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Sofia Gallo

www.giunti.it Š 2010 Giunti Editore S.p.A. Via Bolognese 165 - 50139 Firenze - Italia Via Dante 4 - 20121 Milano - Italia Prima edizione: settembre 2010 Ristampa

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2013 2012 2011 2010

Stampato presso Giunti Industrie Grafiche S.p.A. - Stabilimento di Prato


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Capitolo primo Ali di corvo

1. Oggi piove, è una giornata grigia, tetra. Sono seduta su un treno per Milano zeppo di ragazzi, sparpagliati nei vagoni, mascherati da passeggeri comuni. Fuori dal finestrino non si vede altro che nebbia, vapore che sale dalle risaie e ristagna nell’aria scura. Il signore seduto di fronte a me legge, il suo vicino sonnecchia. La donna accanto al finestrino ha gli occhi pieni di pianto. È giovane. Forse il suo uomo l’ha piantata o è morto qualcuno. Abbiamo ordini precisi, noi del servizio d’ordine: isolare i provocatori e respingere le cariche della polizia. Siamo muniti di una piantina della città per raggiungere un punto di raccolta: un cinema in disuso. Il corteo non è autorizzato dalla questura. Sarà un corteo imponente, a un anno esatto dalla strage di piazza Fontana. Nella sede di Lotta Continua a Torino hanno rastrellato tutti quelli disponibili per fare numero e io, a dir la verità, di servizio d’ordine non ho grande esperienza. Di Milano non so niente e già mi perdo all’uscita della Stazione Centrale. Entro in agitazione. Ho l’impressione di essere riconoscibile a un miglio di distanza, condita di montgomery e scarpe da ‘cuntesta’.

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Individuo un capannello di compagni e mi unisco a loro, ma è quando si fa buio, a metà pomeriggio di questa piovosa giornata di dicembre, che perdo ogni punto di riferimento e allora c’è solo la voce di un ragazzo che mi guida nella città sconosciuta. «Presto, via, via. Veloci! Non tutti insieme! Disperdetevi!» «E dove si va?» «Via di qui, adesso». Sono ferma in mezzo alla strada, leggermente inebetita. Esito e la sua mano mi afferra per un braccio, lui mi strattona e mi indica una via laterale. Corro e, fatti 100 metri, di nuovo lui mi agguanta per la giacca e dice più calmo: «Non scappare. Cammina normale. Fai finta di niente». «Posso venire con te?» «Sì, ma nascondi i volantini. E tira su la testa, porca miseria. Sembri un cane bastonato». «Non conosco Milano. E non so dov’è la via dell’appuntamento». «Alla faccia del servizio d’ordine! È vicino a piazzale Baracca». «Tu conosci il posto?» «Sì, ci sono stato una volta. È un vecchio cinema abbandonato». «E lì che dovremmo fare?» «Ricompattarci… ma non ti hanno detto niente?» «Che la manifestazione sarebbe stata un gran casino». «Sai almeno per cos’è?» «Spiritoso! Su piazza Fontana so tutto. Merda, ci mancava la pioggia!» «Hai il cappuccio. Tiralo su». «È vero. E adesso che facciamo? Ci sono camionette dappertutto. Perché non prendiamo un tram?» 8

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«Buona idea!» «Siamo riconoscibilissimi! Partendo da Torino volevo mettere la gonna e i mocassini, ma mi hanno dato della pazza. Almeno sarei sembrata una brava ragazza». «Perché, non lo sei?» «Sempre più spiritoso. Pensa a trovare un tram». «Il 12, ti va?» «E che ne so! Sei tu il milanese». «Io? Io sono di Bologna. Non so una minchia fritta di ’sta città». «E come lo troviamo piazzale Baracca?» «Ci pensiamo dopo. Sali, forza! Caricano! Quel gruppo… con le spranghe». «Ce l’hai il biglietto?» «Zitta!» Un tizio col cappotto grigio e i guanti di pelle nera si gira e ci squadra da capo a piedi con aria inquisitoria. «Questo ci denuncia» bisbiglio. «Stai buona. Siediti. Alla prossima scendiamo. No, via subito, a questa. È salito il controllore». Atterro sul marciapiede rialzato della fermata del tram n° 12; ho i piedi gelati, la gola asciutta e mi sento persa nella nebbia spessa, che è calata di colpo ovattando tutto, anche i rumori delle macchine e i passi delle persone. L’umidità penetra nelle ossa, mi gocciola giù lungo il collo, nella schiena, come una pioggerellina fine fine. «Dove siamo?» borbotto. «Bo’». «Aspetta…» ho un’illuminazione. «Siamo vicini al Teatro Nazionale. Quello con il balletto di Falco. Ci sono manifesti ovunque!» «Ti piace il balletto?» «Da morire. Moderno, poi! E Falco è un grandissimo. Un americano di origini italiane. Mi farebbe impazzire vederlo». 9


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«In America? Da quei bastardi! Ma sei scema!» «Potrei vederlo anche a Milano, senza andare in America. E poi che ti hanno fatto gli americani? Ci hanno pure liberato dai tedeschi!» «Dai tedeschi ci hanno liberato i partigiani». «E gli alleati?» «Ma che storia hai studiato?» «La storia è una sola». «Oh già, bella questa. La storia è di chi la scrive! Altro che una! E gli americani sono dei fottuti imperialisti». «Va be’, viva Marx che era un tedesco». «Lo fai apposta o a Torino siete tutti così stronzi?» «No, no, è una dote personale. E mi secca avercela sempre a morte con qualcuno». «Lo sai che ti dico? Ascoltando le tue cazzate siamo arrivati in piazzale Baracca». «E il cinema dov’è?» «Là sotto. In quel palazzo rosso. C’è gente. Non vorrei fosse una trappola, che ci beccano come tordi nella rete». «Dio, sparano!» «Lacrimogeni. Meglio cambiare aria». «Idea geniale». «Hai fame?» «Non male». «Quanto hai?» «Tremila». «Io duemila. Perfetto. Ci facciamo una pizza. Andiamo via, piano, a piedi. La prima pizzeria che vediamo entriamo. Qui si fa notte…» «Bene. Per fortuna che ci sei tu». «Già, da sola ti vedo male. Oddio, vengono verso di noi. Maledizione, via, via di qua. No, no, ferma, non scappare. C’è una camionetta posteggiata dietro l’angolo. Se ci vedono correre siamo fritti». «Li avranno arrestati tutti?» 10

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«Chi?» «Quelli del servizio d’ordine». «No, sono in gamba e scapperanno come noi». «Ehi tu, come ti chiami?» «Io Ernesto e tu?» «Te lo dico un’altra volta!» Di colpo mi abbraccia. Sento un rumore di scarponi sul selciato, ritmato, sempre più forte, intravedo con la coda dell’occhio i poliziotti in file di tre per tre, con elmetti, manganelli, paragola e scudi, che ci arrivano alle spalle. Ernesto china di lato la testa ricciuta, mi stringe più forte incollandomi al suo cappotto striminzito e mi bacia. Prima fa finta, così sembriamo due innamorati, poi il bacio diventa vero vero. La sua saliva è calda e la lingua fruga nella mia bocca, e piove e ho i capelli bagnati, scarmigliati dalle sue mani che vi navigano dentro e scivolano sul collo e rimaniamo appiccicati per un tempo che pare un’eternità, mentre la pula ci sfila a fianco e continua la sua marcia compatta. Soltanto quando tutto tace, ci stacchiamo. Lui mi prende per mano e zitti, come anestetizzati, inebriati e sorpresi, camminiamo in una Milano chiassosa e già illuminata dai festoni natalizi, con i tram sferraglianti e le ruote delle auto che fanno schizzare alta l’acqua delle pozzanghere. Ho freddo e mi stringo un poco a lui. Alza il braccio e lo passa dietro le mie spalle, si china e mi dà un bacio leggero sulla guancia. Lo guardo: è bellissimo, alto con i riccioli biondi e lo sguardo tenero. Non oso rompere questa magia, è come camminassi tra le nuvole, in un sogno che mi porta alla metro e poi alla scalinata della stazione e al binario n° 6 dove parte l’ultimo treno per Torino. Dove siano gli altri non lo so. Mi staranno cercando? Non lo so. Non mi importa. Lui non dice niente, non mi 11


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lascia un biglietto, un numero di telefono, un indirizzo, sparisce al fondo del binario nella stazione buia. Come può essere che svanisca così dalla mia vita? Perché l’ho lasciato scivolare nell’ombra? Seduta nella puzza di fumo di uno squallido scompartimento di un treno regionale, sporco, liso dall’infinito passaggio di sederi sui sedili, mi viene da piangere. Piango, come la donna del mattino, fissando gli occhi vuoti nel nero della notte là fuori. 2. Il giorno dopo passo in sede a Torino e mi chiedono com’è andata. Vogliono sapere tutto: io ricordo solo le fughe con un compagno sconosciuto e quel bacio che a pensarci mi paralizza la lingua e mi scuote in un brivido di piacere. Forse non l’ho guardato bene, sotto la pioggia, col cappuccio e i capelli arruffati. Forse non è così bello come credo. Non ho nulla da raccontare. Lascio che parli Giorgio. Era un operaio Fiat. Lo sarebbe ancora se una pressa non gli avesse tranciato di netto le falangi delle dita della mano destra. Da allora è in invalidità permanente e fa politica a tempo pieno. Ascolto la sua versione dei fatti e non riconosco nulla del suo racconto. Non ho visto il corteo, né so chi sia stato fermato. 11 persone? Accidenti. Ci sarà un volantino e dovremo distribuirlo ovunque, tappezzare la città denunciando il sopruso di quegli arresti. «Tu vai alla Fiat di Rivalta. Trovati qui, lunedì mattina alle 4 e mezza. Puntuale. Ce l’hai la macchina, no?» mi dice Giorgio duro. «Sì» dico svelta, colta da una leggera vertigine. Non ho testa per loro. 12

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Scappo via di corsa prima che mi affibbino altri incarichi. Cammino veloce, a caso. Lunedì alle 4? Come faccio a uscire di casa alle 4 di mattina? Ficco le mani ghiacciate in tasca, attraverso i giardini reali e infilo i portici di via Po. Passo davanti al vecchio palazzo dove c’è la soffitta di Roberto e la gola si secca. Sto ancora con lui. Come, perché, non lo so. L’ansia mi assale traditrice. Mi appoggio al pilastro dei portici di fronte all’ingresso e chiudo gli occhi. A più di un anno di distanza ricordo nei minimi dettagli la sera della mia prima volta. Mi vedo Roberto che mi passa a prendere a scuola all’una con la sua Mini e mi sventola sotto gli occhi una chiave di ferro di quelle vecchie, grosse, con un cordino attaccato all’anello. Il messaggio è chiaro: abbiamo un posto, tutto per noi, finalmente. Io sono vergine e lui invece pensa che sia una di quelle scafate, che a 18 anni compiuti hanno già fatto l’amore mille volte, e vuole aggiungere il mio nome all’elenco delle sue conquiste. La chiave è della soffitta, quella proprio qui davanti a me al numero 82: la divide con il suo amico Riccardo e la definisce eufemisticamente un rifugio, un pensatoio, un’isola felice. In realtà è una mansarda al quinto piano, cui si accede da un corridoio stretto e polveroso, fredda, con un abbaino dai vetri opachi e neri di fuliggine, due scaffali bassi con libri e riviste, un giradischi, un letto sfatto con delle lenzuola usate e una trapunta rossa. Roberto chiude la porta alle sue spalle e si siede su quel talamo. Non perde tempo: mi stringe a sé, mi sbottona la giacca, la camicia, il reggiseno. Ha mani fredde ed esperte e in un attimo siamo nudi sotto la trapunta. Succede tutto in fretta: dopo i baci e le carezze, è dentro di me e mi fa male. Vorrei urlare, stringo i denti e mi ab13


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bandono finché una fitta, come un’onda, mi percorre tutta dalla bocca dello stomaco alla punta dei piedi e ci ritroviamo abbracciati esausti, appiccicati e teneri. L’abbaino ha gli scuri semichiusi e io fisso il pezzettino di cielo imprigionato tra le ante: mi pare di vedere un brandello del mio grembiule nero da brava studentessa liceale che vola via, liberato per sempre e so che quel che ero prima non lo sarò mai più. Al pensiero dei grembiuli da educande buttati per protesta sui rami degli alberi davanti al liceo, ridiamo. Erano stati loro a farci incontrare: svolazzavano lassù come ali di corvo, beffardi, affamati di giustizia e insofferenti per quanto di retrogrado e autoritario imbrigliava la nostra vita di studenti. Allora sì che ero entusiasta, ma ora dove voglio andare? Dove è finito il desiderio di Roberto? Quale tributo devo pagare per godere della sua attenzione distratta? Il pensiero è così molesto al confronto con la dolcezza del bacio rubato sotto la pioggia a Milano che mi do una scrollata e di scatto riprendo a camminare. Sono in preda a un tormento cervellotico: mille pensieri discordanti galoppano impazziti nella mia testa. Io vorrei imbavagliarli, metterli a tacere e vivere alla giornata, ma sono voci laceranti e prepotenti, sono più forti di me e fin da bambina arrivano improvvisi a ingombrare la mia mente, indifferenti al tutto che mi circonda. Adesso si ribellano a qualsiasi ricerca di ordine e di chiarezza, si azzuffano e si accavallano, coinvolgendo tutto: il sesso, la politica, la famiglia, gli studi… Roberto è un chiodo fisso. E mi tallona: insiste perché ci troviamo una casa insieme. La sua voce mi ronza nelle orecchie, come fosse lì dietro di me in piazza Vittorio, a sfinirmi con la reiterata litania su affrancamento, autonomia e libere scelte: «Nessuno in una famiglia come la tua può fare la mili14

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tante. Ti rendono la vita un inferno. Adesso non sei più al liceo, dai ripetizioni a due ragazzini, ti mantieni… che scuse hai ancora?» Che scuse ho? Nessuna. Mi immagino fuori di casa: evitati gli occhi scrutatori della mamma, cancellati i commenti sarcastici di papà, le sue dissertazioni su Stalin e Hitler condite di strali contro la nostra insensata esaltazione, noi che spacciamo per paradiso un regime di soprusi e di eccidi che nulla ha da invidiare al nazismo, che nausea! Cancellate pure le baruffe con mia sorella Arlette, saputella e smorfiosa, e le occhiate furtive di Luca, incapace di dimostrare in altro modo la sua simpatia per me. Uscire di casa sarebbe un passo definitivo e liberatorio, ma non lo voglio fare con Roberto. Non lo volevo ieri e tanto meno lo voglio oggi. Cammino ancora, scendo ai Murazzi, attraverso i giardini del Valentino e, quasi senza volerlo, mi trovo in corso Dante davanti al liceo Alfieri. Sono le 12.30. Posso aspettare Arlette che esce all’una, il sabato. Mi siedo sulla balaustra che delimita il marciapiede. Alzo lo sguardo e vedo ancora un residuo di stoffa nera sbrindellata agganciata per un soffio al ramo di un’acacia. Oggi è la camminata della memoria. Tutto allora ha inizio per gioco, per un’incazzatura con Simona, compagna di banco fin dalle medie. Lei adorava il suo Guido come un idolo e lui nel liceo se la tirava come fosse Lenin redivivo e nelle assemblee degli studenti si lanciava in discorsi rutilanti. La mia eccitazione per l’ondata liberatoria, eredità del ’68, si infrangeva contro quelle discussioni interminabili, farcite di parole altisonanti, e così provoco Simo e le dico che va dietro a Guido come una capra ammaestrata e neppure capisce quel che dice. Lei si offende e non mi passa gli appunti di filosofia. Rivedo la scena come fosse ieri: il 15


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prof grasso, pelato, fa vagare i suoi occhi liquidi e le sue zampe da predatore sul registro e mi becca. Io di Kant, Hegel e Kierkegaard non so un fico secco. Mentre il professore strepita, battendo il pugno sulla cattedra e inferendo un tremito sospeso ai compiti impilati davanti al suo naso, io poso lo sguardo sulle mie compagne e mi viene l’idea: organizzare la rivolta dei grembiuli. Via tutti i grembiuli, lucidi o opachi, diligentemente abbottonati o portati sciattamente aperti perché il colletto bianco staccabile è andato perso, con le tasche piene di briciole, fazzoletti usati e bigliettini illeggibili. Via anche la noia di stare in questo stramaledetto liceo di perbenisti. Appena posso, colgo l’occasione di vendere la mia idea a Guido. «Un ammutinamento in massa di tutte le ragazze» gli dico «per emanciparsi dal nero funereo e mortificante dei loro orribili grembiuli». «Ok, sembra buona» dice lui e l’affare è fatto. 3. Arlette esce. La osservo mentre chiacchiera davanti al cancello dell’Alfieri con un’amica. È uno schianto, niente da dire: porta i pantaloni e sculetta davanti ai compagni. Fianchi sottili, spalle larghe, un musetto provocante con due occhioni azzurri e capelli scuri, lunghi e mossi. Ficco le mani in tasca al mio giaccone senza forma e penso con simpatia al mio sedere grosso, mascherato da maglioni che scendono fino alle ginocchia. Lei è bella, e io sono ‘interessante’. Fortuna che il terzo è nato maschio. Un’altra sorella più figa di me mi avrebbe annientata. Arlette, il giorno della rivolta dei grembiuli, il suo non voleva buttarlo all’aria: vi si strizzava dentro tenendolo stretto con le braccia per paura che glielo strappassero di dosso. 16

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Noi con vecchie canne da pesca avevamo issato i grembiuli sui rami spogli degli alberi del corso. Il preside, furioso, stava piantato a gambe larghe sul portone della scuola come Cerbero alle porte dell’inferno: cercava di dominare la situazione con scatti della testa a destra e sinistra, tanto che pareva ne avesse davvero tre di teste. Gli faceva corona un gruppo di insegnanti piene di sdegno. Arlette si agitava con la gonna e il grembiule svolazzanti sulle gambe snelle e ostentava con movenze da diva la più assoluta indifferenza alle urla nei megafoni contro la ‘scuola fascista’. Io la seguivo con gli occhi con rabbia crescente. Avrei voluto farla sparire, ne ero al tempo stesso affascinata e irritata: stavo lì, incapace per colpa sua di godere della massiccia adesione alla mia iniziativa, quando la vista di Roberto mi distolse da lei. Il direttore d’orchestra dei megafoni era lui, barba e capelli lunghi legati a coda, eschimo e occhialini rotondi, una voce calda, anche se il megafono la deviava leggermente su toni metallici, modi scanzonati, un po’ beffardi. Roberto, capo ben più prestigioso dei modesti capetti di liceo del calibro di Guido, mi agganciò lì con parole suadenti e abboccare all’amo decretò la mia vittoria totale nella sfida con Simona. A pensarci bene questa è l’unica mia certezza: è stato lui il tramite del mio ingresso in politica, voluto e liberatorio, e tuttavia morbido, senza strappi, senza rotture pesanti in famiglia, senza scontri violenti a scuola. Ma adesso sento che il tempo della leggerezza è finito. Adesso sono dentro davvero. Arlette ci mette un po’ a vedermi, poi mi viene incontro svogliata. «Ciao, che fai qui?» «Il mio dovere di sorella maggiore» azzardo ironica. «Già. ‘Accompagna a scuola tua sorella e tornate a casa insieme’». Fa il verso alla mamma. 17


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Scherza: è in buona. Mi prende sottobraccio e attacca a raccontare. «Tragica versione oggi» dice.«Sai com’è Garro! Non un aiuto, non un suggerimento. Sta immobile davanti alla cattedra a scrutare la classe. Non è un uomo quello, è un alieno. Di’… c’è la neve in Anatolia?» mi chiede di getto. «Non so. Penso di sì!» «Nella versione c’era, e i greci scappavano o li inseguivano, i persiani? Bo’, io li ho fatti scappare e sai che culo? Sul Rocci ho trovato mezza versione tradotta». Arlette ride e lancia in aria il vocabolario. Io lo afferro al pelo prima che si sconquassi cadendo sul marciapiede. Dio, perché ho salvato un vocabolario di greco? Taccio. Una folata di aria gelida mi colpisce in faccia. È precipitato l’inverno. Fino a pochi giorni fa la temperatura era tiepida e le foglie gialle degli ippocastani parevano restie a cadere. Volteggiavano in aria come soppesassero l’opportunità di posarsi a terra e terminare il viaggio o godere ancora di un sogno incompiuto. Le foglie mi inteneriscono. A volte corro per afferrarne una prima che cada e la uso come segnalibro. Oggi è freddo, i marciapiedi hanno una patina di brina ghiacciata, le mani e il naso sono gelati. Le foglie a terra sono accartocciate come la piccola fiammiferaia la notte di Capodanno. Non ho i guanti e tanto meno un berretto. Tiro su le spalle e accelero il passo. Arlette zampetta di fianco a me e continua a parlare: «Dopo Garro è arrivata la Mazzucchelli. Un mostro, quella». Fa la caricatura della sua prof di Italiano, assume un incedere robotico e ripete il suo intercalare preferito, nevvero ragazzi, con voce tagliente. Ride. 18

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Io sorrido, di nuovo assente, persa nei miei pensieri. D’un tratto una ragazza arriva di corsa alle nostre spalle, si frappone tra me e Arlette e le bisbiglia qualcosa all’orecchio. Indica un tale seduto in una Lancia coupé, accostata di lato nella strada. E chi sono quelli? Tiro via Arlette per un braccio. Lei si divincola. «Di che ti impicci?» strilla. «Fatti i cazzi tuoi». Lo sapevo. I racconti di scuola erano una tregua di breve durata. «Invece di preoccuparti per me, occupati del tuo fottuto Roberto» dice tagliente Arlette. «Sempre in giro con una diversa». «Ma vaffanculo!» «Vaffanculo tu!» Arlette mi tende un volantino stazzonato e sbraita: «To’, leggi questo. Me l’ha dato lui, il coglione col megafono al collo. Gioca a fare Robin Hood con la faretra e le frecce. Mi ha detto di farmi viva davanti al D’Azeglio. Mi vuole agganciare, se lo vuoi sapere. To’, leggi» ripete stizzita, perché io non muovo un dito. Gira i tacchi e se ne va con la tipa che ha assistito impassibile a tutta la scena. La Lancia coupé parte sgommando nel traffico e dal finestrino aperto vola via il volantino. Vado a raccoglierlo e mi sforzo di leggerlo per dar tempo al battito del cuore di riprendere un ritmo regolare. Le solite cose: più poteri ai delegati degli studenti, garanzie di assemblee periodiche, solidarietà con gli operai della Fiat, gli operai che hanno reso caldo l’autunno, così caldo che le chiappe dei crumiri scottano ancora… «Va’ a cagare, stronza» dico ad alta voce. Butto il volantino in un cestino ed entro nel primo bar che trovo, mi siedo e ordino un caffè. Apro il giornale del bar. Uno sciopero, il carovita, una 19


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rapina. Leggo della rapina. Una banda che si sposta di città in città, dispone di un’unica auto, un’utilitaria, i complici si muovono a piedi. Sfuggono alla polizia da 4 anni... Non riesco a concentrarmi, pago e esco. Vado d’istinto da Simona. Pur di non andare a casa mia. 4. L’amicizia di ferro con Simo si è incrinata, però resta il fatto che lei e solo lei è disposta ad ascoltarmi in qualsiasi momento. Sta sempre con Guido. Ha fatto subito l’amore con lui, quando io ero ancora lontana dal sentire qualche brivido nel mio corpo congelato in un’adolescenza sessuofobica. Sono gelosa? Può darsi. Li sento maturi, determinati nelle loro scelte. Appena i genitori di Simo torneranno al Sud, e pare che sarà tra breve, decideranno di vivere insieme. Suono con insistenza il campanello al terzo piano di via Nizza 364, poco oltre piazza Carducci. Apre Simona e mi squadra con aria interrogativa. La aggredisco con un impeto di frenesia verbale. «La manif a Milano, sai, ieri ero a Milano, be’, mi ha gettato nello scombussolo totale. Mi sento come se qualcosa strisciasse sotto pelle in cerca di una via di uscita, che so un lombrico che gonfia e si dimena… rendo l’idea?» Simo mi guarda attonita e mi fa segno di entrare in cucina. «Tu, sei innamorata di Guido?» le chiedo a bruciapelo lasciando perdere i lombrichi. «Perché me lo chiedi?» «Perché nessuno parla mai di amore. È una parola sdolcinata, in disuso, da romanzi rosa o dell’Ottocento. Del resto l’amore è secondario nel cammino della rivoluzione». 20

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«Forse nella vostra, di rivoluzione! In quella mia e di Guido, no». «Ma dai» incalzo, incurante della sua battuta polemica «i veri rivoluzionari sacrificano tutto per la causa. Le loro sono storie di rinunce, strazi, lacerazioni. Pensa… i giacobini, i bolscevichi, i partigiani, o i cinesi di Mao, i vietcong, come possono pensare all’amore?» «Perfetto, allora» ribatte Simo stizzita. «È giusto che tu non ami nessuno, perché sei un’eroina della rivoluzione degli anni ’70». «A Milano ho incontrato qualcuno». «Uahhooo. E come?» «Per strada, di sera. So a malapena come si chiama». «Figo. Promette bene. Non ne sai davvero niente?» «Niente». «Oddio, che casino». «Ti prego, tienilo per te!» «Sicuro. E Roberto?» «Bo’». «Bo’, non è una risposta. Quello è una piovra, ti lega mani e piedi e poi ti bidona. Cogli l’occasione e mollalo. Dai retta a noi. Guido lo conosce bene!» «Eh, parola di Guido, parola di Dio! Già che ci siete, mettete su un’agenzia di consulenze matrimoniali». Simo ignora i miei toni provocatori e svia il discorso sulle sue future prospettive di vita coniugale. Non avevo dubbi in proposito, ma ciò che non potevo prevedere era che lei ventilasse la possibilità di ospitarmi, qualora il suo progetto di vita insieme a Guido prendesse corpo davvero. Così in fine di giornata, con il buio che cala al di là della finestrella dell’angusta cucina di Simo, vedo materializzarsi l’eventualità di una mia fuoruscita di casa. Nel mio cuore sconquassato da un amore nebuloso per uno sconosciuto, si apre uno spiraglio, una ventata di otti21


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mismo con cui saluto Simona e mi avvio a passi veloci verso casa, dimentica di avere ancora le ali tarpate. Entro in casa e sgattaiolo in camera senza salutare nessuno. Ma di lì a un minuto arriva la mamma a chiedermi conto di dove ho passato il pomeriggio. Non le ho detto niente. Ma che dovevo dirle? Ho preso un caffè al bar, sono stata a trovare Simona, ho camminato per Torino. Ho diciannove anni, quasi venti. Lei insiste. Piantala, dico, smetti di gridare… no, io non sono la tua condanna, la tua disperazione. Ma che ti inventi, che vuoi da me??? Urlo. Anch’io. Senza volerlo. Un guaito di rabbia, di impotenza. Lasciami perdere, prima che succeda il peggio. Prima che papà rientri o Luca esca da camera sua. Perché non te la prendi con Arlette? Lo so che è in casa, sento la radio di là nello studio. E dove l’ha passato il pomeriggio lei, ipocrita impertinente? Venisse almeno a togliermi di torno questa pazza di nostra madre. No, lei non si muove. Quando mai. Allora taccio. Incrocio le braccia, immobile sulla porta. Mi esploderà il petto per la rabbia. Sarà come un vulcano, qui davanti ai suoi occhi. Andrà in mille pezzi che rotoleranno come pietre roventi e lei si scotterà. Li odio, i miei. Voglio solo che mi lascino respirare, che smettano di rivedermi le bucce e subissarmi di ordini e divieti. Mia madre abbassa lo sguardo e chiude piano la porta. Per questa volta è andata. Suona il telefono. «Elena, è per te» grida Luca. Afferro sgarbata il ricevitore. È Roberto. Mi chiede di uscire. «Ho la febbre alta. Non posso. Mi dispiace». Riattacco. 22

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Arlette mi sfila di fianco con aria burlona. «Bugiarda» sussurra. Al diavolo! Cosa non darei per essere già a casa di Simo.

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