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CISL

Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori FEDERAZIONE NAZIONALE DELLA SICUREZZA LA SEGRETERIA NAZIONALE

Roma, 13/05/2009 00185 Roma – Via dei Mille, 36 Tel. (06) 4469831 – 4457113 – 4940558 Fax 4450621 E-mail: snvvf2@tin.it

Care Amiche ed Amici Congressisti ed illustri Ospiti, dopo lo svolgimento dei congressi territoriali e regionali, oggi celebriamo il congresso nazionale, il primo Congresso della Federazione della Sicurezza della CISL. La prima considerazione che mi sento di esternarvi, è quella che a volte i sogni diventano realtà. I progetti e gli obiettivi che ci eravamo prefissi come categoria da lunghi anni, quelli cioè di unire gli operatori della sicurezza, oggi, diventano fatti concreti con la celebrazione del nostro Congresso . La Cisl, con tale scelta, ha nuovamente dimostrato la sua grande capacità di capire il cambiamento ed adeguarsi sul piano organizzativo ai peculiari fini istituzionali ed alle esigenze specifiche dei lavoratori che operano nella sicurezza. II tema della sicurezza infatti, è diventato un elemento che sempre di più condiziona i comportamenti, le percezioni ed il modo di pensare dei cittadini italiani ed europei, fino al punto di essere considerato, dagli osservatori più consapevoli e dall'opinione pubblica, un nodo critico in grado di mettere in crisi il patto democratico che lega istituzioni e cittadini. C'è un problema sicurezza connesso alla illegalità delle tante "mafie" presenti nel Paese, alla micro e grande criminalità, oggi sempre più legata al movimento delle persone, alle migrazioni prodotte dall'allargamento dell'Unione Europea, all'effetto dei trattati di libera circolazione delle persone ed alla pressione che l'area povera del mediterraneo esercita sui confini dell'Europa e del nostro Paese in particolare. Perché masse che si spostano trascinano con sé culture che faticano ad integrarsi, producono marginalità, a volte sfociano nel crimine e nel microcrimine ed alimentano paure e xenofobie. C’e un problema sicurezza connesso al mal funzionamento del sistema giudiziario, alla precaria garanzia della certezza della pena e alle carenze croniche del pianeta carceri. In parallelo, prende sempre più forma una dimensione storica e al contempo inedita della sicurezza, legata all'esplosione di fenomeni naturali connessi agli effetti della forte spinta antropica esercitata sull'ambiente: incendi, inondazioni, cambiamenti climatici, terremoti, la sicurezza agroalimentare e quella inerente la difesa civile, deputata a fronteggiare i fenomeni emergenti degli attentati terroristici che si possono manifestare con aggressioni di tipo nucleare , chimico e batteriologico. Si tratta di eventi che hanno smarrito la loro forma sporadica e che si presentano con una frequenza tale da produrre sempre nuovi motivi di ansia sociale, di insicurezza, di stress e che si innestano


nel "vissuto della collettività" in un'altra dimensione chiave, ossia quella della insicurezza economica ed occupazionale derivante dalla recente e gravissima crisi finanziaria. Un fenomeno che ha investito il continente e che può produrre un cortocircuito in grado di radicalizzare il quadro alimentando paura, precarietà e timore.

Questo ventaglio di insicurezze, in assenza di interventi efficaci, può aprire la strada a un pessimismo individuale e collettivo che ridimensiona la fiducia nel futuro, ossia il fattore emotivo che decide il segno positivo o negativo dei consumi e l'entità del rischio di recessione economica e quindi, metterebbe a serio rischio la coesione sociale del Paese. Tale quadro di confini labili ed interconnessi tra tematiche criminali e di sicurezza civile ha trovato un momento di sintesi simbolica e materiale nell'attentato terroristico dell'11 settembre 2001 che ha posto su un terreno, nuovo ed unitario, il tema della sicurezza e delle attività ad essa connesse. Per la prima volta, infatti, le attività di intelligence e di repressione si sono mosse in parallelo con quelle relative al soccorso pubblico, per migliorare la capacità di prevenire i rischi sociali conseguenti un attacco terroristico e di organizzare le forme e gli strumenti di un soccorso efficace. La minaccia terroristica ha insomma dato ulteriore corpo all'esigenza di coordinamento, di relazione e di visione unitaria tra i diversi attori della sicurezza. Per tale insieme di ragioni è possibile affermare che la sicurezza rappresenta un vero e proprio "bene sociale primario" da tutelare, una "questione nazionale" da affrontare e risolvere. Si tratta di una consapevolezza nuova che ha prodotto un diverso approccio al problema, raccogliendo un interesse largo e condiviso, coinvolgendo aree politiche e culturali tradizionalmente insofferenti rispetto ai concetti dell'ordine, della legalità e della sicurezza complessiva, depurando dalla ideologia una questione per lungo tempo considerata espressione di una cultura dell'ordine, tendenzialmente di destra ed aprendo la strada ad azioni e scelte fino ad ora improponibili. Per ogni collettività e in ogni tempo i "servizi" connessi alla Sicurezza hanno svolto un ruolo essenziale nella costruzione della qualità della vita del cittadino e nell'orientarne il consenso rispetto alla politica, alle istituzioni ed in generale al sistema democratico. Nel passato Il principio di fondo era quello della sicurezza come costruzione in divenire, oggi prevale, invece, una percezione inversa, secondo la quale, si è "meno sicuri di ieri e più sicuri di domani". Per questo il Tema si pone sempre di più come "questione nazionale" e costringe ad una presa di coscienza del problema tutte le organizzazioni e le istituzioni che concorrono allo svolgimento e allo sviluppo della vita democratica. Inoltre, la consapevolezza dei termini globali, in cui si pone il problema, implica un superamento della parzialità che ha caratterizzato in passato gli attori della sicurezza, ciascuno dei quali agiva in un ambito specifico, spesso al netto di ogni coordinamento e relazione anche con soggetti e problemi oggettivamente contigui. Abbiamo visto come il tema della sicurezza sia invece multiforme nei suoi confini. E' un prisma che riflette questioni geopolitiche, di legalità, di esigibilità della pena, di trasformazione e tutela del territorio, di gestione dei flussi migratori, di prevenzione e repressione di comportamenti criminali.


A fronte dell’importanza della materia non si poteva sottostima del problema da parte del sindacato.

immaginare un'assenza o una semplice

L’attenzione, mediatica, politica e, obiettivamente, socialmente diffusissima sul tema della sicurezza, impone infatti, nell'agenda di ogni sindacato, in quella della Cisl in particolare, un posto preminente a questo problema. La Cisl si è quindi posta l'obiettivo di interpretare con sempre maggiore incisività il profilo di questa questione nazionale, lo impone la nostra identità di forza storicamente votata alla tutela di interessi generali, il ruolo leader nella rappresentanza dei lavoratori che operano nel campo della sicurezza e l'idea fondante di essere anche sindacato dei cittadini, ossia responsabili nel cogliere per tempo i problemi che coinvolgono i lavoratori, nostri rappresentati e la collettività nazionale nel suo insieme. Come abbiamo detto, il tema della sicurezza impegna la Cisl nel profondo della sua identità, e nel contempo le chiede lo sforzo di aderire alla globalità del problema anche sotto l’aspetto della propria capacità organizzativa e di rappresentanza. La Cisl infatti, garantisce da sempre rappresentanza a molti soggetti che lavorano nel campo della sicurezza: Vigili del Fuoco, Polizia Penitenziaria, Corpo Forestale ed è di gran lunga la Confederazione che qualitativamente e quantitativamente ha rappresentato questo "mondo". Una rappresentanza sindacale che organizzativamente era stata strutturata quando i diversi aspetti della sicurezza venivano governati senza una visione d'insieme, quando era difficile immaginare connessioni trasversali tra politica, territorio, ambiente, criminalità e migrazioni. La scelta fatta è quella di affrontare con una rappresentanza unitaria che potremmo definire "globale" per connetterci ad un problema "globale" come quello della sicurezza. In questo senso si è pensato ad un soggetto unico, ad una Federazione della Sicurezza capace di dare un profilo unitario alla rappresentanza e di affrontare i problemi con una visione allo stesso tempo articolata e d'insieme. Ebbene e come è ormai noto, in questo nuovo soggetto sono confluiti, attualmente i Vigili del Fuoco, la Polizia Penitenziaria ed il Corpo Forestale dello Stato. Ci auguriamo che in un prossimo futuro possano confluire anche altri operatori della Sicurezza, a partire dagli operatori della Polizia di Stato, cui auspichiamo un loro ingresso in CISL in considerazione del confronto esistente e della vicinanza tra il SIULP e la nostra Confederazione. Dando vita a questo progetto sarà possibile conseguire diversi risultati:

 Orientare gli interlocutori istituzionali a leggere in modo unitario il mondo della Sicurezza, con vantaggi "bilaterali" per l'efficacia del servizio e per lo stato dei lavoratori.

 Offrire alla Confederazione un solido punto d'appoggio per dimostrare al Governo ed ai lavoratori la capacità di assumere iniziative e ricoprire un ruolo propositivo in un settore strategico per gli interessi del Paese.

 Garantire ai lavoratori della "Sicurezza" una rappresentatività negoziale più forte nei confronti della parte datoriale sia nelle tematiche più prettamente contrattualistiche, che sulle politiche della e per la sicurezza.


 Rafforzare la CISL. in termini qualitativi e quantitativi, dimostrando così sempre di più la sua capacità di interagire e prevedere il cambiamento e le nuove esigenze di rappresentatività che le trasformazioni economiche, sociali e tecnologiche impongono al Paese. In modo tale da valorizzare e tutelare una specificità della rappresentanza che riflette bisogni generali, bisogni di categoria ma anche identità connessa al simbolismo della divisa, alla sua capacità di produrre sentimenti di appartenenza e al senso di sicurezza che proprio la divisa riesce ad infondere in ampi strati della popolazione. Solo una rappresentanza unitaria dei lavoratori della Sicurezza potrà consentire una rinnovata forza negoziale e soprattutto essere parte attiva nell'organizzazione e razionalizzazione dei servizi e sull’efficienza ed efficacia degli stessi. Come ben può comprendersi le tematiche della sicurezza si snodano in processi complessi ed articolati che peraltro riguardano anche un'importantissima quota di lavoratori militari (carabinieri, guardia di finanza, esercito) con i rappresentanti dei quali una Federazione unitaria potrà più proficuamente interloquire. La complessità dei processi e la platea degli interessati non consentono infatti, visioni parziali ed egoistiche; la scelta unitaria ha una grande valenza politica ed una forte potenzialità in progress e la sua forza si snoderà sempre di più salvaguardando le esperienze, le storie e le specificità di ogni componente. L’impressione che ho avuto, partecipando direttamente a tutti i congressi regionali, è stata molto positiva. La qualità ed i contenuti delle relazioni congressuali ed il livello assunto dai dibattiti, gli interventi dei responsabili dei tre settori, mi hanno dato la netta e piacevole sensazione della forte condivisione del progetto organizzativo, della grande capacità di analisi, delle convinte scelte fatte, del forte senso di appartenenza all’organizzazione, della necessità di confermare la nostra impostazione sulle linee rivendicative del Corpo Nazionale dei VVF, dell’esigenza di lanciare con più forza quelle inerenti la Polizia Penitenziaria e quelle riguardanti il Corpo Forestale dello Stato. Nel ringraziarvi di questo, colgo l’occasione di esternarvi i miei sentimenti di pubblico affetto per il calore e gli apprezzamenti che mi avete rivolto durante questo lungo e faticoso percorso nei vostri territori. Lo stato della situazione e la compattezza manifestata mi consente, in questa relazione, di affrontare prevalentemente temi politici di ordine generale, fare valutazioni sullo stato dell’arte, e indicare le proiezioni future dei tre settori della Federazione della Sicurezza.

In questi tre giorni di analisi, riflessioni e di aperto dibattito, dovremo indicare infatti, gli orientamenti , le linee sulle quali basare le nostre azioni e comportamenti volti prevalentemente a sviluppare il servizio di sicurezza che forniamo ai cittadini e ad elevare e migliorare le condizioni dei lavoratori interpretandone le esigenze e le aspettative. Saremo chiamati infine, a indicare il gruppo dirigente che avrà l’onore e l’onere di rappresentare l’Organizzazione e perseguire gli obiettivi che scaturiranno da questo alto consesso.


Ci attende quindi, un importante ed esaltante compito con il quale dovremo individuare le prospettive e le linee strategiche del nostro agire di grande respiro e di medio termine ed anche analizzare i punti critici del lavoro quotidiano e valutare le proposte e le strategie atte a risolverli. La nostra storia, le idee, i percorsi, i traguardi, il futuro, sono di fatto ieri, l’oggi ed il domani del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco e dei lavoratori che lo compongono e pensiamo possano essere un utile riferimento presente e futuro dei settori che oggi, insieme a noi, compongono la Federazione della Sicurezza. Pensiamo che il nostro fare, la capacità di rappresentare le istanze di ogni lavoratore e le necessità di sviluppo dei servizi di sicurezza in favore dei cittadini sia la scelta vincente sia per gli addetti ai lavori che per l’intero Paese. Reale speranza di tanti uomini e donne che partecipano con noi e tra di noi per migliorare le condizioni di tutti i lavoratori, anche di quelli che non militano nella nostra organizzazione e di quelli non iscritti al sindacato, sempre avendo come valore guida la nostra autonomia. La nostra autonomia è la nostra forza, la forza di donne ed uomini liberi che hanno scelto di mettersi al servizio dei lavoratori e di tutelarne gli interessi complessivi. Da questo valore partiamo per condurre la nostra analisi, fare proposte e battersi per esse. Ogni giorno che passa la gravissima crisi finanziaria ed economica assume contorni sempre più preoccupanti e gli effetti devastanti si allargano pericolosamente sulle fasce più deboli della società La crisi, la più grave degli ultimi decenni, necessita nel contempo decisioni globali e specifiche nei diversi paesi, necessita decisioni e di esercizio di responsabilità da parte di tutti; impone il concorso delle forze politiche di maggioranza e quelle di opposizione ed investe le parti sociali e, in primo luogo, quelle che come noi hanno sempre assunto il confronto , la negoziazione, la concertazione come elementi essenziali per il “buon governo” del Paese. Il mondo è stato squassato dalla crisi derivante dall’uso disinvolto e senza regole del sistema finanziario. Nel G20 e nel prossimo G8 i paesi più potenti della terra stanno tentando di mettere a punto soluzioni che, tramite l’utilizzo di misure straordinarie, possano limitare gli effetti della crisi finanziaria sull’economia reale, quindi sul lavoro e sulla intera collettività. Alcune misure tampone nel nostro Paese sono state assunte sugli ammortizzatori sociali e sul lavoro precario, tuttavia esse non sono sufficienti, è necessario infatti, che il Governo faccia uno sforzo straordinario pari alla gravità della crisi che avvolge soprattutto le famiglie e le fasce più deboli che non ce la fanno ad andare avanti e che quindi determina ulteriori disuguaglianze sociali. La crisi mondiale, che investe anche il nostro Paese non è solo economica e finanziaria ma anche morale ed etica ed il rischio di arrivare a lacerazioni profonde del tessuto sociale è molto elevato. Pensiamo che sia necessario un giudizio etico sulla crisi, sul liberismo sfrenato degli ultimi decenni che ha trasformato l’economia in un mezzo di arricchimento di pochi attraverso lo strumento della finanza globalizzata e l’uso senza ostacoli della delocalizzazione delle imprese con l’unico scopo del profitto. Alcuni cenni questi, di un ritratto impietoso del capitalismo perverso dei nostri tempi che dovrebbe essere mutato nell’economia civile, ossia quella della reciprocità, in cui accanto ai criteri dell’efficienza e del profitto delle imprese si aggiunga quello del profitto sociale, il bene comune di cui la Chiesa parla da più di un secolo, di là dei sempre più sterili conflitti ideologici tra stato e mercato


Al centro del modello di sviluppo degli ultimi decenni c’è stato il possesso, il principio dell’accumulo, la competizione senza limiti ed il mercato senza regole. Negli anni ottanta si chiamava il reaganismo, una concezione politica che ha condizionato molte economie e tantissimi cittadini del pianeta; oggi ne cogliamo gli effetti distruttivi, da un lato nella lacerazione della coesione sociale delle comunità e dall’altro in ciò che ha generato : consumismo e stili di vita insostenibili. La crisi mondiale può essere una grande opportunità per affrontare anche la più grande minaccia che incombe sul nostro tempo, quella ambientale. Tale problema, a mio giudizio si fronteggia, investendo in ricerca e nel campo dell’innovazione sull’energia pulita , sugli energetici ad alta efficienza e sulla conservazione del mondo naturale sempre più minacciato. Io penso che se vogliamo vivere il futuro in prosperità, si dovranno raggiungere conquiste sul terreno dell’energia pulita e nel contempo, avere un più profondo rispetto delle foreste, degli oceani e dei punti caldi della biodiversità ossia delle aree in cui la variabilità della specie e degli ecosistemi è a rischio. Politica ambientale , democrazia economica e politica della sicurezza riteniamo siano i temi fondamentali da affrontare nel nostro Paese per uscire dalla crisi costruendo un paese migliore. Per uscire dalla crisi è necessario puntare sulla formazione, su chi investe sul capitale umano, su chi punta sull’impresa sociale, sul rischio condiviso. Le imprese non possono continuare a chiedere denaro per far fronte alla crisi e poi tenersi gli utili per sé. Bisogna cambiare le carte in tavola e le regole, per dividere in maniera diversa ed equa la torta , diversamente dalla crisi non si esce. Non si può operare con provvedimenti tampone, con interventi a spot, si deve mettere al centro delle strategie anticrisi il lavoro e le famiglie, si deve intervenire contemporaneamente con sostegni al reddito, sulla qualità dei servizi, sull’accesso al credito e soprattutto sul fisco. La tassazione dei redditi è molto elevata e l’evasione fiscale è a livelli altissimi e pure, al di là della denuncia, i governi fanno poco o niente per aggredire il fenomeno, malcostume italiano, che contribuisce a rendere più ingiusta la società ed aumenta così la sfiducia verso le istituzioni . Per affrontare temi di tale portata è necessario una partecipazione attiva del Governo, dell’opposizione, dei corpi sociali, della collettività; è importante che ognuno contribuisca per risollevare le sorti del paese, che ognuno eserciti responsabilità nei confronti di tutti. Al contrario si assiste nel Paese al solito esercizio tra i partiti politici di tirarsi fango a vicenda e tra i sindacati una grave separazione che la Cisl ha cercato con sforzi enormi di scongiurare dopo un lungo e paziente lavoro di confronto da cui è scaturita la piattaforma unitaria al cui interno il nuovo modello contrattuale. Ancora una volta qualcuno si è tirato indietro, parlo della CGIL, ancora una volta ha utilizzato la piazza per fini politici, per sostituire nel paese i partiti di sinistra pervasi da forti crisi di identità. In CGIL ha prevalso nuovamente la politica sul merito delle questioni. La vera questione in gioco infatti, la partita che si sta giocando, va al di là del merito delle materie, è quella sul modello di sindacato che si deve affermare nel paese.


Il modello antagonista, conflittuale a prescindere e politico della CGIL o quello partecipativo , concertativo ed autonomo della CISL. Non abbiamo alcun dubbio nell’affermare che il modello vincente nelle società moderne è il nostro. Poiché è l’unico modello in grado di esprimere la cultura della partecipazione, politica necessaria per contribuire a risolvere i problemi complessi del Paese. Cultura Cisl che associa da sempre lo sviluppo complessivo del Paese alla tutela dei lavoratori e dei pensionati. Impostazione sindacale che è stata e sarà il nostro riferimento nell’analizzare, elaborare proposte e sostenerle nel campo della sicurezza da garantire ai cittadini I nostri settori non sono da considerarsi come mere attività burocratiche, essi sono invece servizi indispensabili da assicurare ai cittadini e come tali necessitano di una considerazione corrispondente all’importanza che essi hanno per e tra i cittadini. Anche su questo versante infatti, sta prevalendo nella politica la visione sbagliata e miope di considerare la Pubblica Amministrazione un peso, anzi un ostacolo allo sviluppo del paese. E’ pur vero che nella Pubblica Amministrazione si registrano sacche di inefficienza che bisogna assolutamente superare e renderla all’altezza di un Paese moderno; ma da qui a generalizzare e considerare l’intero sistema negativo è grave ed irresponsabile. Al contrario bisogna mettere in campo politiche virtuose ed investimenti per valorizzare l’apparato pubblico come opportunità, come elemento decisivo per la crescita produttiva del Paese; in particolare è necessario che i servizi fondamentali come quelli inerenti la sicurezza dei cittadini vengano garantiti e portati ai livelli necessari che caratterizzano i paesi civili. Su tale questione vogliamo che il Governo si misuri con il sindacato sulla definizione del livello dei servizi che si vuole assicurare ai cittadini. In altri termini, il Governo deve rispondere ai cittadini delle scelte fatte, in che modo cioè, vuole tutelare la loro sicurezza, perché da ciò che scaturiscono le conseguenti misure di risorse umane e finanziarie volte a garantire lo svolgimento delle mission istituzionali dei vari operatori della sicurezza. Su tale versante lanciamo la sfida ed il nostro sindacato si dovrà misurare elaborando una proposta di sviluppo istituzionale dei vari servizi in particolare quelli che interessano i lavoratori che la nostra Federazione rappresenta: quelli svolti dai Vigili del Fuoco, dalla Polizia Penitenziaria e dal Corpo Forestale dello Stato. Dobbiamo elaborare quindi delle proposte volte a rendere più rispondente alle necessità crescenti dei cittadini il sistema di protezione civile con annesse le problematiche degli incendi boschivi, quello inerente il pianeta carcere ed il funzionamento della giustizia e sulle tutele ambientali ed il servizio svolto dal Corpo Forestale dello Stato. Quando si parla di protezione civile si deve parlare necessariamente di Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco perché, ai fini del soccorso, senza il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco la protezione civile sarebbe soltanto una astratta definizione organizzativa, senza cuore, muscoli e cervello e come giustamente ha testimoniato il Ministro dell’interno Maroni.


L’evento calamitoso che ha interessato l’Abruzzo ne è concreta testimonianza. Ancora una volta i Vigili del Fuoco hanno risposto con coraggio ,professionalità e grande umanità per fronteggiare gli effetti disastrosi del terremoto . Sul campo abbiamo dimostrato in silenzio la grande disponibilità nei confronti di chi ha bisogno di aiuto; non è un caso infatti che siamo l’istituzione più sentita ed amata dai i cittadini. Tra le varie immagini televisive mi hanno colpito due scene in particolare : quella di una famiglia con dei bambini piccoli fortemente provata in cui il papà guardando i propri figli diceva “ vogliamo costruirci da soli la nostra casa”. Ho pensato che quella frase fosse l’emblema della dignità e dell’orgoglio degli aquilani e nel contempo la necessità di costruire in sicurezza.

L’altra è quella di un collega che scendeva dalle macerie di una chiesa con un Cristo in mano che si era staccato dal sua Croce ed intervistato ha dichiarato : ”lo porto a riparare” , con serenità, dopo aver rischiato la vita per salvare i feriti e per recuperare le vittime, ha rischiato nuovamente per un simbolo che di venerdì santo ha avuto il significato di resurrezione per l’intera popolazione aquilana. I Riconoscimenti per i Vigili del Fuoco sono stati esternati da tutti in Italia e all’estero ad eccezione di qualche nota stonata e gravemente offensiva scaturita nella trasmissione “ annozero “. In quella sciagurata serata il conduttore è riuscito, nel tentativo di fare uno scoop o denigrare l’attività di Governo, ad offendere in un colpo solo i Vigili del Fuoco che, a rischio della propria vita, sono intervenuti prontamente ed il sentire dei cittadini italiani che nelle varie situazioni di pericolo, non solo di tipo straordinario, vedono il personale intervenire al meglio delle possibilità nonostante le criticità relative alla scarsità di organico e di risorse finanziarie. A questa ingenerosa e falsa critica abbiamo reagito con sdegno. Come ricorderete il nostro comunicato è stato ripreso dal TG4 e poi successivamente lo stesso TG4 ha inviato una breve mia intervista; di contro il conduttore di “ anno zero “ non ha aderito alla mia richiesta di chiarire personalmente nella successiva trasmissione le mie dichiarazioni. Certo appare strano e paradossale che lo stesso conduttore da un lato rivendica la libera televisione in un paese in cui, a suo dire, l’informazione è monopolizzata e, dall’altro, non consente poi un contradditorio pubblico nel suo programma per ripristinare la verità dei fatti. Purtroppo non viviamo in un paese normale, a noi tutti, comunque rimane la soddisfazione che, al di là di Santoro, nell’opinione pubblica rimane intangibile il grande apprezzamento per l’opera insostituibile dei Vigili del Fuoco, e ciò riempie di orgoglio e soddisfazione tutti noi. Il ministro Maroni ha affermato: “ quando l’emergenza sarà finita proporrò che venga assegnato un riconoscimento al Corpo perché il loro lavoro è miracoloso con una dedizione che va al di là del dovere professionale” Bene, la categoria si aspetta che dalle parole si passi ai fatti. I primi provvedimenti hanno dato delle parziali risposte ai problemi del settore ma esse sono ancora insufficienti. Rivendichiamo provvedimenti volti a valorizzare il nostro lavoro che ogni cittadino ha potuto apprezzare, vogliamo cioè che gli apprezzamenti del Ministro si traducano in misure concrete altrimenti, finita l’emergenza sismica, il Governo sentirà la nostra voce che, siamo sicuri, non solo sarà


alta e forte ma avrà il sostegno pieno dell’intera cittadinanza, non solo quella che ci ha apprezzato recentemente in Abruzzo. La questione vera del sisma, denunciata da tutti i mass media, è un’altra: è quella della Prevenzione, attività primaria della Protezione Civile che non viene effettuata sulla stragrande parte del territorio e che non può essere dimenticata, come sempre accade, dopo che il fatto dalla prima pagina finisce nella cronaca locale. Questione questa di ordine politico e culturale che stenta a decollare tra i rappresentanti istituzionali ai vari livelli perché la prevenzione non porta voti. Si preferisce la semplificazione del qui ed ora, si preferisce la linea sbrigativa di valutare gli effetti e non di analizzare le cause; cultura politica questa senza respiro programmatico e lontana dal bene comune e quindi dalla tutela degli interessi generali. Altra importante pagina italiana si aprirà sulla ricostruzione: “Non è dunque da stupire se quello che avvenne dopo il terremoto e cioè la ricostruzione edilizia per opera dello Stato,a causa del modo come fu effettuata, dei numerosi brogli frodi furti camorre malversazioni d’ogni specie cui diede luogo,apparve alla povera gente una calamità assai più penosa del cataclisma naturale” Lo scriveva sessant’anni fa Ignazio Silone in una delle sue opere: “Uscita di sicurezza”, ricordando il terremoto del 1915 che distrusse il suo Paese nella Marsica, sempre in Abruzzo. Speriamo per gli amici abruzzesi che questa volta non sarà così, dopo le troppe volte in cui lo è stato. Forse questa volta le promesse saranno mantenute, e i vivi non saranno traditi, la ricostruzione della città, delle 99 chiese e degli altri paesi vicini, non saranno, come aveva descritto Silone, l’opportunità per una più grande ingiustizia. Noi sul tema della Protezione Civile, vogliamo in quest’assise lanciare nuovamente la nostra proposta volta a migliorare, razionalizzare e rendere più rispondente alle esigenze dei cittadini, l’intero sistema della protezione civile La riflessione che vogliamo fornire alle forze politiche è quella che deriva dalle analisi delle esperienze vissute e dal contributo che proviene da chi opera, cioè da chi vive quotidianamente i problemi e può contribuire in modo concreto a migliorare il sistema in tutte le fasi complesse e variegate della protezione civile. Riteniamo che la sicurezza dei cittadini e la salvaguardia dei propri beni dai pericoli derivanti da fenomeni naturali od altri accadimenti emergenziali anche di tipo non convenzionale, è un presupposto irrinunciabile per la incolumità delle persone e la qualità della vita dei cittadini del Paese e deve rappresentare uno degli elementi principali del fare politica volta all’interesse comune. I fenomeni naturali sempre più intensi e devastanti, la fragilità e lo sviluppo disordinato del territorio, la forte spinta antropica, lo spregiudicato abuso, edilizio, infrastrutturale nonché quello industriale, insieme al pericolo incombente relativo a potenziali attacchi terroristici , diventati drammaticamente attuali dopo l’11 settembre 2001, impongono una profonda analisi sul sistema della protezione civile e su quello della difesa civile del terzo millennio. Mi riferisco alle due attività pubbliche deputate a garantire la sicurezza civile del Paese, in una parola la sicurezza dei cittadini da eventi catastrofici naturali e quelli derivanti da attentati terroristici.


L’Italia, come è noto, è un Paese a rischio, il 40% della popolazione vive in zone a rischio sismico, il 64% degli edifici non hanno i requisiti antisismici, su centinaia di migliaia di persone incombe il rischio vulcanico le alluvioni e le frane sono ormai così ricorrenti da passare quasi inosservate . Se consideriamo poi che il costo delle emergenze e delle ricostruzioni degli ultimi venti anni è stato pari a circa 200 mila miliardi delle vecchie lire , e che oggi necessitano per il sisma abruzzese qualche decina di miliardi di euro, il tema in tutti i suoi aspetti non può non essere considerato come centrale nel Paese. Il sistema di protezione civile, è un sistema complesso e composito dove interagiscono interlocutori istituzionali (centrali e locali), volontari, cittadini, è sottoposto alla legislazione concorrente tra lo Stato e le Regioni ed è strutturato, come indicavo prima parlando del terremoto abruzzese, su quattro fasi fondamentali: previsione, prevenzione, soccorso e ricostruzione. La prevenzione, come richiamavo in precedenza, non decolla, non si diffonde la cultura di protezione civile tra i cittadini sia in termini di autoprotezione che di partecipazione civile e sociale per indurre le Istituzioni locali ad adoperarsi per fare scelte opportune per la messa in sicurezza del territorio. Fare prevenzione significa adottare nello sviluppo del proprio territorio parametri di sicurezza tali da limitare gli effetti delle mini o grandi emergenze, a volte devastanti sulla popolazione, sulle infrastrutture, sulle attività produttive, sul patrimonio boschivo, sull’ambiente , sulla vita quindi di intere comunità. La realtà attuale dimostra che spesso tutto ciò diventa una semplice enunciazione di principio, credo che sia molto difficile fare prevenzione se non vengono sanciti obblighi precisi, se non vengono operati controlli e se non si darà forza al potere sostitutivo dello stato in caso di inadempienze locali e ciò deve valere anche per ricostruire in sicurezza. C’è quindi sottovalutazione complessiva della prevenzione dai rischi appena tratteggiata, e forti criticità in caso di accadimento di un evento eccezionale, allorquando la macchina del soccorso di dispiega, quando cioè, viene richiesto il concorso di molti soggetti istituzionali, compreso le associazioni di volontari. In questo quadro, estremamente incerto e scoordinato, dove interagiscono Il Dipartimento della Protezione Civile della Presidenza del Consiglio, il Dipartimento dei Vigili del Fuoco del Soccorso Pubblico e della Difesa Civile del Ministero dell’Interno, le Forze Armate, le Forze dell’ordine, le Regioni , le province, i comuni, le associazioni di volontari di protezione civile ecc, l’unico elemento certo, chiaro e soprattutto rispondente e definito dal legislatore, è quello che il Corpo Nazionale dei VVF è la componente fondamentale del Servizio di Protezione Civile. Da questo punto fermo, riconosciuto da tutte le istituzioni e dal sentire comune dei cittadini, partiamo per lanciare una proposta razionale di miglioramento del sistema di protezione civile e più nello specifico, della fase inerente il soccorso. E’ su quest’ultimo aspetto, cioè sulla macchina del soccorso, che riteniamo si debba far chiarezza definitiva, rendendo razionale, efficiente ed efficace la risposta delle Istituzioni e di tutti coloro che compongono il variegato sistema di soccorso, sia a livello centrale che territoriale. Anche perché ciò contribuirebbe ad evitare sperpero di denaro pubblico, darebbe certezza del servizio e risposta alla collettività. L’esigenza rappresentata nasce dal coacervo di provvedimenti legislativi, spesso contradditori ed indefiniti che regolano la materia, che determinano duplicazioni istituzionali centrali, vedi i due


dipartimenti, il nostro e quello della Presidenza del Consiglio, che spesso inducono a sconfinamenti istituzionali anche con l’uso, a volte disinvolto, delle ordinanze di protezione civile, oppure i dualismi territoriali tra le istituzioni regionali e locali ed i rappresentanti territoriali di Governo in quanto autorità locali di protezione civile e la non pianificazione dei volontari di protezione civile. Pensiamo che tale caotico ed imperfetto sistema possa trovare ordine funzionale tramite un’organica proposta che potenzi il Corpo soprattutto a livello decentrato. Si può al centro definire una unica struttura dipartimentale deputata ad interessarsi della difesa civile e della protezione civile alle dipendenze del Ministero dell’Interno, in analogia alle strutture esistenti nei maggiori paesi europei, anche in quelli con spiccate tradizioni federaliste, scorporando dalla protezione civile la gestione dei grandi eventi che oggettivamente hanno scarsi collegamenti con l’emergenze di protezione civile. Sul territorio le Direzioni Regionali ed i Comandi provinciali opportunamente potenziati, in quanto strutture decentrate del Dipartimento, potranno costituire l’esclusiva interfaccia operativa con le regioni, le province ed i comuni, per quanto concerne il coordinamento tecnico delle prime fasi, le più acute dell’emergenza. Quando cioè è richiesta l’alta professionalità dei Vigili del Fuoco e l’apporto dei vari soggetti pubblici e privati che interagiscono nel sistema. I Vigili del Fuoco, a fronte del riconoscimento formale e sostanziale della responsabilità tecnica dell’attività complessiva, svilupperanno, a livello locale quindi, i piani d’intervento, previa disponibilità a formare e finalizzare la collaborazione dei volontari di protezione civile nello scenario emergenziale. Apporto indispensabile quello dei volontari di Protezione Civile ove opportunamente addestrati finalizzati allo scopo necessari anche per supplire al mancato contributo che si registrerà inevitabilmente da parte del personale delle forze armate, in particolare quello di leva a seguito della istituzione dell’esercito professionistico. Tale progetto, schematicamente rappresentato sulla scorta delle argomentazioni portate, può essere una risposta razionale al sistema, certezza nel garantire il servizio con le professionalità necessarie, proficuo coinvolgimento dei soggetti interessati, uso finalizzato delle risorse pubbliche a disposizione e soddisfazione della domanda di sicurezza del cittadino. In tale progetto il Corpo, tramite l’unificato Dipartimento di Difesa Civile e di Protezione Civile del Ministero dell’Interno, sarà il centro di propulsione e di gestione operativa delle attività di protezione civile, e sul territorio, in particolare, le Direzioni Generali Regionali dovranno svolgere il loro ruolo strategico opportunamente messe in grado di agire. A questo fine vogliamo sapere dove si è insabbiato il provvedimento che delegava poteri alle Direzioni Regionali? Vogliamo sapere se il Ministero ha operato un’inversione di tendenza sulla grande scelta di decentramento funzionale operata. In questo quadro si incentra anche il fenomeno degli incendi boschivi che inevitabilmente nei prossimi giorni investirà il Paese, probabilmente determinando perdite di vite umane, danni ingenti all’ambiente, all’ecosistema, al patrimonio boschivo, ed al sistema turistico e produttivo del Paese. A fatto avvenuto ci saranno come sempre le polemiche di rito e dopo qualche tempo, la politica, come sovente accade, invece di affrontare in modo organico il tema, si limiterà ad effettuare provvedimenti straordinari che hanno il solo fine di tamponare la situazione continuando nella politica


dei rinvii, aspettando che questione.

la tensione dei cittadini cali e che i mass media si disinteressino della

E, necessario invece, in tempi di pace, quando l’evento non c’è, modificare la legge quadro sugli incendi boschivi, chiarendo meglio, relativamente alle attività della prevenzione e dell’estinzione degli stessi, oggi affidata alle regioni, il ruolo che debbono svolgere rispettivamente il Corpo Forestale dello Stato ed il Corpo dei Vigili del Fuoco, superando nel contempo la definizione e la limitazione irrealistica dell’incendio di bosco. L’Italia non è il Canada, non ci sono nel nostro Paese distese boschive senza abitazioni o persone. E’ indiscutibile che le Regioni, in primo luogo, di concerto con le autonomie locali, debbano svolgere a pieno titolo l’attività di prevenzione degli incendi boschivi. Questa azione primaria, però, potrà essere svolta tramite apposite convenzioni con il Corpo Forestale che dovrebbe svolgere la sua funzione primaria di polizia, finalizzata a prevenire i reati degli incendiari (oltre il 90% degli incendi boschivi sono dolosi) ed impiegando gli operai forestali per fare opera di pulizia, per la creazione di sentieri tagliafuoco e per un controllo continuo dei boschi tramite una garantita presenza continua. L’estinzione degli incendi boschivi invece, in ragione di una competenza generale ed esperienza quotidiana, dovrà essere affidata ai Vigili del Fuoco, opportunamente adeguati in termini di uomini, mezzi ed attrezzature. Anche a questo fine il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco potrà mettersi a disposizione, insieme al Corpo Forestale dello Stato, per formare specificatamente i volontari boschivi allo scopo di avere il supporto necessario dopo averne pianificato a monte il loro utilizzo. Questo disegno, che deve trovare evidentemente una soluzione legislativa e deve dare risposte organiche e compiute in tema di attribuzione di risorse, della loro razionalizzazione e del loro impiego. E’ indubbio, infatti, che un progetto del genere non potrebbe trovare sviluppo senza un consistente incremento di organico, senza un sostanziale adeguamento delle risorse finanziarie dei due settori di riferimento : quello dei Vigili del Fuoco e quello del Corpo forestale dello Stato. A questo fine insedieremo un apposito gruppo di lavoro che valuterà la migliore impostazione per valorizzare le funzioni dei due settori, in particolare sugli incendi boschivi, nell’interesse generale e per garantire efficienza ed efficacia dei rispettivi servizi. Il Corpo Forestale dello Stato, come è noto, è un corpo specializzato nella tutela del patrimonio naturale e paesaggistico e svolge prevalentemente attività di prevenzione e repressione dei reati in materia ambientale ed agroalimentare. Concorre nell’ordine pubblico e nel soccorso pubblico. E’ un Corpo di cui se ne è sempre sottovalutata l’importante funzione nel Paese . Esso ha subito dalla politica la stessa approssimazione e superficialità con la quale si affronta il tema ambientale nel Paese. Da questo riduttivo approccio ne è scaturito nel tempo la scelta della regionalizzazione e poi del recupero di parte delle funzioni a livello nazionale. Il Corpo Forestale svolge attività molto importanti, soprattutto quelle dove manifestano il massimo della competenza, mi riferisco alla tutela ambientale ed a quella agroalimentare.


Evidenzio tali peculiari attività perché la chiave di volta dei nostri tre settori, la strategia vincente, è quella di valorizzare le eccellenze che si debbono caratterizzare in specificità così forti da farci ritenere insostituibili nei compiti affidati e quindi protetti da incursioni di altri che, per accaparrarsi finanziamenti, invadono le nostre competenze. Faccio tale affermazione perché troppe istituzioni si interessano della materia in modo scoordinato ed autonomo e pertanto il servizio complessivo che ne scaturisce è approssimativo ed inefficace. Al contrario, sarebbe necessario una grande opera di razionalizzazione del sistema e, a fronte di una politica generale di coordinamento su tutto il territorio, si sviluppi un sistema all’interno del quale ogni Corpo svolga la sua azione in termini di alta specializzazione, evitando sovrapposizioni , duplicazioni che sono contrari alla efficienza ed alla efficacia dei vari servizi da assicurare. Le condizioni attuali infatti, l’accaparramento di funzioni altrui, la duplicazioni di funzioni, non solo determinano la non copertura del territorio per quanto concerne l’ordine pubblico in generale ma causano anche l’inefficacia della tutela ambientale ed agroalimentare dato che ognuno in proprio esercita questa funzione, che per il Corpo Forestale ne rappresenta l’essenza e per altri, invece, un lavoro residuale. Tutto ciò accade perché non viene dato ordine al sistema sicurezza e, in ragione delle scarse disponibilità economiche che vengono affidate ai vari settori, tutto ciò diventa strumento per recuperare risorse, distogliendo il personale dall’attività fondamentale che dovrebbe assicurare. L’ utilizzo della guardia di finanza e della polizia penitenziaria per il controllo dei parchi è emblematico di questo fenomeno e della confusione che viene generata; come è noto infatti, le responsabilità di tanti generano irresponsabilità e chi ne paga le conseguenze è il cittadino. Tale fenomeno vale ad esempio anche per l’attività di soccorso in montagna, dove interagiscono vari Corpi senza alcun coordinamento funzionale e quindi senza una garanzia certa sull’efficacia del servizio da assicurare. Più nello specifico , è necessario un unico soggetto che abbia un ruolo specifico nella tutela ambientale , nella repressione delle frodi e nelle sofisticazioni agricole ed alimentari, in grado di operare tempestivamente ed in modo uniforme su tutto il territorio italiano. Essere indistinti porta ad essere estinti Dall’affermazione di questa impostazione discendono le necessarie risorse finanziarie ed umane e la loro distribuzione in modo corrispondente su tutto il territorio superando i forti squilibri di organico esistenti tra regione e regione ed addirittura anche all’interno della stessa regione. Con lo stesso approccio di individuazione di certezze istituzionali dobbiamo elaborare la proposta relativa al pianeta carcere. Come sappiamo il fine del servizio carcerario è quello di restituire alla società un cittadino che, commesso un reato, acquisita la piena consapevolezza di aver sbagliato, sia nella condizione di non ricadere nell’errore. Un compito importantissimo di recupero sociale di grande valore e che, se realizzato, determinerebbe una società più civile, moderna e soprattutto più sicura. E’ evidente che tale servizio e la sicurezza in generale sono strettamente legati al funzionamento della giustizia.


L’Italia è al 156° posto, dopo l’Angola, nella graduatoria della dell’efficienza giudiziaria, su un totale di 181 Paesi. Una volta in Italia la minaccia era: “ti faccio causa “; adesso la minaccia è diventata : “fammi causa “, perché se mi fai causa potrò abusare dei miei diritti processuali e della lumaca giustizia, a scapito dei tuoi diritti sostanziali. Chissà se, a Strasburgo, conoscono la sentenza del Tribunale di Trento con la quale un giudice, accusato di omissione di atti d’ufficio per aver impiegato 5 anni per scrivere una sentenza, viene assolto perché ritenuto non lento bensì scrupoloso. Intanto lo Stato paga milioni di euro per le lungaggini dei processi ed ai tantissimi anziani, che ancora aspettano di chiudere un processo cominciato quando erano piuttosto giovani, cosa verrà detto? che il tribunale é molto scrupoloso ? La giustizia necessita di una profonda ristrutturazione, cioè, un intervento di “sistema” che deve avere come obbiettivo quello di realizzare una giustizia “certa, pronta, efficace”, come diceva Cesare Beccaria nel 1764. Una giustizia rispettosa dei diritti e delle libertà dei cittadini. Una giustizia che riacquisti la fiducia di tutti e restituisca serenità e certezza. Una giustizia concepita non come “potere” ma come “servizio”, cui si chiede in primo luogo funzionalità ed efficienza. Deve essere garantita quindi, la certezza della pena tramite una seria e non ideologica riforma che fornisca alla collettività efficienza ed imparzialità dei processi, puntando alla radice dei problemi e non limitandosi ad intervenire sulla superficie sull’onda facile dell’emergenza. Sarà necessario, quindi, accompagnare tutto ciò con progetti concreti sulla sicurezza, basandoli sull’integrazione delle attività di prevenzione, contrasto, detenzione e recupero. E’ necessario pensare ad un modello che, senza rinunciare, salvo nei casi di maggior pericolo per la società, alla privazione della libertà personale, persegua un costante sforzo di presenza, contatto e recupero nei confronti dei soggetti e delle aree devianti. In altri termini è indispensabile intervenire sul meccanismo processuale, sulla macchina dell’organizzazione dell’apparato giustizia e sulle relazioni tra detto apparato e chi attua la sicurezza : strutture penitenziarie, forze dell’ordine e servizi pubblici sul territorio. Tutto ciò per evidenziare la forte interdipendenza dell’apparato giustizia con il sistema carcerario che subisce inevitabilmente gli effetti dell’inefficienza dei processi e delle frequenti modifiche del codice di procedura penale che cambiano spesso sull’onda dei fenomeni di paura sociale e non per eque valutazioni della gravità dei reati. Nelle carceri infatti, sono tenuti migliaia di cittadini in attesa di sentenza definitiva e tra questi non soltanto quelli socialmente pericolosi. Questa è una delle principali cause del sovraffollamento, che comporta condanne della Corte di giustizia europea e per fronteggiare tale situazione, colpevolmente i governi ed i parlamenti che si sono avvicendati, hanno utilizzate le italiche e pericolose scorciatoie, quali quelle dell’indulto, che fanno respirare per alcuni mesi il sistema carcerario per poi tornare, con ulteriori aggravi, alla situazione precedente.


Si agisce cercando di limitare temporaneamente l’effetto senza affrontarne la causa e perciò senza avviare a soluzione il problema. E’ evidente che con questo tipo di approccio superficiale, senza superare con un processo di riforma del pianeta carcere, la piaga del sovraffollamento, viene meno di fatto l’attuazione del contenuto costituzionale del recupero del detenuto. Ci chiediamo se sia possibile che uno stato moderno , civile, retto da solidi principi democratici, possa abdicare alla funzione rieducativa della pena, al recupero della persona e al reinserimento sociale del detenuto. Noi siamo per la certezza della pena per la giusta limitazione della libertà del reo ma non per la privazione o limitazione della sua dignità. Il sovraffollamento delle carceri, oltre a creare infatti, gravi difficoltà nella gestione dei detenuti, genera una condizione di assoluta invivibilità sotto l’aspetto igienico e della salubrità dei luoghi di custodia con evidente violazione dei più elementari dei diritti umani. Se si considera poi, che tenere i detenuti in luoghi chiusi ed angusti, completamente nell’ozio, non fa che accrescere tensioni e violenze che trovano il loro sfogo nei confronti dei poliziotti penitenziari. All’inizio di quest’anno nelle carceri erano presenti circa 58.000 persone di cui 8.000 sottoposte a regime di alta sorveglianza; di contro le strutture sono state costruite per poterne ospitare non più di 40.000; se a tale riguardo si considera che il 70% dei detenuti presenti è recidivo, cioè non si è reinserito nella società, dimostra che la funzione carceraria è assolutamente deficitaria e perciò bisogna riformarla al fine di poter attuare compitamente il predetto principio sancito dall’art.27 della Costituzione. Pensiamo che ciò sia possibile, tramite la custodia attenuata e l’impiego attivo dei detenuti, l’utilizzo delle pene alternative ed in collegamento e in sinergia con le autonomie locali, trovare strumenti di reinserimento attivo nella società per evitare il coinvolgimento degli stessi nei circuiti malavitosi precedenti. Questo non può prescindere in ogni caso dalla realizzazione di un trattamento intramurario efficiente e funzionale. I continui trasferimenti di detenuti da una struttura all’altra, il servizio di traduzione e di piantonamento, non consentono il trattamento effettivo degli stessi, generando oggettive difficoltà di attuazione anche in ragione della variegata composizione dei detenuti all’interno dello stesso carcere. E come si può garantire la gestione del servizio e assolvere le funzioni di controllo e di recupero allorquando mancano oltre 10.000 unità nell’organico della polizia e centinaia di unità di assistenti sociali, educatori e psicologi? L’Amministrazione perché non rivendica con forza la copertura del turn over e la distribuzione reale e non virtuale delle dotazioni organiche per istituto o sede ? Forse è veritiero il chiacchiericcio tra il personale che sostanzialmente afferma che non conviene all’Amministrazione arrivare a tanto perché, se si affermano delle regole chiare, diventa più difficile gestire unilateralmente e forse in modo clientelare il personale?


L’Amministrazione penitenziaria è perfettamente a conoscenza che le dotazioni organiche degli istituti del 2001, non considerando quelle del PRAP, degli UEPE delle scuole di formazione e di altri settori, si sono rilevate solo teoriche e pertanto assolutamente insufficienti. L’amara realtà dimostra che l’Amministrazione non ha alcun rispetto delle donne e degli uomini in uniforme che subiscono, a causa della carenza degli organici, turni massacranti, cambi turni, continui richiami in servizio, blocco dei congedi, insomma il personale vive una sorta di regime di semilibertà. Noi non possiamo e non vogliamo accettare queste condizioni, non abbiamo commesso nessun reato e non dobbiamo scontare nessuna pena. Rivendicheremo l’applicazione della carta dei diritti umani in favore dei colleghi che non riescono a programmare il proprio riposo, a gestire la propria vita. Chiameremo in causa l’Amministrazione per non aver provveduto a creare le condizioni che evitino il pericoloso stress da lavoro che, tra i vari disturbi indotti, secondo noi, è anche concausa dell’ alto tasso di suicidi tra i colleghi. Il servizio sanitario è a disposizione del detenuto; invece l’agente all’interno dell’istituto non ha alcun riferimento medico; eppure, in ambienti così affollati, è facile che si propaghino malattie od epidemie anche tra il personale di controllo. L’Amministrazione conosce questo fenomeno e come intende arginarlo? Come intende svolgere la funzione di datore di lavoro e come intende esercitare le proprie responsabilità? Eppure vengono portati alla cronaca soltanto i suicidi dei detenuti, certamente un fenomeno da prevenire e da combattere; tuttavia non può essere accettabile che, nella considerazione dell’Amministrazione, gli agenti della Polizia Penitenziaria siano considerati di meno, considerati figli di un dio minore. In questo deprimente quadro e dalle descrizioni fatte, è drammatico che non si riesca più a distinguere chi è il carceriere e chi è il carcerato. A fronte di ciò non possiamo che reagire, occorrerà mettere in campo ogni energia e capacità di persuasione per superare questa barbarie e non bisognerà fermarsi di fronte agli ostacoli e alle resistenze secolarizzate, perché, per noi, questa è una battaglia di civiltà. Abbiamo l’impressione che l’Amministrazione sia autoreferenziale, la dirigenza centrale ha avuto poche esperienze di direzione degli istituti e pensiamo che le problematiche che vengono evidenziate dai dirigenti dei carceri, di chi vive insieme ai colleghi una zona di frontiera, non vengono prese in considerazione. C’è un grosso stacco tra il centro e la periferia e ciò non è funzionale, anzi è deleterio per la risoluzione dei problemi. I Direttori dei carceri ed il personale si sentono abbandonati a se stessi e debbono esercitare responsabilità enormi perché nulla all’interno del carcere e letteralmente conforme a leggi e /o disposizioni. Come dire è tutto border line


L’Amministrazione centrale dovrebbe al contrario indirizzare, gestire e controllare l’attività delle proprie strutture, tenere conto dei limiti sopra ricordati e supportare il territorio dove c’è le vera esposizione del servizio. E’ necessario razionalizzare e distribuire in modo oculato le risorse finanziarie, determinare la pianta organica di ogni struttura con un equa e funzionale distribuzione che vada a privilegiare gli istituti verificandone le presenze reali e attuando la formazione del personale, perché è irresponsabile pensare che se non si investe sul capitale umano si possa assolvere al compito che la norma affida al sistema penitenziario. Le entrate derivanti dalle attività dei detenuti perché vengono allocate nel bilancio del Ministero dell’Economia e non si propone, invece, una norma in deroga alle regole della contabilità generale dello stato affinché possano essere attribuite ai capitoli di spesa del DAP per essere ridistribuite negli istituti per la gestione ordinaria della propria attività? Il piano carceri annunciato dal Governo, affidato al Presidente Ionta, appare positivo perché è volto a ristrutturare gli istituti, ad ampliare i padiglioni esistenti e costruire nuove carceri; ma come verrà attuato? Noi nutriamo molte perplessità sulla fattibilità del progetto e forti timori sulle ricadute dello stesso sul servizio da assicurare. In primo luogo, in funzione dei nuovi istituti, è stato valutata la necessità di organico per il funzionamento degli stessi ? A tale riguardo non abbiamo potuto apprezzare nessun provvedimento o norma programmatica e, quindi, in noi si genera il forte dubbio che, poiché mancano già nell’ordinario circa 10.000 unità, si pensi di esternalizzare i servizi di custodia. Speriamo che ciò sia un’infondata preoccupazione, altrimenti si tratterebbe di pura follia istituzionale, irragionevole ed irresponsabilmente pericolosa e troverebbe la nostra convinta opera di contrasto. Non solo , allorquando si ampliano o si edificano nuove sedi si dovrebbero adeguare le risorse ordinarie di funzionamento; oppure si pensa di far fronte a questo maggiore onere con le risorse attuali e già insufficienti per gli attuali istituti? In altri termini vogliamo sapere se il progetto è sostanzialmente propaganda politica oppure seria e sana programmazione, necessaria per realizzare compiutamente l’opera. Pretendiamo un confronto a tutto campo con l’Amministrazione della Giustizia per analizzare insieme le questioni generali ed individuare gli interventi prioritari da realizzare per rendere migliori le condizioni dei lavoratori e l’efficienza del servizio. Vogliamo tutti insieme, con il prezioso apporto della dirigenza, contribuire ad uscire da uno stato di drammatica emergenza le carceri italiane. Dalle proposte istituzionali si dovrà passare alle rivendicazioni di carattere contrattuale per i tre settori della nuova Federazione della sicurezza.


Partecipando direttamente alle trattative relative al comparto sicurezza e difesa mi sono reso conto della grande diversità di status e di regole sul sistema di partecipazione sindacale in cui operano i rappresentanti del personale dei vari Corpi dello Stato. Un prima proposta possibile per rendere fluide le trattative e soprattutto per affermare istituti che diano la dimensione di avanzamento delle stato delle relazioni sindacali e quindi di elevazione delle condizioni degli operatori della sicurezza, è quella di separare il comparto difesa da quello della sicurezza. Ed in questa nuova dimensione trasformare il comparto sicurezza in quello del comparto sicurezza e soccorso pubblico. Tale configurazione consentirebbe di portare all’interno del nuovo comparto della sicurezza e del soccorso livelli avanzati di tutele del personale, di prerogative e diritti sindacali che appartengono ai Vigili del Fuoco e che oggi nell’attuale strutturazione del comparto sicurezza e difesa sono carenti e/o molto limitate. I limiti nei diritti e nelle tutele del personale, compresi l’esercizio del diritto di sciopero e di partecipazione sindacale nonché la contrazione delle materie di contrattazione (orario di lavoro, turnazioni, trasferimenti, impiego del personale ecc…) vigenti all’interno del comparto sicurezza e difesa, ci indussero a scegliere il comparto autonomo dei vigili del fuoco e del soccorso pubblico e della difesa civile. Il Governo di allora ci propose limitazioni di diritti senza offrirci nell’immediato neppure la compensazione di risorse finanziarie atte a perequare i trattamenti retributivi del dei Vigili del Fuoco con gli appartenenti agli altri Corpi dello Stato. Insomma ci fu offerto, in quel momento, un vuoto a perdere che rifiutammo sdegnosamente. E’ la stessa situazione di oggi, quando qualche avventuriero propaganda l’applicazione dell’art.16 della legge 121/81 per il CNVF che, nella configurazione attuale del comparto sicurezza e difesa, snaturerebbe le nostre competenze senza garantire alcuna certezza sulla perequazione retributiva. Basti vedere a questo fine che il tanto decantato DDL La Loggia è finanziato con 5 milioni di euro, cifra insignificante se pensate che il nostro ordinamento di diritto pubblico è stato finanziato nel 2005 con 45 milioni di euro e quello è stato da noi considerato solo come un primo finanziamento. Per queste ragioni abbiamo perseguito l’obiettivo del raggiungimento dello stesso trattamento retributivo, mantenendo lo status di vigile del fuoco e gli attuali sistemi di partecipazione del personale. I provvedimenti che hanno consentito di chiudere il contratto 2006/2007 come quello del comparto sicurezza e difesa, il riconoscimento della specificità del settore, la neo indennità dei servizi esterni, gli sgravi fiscali degli accessori,il patto per il soccorso ecc., sono la prova delle potenzialità del nostro progetto che potrà espandersi per noi e per gli altri colleghi se riusciremo a trasformare il comparto come abbiamo proposto; proposta che poi coincide anche con quella del SIULP, il maggior sindacato della Polizia di Stato, a noi molto vicino. Nel contempo occorrerà sollecitare l’apertura del tavolo delle trattative contrattuali dei due comparti relativi al biennio 2008/ 2009. Svilupperemo le trattative ispirandoci alla forte convinzione che i lavoratori che appartengono ai Corpi dello Stato sono specifici e dunque svolgono funzioni peculiari ed insostituibili.


Ciò significa per noi, che la specificità voluta dal legislatore non può essere solo un principio giuridico, esso deve invece sostanziarsi con i necessari e conseguenti provvedimenti economici e normativi che in particolare, dovranno essere rivolti a riconoscere il rischio, il disagio e l’usura del nostro lavoro. Si dovranno nel contempo adeguare alle necessità organizzative settoriali gli ordinamenti del personale per arrivare a regole e sistemi di avanzamento uniformi ed in quest’’ambito, dovranno essere adeguati quelli della Polizia Penitenziaria, del Corpo Forestale dello Stato e del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco. E’ necessario accelerare le procedure di avanzamento in carriera della polizia penitenziaria e superare la sperequazione giuridica ed economica esistente tra la polizia penitenziaria e la polizia di stato. E’ necessario altresì modificare l’ordinamento del personale dei VVF nei passaggi di qualifica a Capo squadra e Capo reparto, trovare giuste soluzioni per il personale ex concetto oltre che per i direttivi e i dirigenti. La nostra proposta, frutto del contributo dell’esecutivo, è stata elaborata d’intesa con la UIL VVF ed è stata inviata all’autorità politica dell’Interno. Dovremo altresì rivendicare l’apertura del tavolo di trattative per i dirigenti e direttivi dei Vigili del Fuoco ed auspicare l’apertura del tavolo di contrattazione del primo contratto della dirigenza pubblica penitenziaria. Insieme alle questioni contrattuali dovremo lanciare la vertenza generale della previdenza dei nostri settori rendendone uniforme il trattamento e tentando di compensare gli effetti della mancata introduzione della pensione integrativa che sta producendo danni pesantissimi al personale e nel contempo, vogliamo affrontare e migliorare le relazioni sindacali con le Amministrazioni di riferimento. Parallelamente rivendicheremo alle Amministrazione il lancio di un piano di edilizia abitativa per il personale che consenta una maggiore serenità e quindi, condizioni tali da poter svolgere al meglio i gravosi e delicati compiti che le norme gli affidano. Faremo opera incessante di stimolo, di sollecitazione, di proposta, di partecipazione ed anche di conflitto se necessario, per far prevalere le ragioni di chi come noi ha scelto di dedicare il proprio impegno per gli altri e non vogliamo perdere la fiducia di chi, in noi, vede l’unica speranza di cambiamento e di miglioramento delle condizioni attuali. Noi crediamo però che, al di la delle carenze strutturali descritte, molte responsabilità funzionali ricadono sulla carente gestione del servizio che si registra a livello centrale e periferico.

Dovremo richiedere di affrontare una riflessione complessiva e una discussione di merito sui servizi, sul loro sviluppo ordinato e coerente alle esigenze dei settori, sulle scelte prioritarie da effettuare, su come ripartire le scarse risorse a disposizione, su come rilanciare una politica della formazione degna di questo nome e strumento strategico della varie attività, su come individuare mezzi ed attrezzature idonee al servizio e quindi su come garantire e migliorare la sicurezza del lavoro. Manca in generale, nei nostri amministratori, una vera cultura al confronto, manca il riconoscimento della funzione del sindacato come soggetto politico, naturalmente parliamo del nostro sindacato, quello che si pone l’obiettivo di coniugare l’interesse del servizio in uno con i diritti dei lavoratori.


Questo non significa, in nessun caso, da parte nostra invadere il campo altrui, significa contribuire affinché le scelte che vengono fatte siano razionali, legate ad un disegno strategico condiviso e pertanto utili all’interesse dei servizi che dobbiamo assicurare. Molte decisioni, infatti, sono fuori contesto, scollegate fra di loro, improvvisate e non comprese dagli addetti ai lavori su cui ricadono inevitabilmente gli effetti. Siamo convinti che chi vive quotidianamente i problemi del servizio, chi ogni giorno sta in prima linea, debba e possa trovare tramite noi una vera cittadinanza e portare quindi le esperienze vissute come patrimonio insostituibile per le scelte più utili al servizio. A Voi rappresentanti delle Amministrazioni sta la scelta: o accettare l’apporto propositivo di chi ha a cuore le sorti dei nostri servizi, oppure scegliere la strada opposta, quella di un conflitto permanente che allontana inevitabilmente la risoluzione dei problemi. Noi ci siamo e siamo pronti e lanciamo la sfida.

Care Congressiste e Congressisti, le nostre idee, le nostre proposte, avrebbero bisogno di un afflato unitario, purtroppo , e ce ne dispiace sinceramente; dobbiamo registrare una condizione pesantissima: lo stato dei rapporti unitari è una ferita aperta, difficile da rimarginare nei Vigili del Fuoco. Analogamente il rapporto è pressoché inesistente nei settori della Polizia Penitenziaria e nel Corpo Forestale dello Stato. Il progressivo degrado dei rapporti nasce evidentemente da ragioni politiche, principalmente nasce dal tipo di approccio relazionale che si deve intrattenere con il Governo di oggi, considerato dalla CGIL nemico. Per noi della CISL, a partire dalla Confederazione, il rapporto va fatto sulle cose, sulle questioni sostanziali, con il pragmatismo ed il realismo che ci anima da sempre. Per la CGIL il rapporto non deve esserci a prescindere dal merito; Cioè, essa sceglie con chi trattare dall’alto della presunzione che tutto si fermi senza il loro placet. Per fortuna la realtà delle cose è un’altra. Certo, i valori dell’autonomia, del rapporto con la politica ed il modello associativo, non consentiranno in questa fase nessuna impostazione organica comune, quanto invece rapporti unitari episodici e tuttavia vogliamo sperare che in futuro le cose evolvano e trovino una sintesi unitaria; ne trarrà vantaggi sia il sindacato che l’intero mondo del lavoro. Care Amiche ed Amici, all’inizio di questa relazione abbiamo voluto manifestare il senso di orgoglio e di soddisfazione per l’avvenuto traguardo raggiunto , quello della Federazione Nazionale della Sicurezza.


Si è determinata, in sostanza, una condizione politica ed organizzativa che sicuramente, se ben utilizzata, ci assicurerà maggior forza nel perseguire i nostri ambiziosi, ma certamente giusti, obiettivi di riformare i nostri servizi e di elevare le condizioni dei nostri associati. Se sapremo affinare le nostre capacità relazionali, se verrà assicurata una maggiore disponibilità ed una più assidua presenza nei luoghi di lavoro, la cosiddetta prima linea, ed una più partecipata vita confederale, allora saremo più forti e potremo certamente affermare le nostre tesi e quindi contare su una maggior conoscenza e condivisione e sostegno da parte della Confederazione, ai vari livelli, sugli obiettivi che ancora intendiamo cogliere. Dobbiamo affermare il nostro pensiero sul modello di sicurezza da realizzare nel nostro Paese e sul ruolo che il Corpo Nazionale dovrà recitare nel complesso sistema di protezione civile e di difesa civile. Abbiamo bisogno di intraprendere iniziative anche nel territorio, convinti che se alle nostre voci si aggiungeranno anche quelle del livello confederale conscio e convinto della ragionevolezza delle nostre proposte,e di una più attenta e responsabile classe politica regionale e territoriale, il Parlamento ed il Governo sarebbero certamente più sollecitati ad assicurare maggiore attenzione e più concrete risposte. Siamo convinti che la nostra Federazione possiede queste potenzialità, la sua capacità di proposta, la sua capacità di interpretare compiutamente le esigenze di sicurezza del cittadino e le aspettative dei lavoratori. Le abbiamo trovate fino ad oggi, nell’essere il sindacato maggiormente rappresentativo nei Vigili del Fuoco, vogliamo trovarle nel raggiungere gli stessi livelli di rappresentanza nella Polizia Penitenziaria e nel Corpo Forestale dello Stato, vogliamo che, nei settori appena citati, si manifesti la stessa invidia verso di noi, come accade nei Vigili del Fuoco dove però, aumenta anche il numero degli avversari che, di giorno in giorno, sono infastiditi dal nostro ruolo da protagonisti, guadagnato sul campo e con le nostre capacità di intercettare i bisogni del personale e tradurli in fatti concreti. Sempre avendo come principio guida la nostra autonomia e manifestando in ogni contesto qualità, serietà e coerenza. Per affermarci, dovremo continuare nell’opera di adeguamento organizzativo già iniziata continuando ed intensificando i percorsi formativi che dovranno essere in particolare rivolti ai giovani, privilegiando nella prima fase i colleghi della polizia penitenziaria e del corpo forestale dello stato al fine di creare nuova linfa vitale per l’organizzazione e crescita complessiva della federazione. Dovremo stimolare le Consulte dei dirigenti e direttivi dei tre settori che formeremo a partire dai lavori congressuali, per un maggior impulso e contributo all’organizzazione sulle politiche istituzionali, contrattuali ed organizzative. Dovremo continuare anche nella nuova federazione ad intensificare lo stretto e continuo rapporto che abbiamo istaurato tra la segreteria nazionale e l’esecutivo per rendere l’organizzazione più partecipe nei processi di formazione, attuazione e verifica delle linee congressuali. Dovremo infine coinvolgere le diverse esperienze e capacità tecniche dei quadri territoriali per supportarci e fornire insieme il contributo più qualificato dell’organizzazione sulle tematiche più prettamente tecnico operative importanti nella gestione dei servizi affidati. Dovremo infine, dare grande impulso al territorio, alla cosiddetta prima linea, lanciando progetti di proselitismo locale, fornendo loro risorse e sostegno per accrescere la nostra presenza su tutti i luoghi di lavoro.


E tutto ciò a partire dai prossimi giorni, al termine dei nostri lavori. Nello scorso congresso citai Seneca ed è ancora oggi ritengo opportuno e valido ribadire un suo detto: ” il più grande impedimento alla vita è l’attesa, chi dipende dal domani, perde l’oggi …… pertanto, contro la celerità del tempo bisogna gareggiare con la velocità nel farne uso, e come da un torrente rapido, ma destinato a non scorrere sempre, bisogna attingere prontamente” Nello stesso tempo, però, sono affezionato ad una saggia frase della civiltà atzeca che da sempre condiziona il mio cammino: Al mondo esistono due categorie di uomini : gli uomini sole che vivono di luce propria e gli uomini luna che vivono di luce riflessa. Ebbene noi tutti abbiamo scelto di essere tanti uomini sole. Grazie IL SEGRETARIO GENERALE Pompeo Mannone

Federazione Nazionale della Sicurezza CISL  

1° Congresso Nazionale della FNS CISL intervento di Pompeo Mannone

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