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MENSILE DELLA FRATERNITÀ SACERDOTALE DEI MISSIONARI DI SAN CARLO BORROMEO

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Anno XVII, n. 11 novembre 2013 - € 1,50

fraternitàemissione Poste Italiane S.p.A. - Sped. in Abb. Post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art 1, comma 1, LO/MI

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LA FRATERNITÀ SAN CARLO NEL MONDO: ALVERCA PORTOGALLO ASUNCIÓN PARAGUAY BOLOGNA ITALIA BOSTON USA BUDAPEST UNGHERIA CHIETI ITALIA CITTÀ DEL MESSICO MESSICO COLONIA GERMANIA CONCEPCIÓN CILE DENVER USA FROSINONE ITALIA FUENLABRADA SPAGNA GROSSETO ITALIA MILANO ITALIA MOSCA RUSSIA NAIROBI KENYA NAPOLI ITALIA NOVOSIBIRSK SIBERIA PESARO ITALIA PORTSMOUTH GRAN BRETAGNA PRAGA REPUBBLICA CECA REGGIO EMILIA ITALIA ROMA ITALIA SAN BENEDETTO DEL TRONTO ITALIA SAN PAOLO BRASILE SAN QUIRICO ITALIA SANTIAGO DEL CILE CILE ‘S-HERTOGENBOSCH OLANDA TAIPEI TAIWAN TRIESTE ITALIA VIENNA AUSTRIA VIGEVANO ITALIA WASHINGTON USA

Il dono della speranza di Emmanuele Silanos

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tefano Zecchi, noto giornalista e professore di estetica alla Statale di Milano, ha scritto che «per don Giussani, amare la bellezza significava amare una verità che costruisce. La bellezza è sempre una forza propositiva, costruttiva, mai regressiva, mai nichilista, essa è sempre stata un’idea di invenzione e costruzione di mondi possibili». Costruire. In un tempo in cui tutto sembra disfarsi, cosa c’è di più necessario? Don Giussani è stato un grande costruttore perché amava la bellezza. E la ricercava in ogni aspetto della realtà e al fondo di ogni espressione La ricerca della creatività umana, daldel bello l’arte, alla musica, alla letteratura. Questa ricerca del bello è stata l’ideale è stata l’ideale che ha mosso che ha mosso la sua azione nella realtà tral’azione scinando chiunque lo incontrasse dentro questo dinamidi don Giussani smo volto a edificare il Regno nella realtà di Dio. È stato per noi un grande educatore perché ha coinvolto in questa instancabile ricerca anche noi. Ma per educare, per costruire, per portare frutto nella vita, occorre vivere di quella virtù che, secondo Péguy, è la «fede che Dio preferisce»: per essere educatori, per essere costruttori occorre sperare. Il nostro scopo nella vita è collaborare alla costruzione del Regno di Dio ed è solo un ideale così alto che dà dignità al nostro essere preti, al nostro essere missionari, al nostro essere cristiani. Con la consapevolezza che, ultimamente, a costruire la realtà, a ricrearla in continuazione non siamo noi. Come ha detto papa Francesco, il miracolo più grande di Gesù è quello di «rifare tutto: è questo che fa nella mia vita, nella tua vita, nella nostra vita. Rifare. E questo che rifà Lui è proprio il motivo della nostra speranza. Cristo che rifà tutte le cose più meravigliosamente della Creazione è il motivo della nostra speranza. E questa Il nostro scopo speranza non delude, è collaborare perché Lui è fedele e non può rinnegare se stesso. alla costruzione Questa è la virtù della del Regno di Dio. speranza». Solo un ideale Diceva il cardinale Ratzinger: «La promessa così alto dà dignità della speranza è un dono al nostro essere che ci è già stato in un cristiani qualche modo dato e che attendiamo da Colui che solo lo può davvero regalare». Le pagine che seguono desiderano testimoniare come la nostra vita sia tessuta dell’attesa di questo dono e di come la speranza possa fiorire anche dentro le circostanze più avverse e più diverse. E di come essa educhi alla ricerca di quella bellezza che è ciò a cui tutti siamo destinati.

Nairobi (Kenya), anno 2000: un momento della costruzione della chiesa di Saint Joseph, nella parrocchia affidata alla Fraternità san Carlo.

PASSIONE PER LA GLORIA DI CRISTO


La preghiera è la lingua della speranza. Joseph Ratzinger

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NOVEMBRE

Segni che rafforzano la speranza NOVOSIBIRSK POCHI CRISTIANI SINCERI di Alfredo Fecondo

Alfredo Fecondo, in missione in Siberia dal 2008, è parroco di Sant’Agostino a Novosibirsk e di San Giuseppe a Berdsk.

Nella foto grande, Gianluca Carlin, in missione a Colonia dal 2009, con alcuni ragazzi del catechismo.

Siamo tornati ai tempi della miseria evangelica. Tempi di un nuovo inizio. Tempi in cui un uomo parlava del Padre e alcuni poveri stavano accanto a lui. Questa, in sintesi, è la nostra missione di Novosibirsk e la piccola compagnia di amici con cui stiamo. Lo scorso anno il vescovo mi ha affidato una seconda parrocchia che si trova a pochi chilometri da uno dei lager più spaventosi e temuti dell’epoca comunista. Lo stanno riscoprendo solo adesso, pochi lo conoscono. Lì migliaia di preti e di religiosi morirono e, nel punto in cui venivano fucilati e seppelliti, alcuni anni fa è scaturita una sorgente miracolosa, meta ora di pellegrinaggi e guarigioni. Anche io ci vado come pellegrino e malato, a meditare e a dialogare con i martiri della mia amata Russia. A volte porto con me qualche libro di Russia Cristiana e mi piace sempre rileggere la frase di uno starets che dice: «Se in Russia si serberanno anche solo pochi cristiani sinceri, Dio avrà pietà del paese. E questi giusti esistono: pochi cristiani sinceri». Questa è letteralmente l’esperienza che è data a me: io sperimento la speranza nel dono di pochi cristiani sinceri che sono un piccolo popolo che “prolunga” la nostra casa. Quando dico la messa nelle mie parrocchie, al termine rimangono sempre con me alcuni poveri che stanno diventando amici anche tra loro. Questo mi commuove perché vedere in Russia persone amiche tra loro non è così frequente, è un vero e proprio miracolo.

Sperare per me è come il volo del bambino lanciato dalle braccia del padre sempre più in alto. La differenza tra me e il bambino è che io sono mandato così lontano e in rapporti così feriti da non vedere quasi più le braccia del padre. Eppure ne sono certo. Il sì di don Massimo, di don Paolo, del papa… tanti segni che non mi sono fatti mancare. Tanti segni che alimentano e rafforzano la mia speranza.

COLONIA I VOLTI DELLA SPERANZA di Gianluca Carlin

La mia scuola si trova dall’altra parte della città. Sono 35 Km nel traffico dei pendolari e per evitarlo e arrivare in tempo a scuola devo uscire presto, quando i miei fratelli di solito ancora dormono. Uscito in strada guardo le finestre, ancora buie: non provo invidia per loro che possono dormire un po’ di più, provo invece il desiderio di portarli insieme con me. Arrivo a scuola e la mia giornata inizia sempre con la messa, ogni giorno per un diverso gruppo di alunni. Il momento in cui alzo l’ostia è il più importante della giornata: ho davanti agli occhi l’ostia e, dietro l’ostia, i miei ragazzi. Ed è questa presenza, che è lì ogni mattina e mi aspetta, ciò che mi fa uscire di casa e andare a scuola pieno di gratitudine, che mi fa guardare dietro questa ostia i volti dei miei ragazzi, annoiati, o attenti, o distratti, così come sono. La sera torno a casa e trovo altri volti, quelli dei miei fratelli: Georg che mi saluta sempre con un bentorna-

Aut. del Trib. di Cassino n. 51827 del 2-6-1997 - DIRETTORE RESPONSABILE: Paolo Sottopietra REDAZIONE: Fabrizio Cavaliere, Emanuele Fadini Jonah Lynch, Davide Tonini, Patrick Valena HANNO COLLABORATO Marco Aleo, Andrea Barbero, Massimo Camisasca, Gianluca Carlin, Nicolò Ceccolini, Alfredo Fecondo, Lorenzo Locatelli, Emmanuele Silanos, Luca Speziale PROGETTO GRAFICO: G&C IMPAGINAZIONE: Fabrizio Cavaliere STAMPA: Arti Grafiche Fiorin Via del Tecchione 36, San Giuliano Milanese (Mi) REDAZIONE E UFFICIO ABBONAMENTI: Via Boccea 761 00166 Roma Tel. + 39 0661571400 - fm@sancarlo.org ABBONAMENTI base € 15 - sostenitore € 50 C/C72854979 IBAN: IT44X0521603206000000098780 OFFERTE c/c postale 43262005 IBAN: IT08A0521603206000000018620 WWW.SANCARLO.ORG


In questa terra non si appartiene a Cristo se non nella speranza. Luigi Giussani

Andrea Barbero, missionario a Praga (Repubblica Ceca) dal 2003, è parroco di Sant’Apollinare.

Marco Aleo, dal 2006 a Santiago del Cile, è parroco della parrocchia “Beato Pedro Bonilli”.

to o un “ciao Gianluca” che viene dal cuore; Lorenzo che arriva con i suoi problemi o i suoi successi e non si trattiene dal raccontarli; Romano che in cinque minuti ascolta la mia giornata e mi racconta la sua… La speranza è la presenza di Cristo, per il quale so chi sono quei volti. Ed è bello poterli avere davanti agli occhi. Coincide con l’esperienza di andare in classe, raccontare di Gesù, insegnare, guardare l’ostia, guardare i ragazzi, e aprire il mio cuore perché possano entrare nella mia vita. Io non posso portare altro che Gesù, niente di più della gioia e della attrattiva che lui ha su di me. L’ho capito da un ragazzo che ha appena conseguito la maturità. Ha partecipato a molti incontri e gesti comuni, era tra i più fedeli alla messa del mattino. È venuto a ringraziarmi perché ha avuto il coraggio di presentarsi al difficilissimo esame di ammissione al conservatorio ed è stato accettato per studiare da direttore di orchestra. Con mio grande stupore, mi ha raccontato che inizialmente non voleva provarci, che avrebbe voluto mollare, ma che, grazie a me, lo ha fatto. Io gli ho replicato che non capivo, non ne avevamo mai parlato. «È vero – mi ha riposto – ma lei c’era, era qui, io lo sapevo e sapevo che sarei potuto venire in qualsiasi momento da lei, se ne avessi avuto bisogno». Questa è la speranza: la presenza di Cristo, che entra nella pochezza, nel limite, nella banalità e nel peccato che noi siamo, che non teme di usare di tutto questo per essere egli stesso presente nella vita delle persone. Tramite noi e spesso senza che noi ce ne rendiamo conto. Dobbiamo prenderne coscienza, e chiedere che nella nostra stessa vita non manchi mai questa presenza, perché possiamo anche noi fare la stessa esperienza di certezza di quel giovane studente che solo ci può far affrontare la vita pieni di speranza.

PRAGA PIÙ FORTE DELLE TERAPIE di Andrea Barbero

Luca Speziale è viceparroco di Santa Maria in Domnica, a Roma, dal 2012.

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NOVEMBRE

L’estate scorsa siamo andati in vacanza con la comunità del movimento di Cl della Repubblica Ceca. Hanno partecipato tante persone. Un mese e mezzo prima avevamo conosciuto una ragazza tramite una comune amica. Questa ragazza ha problemi psicologici. Don Stefano - con cui vivo a Praga, insieme a don Marco - l’ha presa a cuore e l’ha accompagnata negli ultimi tempi con grande carità. Dopo alcuni tentennamenti, è venuta alle vacanze. Durante l’assemblea finale ha preso la parola e, sorvolando un po’ sui propri problemi, ha detto con candore: «Questi sono stati i giorni più belli della mia vita». Nella loro semplicità, quelle parole mi hanno fatto sperimentare di nuovo che la speranza avviene in un incontro. Chissà in quante terapie, in quante ipotesi di lavoro sui suoi problemi sarà incappata quella ragazza. Ma ha ricominciato a sperare incontrando qualcuno. La speranza non è un’analisi delle difficoltà, non è la ricerca di soluzioni. La speranza è un incontro, che conduce a scavalcare l’apparenza. Nell’incontro con la comunità, quella ragazza ha ricevuto la grazia di essere condotta oltre l’idea che “tu sei i problemi che hai”. La speranza ci porta oltre l’apparenza, ci fa capire che siamo più grandi delle nostre difficoltà.

SANTIAGO DEL CILE LA MISURA DEL CUORE di Marco Aleo

Durante un incontro di preparazione alla cresima, Camillo raccontava della sua passione per il teatro. Dei mesi passati a provare l’opera di cui sarebbe stato il protagonista principale. Del grande impegno profuso >>

LETTERA DAL CILE Chi è Gesù? di Lorenzo Locatelli

Cari amici, oggi ho celebrato tre messe: alle 9.00, alle 10.30 e alle 12.00. Dopo l’ultima messa sono stato invitato dai responsabili della pastorale sociale a una fagiolata organizzata per le persone più povere del quartiere. Appena arrivato, mi sono seduto al tavolo con una famiglia. Insieme ai cinque bambini c’era una giovane donna, che sarebbe potuta essere sia la mamma che la nonna. Come sempre chiedo di spiegarmi quali siano le varie connessioni di parentela, e con sorpresa scopro che la signora era effettivamente mamma e nonna. Era infatti la mamma della ragazza più grande, che a sua volta era la mamma del bambino più piccolo, di appena un anno. Gli altri bambini erano i cugini. A metà del pranzo arriva il papà. Non dice molte parole, l’aspetto è quello di un alcolista vestito di stracci e lontano dalla doccia da mesi. Mi squadra con sospetto, si siede, consuma il piatto di fagioli e infine scompare con la rapidità con cui era arrivato. Io inizio una conversazione con Luisa, la giovane mamma. Mi dice che ha 15 anni, e io le rispondo che la Madonna aveva la sua stessa età quando diventò mamma di Gesù. Di colpo mi fa una delle domande più belle che si possano rivolgere a un missionario: «Chi è la Madonna? E chi è Gesù?». Inizio a raccontarle la storia, cercando di essere semplice ed essenziale. Luisa mi ascolta con attenzione e, a poco a poco, si accorge che non tutto le è nuovo. Ad un tratto mi chiede: «Ma quindi tu sei uno di quelli che confessa la gente? E come fa uno per confessarsi?». «Ecco – le dico – prima di tutto c’è bisogno del battesimo, che è un po’ come se fosse il primo grande perdono. Poi, visto che noi siamo un po’ duri e ci dimentichiamo di questo grande perdono che ci è stato fatto, il Signore continua a perdonarci lungo tutta la nostra vita. Questa è la confessione». «Ma è strano questo, uno può sbagliarsi e poi basta che si confessi!». Le rispondo: «Ma scusa, dove lo trovi un fidanzato che ti vuole così bene che anche se lo tradisci mille volte non si stanca di perdonarti e riaccoglierti?». «Hai ragione, da nessuna parte!» E aggiunge: «Come funziona questa cosa del battesimo?». Nel frattempo la cuginetta di dieci anni, insieme al cuginetto di sei, si era avvicinata e ascoltava. La madre faceva la nonna con il nipotino. Dopo qualche minuto Luisa stava decidendo che il suo battesimo sarebbe dovuto essere un giorno diverso da quello di suo figlio, perché secondo lei le feste importanti devono essere personali. La cuginetta sembrava d’accordo. Oggi il Vangelo parlava del fuoco che Gesù ha portato nel mondo. A volte basta veramente una scintilla minuscola e improvvisa perché l’incendio divampi. Lorenzo


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NOVEMBRE

>> e della trepidazione che cresce con l’avvicinarsi del

giorno della prima. E poi, finalmente in scena. Centinaia di persone lo applaudono entusiaste. È sulla cima. Gli sembra di toccare il cielo. Tuttavia torna a casa e, di colpo, senza volerlo, senza che lui lo potesse controllare, si affaccia come una voce che lui avrebbe voluto che tacesse: «Tutto qui? E adesso?». Sembra ricadere bruscamente a terra dall’altezza vertiginosa che aveva raggiunto. Allora ho lanciato una provocazione: «Perché farsi questa domanda se la riuscita è stata totale? Per me Camillo ha qualche problema. Forse dovrebbe farsi controllare, mi sembra che abbia qualche rotella fuori posto». I ragazzi pensavano che stessi parlando sul serio. Davano così i loro consigli a Camillo: «Perché sei tornato a casa?», «Dovevi prolungare l’ebbrezza del successo finché potevi», «Dovevi subito proporti un’altra meta», «Sì, così quella domanda non si sarebbe insinuata». E invece era proprio Camillo ad avere ragione. Nell’intenso dialogo che è seguito - in cui ho chiarito che la mia era una boutade - insieme a Camillo abbiamo scoperto che noi siamo ancora più grandi di ciò che immaginiamo. Che la parte più intima di noi stessi, il cuore, non è sotto il nostro controllo. Che solo qualcosa di imprevedibile, di non manipolabile, può colmare la sua vastissima “capacità”. Allora questo “e adesso?”, da cui normalmente cerchiamo di scappare, diventa la cosa più preziosa che abbiamo. Perché ci ricorda che ciò che può riempire di speranza la vita non è nemmeno raggiungere la meta pi�� nobile (“spero che”), ma solo il rapporto con (“spero in”) Colui che ha fatto il nostro cuore e ne conosce la vera misura.

TESTIMONIANZA

L’oro nasco Nicolò Ceccolini, ordinato sacerdote a giugno, è vicerettore della casa di formazione di Roma. Due volte a settimana si reca in visita all’Istituto penale minorile di Roma. Qui di lato: Elio Ciol, «Giochi a Chioggia», 1961.

ROMA GESTI PER COSTRUIRE LA CHIESA di Luca Speziale

La speranza è l’incontro con la Parola di Dio e la Parola di Dio non è solamente voce, ma anche gesto. Durante questo mio primo anno di missione nella parrocchia di Santa Maria in Domnica a Roma sono stato spettatore e collaboratore di un metodo educativo che pone i gesti al centro di tutto. Anzitutto la partecipazione ai gesti di Cristo, ai sacramenti, che sono l’antidoto più efficace a quel razionalismo che è il nemico più forte della speranza. La confessione frequente in molti di noi è diventata fonte di speranza, perché il male non viene vinto a parole, ma attraverso un gesto che Gesù compie verso di me. Poi il grande gesto dell’amicizia. Un giorno un ragazzo delle medie, incontrato da un anno, mi ha detto: «Mi piace venire qui perché qui non facciamo catechismo, ma lo viviamo». E questo mi ha fatto pensare a come vogliamo preparare le persone ai sacramenti: non gli proponiamo cicli di incontri, anche se le cose fondamentali del Catechismo gliele diciamo, ma di partecipare ai gesti che proponiamo a tutti. I giochi, le cene, i canti insieme, i momenti di assemblea. E il gesto che riteniamo per loro più completo, la caritativa: visitare i malati, cucinare, aiutarci con i ragazzi delle elementari e delle medie… Ho visto poi crescere in questi mesi molti ragazzi grazie al coinvolgimento concreto con alcuni lavori manuali che servono a rendere più bella la nostra chiesa e il Centro Giovanile: dipingere un muro, spazzare insieme le foglie del giardino, appendere dei quadri o volantinare per le vie di Roma. Gesti pensati, semplici e belli che ci aiutano a conoscere di più i ragazzi vedendoli in azione, ad educarli a uscire da se stessi e attraverso tutto questo a costruire insieme con loro la Chiesa.

Nel carcere minorile di Casal del Marmo, a Roma, la visita ai giovani detenuti porta frutti inaspettati

di Nicolò Ceccolini

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ono cinquanta le ragazze e i ragazzi detenuti all’Istituto Penale Minorile di Casal del Marmo, in periferia di Roma. È con loro che, insieme a David, un seminarista, trascorro due giorni alla settimana. Sono ragazzi molto giovani, di età compresa tra i quattordici e i ventuno anni, ma i loro occhi e i loro volti rivelano una vita già vissuta. La maggior parte di loro è straniera: si tratta di rom, rumeni, albanesi, bosniaci, giovani provenienti dalla zona del Magreb. Solamente un piccolo numero è italiano. Attualmente la maggior parte è di religione musulmana. Alcuni sono in carcere per la prima volta, altri invece sono “ospiti abituali”, periodicamente attesi dalle guardie. Ci rechiamo lì innanzitutto per stare con loro. È un incontro molto diretto, come una discesa nella mischia. Entriamo nelle palazzine dove i ragazzi trascorrono la loro ora d’aria pomeridiana tra il calcio balilla e qualche sigaretta, oppure nel campetto per giocare a pallone. A volte capita che non facciano caso alla nostra presenza,


La Chiesa è la casa in cui le porte sono sempre aperte non solo perché ognuno possa trovarvi accoglienza e respirare amore e speranza, ma anche perché noi possiamo uscire a portare questo amore e questa speranza. papa Francesco NOVEMBRE

osto

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non cambieranno mai. È vero: la realtà non è per niente facile. Eppure ho scoperto che la loro vita è una perla preziosa. È un po’ avvolta dal fango, ma con il tempo posso vederla riemergere e brillare. Sto imparando che la loro speranza può rinascere, anche La loro speranza può sotto cumuli di macerinascere anche sotto rie, quando si sentono amati gratuitamente, cumuli di macerie, ascoltati, guardati per quando si sentono il semplice fatto che esistono. Forse, per la amati gratuitamente prima volta in vita loro. La speranza rinasce perché ciascun ragazzo ha un valore infinito e incommensurabile che nessun delitto può scalfire. Non c’è sbaglio in grado di distruggere l’unicità di ogni persona. È questa unicità che mi fa sperare, anche contro ogni speranza, perché il Signore ha dato la sua vita ed è morto per ognuno di loro e anche per me. È sempre possibile ricominciare perché Dio per primo ricomincia sempre.

Chi non abbandona

presi dai loro pensieri, dalla fatica e dalla rabbia che sembrano avere il sopravvento. Altre volte invece iniziano a raccontare come sono arrivati lì, a causa di piccoli furti, spaccio, omicidio.

L’unicità della persona

In me l’eco del male, della provvisorietà, dell’abbandono, della ribellione, della sfiducia che incontro in tanti di loro suscita sempre un riverbero molto profondo. Quel luogo sembra lontano da ogni speranza. I ragazzi più grandi, in particolare, hanno spesso un atteggiamento strafottente, di sfida e di accusa. Le ore che trascorro con loro sono sempre ore passate sotto il fuoco nemico. Mi mettono davanti agli occhi le loro ferite, il loro dramma che quasi sempre è prima di tutto un disagio familiare: qualcuno non ha più i genitori perché sono morti ed è cresciuto con la nonna, qualcun altro è stato abbandonato fin dalla più tenera età. Tra i ragazzi c’è una diffusa rassegnazione al fatto che

Ho imparato tutto ciò soprattutto con Antonio (nome di fantasia), non ancora maggiorenne, lasciato solo dalla madre quando aveva tre anni e dal padre che si ritrova in carcere. In uno dei primi dialoghi mi ha confidato che, una volta uscito, avrebbe ucciso sua madre per averlo abbandonato. Dopo un primo momento di sconcerto, mi sono fatto raccontare la sua storia, fino alla telefonata che aveva ricevuto da lei qualche giorno prima, dopo anni in cui non si era più fatta viva, e in cui gli diceva che voleva rincontrarlo. «Che cosa risolveresti uccidendo? Non pensi alle conseguenze? A quanti anni di detenzione riceverai e che li sconterai nel carcere degli adulti? Non pensi che forse perdonare è l’atto più grande che puoi fare?». Quel giorno ci siamo lasciati proprio con questa parola: «perdono». «Comunque, pensa a ciò che ci siamo detti». Qualche settimana dopo, senza che nel frattempo fossimo ritornati sull’argomento, mi ha chiesto di dargli un rosario. «Questo lo regalerò a mia madre che ho sentito per telefono, dicendole che avrei desiderato rivederla. Ho pensato alle cose che mi hai detto». Antonio era uno dei tanti detenuti che aveva iniziato anche a incidersi profonde ferite nelle braccia. Un giorno gli ho detto che non avrebbe più dovuto tagliarsi perché doveva iniziare a volersi bene. Mi ha «Tu sei stato la prima risposto che, se non persona in vita mia avesse fatto del male a se stesso, lo che mi ha detto avrebbe fatto agli che mi vuole bene» altri. «Allora fammi questa promessa: da oggi non ti taglierai più perché ti voglio bene. Fallo per me». Nei mesi successivi, regolarmente, Antonio si accostava, tirava su le maniche del maglione, mostrava le braccia e mi diceva: «Padre, padre, vedi che non mi taglio più! Tu sei stato la prima persona in vita mia che mi ha detto che mi vuole bene». Ora Antonio è arrivato in una delle tante case-famiglia per il reinserimento nella società e per la sua educazione. Con lui ho imparato che vale la pena essere presenti nel carcere, spendersi, farsi carico del peso delle accuse e degli insulti, stare davanti al dramma che ogni ragazzo vive, anche solo per il cambiamento di uno di loro. Il prete deve essere lì: con la sua presenza fisica, per l’abito che indossa, egli afferma che, anche se tutti hanno abbandonato questi ragazzi, c’è ancora uno che non lo ha fatto e non lo farà: Dio stesso.


CONSIGLI DI LETTURA

Emilio Bonicelli «Io sono di Gesù» Il beato Rolando Rivi Introduzione di Massimo Camisasca Piccola Casa Editrice 2013 pp. 48 - € 12

6 Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia Poisolo:il Signore gli voglio fare un aiuto che gli sia simile». Allora

il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome (Gn 2,18-19)

Il 5 ottobre è stato beatificato, a Modena, Rolando Rivi, seminarista reggiano martirizzato nel 1945. A lui è dedicato questo libro che «racconta la storia di un’amicizia, un’amicizia particolare che è la radice e il modello di tutte le amicizie. Rolando Rivi era un bambino appassionato alla vita, ai giochi, alle avventure. Come tutti, anche lui desiderava degli amici. E ne aveva tanti. Ma ad un certo punto, attraverso il suo parroco, ha scoperto l’esistenza di un Amico più grande, che gli voleva bene più di chiunque altro: Gesù. Così è nato in lui il desiderio di dare a Gesù tutta la sua vita. “Io sono di Gesù”, diceva». (dall’introduzione di Massimo Camisasca)

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NOVEMBRE

I bambini e gli a di Paolo Prosperi

Prima dell’incontro con la donna, la Scrittura ci racconta l’incontro di Adamo con gli animali. Mi ha sempre colpito questo fatto perché, in qualche modo, sembra corrispondere allo sviluppo dell’esperienza del fascino nell’esperienza umana – almeno così come l’ho vissuto nella mia vita. Quand’ero bambino nulla m’incantava e rapiva come gli animali. Che cosa è dunque questo fascino, questo incanto sovrano, irresistibile, che ogni bambino di questo mondo avverte di fronte al regno animale?

Verso l’altro

Certamente il bimbo è prima e ben più saldamente attaccato ai genitori, di quanto sia affascinato dal mondo animale. E infatti senza la rassicurante presenza dei genitori, tutto questo fascino non solo scompare, ma si trasforma in terrore. Come per Adamo l’intimo dialogo con Dio, il «respiro» (Gen 2,7) del dialogo con Dio è l’ambiente vitale dell’incontro con gli animali - è il Signore a condurglieli davanti «per vedere come li avrebbe chiamati» così come più tardi condurrà a lui la donna appena tratta dalla sua costola – così la presenza affidabile del babbo è per il bambino il necessario ambiente del suo aprirsi al mondo misterioso e arcano degli animali. Quest’ordine, sembra suggerirci la Scrittura, nasconde un significato ben più profondo di quel che appare: i genitori, e soprattutto la La vita dell’uomo madre, rappresentano non è altro che per il bambino soprattutto una dimensione del l’avventura volto di Dio: quella deldi un progressivo l’intimità, dell’affidabile “fare amicizia” familiarità. Ma Dio non è con Dio solo il sommamente vicino; è anche il sommamente Altro e Distante. Ecco allora il fascino del mondo animale: nella sua meravigliosa alterità, esso apre, meglio dei genitori – nel delicato momento in cui il bimbo si apre al mistero del mondo –, al secondo aspetto del volto del grande Altro, di cui tutto ciò che esiste è segno: l’infinita differenza, l’inesauribile novità del Suo essere Mistero, sempre diverso e più Grande del già noto. La vita dell’uomo, in fondo, non è altro che l’avventura di un progressivo “fare amicizia” con Dio, fare la sua conoscenza; ma questa avventura è tale proprio in quanto ha da svolgersi nel tempo, attraverso la mediazione del mondo; in questo processo il mondo animale ha un posto unico, meraviglioso, tutto suo: lo ha avuto all’inizio, lo conserva dovunque un grammo di purezza rimane intatto nel cuore dell’uomo. Lo conserva nel cuore dei bambini. Certo, anche sul regno animale regna l’ombra sinistra e ambigua della caduta. Nulla è più ciò che dovrebbe essere. Luce e ombra: tutto il cosmo visibile geme nell’attesa della liberazione, il leone e l’aquila, non meno dell’uomo (cfr. Rm 8,23). La comunione di cui Adamo godeva col mondo animale si è spezzata. Ma nel bambino, proprio per la sua innocenza, qualcosa del primordiale incontro di Adamo col cervo e l’elefante, qualcosa

Paolo Prosperi, a Washington (Usa) dal 2010, è docente al John Paul II Institute.

di quell’alba, si rinnova. Cosa vede dunque, il bimbo, quando per la prima volta, saldamente ancorato sulle spalle del papà (è questo forse il più vivido ricordo della mia prima infanzia) si avvicina alla gabbia dell’elefante e, puntando il suo ditino, pronuncia elettrizzato il suo nome, quasi a cercare di stabilire una sorta di amicizia? Egli sta vivendo, in modo inedito e tutto speciale, il grande incontro: l’incontro con l’altro, il suo simile, uguale e diverso da me, vicino e lontano, familiare e straniero. L’elefante ha due occhi come me, ha una bocca come me, ha in un certo senso un “naso”… ma quanto diverso è dal mio! Ha orecchie, ma come sono enormi… E poi quelle zanne, ma soprattutto: come è grande! È così grande! Ed io, di fronte a lui, mi sento così piccolo, piccolo come ancora non mi ero mai sentito prima… e allora: come vorrei poter salire lassù, sul suo dorso… In questo senso, l’attrattiva che il bimbo sente per il delfino come per il leone, è oscura profezia del fascino che un giorno egli avvertirà nell’incontro con la donna (Gen 2,23). Somiglianza e differenza: questa è la ragione profonda di quel sentimento indescrivibile, misto di tremore e attrazione, di stupore e timore che tutti abbiamo speri-


Dio non ha mai cessato di mettere in atto tutto per far salire l’uomo fino a Sé e farlo sedere alla sua destra. San Giovanni Crisostomo

Foto Dennis S. Hurd.

animali

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NOVEMBRE

delle qualità del mondo animale. Qualità forse strane ed esotiche, ma che suggeriscono orizzonti di trascendenza senza fine. Per il bambino essere amico dell’aquila vuol dire che «un giorno anche io volerò. Tu mi porterai in cielo». Domani, queste parole il bambino le penserà metaforicamente riferite alla sua bella. Ma esse purtroppo non avranno più la potenza letterale, ingenua, aurorale che avevano nel cuore e nella fantasia sua quando ancora era bambino. E così, cresciuto, il bambino diventerà poeta e dovrà cantare il suo amore, e avrà bisogno dell’aquila, di passare attraverso l’aquila per capire la donna, per trovare in lei il sorprendente compimento della promessa racchiusa nell’antico incontro con l’aquila: la promessa di poter un giorno volare con lei. Non è un caso che gli amanti del Cantico dei Cantici non possano fare a meno di lodarsi a vicenda, attraverso la ricapitolazione metaforica del mondo animale e vegetale nell’unica persona amata. È questo il segno più eloquente del fatto che la nostalgia di quell’ingenuo desiderio di integrazione e amicizia col mondo della natura che il bambino avverte non muore in realtà con l’infanzia.

Lo stupore religioso

Certo è che nell’infanzia quest’incontro ha un’importanza unica nel delicato processo dell’incontro con l’Essere. Perché? Secondo me perché il leone e l’elefante sono per il bimbo infinitamente più diversi da lui di quanto non lo sia la mamma o l’amico d’asilo. Si tratta sempre, è vero, di incontro con l’altro. Ma qui la bilancia pende tutta dalla parte dell’alterità e molto meno da quella della parentela: sta qui, forse, il segreto dell’attrattiva tutta speciale, irripetibile e preziosissima del bambino per il regno animale. Il mistero dell’altro, in quanto simile e diverso, ha qui un carattere di ovvia inferiorità quanto alla somiglianza, ma di una certa qual superiorità quanto alla differenza. In questo senso, si può persino arrivare a dire che il fanciullo è educato allo stupore religioso più profondamente attraverso l’animale che non attraverso l’amico di asilo. Certo, vi è una misteriosità del cuore del simile che è ancora più impenetrabile del mistero dell’animale. Solo la persona umana può tacere… Ma il bimbo sa ancora ben poco di questi più invisibili misteri. E così è proprio l’animale a destare meglio d’ogni altra cosa in lui il desiderio del Trascendente: mentato da bambini nell’incontro con gli animali. Certal’uccello vola, il bambino non può volare. Il verme strimente si tratta di una tremebonda attrazione che è solo scia, entra nella terra, il bambino non può. Il cervo corre, pallidamente simile al sentimento che il bimbo cresciuto elegante e rapido, esibendo le sue meravigliose corna, proverà il giorno del suo primo innamoramento. Sono qualitativamente incomparabili. L’anisingolare corona che il bimbo non ha, male non è persona. E tuttavia, istintiné avrà mai. Eppure il bambino non vamente, il bambino vuole instaurare dà per scontata la rinuncia a tutto queIl bimbo conosce un rapporto, qualcosa come una amisto, a tutti i meravigliosi modi di ben poco cizia. E se è vero che l’animale non essere nel mondo che l’universo anipuò essere quell’aiuto simile a lui che male dischiude. Non getta la spugna, gli invisibili misteri. la donna un giorno sarà, è altrettanto non sente ancora tutto ciò come semÈ proprio l’animale vero che vi sono qualità nell’animale plicemente estraneo. Il processo a destare in lui che la donna non avrà mai: nessuna della differenziazione, nel bambino, Eva può volare, l’aquila può. E questo non è solo più immaturo. È anche, il desiderio è il motivo per cui il bimbo, una volta proprio perché più immaturo, più del trascendente cresciuto, sentirà il bisogno di intedesideroso di comunicazione e integrare nella sua bella quelle inaccessigrazione: esiste l’aquila, che meravibili, stupende qualità del mondo aniglia! «Esiste l’aquila ed io voglio che male, che lo hanno incantato nell’infanzia: il volo delsia mia, voglio essere Uno con l’aquila, voglio esser l’aquila, lo sguardo silenzioso del gatto, la danza elecome lei… pur intuendo che sono solo un bambino, e gante dello stambecco, che balza di picco in picco con non sarò mai un’aquila…». Ma ecco: «Se le parlo, se incredibile leggiadria… La donna sicuramente è per diventiamo amici, se riesco a domarla, forse un giorno l’uomo mistero come nient’altro, al contempo distante volerò sul suo dorso… Sì, un giorno io volerò con te. Tu, e vicina: ma ella non può sostituire il mondo infinito un giorno, mi porterai in cielo con te» (cfr. Dt 32,11).

Notizie Flash

a cura di Fabrizio Cavaliere

NuOVE DEStINAzIONI Cantù

Don Mario Guidi (nella foto) è stato nominato vicario parrocchiale della parrocchia dei Santi Martiri Greci a Cantù (Co). Lascia la parrocchia di “Dio trinità d’Amore”, a Vimodrone (Mi), dopo quindici anni. I parrocchiani lo hanno salutato con una affettuosa lettera, sottolineando che «Il cammino percorso insieme non si potrà dimenticare. Sarà lo Spirito Santo che darà a noi comunità la forza di avere sempre nel cuore don Mario come esempio e come fratello nella vita di fede». Regno unito José Claveria ha ricevuto l’incarico di parroco di St. Edmund a Maidenhead, nella diocesi di Portsmouth, a ovest di Londra. Spagna Fuenlabrada (Madrid): Patricio Hacin è diventato parroco di San Juan Bautista. tommaso Pedroli è viceparroco.

NuOVA CASA Washington Apre una nuova casa a Washington DC (usa), che si affianca a quella di Bethesda. La casa sorge nella parrocchia «Christ the King», di cui è parroco José Cortes. Insieme a lui vivono Ettore Ferrario, viceparroco, e Roberto Amoruso, insegnante in una scuola superiore.


Riprende il tour di presentazioni della Mostra sul padre “Nessuno genera se non è generato”. I seminaristi della San Carlo saranno disponibili per presentazioni a scuole, parrocchie, circoli culturali, università. Per informazioni su come richiedere gratuitamente la mostra e sulle presentazioni, scrivere a mostra.padre@gmail.com o telefonare al +39 3347269521.

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fraternitàemissione

NOVEMBRE

Materna

Angeliche forze

Mamma negli occhi ha sentimento energia e calore. Attenti a tutto accentrano senza dubbio attenzione di altri. Sanno raccontare anche in silenzio pensieri duri o tenerezze di mamma. In certi momenti sono radiosi e fanno sorrisi, seccati e rocciosi sembrano altre volte. Stentano a nascondere idea di mamma anche se volesse. Sopra gentili morbide sopracciglia e ancora più sopra anarchica vena. Il naso svetta deciso femminile e tondeggiante. Sorrisi grandi nascono sulle labbra lineari e danno gioia quando mamma incoraggia o è felice.

Autoritratto

Alto e longilineo, magro, testa china Bel viso ridente un naso pronunciato Sguardo ben vispo ma spesso sfuggente Occhi chiari e grandi capelli scuri e folti Mani affusolate e sempre in moto Ciondolante l’andatura Sincero e curioso amante della vita e della musica Smanioso di farmi capire e conoscere oltre l’apparenza *** Carissimo Lorenzo, ho qui davanti a me i tuoi scritti che [tuo fratello] Gabriele gentilmente mi ha mandato. Devo dirti che li ho letti e riletti e mi hanno accompagnato durante queste settimane, come profondi testi di meditazione. Per esempio, l’ultimo: «Niente solleva più tuo cercare come chi crede in tuo silenzio. / chiedo nuovamente impegno di angeli accanto, perché forze possono finire e strada andare molto in salita». È una bellissima preghiera che ben si adatta al momento che sto vivendo. Nello stesso tempo, ho visto nelle tue parole una capacità non comune di leggere in profondità dentro di te e attorno a te, come solo la vera, grande poesia sa e può fare. Ti sono molto grato della tua visita e di questo bellissimo regalo dei tuoi scritti. Anch’io ho bisogno di «compagni portanti angeliche forze» che mi permettano «salti in avanti». Conto molto sulla tua preghiera e saluto i tuoi cari. Un abbraccio, + Massimo 30 agosto 2013 ***

Lorenzo è un amico di don Massimo. Ha ventuno anni ed è autistico dalla nascita. Durante le scuole medie e superiori ha scritto alcuni commenti ai classici: Dante, Leopardi, Manzoni, Rebora… Ci sono sembrati una testimonianza della capacità dell’uomo di camminare verso la verità e la bellezza anche in condizioni di estrema difficoltà. Proponiamo due suoi scritti: una descrizione di sua madre, ispirata al tratteggio manzoniano della monaca di Monza, e un autoritratto, ispirato all’omonimo sonetto di Foscolo. Pubblichiamo, infine, un estratto del carteggio tra don Massimo e Lorenzo.

Duccio di Buoninsegna, «Maestà» (part.), 1308-1311.

Sono forte per affetto delle tue confortanti parole, ingigantiscono mia tenace volontà di non bearmi di traguardi raggiunti. Grazie. Di mia faticosa vita autistica spesso non chiaro il senso e ribelle è lo spirito. Prego la sera per stare meglio, Dio lo può. Credo che posso essere felice anche con mia particolare mente strana, difficoltà-controllo di me e tanti limiti. Mamma e Gabriele mi chiamano splendore e spero che sia vero riflesso di mio tenace cuore amato. Ben volentieri prego anche per te, perché ci lasciamo raggiungere dalla grazia di Gesù come lui decide di mandarla. Con grande affetto, Lorenzo 9 settembre 2013


2013 XI