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III.

Il custode della casa

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a Fraternità san Carlo è sempre stata particolarmente legata a san Giuseppe. Fin da piccolo ho maturato una particolare devozione nei suoi confronti. E questa devozione,

che mi è rimasta negli anni, l’ho poi trasmessa agli altri sacerdoti della Fraternità. Non a caso, ho voluto che il nostro riconoscimento sia come società di vita apostolica di diritto diocesano che di diritto pontificio avvenisse proprio il giorno della sua festa: il 19 marzo ‘89 e lo stesso giorno di dieci anni dopo, nel ‘99. Ma perché guardare a quest’uomo che la liturgia ci descrive sempre così silenzioso? Proprio il suo scomparire, non nell’inattività o in un’umiltà affettata ma nella quotidianità del suo «sì», è la ragione della sua attrattiva. Quella quotidianità che, ora per ora, non sembra segnare nessuna traccia, ma che vista nell’insieme di una vita manifesta la poderosa statura di un uomo. È questo il messaggio più grande che arriva dalla sua figura: il «sì» di ogni istante, la carità di ogni istante, il suo essere «custode » e «responsabile». San Giuseppe è «custode» perché deve occuparsi di qualcuno di cui egli non è padrone, ma che gli è affidato. Di tutto ciò Giuseppe ha piena consapevolezza. Gesù stesso identifica propriamente colui il quale farà entrare nel suo regno con il termine custode: «Servo buono e fedele che hai custodito il poco, io ti farò custode del molto» (Mt 25, 21). L’altro termine che descrive la vita di Giuseppe è «responsabile». Nel Vange-

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lo di Luca c’è un episodio che spiega bene questo aspetto: è l’episodio che racconta di Gesù che si perde a Gerusalemme. Quando Maria e Giuseppe lo trovano, Gesù dice una parola pesante nei confronti di quest’ultimo: «Perché mi cercavate? Io devo occuparmi delle cose del Padre mio», e lo dice davanti a Giuseppe. Ma poi, continua il Vangelo: «Essi non compresero le sue parole e Gesù partì con loro, tornò a Nazareth ed era loro sottomesso» (Lc 2, 51). Subditus illis. Gesù era sottomesso a Giuseppe, che aveva la responsabilità di custodirlo: Giuseppe è il custode della casa. Questo è il segno grande che quest’uomo porta nella storia del mondo: Dio ha voluto abitare in una casa, con un padre ed una madre. Ha voluto abitare nel mondo, accettando di essere in una casa: un luogo umano, fatto da mani umane, dove Dio abita. È questa casa che Giuseppe ha custodito e che noi, seguendo il suo esempio, dobbiamo avere a cuore. Imitare san Giuseppe significa domandare di poter essere custodi, cioè di adorare la grazia che si è ricevuta, difenderla, amarla, servirla.

Proprio il suo scomparire, non nell’inattività o in un’umiltà affettata ma nella quotidianità del suo «sì», è la ragione della sua attrattiva. Quella quotidianità che, ora per ora, non sembra segnare nessuna traccia, ma che vista nell’insieme di una vita manifesta la poderosa statura di un uomo.

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IV.

Il lavoro, la strada per imparare ad amare

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l secolo ventesimo sarebbe dovuto essere il secolo del lavoro. E, in un certo senso, lo è stato. Il lavoro è diventato tema di studi, di lotte, di guerre, ha segnato la nascita di partiti e di

associazioni. Interi movimenti che hanno attraversato il secolo si sono ispirati alla promozione dei lavoratori, come, per esempio, il movimento comunista, quello socialista e quello cattolico. Ci sono stati però anche milioni e milioni di lavoratori uccisi, perché non rientravano nello schema della rivoluzione programmata. Il nazismo, poi, ha fatto scrivere sarcasticamente sulla porta di Auschwitz «il lavoro rende liberi». Anche la Chiesa ha parlato di lavoro ai lavoratori. Soprattutto dopo Leone XIII, esso ha occupato una parte importante nella dottrina sociale che si è andata sviluppando e diffondendo anche attraverso le grandi encicliche di Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII, e Paolo VI. Ma, più in generale, il novecento ha visto, soprattutto nella sua seconda parte, un grande offuscarsi del senso e del gusto per il lavoro. Ritengo che questo sia uno dei mali più gravi della nostra società. Perché qualunque vocazione si abbia, il lavoro decide della nostra vita. Quando manca il lavoro, l’uomo non può esprimere se stesso, perde il rapporto con la realtà, non si sente amato e non ama. È stato certamente uno dei tanti meriti del magistero di Gio-

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vanni Paolo II, che era stato operaio negli anni della sua giovinezza, di riportare al centro dell’attenzione degli uomini la realtà del lavoro e della sua contraffazione. Il lavoro dell’uomo, qualunque esso sia, non riguarda un aspetto marginale della sua personalità. L’uomo matura attraverso il lavoro, perché attraverso di esso prende coscienza di se stesso e della realtà, da cui dipende, ma che può anche contribuire a cambiare e a trasformare. Si capisce perciò come mai il lavoro coincida con la nostra vocazione. Quando la persona non è stata educata a lavorare, o di fatto non può lavorare, rimane come rattrappita, si chiude su se stessa, non conosce più la vita e la promessa d’infinito, la speranza che vi è contenuta. Invece, attraverso il lavoro l’uomo entra in rapporto con le persone e le cose. Accade sempre così, sempre l’uomo necessita di un rapporto creativo con la realtà. Il suo conoscere se stesso e il mondo procedono assieme. Quando Adamo ed Eva vengono cacciati dal paradiso terrestre, Dio, che aveva posto l’uomo nel giardino dell’Eden perché lo custodisse e lo coltivasse, rivolge a loro delle parole molto significative e terribili. Dice che a causa della loro disobbedienza, il suolo della terra sarebbe stata maledetto. Avrebbe dato ancora i suoi frutti, ma attraverso il duro lavoro. Il pane avrebbe richiesto il sudore del volto. Proprio queste parole ci spiegano la stretta relazione fra l’uomo, il lavoro, e Dio. Non soltanto attraverso il lavoro conosciamo noi stessi, non soltanto partecipiamo all’opera della creazione, ma, più in profondità, realizziamo quella purificazione che ci fa tornare a Dio. Dio ci chiama a servire il suo disegno attraverso il lavoro. Il lavoro non è dunque soltanto condanna. Non è soltanto fatica, peso. Tutto ciò è una condizione inevitabile, ma non l’essenza. Purtroppo oggi molti sono chiusi a una considerazione intera del lavoro, e vedono soltanto la fatica, e cercano di sfuggire

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ad essa. Ma in questo modo, sfuggono alla loro crescita umana. L’uomo infatti non ha mai un rapporto soltanto speculativo con la realtà, e neppure uno ludico. Non pensa soltanto e non gioca soltanto, ma vuole anche creare e trasformare. Per questo Dio ha creato un mondo incompiuto e ha affidato all’uomo il suo compimento. Ma ancora di più, per coloro che credono, che sono stati battezzati, il lavoro è la strada fondamentale per la loro partecipazione all’edificazione del corpo di Cristo. Attraverso di esso, quando è vissuto nella memoria di Cristo, le cose ritrovano lentamente il loro posto, le persone il senso della loro vita, il creato l’unità perduta nel peccato originale. Non è un caso che san Benedetto abbia legato la preghiera al lavoro, vedendoli non come due momenti successivi della giornata, ma come due espressioni della nostra vita che si integrano e si correggono a vicenda. Non si può vivere infatti solo per lavorare, non si può sacrificare tutto al lavoro. Esso non è un bene assoluto, serve in quanto porta l’uomo a collaborare al disegno del creatore, ad entrare nell’opera di Dio, a partecipare all’edificazione del Regno. Per questo il silenzio all’inizio della giornata ha un peso decisivo ed è ancora più importante di quello della sera. Il desiderio del lavoro unito a quello del giusto riposo è l’espressione di una vita cristiana sana. Non ci può essere vita cristiana senza desiderio di lavoro. È per me un’esperienza terribile vedere persone che hanno come ideale della vita lavorare meno, o non lavorare affatto, persone terrorizzate dalla fatica, che non sentono bruciare dentro di sé la passione per l’incompiutezza del mondo. Il lavoro è la strada fondamentale della nostra partecipazione all’edificazione del corpo di Cristo. Questo è infatti il senso esauriente dell’esistenza: servire Cristo. La strada per imparare ad amare è cominciare a servire. È proprio la quotidianità del ser-

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vire che fa entrare nel ritmo dell’amore. Il ritmo dell’amore vero, dell’amore maturo, è la fedeltà. Soltanto il servire fa entrare in questo ritmo. A poco a poco non ci si accorge quasi neanche più di servire. Ci si accorge soltanto di amare. Attraverso questa strada, la quotidianità del lavoro, si realizza la cosa più grande che esista al mondo: si impara ad amare Cristo.

Il lavoro è la strada fondamentale della nostra partecipazione all’edificazione del corpo di Cristo. Questo è infatti il senso esauriente dell’esistenza: servire Cristo.

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QUARESIMA E PA S Q U A


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I.

I quaranta giorni verso la libertà

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uaresima: un tempo di quaranta giorni che ci prepara alla Pasqua e ripresenta il numero misterioso dei quaranta giorni passati da Gesù nel deserto e dei quaranta

anni vissuti dal popolo ebraico, guidato da Mosè, vagando verso la terra promessa. Questo tempo sembra racchiudersi in una parola antipatica, digiuno, e in due espressioni rese ormai ambivalenti dall’uso, preghiera ed elemosina. La Chiesa, prendendo insegnamento da Gesù (rileggiamo il capitolo VI del vangelo di san Matteo), ritorna all’inizio della Quaresima su queste parole. Innanzitutto, Gesù lo dice chiaramente: preghiera, elemosina e digiuno presi in se stessi non hanno valore, anzi possono portare l’uomo a gonfiarsi di orgoglio per le cose che sa fare bene: le «opere buone». Oggi, mentre si adora il corpo, si predicano le diete salutari; mentre si adora il denaro, si cercano le azioni che possano farci sentire giustificati; mentre molti hanno paura del silenzio e cercano di dimenticarsi nello stordimento, altri si rivolgono alle pratiche orientali per trovare pace. In ognuna di queste tentazioni è nascosta una verità che Gesù svela: preghiera, digiuno ed elemosina sono le strade privilegiate per incontrare lui. Solo così hanno senso. Preghiera: non un tempo per piegarci su di noi. Non la rifles-

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sione sui nostri problemi, limiti, peccati, può aiutarci. Meditiamo invece ciò che Dio ha fatto e fa per noi, per ciascuno di noi. Meditiamo il Padre nostro, l’Ave Maria, il Gloria. Ritornando alle parole che Gesù e la Chiesa hanno messo sulle nostre labbra, sapremo aprirci a una speranza non irreale e capace di iniziativa. Ecco l’elemosina: dare qualcosa di nostro (non solo soldi, ma anche tempo, conforto, consigli…) a chi ne ha bisogno. Ci troveremo più veri, ricchi di quelle ricchezze che non pesano e non possono essere logorate dal tempo. Allo stesso modo il digiuno: non lasciarsi appesantire dal mangiare e dal bere, per poter essere più liberi per incontrare Gesù nella preghiera e nei fratelli. In Gesù non c’è nessun disprezzo per la vita, per le cose, per il cibo. Fu chiamato mangione e beone, perché partecipava ai banchetti, sgranava gli occhi di fronte ai fiori, agli animali, ai visi degli uomini e delle donne, aveva chi lo sosteneva con i suoi beni. Ma assieme ci ha insegnato il bene più prezioso, la libertà. Tutto è buono, ma nulla può diventare il nostro dio. Uno solo è il Signore, colui che è la fonte della vita.

Quaresima: un tempo di quaranta giorni che ci prepara alla Pasqua e ripresenta il numero misterioso dei quaranta giorni passati da Gesù nel deserto e dei quaranta anni vissuti dal popolo ebraico, guidato da Mosè, vagando verso la terra promessa.

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II.

La vita che rinasce

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resso i popoli antichi, anche in quelli più colti, destava particolare stupore e riflessione l’alternarsi delle stagioni, come se ogni anno il mondo nascesse e morisse per tor-

nare poi ancora in vita. Anzi, tutto questo, in fondo, si riproduceva nella realtà stessa della giornata, quando la luce si stempera e ad essa succede il buio, per poi con l’alba ritornare a vivere. Ma nell’alternarsi dei tempi dell’anno questo processo di nascita e di morte è ancora più clamoroso. E la Chiesa non ha fatto fatica a pensare al proprio anno liturgico, in cui si succedono gli eventi della vita di Gesù e in essi della vita dell’uomo, seguendo il ritmo delle stagioni. È vero che tutto ciò, pensato in una civiltà mediterranea, non può valere allo stesso modo per i popoli dell’emisfero sud della terra. Ma pure in questo susseguirsi della primavera, dell’estate, dell’autunno e dell’inverno, c’è qualcosa di valido per tutti. Il Dio creatore è lo stesso Dio che ci salva. Ed egli ha lasciato tracce, segni, di ciò che avrebbe realizzato compiutamente nel Figlio già nell’atto stesso con cui ha dispiegato l’universo. Tutto ciò che nasce nella natura ha bisogno di una preparazione, nascosta eppure fondamentale. Così è del seme nella terra, così è del feto nel grembo della madre, così è delle generazioni infinite che hanno dovuto vivere le stelle, i pianeti, i mondi conosciuti e sconosciuti, di cui, soprattutto in questo ultimo

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secolo, abbiamo potuto avere notizia. Quando si parla di Quaresima, si parla appunto di preparazione perché la vita in noi possa riprendere, anzi perché la vita in noi possa essere ospitata. La vita di Gesù risorto, il suo Spirito che ci è donato nella Pasqua, hanno bisogno di trovare in noi ospitalità. Questo è il senso del silenzio e della preghiera che viene tanto raccomandata dalla Chiesa nel tempo quaresimale. Questo è il senso del digiuno, che è strettamente congiunto con la preghiera e con il silenzio. Perché i nostri occhi non si abbiano a chiudere, i nostri sensi ad intorpidire. Questo è il senso della elemosina che ci è raccomandata. Perché la nostra vita non si appoggi su ciò che è secondario e passeggero, ma possa trovare in Gesù l’unica ricchezza che non passa, quella ricchezza che dà luce e peso anche ad ogni piccola cosa. Così tutto diventa, nelle nostre mani, non più il triste oggetto che verrà distrutto, ma un’icona della bellezza del Salvatore.

Il Dio creatore è lo stesso Dio che ci salva. Ed egli ha lasciato tracce, segni, di ciò che avrebbe realizzato compiutamente nel Figlio già nell’atto stesso con cui ha dispiegato l’universo.

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Armonia delle stagioni estratto