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MENSILE DELLA FRATERNITÀ SACERDOTALE DEI MISSIONARI DI SAN CARLO BORROMEO

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Anno XVII, n. 5 maggio 2013 - € 1,50

fraternitàemissione Poste Italiane S.p.A. - Sped. in Abb. Post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art 1, comma 1, LO/MI

www.sancarlo.org

Foto Alpes de Haute Provence

LA FRATERNITÀ SAN CARLO NEL MONDO: ALVERCA PORTOGALLO ASUNCIÓN PARAGUAY BOLOGNA ITALIA BOSTON USA BUDAPEST UNGHERIA CHIETI ITALIA CITTÀ DEL MESSICO MESSICO COLONIA GERMANIA CONCEPCIÓN CILE DENVER USA FROSINONE ITALIA FUENLABRADA SPAGNA GROSSETO ITALIA GROTTAMMARE ITALIA LONDRA GRAN BRETAGNA MILANO ITALIA MOSCA RUSSIA NAIROBI KENYA NAPOLI ITALIA NOVOSIBIRSK SIBERIA PESARO ITALIA PRAGA REPUBBLICA CECA REGGIO EMILIA ITALIA ROMA ITALIA SAN PAOLO BRASILE SAN QUIRICO ITALIA SANTIAGO DEL CILE CILE ‘S-HERTOGENBOSCH OLANDA TAIPEI TAIWAN TRIESTE ITALIA VIENNA AUSTRIA VIGEVANO ITALIA WASHINGTON USA

Tutto è vostro di Paolo Sottopietra

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ivolgendosi ai cristiani di Corinto, san Paolo scrive: Tutto è vostro, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro. Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio. Questa frase esprime con grande chiarezza l’esperienza della verginità. In primo piano c’è un aggettivo possessivo: vostro. La verginità è innanzitutto l’esperienza di un possesso. È l’esperienza che tutto ci appartiene, che siamo chiamati a possedere tutto: il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro, l’eternità. Nulla è escluso da questa promessa universale, che abbraccia ogni cosa nella linea del tempo e dello spazio. Come non provare entusiasmo di fronte a questo orizzonte? Ma questo è solo il riflesso di qualcosa di più

radicale, cioè della percezione che un Altro ci possiede. Tutto è vostro, dice infatti san Paolo, e aggiunge: Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio. Siamo proprietà di Cristo, apparteniamo a lui. Siamo parte della sua vita e condividiamo con lui il suo dominio su tutto. Questa certezza ci comunica, come ha scritto don Giussani parlando della vocazione, il senso di «un contatto dominatore con tutto». Ma come esercita Cristo la sua signoria su tutte le cose? Attraverso un amore gratuito e senza limiti, col quale Egli rende continuamente nuove tutte le cose e attira tutti a sé. La verginità è partecipare a questo amore, è l’intuizione che noi siamo di Cristo e che in lui ci è già stato dato tutto.

Siamo chiamati a possedere tutto. Nulla è escluso da questa promessa universale

PASSIONE PER LA GLORIA DI CRISTO


Resta con me, poi che la sera scende sulla mia casa con misericordia d’ombre e di stelle. Ch’io ti porga al desco umile, il poco pane e l’acqua pura

della mia povertà. Resta tu solo accanto a me tua serva; e, nel silenzio degli esseri, il mio cuore oda Te solo. Ada Negri, «Atto d’amore»

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aria vedeva in ogni cosa un dono dell’Altissimo. Le piacevano i prati fioriti e i campi di grano, le pianure e le colline. In primavera ammirava le rondini saettare nel cielo. Nei pomeriggi assolati, mentre aiutava la mamma in cucina, ascoltava il concerto delle cicale. Come le piaceva guardare le fronde delle palme danzare nel vento! Com’era grata per l’acqua fresca del pozzo e per il profumo del pane appena sfornato! Suo padre, Gioacchino, era tutto per lei. Come gioiva quando lui l’abbracciava e l’inondava di baci. Alla sera, alla luce della lampada, non avrebbe mai smesso di guardarlo. Gioacchino aveva introdotto la figlia alla recita dei salmi e all’ascolto della parola di Iahvé. La vergine aveva imparato a memoria i passi più importanti della Sacra Scrittura. Gioiva nell’ascoltare le grandi opere che Dio aveva fatto per il suo popolo e attendeva, come tutti i veri Israeliti, la venuta del Messia promesso. Sua madre la scorgeva, talvolta, affacciata alla finestra, come se di continuo aspettasse qualcosa. Maria pregava in ginocchio nel segreto della sua camera e, con lo stesso cuore, preparava da mangiare, andava a fare la spesa, puliva la casa. Aiutava il prossimo, come se stesse servendo Dio. Com’era felice quando la mamma le chiedeva di curare le cuginette! Inventava giochi sempre nuovi. Col passare degli anni, crebbe in lei, sempre più pressante, il desiderio di donare tutta la sua vita a Dio. La sua preghiera esprimeva il suo anelito a essere disponibile per qualunque cosa l’Altissimo le avesse chiesto. Voleva essere tutta di Dio, ma nel suo popolo l’unica forma di vocazione era il matrimonio. L’Altissimo le aveva suggerito di sposare Giuseppe. Forse, lui che era così giusto, avrebbe intuito cosa custodiva il suo cuore immacolato. Maria era completamente affidata a Dio, ma anche inquieta perché non riusciva a immaginare come si sarebbe potuto realizzare pienamente il suo desiderio.

Uno spettacolo sublime

Una mattina stava riassettando la camera. Gioacchino e Anna erano andati a trovare un parente. D’improvviso, le apparve l’angelo Gabriele, vestito di bianco e circonfuso di luce. Aveva il volto di un bambino, i capelli lunghi e ondulati, ma parlava con l’autorevolezza di un patriarca. Maria cadde in ginocchio spaventata. Non aveva mai visto uno spettacolo così sublime. Eppure l’angelo non le era estraneo. Ogni giorno si rivolgeva alle creature celesti e le ringraziava perché la proteggevano dal male. Quante volte l’Altissimo aveva mandato i suoi angeli a custodirla nel cammino. Sulle loro mani l’avevano portata, perché non inciampasse nella pietra il suo piede. Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto (Lc 1, 26-29). Maria era sempre stata piena di grazia, aveva vissuto ogni istante della sua vita in armonia con Dio. La sua mente non era mai stata attraversata da un pensiero impuro o iroso. Mai un moto di orgoglio l’aveva sfiorata. Dalla sua bocca

La discrezione di Dio di Gianluca Attanasio

«Maria vedeva in ogni cosa un dono dell’Altissimo...». Meditazione sul primo mistero del Rosario Particolare del mosaico di Marko Rupnik e degli artisti del Centro Aletti realizzato nella Comunità Emmanuel a Lecce.

uscivano solo parole buone. Del resto parlava pochissimo, sempre stupita com’era dei doni di cui l’Altissimo la ricolmava! Quando vedeva gli uomini peccare, ne rimaneva profondamente ferita. Si turava gli orecchi per non udire fatti di sangue, chiudeva gli occhi per non vedere il male. Pregava incessantemente per la conversione dei peccatori. Perché sceglievano il male che arreca tristezza e non il bene che riempie di gioia? Questo era un mistero che l’Altissimo non le aveva ancora dischiuso. Il male non esercitava su di lei nessun tipo di fascino. Il diavolo non trovava niente nell’anima di Maria a cui appigliarsi per tentarla. Allora la accusava: «Non sei buona a nulla!». Questi suggerimenti del maligno

Aut. del Trib. di Cassino n. 51827 del 2-6-1997 - DIRETTORE RESPONSABILE: Paolo Sottopietra REDAZIONE: Fabrizio Cavaliere, Jonah Lynch, Francesco Montini, Marco Sampognaro HANNO COLLABORATO Gianluca Attanasio, Massimo Camisasca, Mariagrazia Cipriani, Andrea D’Auria, Ester Murino, Paolo Prosperi, Marco Ruffini PROGETTO GRAFICO: G&C IMPAGINAZIONE: Fabrizio Cavaliere STAMPA: Arti Grafiche Fiorin Via del Tecchione 36, San Giuliano Milanese (Mi) REDAZIONE E UFFICIO ABBONAMENTI: Via Boccea 761 - 00166 Roma Tel. + 39 0661571400 fm@sancarlo.org ABBONAMENTI base € 15 - sostenitore € 50 C/C 72854979 IBAN: IT44X0521603206000000098780 OFFERTE c/c postale 43262005 IBAN: IT08A0521603206000000018620 WWW.SANCARLO.ORG


Il sì di Maria ha permesso a Dio di dire sì a tutti gli uomini. Adrienne von Speyr

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erano per Maria un’occasione in più per affidarsi a Dio. Maria non smetteva di pregare e il demonio era costretto a fuggire. Maria considerava una cosa normale obbedire a Dio in ogni istante. Tuttavia, la beata vergine non aveva mai riflettuto sul suo essere senza peccato. Ora, sentirsi descritta dall’angelo come piena di grazia, la turbò. Possedeva qualcosa di speciale che non avessero anche le sue sorelle e le sue amiche? Lei si era sempre considerata l’ultima del suo popolo. Che senso potevano avere le parole dell’angelo? Gabriele si accorse del turbamento di Maria e le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un Figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 3033). L’angelo le disse di non temere: essere piena di grazia era un dono di Dio, che non dipendeva dalla sua volontà o dai suoi sforzi, ma da Dio che usa misericordia. Questo dono le era stato fatto in vista della sua speciale missione: avrebbe dovuto partorire il Figlio dell’Altissimo.

LA PREFAZIONE Un maestro di vita spirituale di mons. Massimo Camisasca

Pubblichiamo un estratto dalla prefazione del vescovo di Reggio Emilia-Guastalla al libro di don Attanasio

Gianluca Attanasio, 45 anni, prete da 18, è in missione a Napoli, nel rione Sanità. In questi giorni esce il suo primo libro «Con gli occhi della sposa. I misteri del Rosario» (Ed. Messaggero Padova, pp. 216, euro 14), da cui è tratto il brano pubblicato in queste pagine.

Un compimento imprevedibile

Allora Maria disse all’angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo» (Lc 1, 34). Maria non aveva nessun dubbio su quanto l’angelo le aveva promesso, ma non riusciva a immaginare come ciò si sarebbe potuto avverare. Non era ancora sposata e Dio le aveva suggerito il desiderio di rimanere vergine. Tuttavia, sapeva che Dio era infinitamente più grande della sua mente e poteva realizzare ciò che voleva. Maria non aveva più paura. In pochi attimi, una profonda familiarità si era istaurata tra lei e l’angelo. Quest’ultimo le rispose che avrebbe concepito per opera dello Spirito Santo. Sarebbe dunque divenuta madre di un Dio. A quelle parole, l’anima di Maria fu inondata di gioia. Tutti i suoi desideri trovavano un compimento imprevedibile e misterioso. Sarebbe diventata madre senza venir meno al suo desiderio di essere, nell’anima e nel corpo, tutta di Dio. Un nuovo interrogativo sorse nel cuore di Maria: si domandava con chi avrebbe potuto condividere la sua gioia. Chi mai le avrebbe creduto? L’angelo, conoscendo i suoi pensieri, le indicò Elisabetta. Anche in lei aveva operato misteriosamente la potenza dell’Altissimo. Il suo grembo, ormai sterile, custodiva una nuova vita che presto sarebbe nata. A quelle parole, la gioia di Maria fu piena. Non sarebbe stata sola nel portare un mistero così grande! Che grande mistero quello della verginità! Nessuno di noi può creare la vita, essa è un puro dono di Dio. Noi possiamo però accogliere i figli che il Padre ci dona. Se, talvolta, ci sembra di essere sterili, guardiamoci intorno, molti aspettano uno sguardo materno che li accolga. Domandiamo al Signore della vita il dono della fecondità. Egli non tarderà ad adempiere le sue promesse. Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l’angelo partì da lei (Lc 1, 38). Maria era piena di gioia. La potenza e la sapienza di Dio iniziò a crescere, come un seme piccolissimo, nel suo grembo. Solo lei conosceva quel segreto enorme. Colui che nessuno può contenere, ora dipendeva in tutto da lei. Non decideva più dove andare, ma si faceva portare in giro per il mondo da lei. Colui da cui tutto dipendeva, aveva bisogno della sua carne per poter nascere e vivere tra noi. Maria si commuoveva al pensiero della discrezione di Dio. Colui che tutto ha creato senza bisogno di nessuno, non aveva voluto farsi uomo senza aspettare il suo assenso.

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Colui che nessuno può contenere, ora dipendeva tutto da lei. Non decideva più dove andare, ma si faceva portare in giro per il mondo da lei. Colui da cui tutto dipendeva, aveva bisogno della sua carne per poter nascere e vivere tra noi

È questo il primo libro di Gianluca Attanasio. Altri, ne sono certo, seguiranno. Perché don Gianluca (per tutti “Atta”) ha scoperto di recente la scrittura. Quanto è tesoro nascosto nelle profondità del suo essere, prima emergeva attraverso le sue lezioni e omelie, in particolare ai giovani, ai seminaristi, ai sacerdoti. Ora comincia ad affiorare anche attraverso la parola scritta. Atta è stato ed è una delle persone più importanti della mia vita. Accanto a mio padre e mia madre, a mio fratello, a don Giussani, a don Paolo Sottopietra, c’è lui. Qual è la ragione di tale importanza? Atta è capitato nella mia vita quando la Fraternità san Carlo muoveva i suoi primi passi. Non i primissimi, ma quelli decisivi. Si aprivano le prime case, si intensificavano le ordinazioni sacerdotali. È stato mio segretario particolare, poi segretario generale della Fraternità, vice-rettore e rettore del seminario, quindi vicario generale. Oggi ha iniziato una nuova missione, difficile ed esaltante, nel rione Sanità a Napoli. Ma la ragione della sua vicinanza alla mia vita è ancora più profonda. Ed ha molto a che fare con questo libro e con quelli che verranno. Atta è stato ed è per me un maestro di vita spirituale. Le nostre conversazioni, come è naturale tra amici del cuore, La copertina del libro. hanno avuto per tema ogni campo dell’umano. La letteratura e la poesia (ama molto, come me, Shakespeare e Ungaretti), il calcio (siamo entrambi milanisti), la musica (Bach e Rachmaninoff, soprattutto), le canzoni, la politica e la pittura, la storia e la filosofia, l’attualità. Venti anni di conversazioni! Ma più di tutto abbiamo letto e commentato assieme la Sacra Scrittura e i grandi maestri dello spirito: Agostino, Gregorio Magno, Tommaso d’Aquino, Bernardo e molti altri. Atta ha letto Origene e gustato i filosofi russi dell’Otto e Novecento: Solov’ëv e Florenskij in particolare. Io non ho la sua profondità e mi mancano tante corde che lui possiede in modo eccellente: una profondità mistica e una semplicità di cuore che mi hanno sempre colpito. Da don Giussani ha imparato l’immedesimazione con l’evento narrato. Non ci parla semplicemente di Gesù, ci fa vivere, plasticamente, con lui. Non tutto ciò di cui parla in questo libro è veramente raccontato dal Nuovo e dall’Antico Testamento. Tutto è però verosimile. In lui il racconto nasce dalla lunga consuetudine con il libro dei salmi e con i Vangeli, meditati, ascoltati nel silenzio. Se in questi vent’anni ho amato il silenzio e ho gustato la sua forza che trasforma la vita, lo devo all’insegnamento di Giussani e, nella stessa misura, all’esempio trascinante di Atta. Le sue letture, quasi in una bella competizione, sono diventate anche le mie. Non mi stupisco perciò che sia nato questo libro. Il rosario è stato spesso un nostro comune compagno di viaggio. Don Gianluca, attraverso i misteri della vita di Gesù, ci porta sulle strade della Palestina, ci fa vivere in quel tempo senza sradicarci dal nostro.


CONSIGLI DI LETTURA >>

Andrea Marinzi Arcadio Lobato Francesco D’Assisi

Editrice La Scuola 2013 pp. 48 - € 5,90

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«Una notte di primavera dell’anno 1209, papa Innocenzo III fece un sogno. Vide la chiesa del Laterano che stava per crollare. Gli sembrò un’immagine della Chiesa del suo tempo. Ma ecco sopraggiungere un piccolo frate, dall’aspetto umile, vestito poveramente. Appoggiò le mani alla facciata e risollevò l’intero edificio. In lui il Papa riconobbe Francesco». Il terzo volume della collana «Storie di uomini, storia di Dio», libri per bambini sui personaggi della Scrittura e della Chiesa.

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no dei libri dell’Antico Testamento con cui ho avuto più a che fare ultimamente è il Cantico dei Cantici. Un libro “difficile”, non c’è che dire. Il Cantico è un libro paradossale. I padri della Chiesa, ma prima di loro i rabbini di Israele, lo considerano il “Santo dei santi” della Scrittura, cio�� il libro più profondo, quello che racchiude i misteri più sublimi. Eppure il Cantico parla, o, meglio, poeticamente canta, la cosa più carnale che esista, la passione d’amore tra un uomo e una donna. I rabbini di Israele prima e la Chiesa poi hanno visto in questa storia d’amore un simbolo della storia d’amore tra Iahve e Israele prima, tra Cristo e la Chiesa poi. Ora, la cosa spettacolare è che, indipendentemente dall’origine storica di questi canti d’amore, una volta che noi impariamo a leggerli nella luce dello Spirito di Cristo (e ci vuole qualcuno che ce lo insegni, che ci introduca a questa lettura) arriviamo a scoprire aspetti dell’amore tra Dio e la sua creatura che nessun altro libro della Scrittura, nemmeno i Vangeli, riesce a farci intravedere: il mistero della passione che sconvolge il cuore di Dio. Ci sono accenti nel Cantico che ci aiutano a sfiorare il fuoco della “violenza”, come dice Riccardo di San Vittore, dell’amore di Cristo: certo la passione di Dio non è come la nostra, non è passione mossa dal bisogno. È brama di dare, di donarsi. Eppure è passione reale, è brama violenta: Dio ha sete della Sua creatura ed esulta per il nostro sì, come un vero innamorato: Distogli da me i tuoi occhi. Il tuo sguardo mi turba... (Ct 4,6). Divo Barsotti ha scritto pagine splendide su questo versetto: Sono parole che Dio dice alla creatura, e che lo Sposo del Cantico dice alla Sposa. La lettura del Cantico ci conduce a due riflessioni, che ritengo importanti e bellissime, sul rapporto tra l’Antico e il Nuovo Testamento. Effetto trasfigurazione La prima riflessione: quando diciamo “Antico”, pensiamo a qualcosa che, una volta che c’è il Nuovo, non serve più, è stato soppiantato. E invece non è vero. E non solo perché l’Antico Testamento ci fa capire meglio il Nuovo. C’è molto di più. C’è quello che io chiamo “effetto trasfigurazione”. Una volta che impariamo a leggere l’Antico nella luce del Nuovo, quello che succede è come una specie di incendio che si appicca alle “oscure” lettere antiche e le indora, le rende incandescenti, così che esse ci fanno vedere spettacoli che il Nuovo Testamento stesso non ci mostra. La poesia del Cantico, per esempio, o certi salmi – pensiamo ai salmi della passione, il 22 o il 69 –, ci dicono cose del cuore del Signore su cui Le cose più intime il Nuovo Testamento stesso non ci rivela quasi il Signore non le nulla. Potremmo chiemette in piena vista, derci: perché questo le nasconde gioco di Cristo a nascondersi nell’Antico Testamento? Rispondo: è giusto che sia così. Le cose più intime il Signore non le mette in piena vista, le nasconde, in un certo senso. Così che solo chi Lo ama di più, chi è disposto a faticare e a sporcarsi le mani “scavando” per amor Suo, possa scoprirle. Facciamo così anche noi: ciò che è più intimo, lo riveliamo normalmente solo a chi pensiamo ci ami di più... e questo è il senso giusto della strana frase di Gesù: «Non date le perle ai porci». Non è una frase aristocratica. Gesù vuole dire: diventa sposa, amami, e troverai le perle. La seconda riflessione, che è l’altra faccia della stessa medaglia, è questa: prima di arrivare a capire come l’amore del Cantico mi aiuta a capire meglio Cristo,

Amami e capirai Nel Cantico dei Cantici la scoperta dell’amore umano come strada verso la Luce ultima

di Paolo Prosperi

occorre che impari a leggere e capire il Cantico attraverso l’amore di Cristo. Questo risvolto della medaglia ha in realtà il primato dal punto di vista educativo, e questo perché è solo di fronte a Cristo che le parole antiche diventano pienamente chiare. È l’amore di Cristo che rivela pienamente che cosa sia l’autentico amore sponsale. Certo, le due cose (amore sacro e amor profano) si illuminano a vicenda. Ma è Cristo la Luce ultima. Con questo intendo dire che è importante capire bene cosa vuol dire che Cristo risponde alle promesse e compie tutte le “figure” dell’Antico Testamento. Gesù non si limita a riempire, per così dire, uno spazio concavo già precostituito, come una mano riempie un guanto. Nel compiere al contempo chiarisce, purifica e riforgia le promesse stesse: le compie, cioè, in modo sorprendente. Il che è la cosa più drammatica ma anche la più meravigliosa da scoprire. Il segreto del nardo Per esempio, per rimanere nel Cantico dei Cantici, quando Giovanni ci racconta che Maria di Betania cosparge di nardo prezioso i piedi di Gesù, è ben chiaro a qualunque giudeo educato del tempo in cui egli scrive, che l’evangelista sta alludendo al Cantico dei Cantici. In tutta la Bibbia, infatti, il nardo compare solo nel Cantico, come simbolo del desiderio intenso della “sposa Israele” di attirare a sé il Suo Amato Re, di consumare l’unione con lui. Dice la sposa: «Mentre il Re è nel suo recinto, il mio nardo spande il suo profumo» (Ct 1,13). Maria con questo gesto riconosce in Gesù lo Sposo di Israele, lo Sposo messianico che finalmente è arrivato, è presente; nello stesso tempo ella esprime tutto il suo desiderio adorante di stringerlo a sé per sempre e di donarsi a Lui con tutta se stessa, coronando


Se tu guardassi alla tua donna come l’emergere, in mezzo a tutto il mondo, di qualcosa di unico, come l’emergere del mistero che fa il mondo e che tocca te, guarda te, predilige te, ama te, allora potresti veramente dirle: «Ti adoro». Luigi Giussani

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foto Travis Swan.

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Paolo Prosperi, docente al John Paul II Institute di Washington (Usa). A lato, Marc Chagall, «Cantico dei Cantici», 1960.

Bach e la verginità di Jonah Lynch

Il labirinto della vita può portare a strane scoperte. Si può scoprire che la fedeltà è l’esperienza più corrispondente, che la donazione di sé è la strada al compimento di sé. Si può persino sperimentare che una vita di verginità, com’è il caso dei sacerdoti, è una vita affettivamente piena. La verginità indica l’aspetto meno compreso della vita cristiana, il più sorprendente, e il più bello. Si pensa che abbia solo a che fare con un misterioso rifiuto di vivere rapporti sessuali (quello è il significato dell’altra parola più comune, castità). Invece è un atteggiamento che si può adottare di fronte a ogni cosa: al lavoro, alle persone... Vuol dire lasciar vivere. Vuol dire godere del fatto che le cose e le persone abbiano una propria vita, una propria consistenza. Vuol dire gioire di questo, senza voler subito rapirle e farle proprie. Forse in realtà non è una scoperta così strana. Chiunque sa, in segreto, quanto sia riposante essere amati e basta. Anche chi non fa questa esperienza ne ha profonda nostalgia, e tende ad attaccarsi immediatamente a chiunque sembri amare in modo gratuito. Tutti desideriamo avere almeno un rapporto libero in cui essere noi stessi, e non dover sempre essere “come tu mi vuoi”. Ecco la verginità: amare un altro così com’è, senza tornaconto, senza possessività, senza pretese. Il detto di Gesù: «Chi guarda un’altra donna con desiderio nel cuore ha già commesso adulterio con lei», sembra richiedere un’impossibile perfezione, ed è effettivamente una rivoluzione completa del modo solito di concepire i rapporti umani e l’istinto sessuale. Ma dare questo rispettoso valore anche alle donne e agli uomini che si vedono per strada è un atteggiamento liberante, profondamente giusto. Quando si comincia a farne esperienza, si capisce che è infinitamente meglio vivere così che altrimenti. La verginità è un «possesso nel distacco». È l’esperienza della pienezza accessibile soltanto attraverso un sacrificio. È molto difficile parlarne direttamente. Più facile è indicare la sua realtà attraverso degli esempi.

il sogno del Cantico di un perfetto possesso reciproco: «Io sono del mio amato e il mio amato è mio» (Ct 2,16; 6,3). Solo su questo sfondo si può capire la profonda bellezza e insieme la dolce ironia della spiegazione del gesto data da Gesù: «Lasciala fare: mi ha unto per la mia sepoltura» (cfr. Gv 12,7). In realtà il nardo non si usava affatto per seppellire nessuno. Dicendo così, Gesù suggerisce allusivamente a Maria e ad ognuno di noi che il desiderio di unione totale di Maria con Gesù, per essere veramente compiuto, deve passare paradossalmente attraverso lo Senza sacrificio strappo lacerante di non ci può essere ciò che sembra esserne la negazione: vera unione la separazione da Lui. d’amore Maria deve lasciarlo morire, deve lasciarlo andare dal Padre. Ma in questo lasciarlo andare, in questo lasciarlo morire per lei, Maria non lo perde: al contrario, è proprio donando il Suo Corpo e il Suo Sangue sulla croce per lei, che Gesù potrà “stringersi” a lei in una intimità che va ben oltre ogni sua immaginazione: nessun amante umano infatti può realizzare una donazione ed una unione simile a quella che avviene nell’eucaristia tra il Signore e ogni cuore che Lo ama... Così capiamo: Cristo compie le immagini e, nello stesso tempo, le purifica, le chiarisce: senza sacrificio, infatti, non ci può essere vera unione d’amore, non solo tra noi e Cristo, ma anche tra l’uomo e la donna. Si ritorna così al senso letterale del Cantico, il senso primitivo che era appunto il canto dell’amore umano. Ma ora lo si comprende con occhi nuovi.

Recentemente sono andato da un insegnante di pianoforte perchè mi aiutasse a imparare un brano di Bach che volevo eseguire da tempo, e che non riuscivo a decifrare da solo. Il maestro ha cominciato ascoltandomi suonare, poi mi ha detto: «Tu suoni cercando un sentimento, anche bello, ma devi invece lasciare che questa musica sia se stessa. Non cercare di dominarla, devi servirla. E vedrai che è molto più bella così, molto più di ogni tuo tentativo di creare sentimenti attraverso di essa». Mi ha molto colpito. L’insegnante parlava anche del gusto che un artigiano ha per il suo lavoro: ama le cose che fa, a prescindere dal loro valore economico. Le ama per se stesse, ama farle bene. E proprio per questo amore gratuito sono oggetti pregiati, non banali. A ben pensarci, questa dinamica è il cuore segreto di molte altre esperienze. La cucina è fatta di gusti armonici, accordi complessi fra sapori che non si sovrastano a vicenda ma che si completano. Così il vino, così un buon gelato. E per gustare il cibo, occorre trattenersi. Un grande vino non va tracannato. Si potrebbero fare altri esempi: il rapporto tra insegnanti e studenti, quello tra genitori e figli. Quando un padre ha delle pretese sui suoi figli, queste possono essere un macigno che schiaccia la loro vita. Quando un padre ama in modo gratuito, la vita del figlio può fiorire. Capisco sempre più che è necessario che qualcuno viva questa realtà anche fino al sacrificio della castità, per rendere visibile il destino ultimo di ogni amore, che è la libertà. (Tratto dal libro «Egli canta ogni cosa», Lindau, 2013)


Sei Tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio Sono stupende le tue opere, Tu mi conosci fino in fondo. Sal 139, 13-14

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MISSIONARIE DI SAN CARLO

Un nuovo sì a Cristo Suor Ester e suor Mariagrazia pronunciano i voti solenni a Roma, il 13 maggio. Ecco le loro storie

LA BELLEZZA E LA CROCE di Mariagrazia Cipriani

La mia storia inizia con un atto di affidamento alla Madonna di Fatima da parte di mia mamma, prima ancora che io nascessi, a causa di alcuni problemi sorti durante la gravidanza e risoltisi, inaspettatamente, il giorno dell’Assunta. Sono cresciuta in un piccolo paese molto vicino a Varese, Induno Olona, ai piedi del Monte Monarco, del Campo dei Fiori e del Sacro Monte. Ho frequentato il liceo scientifico statale a Varese e poi mi sono laureata in Lettere Moderne all’università Cattolica di Milano. Sono profondamente grata a Dio per la famiglia, per i luoghi e per le comunità in cui Lui mi ha posto, riconosco che attraverso di essi il Signore ha immesso una grande ricchezza nella mia vita, deponendovi tanti semi buoni. Tra questi, riconosco in particolare tre esperienze che hanno segnato la mia persona: l’amore per la Bellezza; le amicizie autentiche e l’esperienza della croce unita alla resurrezione. La bellezza: devo a mia madre Annalisa il grande amore per l’arte, la capacità di guardare e ascoltare le cose belle, la passione per la ricerca e il suo metodo. Devo a mio padre, Giacomo, chimico e montanaro, la cura del particolare, lo stupore per l’ordine del creato, oltre che un carattere focoso fiorentino, unito però a una grande dolcezza. Da entrambi ho ricevuto la passione per la montagna (quante camminate e ferrate estive sulle Dolomiti!) e per la musica. Le amicizie: sono sempre stata accompagnata, fin da piccola, da amicizie intense, ma i rapporti più veri sono iniziati con il mio incontro col Movimento in terza media, nella compagnia degli Scout. Lì e negli anni successivi di Gs si sono stretti legami profondi, autentici che mi accompagnano fino ad oggi. Martina, Michele, Marco, Benedetta… Ci interessava tutto ciò che era bello e ragionevole. E quando eravamo insieme, cantavamo sempre! Di questi anni, trattengo altre due esperienze decisive per la mia vocazione. La prima è l’incontro con san Francesco e santa Chiara, quando avevo 15 anni, ad Assisi. Fu la prima volta che intuii con chiarezza che a Cristo non si poteva che dare tutto. La seconda esperienza è stato il lavoro nelle pulizie al Meeting di Rimini. Nel fare la cosa più umile e nascosta ho sperimentato la vera letizia e pienezza che nascono dalla gratuità pura, dallo spendersi per la gloria di Cristo e del suo popolo. L’incontro con Martino, Francesca e Francesco ai banchetti di accoglienza delle matricole in Cattolica, è stato l’inizio del dilatarsi, ad ogni ambito della vita, di quella esperienza. L’appartamento, i gruppetti di aiuto allo studio, il coro, la caritativa al Centro Culturale: sono stati anni appassionanti, segnati dall’incontro con persone tese alla santità, che vivevano tutto con un’intensità contagiosa. Infine, la croce e la risurrezione: in quegli stessi anni scoprono a mia madre un tumore alle ossa. Ricordo esattamente il momento e il luogo in cui ho ricevuto questa notizia, che mi ha letteralmente buttato in ginocchio, ma

>> SUPERIORA GENERALE

Il vescovo di Porto - Santa Rufina, mons. Gino Reali, ha nominato suor Rachele Paiusco superiora generale delle Missionarie di san Carlo Borromeo e ha approvato le nuove Costituzioni dell'Associazione. La firma del decreto è avvenuta durante la solenne liturgia pasquale che il Vescovo ha celebrato, domenica 31 marzo, nella cappella della casa di formazione della Fraternità a Roma. Suor Mariagiulia Cremonesi è la nuova vicaria generale, mentre sono stati nominati consiglieri don Paolo Sottopietra e don Domenico Mongiello.

Ora la mia terra è divenuta parte di un giardino, in cui a Cristo stesso piace passeggiare alla brezza del giorno

non per la disperazione. È stato come ricevere un abbraccio talmente forte da togliere il fiato, da fare male; ma ero certa che quella stretta era una chiamata, per quanto dolorosa, ad una vicinanza, ad una intimità maggiore con il Signore. La concomitanza di queste due esperienze, la più bella, nella comunità del Clu, e la più dolorosa della mia vita, vissute insieme, per me sono state come un dito di Dio puntato addosso, che ha generato in me, potente, questa domanda: «Cosa vuoi da me, Signore?». Il quarto anno di università, il 2005, quando avevo 23 anni, è stato un anno ricco di eventi decisivi: lo stringersi dell’amicizia con le monache Romite del Sacro Monte, la morte della mia zia Nene, la morte di don Giussani e di Giovanni Paolo II, l’incontro con madre Cristiana delle clarisse di Gubbio. È con queste esperienze nel cuore che sono “capitata” a Roma alle ordinazioni della San Carlo il 25 giugno del 2005, dato che cantavo nel coro degli universitari. La bellezza della liturgia in Santa Maria Maggiore; la faccia raggiante degli ordinandi che si rialzavano da terra, dopo la prostrazione, cantando “prendi pure la mia vita, io la dono a te”; il modo in cui seminaristi e sacerdoti stavano tra di loro accogliendo nella loro comunione la gente. Tutto questo mi ha fatto intuire una amicizia così profonda, così desiderabile! Davvero una fraternità, un luogo dove poter amare Dio e lasciarmi amare da Lui, in una radicalità di donazione e di apertura al mondo: era la risposta a quello che cercavo. Attraverso un amico seminarista ho conosciuto, due mesi dopo, don Paolo Sottopietra. Con lui sono nati un’amicizia e un dialogo molto profondi, in cui si è dipanato quel “grumo di desideri” che mi premeva nel cuore, declinandosi in esigenze precise, come quella del silenzio e della preghiera propri di una vita consacrata, della disponibilità totale rispetto alla professione, di essere un segno visibile nel mondo, di poter servire la missione della Fraternità san Carlo. L’incontro con Rachele, avvenuto a Milano in modo fortuito, non pianificato, mi ha profondamente segnato e confermato. Dopo la nostra prima chiacchierata, in un bar vicino alla Cattolica, sono uscita con questa certezza: «Qualunque cosa accada, io questa ragazza non la mollo più!». Il 30 agosto 2007 sono entrata nelle Missionarie, che il 25 marzo di quello stesso anno erano state riconosciute dal vescovo di Porto - Santa Rufina. Mia mamma ha immensamente gioito della mia vocazione e mi ha accompagnata fino alla soglia della mia nuova casa, offrendo per il nostro inizio tanta parte della sua sofferenza. Il 24 novembre 2007 è rinata in cielo e da lì continua ad essermi sempre più vicina.

LE MIE NOTE IN UN’ORCHESTRA di Ester Murino

Riascoltando un brano musicale più volte, ci si accorge che c’è in esso una nota o una sequenza di note che si ripetono e che formano come la filigrana della melodia.


Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all`ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: «Che fai qui, Elia?». 1Re 19, 12-13 fraternitàemissione

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Da sinistra, suor Ester, originaria di Milano, e suor Mariagrazia, nata in provincia di Varese, nel giorno dei loro voti temporanei nel 2010.

do la nebbia e il terreno dissestato della mia persona, hanno visto e creduto alla chiamata di Dio, l’hanno sostenuta, difesa e accompagnata. Le note della mia vita sono state così inserite in un concerto e in un’orchestra: le Missionarie di San Carlo Borromeo. In questo luogo Dio ha purificato e curato le ferite, infiammato il cuore, sostenuto il desiderio di conoscere sempre di più Cristo e di essere la sposa del Cantico dei Cantici, solo sua e solo in Lui felice. Con le persone di don Paolo Sottopietra e Rachele, la mia terra è diventata parte di un giardino, in cui a Cristo stesso piace passeggiare alla brezza del giorno. Ora abito a Reggio Emilia e sono parte della famiglia del vescovo Massimo Camisasca. Le Missionarie mi hanno destinato a prendermi cura degli ambienti e delle persone della casa. È un grande dono vivere e condividere la vita e servire il compito del vescovo. Purtroppo in poche righe non è possibile trascrivere tutte le note dello spartito, e non posso nemmeno citare molti volti significativi e amici; ma so che Cristo ha preso le loro sembianze per guidarmi e condurmi, e so che pregheranno per me affinché io sia sempre più Sua.

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Per descrivere la mia vocazione devo mettere insieme molte sequenze di note apparentemente contrastanti e antitetiche che la caratterizzano, e che caratterizzano la mia stessa esistenza.Vedo la mia vita come un campo di battaglia dove si affrontano due schieramenti opposti, tra cui spesso non ho saputo scegliere e in cui mi è sembrato di essere solo il campo, terra calpestata, senza poter essere l’esercito combattente. Nel tempo ho scoperto che la parte più vera di me è misteriosamente sacra, e che, se in noi combattono la verità e la menzogna, c’è sempre la possibilità di scegliere da che parte stare. Nel componimento della mia vita, la prima nota dominante è stata l’incontro con dei santi, che hanno costituito segni forti della presenza di Dio. All’inizio del mio cammino vocazionale c’è l’incontro con il movimento di Comunione e liberazione: a 22 anni, mentre stavo svolgendo il mio primo tirocinio come allieva infermiera all’ospedale Istituti Clinici di Perfezionamento a Milano, ho conosciuto Marta Bertipaglia, dei Memores Domini. È stata per me, ed è ancora oggi, una amica, una madre e una compagna di cammino. Successivamente si è imposta nella mia vita la persona del fondatore stesso del movimento: un dialogo avuto con don Giussani è stato il fatto su cui per anni ho appoggiato la mia esistenza. Le sue parole mi hanno definita e capita totalmente. La seconda e fondamentale nota della mia vita è stata quella che potrei definire come la tenerezza di Dio. Gesù mi ha scelta, ma ha anche avuto nei miei riguardi una delicatezza e una pazienza particolari. L’amore non si può imporre e, malgrado la Sua preferenza per me, io ero e rimanevo libera di dirgli di no. L’episodio che nella Sacra Scrittura più descrive questa libertà è quello del vento leggero che Elia sente come manifestazione di Dio. Anche io ho incontrato Dio in forme e volti con forza e potenze diverse, ma ciò che mi ha fatto cedere e dirgli il mio sì definitivo è stato fare l’esperienza della brezza leggera. Questa ha soffiato nell’incontro con don Paolo Desandrè, sacerdote della Fraternità san Carlo. Risiedevo a Palazzo Pignano, un piccolo paese in provincia di Cremona, in cui mi ero trasferita per stare vicina ad alcune famiglie amiche. Avevo già compiuto i 33 anni e lavoravo in un ospedale di Crema. Una sera un amico anestesista e sua moglie mi invitarono a cena a casa loro per farmi conoscere un sacerdote di ritorno dalla Cina: don Paolo appunto. Con lui è nata un’amicizia discretissima, che mi ha permesso di riscoprire cosa fosse e quale valore avesse la verginità. Ma non mi ero ancora arresa del tutto. Altri due amici, don Massimo Camisasca e don Julián Carrón, malgra-

A Vienna… per tutta la vita di Andrea D’Auria

«Dire “ti voglio bene” e fare un passo indietro»: così sentii una volta don Giussani definire l’atteggiamento verginale. Penso che nell’educazione dei giovani parlare di verginità non sia affatto qualcosa di superato o di troppo spirituale. Anzi, essa è quasi il filo rosso dell’educazione cristiana, perché racchiude in sé tanti aspetti. Educando un giovane non si inizia mai parlando di verginità, ma alla fine si arriva sempre lì. Una volta, quando ero a Vienna come cappellano in una parrocchia, mi capitò di avere conversazioni profonde con un ragazzo, studente Erasmus. Affrontando insieme nodi significativi della sua esistenza, a un certo punto mi disse: «Adesso capisco che cosa è la verginità! È come stare a Vienna, solo che dura per tutta la vita». Quella frase, detta forse un po’ d’emblée, mi accompagna tuttora. La verginità è infatti una continua possibilità di aiuto reciproco, di custodia vicendevole (come ama dire il nostro nuovo papa Francesco) ove tutto diventa occasione per ricordarsi del Mistero presente. Educarsi alla verginità vuol dire anche entrare nella percezione che la vita è dono, che tutto è dono, che tutto è per noi. Ricordo una passeggiata in costiera amalfitana con un seminarista, a ridosso della sua ordinazione diaconale: Positano, Conca dei Marini, Sorrento e poi, un po’ più in là, Capri e Ischia… Paesaggi mozzafiato. Ci sembrava quasi che le nostre parole potessero guastare il panorama. «Vedi – gli dissi – questo è il regalo che il Signore ti fa per la tua ordinazione!». Allo stesso modo, quando preparo le coppie al matrimonio, mi trovo spesso a dire: «Quando stringi la tua morosa tra le braccia, senti come una voce che ti dice: chi me l’ha data? Da dove viene? E dove mi condurrà? La donna che amo viene da lontano e

mi porta lontano». Senza questa prospettiva, tutto rischia di finire in fretta. Vivere la verginità significa entrare nella prospettiva che è un Altro che salva. Guardando una persona cui voglio bene e facendo memoria dell’amore che Cristo ha portato nel mondo, capisco che non sono la sua salvezza e che, se pretendessi di esserlo, sarebbe l’abbrivio di ogni violenza. Ma se io non posso salvare l’altro, neanche l’altro mi può salvare. Per questo spesso dico ai giovani, un po’ scherzosamente: «Non chiediamo alla morosa quello che in realtà solo Gesù ci può dare». Guardando la realtà, persone e cose, «così come le guarda Cristo» (un’altra espressione di Giussani), tutto diventa richiamo e introduzione ad un dietro-mondo, più vero, che è l’unica realtà che non passa. Benedetto XVI disse una volta che il celibato è una finestra spalancata sull’aldilà. E san Paolo esprime la stessa cosa quando dice che il tempo si è fatto breve: affrettiamoci, non c’è tempo da perdere! Tutto quello che abbiamo e siamo deve essere utilizzato per la conoscenza di Cristo, al cui confronto tutto è spazzatura. La verginità permette che l’amore, nel tempo, diventi più vero. Lo capisco ora quando vedo mia mamma accudire, con tanta tenerezza, mio papà non più giovanissimo. Ma ci insegna anche a usare buone dosi di ironia e di realismo: dobbiamo conoscerci, educare la nostra umanità e la nostra corporeità; e riconoscere anche i nostri limiti, perché la natura punisce gli spavaldi. San Tommaso diceva che l’affettività è l’energia più intensa che naturalmente l’uomo possiede. Se non è ben convogliata e indirizzata, si fanno disastri. Come diceva un mio conterraneo, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori: «La paglia vicino al fuoco… s’abbrucia».


IL TUO 5X1000 Anche quest’anno puoi sostenere la missione e le opere della Fraternità san Carlo senza spendere nulla. Nella tua dichiarazione firma nello spazio per il sostegno del volontariato e inserisci il nostro CODICE FISCALE 97408060586

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Foto Ramella&Giannese © Teatro Regio di Torino

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Notizie Flash

a cura di Marco Sampognaro

NUOVE DESTINAzIONI Magliana Dino Goretti è stato destinato alla parrocchia dei Martiri Portuensi alla Magliana (Roma). CASA DI FORMAzIONE Pellegrinaggio pasquale La settimana dopo Pasqua, un gruppo di seminaristi ha svolto un pellegrinaggio a piedi da Città di Castello ad Assisi. Quattro i giorni di cammino, ricchi di incontri, di canti e di preghiera. Mostra a Milano Un gruppo di seminaristi della Teologia ha partecipato all’evento «Il grande alfabeto dell’umanità», promossa dall’Associazione Sant’Anselmo in collaborazione con la Biblioteca Pinacoteca Ambrosiana, presentando alcune figure della storia biblica.

La ballata dell’amore vero di Marco Ruffini

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ono quattro anni che “porto in giro” la Traviata di Verdi per l’Italia: più di venti serate davanti a studenti di ogni età, famiglie, platee miste. So in partenza che la serata sarà sempre un successo, non certo per la mia bravura, ma per i grandiosi contenuti dell’opera. E ogni sera riscopro ciò che mi ha insegnato don Giussani, ovvero che il genio, oltre a descrivere mirabilmente la verità della natura umana, è sempre profeta di Cristo. Recentemente sono stato in una scuola media a indirizzo musicale di una cittadina della Romagna. Avevo di fronte due classi terze: è stata una scommessa. La loro professoressa ha introdotto il momento facendo riferimento ai festeggiamenti per il bicentenario verdiano. Guardando quelle belle facce, pulite e brufolose, furbe, alcune già disilluse, pensavo che a quei ragazzi non importasse un granché del compleanno del genio di Busseto. Così li ho incalzati fin da subito: «Non preoccupatevi: si può morire senza essersi appassionati alla musica di Verdi! Ma non si muore senza aver vissuto il dramma di amare e di essere amati. Per questo sono venuto a presentarvi alcuni spezzoni della Traviata». «O gioia ch’io non conobbi, essere amata amando»: il grido di Violetta, rapita per la prima volta da un amore gratuito che la spingerà a ricambiare con un atto di estremo eroismo, fa da fil rouge all’itinerario dell’amore vero che Verdi e il suo librettista tratteggiano tra arie e cori. Quei ragazzi di terza sono rimasti incollati tutto il tempo. Scommessa vinta!

La liceale anarchica

Non sono un fanatico di cantanti ed interpretazioni, ma solo un appassionato di musica e di tutto ciò che riguarda l’uomo, in missione tra gli studenti universitari bolognesi, con cui passo molte delle mie giornate. Il tour dedicato alla storia d’amore tra Violetta ed Alfredo è nato

proprio dalle conversazioni con loro, per guardare assieme in atto il vertice dell’amore che è il sacrificio di sé per il bene dell’altro. Nell’opera di Verdi, così mal conosciuta, c’è questo e c’è molto di più. È di una straordinaria attualità, come dimostrano queste righe scritte da una liceale il giorno dopo aver scoperto le pene d’amore della sua “nuova amica” parigina: «Sono un’anarchica inquieta, con una domanda che mi esplode nel cuore ma nessuna acqua in grado di dissetarla… pare. Ripensando alla Violetta di ieri, io ne capisco molto bene alcuni tratti perché li ritrovo identici in me… Follia credere in un amore infinitamente grande da poter racchiudere il cielo, in una tenerezza che permane nel tempo e nello spazio nonostante tutto e nonostante me. Follia. Credere alla loro esistenza inevitabilmente porta ad uno scontro con l’ostinata realtà vincitrice, e la caduta è pesante, dolorosa, impietosa sul cuore… Non è forse meglio prendere piccoli pezzi di vita, cosciente che non saranno né definitivi né veri fino in fondo, ma che creano un po’ di quel fumo negli occhi che per un po’ ti fa sentire bene? Vano il sacrificio di Violetta? O unica scelta possibile per non tradire sé e il bene che finalmente ha incontrato e riconosciuto? Questa la domanda ultima che alberga nella mia testa da ieri sera e dalla quale sono prepotentemente richiamata alla realtà...». Un amore straordinariamente attuale, affascinante per ogni generazione che desidera voler bene all’amata «come le ama Dio», per usare le parole di Claudio Chieffo, con cui introduco la serata. Forse è per questo che è sempre attuale. Il sovrintendente del teatro Comunale di Bologna, una volta, me lo ha detto a modo suo: «L’opera non è un patrimonio che ci è stato lasciato in eredità e che noi dobbiamo trasmettere alle giovani generazioni. È un prestito che le giovani generazioni ci stanno facendo!».

Una scena de «La Traviata», rappresentata al Teatro Regio di Torino - Stagione d’Opera 2012-2013.


Fem 2013 V