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MENSILE DELLA FRATERNITÀ SACERDOTALE DEI MISSIONARI DI SAN CARLO BORROMEO

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Anno XVII, n. 4 aprile 2013 - € 1,50

fraternitàemissione Poste Italiane S.p.A. - Sped. in Abb. Post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art 1, comma 1, LO/MI

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LA FRATERNITÀ SAN CARLO NEL MONDO: ALVERCA PORTOGALLO ASUNCIÓN PARAGUAY BOLOGNA ITALIA BOSTON USA BUDAPEST UNGHERIA CHIETI ITALIA CITTÀ DEL MESSICO MESSICO COLONIA GERMANIA CONCEPCIÓN CILE DENVER USA FROSINONE ITALIA FUENLABRADA SPAGNA GROSSETO ITALIA GROTTAMMARE ITALIA LONDRA GRAN BRETAGNA MILANO ITALIA MOSCA RUSSIA NAIROBI KENYA NAPOLI ITALIA NOVOSIBIRSK SIBERIA PESARO ITALIA PRAGA REPUBBLICA CECA REGGIO EMILIA ITALIA ROMA ITALIA SAN PAOLO BRASILE SAN QUIRICO ITALIA SANTIAGO DEL CILE CILE ‘S-HERTOGENBOSCH OLANDA TAIPEI TAIWAN TRIESTE ITALIA VIENNA AUSTRIA VIGEVANO ITALIA WASHINGTON USA

La nostra preghiera

R

Papa Francesco. Nella foto grande, piazza san Pietro la sera del 13 marzo 2013 (Servizio Fotografico dell’Osservatore Romano).

ingraziamo il Signore per il dono del nuovo Papa che ha concesso alla sua Chiesa. Dono per cui tanto abbiamo pregato. Nella sua storia bimillenaria la Chiesa stupisce sempre per la sua freschezza, per la sua forza di riforma, per il suo desiderio di riandare all’origine della sua vicenda, all’evento dell’Incarnazione e così ripresentarlo all’uomo di ogni tempo. La Chiesa compie un cammino verso ciò che è essenziale, la persona di Gesù Cristo, unico salvatore.

Questa è stata l’intenzione profonda di Benedetto da Norcia, il cui nome – ad esempio – aveva scelto Benedetto XVI. Questa è stata la vita e la figura di Francesco d’Assisi, che viene posta oggi al centro dell’attenzione del mondo dal nuovo Papa. Preghiamo perché lo Spirito di Dio lo accompagni e lo sostenga nella sua opera di Vescovo di Roma e Pastore universale. Mons. Massimo Camisasca

PASSIONE PER LA GLORIA DI CRISTO


Quando preghi, chiedi le cose grandi. Sant’Ambrogio

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APRILE

La preghiera di Gesù di Paolo Sottopietra

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vangeli ci hanno descritto solo pochi movimenti fisici di Cristo e tra questi hanno privilegiato quelli del suo sguardo. A volte alzava il capo e gli occhi sulla folla, sui discepoli o semplicemente su ciò che aveva davanti: come uscendo dalla sua concentrazione, rispondeva allora a chi lo interrogava, o prendeva la parola. Luca è il più attento a questo gesto, assieme a Giovanni. Ecco come lo ritrae, per esempio, mentre inizia il grande discorso delle beatitudini: Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio» (Lc 6,20). Oppure, nel tempio: Alzati gli occhi, vide alcuni ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro (Lc 21,1). E Giovanni annota, raccontando la moltiplicazione dei pani: Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» (Gv 6,5). A Giovanni sono rimaste impresse nella memoria altre due occasioni. Quella della risurrezione di Lazzaro: Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato» (Gv 11,41). E poi la grande preghiera sacerdotale, durante l’ultima cena. Qui il gesto di Gesù esprime il suo essere proteso, spiritualmente e fisicamente, nel dialogo con la persona vivente del Padre: Così parlò Gesù. Quindi, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, è giunta l'ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te» (Gv 17,1). Perché gli evangelisti sono stati colpiti da questo movimento del capo di Cristo che si leva e indirizza lo

Lo stare con un Altro, l’unità con il Padre lo immergeva nella realtà con forza

Nella foto, Praga, la piazza della Cattedrale di San Vito (foto Nick Olejniczak).

sguardo verso l’alto? Perché i discepoli intuivano che, quando parlava, egli usciva da un raccoglimento permanente e traeva da lì le sue parole. Era con loro, ma stava con un Altro. Di qui veniva l’intelligenza e la pertinenza dei suoi interventi. Di qui anche la dolcezza, l’ironia, oppure l’energia e l’ira che di volta in volta connotavano le sue parole. L’unità con il Padre, la sua preghiera, lungi dall’estraniarlo, lo immergeva nella realtà con tanta più forza. Egli infatti viveva il presente con un’intensità pacata e straordinaria. Ciò che Cristo comunicava era un tutt’uno con il suo rapporto con il Padre, con la sua preghiera al Padre. Io dico al mondo le cose che ho udito da lui (Gv 8,26), la verità udita da Dio (Gv 8,40). A volte la sua predicazione diventava spontaneamente una preghiera esplicita (cfr. Lc 10,17-22), ma tutta la sua comunicazione agli uomini, anche quando rimaneva oggettiva, manteneva la forma della preghiera. Don Giussani ha scritto che «l’uomo consapevole», ovvero l’uomo cosciente della sua dipendenza da Dio, «è uno spettacolo», perché la sua dimensione spirituale investe la materia, «gli stessi dati fisici e biologici», e li trascina dentro di sé. Per questo, «quando l’uomo incomincia a diventare stabilmente uomo, comincia a esercitare un fascino che nessuno conosce di noi, tra i propri simili, perché è così raro». Questa è la promessa della preghiera: essere un avvenimento di profonda unificazione della nostra persona, attraverso l’abbandono a Dio, la disponibilità, la docilità di chi spera tutto da Lui. La preghiera ci trasforma.

Aut. del Trib. di Cassino n. 51827 del 2-6-1997 - DIRETTORE RESPONSABILE: Paolo Sottopietra REDAZIONE: Fabrizio Cavaliere, Jonah Lynch, Francesco Montini, Marco Sampognaro HANNO COLLABORATO Marco Aleo, Andrea Barbero, Sandro Bonicalzi, Massimo Camisasca, Giuseppe Cassina, Eleonora Ceresoli, Carlo Fumagalli, PROGETTO GRAFICO: G&C IMPAGINAZIONE: Fabrizio Cavaliere STAMPA: Arti Grafiche Fiorin San Giuliano Milanese (Mi) REDAZIONE E UFFICIO ABBONAMENTI: Via Boccea 761 - 00166 Roma Tel. + 39 0661571400 - fm@sancarlo.org ABBONAMENTI base € 15 - sostenitore € 50 C/C 72854979 IBAN: IT44X0521603206000000098780 OFFERTE c/c postale 43262005IBAN: IT08A0521603206000000018620 WWW.SANCARLO.ORG


CONSIGLI DI LETTURA >>

Anonimo Racconti di un pellegrino russo Bompiani 2003 pp. 368 - € 9,90

Un pellegrino viaggia alla ricerca del significato delle parole dell'apostolo Paolo "Pregate incessantemente". Viene soccorso da uno starets che gli consegna la formula: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”. Un’antica invocazione del mondo monastico orientale, ripetuta al punto da diventare una supplica costante di riconoscenza e di richiesta di misericordia rivolta al Signore. Il pellegrinaggio esteriore diventa pellegrinaggio interiore. I «Racconti», usciti per la prima volta nel 1870, sono il testo più conosciuto e diffuso della spiritualità russa, contemporaneamente fiaba poetica e trattato spirituale.

APRILE

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PREGHIERA/2

Parte del suo canto Una camminata in montagna, nel silenzio, una melodia che vibra e la riscoperta che tutto è dato in dono «di nuovo, ancora, adesso». La testimonianza di un nostro missionario a Santiago del Cile di Marco Aleo

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acanze di Gioventù studentesca, a ottocentocinquanta chilometri a sud di Santiago. All’inizio della passeggiata, la guida chiede di procedere in silenzio, per poter “ascoltare” e “guardare” la realtà che ci circonda. I ragazzi si fidano. Dopo due ore e mezzo, all’improvviso, il cammino si apre su una spianata e spontaneamente tutti ci dirigiamo verso la sporgenza, affacciandoci su un magnifico paesaggio. Il tempo passa e nessuno rompe il silenzio. Continuiamo a guardare davanti a noi. Lo sguardo può estendersi lontano, si dominano le colline vicine, le montagne sullo sfondo, il fiume attraversa la pianura e i campi, che si perdono nell’orizzonte chiaro. Ci troviamo nel balcone dal quale l’Infinito ci guarda e ci si offre, e da cui possiamo vedere tutto con maggior nitidezza. Si ode il suono del canto di Dio: Ti chiamo per nome, tu mi appartieni. Io non abbandono l’opera delle mie mani. Per questo, non avere paura. Ti aspetto, ho sete di te. Vediamo la nostra vita ancorata a qualcosa di solido, come quelle montagne che ci abbracciano. Mi accorgo che una ragazza sommessamente piange di commozione. Dopo almeno quindici minuti, la guida propone di cantare. Il nostro canto non ha mai vibrato così. Quel giorno, insieme, abbiamo scoperto che Lui canta sempre per primo, canta tutta la realtà e me la dona insieme a Sé. Ci sentivamo come quei campi dai colori gravidi di luce, fecondi perché hanno accolto i semi. Che sovrabbondanza si introduce quando uno si lascia fecondare dal canto di Dio e, pieno di ammirazione e gratitudine, risponde! Vorrei che tutta la mia vita abbia l’intensità di quel canto commosso. In cima a quel monte è come accaduta l’etimologia della parola “comunità” che altre volte avevo spiegato ai ragazzi. Cum munus: siamo parte dello stesso dono e dello stesso compito (munus ha i due significati di dono e compito). Abbiamo scoperto che l’amicizia vera nasce dal silenzio e per questo ha un orizzonte vastissimo: Dio ci chiama insieme ad essere parte del suo canto, a divenire sua cassa di risonanza per altri. Come la ragazza che davanti a quell’eccesso di bellezza non riesce a trattenere le lacrime, abbiamo riconosciuto che la prima attività a cui siamo invitati tutti i giorni è lasciarci generare da quello che Lui ha fatto nella nostra storia e che fa adesso, ancora, di nuovo. Soprattutto nella preghiera del mattino sorprendo lo sguardo di un Padre che mi guarda con tenerezza e ritorna a dire: «Marco, ancora, di nuovo», «La cordigliera delle Ande, ancora», «I tuoi compagni di casa, di nuovo, ancora». E così con tutMarco Aleo è parroco in Cile ta la realtà. Posso ricominnella parrocchia dedicata al Beato ciare sempre, perché Lui riPedro Bonilli. Nella foto grande, comincia sempre con me, un momento di una gita a Chillán con la comunità di Santiago. in ogni istante.


La preghiera è per il cristiano quello che è il muro per la città, la spada per il soldato, il porto nella tempesta, il bastone per quelli che zoppicano. San Giovanni Crisostomo

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APRILE

PRAGA L’EQUILIBRIO IMPOSSIBILE di Andrea Barbero

Durante i colloqui con le persone mi sento spesso dire: «Non ho tempo per pregare, vorrei tanto, ma sono sopraffatto dalla quantità di cose da fare». Il rapporto tra preghiera e azione è uno dei temi più ricorrenti che mi vengono sottoposti. È una questione che riguarda tutti: basta vedere quante persone si rivolgono alle filosofie orientali che insegnano delle tecniche di preghiera o di meditazione. Queste persone cercano sostanzialmente un punto di equilibrio tra il lavoro e la cura di se stessi. Percepiscono un disagio nel vivere di solo lavoro e cercano in qualche modo una fuga, o nel migliore dei casi un baricentro nella propria vita. Devo pregare di più? O devo “fare” di più? Posta in questi termini, la domanda non ha soluzione. Il vero rapporto da cercare non è tra preghiera ed azione, ma tra preghiera ed essere. L’uomo è chiamato all’unità nella propria vita e il peccato originale ha spaccato proIl vero rapporto prio questa unità. da cercare non è tra Spesso il problema preghiera e azione, sta nel fatto che non capiamo la differenza ma tra preghiera tra “le preghiere” e “la ed essere preghiera”. San Benedetto conosceva molto bene questo malinteso e così ha fondato dei luoghi in cui l’uomo potesse essere educato a quest’unità originaria dell’essere umano. Un uomo può vivere dualisticamente sia la preghiera che il lavoro: per questo è necessario recuperare il senso vero delle parole preghiera e azione. Entrambe queste parole trovano la loro verità non nel rapporto tra di loro, ma nel rapporto con Dio. La vita si esprime nella sua verità solo quando l’uomo vive il rapporto con Dio che lo costituisce. Al di fuori di questo rapporto, sia la preghiera che l’azione sono modi in cui l’uomo si aliena, cioè non è più se stesso. Così ebbe a scrivere la giovane Etty Hillesum nel suo diario, poco prima di essere deportata in campo di concentramento: «Vivere pienamente, verso l’esterno come verso l’interno, non sacrificare nulla della realtà esterna a beneficio di quella interna, ma neanche viceversa». È una descrizione magnifica della lealtà verso la vita che questa ragazza ha potuto raggiungere inginocchiandosi di fronte a Dio. L’uomo per vivere ha bisogno di respirare, e credo che il paragone più efficace che possiamo fare per sottolineare la necessità della preghiera sia proprio quelle del respiro. Vivere e respirare sono uno stesso atto, e non a caso la scrittura mette sempre in relazione la vita con il “soffio vitale” impresso da Dio. Pregando impariamo a poco a poco che il segreto dell’esistenza è la fedeltà, non la riuscita, e questa fedeltà si impara proprio attraverso il respiro della preghiera che rende ogni nostro gesto rapporto con Colui che ci fa. Non è il febbrile diffondersi intorno a sé che ci fa essere fecondi, ma la fedeltà al Signore, come papa Benedetto ci ha così grandiosamente e umilmente testimoniato.

ROMA ACCOGLIERE UN ALTRO di Sandro Bonicalzi

Pregate sempre senza stancarvi mai, dice Gesù nel Vangelo di Luca (Lc 18,1). La preghiera è lo svolgersi nella vita di un riconoscimento continuo del nostro rapporto

PREGHIERA/3

Semplice come i L’unità della vita sta nel rapporto con ciò che la costituisce

con il Mistero. È quindi una coscienza di sé più che una cosa da fare. È l’accoglienza di un Altro nella propria vita. Come diceva lo starets al pellegrino russo, si tratta di una dimensione che coincide con il respiro e che fluisce spontaneamente dentro la vita di ciascuno di noi. Perché questo accada occorre riconoscere la presenza del Mistero che si è fatto carne: Gesù che è presente alla nostra vita e ci attira sempre di più al Padre, adesso, attraverso ogni cosa e ogni attività. Nel compito che mi è affidato come parroco è fondamentale insegnare a pregare, ma perché questo avvenga occorre che io impari a pregare. Ciò non è mai scontato: è una provocazione di ogni giorno, una sfida, perché la memoria di Cristo non è un fatto che si possa decidere o imporsi, ma un dono che continuamente richiede la nostra libertà. E i casi sono due: o la mette in moto verso Dio o diventa formalismo vuoto. Fin da ragazzo sono stato educato a pregare con i Salmi, la vera scuola per riconoscere che tutto è dentro il rapporto con Dio, che Dio si interessa a noi anche quando vogliamo presuntuosamente fare di testa nostra. L’esperienza cristiana, educata alla preghiera in Gioventù studentesca, mi ha insegnato a vivere la liturgia come accoglienza di quel rapporto e di quel dono che cambiano, a poco a poco, il modo di agire, di pensare, di guardare, di sentire ogni cosa. Immersi nella preghiera si impara ad amare la liturgia, che è la forma suprema in cui Cristo stesso prega e si offre continuamente a noi. Un altro punto privilegiato di preghiera nella mia vita è l’amore al canto. Cantare bene è un’educazione a mantenere viva e desta la percezione del Mistero. In parrocchia, oltre ad un bel coro polifonico, abbiamo proposto una piccola scuola settimanale di canto che

L’Angelus e l’acque di Jonah Lynch

La preghiera è come l’acqua. Senza inaridisce, appassisce, si rinsecchisce di morire, le foglie perdono colore, i ra scono. La pianta si affloscia. Ciò ch vigore, slancio, con la mancanza di ac ricadere verso terra. Ricordo di aver letto un bellissimo p sermone di san Bernardo di Chiarava un lungo sermone scritto per il giorno di Maria, ma che è diventato famoso c sull’acquedotto. Esso partiva dall’im acquedotto romano, che porta l’acq dolce delle montagne fin dentro la città tura è eloquente: una serie di pilastri b terra, da cui si innalzano le arcate che canale dell’acqua. Ogni arcata può avanti per una breve distanza sospesa presto deve ridiscendere e collegarsi a stro. La struttura dell’acquedotto pu ciarsi per uno spazio libero, senza to continuare a portare l’acqua, ma q breve. Proprio come la preghiera dell’Ang Luigi Giussani amava e che raccoma amici di recitare ogni giorno per tre ghiera della mattina è come un pilastr nostra vita sulla roccia eterna. Parte


Be more like the man / you were made to be There is a design, / an alignment to cry of my heart to see The beauty of love / as it was made to be.

Sii più simile all’uomo / che sei nato per essere. C’è un progetto / un allineamento un grido del mio cuore per vedere la bellezza dell’amore / così come è stata creata. Mumford & sons, «Sigh No More»

CONTRIBUTI DI

Andrea Barbero, prete da nove anni, è in missione a Praga (Rep. Ceca) dal 2003.

Foto Ciol.

di Carlo Fumagalli

Sandro Bonicalzi è il parroco di Sant’Eusebio, nel quartiere romano dell’Esquilino.

edotto

paragone in un alle. Si tratta di o della Natività come Sermone mmagine di un qua preziosa e tà. La sua strutben radicati per e sostengono il ò estendersi in a in aria, ma ben a un nuovo pilauò dunque lanoccare terra, e quello spazio è

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coinvolge le persone presenti alle celebrazioni feriali: normalmente una ventina di signore anziane che, in maniera veramente commovente, imparano il canto gregoriano o canti della tradizione che erano stati dimenticati dopo gli anni Settanta. Dentro questo cammino di educazione continua alla preghiera sono decisivi il silenzio e l’adorazione. Anche se costituiscono la cosa più desiderata non sono sempre facili da vivere, perché siamo tentati continuamente di farci distrarre da ciò che sembra più urgente nella vita parrocchiale (o comunque nella vita quotidiana di ogni adulto). Tutto tende ad apparire più decisivo della preghiera, del silenzio, dell’adorazione. Trovare lo spazio e il tempo diventerebbe allora un’impresa ardua, se non nascesse da una gratitudine presente nel mistero della propria vita e della propria vocazione. E così anche l’inevitabile stanchezza e la distrazione non affaticano, perché diventano la possibilità per essere ricondotti a vivere la propria umanità come domanda di misericordia e di stupore per la bontà di Dio.

BUDAPEST «FARE UN PO’ DI BENE»

il respiro

a l’acqua, la vita e, muore. Prima ami si infiacchihe prima aveva cqua finisce per

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APRILE

siamo lanciarci in alto e in avanti, come l’arcata dell’acquedotto. Ma a mezzogiorno, e di nuovo a sera, abbiamo bisogno di radicare nuovamente il nostro vivere su qualcosa di più solido della nostra piccola volontà. Questo fondamento è la memoria dell’Incarnazione, che «abbiamo conosciuto per mezzo dell’annuncio dell’angelo», ed è la memoria del fatto che «attraverso la sua passione e croce siamo condotti alla gloria della sua risurrezione». Le parole della Madonna ci aiutano a ricordare queste verità. Pronunciandole, diventano nostre. Accade il miracolo della disponibilità: «Eccomi, sono la serva del Signore, mi avvenga secondo la Tua parola». Avviene il miracolo dell’Incarnazione: «E il Verbo si è fatto carne, e abita in mezzo a noi».

Carlo Fumagalli, prete dal 2006, è in missione a Budapest. Cura la parrocchia di Krisztus Király.

Jonah Lynch, 35 anni, statunitense, da febbraio è rettore della Casa di formazione.

Quinta ginnasio, ora di italiano. Leggiamo la conclusione del capitolo XI dei Promessi sposi: a Renzo, in attesa del padre Bonaventura, il portinaio dice: «Andate ad aspettare in chiesa, che intanto potrete fare un po’ di bene». Rimango molto colpito da quelle parole. «Fare»: il pregare è forse un fare? È un’azione, qualcosa che costruisce? Può portare addirittura un «bene»? Le parole di Manzoni riecheggiano a lungo nella mia mente, portano vaghe reminescenze di qualcosa già vissuto, già sentito. C’è stato un tempo in cui questo era vero – penso tra me. Pian piano affiorano ricordi dell’infanzia: dopo la prima comunione facevo il chierichetto, andavo ogni mattina a servir messa. Nemmeno mi ponevo la questione, tutto era così naturale: «fare un po’ di bene». Oppure a dodici anni: nel giro di poco tempo nacque una cuginetta con una rarissima malattia e trovarono un tumore al nonno. Un rosario di plastica fosforescente illuminava il buio della mia camera da letto quando, sospeso tra la veglia e il sonno, affidavo alla santa Vergine i miei cari. Come ritrovare quella naturalezza dell’infanzia, quella percezione così immediata della bellezza e dell’utilità della preghiera? Più di vent’anni dopo, lottano ancora in me il bambino semplice e l’adolescente scettico: a volte sono tentato di pensare che, per «fare un po’ di bene», occorra lanciarsi nell’attività frenetica. Che non si debba indugiare nella preghiera, ma uscire e, come Renzo a Milano, cercare di convincere una scaltra folla cittadina con l’ingenua eloquenza di un giovane di campagna. Eppure, per grazia di Dio, capisco sempre di più quanto sia necessaria la preghiera per la mia vita e per la mia missione. Nelle due ore che ogni mattina in casa dedichiamo al silenzio e alla preghiera il Signore mi accoglie, con le mie gioie e le mie amarezze, i progetti e le delusioni. E così, giorno dopo giorno, nella preghiera imparo, anzi inizio ad accogliere le persone che Dio mi affida. Il fratello, l’amico, colui che mi ha voltato le spalle, l’ammalato trovano lentamente posto nel mio cuore. Le porto davanti a Dio, inizio ad occuparmi di loro, a «fare un po’ di bene», pregando il Signore, implorandolo di dilatare il mio cuore, così che sappia accoglierli e testimoniare la sua misericordia.


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APRILE

MISSIONARIE DI SAN CARLO

La Pasqua quotidiana di Eleonora Ceresoli

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a quando ho fatto il mio ingresso nel noviziato delle Missionarie di san Carlo, ho preso più coscienza del dono del tempo. Dio mi regala questo grande alleato per entrare nella sua logica e nel suo modo di amare, agire e pensare; insomma me lo regala perché io mi converta. Conversione: la parola stessa ci aiuta a comprendere che si tratta di girarsi, cambiare direzione verso qualcosa o qualcuno. Ho iniziato la mia vita in casa di formazione pensando di avere già un buon livello di conoscenza di Cristo e una discreta capacità di amare, come Dio vuole che ci amiamo. È bastata la prima ora in ginocchio davanti al Santissimo Sacramento, o il primo litigio con una delle mie sorelle, per rendermi conto di quanto la mia vita e i miei pensieri fossero completamente invasi da tutto, fuorché dalla sua Presenza. La regola che vivo ora mi aiuta ad ascoltare una voce più grande, antica, profonda e materna della mia: quella della Chiesa. Questa madre amorevole non ci lascia soli. Ci accompagna durante tutto l’anno, insegnandoci a seguire l’alternanza dei tempi liturgici e a utilizzare le parole giuste per dialogare con Dio, per entrare in rapporto con Lui fin nella parte più profonda di noi.

Tre grandi strade

Per me è stato fondamentale iniziare a vivere seriamente i tempi che la Chiesa dedica alla preparazione dei momenti forti dell’anno. La Quaresima, per esempio. La nostra casa ci suggerisce tre strade per vivere seriamente i giorni che precedono il Triduo pasquale, memoria del trionfo di Cristo sulla morte: la preghiera, il digiuno e l’elemosina. Più si approfondiscono questi tre aspetti del cammino di conversione, più emerge insistentemente cos’è l’Essenziale che sorregge la mia vita. Preghiera significa riprendere sul serio la liturgia delle ore, la messa quotidiana, la Via Crucis il venerdì. Inoltre quest’anno la Quaresima è stata un periodo privilegiato per affidare a Dio tutti i fatti che hanno inciso nella nostra vita: l’ordinazione episcopale di don Massimo, l’elezione di don Paolo Sottopietra come superiore generale della Fraternità, la rinuncia dell’amato Benedetto XVI e l’elezione di papa Francesco. Abbiamo deciso di recitare insieme quotidianamente il rosario, concluso dalle litanie a san Giuseppe, per il Papa e la Chiesa proponendolo anche alle signore che partecipano alla messa vespertina. Questi gesti, soprattutto se fatti in ginocchio, mi ricordano che senza il suo aiuto non posso nulla e anche che Gesù stesso usa di questo mio nulla per la maggior Gloria sua. La parola digiuno indica per prima cosa l’astinenza dalle carni e il digiuno a pane e acqua in alcuni giorni. Per sant’Agostino il digiuno «purifica l’anima, eleva la mente, sottomette la carne allo spirito, rende il cuore contrito e umiliato, dissipa le nebbie della concupiscenza e accende la luce della castità». Questa frase, che sottolinea lo stretto legame tra anima e corpo, è appesa alla parete di camera mia, perché mi aiuta a fare questo piccolo sacrificio, che si estende al “digiuno” dalle visite di ospiti a casa nostra e all’essenzialità nelle uscite, nelle telefonate e nella corrispondenza in generale. In questi due anni e mezzo a Roma ho sperimentato la convenienza di quest’apparente distacco dalla famiglia e dagli amici.

La regola che vivo ora mi aiuta ad ascoltare una voce più grande e materna: quella della Chiesa

I rapporti sono alimentati dalla fede, dalla preghiera e da una ricerca di concretezza che trasfigura anche amicizie decennali prima date per scontate. Da ultimo l’elemosina. Ho appena pronunciato i miei primi voti, tra i quali quello di povertà. Il desiderio con cui l’ho fatto si scontra quotidianamente con il mio attaccamento superficiale a tutto ciò che posseggo: dai libri, ai cd, ai miei spazi, ai miei pensieri. Questo gesto dell’elemosina (concretamente un salvadanaio di coccio in sala da pranzo, nel quale ciascuna liberamente inserisce ciò che riesce a risparmiare da piccole o grandi rinunce) mi ricorda che tutto viene da Dio e tutto a Lui deve tornare.

Un’attesa purificata

Suor Eleonora, milanese, da poco ha emesso i voti temporanei. In alto, M. Chagall, «La vie» (1964).

Sono i tempi liturgici come l’Avvento e la Quaresima che mi educano a tornare in quella posizione del mendicante, tanto cara a don Giussani. Più mi scopro bisognosa più vengo dissetata dalla vittoria di Cristo nella Pasqua, la quale diventa tanto più motivo di festa, quanto più è desiderata da un’attesa purificata da questi piccoli sacrifici volontari. Come ha detto Benedetto XVI nel suo ultimo incontro con i parroci di Roma: «Insieme andiamo avanti con il Signore, nella certezza: Vince il Signore!». Questa vittoria non è solo un traguardo futuro, ma è già presente in ogni momento del cammino di conversione, lasciando trapelare la verità di me stessa, cioè la possibilità di vivere una pasqua quotidiana.


ANNO DELLA FEDE >>

Ad alcuni dei miei amici ho raccontato come ho imparato a credere. Ad altri ho parlato dei dettagli della scienza, per indebolire l’arroganza di chi crede che essa possa spiegare tutto, e per aprire varchi liberi verso i bellissimi misteri che la scienza è in grado di svelare. Altri ancora ho cercato di aiutarli a capire che cosa è l’amore, o se erano pronti per sposare la loro fidanzata, o a dedicarsi a Dio in una vocazione religiosa. In ognuno di loro ho visto qualcosa di me stesso. (J. Lynch)

Jonah Lynch Egli canta ogni cosa Improvvisazione libera su Dio, la musica, la scienza e l’amore

Lindau 2013 pp. 132 - € 10

APRILE

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CASA DI FORMAZIONE

Il fuoco nella neve di Giuseppe Cassina

Notizie Flash

a cura di Marco Sampognaro

NuOVI INCARIChI Taipei Emanuele Angiola è diventato parroco di San Francesco Saverio a Taishan. Donato Contuzzi ha cominciato a insegnare presso il dipartimento di italiano dell’università Fu Jen. Roma Francesco Ferrari è stato nominato vicerettore della Casa di formazione di Roma.

amici, per la casa e per tutta la Fraternità. È incredibile «Egli sorge da un estremo del cielo e la sua corsa ragcome nell’offerta quelli che sono lontani diventano giunge l’altro estremo: nulla si sottrae al suo calore» . misteriosamente vicini. Dicendo “si” il Signore non ci L’ultima volta che ho letto nel breviario questa frase del toglie nulla, ma ci libera da quello che è superfluo per salmo 19 non nascondo di aver provato un certo suspoter riconoscere più facilmente l’Essenziale. Il freddo sulto. Ho guardato fuori dalla finestra e ho visto quello rimane intenso, ma diventa paradossalmente occasione che ormai vedo da mesi: neve! Il termometro impietosadi memoria. Sono grato al Signore che in questo modo mente segnava meno 30 gradi. Subito ho pensato alle mi obbliga tutti i giorni a ricordarmi di Lui. Nei luoghi parole che don Massimo mi disse prima di partire: più bui e freddi è più facile accorgersi del Sole! «Grande sarà il tuo sacrificio ma ancora più grande è la E soprattutto questo scenario glaciale, promessa!». quasi apocalittico, impallidisce e perde Sono passati ormai più di quattro mesi di forza in confronto alla bellezza della dall’arrivo mio e di Paolo Bizzocchi a «Grande sarà vita della casa, che di questi mesi è il Novosibirsk, ma anche io, come il salmiil tuo sacrificio, fiore più bello. Siamo in cinque: sta, posso dire con la stessa commoFecondo, Francesco, Javier, Paolo ed io. Il zione e con un certo timore che il calore ma ancora freddo ci costringe ad una vita molto di Dio si sente sempre, anche durante più grande essenziale, le uscite sono poche e pasl’inverno siberiano. Le nostre giornate è la promessa» siamo molto tempo insieme, dalle ore di sono molto semplici, tutti i giorni preghiera fino alle cene. La vita comune andiamo all’università di Akademgoroè per me segno evidente del fatto che dok (quartiere universitario a un’ora e Dio si è fatto realmente uomo e compamezza da casa) dove seguiamo un corso gno. Come in ogni rapporto, ma ancora di russo. Finite le lezioni, compiti e poi a di più nella vita di ogni casa e di questa casa. casa è necessario il sacrificio più vertiNon nascondo che qui la vita, a volte, ginoso, che a volte è il più doloroso ma è dura. Uscire di casa tutti i giorni presto, sicuramente il più desiderabile: quello quando fuori ci sono trenta gradi sotto di servire la comunione tra i fratelli, zero, mi obbliga a riscoprire e ridire quel uscire fuori da se stessi, dalle proprie “sì” detto a don Massimo un anno fa: è idee, convinzioni e pregiudizi, e abbracmolto difficile iniziare la giornata dando ciare l’altro così com’è, in tutti i suoi per scontato il mio essere qui. pregi e difetti. In questo modo il cielo è I quindici minuti a piedi per raggiuncome se si aprisse dentro la lotta di ogni gere la metropolitana li facciamo in Giuseppe Cassina, seminarista giorno, e ci facesse pregustare la belsilenzio e sono l’occasione, durante la del quarto anno, è a Novosibirsk lezza della comunione che vivremo recita del Rosario, per offrire questa picper studiare il russo, insieme a Paolo Bizzocchi del terzo anno. definitivamente in paradiso. cola fatica per la mia famiglia, per i miei


A chi chiede le cose spirituali, le materiali vengono date in aggiunta. Origene

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APRILE

NOVITÀ IN LIBRERIA

La vita è un dialogo di Massimo Camisasca

Proponiamo un estratto del nuovo libro di Massimo Camisasca, «Benvenuto a casa», nato da colloqui con i responsabili dell’associazione Famiglie per l’Accoglienza. Occorre sempre rientrare nella memoria del dono che abbiamo ricevuto. Quando, anche solo per un istante, ci apriamo alla considerazione di essere voluti come frutto di un amore che ci ha portato dal nulla all’essere, e ci mantiene nell’esistenza con la promessa di una novità continua, tale positività arricchisce la nostra vita. Quando mi alzo al mattino, ho bisogno di uscire dalla scontatezza. Lo stesso in tanti altri istanti della mia giornata. Posso farlo, se riconosco l’origine gratuita e personale da cui sono nato. Non sono polvere nell’universo. Non siamo lanciati nell’ignoto da un ignoto, non siamo «soli nella notte oscura». Siamo voluti da un Tu che ci ha desiderati capaci di coscienza, di libertà, di risposta.

Nell’immagine, «Golden Box», Filippo Rossi, 2009 (collezione privata, Firenze).

Quando perdo questa consapevolezza di me stesso, perdo tutto. Quando invece mi apro allo stupore dell’essere fatto, scopro che non ci sono io solo. In fondo, tutta la verità della vita consiste nella scoperta che esistono gli altri. La vita è un dialogo, il mio io ha un tu a cui parlare. A un certo punto, colui che da sempre esiste ha voluto che all’interno del suo dialogo ci fosse anche la mia voce. Anche la tua, anche la nostra. Il dialogo tra il mio io e Dio non rende meno misterioso questo Tu: misterioso non vuol dire inconoscibile, piuttosto significa infinitamente conoscibile. È un rapporto che non finisce mai. Dallo stupore nasce un colloquio che anima la mia vita. Se non c’è questo dialogo, ogni parola diventa chiacchiera. Negli altri e nelle cose vedremmo soltanto noi stessi e l’esistenza perderebbe tutto il suo aspetto più profondo, di scoperta e di avventura. Siamo sempre tentati di ridurre tutto alla nostra misura, al nostro pensiero, al nostro progetto. L’unica radicale conversione dell’esistenza consiste nella scoperta che esistono gli altri. All’inizio della storia dell’uomo, nel momento in cui ha creato l’uomo e poi la donna, Dio ha detto: Non ̀ è bene che l’uomo sia solo (Gen 2,18). Dunque, fin dall’origine l’uomo e la donna desiderano compiersi in altro, in altri. Questo movimento verso gli altri ci costituisce più del colore dei nostri occhi, delle fattezze del nostro volto, dei lineamenti del nostro corpo, più ancora di nostro padre e di nostra madre, ci costituisce nelle profondità ultime del nostro essere. C’è nella nostra natura una «costitutiva urgenza di reciprocità». Siamo fatti perché la nostra voce sia ascoltata da un altro, perché camminando la nostra vita possa incrociare altre vite. Alcune attese nella nostra esistenza determinano le nostre azioni durante ore, giorni, talvolta anni. La primaria, fondamentale attesa della nostra vita è quella di poter essere amati. Non ce n’è un’altra, più profonda, più inestirpabile. Quando viene meno la possibilità di amare, quando non c’è questa reciprocità, accade un dramma: la persona viene meno, si inaridisce, si intristisce, si deprime, cade preda delle più terribili malattie. Comprendiamo noi stessi soltanto nel momento in cui vediamo il nostro volto sul volto dell’altro. Il bambino si apre alla coscienza di sé evocato dalla voce della mamma, dalla progressiva scoperta della presenza delle cose. Se togliamo alla nostra vita la possibilità di queste connessioni, essa rimane traumatizzata. Dentro tutto ciò vive un’irresistibile domanda di eternità: nella reciprocità degli affetti, avvertiamo la certezza che la nostra vita non finirà. Scopriamo di poter continuare ad esistere, e poi, di poter trasformare, almeno un po’, il mondo.

Massimo Camisasca

Benvenuto a casa Le ragioni dell’accoglienza San Paolo 2013 pp. 98 - euro 7,90


2013-IV