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MENSILE DELLA FRATERNITÀ SACERDOTALE DEI MISSIONARI DI SAN CARLO BORROMEO

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Anno XVII, n. 2 febbraio 2013 - € 1,50

fraternitàemissione Poste Italiane S.p.A. - Sped. in Abb. Post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art 1, comma 1, LO/MI

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LA FRATERNITÀ SAN CARLO NEL MONDO: ALVERCA PORTOGALLO ASUNCIÓN PARAGUAY BOLOGNA ITALIA BOSTON USA BUDAPEST UNGHERIA CHIETI ITALIA CITTÀ DEL MESSICO MESSICO COLONIA GERMANIA CONCEPCIÓN CILE DENVER USA FROSINONE ITALIA FUENLABRADA SPAGNA GROSSETO ITALIA GROTTAMMARE ITALIA LONDRA GRAN BRETAGNA MILANO ITALIA MOSCA RUSSIA NAIROBI KENYA NAPOLI ITALIA NOVOSIBIRSK SIBERIA PESARO ITALIA PRAGA REPUBBLICA CECA REGGIO EMILIA ITALIA ROMA ITALIA SAN PAOLO BRASILE SAN QUIRICO ITALIA SANTIAGO DEL CILE CILE ‘S-HERTOGENBOSCH OLANDA TAIPEI TAIWAN TRIESTE ITALIA VIENNA AUSTRIA VIGEVANO ITALIA WASHINGTON USA

Riguarda anche me? di Paolo Sottopietra

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ntonio, il futuro abate e fondatore del monachesimo, era figlio di ricchi agricoltori. Dopo la morte dei suoi genitori – siamo nel terzo secolo dopo Cristo – un giorno entrò in chiesa e sentì leggere il brano del vangelo di Matteo in cui Gesù dice: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi e avrai un tesoro nei cieli». Il giovane fu colpito da quelle parole come se fossero rivolte personalmente a lui. Uscì dalla chiesa e donò ai compaesani i trecento campi che aveva da poco ereditato. Poi vendette e distribuì ai poveri anche gli altri suoi beni, tenendo solo lo stretto necessario per mantenere la sorella più piccola. Le storie dei grandi del Cristianesimo contengono spesso un inizio di questo genere. Pensiamo a Francesco di Assisi, che assieme ai primi compagni aprì il vangelo per chiedere un’indicazione da parte di Dio: trovò la medesima frase che secoli prima aveva cambiato la vita di Antonio e su di essa basò anche la sua. Oppure pensiamo a Francesco Saverio, che sentiva l’amico Ignazio ripetere spesso: «A che vale guadagnare il mondo intero se poi perdi te stesso?», un’altra frase pronunciata da Gesù. Quelle parole lo convinsero a lasciare ogni prospettiva di carriera e a dedicare la vita all’annuncio di Cristo nelle Indie. È possibile che ciò accada anche a noi oggi? Possono i vangeli cambiare la nostra vita? Il papa si è posto questa domanda all’inizio di ciascuno dei suoi tre volumi sulla figura di Gesù di Nazaret. Egli nota che il nostro atteggiamento di fronte alla sacra Scrittura è spesso pieno di dubbi e di stanchezza, che ci vengono anche dalla cultura in cui viviamo. I vangeli sono testi che abbiamo sentito e risentito, da generazio-

Come possono i vangeli cambiare oggi la nostra vita? Il papa ci aiuta a rispondere

ALL’INTERNO: I missionari raccontano i loro episodi preferiti della Bibbia

Un fotogramma de «La passione di Cristo» di Mel Gibson.

ni: il pericolo che l’abitudine ce li renda scontati è reale. All’opposto, se prendiamo alla lettera i racconti degli evangelisti, potremmo pensare che siano frutto di fantasia. Dove accadono, oggi, cose come quelle di cui gli apostoli affermano di essere stati testimoni? Non è più ragionevole pensare che abbiano ingigantito la realtà? E come possiamo allora prestar fede a ciò che dicono? Il papa ci insegna in modo semplice la strada per ritrovare la capacità di ascoltare. Egli condensa per noi l’esperienza del suo rapporto con i vangeli offrendoci tre indicazioni umili e dirompenti. Anzitutto ci dice: «Io ho fiducia nei Vangeli». Gli evangelisti non ci vogliono ingannare. I loro racconti nascono dallo stupore per un fatto realmente accaduto, di cui sono stati testimoni. Secondo: nei vangeli «io voglio trovare il Gesù reale», dichiara di conseguenza il papa. Essi parlano di un uomo vero, vissuto nella storia, che nello stesso tempo era vero Dio. Noi possiamo incontrarlo e possiamo giungere anche alla certezza della sua figura storica. La fede e il desiderio di seguire Cristo nella nostra vita non richiedono di abbandonare la strada della ragione che vuole conoscere la verità dei fatti. Anzi, ce la fanno amare di più. Il papa ci indica poi un ultimo passo. Per incontrare Gesù nelle pagine dei vangeli, dopo aver letto ciò che i testimoni hanno scritto, dobbiamo chiederci: «Riguarda me? E se mi riguarda, in che modo?». Dai vangeli arriva fino a noi un invito esigente. La forza straordinaria di questo appello è la stessa che ha cambiato la vita di tanti santi. Ed è il segno più grande che all’origine dei testi di cui parliamo c’è Dio stesso, Colui che è sempre vivo e sempre presente.

PASSIONE PER LA GLORIA DI CRISTO


«In sua eternità di tempo fòre fuor d’ogni altro comprender, com’i piacque, s’aperse in nuovi amori l’eterno amore».

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Dante, Paradiso XXIX, 16-18

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FEBBRAIO

Dalla lezione di don Giussani sul Vangelo di Giovanni ai segreti del Cantico dei Cantici. La Scrittura è il velo dietro a cui si nasconde una Persona. Intervista a Paolo Prosperi

SACRA SCRITTURA/1

La parola fatta carne a cura di Marco Sampognaro

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on Paolo Prosperi, trentotto anni, è in missione a Washington dopo alcuni anni in Russia. All’Istituto Giovanni Paolo II insegna Cristologia e tiene seminari sui Vangeli e sull’Antico Testamento. Può aiutarci a togliere un po’ di polvere dal nostro sguardo sulla Bibbia.

Paolo Prosperi è docente all’Istituto Giovanni Paolo II per gli studi su matrimonio e famiglia, a Washington (Usa). Nella foto grande, una visita alla mostra “...e rivivrai. Ezechiele, la crisi e la speranza”, allestita dalla Fraternità al Meeting 2011.

Come è nata in te la passione per la Sacra Scrittura? L’incontro con la Parola della Scrittura, non più come “un libro su Dio e su Gesù”, ma come spada che penetra e ferisce il cuore, cambiandolo, avviene per me ascoltando don Giussani predicare e commentare il vangelo negli anni dell’università. Ricordo il giorno preciso, durante gli esercizi degli Universitari di Cl del 1994, quando Giussani lesse quasi cursivamente il vangelo di Giovanni, trasportandoci nella Palestina di duemila anni fa, davanti a Gesù, insieme ai discepoli. E poi Luca… la vedova di Nain… non posso dimenticare la voce con cui lesse la resurrezione del figlio della vedova di Nain. Credo che questo dato autobiografico dica una cosa importante. L’incontro con la Scrittura, nella tradizione della Chiesa, è l’incontro con un testimone che la legge e la rende vita, perché per lui essa e già vita. Non a caso l’accesso normale del credente alla Scrittura avviene durante la liturgia. La parola della Scrittura è spada per forza propria, diciamo, ma questa spada ha bisogno della voce di chi porta dentro lo stesso fuoco che la abita, per “tagliare”, per diventare viva e tagliente. Per questo, si entra veramente nella Scrittura sempre e solo seguendo altri, come ho capito meglio dopo.

Dopo quando? Negli anni di seminario. Desideravo intensamente conoscere Gesù, Colui a cui stavo dando la mia vita. E le strade per conoscerlo sono molte, certamente. Ma poiché all’inizio della mia vocazione ero stato colpito, tra le altre cose, da quel modo di Giussani di leggere il vangelo, ho cercato di entrare nella stessa esperienza: volevo conoscere Gesù, per così dire, il più dettagliatamente possibile. Studio, in latino, vuol dire passione. Per me lo studio della Scrittura è sempre stato mosso da questo e basta: il desiderio di conoscere Cristo. Negli anni di seminario mi innamorai prima di tutto delle lettere di san Paolo e poi di san Giovanni. Sono stati anni di lettura, ripetizione, venerazione crescente delle parole, che cercavo di imparare a memoria nell’originale greco, così da renderle trama delle mie giornate. Più tardi ho scoperto, studiando la teologia orientale, che quello era anche il metodo dei Padri della Chiesa e dei monaci: la ruminatio, incontro assiduo col testo come Parola viva, che è diretta a te oggi, nella coscienza che attraverso i logoi, le parole, è il Logos, Cristo, che si rende presente. Per introdurre un ragazzo alla sacra Scrittura partiresti dallo stesso punto? Sì, partirei da Gesù. La Scrittura parla tutta quanta di una Persona: Ex uno Verbo omnia et omnia loquuntur Unum. La Scrittura è come un immenso mosaico di finissima complessità e bellezza, come solo lo Spirito di Dio poteva concepire. Un mosaico che fa vedere le infinite sfumature di

Aut. del Trib. di Cassino n. 51827 del 2-6-1997 - DIRETTORE RESPONSABILE: Paolo Sottopietra REDAZIONE: Fabrizio Cavaliere, Jonah Lynch, Francesco Montini, Marco Sampognaro HANNO COLLABORATO Massimo Camisasca, Gianluca Carlin, Paolo Desandré, Gabriele Foti, Wojciech Janusiewicz, Giovanni Musazzi, Rachele Paiusco, Marco Ruffini, Emmanuele Silanos PROGETTO GRAFICO: G&C IMPAGINAZIONE: Fabrizio Cavaliere STAMPA: Arti Grafiche Fiorin San Giuliano Milanese (Mi) REDAZIONE E UFFICIO ABBONAMENTI: Via Boccea 761 - 00166 Roma Tel. + 39 0661571400 - fm@sancarlo.org ABBONAMENTI base € 15 - sostenitore € 50 C/C 72854979 IBAN: IT44X0521603206000000098780 OFFERTE c/c postale 43262005 codice IBAN: IT08A0521603206000000018620 WWW.SANCARLO.ORG


La Scrittura mostra che non sono sufficienti, per toccare il cuore dell’uomo, delle verità bene esposte, se una potenza non è data da Dio a colui che parla, se la grazia non abbellisce le parole, grazia che viene da Dio a coloro che parlano fruttuosamente. Jean Daniélou fraternitàemissione

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un unico Volto, anche se non è né immediato né facile arrivare a vedere le singole tessere del mosaico nella luce dell’insieme. Per questo bisogna partire paradossalmente dalla fine, dal Verbum abbreviatum, come i Padri amavano chiamare Gesù: la Parola “abbreviata” che dona la chiave per mettere insieme tutte le altre. Però poi, proprio per capire sempre meglio chi è Gesù, occorre immergersi nell’Antico Testamento. Senza l’Antico Testamento – come la Chiesa e prima ancora il Nuovo Testamento stesso ci insegnano – non si può capire a fondo chi è Gesù Cristo, perché Gesù si pone nella storia come la risposta definitiva alle attese suscitate da Dio stesso nella storia di Israele. Ora, senza capire la domanda, non si può capire la risposta. Cristo, certo, è la risposta alla domanda del cuore di ogni uomo. Ma questa risposta è “scolpita” da Dio sullo stampo del linguaggio, delle immagini, della storia religiosa del popolo eletto da Dio, del popolo che ha dato carne e sangue al Verbo Unigenito.

tamente non capivo o non mi dicevano nulla. Nel tempo però anche quelli che amavo di più mi venivano a noia, divenivano scontati. Affinché tornassero nuovi, ho dovuto compiere la fatica di capire un po’ di più il contorno, ciò che li circondava. Capendo l’insieme, il particolare rinasce più ricco e luminoso. In questo lo studio è un aiuto importante. Ci sono libri bellissimi, di grandi maestri che possono aiutare. Ma il compito di “spezzare la Parola” dovrebbe essere prima di tutto assolto da noi preti, nelle nostre chiese. La gente non ha tempo di studiare. Noi abbiamo il dovere di trovarlo, proprio perché la gente normalmente non può conoscere e appassionarsi alla Parola di Dio se non attraverso di noi.

FEBBRAIO

Marco Ruffini è viceparroco di Sant’Isaia a Bologna.

Come leggere allora un testo della Bibbia? Non dobbiamo avere la preoccupazione di conoscere tutto. Un primo buon principio pedagogico è quello che possiamo chiamare il principio della “preferenza”. La preferenza è donata. Il che vuol dire: è il Signore che decide per noi quali testi, quali passi della Scrittura ci toccano, ci feriscono. Io sono colpito dalla vedova di Nain, tu dalla guarigione del paralitico. Perché? Perché è così e basta. Devo partire da quello che mi colpisce, è la strada più semplice e più efficace, perché è quella che, in fondo, Dio stesso traccia per noi. Però questo principio non basta, anzi può diventare a mio avviso pericoloso se preso da solo. Devo cominciare da ciò che mi colpisce, ma non devo fermarmi lì. Ciò che mi colpisce è un punto di partenza, per incamminarmi in spazi sempre più ampi e profondi. Come abbiamo imparato da don Giussani, la preferenza è pedagogica: è vera solo quando spalanca, altrimenti diventa una tomba che chiude nel proprio soggettivismo, nella propria visuale parziale. E così la propria visione parziale diventa ideologia: c’è solo quello che vedo io, che piace a me. La Scrittura in questo senso è anche scuola di verginità, scuola di maturazione affettiva. Io ho cominciato a intuire bene questo quando in seminario pregavamo i Salmi: c’erano dei versetti che bruciavano dentro di me, che “mi scaldavano il cuore” più di altri, perché esprimevano il mio desiderio di Cristo, la mia esperienza meglio di altri, che invece assolu-

«Sono io che ti parlo» di Marco Ruffini

Fino al mio ingresso in seminario a Roma ho vissuto a Milano. Ho potuto così godere per quasi trent’anni della bellezza particolare che promana dalla liturgia ambrosiana. In particolare mi ha profondamente segnato il cammino che il rito ambrosiano propone in Quaresima: ogni anno le domeniche segnano un vero e proprio itinerario di preparazione alla Pasqua (lo seguivano i catecumeni in preparazione al battesimo). Al vangelo si leggono lunghe pagine tratte dal testo di san Giovanni. Gli episodi danno il nome a ciascuna domenica: l’incontro di Gesù con la samaritana al pozzo, la guarigione del cieco nato, la polemica coi farisei su Abramo, la resurrezione di Lazzaro. La proclamazione del vangelo in quelle domeniche si protrae a lungo. L’assemblea sta in piedi molto più del solito. Ricordo che, quand’ero piccolo, in chiesa alcuni si annoiavano e agli anzia-

L’episodio dell’Antico Testamento che ti piace di più? La salita di Mosè al Sinai e il suo famoso “dialogo con Dio”, al capitolo 33 dell’Esodo. Mosè è l’amico, l’intimo di Dio, sembra che Dio gli conceda tutto, e allora Mosè esterna tutto il suo desiderio e gli chiede: mostrami la tua gloria, fammi vedere il tuo volto. Ma Dio gli dice di no: «Mi vedrai solo di spalle». Questo brano aveva ferito il mio cuore già a tredici anni; poi me ne ero completamente dimenticato e l’ho rincontrato negli ultimi anni di seminario, per non staccarmene più. Gregorio di Nissa, su cui ho svolto la mia tesi di licenza, commentando questo passo dice che questa risposta di Dio a Mosè, questo rifiuto, in realtà è il suo “sì” più vero, proprio perché è infinita novità: vede Dio solo chi, quando lo vede, non smette di desiderare di vederlo. D’altra parte, si può leggere tutto il vangelo di Giovanni come risposta al grido di Mosè: «Chi vede me vede il Padre», dice Gesù. Nelle figure di Giovanni e Mosè, è come se vedessi riassunto il tragitto della mia vita. Mio padre morì quando avevo quattro anni. Quando da ragazzino quel passo mi ferì, era perché sentivo l’analogia tra il desiderio di Mosè di vedere Dio, che pure non aveva mai visto in faccia, e la mia nostalgia per il volto di mio padre, di cui – per un misterioso disegno di Dio – non conservavo nemmeno un ricordo. Questo paradosso, del desiderio struggente di vedere un volto che pure non ho mai visto, mi ha accompagnato sempre, è una chiave centrale nella mia vita. Ma questa figura di Mosè, pur così incastrata nel fondo della mia anima, non è rimasta chiusa in se stessa: questo volto invisibile dell’Origine, questo volto del Padre, in qualche modo si è fatto incontro a me attraverso don Giussani e poi nella comunione della Fraternità.

ni spesso il parroco consigliava di rimanere seduti. Io ero completamente rapito dai dialoghi che il vangelo riportava. Ancora oggi queste pagine hanno su di me un grande fascino. Vi emerge l’enorme statura umana di Gesù, la sua capacità di entrare in rapporto in modo diretto con le persone, il suo amore per gli uomini (si commuove drammaticamente di fronte alla morte dell’amico), e allo stesso tempo la fermezza nell’affermazione della verità, la grande capacità dialettica nel dibattito coi farisei. Ho sempre amato queste pagine perché non se ne può fare una riduzione moralizzante. Sono invece l’opportunità di un incontro vero con la persona di Cristo. Il racconto di Giovanni è pieno di dettagli che facilitano l’immaginazione. È come trovarsi dentro la pagina. L’umanità di Cristo emerge a tutto tondo. Ma queste sono le pagine in cui Gesù rivela la sua natura divina con l’autorevolezza di echi dell’Antico Testamento. Spesso questi squarci di cielo compa-

iono all’improvviso nei dialoghi. «So che deve venire il Messia» stava dicendo la samaritana. «Le disse Gesù: “Sono io, che ti parlo”». Oppure, tranciando il dibattito coi farisei: «Prima che Abramo fosse, io sono». Incontrando di nuovo il cieco nato dopo la guarigione Gesù gli chiese se credeva nel Figlio dell’Uomo. «Egli rispose: “E chi è, Signore, perché io creda in lui?”. Gli disse Gesù: “Tu l’hai visto”: colui che parla con te è proprio lui”». La sorella del defunto Lazzaro accetta la consolazione dell’amico arrivato troppo tardi. «Gli rispose Marta: “So che risusciterà nell’ultimo giorno”. Gesù le disse: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?”». Tutto, qui, cambia. Attraverso queste pagine Gesù non ha mai smesso di provocare la mia persona e di porsi, negli anni, come centro della mia vita, come risposta unica a tutte le mie attese e ai miei interrogativi. Non ha più smesso di parlarmi.


CONSIGLI DI LETTURA >>

Aleksandr Men’ Gesù maestro di Nazaret

Città Nuova 1999 pp. 376 - € 18

Padre Men’, assassinato nel 1990, era l’apostolo degli intellettuali moscoviti. Scrittori, filosofi, artisti erano affascinati dal suo modo di raccontare il vangelo. Rigoroso e al tempo stesso personalissimo.

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GIONA NELLA BALENA

Abbiamo chiesto ai nostri preti quale episodio dell’Antico Testamento li attrae di più. Ecco le loro risposte

di Emmanuele Silanos

Testardo e indolente. Scontroso, persino invidioso. Eppure la sua storia è quella che (anche in cinese…) mi commuove e al tempo stesso mi fa sorridere di più ogni volta che la leggo. Di certo è difficile trovare nella Bibbia un personaggio strano quanto Giona. Non ha la statura di Mosè, né la fede di Abramo, né tantomeno la forza eroica di Giacobbe… Eppure, come questi, rappresenta l’uomo in dialogo con Dio, in un rapporto talmente libero, che può persino permettersi di voltare le spalle alla chiamata divina e di dirigersi dalla parte opposta. A lui quelli di Ninive proprio non vanno giù. Se c’è della gente che non merita la sua attenzione, sono proprio gli abitanti di quella città di senza Dio. E quando Lui gli ordina di andare a profetare a quelli, Giona prima si oppone e poi si decide a partire: ma per andare dall’altra parte del mondo, il più lontano possibile da Ninive. Piuttosto che da quelli, prendo il mare e vado dove nessuno mi potrà trovare! Giona è un disertore, l’unico tra coloro che sono stati scelti da Dio, ad osare tanto da ignorare la Sua chiamata. Lui se ne infischia. Prende e sale su una barca per diventare la leggenda di ogni ciurma che abbia solcato le acque dei sette mari, da quel giorno fino agli odierni film di pirati. Ma Dio non lo rinnega, non lo punisce e nemmeno lo abbandona. Da sempre lo ha pensato profeta. Da sempre lo ha pensato Suo figlio prediletto e strumento della Sua Grazia. Nonostante quel carattere, anzi forTestardo se proprio per quel temperamene indolente, to così focoso e senza mezze misuma amato re. Per questo Dio lo ferma. E con da Dio lui ferma la sua nave, sbattuta dal vento e dalla tempesta. Allora eccolo lì, Giona, sul ponte della nave, che chiede di essere buttato nel ventre del mare, nel ventre del grande pesce che lo sta aspettando. Si lascia andare con un po’ di teatralità, in un attimo senza tempo, mentre di colpo il mare e il cielo si fermano in silenzio e lo stanno a guardare mentre sprofonda nelle acque. E la leggenda di Giona “il maledetto” si trasforma in una favola cantata dai bambini, la strana avventura di un uomo che vive per tre giorni nella pancia di una balena e ne viene poi vomitato fuori. Lo ritroviamo stremato sulla riva del mare, che si rialza e riprende quel suo strano dialogo con Dio in cui più l’amato si ostina nel suo rifiuto e più l’amante manifesta la propria tenacia. Giona arriva nell’odiata Ninive. Esegue svogliato gli ordini, nella convinzione che non serviranno a nulla. Poi si apposta a guardare l’unica scena che, a quel punto, vale la pena di essere vista: la punizione di quegli scellerati che rifiutano il suo richiamo alla conversione. E invece no. Contro ogni previsione, la sua predicazione ha successo! E lui assiste incredulo alla conversione degli altri avvenuta per merito suo. Cosa fa allora Giona? Si rallegra? No. Si mette sotto un albero e continua la sua lamentela contro l’ingiustizia della vita. Eppure, Gesù, quando deve scegliere qualcuno a cui paragonarsi, chi sceglie? Abramo? Mosè? Giacobbe? Davide? No. Sceglie Giona. Certo, Gesù «è ben più di Giona», eppure proprio lui, proprio il rinnegato, il disertore, l’incredulo, proprio lui è scelto dal Figlio di Dio come proprio alter ego. «Come Giona..., così il Figlio dell’Uomo…» (cfr. Mt 12, 40). Amo questa storia. Perché è la storia di un uomo chiamato da Dio. Scelto, nonostante i suoi limiti, nonostante la sua disubbidienza e poca fede, per salvare gli altri. E se Dio è riuscito a salvare qualcuno attraverso di lui, allora forse c'è speranza che lo faccia anche attraverso di me...

Romano Guardini Il Signore Riflessioni sulla persona e sulla vita di Gesù Cristo Vita e Pensiero 2005 pp. 768 - € 27

Un classico del pensiero cri del Novecento, che nasce esperienze di predicazion l’autore. Guardini ripercorre geli facendo emergere la fig l’identità di Gesù

FEBBRAIO

Nel met

Nella foto, un particolare del mosaico pavimentale della Basilica di Aquileia (foto Ciol).

LA CINTURA E IL CONDOTTIERO di Paolo Desandrè

Due brani dell’Antico Testamento mi hanno sempre illuminato e continuano a parlarmi. Il primo è tratto dal libro di Geremia (capitolo 13, 111). Il Signore chiede al profeta Geremia di comprarsi una cintura di lino e di mettersela ai fianchi. Poi di dirigersi verso il fiume Eufrate e di nascondere la cintura nella fessura di una pietra. Dopo molto tempo il Signore ordina ancora a Geremia di andare a riprenderla. Con sorpresa Geremia la ritrova «ed ecco, la cintura era marcita, non era più buona a nulla». Mi piace il metodo usato da Dio per far capire a Geremia e attraverso di lui a tutto Israele, una verità fondamentale. Dio stesso la afferma: «Come questa cintura aderisce ai fianchi di un uomo, così io volli che aderisse a me tutta la casa di Israele e tutta la casa di Giuda perché fossero mio popolo, mia fama, mia lode e mia gloria, ma non mi ascoltarono».


istiano e dalle ne dele i vangura e

Vittorio Messori Ipotesi su Gesù

Sei 2001 pp. 273 - € 16,50

Leggendo Pascal, Messori, cresciuto nella cultura liberale torinese, si convertì al cristianesimo. E scrisse, nel 1976, una brillante inchiesta giornalistica, ancora oggi mirabile per sintesi e chiarezza.

FEBBRAIO

Joseph Holzner L’apostolo Paolo

Morcelliana 2008 pp. 336 - € 22

Una delle biografie più lette sull’apostolo delle genti. Storia, psicologia, teologia, ma soprattutto il ritratto vivo di un combattente, essenziale per comprendere le sue lettere alle comunità cristiane.

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Emmanuele Silanos è parroco di S. Francesco Saverio a Taipei.

persona. Se doveva bagnarsi in un fiume, tanto valeva farlo a Damasco, senza arrivare in Israele! Per sua fortuna, i suoi servi lo invitano a non lasciarsi prendere dall’istinto e a obbedire al profeta. «Egli allora scese e si lavò nel Giordano sette volte e la sua carne ridivenne come quella di un giovinetto: egli era guarito». Tante volte le circostanze attraverso cui il Signore ci vuole condurre al compimento della nostra vita non sono quelle che abbiamo in testa noi e allora, come Naaman, ci ribelliamo, protestiamo, pensiamo di sapere cosa ci occorre; ma solo quando diventiamo docili alla Sua voce (che ci giunge attraverso i fatti che ci accadono e i volti che incontriamo), veniamo sanati, ringiovaniamo, una energia nuova entra in noi: la Sua.

LA FIDUCIA DI GEDEONE di Gabriele Foti

Paolo Desandré, missionario nel quartiere della Magliana, a Roma.

SACRA SCRITTURA/2

todo di Dio Per me è uguale: è solo aderendo a Cristo nella Chiesa - quindi, per quanto mi riguarda, è solo aderendo alla Fraternità e alla sua concretezza più capillare che è la casa - che, come quella cintura, la mia vita diventa utile, altrimenti marcisce e non è più buona a nulla. Il secondo brano è tratto dal libro dei Re (5, 1-16). Si parla qui di un grande personaggio, Naaman, capo dell’esercito del re di Aram, dominatore della regione. Naaman è un uomo autorevole e stimato, ma è malato di lebbra. Nella sua casa abita una giovinetta ebrea, rapita durante una razzia nel paese di Israele. Proprio lei assume un ruolo decisivo, rivelando alla moglie di Naaman che, se suo marito si rivolgesse al profeta Eliseo, verrebbe guarito sicuramente. Naaman allora si reca in Israele e arriva davanti alla casa del profeta Eliseo. Questi manda un messaggero a ordinargli di bagnarsi sette volte nel Giordano: in tal modo la sua carne sarà guarita. A questa indicazione Naaman si sdegna. Si era immaginato una guarigione diversa, operata dal profeta in

Gabriele Foti è viceparroco di St. Joseph a Nairobi (Kenya).

Tra gli episodi della Bibbia che suscitano la mia attenzione, la storia di Gedeone è una delle mie preferite. Ci troviamo in quello strano periodo della storia d’Israele (1150-1050 a.C) in cui il popolo è indeciso se seguire il Signore oppure rivolgersi agli idoli dei popoli circostanti, anche perché, a quel tempo, avere un solo Dio non andava certo di moda. Così il Signore lascia che gli Israeliti vengano conquistati od oppressi da altri popoli vicini e poi manda loro un liberatore (un giudice, da cui il nome del libro) a liberarli e a sconfiggere i nemici, affinché riconoscano la Sua potenza. Questa è la volta dei madianiti, che entrano a rubare i raccolti e i frutti degli Israeliti quando sono maturi, lasciando Israele alla fame. Gedeone è il giudice chiamato a sconfiggere i madianiti. Non sappiamo quanti fossero i madianiti pronti ad affrontare Israele, ma si può pensare ad un numero pari ai guerrieri di Gedeone: 30mila unità. Bene: Dio, per mostrare al mondo che Lui non deve obbedire alla logica umana e che può cambiare il corso della storia perché ne è padrone, ne fa mandare a casa 20mila. Ne restano 10mila contro 30mila. Di certo è un duro colpo per Gedeone. Proporzione uno a tre: si può ancora fare, se i guerrieri sono valorosi. Inoltre essi lottano per difendere il loro popolo e la loro terra. Ma Dio non è contento, ne vuole ancora meno e li riduce a trecento. Questa volta siamo uno a cento. Così non ce la si può fare. Tanto varrebbe mandare Gedeone da solo con le mani legate e gli occhi bendati, almeno si risparmierebbero uomini… Ma Gedeone non si arrende, si fida di Dio, contro tutte le evidenze e come tanti padri prima di lui. E di lui si fidano i suoi trecento uomini. Ed ecco che Dio compie un’opera grande, ancora una volta, per mostrarsi Signore. Si finisce la lettura quasi trattenendo il fiato. Sarò mai capace di fidarmi di Dio allo stesso modo, abbandonando i miei miseri calcoli umani e accettando che Lui sappia ciò che fa in quello che mi fa capitare?

Giovanni Musazzi è in missione ad Alverca (Lisbona, Portogallo).

IL PROFETA MALACHIA di Giovanni Musazzi

«Salve sono Dio. Vi ricordate di me? Mica tanto, da quello che vedo. Vi avevo chiesto un sacrificio, cioè vi avevo chiesto di ricordarvi di me, vi avevo chiesto di ricordare che io sono il significato di tutte le cose. E voi non lo avete fatto.Vi avevo chiesto, per il vostro bene, di rinunciare a qualcosa di vostro per non dimenticare >>


Dove non c’è tempio, non ci sono dimore. T.S. Eliot

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foto Vascoplanet.com

>> che senza di me perderete tutto. E voi non lo avete fatto. Vi avevo chiesto il sacrificio di un animale. E voi me ne avete dato uno malato, che non serviva più a niente. Vi avevo chiesto un agnello dei tanti che avete, per ricordarvi che li avete perché sono un dono della mia bontà. E voi me ne avete dato uno zoppo. Tutto ciò non va bene. Perciò arriveranno una serie di disgrazie, arriveranno una serie di problemi ben gravi. Non perché Io sono cattivo, ma perché voi siete cattivi e, pensando di essere buoni, vi siete allontanati da me e così sarete vittime di voi stessi, perché solo Io posso salvarvi». In una forma molto parafrasata, questo è l’inizio del libro del profeta Malachia. Malachia è un profeta minore dell’Antico Testamento. I profeti sono stati la voce della coscienza del popolo. Israele, circondato da popoli pagani, ha sempre vissuto la tentazione di abbandonare l’Alleanza. Le difficoltà che doveva affrontare, i problemi politici, le guerre, le invasioni, i re più o meno degni, continuamente ponevano una domanda: «Ma Dio è veramente buono? Sarà capace di salvarci?». Nei momenti di pace o di maggiore tranquillità, la tentazione era più sottile, ma non meno pericolosa: dimenticare l’Alleanza, darla come qualcosa di ovvio e quindi di controllabile, dare per scontato Dio, fino a dimenticarlo nella vita di tutti i giorni. E a dargli solo le cose che avanzano: il tempo residuale, i riti e i sacrifici sempre più risicati, perché ciò che è veramente importante è quello che io sono capace di fare con la mia forza e con la mia azione. Il libro inizia in una forma drammatica. È Dio che parla e ricorda l’amore per il suo popolo. È quasi il grido di un amante dimenticato o disprezzato che, nonostante tutto, continua ad amare e a cercare il suo amato: «Dov’è l’onore che mi è dovuto?». Tante e tante volte don Giussani ci ha ricordato il valore e la necessità del sacrificio. Sacrificare qualcosa per Dio: rinunciare a qualcosa di nostro, dare qualcosa di nostro a Lui. Non tanto perché Dio ne abbia bisogno, anzi. Ma perché noi ne abbiamo bisogno per non dimenticare che senza di Lui, inevitabilmete, perderemo tutto, a cominciare dal significato della nostra vita.

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FEBBRAIO

La giustizia e la benedizione di Gianluca Carlin

Gianluca Carlin è cappellano della scuola Elisabeth von Thueringen e del Liceo St. Ursula, Bruehl (Germania)

Quando i miei alunni più piccoli, abituati alle edizioni per bambini, a scuola prendono in mano per la prima volta la Bibbia vera, mi chiedono: «Ma lei l’ha letta tutta?», come fosse un’impresa impossibile. E invece è affascinante leggere e rileggere i libri della storia di Israele, le raccolte dei testi dei profeti e dei saggi di questo popolo. Tra tutti preferisco le storie delle origini, delle vite dei patriarchi. In esse si vede come Dio usa della debolezza, della dimenticanza, della ribellione e perfino del peccato dell’uomo per affermare la sua grandezza. La storia di Esaù e Giacobbe, ad esempio (Gen 27,128,22): una madre, Rebecca, istiga il figlio minore, Giacobbe, a ingannare il padre Isacco per strappargli la benedizione e così succedergli alla guida della famiglia. E Dio, incomprensibilmente, non punisce, ma benedice l’ingannatore, lo rende padre dei capostipiti delle dodici tribù di Israele. Non solo i bambini a scuola: anch’io m’indigno davanti a tanta ingiustizia. Eppure Dio ha benedetto, Isacco ha una sola benedizione. Non la giustizia di un uomo, ma la parola che Dio pronuncia nella vita dell’uomo cambia la storia del mondo.

QUELLA PROFEZIA DI NOÈ di Wojciech Janusiewicz

Wojciech Janusiewicz segue la pastorale universitaria alla Sapienza di Roma (zona Esquilino).

Quando penso agli episodi biblici più vicini al mio cuore e alla mia mente, penso anzitutto al racconto del diluvio universale. Le vicende di Noè mi hanno fatto intuire sin da piccolo che cosa fosse la provvidenza di Dio. I Padri della Chiesa e i grandi maestri mi hanno poi introdotto nel significato profondo di questo racconto che tende a mostrare come affidarsi alle sapienze umane significhi sprofondare nel mare della morte. C’è però un’altra sapienza, quella di Dio, che non si confonde con i pensieri umani ed ha il potere di donare la salvezza. Seguendo docilmente le istruzioni del Signore, il patriarca Noè ha potuto costruire un mezzo sicuro che ha sollevato lui, la sua famiglia e le primizie della nuova creazione al di sopra delle acque della confusione. Alla solidità dell’arca di Noè si oppone la provvisorietà dei ragionamenti umani. Il filosofo Platone diceva che cercare la verità per via dei pur apprezzabili sforzi intellettuali è come affrontare il mare a bordo di una zattera. Egli pertanto si interrogava se fosse possibile «fare il viaggio in modo più sicuro e con minor rischio su più solida nave, cioè affidandosi a una rivelazione divina». Mi domando se, pronunciando queste parole, Platone avesse già avuto modo di conoscere il racconto biblico del diluvio. I Padri risponderebbero affermativamente: essi parlano a tal proposito dei “furti dei greci”. Per questo sant’Agostino accosta l’immagine della zattera al Vangelo: «affinché avessimo anche il mezzo per andare, è venuto di là colui al quale noi si voleva andare. E che ha fatto? Ci ha procurato il legno con cui attraversare il mare». Il legno di cui si parla è la croce e, dice san Tommaso d’Aquino, ciò che dà senso alla croce è l’amore. Il Vangelo svela così il pieno significato del racconto di Noè che è ancora Tommaso a riassumere con queste parole: «l’uomo può tendere a Dio mediante l’amore, lasciandosi come attrarre passivamente da Dio stesso, meglio di come possa farlo sotto la guida della propria intelligenza». Ma l’amore, qui, non è una categoria astratta. Amore è quella sapienza i cui tratti intravediamo nel racconto del diluvio: Gesù.


Ex uno omnia, et unum loquuntur omnia. Imitazione di Cristo

FEBBRAIO

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Notizie Flash

a cura di Marco Sampognaro

CASA DI FORMAZIONE Ammessi agli ordini Lo scorso 12 gennaio, nella cappella della Casa di formazione a Roma, i seminaristi David Crespo, Giovanni Fasani, Cristiano Ludovici, Luca Montini, Stefano Motta, Marco Sampognaro e Stefano Tenti sono stati ammessi agli Ordini sacri, compiendo così il primo passo verso il sacerdozio.

La forma della vita

NUOVE DESTINAZIONI Messico e Roma Daniele Dizione lascia Roma e raggiunge la casa di Città del Messico. Paolo Buscaroli è stato destinato alla casa di Roma Sant’Eusebio.

di Rachele Paiusco

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cosa ha trovato. È stato un uomo che ha vissuto il rapporto l giorno della mia prima comunione ho ricevuto in con Cristo in modo umanissimo e totalizzante: Dio mio, regalo dal mio parroco un libretto che contiene il vanmio tutto. La forma della sua vita era il vangelo. Da lui sto gelo e gli atti degli apostoli. In questi anni mi è diventato imparando che esso va preso alla lettera. Non solo a un molto caro, lo apro la mattina durante l’ora di silenzio. livello di comprensione, che pure è importante: prima di Vorrei descrivere alcune esperienze che mi accompaandare a cercare sensi spirituali o nascosti so che devo gnano nella lettura della vita di Gesù e dei suoi. entrare bene nei fatti, nei luoghi, nelle circostanze e nei Alla fine del liceo, nelle stanze dedicate ai realisti sentimenti descritti. Soprattutto però va preso alla lettera russi dell’800 di un museo di Mosca, all’improvviso mi in tutto quello che propone quando mi attira. Solo se sono trovata davanti l’immagine di Gesù con l’adultera, credo ad ogni parola e a ogni gesto del Signore, proprio dipinta da Vasilij Polenov. Sono rimasta profondamente così come essi sono stati, posso vedere davvero il suo colpita: non avevo mai trovato delle immagini che mi cuore. Prima che interpretare devo credere, devo fifacessero entrare tanto in chi è Gesù e nella sua storia. darmi, devo provare a vivere. La bellezza così alta, l’intiHo comprato subito un catalogo, Immagini bibliche nei mità, la conoscenza del cuore di Cristo che a Francesco pittori russi del 1800, e da allora l’ho riaperto tante volte. è stata donata chiede qualcosa anche a me. Non posso Polenov e altri pittori mi hanno aiutato molto ad immee non voglio dire che le parole di Gesù sono troppo desimarmi in quello che leggevo nel vangelo. Sono poi forti, e quindi lasciarle lontane. Devo ascolrimasta sempre attratta da come tanti tarle così come sono e domandarmi verauomini prima di me, il popolo cristiano e i grandi santi, abbiano sempre cercato le I fatti del vangelo mente cosa mi chiedono. Santa Teresa d’Avila diceva che «le strade per rivedere davanti agli occhi i e quelli della parole conducono ai fatti. Preparano fatti della vita di Cristo: il presepe di Grecnostra vita l’anima, la rendono pronta e la commuocio, le sacre rappresentazioni, i sacri si illuminano vono fino alla tenerezza». A volte la belmonti, le iconostasi bizantine, i crocefissi lezza che vedo in Gesù, la sua verità nel medievali. Sento il bisogno delle rapprea vicenda muoversi e nel parlare, così giusta per la sentazioni che mi aiutano a pregare, che mia vita, mi apre la domanda: cosa devo mi aiutano ad entrare nei vangeli. fare Signore? Tu mi attiri verso di te, mi dici che Dio non Alcuni incontri mi hanno lasciato delle strade su cui è inimitabile, tu stesso mi inviti a vivere come te. Così a camminare. Don Giussani e i suoi commenti a certi epivolte la lettura del vangelo mi spinge a prendere delle sodi del vangelo, a cui molte volte sono tornata e torno, decisioni, piccole o grandi: a semplificare qualcosa, a soprattutto quando, leggendo, le pagine mi sembrano buttarmi in una scelta, a individuare dei gesti più giusti, mute. Lui mi ha aiutato a dare voce, calore a quelle più gratuiti, a parlare con una mia sorella in modo pagine, come se mi dicesse: c’è un mondo grande, diediverso, ad accettare con abbandono un sacrificio. tro queste parole, c’è un mondo infinito, c’è quello che Anche a ripensare a cosa è primario nel tempo che può riempire il tuo cuore. scorre. Ho bisogno tutti i giorni di riguardare chi è Durante i miei primi anni a Roma, don Gianluca AttaGesù, perché voglio vivere secondo quello che lui è, nasio mi ha insegnato a pregare lo Spirito Santo ogni quello che lui dice. In lui sto trovando la chiave di volta volta che aprivo il vangelo. Mi ha insegnato che i fatti del per guardare la mia vita e le cose. Voglio continuare a vangelo e quelli della mia vita si illuminano a vicenda, guardare come pensa, cosa per lui è giusto e cosa non e che nella Scrittura posso entrare solo seguendo i palo è, cosa per lui è buono, come si comporta davanti al dri e i maestri che l’hanno contemplata prima di noi. male, cosa sono per lui le cose più alte, dove per lui sta C’è stato infine per me un uomo immenso, Francesco, la gioia.Voglio confrontarmi con lui ogni giorno, perché che mi ha conquistata per quanto ha amato Cristo. Ho il mio cuore sia sempre di più secondo il suo. letto tanto di lui, mi sono chiesta tante volte cosa cercava,

Suor Rachele Paiusco. Nella foto grande, Vasilij Dmitrievič Polenov, «Cristo e la peccatrice» (1887).


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Il sacrificio di Abramo di Massimo Camisasca

I

l posto che ciascuno occuperà nella storia del mondo è deciso da Dio e non da noi. E quello che Dio decide è la modalità più sicura della fecondità della nostra vita. Ciò è molto paradossale, ma può essere illuminato pensando alla figura di Abramo e al sacrificio che Dio gli chiede, raccontato nel capitolo XXII della Genesi. Dio chiede ad Abramo che la promessa di una generazione “più numerosa delle stelle del cielo” passi attraverso il sacrificio dell’unico figlio: questo è il paradosso estremo, che contiene in sé tutti gli altri attraverso cui Dio fa passare gli uomini. Dio in realtà non domanda ad Abramo di uccidere Isacco, ma gli chiede la disponibilità del figlio, cioè che per il figlio si compia ciò che vuole Lui e non ciò che vuole Abramo. Nel cuore dell’uomo abita la tentazione irresistibile di impadronirsi di ciò che Dio gli regala. Isacco rappresentava per Abramo una promessa, e questo contenuto di promessa era entrato nella psicologia di Abramo. Un figlio atteso per decenni che, alla fine, nasce: la tentazione di considerare quel figlio proprietà esclusiva è immensa. Più in generale: quando si ha dovuto patire tanto per avere una determinata cosa, come è possibile vivere il distacco da essa? Il distacco. Questo è l’insegnamento che Dio ha voluto dare ad Abramo, in Nel cuore linea con tutto l’insegnamento che Dio ha dato a dell’uomo abita Israele. Il disegno di Dio, la tentazione che è universale, e quindi si di impadronirsi serve di tutto, ha uno scopo ben preciso, che è educare di ciò che Dio la persona. Educarla, cioè gli dona distaccarla dall’idolatria e dalla forma più sottile di idolatria che non è adorare l’idolo, ma è adorare come idolo ciò che Dio ci ha dato. La profondità dell’idolatria sta nel fatto che essa è eminentemente naturale. La tentazione dell’uomo di sentire come proprio ciò che Dio gli ha dato come dono, appartiene alla stessa natura ferita dell’uomo. Per questo è necessaria l’esperienza del sacrificio. Ciò che don Giussani chiama la “distanza”. Entrare in un altro mondo dentro questo mondo. La fatica che facciamo a comprendere tutto quanto ho detto finora nasce dal fatto che riteniamo che il filo della vita sia tenuto in mano dall’uomo. Occorre ritornare alla radice dell’io, che è la creaturalità, la paternità di Dio. La questione più urgente di oggi, come nota il Papa, è la questione di Dio: la vita dell’uomo è l’espressione di un disegno positivo di cui noi non siamo in grado di tenere tutti i fili. Il filo dell’esistenza è qualcosa che Dio si incarica continuamente di riprendere in mano: è la complessità della Sua opera. Per questo è importante studiare la Scrittura e studiare la storia della Chiesa alla luce della Scrittura, scoprendo la continuità profonda tra il modo con cui Dio ha agito con Israele e il modo con cui Dio agisce nella Chiesa. Veramente la storia della Chiesa è la testimonianza che Dio tesse continuamente la sua tela e la tesse attraverso tutte le debolezze e le grandezze degli uomini.

Marc Chagall, «Abramo e Isacco sulla via verso il luogo del sacrificio», (1931).

FEBBRAIO


2013-II