Sacerdoti, fu invece giorno di lutto e di pianto per la sua morte. Fra Lino, appena ventenne, si spense nel Signore dopo alcuni giorni di intense sofferenze, all’Ospedale di Venezia. P. Angelo scriveva: «Dio ci aveva dato un angelo, Dio ce l’ha tolto: sia benedetto il suo nome».


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Giovanni Pezzé, aspirante († 31/08/1941)

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uanti da Cima Loreto si avventurano in camminata vero la cima del Campon seguendo il sentiero più lungo, si sono sempre imbattuti in un modesto capitello di legno che, nascosto

tra la vegetazione del bosco che silenzioso cresce, teneva ferma la memoria di quella sera dell’ormai lontano 31 agosto 1941. Quando sulla via del ritorno a casa dopo l’escursione pomeridiana sul monte Pavion, ormai era sera e poco mancava alla comitiva degli aspiranti per raggiungere Cima Loreto, un improvviso malore colpiva il piccolo Giovannino. A nulla valsero gli spaventati tentativi di soccorrerlo, di trasportarlo a braccio per poi distenderlo in un vicino fienile e chiamare il medico che con P. Angelo salì fin lassù di notte solo per constatarne la morte. L’aspirante Giovannino si era spento a soli 13 anni, quasi sicuramente per un infarto, e forse per l’imprudenza di uno sforzo troppo grande per il suo fisico per una sola mezza giornata. Dopo le esequie nella chiesetta di Cima Loreto e poi anche nella chiesa parrocchiale, fu sepolto nel piccolo cimitero di Faller.

Fr. Benedetto Pasa († 19/09/1941)

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ra Benedetto, al secolo Pietro Pasa – fratello di P. Angelo - era nato a Fonzaso il 22 agosto 1872. Fin da giovane egli ebbe sopra di sé gran parte del peso della famiglia, perché il padre recatosi a lavorare in America vi restò per 17 anni e la buona mamma era rimasta a casa, sola, ad allevare sette figlioli, di cui il maggiore era appunto Pietro, che allora contava appena 14 anni. Forte di costituzione fisica e di carattere, e dotato di un ingegno versatilissimo, lavorò sempre, con passione da agricoltore, da falegname, da fabbro, e più tardi da elettricista, da meccanico, da decoratore, da autista, ecc. destando sempre l'ammirazione di tutti per la sua straordinaria attività. Per lui quello del mangiare e del dormire era l'ultimo pensiero. Aveva sempre tanto da


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fare, non aveva mai tempo da perdere. E faticò per anni ed anni con sommo disinteresse per le Canossiane, per i Canossiani, per ogni utile iniziativa, per ogni opera di bene. Al tempo della guerra mondiale fu internato con altre persone del paese, per vendette personali. Altre persecuzioni subì da parte di alcuni nel dopo guerra, sempre a causa della sua franca professione di cattolico militante. Era entrato tra i Canossiani a S. Giobbe una prima volta il 31 gennaio del 1905 e vi era rimasto fino all’agosto del 1907. Nel 1925 abbandonò di nuovo il mondo per farsi Canossiano e con la sua grande attività si prodigò a beneficio dell'Istituto. Passò due anni a Venezia in Casa Madre, tre anni al Patronato di Conselve e il resto a Feltre, nel Collegino: e dappertutto lasciò traccia della sua intelligente operosità. Ma tanto lavoro e poca cura di sè finì per logorargli la salute. Nonostante gli acciacchi che lo tormentavano continuò a faticare senza misura per il Collegino, vedendone i grandi bisogni. Non sapeva rassegnarsi a star fermo e al riposo. Anche negli ultimi giorni, a Feltre e a Cima Loreto, provava a indossare la sua vestaglia da lavoro, a prendere in mano gli attrezzi della sua officina e si metteva a lavorare: ma poco dopo, avvilito, li doveva deporre, sentendo che gli mancava la forza nelle braccia e le gambe non lo reggevano più. E si angustiava nel vedere tante cose da fare, senza poter dare il suo aiuto. Ormai non dormiva più la notte e non trovava requie nemmeno di giorno. E pensava sempre alle necessità degli altri, e per sé non voleva distinzioni o riguardi, sia nel cibo, che nelle cure. Fra Benedetto lasciò un grande esempio di generosità, di laboriosità, di spirito di sacrificio e di attaccamento all'Opera Canossiana. Aveva anche lui i suoi difetti, ma erano ombre che facevano risaltare maggiormente le sue solide virtù. Bisogna pensare che egli s'era fatto religioso a 54 anni di età, avendo fatto sempre da padrone di casa. Fattosi Canossiano consumò tutte le sue forze e le sue sostanze

per l'Istituto e specialmente per il Collegino. Alla fine gli restava la sua casa, fabbricata in Fonzaso con le sue stesse mani: e volle che fosse venduta anche quella per impiegarne il ricavato a coprire i debiti del Collegino. E fu contento soltanto allora quando poté dire: Adesso non ho più niente di mio; adesso sì, possiamo dire che viviamo proprio di sola Provvidenza! Questo distacco e questa generosità insieme col sacrificio della sua stessa vita, crediamo bene che lo abbiano purificato di qualche manchevolezza, dovuta al suo temperamento. Tanto più che egli, anche nella vita religiosa, ebbe poche soddisfazioni e molte sofferenze fisiche e morali, sopportate sempre con piena conformità al volere di Dio. Il 1 settembre del ’41 fu ricoverato all’ospedale di Feltre, ma a nulla valsero le cure dei medici. Passò gli ultimi giorni di agonia assistito da P. Angelo e dalle due sorelle canossiane M. Rita e M. Annetta. Morì il 19 settembre, dopo i funerali solenni nella cattedrale di Feltre fu sepolto nel cimitero di Fonzaso sotto una semplice croce che lui stesso si era preparato. Ora i suoi resti riposano con quelli di P. Angelo, del Cav. Sebben e di altri confratelli nella tomba di Congregazione all’interno della chiesa dell’Istituto di Fonzaso.


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Fra Celestino Vieceli († 18/12/1941)

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ra Celestino nacque a Fonzaso il 2 agosto 1917, e appena dodicenne, lasciò la casa paterna per entrare nel Collegino degli Aspiranti Canossiani. I cinque anni di vita collegiale lasciarono in lui un'orma incancellabile. La sua anima si aprì con tutta la sua semplicità all’opera della grazia. Trovò nel Direttore, P. Angelo Pasa, un vero padre: egli lo seguì e anche negli ultimi istanti lo volle sempre accanto per manifestargli tutte le sue ansie e i suoi desideri. Era amato da tutti, perché sapeva amare tutti. Più di qualcuno ricorda ancora la sua premura sollecita perché ogni nuovo arrivato non avesse a soffrire per il distacco dalla famiglia. Di indole espansiva, Giovannino si industriava in mille modi per mantenere tra i suoi compagni l’allegria. Esemplarmente fedele ai suoi doveri, anche nel Seminario Vescovile di Feltre colla sua rispettosa condotta, si acquistò subito la benevolenza dei Professori, che lo ammiravano perché coscienzioso e amante dello studio. Trascorso il ginnasio, entrò in Noviziato a Castelli vestendo l'abito religioso il 24 ottobre 1934. Giunto a Venezia, iniziò gli studi di Filosofia nel Seminario Patriarcale, prestandosi anche all'istruzione religiosa dei ragazzi dell’Oratorio. Superato con lode il corso filosofico, iniziò gli studi teologici provò allora una forte crisi vocazionale che riuscì a superare con la sua illuminata fiducia in Gesù e nella Vergine. Convinto che nell'esistenza terrena son più le spine che le rose, persuaso che il Sacerdote deve essere la vittima che spontaneamente si offre e si immola, in unione a Gesù, per la salvezza dei fratelli, Fr. Celestino andava preparandosi alla sua prossima missione sacerdotale, a cui tendeva costantemente con una applicazione metodica e indefessa. A Roma poté assistere con gioia immensa alla glorificazione della beata Fondatrice. I compagni di pellegrinaggio lo videro più volte commosso dinanzi all’immagine di Maddale-

na, davanti alla augusta figura del Papa, e nelle visite alle Catacombe; «Qui - eravamo nelle Catacombe di S. Callisto - vorrei celebrare una delle mie prime Messe» aveva detto. La vigilia della partenza per il ritorno a Venezia, fu assalito dalla febbre e dovette mettersi a letto. Non si alzò più. Per suggerimento dei medici dell’Istituto D. Orione, dove era stato assistito più che fraternamente, fu trasportato al Policlinico, ove passò una settimana di agonia dolorosa, amorosamente assistito, confortato da una speciale benedizione del Santo Padre. Pure in mezzo ai suoi dolori mantenne inalterata la sua totale rassegnazione alla volontà di Dio. Domandò egli stesso di ricevere i Sacramenti che seguì con viva attenzione. La morte lo trovò pronto, la sua anima preparata, purificato dalle sofferenze che gli apersero le porte del Cielo. Fu sepolto nella tomba delle Madri Canossiane al cimitero del Verano a Roma.


Italia

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Parrocchia SS. Apostoli a Riposto

Porte aperte a tutte le povertà

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unedì 8 febbraio, in occasione della festa di Santa Giuseppina Bakhita, nasce in Riposto, nella parrocchia S.S. Apostoli, il CENTRO DI ASCOLTO BAKHITA. È stato il vescovo di Acireale monsignor Antonino Raspanti, dopo la celebrazione della Santa Messa, a dare avvio al Centro con una speciale benedizione. “Ci siamo accorti – racconta padre Mauro Boscariol – che oggi le persone hanno più bisogno di ascolto che di parole. Abbiamo imparato tutti a parlare, magari anche più lingue, e non siamo più capaci di ascoltarci. Soltanto quando diamo ascolto all’altro con attenzione e non distratti, con pazienza e non di fretta, con meraviglia e non annoiati, acquistiamo il diritto e l’autorevolezza di parlargli al cuore. Efficientisti come

siamo diventati, a volte crediamo che il tempo dedicato all’ascolto sia perso; in realtà, se pensiamo così, forse è perché non abbiamo tempo a disposizione per altri, ma soltanto per noi stessi e per i nostri interessi. Non di rado il parlare vela in realtà una tacita voglia di potere sull’altro, nasconde i nostri sentimenti di sfiducia e rifiuto, è un susseguirsi di razionalizzazioni e scuse per giustificarsi, è pieno di ambiguità e contraddizioni. Mentre un ascolto attento diventa un grande servizio e un effettivo aiuto che si offre al fratello. I problemi personali, quando non si trova a chi manifestarli, possono diventare giganteschi, paurosi, affievoliscono il senso della vita, soffocano la speranza”. Abbiamo acquisito un'adeguata com-


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petenza nella lettura dei bisogni, delle povertà, dell'emarginazione, del disagio psicologico, della schiavitù delle dipendenze, della povertà e precarietà. Per il centro ci siamo ispirati alla figura di Bakhita, per il percorso di libertà dalla schiavitù da lei sperimentato. Pensiamo che TUTTE le persone che verranno a bussare alla nostra porta, debbono, con l’aiuto di tutti i professionisti ed operatori volontari, percorrere una strada di libertà che ridia dignità alla loro vita. Il desiderio è quello di rompere le catene dell’emarginazione, del silenzio dell’indifferenza e dell’isolamento. Con le competenze dei professionisti (avvocati, psicologi, medici, infermieri, assistenti sociali ecc.…) e con l’accoglienza dei giovani volontari, confidiamo di poter offrire un servizio qualificato di orientamento e di supporto. Bakhita oltre a darci ispirazione con la sua vita liberata dalla schiavitù, ci dia sempre la forza e la fiducia che non l’hanno mai lasciata soprattutto nei momenti di maggiore sofferenza, e renda il Centro di Ascolto un’opportunità per chiunque si ritrova legato da vincoli disumani o anche soltanto per qualunque persona che bussi per sentirsi semplicemente accolta.

Peregrinatio crucis presso la chiesa del Patronato di Conselve

Conselve (PD)

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urante la scorsa quaresima un gruppo di amici ha fatto esperienza di una toccante iniziativa tenutasi presso la chiesa del Patronato di Conselve dove operano i Padri Canossiani. Gli incontri hanno preso ispirazione da una pratica della spiritualità passionista, la PEREGRINATIO CRUCIS, in cui un Crocifisso viene portato “ospite” per alcuni giorni, durante il tempo forte della Quaresima, presso una famiglia o una comunità (per

es. quella carceraria) che vive nella propria vita quotidiana, per svariati motivi, situazioni di sofferenza e disagio. Questa pratica nella nostra comunità ha offerto l’occasione di vivere quattro momenti di riflessione sul vangelo delle domeniche di Quaresima, ponendo l’accento sulla figura di Cristo che, come si sviluppa nei brani dell’Evangelo, porta a riassumere l’intera storia della salvezza nel mistero della sua crocifissione, morte e Ri-


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Il gruppo della Peregrinatio Crucis 2021, chiesa del Centro Parrocchiale di Conselve (PD)

surrezione. La comunità ha risposto con entusiasmo agli incontri realizzati nell’accogliente Chiesetta dei Padri Canossiani, partecipando numerosa, e non è stato necessario portare fisicamente un crocifisso ligneo, ma si è meditata la figura di Gesù alla luce del suo atto supremo di amore sulla Croce. In ogni incontro, di circa un’ora, la domenica pomeriggio, vi è stata l’occasione propizia per condividere nella gioia dello Spirito un tratto del cammino di preparazione alla Pasqua e proporre spunti di verifica e riflessione sul proprio vissuto e sulla propria fede, con semplicità e calore umano. Partendo da una catechesi ascoltata, sono state individuate cinque parole chiave: DESERTO, LUCE, TEMPIO, SERPENTE, CHICCO (che erano la sintesi del Vangelo domenicale) diventate poi i temi portanti degli incontri; la preghiera era scandita da questi passaggi: il segno di croce iniziale, lettura del salmo e del vangelo domenicale, riflessioni condivise con gli interventi personali, sotto forma di suggestioni e preghiere libere. Le stesse parole-chiave sono poi state scritte su un cartoncino giallo e dispo-

ste su una scala di cinque piccoli gradini ascendenti che portavano al Crocifisso, come “installazione riassuntiva” ovvero giardino quaresimale. La bella composizione è stata sistemata alla destra dell’altare della chiesa e ha svolto anche funzione di ricordo dell’incontro per tutti i restanti giorni della settimana, “custodia visiva” delle riflessioni e degli incontri. Sono stati momenti toccanti, vissuti in un clima fraterno, durante i quali la partecipazione a questa forma di preghiera quaresimale, svoltasi poi in un periodo particolare per la presenza del sars-covid19, ha potuto far sperimentare la ricchezza della Parola che svela, nell’analisi dei testi, la bontà di un Dio che non sfugge alla sofferenza della croce, ma la abbraccia, vive la sua Passione duemila anni fa, come oggi abbraccia l’umanità sofferente dei “piccoli” e degli “ultimi”. Ringraziamo Dio di avere nella nostra comunità parrocchiale il dono dei Padri Canossiani, che hanno permesso questi momenti formativi seguendo il loro carisma e hanno accompagnato questa occasione di preghiera. Paolo Melato


Brasile

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Seduziste-me, Senhor, e eu me deixei seduzir! Ribeirão Preto - “Mi hai sedotto Signore e io mi sono lasciato sedurre”. La Professione perpetua di Ir. Caio Henrique Lo scorso 31 gennaio fratel Caio, che era rientrato in Brasile dopo l’anno di formazione in Italia, ha emesso la sua professione perpetua. In questo passo della consacrazione definitiva a Dio nell’Istituto Canossiano, lo ha ispirato la parola del profeta Geremia: “Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre!”. Una storia di amore, iniziata nella comunità parrocchiale, proseguita nell’incontro con la spiritualità di S. Maddalena di Canossa conosciuta attraverso i religiosi Canossiani, nell’oratorio soprattutto. Storia consolidata nella formazione, da successive conferme e tanti segni di predilezione e amore da parte del Signore nella sua storia. Non sono mancate le prove e le difficoltà, ma queste hanno rafforzato la “seduzione” che solo l’amore fedele di Dio è capace di attuare, chiamando ad essere segno dello stesso amore per tanti piccoli e per gli “scartati” del nostro tempo.

É

com grande alegria que no dia 31/01/2021 realizei a minha consagração definitiva a Deus na cidade de Ribeirão Preto – Brasil, na Congregação dos Filhos da Caridade Canossianos. Tendo

como frase inspiradora e motivadora a do profeta Jeremias “Seduziste-me, Senhor, e eu me deixei seduzir; vós me dominastes e prevalecestes” (Jr. 20,7) que expresso o meu agradecimento a Deus por tudo


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aquilo que Ele fez e continua fazendo em minha vida. Ser seduzido é um estar preso pela ação e ao amor de alguém ou de algo. E eu posso dizer que estou preso ao amor e à pessoa do Senhor. Ele me chamou pelo nome, veio ao meu encontro, me carregou no colo e agora não consigo me afastar Dele. Fui seduzido por Ele. Ele está em mim e sem Ele não encontro um caminho melhor. O seu chamado me seduziu, gerando em mim a vocação religiosa. Tendo como referência uma comunidade paroquial de fé guiada pelos Religiosos Canossianos, desde pequeno me senti atraído pelo estilo de vida que estes tinham, bem como por todo o apostolado com a juventude que acontecia no Oratório Canossiano. Fatores estes que fizeram com que eu me encantasse cada vez mais por este estilo de vida e pelo carisma deixado como herança a todos nós por santa Madalena de Canossa. Entrando na casa de formação no ano de 2010 pude, ao longo de todos estes anos, discernir sobre a minha vocação e descobrir o que Deus quer de mim e a que sou chamado. Cursando as faculdades de filosofia e teologia, bem como vivenciando a etapa do noviciado e da preparação aos votos perpétuos, confirmei e reconfirmei o amor de Deus por mim. Por meio das experiências apostólicas vivenciadas antes e durante o meu caminho formativo, pude ter a certeza que Deus me quer como Canossiano. Durante toda a minha caminhada vi-

venciei momentos de grandes alegrias e também de grandes desafios. Mesmo quando tudo parecia dar errado, Deus me guiou por meio de diversas pessoas (religiosos, religiosas e leigos) que através de seus conselhos e orações por mim, pude superar os obstáculos surgidos. A estas pessoas, serie eternamente grato; assim como sou grato a minha família sanguínea por tudo o que fizeram por mim e por todo o testemunho de fé. Como religioso canossiano, me sinto rico e feliz por ganhar uma nova família, fazendo assim que minha família de sangue e a minha família de laços de fraternidade se unam e se tornam uma só família. O que eu ganho em ser Canossiano? Acredito que ganho aquilo o que todos buscam: a felicidade, o se sentir realizado e a vivência da minha identidade. É a alegria de sentir o amor de Deus que me chama e de poder responder a este amor. É o seguimento de Cristo crucificado como modelo de amor maior e deste, poder ser também eu testemunha através dos conselhos evangélicos de pobreza, castidade e obediência. É a alegria de fazer “Cristo conhecido e amado”. É testemunhar o Reino de Deus aqui na Terra com a minha própria vida. É viver na condição de servo dos mais necessitados e pobres, nas crianças, adolescentes e jovens, procurando assim fazer do mundo um lugar melhor, onde todos possuam dignidade, assim como o próprio Cristo fez. Enfim, a minha consagração perpétua é o meu ato de resposta de amor a Deus e ao seu chamado. É um lançar-se tendo a certeza que Deus sempre me pegará em seu colo. É testemunhar um mundo melhor hoje, onde todos são iguais porque somos irmãos. Agradeço a Deus por tudo o que Ele já fez e faz por mim, bem como por todos aqueles que rezaram pela minha vocação. Peço para que continuem rezando por mim e pela minha vocação, bem como pelas demais vocações religiosas consagradas. Ir. Caio A. Henrique


Filippine

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From Boxes to Palms: The Easter Meal Along the Road Agli inizi del mese di marzo, sempre nel mezzo della pandemia, la “Bakhita Canossa Foundation”, grazie all’iniziativa di Angelica Gozum membro dello staff, e ai numerosi collaboratori e volontari ha realizzato il progetto caritativo di fornire un pasto ai senzatetto e senza fissa dimora che vivono nelle maggiori strade della metropoli di Manila. Le statistiche dicono che sui 4,5 milioni di senzatetto presenti nelle Filippine, 3 milioni vivono nella capitale! Grazie alla generosità dei benefattori e dei volontari, la Fondazione ha potuto realizzare l’appello sempre attuale di Santa Maddalena: “Vi raccomando i miei amati poveri!”

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he Bakhita Canossa Foundation, on the Easter Day of this year, 4 April 2021, went out against all odds of the threat of the pandemic to launch the first batch of their Give-A-Meal Project

feeding program, an idea introduced by Ms. Angelica Gozum (a staff of the foundation) last March of 2021. The project’s goal was to provide meals for hungry street dwellers through selling vouchers


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costing for about Php 100.00 to donors. A voucher sold is one packed meal given to a random street-dweller every end of the month. The idea was to create an easy and economical way of donating for feeding programs that was catchy and tangible to the donors. The target on the first month was to provide 100 food packs and through the collaboration of Good Eats PH Plus spearheaded by Mollie Gozum, and through the assistance of tirelessly generous benefactors, this number was made possible. The route of the ever-versatile yet aging L300 car of the St. Magdalene of Canossa Formation House was around and along the major roads going through Quezon City. Several Religious Brothers and Aspirants helped drive and distribute the food packs to the homeless on the sidewalks, wandering vendors, public transport drivers, security guards, and food deliverymen who waited for their job orders. The people who received the meals answered back with a sincere smile and even at some points would ask to have their selfies taken with the brothers. Today, the National Statistics Office’s survey results to a count of approximate-

ly 4.5 million homeless in the Philippines and a large number of 3 million are from Metro Manila. The goal of the foundation, no matter how ambitious, especially given the difficulties of the pandemic, still stands for the wellbeing of these people as it has always upheld the reminder of St. Magdalene of Canossa to always “remember my dear poor.” According to the foundation, the Give-A-Meal Project will still push through to provide relief for the needy and thus they continue to call for more people to support this endeavor by purchasing the vouchers and being collaborators (especially those with catering services or food products). The foundation also finds hope and confidence because of the support being given by the generosity of kind benefactors who would only desire to be one in its goal to serve the poor and the little ones. The Bakhita Canossa Foundation remains hopeful that in the unifying force of many people, no matter the ability or capacity, everyone can be helped and that all can rise from hardship and poverty.


India

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25 anni di storia indiana. Un piccolo seme che sta lentamente crescendo…

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enticinque anni sono giusto l’età di una generazione, il tempo per diventare giovane maturo e cominciare a prendere le prime decisioni importanti, inizio della stagione della vita in cui si comincia a portare frutto. Sì, è l’età della nostra fondazione indiana. Tanti gli anni che sono passati da quando il Preposito generale di allora, p. Sergio Pinato, facendo conto sui primi religiosi indiani e sulla disponibilità dell’italiano p. Bruno Moras, avuta l’approvazione del Consiglio e l’assicurazione dell’appoggio da parte delle Madri Canossiane della Provincia dell’India Centro, decideva l’apertura della fondazione indiana. Il 3/12/96 i primi tre Canossiani, accompagnati da p. Sergio, superiore generale, sbarcavano a Mumbai. I primi tempi la comunità trovò temporanea accoglienza al primo piano della casa canossiana di Andheri, ed iniziò ad acclimatarsi e guardarsi attorno incontrando religiosi e Vescovi. Successivamente, sempre per la bontà delle Madri Canossiane, si decise di trasferirsi a Goa nella casa di Arpora da loro messa a disposizione. Da lì, nel 2001, la comunità trovò accoglienza nella diocesi di Vasai e grazie al benevolo consenso del vescovo Mons. Dabre i nostri religiosi cominciarono ad inserirsi nel clero e farsi conoscere nelle comunità cristiane di Vasai,

vivendo in due minuscoli appartamenti di Ambadi Road. Nel 2007, l’allora economo generale p. Augusto Boscardin, durante una sua visita con l’amico ing. Favotto, riuscì ad individuare un bel terreno nella zona di Vasai East. Si decise di acquistarlo e lanciarsi nell’avventura di avere una nostra casa ed opera: l’Asha Ankur Ashram, che continua oggi la sua missione educativa e assistenziale per i ragazzi più poveri. Intanto negli anni la comunità ha avuto i suoi travagli e cambiamenti di personale. Nel 2004 fu ordinato sacerdote p. Vitthal Lotada che fu subito inviato a Vasai. Poco dopo fu raggiunto da fratel Robert Makasare che a Vasai emise la sua professione perpetua. Nel 2015 fu ordinato sacerdote p. Shyam Vagolu che subito cominciò a dedicarsi più liberamente all’animazione vocazionale e alla formazione degli aspiranti, prima ad Arpora (Goa) e poi in Kerala nella sistemazione temporanea presso la casa parrocchiale di Malyampadi, grazie alla benevola accoglienza del Vescovo Joseph Vadakumthala di Kannur. Il piccolo seme ha dato segni di vitalità, soprattutto ha diffuso amore per i più piccoli e speriamo, continui a crescere pur “rimanendo nell’umiltà e oscurità della croce”, come voleva S. Maddalena per la nostra Congregazione.


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Free medical camp A better health to explore Fathima Matha Church, Malayampady - Kerala La fedeltà al mandato canossiano di “far conoscere e amare Gesù”, soprattutto attraverso opere di carità urgenti e attuali, ha spinto la nostra missione di Malayampadi a realizzare un campo medico. Cosa non facile nel momento della pandemia, che ha reso tutto più complicato e difficile. Ma grazie alla grande disponibilità dello staff medico dell’Ospedale St. Martin de Porres di Cherkunnu, gestito dalle Sorelle Canossiane, è stato possibile offrire alla popolazione più povera e senza mezzi, la possibilità di un checkup medico e visite specialistiche.

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t was a great time for the Canossian Sons of Charity at Malayampadi, Kerala, to explore the charism imprinted in our hearts that to “Make Jesus known and loved”. It is not an easy task at this juncture, to have a medical camp because the fear of pandemic is still in and around us. So it was a great challenge for all who worked behind it to make it successful and make known the people that we are there with them. We express our sincere thanks to Canossian Sisters and the staff (Doctors, nurses) of St. Martin de Porres Hospital, Cherkunnu. The place of our mission in Malayam-

pady, is a very remote area where there is no public transportation until now and it’s very difficult to go to hospital especially for the poor and the sick who needs some emergency medical assistance. In this view we have organized this medical camp. The whole program was conducted based on the covid protocols and made everyone to be aware of it. It was also a chance for all the Seminarians to know the real call of their life, as they are part of the Society to engrave in their mind and hearts the real necessity to assist the sick and the suffering. It is indeed a great joy


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to see the seminarians assisting elderly, so advanced and all the facilities are availaccompanying them to consult doctors able for the people to be healthy. But the or for treatment and listening to them of problem is that how many of them are catheir physical difficulty and Learning to pable to afford it with the huge expenses. understand the importance of our Char- So this kind of free medical camps aimed ism to assist the sick. The Doctors, nurses, at for such people, especially to the poor Canossian Sisters, Parish Volunteers and and those who live in remote areas where the seminarians have been very sensitive there are no immediate facilities for mediand compassionate to all who came to cal assistance. It was a great effort from the Medical Camp. the Canossian Sisters toThe camp had begun in gether with the staff of St. It is a great joy to see the morning at 9 am and Martin de Porres Hospital, concluded at 2 pm, and a the seminarians assisting Cherkunnu and the parish elderly, accompanying lot of people from differpeople of Fatima Matha ent places made use of it. them to consult doctors Church Malayampady. It It was well prepared and takes a lot courage and or for treatment and systematically conducted strength to make such listening to them of their camps successful and with the help of the Canossian sisters and the parish meaningful at this juncphysical difficulty and people of Malayampady. ture and all of them deLearning to understand The one and only chalserve huge appreciations. the importance lenge was the fear of coThis will be a remarkable rona virus among the peoof our Charism to assist day in the minds of the ple but all made use of the people. We thank personthe sick facility created by us. There ally the Superior Sr. Rosewere sufficient doctors for mary Xavier, FdCC and consultation and nurses in each depart- the Administrator Sr. Mary Joseph, FdCC, ment. There was a facility for blood test, and all the sisters who have organized the ECG, Physiotherapy and other major con- camp: because of their charity to the poor sultations were looked into. People came and the sick, many experienced the free with problems like heart related diseases, service of the Medical assistance. Thanks sugar, hyper tension, surgical problems, to you all. stroke or any other pain on the body etc… Today we see that the medical field is Fr. Shyam Prasad, FdCC

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Learn english and explore the world Corso gratuito di alfabetizzazione e di lingua inglese Malayampady, Kannur, Kerala

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alaympady is a place, located on the hill top of Malabar hills, about 6 km away from nearby towns, and no public transportation. The students walk for 12 km every day to go to school. Many of them are poor and daily laborers, so the families cannot afford the daily expenses. During this Pandemic, the children and youth have been bound to stay at home, as the schools were shut down and kept away from education for a long time. Though there is an online classes everyday but being away from school the children and youth have slowly began to find distance from education and study. In this situation our community of Malayampady, have decided to organize English learning classes for students to promote, good values and love for education and also to grow in friendship. We have followed all the protocols of the Covid and took permission from the government and organized this program. Education of Children is the expression of our charity; charity offered to children and youth of Malayampady and to near-

by places, irrespective of caste, creed and religion. Unless the only reason you are learning English is to read literature, you are going to have to communicate with English speakers at some point. Whether traveling abroad, working for an international company or going to an Englishspeaking university. But it is always necessary to know this language because it is the only language widely used and accepted. The course is filled with helpful content, as well as English conversations, dialogues and comprehension. Nowadays, more and more people are dedi-cating time to study English as a second language. We included all the students from kindergarten onwards and divided all of them into different groups under the guidance of different teachers. If communicate is one of their goals, it is important to balance the four major skills; listening, speaking, reading and writing are the main skills you need to communicate. Children are our future. Our goal is to make this future better by allowing them to broaden their knowledge and get to


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Il gruppo dei nostri formandi con P. Shyam e Fr. Prakash

know the surrounding world a little bit. Learning English is only one the first step in their path, but all the great travels are just one step in the right direction. This great adventure involves so much of benefits and the camp is for children growing up in families with low financial status. The main goal of the program is to enable children to attend English course. Moreover, besides learning, a variety of workshops, games and other activities, children have the opportunity to participate in activities that aim at strengthening the faith in their own abilities, co-operation in a group, reducing the level of aggression, learning about other cultures, stimulation to explore new interests. All of the above has an objective to raise the children’s motivation to learn and work on themselves, as well as to reinforce their belief

that their hard work pays off. We believe that this initiative will provide children with an equal start in their future professional life. Many activities we used in English camp. Each activity must be useful and fun for students. First the ideas are given, then we have responded to their work. All had a good chance to learn English. Students feel happy to be together and learn. This effort is very much successful gathering around seventy children from nearby places. I thank all our seminarians, Rijesh sir, (English teacher), Fr. Sinjo and Bro. Prakash for their constant work and their availability to express love towards children to educate them. Fr. Shyam Prasad, FdCC


Timor Leste

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“L’amore fa rumore” Love makes noisy Casa di formazione di Hera, Dili

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hen someone loves, he never feels tired to do what he can in life for his loved ones. Love can turn pains and sufferings into joy for love can makes one able to go beyond himself. Love is the vital core of our human life. Love offers everything out of nothingness and love is the very name of our almighty God. I would like to impart this short article by sharing with you about our Missionary experiences here in Timor Leste. Our mission activities here in Timor Leste mainly are: ORATORIO FOR THE CHILDERN, HUMAN AND CHRSTIANS FORMATION FOR THE YOUNG PEOPLE AND CAMPUS MINISTRY FOR THE YOUNGS UNIVERSITY STUDENTS. We are grateful to the Lord for entrusting these apostolic services in our hands to carry on with the heart that is mission. God has been so generous and

loving in all His ways. It is always significant and joyful to put ourselves at the service of others. We feel they joy significantly born out of this mission. The flame and ardent desire to serve has always been the desire of ours to give what we can with our whole being for the service of God’s people. We have weekly oratorio for both children and youths every Saturdays and Sundays afternoon from 14:00-18:00. And for the young university students, the so called “CAMPUS MINISTRY is from Monday to Friday. In this mission services we have various activities such as: personal accompaniment, Catechism, human and spiritual counseling, English class, games, amination and human formation. Our goal to journey together with these young people and the children is first of all derived from our availability to be an


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ANIMATOR, FORMATOR AND EDUCATOR. We are joyful and filled with energy to serve in this ministry even though in many instances we are limited with the material resources. Many times when we program to realize the formative outreach activities the problem that we always encounter is material resources and financial aspects. However, we always believe in the providence of God. In the garden of God there is always enough for everybody. Thera are

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l nostro seminario di Timor Leste ha aperto le porte alle persone scampate alle terribili piogge torrenziali che ai primi di aprile hanno flagellato l’Indonesia e Timor Leste. Si tratta di intere famiglie, con anziani, bambini e persone con disabilità. I nostri seminaristi hanno ceduto le loro camere alle mamme con bambini piccoli, mentre gli altri sfollati hanno trovato riparo nel campo da gioco coperto che si trova all’esterno del seminario. Queste circa 600 persone si sono trovate ad avere perso tutto e ad avere bisogno di tutto: materassi su cui dormire (coricandosi sul cemento del cortile o su qualche stuoia), coperte, vestiti, medicinali, prodotti igienici e cibo. Il Vescovo di Dili e alcuni benefattori hanno subito donato dei sacchi di riso ma sarebbero bastati solo per alcuni giorni se non fossero arrivati anche gli aiuti dai benefattori italiani. Durante questa emergenza i nostri seminaristi, con un gruppo di volontari e

always many generous and kind people that are helping us in our formative and educative journey. It is all happen because of God. Indeed, it is beautiful to serve, because to serve is JOY, a joy that is born from love and commitment in serving others. I would like to share with you some pictures regarding our formation program and activities of oratorians and young university students.

anche dei giovani studenti universitari dell’Università di Dili (dove p. Nivio lavora come cappellano), si sono organizzati per distribuire il cibo in due turni. Anche una Madre canossiana infermiera è accorsa per prestare aiuto alle persone ferite e ammalate. Questi fratelli, assieme alle loro case di lamiera, hanno perso tutto e dovranno rimanere nel nostro seminario fino a che il governo non interverrà per aiutarli a trovare un posto per accoglierli e ricominciare da zero. Per questo è stato necessario costruire un altro capannone per mettere al coperto le numerose persone che non potevano essere accolte in casa. Grazie di cuore a tutti i benefattori che subito e generosamente hanno risposto e inviato le loro donazioni. Ci hanno permesso di sfamare e assistere i poveri che hanno bussato alla porta della nostra casa di formazione. Ecco il più bel frutto della Pasqua: la carità canossiana senza confini e che abbraccia tutto il mondo!


Kenya

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Dedicata a San Giuseppe la nuova casa di formazione sorta a Ongata Rongai (Kenya)

La nuova casa “St. Joseph Formation House” e il gruppo dei giovani formandi

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autenticità della nostra risposta aiuterà anche altri a riconoscere la voce di Cristo e a seguirlo, assieme a noi o per altra via. Compiremo così uno speciale servizio alle persone e alla Chiesa, nel rispetto della vocazione di ognuno. Saremo pertanto particolarmente impegnati, come singoli e come comunità, a pregare il Padre perché invii nuovi fratelli, a proporre ai giovani con semplicità e coraggio la nostra vocazione, ad accogliere con gioia e disponibilità i nuovi membri aiutandoli nel cammino della formazione. (Regola di Vita, Costituzioni n° 180 – 181)


In ricordo di...

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Padre Pietro Cattelan n. 2-07-1946 + 24 gennaio 2021, alle ore 9 L’omelia del Superiore generale P. Carlo Bittante Il nostro amore fraterno si deve estendere anche oltre la morte. Ricordiamo dunque con venerazione i fratelli che Dio ha chiamato a sé; offriamo per loro i suffragi e custodiamo nel cuore il loro esempio, perché possiamo continuare nello spirito che ci è stato tramandato e che essi hanno vissuto. Regola di Vita, Cs 165

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ratelli, tutto è per voi, perché la grazia, accresciuta ad opera di molti, faccia abbondare l’inno di ringraziamento per la gloria di Dio” (2 Cor 4, 15). Tutto abbiamo ricevuto tanto dal Signore e questa celebrazione è ringraziamento al Signore per il dono della vita e della vocazione canossiana di p. Pietro, ma anche ricordo dei momenti significativi della sua vita, dei valori da lui vissuti e del tanto ben fatto.

Nato a Piove di Sacco (PD) il 2 luglio del 1946 p. Pietro viene battezzato 5 giorni dopo a Pontelongo PD suo paese di origine a cui è sempre stato legato. Figlio di Silvio e Carolina, P. Pietro è l’unico maschio con tre sorelle; è ancora piccolo quando improvvisamente nel 1953 viene a mancare papà Silvio lasciando la moglie e figli senza sicurezza e sostegno. Ma la madre reagisce, trova un lavoro e pur controvoglia accetta di mandare il figlio nel colle-


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gio “Solarium” di Monselice che accoglieva orfani di lavoratori. Lì Pietro non solo termina le elementari nel 1957 ma anche, facendo il chierichetto, viene in contatto con i padri e chierici Canossiani (ospitati nella canonica del Duomo Vecchio) e poco dopo entra come aspirante nel Collegino dei Padri Canossiani a Fonzaso. Nella sua richiesta di essere ammesso al noviziato, il 27 luglio del 1963, all’età di 17 anni, scriveva: “Dopo aver trascorso le vacanze estive durante le quali ho pensato seriamente sulla grandezza della missione sacerdotale, anche se la vita che mi attende non sarà priva di sacrifici, ho deciso di continuare nella mia vocazione. Chiedo di essere ammesso nella Congregazione dei Figli della Carità Canossiani. Confidando nella protezione di Maria SS Addolorata spero un giorno di fare tanto del bene tra la gioventù maschile”. Il 15 settembre 1963 entra in noviziato a Castelli di Monfumo (TV); emette la prima professione il 16 settembre del 1964. Continua gli studi di teologia ad Asolo e il 12 ottobre 1969 fa la professione perpetua. Viene ordinato diacono il 21 dicembre 1969 a Treviso e sacerdote nella cattedrale di Asolo il 21 giugno del 1970 assieme ad altri 4 compagni: p. Alessandro Cibin, p. Carlo Fadale, p. Fernando Pescarolo e p. Antonio Marchioro. Lo scorso anno aveva celebrato a Fonzaso il 50° di sacerdozio. P. Pietro era legato alla sua famiglia e al suo paese come ricorda p. Augusto Boscardin nell’omelia della Prima Messa Novella: “Sei sacerdote e sei tornato a rendere partecipe di questa realtà i tuoi familiari. Tanta parte del tuo sacerdozio lo devi alla tua famiglia che ti è stata tanto vicina, che con te ha trepidato, sperato, gioito e pregato soprattutto. Sei tornato tra i tuoi compaesani che hanno creduto che il Signore può chiamare uno dei loro figli e renderlo suo rappresentante... hanno ringraziato con il suono festoso delle campane, con l’innocenza dei bambini, con la loro presenza piena di fede a questa Messa”. Questa stessa presenza e partecipazione festosa paesana si era ripetuta 25 anni dopo ed

è testimoniata nel numero speciale del bollettino parrocchiale di Pontelongo del settembre 1995. In un articolo di quel bollettino il signor R. Bizzarro ripercorre la vita di p. Pietro e termina con un augurio: “Auguri, caro p. Pietro, il buon Dio nella sua immensa misericordia ha voluto che le alterne vicende della tua infanzia e della tua adolescenza fossero finalizzate ad un solo scopo, cioè quello di essere un suo ministro destinato alla guida di altri giovani che forse in un lontano domani avessero la grazia di percorrere la stessa strada che tu hai vissuto”. Appena ordinato sacerdote, p. Pietro fu mandato all’Oratorio di Fonzaso come assistente; da lì poi ha servito in altre 11 comunità d’Italia da Saint Vincent in Valle d’Aosta a Pachino in Sicilia, da Milano a Fasano, da Cavarzere a Caltagirone, da Conselve ad Acireale come incaricato dell’Oratorio e vicario parrocchiale. Due sono le caratteristiche del suo vivere e servire canossiano che emergono chiare: la quotidianità di presenza e la disponibilità. P. Pietro ha preso sul serio quel valore che viene dalla tradizione educativa Canossiana nell’oratorio: la presenza, l’acco-


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glienza e l’assistenza quotidiana. Riteneva importante questo servizio semplice, umile e informale ma essenziale. I ragazzi e i giovani che arrivavano in Oratorio per la catechesi, gli incontri, il gioco, lo trovavano lì presente dall’apertura alla chiusura attento che tutto andasse bene. Dove è stato ha cercato di costruire comunità e instaurare rapporti buoni con i confratelli anche se non gli era sempre facile. Diceva un confratello parlando di lui: “Per quanto l’ho conosciuto ho ammirato la sua semplicità. Ho pure apprezzato la sua sincerità, anche quando nelle sue valutazioni diceva cose scomode”. Un altro confratello invece dice: “Mi piace ricordarlo con quel suo ‘cipiglio’ che nascondeva però un cuore buono”. Il secondo valore vissuto da p. Pietro è stata la disponibilità. Cambiare casa, lasciare un'opera dove ci si trova bene, non è sempre facile, ma è parte della nostra vita di religiosi. Poche volte è stato lui a chiedere ai superiori di essere trasferito, come quando si sentì stanco del suo lavoro in collegio; più spesso erano l’obbedienza e le necessità della Congregazione che lo portavano a fare le valigie. Nel novembre del 2004 dopo solo due anni a Milano il Superiore generale gli chiedeva di andare a Cavarzere e gli scriveva: “Prego il Signore che ti dia la grazia di accettare questo passaggio con convinta disponibilità, serenità e volontà di inserirti con semplicità e generosità nel vasto campo di lavoro del patronato.” In un’altra lettera del 2011 nella quale gli chiedeva un altro trasferimento, diceva: “Il Signore saprà premiare questa tua generosità. Da parte mia la stima e l'apprezzamento sincero. Questa disponibilità costituisce la sostanza della nostra vita religiosa”. Certamente non sono stati facili per p. Pietro gli ultimi quattro anni della sua vita quando fu necessario trasferirlo a Fonzaso: qui davvero ha sperimentato il “disfacimento dell’uomo esteriore” perdendo gradualmente, a causa della malattia, la stabilità, la possibilità di camminare e l’autonomia. Più di una volta è caduto anche

Dal Vicario Generale della diocesi di Noto Mons. Angelo Giurdanella

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o appreso della morte di p. Pietro, vi sono vicino e lo affido al Buon pastore. Ha servito la chiesa, ha amato il suo ministero e il carisma. Simpatico, singolare, generoso. Non va perduto nessun gesto d’amore anche piccolo, non si perde nessuna cura amorosa, nessun atto di generosità. Il bene che ha fatto circola nel mondo e nella storia e ci arriva anche se non sempre ci accorgiamo e rendiamo grazie. Grazie p. Pietro per i semi di vangelo sparsi anche nella nostra chiesa locale di Noto, a Pachino e nella tua famiglia dei PP. Canossiani. Mi unisco nella preghiera e vi sono vicino. Grazie del vostro servizio generoso e amabile.” per strada a Fonzaso e qualcuno l’ha aiutato a rimettersi in piedi! Ha sofferto molto fisicamente e soprattutto moralmente; certamente il Signore con la sua grazia lo ha preparato come “l’oro nel crogiuolo” purificandolo e rendendolo offerta gradita. Un grazie speciale va alla comunità di Fonzaso che lo ha accolto, accudito, sostenuto in questi anni di sofferenza. “Se il chicco di grano, caduto a terra non muore rimane solo; se invece muore, produce molto frutto... se uno mi vuol servire mi segua e dove sono io là sarà anche il mio servitore” (Gv. 12, 24). P. Pietro ha sperimentato la sofferenza del chicco di grano che muore lentamente, ha accettato di servire e seguire Gesù fino in fondo, e siamo sicuri che si trova ora assieme al Signore, ai suoi genitori, a tanti confratelli nella gloria del Padre. Infine, diciamo il nostro grazie a p. Pietro, con le parole che p. Sergio Pinato, allora superiore Generale, gli scrisse il 14 luglio 1995 in occasione del 25° di sacerdozio di p. Pietro: “Caro p. Pietro… Gradisci il grazie riconoscente che schietto dal profondo del cuore nasce spontaneo per tutto il bene compiuto in seno alla famiglia Canossiana a favore di tanti ragazzi, giovani,


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ammalati e anziani nelle diverse comunità dove l’obbedienza ti ha posto durante questi 25 anni di attività sacerdotale canossiana. Grazie per il tuo servizio compiuto sempre con generosità e semplicità anche se a volte nel volto c’erano i segni della burrasca ma nel cuore sempre la gioia e l’entusiasmo.... Grazie per la testimonianza di generosità che giorno dopo giorno dai nell’umiltà a

servizio specialmente della catechesi e del gruppo liturgico. Sono appunto i piccoli, i ragazzi, i catechisti che con me ti ringraziamo per la tua spontaneità del dono e per la tua sollecitudine nel venire incontro alle loro necessità, senza dimenticare gli anziani e gli ammalati.” Fr. Carlo Bittante, FdCC

Tiziana Pentassuglia, laica canossiana di Fasano

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iziana è stata una presenza importante nelle nostre vite, e ognuno porta nel cuore i bei momenti vissuti in amicizia e fratellanza. Come un'opera d'arte che col passare degli anni, assume valore così è stata la sua vita in mezzo a noi. In particolare porteremo nel cuore il cammino fatto con lei nei Laici Canossiani, gli incontri di spiritualità e di formazione assieme ai Padri, nei quali abbiamo fatto un cammino alla sequela del Crocifisso, come ci ha trasmesso Santa Maddalena di Canossa. “INSPICE ET FAC SECUNDUM EXEMPLAR” (GUARDA CONTEMPLA E CERCA DI FARTI SIMILE A LUI!). Questa frase ha dato e continua a dare il senso del carisma Canossiano, nella vita dei Padri, delle Madri, e di noi laici. Ma in particolare, Tiziana nell'ultimo periodo della sua vita, ci ha consegnato proprio questa immagine: la scena ai piedi della croce con Maria Addolorata, così anche lei nella sofferenza ha vissuto pienamente quel momento e contemplando il Crocifisso si è fatta simile a lui. Una sofferenza vissuta con fede fino all'ultimo, nei momenti difficili è stata addirittura lei un sostegno per gli altri, e per chi era al suo capezzale. Il suo vivere da laica canossiana anche a distanza, in ospedale soprattutto durante le lunghe degen-

ze, ha incoraggiato noi a non perdere la speranza. Sempre pronta a rispondere ai nostri messaggi con parole semplici che dicevano il suo forte desiderio di tornare in mezzo a noi e continuare il suo cammino. “Tornerò, tornerò!”, ci ripeteva spesso... Questo era il suo grande desiderio, soprattutto per stare con la sua famiglia, con la sua piccola Sara e suo marito Martino, con gli amici di una vita, e tra i piccoli della scuola materna dove insegnava. Il Signore l'ha chiamata a sé la sera di giovedì 3 dicembre 2020, a soli 45 anni, circondata dai suoi cari. Porteremo sempre nel cuore il suo ricordo, l’amore per la vita che ci ha trasmesso anche attraverso la sofferenza, e il modo in cui l'ha vissuta. Grazie Signore per il suo dono e la sua presenza! Laici Canossiani di Fasano


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Madre Flora Peron, missionaria canossiana

M. Flora, la prima seduta a sinistra, a Bukoba nel 1990

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l 31 gennaio scorso, nell’infermeria delle Madri Canossiane di Vimercate, Madre Flora Peron ha concluso il suo percorso terreno. Volentieri la ricordiamo da queste pagine perché questa Madre canossiana missionaria ha avuto un certo ruolo nella fondazione della nostra prima missione in Africa, in Tanzania. In modo particolare con il suo sostegno fraterno, il consiglio, l’accoglienza e la preghiera. Ho incontrato e conosciuto M. Flora a Bukoba, sulle rive del lago Vittoria, nel lontano marzo 1990, quando p. Augusto Boscardin mi inviò in avanscoperta a incontrare le Sorelle, visitare le loro case e missioni e incontrare anche alcuni giovani che chiedevano di entrare nel nostro Istituto. M. Flora era quell’an-

no superiora della comunità di Bukoba, la chiamavano “Mama Flora”, e si sentiva subito che era una madre accorta e amata anche dalle giovani Sorelle africane. Mi accolse subito con grande fraternità non facendomi mancare il suo consiglio e il suo appoggio, e l’incoraggiamento perché avviassimo al più presto una fondazione in Tanzania. Anche quando rientrò in Italia per motivi di salute continuò a rimanere in contatto, ad interessarsi, a pregare e offrire per la crescita della nostra missione africana. Dio la ricompensi della sua vita dedicata alla missione, della fraternità e del suo amore per il nostro minimo Istituto! p. a.


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Vimercate, 2 febbraio 2021 “I miei occhi hanno visto la tua salvezza”

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el giorno della Presentazione di Gesù al Tempio e giornata della vita consacrata, ci siamo trovati a dare l'ultimo saluto alla carissima Madre Flora. Innanzitutto le diciamo il nostro grazie per la sua fedeltà alla chiamata del Signore a seguirlo e poi per quanto ha operato nella sua vita di missionaria in Africa. Madre Flora nasce a Pederobba (TV) nel lontano 1925, ultima di cinque sorelle. I genitori gestivano un negozio e Madre Flora amava ricordare come da piccola, trascorreva le ore a giocare sotto il banco con le bambole, mentre la mamma serviva i clienti che lei osservava con curiosità. Cresciuta, la mamma la portava con sé al mercato, abituandola al lavoro. Non sappiamo chi l'ha guidata a rispondere alla chiamata del Signore nel nostro Istituto, ma sappiamo che arrivò a Vimercate, con tutto l’entusiasmo dei suoi vent’anni, per iniziare il postulandato, come aspirante missionaria nel giugno del 1945. Nel dicembre del 1947 emette la prima professione e nel settembre 1953 la professione perpetua. Continua la sua formazione fino al 1960 quando parte per la Missione ad gentes in Tanzania, dove rimarrà, (salvo una parentesi di due anni dal 1986 al 1988, a Vimercate, per cure mediche) fino al 2004 quando tornerà definitivamente in Italia. Nel 2016, per motivi di salute, passa nella Comunità di infermeria. In Tanzania, Madre Flora, operò in diverse comunità: Mugana, Kunduchi, Bukoba, Arusha, come insegnante di taglio e cucito, di religione, nella pastorale e come responsabile di comunità. Dotata di grandi capacità manuali (qualcuno aveva detto che sarebbe stata capace anche di vestire una mosca) e molto creativa, personalità forte, ma aperta a tutti e molto socievole, come ricorda chi ha vissuto e operato con lei,

Interno della chiesa di Vimercate

metteva amore ed entusiasmo in tutto ciò che faceva: si impegnò sempre, da vera Canossiana, per far conoscere ed amare il Signore, promuovere i poveri, in particolare le giovani donne, perché avessero una vita migliore, instaurare relazioni positive con tutti: clero, altre congregazioni religiose, la gente del posto, inclusi i musulmani. Perché, per lei gli uomini erano “fratelli tutti” come dice papa Francesco. Si dedicò pure alla formazione delle giovani donne della tribù nomade dei Masai. Tornata in Italia, quando l'età e gli acciacchi la costrinsero ad essere trasferita in infermeria, non fu facile per lei accettare il cambiamento, ma lentamente si riconciliò con i limiti e le fragilità. Molto devota della Madonna, si dedicava molto alla preghiera; partecipava, anche con contributi personali, a tutti gli incontri comunitari. Seguiva con il cuore e la preghiera i parenti lontani. Quando il Signore bussò alla sua porta, la trovò pronta: visse gli ultimi giorni nella pace e consapevolezza che era giunta l'ora di tornare alla Casa del Padre, circondata dalle cure delle infermiere e delle consorelle che accoglieva sempre con gioia e a volte anche con le sue battute spiritose. Si spense in pace domenica 31 gennaio.


Cari amici e lettori del Foglietto... “IL FOGLIETTO” è un periodico di notizie e di collegamento, iniziato dal Servo di Dio padre Angelo Pasa per far conoscere l’Istituto Canossiano e per chiedere aiuto per le case di formazione e per le opere della Congregazione. Grazie all’opera dei Superiori che si sono succeduti e dell’indimenticabile padre Modesto Giacon che per molti anni ne è stato il Direttore, IL FOGLIETTO ha continuato ad essere pubblicato e a svolgere la sua missione di informazione collegamento nella Famiglia Canossiana e con tanti amici e sostenitori delle nostre opere, delle Missioni Canossiane e dei progetti missionari. Per ricevere IL FOGLIETTO non c’è bisogno di abbonamento, ma è gradito un contributo per le spese di edizione e spedizione. Se desiderate riceverlo o farlo arrivare a qualcuno, o per segnalare un cambio di indirizzo, compilate il modulo e rispeditelo a

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Venezia 1831. I due confondatori Giuseppe Carsana e Benedetto Belloni iniziano nell’umiltà l’opera voluta da S. Maddalena

Durante questi mesi di pandemia abbiamo potuto sperimentare che le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti! Papa Francesco

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