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Capitolo 9

GIOVANNI PAOLO II

Giovanni Paolo II è stato il papa della nostra nascita e delle nostre fondamenta. Ha accompagnato la Fraternità nei suoi primi vent’anni di vita e nel 1999 le ha concesso il riconoscimento come istituto di diritto pontificio, il più alto grado di riconoscimento nella Chiesa. In questo modo ci ha idealmente lanciati verso ogni confine del mondo. Soprattutto ci ha invitati ad approfondire le nostre ragioni di vita e a mettere solide radici. Sono arrivato a Roma nel 1978, pochi mesi prima dell’elezione di Karol Wojtyla al soglio pontificio, per svolgere il compito di responsabile delle relazioni esterne tra Comunione e Liberazione e il Vaticano. Lo avrei fatto ininterrottamente per tredici anni. Questo mi ha permesso non solo di conoscere dall’interno il governo centrale della Chiesa, ma anche di accostare il papa, di vederlo vivere, parlare e pregare. Nel 1984, in aula Paolo VI, in occasione del trentennale della nascita del movimento, il papa pronun9. GIOVANNI PAOLO II

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ciò davanti a don Giussani e a migliaia di ciellini una frase che sarebbe diventata il manifesto programmatico della nostra Fraternità: «Andate in tutto il mondo a portare la verità, la bellezza e la pace, che si incontrano in Cristo Redentore». In realtà tutto il suo magistero, i suoi viaggi missionari, il suo ardimento, sono stati per noi una luce a cui guardare, una sorgente di forza e intelligenza. Fu lui a incoraggiarci ad aprire una casa in Siberia, nel 1990, proprio quando stava ufficialmente finendo la storia dell’Unione Sovietica e si poteva toccare con mano il grigiore causato da settant’anni di comunismo; fu lui a spingerci verso Taiwan, indicando l’Asia come l’immensa terra alla quale la Chiesa avrebbe dovuto aprirsi nel terzo millennio; fu per le sue indicazioni, oltre che per le richieste di alcune diocesi e per le esigenze di Comunione e Liberazione, che decidemmo di dedicare gran parte delle nostre modeste forze alla rievangelizzazione dell’Europa: Spagna, Italia, Portogallo, Germania, Ungheria, Austria, Repubblica Ceca… Giovanni Paolo II era un uomo positivo e coraggioso. Veniva da lontano, come lui stesso disse appena dopo l’elezione, e desiderava che questo lontano diventasse vicino, voleva far sì che iniziasse un nuovo rapporto tra l’Oriente e l’Occidente dell’Europa. Amava dire che l’Europa avrebbe dovuto tornare a respirare a due polmoni. Con questa intenzione scrisse molte encicliche e documenti e fu anche disposto a ridiscutere 90

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l’esercizio storico del ministero petrino. Viaggiò in Polonia, Grecia, Bulgaria e tanti altri paesi dell’Est. Purtroppo non riuscì ad arrivare fino a Mosca, forse perché le comuni origini slave, anziché facilitarlo, resero più arduo l’ascolto reciproco. Voleva che ogni punto della Chiesa si sentisse centro e non periferia. Per questo ha viaggiato così tanto, forse più di ogni uomo mai apparso sulla terra. Non si stancava mai, sostenuto com’era da un’enorme forza spirituale e fisica. La prima scaturiva dal dialogo con Cristo e dalla coscienza della grandezza della propria missione; la seconda era favorita dal suo passato di sportivo e da una struttura corporea che solo l’attentato e una infinita serie di prove e malattie riuscirono infine a piegare. In lui si ammirava un uomo dalla grande capacità di parola, padrone di decine di lingue, dotato di grande arte comunicativa e interpretativa. Anche per questo ogni sua apparizione sul teleschermo costituiva un grande evento. La sua capacità di colpire era al servizio della testimonianza. Parlava alle folle, ma sembrava sempre parlare ai singoli. Come quando, al tavolo con don Giussani, in Vaticano o a Castelgandolfo, lo vedevo rivolgere domande, curioso di sapere, attento ad ascoltare per captare ogni nuova lettura che potesse giovare alla sua missione. È stato attore, poeta e filosofo. Aveva cercato di arricchire san Tommaso con le nuove consapevolezze della fenomenologia. Alcuni suoi testi reste9. GIOVANNI PAOLO II

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ranno nella storia della Chiesa, come le encicliche trinitarie, le catechesi sull’uomo e la donna, alcuni documenti sulla morale. Era un uomo poliedrico, che lanciava se stesso in un infinito numero di direzioni. Per questo aveva bisogno di un centro grande e profondo. Questo centro era il suo rapporto intimo e misterioso con Colui che lo aveva scelto. Tale confidenza rendeva in lui possibile la letizia, la giovialità, l’umorismo. Era un uomo capace di grandi giochi di parole, di battute, di risposte pronte e sorprendenti anche alle domande più insidiose. Penso ai suoi dialoghi con i giornalisti, in aereo, durante i viaggi in tutto il mondo. Fu lui stesso a inaugurare questi colloqui, perché amava il rischio e sapeva affrontarlo. Durante il suo pontificato, la Chiesa ha affrontato tanti nodi problematici: il proprio spostamento verso il sud del mondo, la difficoltà di rapporti con le altre chiese e comunità cristiane, l’opposizione dell’integralismo religioso islamico e induista da una parte e della cultura edonista dall’altra, la mentalità relativistica che abolisce ogni distinzione fra bene e male. Karol Wojtyla, soprattutto con i suoi viaggi, ha portato la Chiesa dentro questi nuovi scenari. Per lui la modernità non rappresentava un problema ma una opportunità, sempre che non negasse Dio e l’uomo. Giovanni Paolo II è stato un uomo dagli orizzonti mondiali. Si è messo al centro del rapporto tra le religioni, leader tra i leaders, con un carisma che 92

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nessun altro aveva. Sentiva la necessità di una alleanza tra gli uomini del mondo contro il materialismo, l’edonismo, la guerra, la violenza. Incontrò capi di Stato di ogni tendenza, da Castro a Pinochet, da Reagan a Gorbaciov, senza temere critiche e strumentalizzazioni. Era un audace. Sapeva che il bene è sempre intrecciato al male, eppure osava. Si è fatto voce di tutti i deboli del mondo, gridando contro l’aborto, la mafia, lo sfruttamento dei piccoli, il comunismo, il capitalismo selvaggio… Tutto ciò ha reso la sua figura estremamente sfaccettata e difficile da comprendere attraverso le semplificazioni del giornalismo. In tutte le sue battaglie ha cercato strenuamente degli alleati. Era convinto che un grande aiuto avrebbe potuto arrivargli dalla base della Chiesa, dai movimenti, dalle nuove comunità, dalle grandi figure carismatiche, dai santi come Teresa di Calcutta, Padre Pio, Escrivá de Balaguer. Proprio perché credeva a ciò che veniva dal basso, dalla fede del popolo, scelse di non dedicare le sue migliori energie alla curia, anche se ne ripensò gli uffici e li allargò a nuove responsabilità. Parlando di Giovanni Paolo II non posso non ricordare due suoi collaboratori che hanno avuto un grande peso anche nella nostra piccola storia. Il primo è il cardinale Camillo Ruini. L’ho conosciuto durante i lavori preparatori del convegno della Chiesa italiana 9. GIOVANNI PAOLO II

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che si sarebbe tenuto a Loreto nel 1986. Rappresentavo CL nel comitato organizzatore del convegno, comitato il cui presidente era il cardinal Martini, mentre Ruini era vicepresidente. Di fronte agli alti voli del cardinale di Milano, apprezzai il realismo e la concretezza del futuro cardinale vicario. Non è un caso che dopo Loreto Ruini divenne prima segretario e poi, per due volte consecutive, presidente della conferenza episcopale italiana: evidentemente il papa, proprio in occasione del convegno, aveva potuto conoscerlo e stimarlo, decidendo di affidargli compiti sempre più impegnativi. Ruini è stato chiamato a traghettare la Chiesa di un paese come l’Italia, importante per tutta la cristianità, in un tempo in cui la curia vaticana non si interessava più del nostro paese come in passato, accettando di farsi interprete delle linee di magistero e di governo del papa presso un episcopato numeroso e composito. In quegli anni non semplici, segnati tra l’altro dalla fine della DC e dalla ricerca di nuove forme espressive dei cattolici in politica, Ruini ha lavorato instancabilmente. La Chiesa italiana deve molto alla sua pacatezza, alla sua consapevolezza dei limiti intrinseci a ogni umano tentativo, al suo fiducioso abbandono in Dio di fronte alle lotte quotidiane. Il cardinale ha affidato alla nostra Fraternità due parrocchie nella città di Roma. Anche per questa ragione non sono mancate le occasioni di incontro 94

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con lui. Posso dire di aver goduto sempre del suo consiglio e del suo incoraggiamento. Un altro amico è il cardinale Francisco Errázuriz, oggi arcivescovo di Santiago del Cile e prima segretario della Congregazione dei religiosi, quella da cui dipende la nostra Fraternità. Con lui, per tanti anni superiore dei preti di Schönstatt, avevo preparato, nel 1987, il secondo colloquio internazionale dei movimenti ecclesiali. In quella occasione ho molto ammirato la sua pacatezza, la sua saggezza e la sua capacità di trovare linee di sintesi tra posizioni lontane. Quando fu chiamato in Vaticano per il compito di segretario dei Religiosi, ci fu vicino nell’iter verso il riconoscimento pontificio e ci aiutò a raggiungere quel traguardo che costituiva in realtà soltanto un inizio.

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Capitolo 10

BENEDETTO XVI

L’elezione di papa Benedetto XVI ha mostrato la vitalità della Chiesa. Lo si dice come frase fatta a ogni nuovo papa, eppure questa elezione non era per niente scontata. Nell’intimo del mio cuore la desideravo vivamente, ma temevo che Ratzinger non arrivasse a una quota di consensi sufficiente. Invece è avvenuta una conversione dei cuori e delle menti dei cardinali. Essa, da un punto di vista laico, può essere interpretata come si vuole, ma credo sia giusto leggerla come un’opera dello Spirito. Pochi giorni dopo il conclave ho incontrato un cardinale. Mi ha detto: «Questa elezione è la vittoria di Cristo, la vittoria del pastore sulle sue pecore disorientate e divise». Mi sembra una descrizione molto acuta di ciò che è avvenuto. Le pecore erano realmente disorientate e divise, nel senso che i cardinali erano entrati in conclave non sapendo cosa sarebbe potuto accadere: non c’era uniformità di giudizio, non c’erano accordi sul voto, non c’era identità di visioni. Ma a un certo punto l’unità si è creata, 10. BENEDETTO XVI

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tutti i cardinali hanno capito che la capacità di ascolto di Ratzinger, la sua finezza di spirito, la sua profondità intellettuale e la sua lunga consuetudine con Giovanni Paolo II, erano doni che andavano messi al servizio della Chiesa. Sono convinto che Ratzinger fosse l’uomo più adatto ad assumere il pontificato, in primo luogo perché la Chiesa e il mondo oggi hanno bisogno di punti essenziali di riferimento; in secondo luogo perché Ratzinger, proprio per la sua profondità di cultura, è in grado di mostrare a tutti le ragioni del cristianesimo. È un uomo che sa ascoltare e dialogare, come Giovanni Paolo II. Certo, tra Giovanni Paolo II e Benedetto XVI vi sono grandi differenze. La più evidente sta forse nel fatto che Wojtyla era esuberante, usciva dai canoni, mentre Ratzinger è proprio un uomo “canonico”. Non a caso ha scelto di chiamarsi Benedetto, prendendo il nome di colui che ha scritto la Regula. Egli stesso ha spiegato le ragioni di questa sua scelta. La prima ragione è che il pontificato di Benedetto XV è stato breve, come egli si augura possa essere anche il suo. Anche la seconda ragione si riferisce a Benedetto XV, che è stato il pontefice della pace, della pace cercata e non ottenuta: anche Ratzinger ha voluto porsi come grande difensore della pace. La terza ragione riguarda san Benedetto, non solo e non tanto in quanto fondatore dell’Europa, ma in quanto autore della Regula. «Di tutta la Regula», ha detto il 98

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papa, «voglio che sia custodita soprattutto questa frase: “Nihil anteponere Cristo”, non anteporre nulla a Cristo». Di Ratzinger colpiscono tante cose. In primo luogo l’eleganza letteraria delle sue opere e la straordinaria capacità di descrivere in modo semplice le cose difficili. Mi affascina il suo modo di considerare i problemi sempre partendo da una prospettiva storica. Forse è questo il grande contributo che egli ha tratto dall’attenzione al modernismo e alla modernità. Il valore di tale metodo risiede nella capacità di mostrare come la teologia sia una riflessione della ragione illuminata dalla fede, di mostrare che la presa di coscienza delle verità della fede avviene nella storia. Perciò la considerazione della storia è il primo passo verso l’autentica intelligenza dello sviluppo del dogma. In questo senso papa Benedetto è discepolo di John Henry Newman. Egli ha una considerazione della verità non statica ma dinamica, vede la coscienza della Chiesa inserita nel cammino dei secoli, dentro il progresso dell’intelligenza che i fatti storici suscitano, urgono o impediscono. In questo modo coglie il cuore del cristianesimo, perché dire che il Verbo si è fatto carne significa credere che il Verbo è entrato nella storia e si è consegnato a essa per salvarla. Ratzinger perciò, per usare l’espressione di un famoso storico della Chiesa, ha un senso fortissimo 10. BENEDETTO XVI

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dello sviluppo della Chiesa come della “presa di possesso che Cristo fa dello spazio e del tempo”. Durante gli anni ’80, per iniziativa di don Angelo Scola, organizzavo una o due volte all’anno una cena alle Cappellette i cui protagonisti principali erano Ratzinger e Giussani. Partecipavamo anche don Angelo ed io. Tali cene avevano uno svolgimento molto curioso, che di solito seguiva un identico copione. Giussani interveniva dicendo a Ratzinger di aver detto una tal cosa, ed esponeva una frase, un contenuto, un passaggio fatto durante una lezione. «Però vorrei essere sicuro di essere veramente ortodosso», aggiungeva, «e vorrei che lei me lo dicesse». Ratzinger normalmente non si limitava a confermare le intuizioni di Giussani, ma trovava nuove ragioni per sostenerne la liceità e la conformità agli insegnamenti della Chiesa. Sembrava di assistere a una gara di umiltà della quale sia Ratzinger che Giussani volevano risultare vincitori. L’umiltà è certamente una caratteristica significativa del nostro papa. Ricordo ad esempio che alla fine della cena, prima di lasciare la casa, sempre voleva rivolgere un saluto pieno di rispetto al personale della cucina. Vorrei raccontare altri ricordi personali. Anzitutto il grande onore che mi ha fatto scrivendo la prefazione al mio primo volume sulla storia di CL. La lettera che mi scrisse in quell’occasione è una delle cose più care e preziose che custodisco. 100

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Ricordo anche gli incontri con lui alla Congregazione per la dottrina della fede per chiedergli di partecipare a momenti importanti della Fraternità san Carlo oppure ancora per invitarlo da parte di CL al Meeting di Rimini o ad altri avvenimenti. I nostri incontri sono sempre avvenuti al sabato mattina, intorno alle undici e trenta, il momento in cui lui fissava le udienze. Si svolgevano sempre allo stesso modo: lui ascoltava le cose che io volevo dire e si schermiva sotto la mole dei suoi impegni. Però prendeva tutto in grande considerazione, non dicendo mai di sì o di no, ma rimandando a una decisione più meditata. La sola volta che mi ha detto subito sì, stupendomi molto, fu proprio quando accettò di scrivere la prefazione al mio libro. Forse vi aveva visto un’occasione per conoscere più direttamente don Giussani, il suo pensiero e il suo movimento. Durante questi rari appuntamenti ho sempre colto l’occasione per parlare della Fraternità san Carlo, del suo sviluppo e delle cose che più mi colpivano. Cercavo di dire ciò che mi sembrava più intelligente, perché ero in soggezione intellettuale di fronte a lui, nonostante la confidenza a cui invitava e l’attenzione che rivolgeva alle mie parole. Ma avvertivo tutta l’imponenza della sua cultura e della sua personalità. Cercavo di dire le cose più acute che potessi, ma spesso, un istante dopo averle dette, mi sembravano subito banali. Una volta, tanti anni fa, l’ho incontrato in aeroporto. Era con don Josef Clémens, suo segretario per10. BENEDETTO XVI

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sonale, e stava andando a Milano. Prendevamo lo stesso aereo. C’erano anche mio papà e mia mamma. Durante il viaggio abbiamo parlato, ma non ricordo più nulla di quella conversazione. Ricordo soltanto una cosa: mio padre e mia madre avevano trascorso alcuni giorni con me a Roma ed avevano quindi alcune valigie. Ratzinger volle a tutti i costi accompagnarci fino in via Barzoni, dove abitavamo, perché il suo segretario potesse aiutarci a portare le valigie dentro casa.

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capitoli 8 e 9