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MENSILE DELLA FRATERNITÀ SACERDOTALE DEI MISSIONARI DI SAN CARLO BORROMEO

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Anno XVII, n. 12 dicembre 2013 - € 1,50

fraternitàemissione Poste Italiane S.p.A. - Sped. in Abb. Post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art 1, comma 1, LO/MI

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LA FRATERNITÀ SAN CARLO NEL MONDO: ALVERCA PORTOGALLO ASUNCIÓN PARAGUAY BOLOGNA ITALIA BOSTON USA BUDAPEST UNGHERIA CHIETI ITALIA CITTÀ DEL MESSICO MESSICO COLONIA GERMANIA CONCEPCIÓN CILE DENVER USA FROSINONE ITALIA FUENLABRADA SPAGNA GROSSETO ITALIA MILANO ITALIA MOSCA RUSSIA NAIROBI KENYA NAPOLI ITALIA NOVOSIBIRSK SIBERIA PESARO ITALIA PORTSMOUTH GRAN BRETAGNA PRAGA REPUBBLICA CECA REGGIO EMILIA ITALIA ROMA ITALIA SAN BENEDETTO DEL TRONTO ITALIA SAN PAOLO BRASILE SAN QUIRICO ITALIA SANTIAGO DEL CILE CILE ‘S-HERTOGENBOSCH OLANDA TAIPEI TAIWAN TRIESTE ITALIA VIENNA AUSTRIA VIGEVANO ITALIA WASHINGTON USA

L’abbraccio del Mistero di Paolo Sottopietra

M

ia nonna Maria è morta durante l’inverno del 2006, dopo quindici anni segnati dal morbo di Alzheimer. Li ha trascorsi quasi tutti nella casa dei miei genitori, come una lenta parabola discendente. L’abbiamo vista regredire, perdere gradualmente la lucidità della mente e poi le funzioni del corpo. Con il passare dei mesi è diventata sempre più simile a una bambina. Finché il filo che la teneva legata a questo mondo è stato reciso. Era l’ultimo giorno di febbraio, poche ore prima dell’inizio della Quaresima. Quando l’ho saputo, ho pensato che Dio Padre avesse giudicato sufficiente il suo digiuno. Guardando al suo lungo travaglio, la prima parola che mi viene alla mente è mistero. In questi casi ad un certo punto viene meno la possibilità di comunicare con la persona ammalata. Almeno in quei modi che noi riteniamo essere normali: la parola e il dialogo che permettono di scambiarsi i pensieri, i ricordi, i progetti. Quando non otteniamo più risposte o queste diventano senza logica e discontinue, iniziamo a porci delle domande. Che cosa avviene dello spirito che tiene in piedi il nostro corpo? Dove si rifugia la persona che non riesce più a governare le facoltà della sua psiche? E poi, perché Dio permette che un essere umano si eclissi in questo silenzio? Perché permette quella vita che noi chiamiamo vegetativa? E perché così a lungo, a volte? Non possiamo conoscere il dialogo che il Creatore di tutto decide di svolgere con coloro a cui chiede questa croce. Possiamo però comprendere qualcosa di ciò che vuol dire a noi, chiamandoci ad accompagnare queste persone. Noi tendiamo naturalmente a misurare tutto, a calcolare. Anche le domande che ho ricordato sopra sorgono spesso da questo tipo di calcoli. A che serve? Che utilità ha una vita così? Molti rispondono che non serve a niente. E tirano le conseguenze, arrivando fino a sostenere l’eutanasia. Esiste però un altro modo di guardare e giudicare le cose, dove il punto di vista è la non-misura, che è in realtà la misura di un Altro, di Dio. La sua misura è per noi l’assenza di ogni possibilità di tornaconto, perché lui è la gratuità senza calcolo, l’amore senza aspettative di ritorno, il bene voluto solo per se stesso. Dio chiama a volte qualcuno dei nostri cari ad attraversare la malattia per condurci a comprendere chi lui è. Le persone più deboli o inferme sono un suggerimento a trattare tutto con più gratuità, con meno calcolo. Nella fedeltà al sacrificio che richiede l’amarli, impariamo a voler bene a tutto un po’ di più in quel modo. Non è immediato, ci vuole la pazienza di un cammino. Ma è possibile iniziare a intravedere il volto di un Altro che soffre nella carne della sua creatura. E allora succede una cosa inaspettata. Proprio quella persona, che in tanti modi potrebbe essere di peso, riempie di consolazione il luogo in cui si trova. In chi se ne prende cura nasce un affetto per quelle povere membra sofferenti che è il riflesso di un amore che misteriosamente riceviamo proprio attraverso la presenza dell’ammalato. Io ho potuto vedere questo nei miei genitori e in

Particolare della facciata della «Natività» della Sagrada Família a Barcellona (Spagna).

tante altre famiglie. La nonna Maria ha vissuto in casa nostra come un segno. Ci ha mostrato, nell’arco di tredici lunghi anni, la necessità di abbracciare un altro modo di vedere e giudicare le cose. Queste esperienze sono semplici. Non serve cercare lontano, le possiamo vivere nelle nostre case. Hanno però la forza di rendere la vita veramente umana, veramente cristiana, veramente degna di essere vissuta fino in fondo e in qualunque condizione.

PASSIONE PER LA GLORIA DI CRISTO


Ho notato molte volte che Gesù non vuole darmi provviste, mi nutre ad ogni istante con un cibo freschissimo, lo trovo in me senza sapere in che modo è presente. S. Teresa di Lisieux

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DICEMBRE

I

Questo dono è per sempre di Antonio López

l mistero della nascita riempie la nostra esistenza di gioia, speranza e stupore. Ma ancor più, ci fa riflettere sul mistero della positività dell’essere e sulla sua natura di dono.

Quattro livelli di un mistero

La nascita è un mistero molto profondo, che riflette in certo qual modo il mistero di Dio. C’è innanzitutto un livello biologico, forse il più ovvio, ma per niente banale. La vita, frutto dell’unione amorosa tra un padre e una madre, ci è data con e attraverso un’esistenza corporea. Il nostro stesso corpo ci ricollega continuamente alla nostra nascita, al fatto che siamo stati dati, “consegnati a noi stessi”. Il nostro corpo ci ricorda che la nostra vita è una vita ricevuta al momento del concepimento e lungo tutto l’arco della nostra esistenza storica. Il corpo ci porta al livello ontologico del mistero della nascita, ci pone la domanda sul mistero del nostro essere. Veniamo all’esistenza da un’unione di due persone, un uomo e una donna, ma siamo distinti da esse. In un ulteriore riflesso della sua origine, il nostro nascere ci svela che il nostro essere è unicamente nostro e nello stesso momento non lo è: è infatti comune anche a tutto ciò che esiste. L’essere con l’altro ha dentro un compito: scoprire chi siamo rimanendo nello stupore che nasce dal fatto che ci siamo. Il corpo e l’essere nostro racchiudono poi un significato spirituale. La nostra è la nascita di uno spirito, cioè di qualcuno che diventa cosciente di se stesso dentro un dialogo libero e amoroso con un altro. Lo spirito umano cresce nel momento in cui ascolta, dialoga e abita la sorgente che lo genera. Questa crescita prende forma nelle cose belle della vita, così come nei suoi drammi e nei suoi fallimenti. Tutte le cosiddette rinascite che sperimentiamo una volta nati, come l’innamoramento, il diventare padri e madri, l’essere perdonati e così via, sono l’espressione di quella prima e originale nascita, nonché una sua nuova fioritura. Il significato spirituale ci apre ad un ultimo livello della nascita, quello teologico. Guardiamo alla sorpresa generata in noi dall’annuncio di un nuovo bimbo nato: questa sorpresa è essenzialmente un segno della relazione con la sorgente ultima dell’essere, che ha dato al bambino la vita. Irriducibile ai suoi parenti o a leggi biologiche, il bambino nasce dentro una solitudine che nessuna compagnia umana può eliminare. La solitudine di questa doppia irriducibilità non è comunque un’emarginazione, piuttosto è il segno di una profonda comunione. Il bambino è posto in dialogo all’inizio della vita e in ogni istante successivo con l’origine ultima dell’esistenza, che la teologia chiama “Dio”. La nostra esistenza è un movimento da e verso l’essere eterno, il quale ci accompagna quotidianamente, anche se spesso non ne sentiamo la presenza.

Eterno principio

Il mistero della nascita ci offre la possibilità di comprendere l’unità del nostro essere in termini di dono. La diffusa e positivistica idea della nostra cultura che la nascita, e così l’esistenza stessa, sia meramente il frutto di un caso o di una necessità, non rende conto della sorfraternitàemissione M E N S I L E D E L L A F R AT E R N I T À S A C E R D O TA L E D E I M I S S I O N A R I D I S A N C A R L O B O R R O M E O Aut. del Trib. di Cassino n. 51827 del 2-6-1997 - DIRETTORE RESPONSABILE: Paolo Sottopietra REDAZIONE: Fabrizio Cavaliere, Emanuele Fadini, Jonah Lynch, Davide Tonini, Patrick Valena HANNO COLLABORATO Massimo Camisasca, Patricio Hacin, Matteo Dall’Agata, Francesco Ferrari, Alessandra Gianni, Antonio López, Santo Merlini, Tommaso Pedroli, Ruben Roncolato PROGETTO GRAFICO: G&C IMPAGINAZIONE: Fabrizio CavaliereSTAMPA: Arti Grafiche Fiorin Via del Tecchione 36, San Giuliano Milanese (Mi) REDAZIONE E UFFICIO ABBONAMENTI: Via Boccea 761 00166 Roma Tel. + 39 0661571400 - fm@sancarlo.org ABBONAMENTI base € 15 - sostenitore € 50 C/C 72854979 IBAN: IT44X0521603206000000098780 OFFERTE c/c postale 43262005 IBAN: IT08A0521603206000000018620 WWW.SANCARLO.ORG


La gratuità fa impegnare nelle cose senza calcolo. Il “senza calcolo” o è stupido o è l'infinito, è proprio l’imitazione di Dio. Luigi Giussani

DICEMBRE

presa che è propria dell’esistenza della vita, dell’esistenza dello spirito e della sua interezza irriducibile. Tuttavia il significato di dono non è ovvio. La nostra cultura, convinta che la frammentazione è più primordiale dell’unità, non vede come la relazione tra essere ed esistere, tra Dio e il mondo, e degli uomini tra loro, sia l’attuarsi di un dono. Riduce la nascita e il dono a cose ovvie che l’uomo può fare. Il fatto che la biotecnologia, La nostra nascita per ridurre il nostro dolore, ci permetta di è la nascita manipolare sempre di di uno spirito, più la vita sin dal suo cioè di qualcuno inizio sembra essere una prova, la perfetta che diventa giustificazione, che, cosciente di sé stesso per ciò che conta, noi dentro un dialogo ci facciamo da noi stessi. In quest’ottica con un altro riduciamo il dono ad un semplice regalo da offrire per premiare qualcuno o per comperare qualcosa (una stima, un potere, un perdono). Invece di consistere in una serie di frammenti sconnessi, la nostra vita nasce ed è chiamata all’unità. Il mistero della nascita ci pone di fronte a questa bellezza sconfinata: l’unità dell’essere - e quindi di Dio e dell’uomo nella sua esistenza concreta - ha la forma del dono e il dono rivela la permanenza dell’unità.

Il tuffo di Dio di Jonah Lynch

Antonio López è docente al John Paul II Institute, a Washington (Usa).

Jonah Lynch è il rettore della casa di formazione, a Roma.

L’universale concreto

Diventando carne nella vergine Maria, il Logos eterno del Padre ci viene incontro nella forma di una persona concreta. La sua Incarnazione, che si compie solo quando Cristo torna al Padre e ci manda il suo Spirito, è l’archetipo del dono. In questo modo Egli, l’universale concreto, rivela anche il significato vero del dono e ci rivela la natura di Dio come dono. La sua eternità è dono, sempre identico e sempre nuovo. Dio è vita che si dona senza limite: il Figlio nasce eternamente dal Padre, il quale conferma la sua risposta di amore donando con lui, ancora, il frutto esuberante dello Spirito. Ma Dio non si Il dono di Cristo ferma lì. Ci chiama agli uomini all’essere, a partecinon elimina pare di questa nascita la sofferenza umana. misteriosa nella quale non vuole altro che Egli, però, pemette riceviamo lui, il suo l’incontro amore, con la gratuità del divino che solo a Lui è propria. con la libertà umana Il dono di Cristo agli uomini non elimina tutta la sofferenza umana e non risolve ogni problema. Egli, però, permette l’incontro del divino con la libertà umana: tale incontro è ciò che chiamiamo dramma, che prende corpo sempre nuovamente nella storia. Colui che vive senza calcoli questo dramma, rimanendo radicato nella gioia della propria continua nascita, cresce e diviene sempre più come un figlio amato che cammina sorretto dalle mani del Padre. Attraverso il dolore, in una libertà senza fondo, egli scopre così un’umiltà certa e coraggiosa che, dal cuore del mondo, custodisce, afferma, e invoca la verità dell’essere.

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Lastra del battesimo di Gesù, nella Pieve di Collecchio (Pr).

Ti sei mai tuffato nel mare? Fa paura lasciare la certezza degli spazi dove si vede tutto illuminato dal sole e entrare nel buio sfocato sott’acqua. Uno spazio abitato da esseri misteriosi, forse anche pericolosi. Per rimanere sotto a lungo bisogna tenere il fiato e i polmoni sembrano scoppiare e gridare: «Lasciami tornare all’aria aperta». E per scendere più di qualche metro bisogna legare dei pesi al corpo, altrimenti l’aria nei polmoni spinge inesorabilmente verso la superficie. Tutto questo bisogna fare per pescare una perla. Si trovano, sfere perfette, luminose opalescenti, dentro bruttissimi molluschi nel fondo melmoso del mare. Un’antica leggenda narra che le perle nascono quando un fulmine colpisce il mare. Da dove altrimenti quella perfezione sferica, se non da un’azione del cielo? E come, altrimenti, spiegare la sorpresa di trovare quella bellezza proprio in mezzo al fango? Sant’Efrem prende spunto da questa leggenda per parlare dell’incarnazione del Figlio di Dio: Egli è la perla preziosa. Ma Egli è anche il tuffatore, colui che ha lasciato gli spazi infinitamente illuminati del cielo, per tuffarsi dentro il mare della morte. Si è legato dei pesi al suo corpo, per poter rimanere sotto a lungo. Chissà come scoppiavano i suoi polmoni, come desiderava tornare su, ma nuotava sempre più giù, fino a prendere la conchiglia che conteneva la tua anima, la mia anima. Noi tutti. Ha riportato in superficie quel tesoro tuffandosi prima nell’Incarnazione, fino alle profondità del dramma umano; e ancora oltre, attraverso la morte fino agli inferi, per riportare ogni cosa al Padre. Egli è la perla preziosa. E lo siamo anche noi, immagine e somiglianza sua.


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DICEMBRE

TESTIMONIANZE

LA SUA PRESENZA TRA NOI

CUSTODI DI UN DONO di Santo Merlini

Da pochi mesi, svolgo il servizio di cappellano presso l’ospedale Sant’Orsola-Malpighi di Bologna. Venerdì scorso, mentre facevo il mio solito giro di visite ai pazienti, mi telefona Nicola. Sua moglie Rossella, alla ventisettesima settimana di gestazione, è dovuta andare d’urgenza in sala parto. C’è il rischio di una nascita prematura. Così corro da lui. I medici ci dicono che il piccolo Antonio è nato di appena 900 grammi ed è stato portato in terapia intensiva. Il padre ancora non l’ha visto. Entro nel reparto di Terapia Intensiva Neonatale e mi commuovo alla vista del piccolo Antonio che, circondato dai medici, prende il suo primo contatto con la realtà, gli occhi spalancati, agitando mani e piedini. Mi sembra incredibile che una tale meraviglia, pochi minuti prima, fosse ancora dentro la pancia della mamma! Chiedo subito ai medici se la situazione è delicata e se ritengono che il bambino debba essere battezzato d’urgenza. Loro mi dicono di no, le sue condizioni sembrano buone. Finite le prime cure e i controlli medici, il padre viene chiamato e tranquillizzato. Anch’io, più sereno, torno a casa. Purtroppo, poche ore dopo mi richiamano dall’ospedale: il piccolo non ce l’ha fatta. Trattandosi di un caso di estrema urgenza, il medico ha provveduto a battezzarlo. In quel momento, mi crolla il mondo addosso. Per settimane avevo incoraggiato i genitori a sperare e a chiedere il miracolo. Mi ero rallegrato con loro tutte le volte che i medici davano una notizia positiva. E adesso arriva questa notizia drammatica: a che cosa è servito sperare tanto? Per un momento, dubito della bontà di ciò che ho fatto: perché sostenere una speranza che poi si rivela inutile? Cosa dirò ai genitori?

Santo Merlini, prete dal 2003, è in missione a Bologna.

La mattina dopo torno in ospedale, e lì la sorpresa: il papà e la mamma, nonostante la profonda sofferenza, vivono una grande serenità. La mamma ha potuto tenere in braccio il suo bambino e cullarlo. Adesso Antonio riposa in pace e anche nei suoi genitori traspare quella pace che viene dalla certezza di avere fatto tutto il possibile, per poi arrendersi alla volontà di Dio. Non riesco a togliermi dalla testa l’immagine del piccolo Antonio che si muove dentro l’incubatrice. E penso: chi siamo noi per decidere che non deve vivere? Infatti molti medici in questi casi consigliano di abortire. Le poche ore della vita di Antonio mi ricordano che siamo solo custodi di qualcosa che ci è stato donato e che ci può venire richiesto in ogni momento.

«NON SONO LA TUA MAMMA?» di Patricio Hacin

Patricio Hacin, sacerdote dal 2011, è parroco a Fuenlabrada (Madrid, Spagna).

Dieci anni fa, all’inizio del mio cammino di vocazione, quando sono andato per la prima volta a Città del Messico per visitare il seminario della Fraternità, sapevo che non sarei potuto entrare perché avevo dei problemi con la famiglia: vivevo solo con mia mamma, non potevo lasciarla. Dopo un paio di giorni, il rettore Julián de La Morena mi porta a visitare il santuario della Madonna di Guadalupe. Mentre ci avviciniamo, percorrendo un lungo viale alberato, cerco le parole per dirgli che non posso entrare in seminario. Improvvisamente, mi dice: «Bene, Patricio, ora devi decidere. Sei dei nostri?». Mentre lui parla, mi sorprende una scritta che compare sul santuario: «Figlio mio, tu che sei il più bello, perché hai paura?


I never lived 'til I lived in your light And my heart never beat like it does at the sight Of you baby blue, God blessed your life. I do not live 'less I live in your life.

DICEMBRE

Non avevo mai vissuto, prima di aver vissuto nella tua luce e il mio cuore non ha mai battuto come batte quando vedo te, dolce piccolo mio. Dio ha benedetto la tua vita. Io non vivo se non vivo nella tua vita. The Avett Brothers, «A Father's first spring»

Francesco Ferrari, ordinato nel giugno 2013, è vicerettore del seminario della Fraternità.

Ruben Roncolato, prete dal 2012, è in missione a Santiago del Cile. Nella foto grande, don Franco Cinello, parroco a Città del Messico, con alcuni bambini della parrocchia di Maria Inmaculada.

«Mangiarono a sazietà» di Ruben Roncolato

«Date loro voi stessi da mangiare» (Mc 6,37). Molte volte ho pensato a queste parole con cui Gesù ha insegnato ai discepoli a guardare la numerosa folla che era accorsa, e le ho sentite ingiuste, come una sorta di ingiustizia di Gesù nei confronti dei suoi amici. Perché chiede loro una cosa impossibile? Nella risposta attonita dei discepoli si sente l’eco di parole che erano già state di Mosè, quando Dio lo aveva chiamato a guidare nel deserto il suo popolo: «Da dove prenderò la carne da dare a tutta questa gente? Non posso io da solo portare il peso di tutto questo popolo» (Nm 11,13). Questo pensiero ha attraversato anche me tante volte: è lo scandalo dell’Incarnazione. Lo ricordo presente soprattutto nel momento della mia ammissione agli ordini sacri. Mi domandavo: «Come è possibile che Dio veramente si doni a me… Se i miei superiori mi conoscessero veramente, se mi conoscessero bene, forse non si prenderebbero questo rischio». Eppure certi rischi il Signore se li vuole prendere. E non lo fa per incoscienza, ma proprio perché ci conosce davvero. Conosce e ama in noi ciò che noi stessi facciamo fatica a riconoscere: il fatto che abbiamo ricevuto un dono, il dono che egli fa di se stesso. È lui che mi ha salvato. È lui che mi crea, che continuamente mi pone su un cammino arduo che io, da solo, non posso percorrere. E su questo cammino vuol venire

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verso di me, vuol mostrarmi che c’è già una vittoria in me. La sua vittoria nella mia vita è ciò di cui vado più fiero. Sono i tanti padri che Dio mi ha dato, attraverso i quali ha vinto le mie debolezze, attraverso i quali mi ha fatto innamorare. La sua vittoria nella mia vita sono i miei fratelli e i preti con cui vivo che, anche a quarant’anni, o sull’orlo dei cinquanta, vedo ancora dominati dal desiderio di cambiare, di convertirsi. È questa la presenza di Dio nella mia vita. Ciò che un tempo avvertivo come ingiusto, ciò che è stoltezza per chi non crede, si rivela invece sapienza e misericordia di Dio. È vero, ci chiede ciò che è impossibile. Ma ce lo chiede perché il suo sangue è versato per noi e per molti. Per molti: è la sua vittoria in noi che può realizzare tutto, cambiare ogni cosa, arrivare fino alle periferie dell’esistenza. «Date loro voi stessi da mangiare» (Mc 6,37). Con quelle parole Gesù voleva far entrare i discepoli e voleva far entrare me nella conoscenza di un tempo nuovo che è cominciato da un dono che abbiamo ricevuto, da una vittoria che si è innestata nella nostra vita. Così quel giorno «tutti mangiarono a sazietà» (Mc 6,42). Ciò che i discepoli avevano ricevuto era già sufficiente per rispondere al desiderio di tutto il mondo. La tua vittoria in me, o Dio, ha «mutato il mio lamento in danza, mi hai tolto l’abito di sacco, mi hai rivestito di gioia, perché ti canti il mio cuore, senza tacere; Signore, mio Dio, ti renderò grazie per sempre» (Sal 30,12-13).

Non sono la tua mamma?». Sono le parole che la Madonna ha rivolto a Juan Diego, in quello stesso luogo, alcuni secoli fa. Mentre le leggo, rispondo di getto: «Sì, vengo con voi». Da quel momento, la mia vita è cambiata completamente. Tornato in Cile, ho subito comunicato la notizia a mia madre e ai miei amici del Movimento. La loro reazione mi ha davvero commosso. Un istante dopo avergli raccontato della mia vocazione e delle mie preoccupazioni, mi hanno risposto: «A tua madre ci pensiamo noi». Gli eventi e i segni che si sono succeduti poi, mi hanno confermato che realmente Dio ha pensato a me e ai miei amici, che si prende cura della mamma! Oggi, per questa carità ricevuta, lei vive della loro amicizia e io sono potuto andare in missione. La mia vita è segnata da tanti episodi pieni di significato come questo. Ero lontanissimo dalla Chiesa, eppure Dio è venuto a cercarmi, infimo come sono, e mi ha voluto perché fossi io a celebrare la messa, a prenderLo tra le mani, a dire: «Il Corpo di Cristo». Da quel giorno a Guadalupe, ho fatto tanti viaggi, passando in poco tempo attraverso cinque Paesi diversi: ho vissuto tre anni in Messico, quindi tre anni a Roma per il seminario, sono tornato in Messico per la missione, poi negli Stati Uniti, di nuovo in Cile e ora a Madrid! Ho affrontato tante difficoltà e ho scoperto che a Dio piace nascondersi negli ostacoli che incontro sulla strada, nelle differenze dei fratelli con cui vivo, nelle obiezioni delle persone che tutti i giorni ritrovo. E questo, secondo me, è il cuore del Natale: Lui si avvicina a noi ma rimane comunque un’altra cosa. E noi possiamo vivere di questa differenza, perché percepiamo che Dio si manifesta con un volto d’uomo e che quel volto rimane un mistero. Questa diversità è lo spazio che Lui ci dona perché possiamo dire un sì libero e diventare sempre più suoi.

IL SEGRETO DELLA VITA DI DIO di Francesco Ferrari

Qualche tempo fa ho avuto la fortuna di conoscere più da vicino la cooperativa Nazareno di Carpi, una realtà che si occupa di ragazzi disabili. Un giorno mi hanno accompagnato a visitare i diversi settori della cooperativa. Era una giornata soleggiata e un po’ afosa, da pianura padana. Ho incontrato una decina di ragazzi che, aiutati da alcuni educatori, preparavano uno spettacolo teatrale. In particolare, ricordo Luca (nome di fantasia). Indossava un cappello da texano, troppo piccolo per il suo testone, e aveva in mano una pistola di plastica. Mi hanno mostrato alcune parti dello spettacolo, tra momenti di timidezza e gesti esageratamente euforici. Erano bravi, simpatici e soprattutto contenti. Erano felici perché io ero lì, in silenzio, perché li ascoltavo e li guardavo. Erano felici di donarmi qualcosa di loro. Alla fine ho applaudito, ed erano ancora più contenti, soprattutto Luca con la sua pistola. Abbiamo continuato la visita. Nella zona dei lavori di assemblaggio, ho incontrato Luigi (nome di fantasia), un ragazzo segnato da un incidente, che oggi è quasi cieco, in carrozzina. Sono stato un po’ con lui, mi ha raccontato quello che fa, mi ha presentato gli altri lavoratori e mi ha invitato a bere un caffè. Davanti alla macchinetta, ha capito che mi chiamavo Francesco e mi ha chiesto: «Ma sei il Papa?». Quando ho detto di no, si è rattristato. Era visibilmente deluso, però mi ha perdonato, mi ha offerto la sua amicizia e anche il caffè. Poi siamo andati nella zona della pittura. Lì c’era Paolo (nome di fantasia), un ragazzo con la sindrome di >>


CONSIGLI DI LETTURA >>

Sandro Spinelli Io credo Commento teologicocatechetico per un percorso di approfondimento della fede cristiana Cantagalli 2013

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Notizie Flash

a cura di Fabrizio Cavaliere

NUovI PaRRoCI Parrocchia di San Juan Bautista Fuelabrada (Madrid), domenica 20 ottobre: don Patricio Hacin ha preso possesso come parroco di San Juan Bautista, con una santa messa celebrata alla presenza del vescovo di Getafe, mons. Joaquín María López de andújar, insieme agli altri sacerdoti della casa di Fuenlabrada, Juan Luis Barge e Tommaso Pedroli, e al delegato del superiore generale per l’Europa, andrea D’auria. Parrocchia di San Carlo alla Ca’ Granda Milano, domenica 10 novembre: con una santa messa alla presenza del vicario episcopale, mons. Carlo Faccendini, ha avuto luogo la presa di possesso di don Jacques du Plouy come parroco della parrocchia di San Carlo alla Ca’ Granda. oltre 700 persone hanno partecipato alla funzione, concelebrata anche dagli altri membri della casa milanese antonio anastasio, Daniele Dizione, Silvano Lo Presti, vincent Nagle, e dal vicario generale della Fraternità, Emmanuele Silanos.

NUova CaSa Cile Si apre una nuova casa della Fraternità a San Bernando, nell’omonima diocesi, confinante con Santiago del Cile. vi abiteranno don alessandro Camilli e don Stefano Don, a cui sarà affidata la parrocchia del Divino Maestro. CaSa DI FoRMazIoNE Lettorati e accolitati Il 21 novembre, nella casa di formazione di Roma, è stato conferito il ministero del lettorato a Giuseppe Cassina, David Crespo, Giovanni Fasani, Cristiano Ludovici, Luca Montini, Stefano Motta, John Roderick, Stefano Tenti, Davide Tonini. Nella stessa celebrazione andrea aversa, Francesco Facchini, Davide Matteini, Paolo Pietroluongo, Umberto Tagliaferri, Carlo zardin hanno ricevuto il ministero dell’accolitato.

I contenuti della fede cristiana, esposti in forma chiara e diretta, accompagnati da incisioni, xilografie e calcografie di antichi testi.

Antonio Anastasio Il regalo della nonna Un racconto di Natale Illustrazioni di Franco Vignazia NFC edizioni 2013

Attraverso gli occhi della nonna, un adolescente riscopre il vero dono del Natale.

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DICEMBRE

>> Down. Tutto ripiegato sul tavolo, profondamente concentrato sul lavoro, stava dipingendo, tracciava linee e riempiva gli spazi. Gli educatori hanno iniziato a spiegarmi i suoi quadri e le sue doti, che anche la critica ha riconosciuto. A un certo punto, Paolo si è accorto che parlavamo di lui. Lentamente si è scostato dal tavolo, lasciando visibile il disegno, lo ha indicato con una mano e con gli occhi mi ha fatto segno di avvicinarmi. Senza una parola, mi ha fatto capire che il quadro era suo: fiero del suo lavoro, me lo ha mostrato. Ho osservato il dipinto, con attenzione e senza fretta ho cercato di capirlo. Poi mi sono rivolto a Paolo per fargli i complimenti. Lui mi ha stretto la mano, in silenzio, si è ripiegato sul tavolo e ha continuato, con grande dignità. Nel pomeriggio sono ripartito. È stata una giornata semplice, alla fine della quale mi sono sentito molto grato. Sono stati incontri veri, puri. Quei ragazzi hanno condiviso con me qualcosa di prezioso: i loro quadri, il loro lavoro, il loro tempo. Hanno condiviso se stessi, le loro persone strane e simpatiche. C’è un calore nascosto nel condividere, nel dono di sé. Ho visto un luogo dove, in qualche modo, la solitudine sembra più difficile e la compagnia più stabile. Condividere ci fa entrare misteriosamente nel segreto della vita di Dio. Un segreto che Lui ha iniziato a svelarci quando si è fatto uomo.

Alcuni anni fa, facendo catechismo ai bambini delle elementari, mi sono imbattuto in una preghiera che poi ho cominciato a recitare ogni mattina anch’io. La trovavo molto essenziale e concreta. Comincia così: «Ti adoro mio Dio, ti amo con tutto il cuore, ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano, conservato in questa notte…». Pian piano questa semplice e antica preghiera è diventata per me un richiamo, quasi una La pazienza di Dio sfida. Amo con tutto il per me è la fonte cuore Colui che mi ha della pazienza chiamato? Per che cosa sono grato, che cosa mi che imparo fa contento? Sono più ad esercitare io soddisfatto per il successo di una predica e per la simpatia della gente per me, oppure per essere stato voluto e chiamato da Lui? Proprio su questo punto l’ordinazione sacerdotale ha detto una parola decisiva, per quanto io non ne sia sempre cosciente. Il momento più commovente della cerimonia di ordinazione è stato quello dell’imposizione delle mani. Dopo don Massimo sono passati da ciascuno di noi ordinandi tanti sacerdoti che erano presenti. Tra loro i miei amici preti che mi hanno cresciuto e aiutato quando ero ragazzo, a cominciare dall’infanzia, fino ai confratelli della Fraternità. Attraverso la loro presenza e le loro mani era come se io ricevessi nuovamente l’affetto e la grazia di tutte quelle tante amicizie che mi avevano portato fin lì. Quanti sono i pensieri di Dio per me! «Se volessi contarli, sono più della sabbia», dice il salmo (Sal 139,18). Dio si è fatto carne per me attraverso tanti volti, in modo sempre nuovo. In quel momento è diventato così evidente, che non potevo più obiettare niente. Ora, quando

LA GIOIA DI POTER COMINCIARE di Matteo Dall’Agata

Al mio rientro a Vienna dopo la mia ordinazione sacerdotale (avvenuta nel giugno scorso), alcune persone mi hanno chiesto, forse con un po’ di scetticismo, se mi sentivo diverso. Io ho risposto sempre di sì, di getto, ma il passare del tempo mi ha dato l’occasione per riflettere su che cosa vedo cambiato in me.


Non ci resta altro che amare, amare Dio per quello che fa, e amare intensamente quelli che Egli spezza per amore. Emmanuel Mounier

Ai piedi di Gesù di Alessandra Gianni

Negli scorsi mesi di ottobre e novembre, la famiglia Socci è stata ospite presso la nostra casa di Roma. Nella lettera che pubblichiamo, la mamma ci racconta come è cambiata la loro vita dopo la malattia di Caterina (cfr. a. Socci, «Caterina. Diario di un padre nella tempesta», Rizzoli 2011). Tommaso Pedroli, ordinato nel 2012, è in missione a Fuenlabrada (Spagna).

Matteo Dall’Agata, prete dal 2013, è in missione a Vienna (Austria). In basso, un momento di una gita con i ragazzi della comunità di Santiago del Cile.

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DICEMBRE

Carissimi, proprio in questi giorni, riflettendo su una recente lezione di don Carròn, pensavo alla sposa del Cantico dei Cantici in cerca dell’amato per le strade e per le piazze e a Maria Maddalena che corre al sepolcro il mattino di Pasqua. Come tutti gli amici del movimento, credo, mi sono totalmente identificata in quella corsa nella notte, in quell’angoscia che spinge quelle donne a cercare l’amore dell’anima per poter vivere. Quell’amore è di Uno che ha dato e dà la sua vita per me ogni giorno. Da quando Cate si è ammalata ho iniziato ad andare quotidianamente alla messa. Il sacrificio di Gesù che si rinnova, le letture, lo sguardo sull’immagine del Crocifisso rinnovano la certezza che un amore così incondizionato, cioè totalmente gratuito, esiste e mi dà la forza di vivere questa situazione così dura. Perché Cristo che si è incarnato, che si è donato fino a sentire sul suo corpo le sofferenze più strazianti, che è morto sulla croce per me, non può aver permesso la prova di Caterina senza che questo si riveli, alla fine, un dono. Se guardo a mia figlia, mi accorgo di tutto il bene che c’è intorno a lei pur nella fatica e nel dolore. Per indole disincantata e con i piedi per terra, tante volte mi chiedo se per autodifesa o per sopravvivenza mi invento delle cose che non esistono. Ma devo ammettere che non è così. Insomma, i miracoli esistono. a partire dall’inspiegabile letizia di Caterina stessa, per nulla schiacciata dalla sua durissima con-

al mattino, seguendo il suggerimento di un prete anziano, dico: «…ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano, chiamato al sacerdozio», penso agli amici e ai maestri attraverso cui questo è successo e continua ad accadere. Penso all’immeritata e paziente opera di Dio in me, che mi ha portato sino ad essere Suo sacerdote. C’è qualcos’altro di cui essere più grati? La pazienza di Dio per me è la fonte della pazienza che ora imparo a esercitare io, nello studio di una lingua affascinante e difficile come il tedesco e nel donarmi alle persone che ho trovato qua, senza pretendere che tutto cambi subito o che le persone che incontro abbiano la mia stessa mentalità. È la pazienza di un nuovo inizio, nascosto come quello di Betlemme. Quando scendo nella cantina sotto la chiesa, dove i giovani si ritrovano a bere e chiacchierare, penso: «Fa’, Signore, che questi ragazzi, stando con me, possano pian piano incontrare Te».

LA GRATUITÀ DI CHI NON HA NIENTE di Tommaso Pedroli

L’essenza stessa della nostra missione a Fuenlabrada, sobborgo di Madrid, potrebbe essere definita come un’educazione all’esperienza della redenzione. Se in generale i discorsi servono a poco, forse, qui, ciò è ancora più evidente, vista la gran varietà di persone che prende contatto con noi per affidarsi o chiedere un aiuto. Molte delle persone che vengono da noi si trovano in situazioni di seria difficoltà umana e lavorativa.

dizione, ma sempre totalmente proiettata sulla realtà esterna. Si mostra attenta e premurosa verso chi le sta intorno, desidera ardentemente fare la Comunione ogni giorno, preghiamo insieme e guai ad essere troppo frettolosi o distratti! È sempre pronta a farsi delle sonore e allegre risate per quell’ironia tutta toscana che contraddistingue lo sguardo sulle cose nella mia famiglia. Qualche volta, quando ridiamo e scherziamo per delle ore, mi chiedo: siamo forse impazziti? In realtà, pur nella fatica e nel dolore, c’è una letizia di fondo che proviene dalla certezza che quell’amore non ci perde di vista un istante. Questo è avvenuto e avviene anche per me, per mio marito antonio e per gli altri miei figli. all’inizio, sconvolti e stravolti, abbiamo abbandonato città, lavoro, scuola, tutte le certezze quotidiane di cui è fatta la vita per poter cercare i migliori aiuti per Caterina. Eravamo totalmente destabilizzati, prevalevano in noi il dolore e la fatica. Pian piano, però, ci siamo fortificati, mettendo sempre al centro il bene di Caterina, sopra la fatica e i programmi buttati all’aria ogni volta. Siamo diventati agili e veloci davanti a ogni sfida che il lavoro di riabilitazione di Caterina impone; sapendo anche che in ogni città ci sono gli amici del movimento, ultimamente i sacerdoti e i seminaristi della Fraternità san Carlo, sempre inspiegabilmente pronti a darci un aiuto intelligente, puntuale, attento e discreto. Dopo questi anni posso davvero dire che per Grazia, senza che potessi immaginarlo, questa esperienza di dolore si è trasformata in una bella avventura di conversione continua. Mi ha colpito il giudizio poetico e bellissimo che un prete della vostra Fraternità, il mio amico andrea Marinzi, ha dato su Caterina, paragonando la sua situazione al vaso di olio profumato che la Maddalena rompe per offrirne il contenuto a Gesù. Giuda si scandalizza e dice: «Che spreco!». Che spreco che una bellissima ragazza di 28 anni si trovi in questa condizione! Ma il suo sacrificio permette la conversione di molti, così come il profumo riempie tutta la casa. Ciao e grazie. alessandra

Da qualche anno abbiamo dato vita alla Casa de san Antonio, tre appartamenti in cui ospitiamo persone in condizione di disagio sociale. Pochi giorni fa siamo stati a cena nell’appartamento maschile insieme ad alcuni amici che desideravano conoscere questa esperienza. A metà della cena gli ospiti della casa hanno cominciato a raccontare della raccolta settimanale di alimenti che si realizza ogni giovedì all’uscita dei supermercati di Fuenlabrada. La serata è stata commovente: abbiamo visto parlare gente che a cinquant’anni ha lasciato la propria famiglia, si trova come straniero, senza un lavoro, ospite di una casa «Siamo stati di accoglienza, e che nonotrattati così, stante tutto dedica ore e ore della sua giornata chiee non conosciamo dendo cibo per gli assistiti un altro modo della Caritas. di vivere» La conclusione, che li ha trovati unanimi, ci ha raggelati: «Dobbiamo aiutare chi non ha niente». Siamo rimasti a bocca aperta vedendo la loro semplicità e la loro letizia. Pensavamo: si sono per così dire dimenticati che i primi a non avere niente sono loro? Perché loro, che non hanno nulla, vivono questa gratuità rispetto a degli sconosciuti? La loro risposta ci ha fatto tornare all’esperienza dei primi cristiani: «Siamo stati trattati così e adesso non conosciamo un altro modo di vivere». L’esperienza personale di essere stati amati e salvati da Cristo si diffonde in modo naturale, sgorgando dalla presenza della Fraternità in questa periferia così ricca di gratuità.


BUON NATALE! >>

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Due piccoli doni natalizi per i lettori di «Fraternità e Missione», dalla penna di don Massimo di Massimo Camisasca

Trento Longaretti, «Famiglia del viandante in cammino sul bordo della Laguna di Venezia», 2007, olio su tela, collezione privata.

Domenica 22 dicembre, alle ore 12.00, presso la parrocchia San Carlo alla Ca’ Granda a Milano, largo Rapallo 5, avrà luogo la tradizionale santa Messa di Natale con gli amici della Fraternità san Carlo. Vi aspettiamo! informazioni: www.sancarlo.org

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DICEMBRE

I MOVIMENTI DELLA LUNA

LA SEMPLICITÀ DEL NATALE

Capire il movimento della luna. Era questo il sogno di Luciano. Scrutarne il percorso. Come mai saliva e scendeva, nasceva e moriva, ogni notte? E perché il suo cammino non era sempre lo stesso? Perché non percorreva sempre le stesse vie, ma nell’immenso spazio del cielo prendeva ora un’autostrada ora un’altra? C’erano tempi dell’anno in cui la luna appariva prima che facesse buio, faceva concorrenza al sole che intanto andava a dormire. Altre volte non scompariva al mattino, ma resisteva ancora un po’ perché voleva salutare quelli che si alzavano e andavano a lavorare. Occorreva una mappa del cielo. E sulla mappa c’erano le stelle. Ecco, poteva essere questo il segreto: la luna percorreva itinerari diversi perché voleva parlare con le stelle. E non sempre con le stesse, ma ora si avvicinava a una, ora a un’altra, ora a un gruppo, ora a un altro. Le Pleiadi, Orione, il Grande e il Piccolo carro… Come fare a captare il dialogo tra la luna e le stelle? In che lingua parlavano? E come facevano ad ascoltarsi a così grande distanza? Luciano scoprì che la luna e le stelle si parlano attraverso una musica provocata dal loro stesso camminare nel cielo. L’aveva già capito tanti secoli fa il grande filosofo Pitagora. La musica è il linguaggio originario dell’universo. Una musica che c’è anche sulla terra: risuona nel canto degli uccelli, nello stormire delle foglie mosse dal vento, nel rumore delle onde del mare sulle rocce delle scogliere, nei tuoni, ma soprattutto nel riso dei bambini, nei loro pianti, nei canti delle mamme e degli innamorati, nel silenzio di chi nasce e di chi muore.

Marco ha più di sessant’anni. Per lui il Natale non può più essere quello dei primi anni di vita, dai quattro agli otto, quando – pur non credendo a Babbo Natale e neppure a Gesù Bambino che passava a portare i regali – era commosso dalla sorpresa dei doni, dei giocattoli. Quelle mattine fredde, quando cominciava ad albeggiare, chi le potrà più dimenticare? Fuori, tutto era gelato, anche la casa era appena tollerabile, ma il sacrificio di alzarsi presto era ripagato da un piccolo camion di legno, da un Pinocchio snodato e colorato, dalla prima edizione di «Monopoli». In giro il profumo delle arance e il colore dei cachi gelati. Nel giardino resistevano a stento i melograni. Più avanti negli anni, nel tempo della maturità, la gioia dell’alba si era spostata, era diventata la festa dell’essere a tavola. È vero che il pranzo di Natale è spesso difficile da vivere. Vi si arriva con dentro un carico eccessivo di attese, con tante ferite che si vorrebbero fossero lenite. Invece di accogliere e ascoltare, si desidera parlare ed essere un po’ incoraggiati. Se manca l’Ospite nascosto, il Natale è un concentrato di sentimenti che produce esplosioni. Nella vecchiaia si torna all’inizio, le attese si semplificano, i sentimenti hanno trovato le loro ragioni, gli sguardi si fanno più pacati, le ombre più lunghe. Marco rimane un po’ di tempo a contemplare una matita, una penna, una parola scritta su un foglio, il canto di un uccello, un ramo di calicantus. La semplicità del Natale, quando ci si avvia verso i settant’anni, ha insegnato la compagnia delle cose.

2013 XII  

Fraternità e Missione dicembre 2014

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