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MENSILE DELLA FRATERNITÀ SACERDOTALE DEI MISSIONARI DI SAN CARLO BORROMEO

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Anno XVII, n. 1 gennaio 2013 - € 1,50

fraternitàemissione Poste Italiane S.p.A. - Sped. in Abb. Post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art 1, comma 1, LO/MI

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Foto Volo

LA FRATERNITÀ SAN CARLO NEL MONDO: ALVERCA PORTOGALLO ASUNCIÓN PARAGUAY BOLOGNA ITALIA BOSTON USA BUDAPEST UNGHERIA CHIETI ITALIA CITTÀ DEL MESSICO MESSICO COLONIA GERMANIA CONCEPCIÓN CILE DENVER USA FROSINONE ITALIA FUENLABRADA SPAGNA GROSSETO ITALIA GROTTAMMARE ITALIA LONDRA GRAN BRETAGNA MILANO ITALIA MOSCA RUSSIA NAIROBI KENYA NAPOLI ITALIA NOVOSIBIRSK SIBERIA PESARO ITALIA PRAGA REPUBBLICA CECA REGGIO EMILIA ITALIA ROMA ITALIA SAN PAOLO BRASILE SAN QUIRICO ITALIA SANTIAGO DEL CILE CILE ‘S-HERTOGENBOSCH OLANDA TAIPEI TAIWAN TRIESTE ITALIA VIENNA AUSTRIA VIGEVANO ITALIA WASHINGTON USA

Lo svelarsi della storia Stralci dell’omelia del Card. Carlo Caffarra durante la celebrazione eucaristica per l’Ordinazione episcopale di Massimo Camisasca - Roma, 7 dicembre 2012

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antate al Signore un inno nuovo, perché Egli ha fatto meraviglie», abbiamo cantato nel Salmo. La meraviglia fatta dal Signore, è la sua decisione di porre “un tesoro in vasi di creta”: il tesoro della successione apostolica dentro alla creta di uomini che condividono in tutto la condizione dei loro fratelli. È Cristo in>>

PASSIONE PER LA GLORIA DI CRISTO


Il silenzio crea il tratto di tempo, l’indugio in cui l’uomo si accorge di ciò che perdura.

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>> fatti che nel ministero del Vescovo continua a predicare il Vangelo del Regno, a santificare i credenti mediante i sacramenti della fede, a guidare il suo gregge ai pascoli della vita. Mediante l’imposizione delle mani fra poco il tesoro della successione apostolica sarà collocato nel vaso di creta che è don Massimo. Il significato profondo e la portata storica di questa collocazione ci sono svelati dalla parola di Dio.

foto Ciol

Joseph Ratzinger

GENNAIO

Nell’intimità di Dio

Tra la fede e l’incredulità

Dentro a questa “opera di Gesù Cristo” come si pone la persona umana? Non può non porsi che liberamente. Ma la libertà dell’uomo è il rischio di Dio. La prima lettura e la pagina evangelica ci svelano le due possibilità inscritte nella scelta umana: la disobbedienza dell’incredulità o l’obbedienza della fede; la disobbedienza di Eva o l’obbedienza di Maria. «Mi ha dato dell’albero e ne ho mangiato», dice Adamo al Signore. La libertà dell’uomo, come allucinata dal suo splendore e provando come una sorta di vertigine di fronte all’abisso della sua possibilità, decide di porsi come suprema istanza circa la verità e il bene. L’uomo si erge ad arbitro inappellabile circa ciò che è il bene/il male della sua persona. Esce dal progetto di Dio e il Mistero spaventa; diventa qualcosa da cui ci si nasconde: «ho avuto paura…e mi sono nascosto». «Ecco l’ancella del Signore, si faccia in me secondo la tua parola» dice Maria all’angelo. È la libertà che consente al progetto di Dio in Cristo; anzi, è un consenso che lo rende possibile. Dio, il Padre, non è invidioso. Egli non costruisce l’edificio della sua gloria sulle ceneri dell’uomo e della sua libertà. L’obbedienza della fede è una vera e propria cooperazione all’attuazione del progetto di Dio.

7 DICEMBRE 2012 ORDINAZIO Abbiamo così infine la possibilità di decifrare l’enigma della storia. Due forze si incrociano, si contrastano e si avversano: la forza insita nella disobbedienza dell’incredulità e la forza insita nell’obbedienza della fede di Maria e di ogni discepolo del Signore. Venerato fratello e caro don Massimo: questo è il contesto in cui da questo momento sei collocato, per sempre. Sei posto dentro al contrasto fra l’incredulità e la fede. È da una parte un’incredulità che sta pervadendo ogni vissuto umano. È dall’altra parte la fede dei martiri, la fede dei semplici, la fede «che sconfigge il mondo». Sei posto dentro a questo “scontro” come testimone del progetto del Padre; come testimone di Cristo che lo attua; come testimone della verità circa l’uomo. La tua predicazione è una vera e propria profezia, senza la quale la vita delle persone finirebbe, prima o poi, col ridursi ad un vagabondaggio privo di meta. È per questo che, come scrive S. Tommaso, «la profezia è necessaria al governo del popolo». Ed il Concilio Vaticano II raccomanda ai Vescovi che «propongano il mistero di Cristo nella sua integrità, ossia quelle verità che non si possono ignorare senza ignorare Cristo stesso». Radicato e fondato nella fede di Maria - la Chiesa -, non temere niente e nessuno: gli idoli delle genti sono nulla al confronto della testimonianza profetica dell’apostolo. La parola di Dio che annuncerai li farà cadere, dentro e fuori la Chiesa.

Foto Ciol

La nostra celebrazione ha la sua sorgente e radice in un atto di contemplazione del mistero di Dio, «Padre del Signore Nostro Gesù Cristo». In questo mistero è racchiuso un disegno di amore paterno che trascende ogni pensiero e desiderio umano: introdurre la persona umana nella stessa vita divina, «predestinandoci a essere suoi figli adottivi». Questo sguardo contemplativo diventa anche capace di una lettura ed interpretazione della storia, secondo le quali nella confusa vicenda umana il Padre, fonte di ogni iniziativa, agisce liberamente sia per attuare il suo progetto, sia per farlo conoscere attraverso i suoi profeti. E tutto questo «secondo il piano di Colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà». La nostra celebrazione dunque si pone dentro allo spazio disegnato dalla parola di Dio, e che ha come due fuochi: Dio si rivela come Padre; la storia umana è la realizzazione del progetto di Dio. Avendoci il Padre già benedetti «con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo», attua il suo progetto di salvezza «per opera di Gesù Cristo». L’introduzione della nostra umanità nell’intimità del Mistero ha inizio nell’Incarnazione, e trova il suo compimento nella glorificazione della carne crocifissa del Verbo incarnato. Dio «per opera di Gesù Cristo» ci ha attirato in se stesso, così che non siamo più fuori di Dio, ma dimoriamo nella sua stessa intimità: in Cristo, con Cristo, e per mezzo di Cristo.

Massimo Camisasca, fondatore della Fraternità san Carlo, è stato ordinato vescovo dal Cardinale Carlo Caffarra, lo scorso 7 dicembre. Qui e in prima pagina, alcuni momenti della celebrazione eucaristica nella basilica di San Giovanni in Laterano, a Roma.

Aut. del Trib. di Cassino n. 51827 del 2-6-1997 - DIRETTORE RESPONSABILE: Paolo Sottopietra REDAZIONE: Fabrizio Cavaliere, Jonah Lynch, Francesco Montini, Marco Sampognaro SI RINGRAZIANO Carlo Caffarra, Massimo Camisasca, Francesco Agnoli, Marina Corradi, Edoardo Tincani SI RINGRAZIANO PER LE FOTO Elio e Stefano Ciol, Giuseppe Maria Codazzi e «La Libertà», Sergio Volo PROGETTO GRAFICO: G&C IMPAGINAZIONE: Fabrizio Cavaliere STAMPA: Arti Grafiche Fiorin San Giuliano Milanese (Mi) REDAZIONE E ABBONAMENTI: Via Boccea 761 - 00166 Roma Tel. + 39 0661571400 - fm@sancarlo.org ABBONAMENTI base € 15 - sostenitore € 50 C/C 72854979 IBAN: IT44X0521603206000000098780 OFFERTE c/c postale 43262005 codice IBAN: IT08A0521603206000000018620 WWW.SANCARLO.ORG


Il Signore ha revocato la nostra condanna. Non temeremo più alcuna sventura. Sof 3, 15

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Un primo giorno tra amici di Francesco Montini

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Fedele alla chiamata di Francesco Agnoli*

Venerdì 7 dicembre ho avuto la grazia di partecipare all’ordinazione vescovile di mons. Massimo Camisasca in san Giovanni in Laterano, a Roma. Accanto a migliaia di persone e a molti giovani sacerdoti della Fraternità sacerdotale san Carlo (visi puliti, allegri, belli). Tutti composti, attenti, commossi. Attenti, già dall’inizio, per osservare quella sfilata di cappelli a doppia punta dei vescovi e cardinali che accompagnavano l’ordinando: Caffarra, Negri, Ruini… Sino al loro arrivo, sull’altare, sotto quel bellissimo ciborio che costringe i fedeli a guardare in alto, verso la Croce e il Cielo. Verso la direzione cui tende la vita del credente. Poi la messa, solenne, cantata, in lingua latina, con molte parti dal rito antico. Così la Chiesa, per secoli, ha educato i credenti alla bellezza: durante la messa domenicale. In mezzo ai canti gregoriani, ai gesti solenni, alle sculture e agli affreschi… In un’atmosfera di solennità, di bellezza, di raccoglimento, infatti, l’uomo percepisce chiaramente la sua origine divina e la sua immortalità. Sacerdote o artigiano, contadino o mercante, colto o incolto, dimentica per un attimo la sua miseria, i suoi peccati, la sua fragilità… dimentica anche i limiti del suo vicino, del suo compagno di banco, persino quelli del sacerdote o del vescovo che sia, e si riconosce figlio di Dio; e percepisce che, se si piega davanti a Lui, tutto è guarito, tutto è sanato, tutto è raddrizzato. È veramente grandioso sentirsi figli di Dio, fratelli di Cristo, templi dello Spirito Santo. Estratto dall’articolo pubblicato su «Il Foglio» del 13 dicembre 2012.

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Foto Ciol

ONE EPISCOPALE

nosità di Dio, fa da sfondo a questo momento. «Volevo affidare a Pietro, capo del collegio apostolico, il mio ministero, unendolo al suo, perché potessi continuare quella storia iniziata duemila anni fa sulle rive del mare di Galilea». Si alza dopo una decina di minuti, il viso sereno e tranquillo di chi sa di essersi messo in buone mani. Sono quasi le 17.30 di una giornata lunga, iniziata in mattinata con la Messa nella Cappella di via Boccea, davanti alla sua Fraternità. Doveva essere la messa d’addio, si è trasformata in una festa. Quasi cento preti, arrivati da ogni parte del mondo, hanno concelebrato con lui. Ai lati i suoi seminaristi, i diaconi che riceveranno il prossimo anno l’ordinazione sacerdotale proprio dalle sue mani e le suore, uno dei tanti miracoli imprevisti capitati sotto la sua guida. Poi una conversazione con tutta la famiglia della san Carlo. Un lungo applauso lo accoglie. Lui è emozionato e applaude la platea davanti a sé, come a dire sono loro il vero frutto di grazia, nato dal carisma di Comunione e Liberazione. Si canta una canzone napoletana, Santa Lucia: la storia di emigranti che vedono lontana Napoli. Una canzone che trasmette nostalgia ma non tristezza, sacrificio ma non disperazione. Don Massimo spiega che d’ora in avanti sarà così anche per lui. «La lontananza che Dio mi ha chiesto fa vedere tutto in una luce più completa. Non è una frase sentimentale: porterò sempre con me questa storia grande». Sono finiti i giorni della malinconia per l’addio di don Massimo, che ha voluto indicare, nella sua prima giornata da vescovo la strada da seguire: fare innanzitutto la volontà di Dio. Poi il pranzo, simile a quello di un matrimonio, con lo sposo che gira per ogni tavola a dispensare una battuta, a domandare come va la vita a Taiwan piuttosto che a Vienna. E nel pomeriggio, la visita all’amico Karol. Su Roma cala la sera di una giornata speciale, ma le sorprese non sono finite. Uscito da San Pietro, don (Mons.) Massimo Il vescovo Massimo “saluta” la Fraternità san Carlo (Roma, 8 dicembre 2012). vede assieparsi dietro le transenne numerosi Bernini che sembra proteggere la preghiera fedeli. Chiede a un uomo della gendarmeria di monsignor Massimo. Qualche turista cosa succeda. «Eccellenza, sta per passare il osserva la scena e smette di parlare, quasi Santo Padre». Da un Papa all’altro. La papavolesse rispettare la preghiera di questo mobile si avvicina, Ratzinger passa benedivescovo dai capelli bianchi. In lontananza la cente e c’è chi giura che, per un istante, gli Colomba dello Spirito Santo, sempre del sguardi dei due si siano incrociati. E abbiano Bernini, simbolo della bellezza e della lumi- sorriso.

iazza San Pietro, giorno dell’Immacolata, quattro del pomeriggio. Un vento imperioso sferza le persone in coda per entrare nella basilica. Tra loro c’è anche un vescovo. Aspetta con pazienza il suo turno, e intanto ripensa ai trentaquattro anni passati nella Città eterna. Quanti ricordi riaffiorano alla memoria guardando le colonne del Bernini, alzando lo sguardo verso il Palazzo Apostolico! Volti, nomi, storie vengono abbracciati in quei minuti di attesa. Si aggiusta il bavero tentando di respingere l’aria gelida che soffia da tutte le direzioni. Entra in basilica con passo svelto, lascia sulla destra la pietà di Michelangelo ed eccolo davanti alla tomba di Giovanni Paolo II. In quest’angolo di San Pietro regna il silenzio. Chiede il permesso a una guardia vaticana di potersi inginocchiare sull’ultimo gradino dell’altare. Monsignor Massimo Camisasca, nel suo primo giorno da vescovo di Reggio EmiliaGuastalla, è andato a salutare una delle persone a cui era più legato: Karol Wojtyla. «Lui e don Giussani sono le persone che hanno segnato la mia vita. Mi ha insegnato – racconta a Fraternità e Missione – la bellezza, il coraggio e la missionarietà della fede. Mi ha fatto vedere la grandezza dell’essere cristiani». Lunghi minuti davanti a Giovanni Paolo II, in un dialogo segreto e intimo, in cui, con naturalezza, il presule emiliano ha affidato il suo ministero al vecchio amico, che, come ha detto alla fine della cerimonia di consacrazione, «mi ha voluto tanto bene». Pochi passi, poche decine di metri ed eccolo ai piedi della tomba di San Pietro. Di nuovo in ginocchio, con il baldacchino del


CONSIGLI DI LETTURA >>

Finestre aperte sul mistero Il pensiero di Jean Daniélou a cura di Jonah Lynch e Giulio Maspero

Jean Daniélou (1905-1974) è una voce di grande attualità. Il suo pensiero e la sua azione pastorale hanno anticipato di diversi decenni gli sforzi di ecumenismo e di dialogo interreligioso che proseguono oggi. Un approccio all’interpretazione della scrittura simile al suo si ritrova nell’opera di Benedetto XVI, in particolare nelle introduzioni ai tre volumi su Gesù di Nazareth. Queste pagine raccolgono gli atti della giornata di studi dedicata a Daniélou tenutasi il 9 maggio 2012 a Roma.

Marietti 2012 pp. 120 - € 18

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GENNAIO

«Sono venuto per testimoniare Cristo» di Marina Corradi*

l Duomo è colmo, e le campane hanno suonato a festa mentre la processione veniva dalla Ghiara, quando il portone si spalanca ad accogliere il nuovo vescovo. Entra per prima una folata di nebbia, come il respiro di questa città padana, e poi monsignor Massimo Camisasca. Dietro a un crocifisso antico il corteo si fa largo fra i fedeli, e il soffio di nebbia si confonde col profumo d’incenso, nelle luci della Cattedrale. Ma il primo ingresso del vescovo nella diocesi di Reggio EmiliaGuastalla, domenica mattina, ha avuto altri colori. Alle nove l’Opg, l’Ospedale psichiatrico giudiziario, è stato il primissimo passo di Camisasca a Reggio. Una struttura decorosa, pulita, che pure ammutolisce i visitatori con la sua lunga catena di cancelli e porte di ferro. Dentro, 170 detenuti, in buona parte condannati per gravi reati. Vecchi, alcuni, ma anche ragazzi di 18 anni in cui una latente psicosi è stata accesa dall’ecstasy. Stamattina sono quasi tutti a messa attorno al cappellano, don Daniele; e guardano stupiti, e forse grati, quest’uomo con una croce al collo, venuto a trovare proprio loro (non sono molti i visitatori, per uomini che spesso perfino le famiglie vorrebbero dimenticare). «Vorrei - dice Camisasca quasi sommessamente davanti a tanti occhi che lo guardano - portarvi una parola di speranza. In Cristo il male non è più una pietra che ci schiaccia, ma possiamo vivere, ancora». E stringe mani, e chiede il nome a qualcuno; poi se ne va, un cancello dopo l’altro, lieto però di essere passato prima di tutto da quelli che Paolo VI chiamò «gli sconosciuti del dolore». Il piccolo corteo si muove nella periferia di Reggio, sotto a un sole smorto a tratti incenerito dalla nebbia. La Caritas diocesana ci aspetta, un ampio ufficio dove già le scrivanie affollate di carte, calendari, promemoria danno l’idea di un intenso daffare. Una ventina di operatori attendono il vescovo. «Com’è giovane!» si compiace lui con il direttore; e anche gli altri sono ragazzi, come in un’eredità tramandata e raccolta. «Ricordatevi che i poveri sono Cristo stesso. Sono lo specchio della nostra uma«Eccellenza, nità ferita, che ha bisogno la accogliamo di essere accolta», dice il da amico» vescovo, e promette di tornare. Poi si spinge alla mensa dei poveri, affollata di clochard ma anche di gente vestita dignitosamente che consuma in un angolo, a testa china, il suo pasto. Poveri, sempre di più, anche a Reggio - 28 mila disoccupati nella provincia, dirà più tardi il sindaco della città nel saluto davanti al Duomo. Molti alla mensa sembrano persi in una consumata solitudine, altri appaiono quasi vergognarsi di essere qui. Quasi sommessamente, capendo il pudore di certi sguardi, Camisasca augura semplicemente un buon Natale. In cucina invece si inoltra fra i volontari, come a casa sua, e raccomanda di non distrarsi - perché la pasta non vada scotta. L’ombra di apprensione che sembrava avvertire davanti al «vescovo di Cl» si stempera in due battute cordiali. La terza tappa è a Montecchio, nel piccolo monastero di clausura dove vivono tredici suore dell’ordine delle Serve di Maria. Che silenzio qui, intonso, a escludere ogni rumore. «Insegnateci il silenzio» domanda il vescovo, da questa pace sedotto. E ancora: «Voi claustrali siete il cuore stesso della Chiesa. Pregate per me, vi chiedo: che io sia lieto e accogliente, che sappia pregare e portare con me questo popolo».

Foto Volo

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16 DICEMBRE 2012 INGRES Il vescovo raggiunge a piedi, accompagnato dal popolo, la Cattedrale di Reggio Emilia.

A pranzo, Camisasca è ospite della Casa per sacerdoti anziani di Montecchio. Siede a tavola con il vescovo emerito di Reggio Emilia-Guastalla, Paolo Gibertini e con altri preti ottuagenari, alcuni in carrozzella. Camisasca: «Non è finito il vostro sacerdozio, con la vecchiaia e la malattia. Il sacerdozio non è solo celebrare o predicare, è ancora più offerta di se stessi, della propria vita». E anche ai preti di Montecchio il nuovo vescovo domanda: pregate per me. Alla Ghiara alle tre si affollano i ragazzi, davanti alla Madonna dei reggiani. E infine la processione sfila per il centro, verso il Duomo. In piazza l’incontro con il sindaco e la presidente della Provincia: «Eccellenza, la accogliamo da amico». Ora è l’istante del portone che spalanca i suoi antichi battenti, dell’assemblea che canta e prega, mentre fuori cala il buio. «Eccellenza, dicono di noi che siamo ostinati, caparbi, talora irriducibili» spiega al microfono una laica a nome della Chiesa reggiana, e sembra quasi un’eco guareschiana, un garbato “memento” di gente forte. «Sono venuto per testimoniare Cristo, direi, anzi, solo per questo», annuncia monsignor Camisasca, attorniato da una schiera di concelebranti fra cui il cardinale Camillo Ruini e Julián Carrón, presidente della fraternità di Comunione e liberazione; e sull’altare poi, quanti dei “ragazzi” di Camisasca, ora sacerdoti missionari in tutto il mondo. Per innamorarci della verità e della bellezza, continua il vescovo, occorrono silenzio, preghiera, e compagni di viaggio. Guardi la folla in Duomo, pensi alla Caritas, e all’ospizio: quanti, in questa zona conosciuta come la più rossa d’Italia, sono cristiani, e formano ancora un tessuto capillare, Chiesa di popolo diffusa là dove qualcuno chiede aiuto. Così che quando il Duomo si svuota e la gente sciama fuori, nella nebbia che sale, sai che un’altra pagina di una lunga storia comincia in questa bella piazza, in questo grande accogliente Duomo. * Articolo pubblicato su «Avvenire» del 18 dicembre 2012.


La Chiesa è una comunità di persone spirituali unite dall’amore. Ciò vuol dire che ciascuna aderisce liberamente al desiderio di essere delle altre. Jean Daniélou

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Le campane, la nebbia, il corteo con il crocifisso. E le prime parole di un pastore. Cronaca di una giornata speciale a Reggio Emilia

LE PRIME TAPPE

Foto Codazzi - «La libertà»

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all’ospEDalE psichiaTrico per chi si è perduto

«Chi è il vescovo, vicario di Cristo, se non colui che cerca l’uomo? La malattia mentale e la privazione della libertà sono strade di abissale oscurità, di perdutezza dell’io, che mi invitano a prendere coscienza del fatto che sono stato mandato in questa terra per cercare coloro che si sono perduti».

Foto Codazzi - «La libertà»

SSO IN DIOCESI IL VESCOVO ALLE AUTORITÀ REGGIANE Su un’unica piazza Il saluto al sindaco di Reggio Emilia e alla Presidente della Provincia prima della messa in Duomo

Foto Bonvini

la condanna di una fede ridotta a credenza privata, interiore, nascosta, senza la tensione ad esprimersi in ogni campo dell’umano. “Date a Dio ciò che è di Dio”: se Dio è cancellato dalla vita dell’uomo e della società, siamo tutti perduti. La storia, nel tempo, si è incaricata di far emergere l’Illuminismo racchiuso in quell’espressione di Gesù. Sì alla laicità dello Stato, che difende il diritto di ogni coscienza, no all’indifferenza delle leggi di fronte ai beni sacri della vita umana.La nostra è stata la terra in cui una donna, all’inizio del secondo millennio cristiano, ha lottato per la libertà della Chiesa dal potere imperiale. Matilde di Canossa è rimasta nei secoli il simbolo di questo desiderio di libertà della comunità cristiana. La Chiesa non ha responsabilità di governo nella società civile, ma collabora efficacemente alla sua vita attraverso la rigenerazione della persona umana nella fede, nella speranza, nella carità. Il cristiano rimane un peccatore, ma porta dentro di sé la tensione al cambiamento del proprio cuore e perciò dei rapporti con i propri fratelli, uomini e donne. È questo il contributo più importante che può dare la Chiesa allo Stato. La continua generazione di un’umanità nuova costituisce, infatti, una linfa vitale che va ad irrorare i tessuti più nascosti della società civile».

alla casa saN giusEppE Discepolo e maestro

«Il mio episcopato si inserisce in una lunga, gloriosa storia di centinaia di anni.Di questa storia – segnata dalla continua presenza, su questa terra, del popolo cristiano – voglio farmi discepolo. Per essere maestro devo essere discepolo».

Foto Codazzi - «La libertà»

«La Cattedrale e il Palazzo del Comune aprono le loro facciate su un’unica piazza. È la traduzione urbanistica, tipica delle nostre terre e in generale di tante parti d’Italia, di un principio di distinzione e collaborazione che è una delle conquiste che l’Italia medievale e comunale ha regalato al mondo. Un’espressione visiva del principio che Gesù ha portato nella civiltà: “Date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio” (Mc 12,17; Lc 20,25). Un principio che i popoli oppressi dagli Imperi andavano cercando. In quelle parole c’è la negazione della teocrazia, che pretende di anticipare a questo tempo la definitiva manifestazione del Regno di Dio e impone le forme del culto, identificando comunità civile e religiosa. Ma anche

coN i giovaNi al saNTuario la porta che non si chiude mai

«Entro da qui, da questa porta verso la nostra Chiesa. Maria è la porta che non si chiude mai, colei che sempre soccorre, che sempre possiamo invocare come Madre, a cui sempre possiamo chiedere le grazie di cui abbiamo bisogno».


ABBONATI O RINNOVA IL TUO ABBONAMENTO. È SEMPLICE. ON LINE: www.sancarlo.org fraternitàemissione c/c postale: 72854979 - Intestato: Fraternità Sacerdotale Missionari S. Carlo B. Fraternità e missione ABBONAMENTI: base €15 - sostenitore €50

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LO STEMMA Lo stemma del vescovo di Reggio Emilia - Guastalla riprende quello della Fraternità san Carlo. Al centro sta una quercia. Di essa parlano il salmo primo e il profeta Geremia: Benedetto l’uomo che confida nel Signore. È come un albero piantato lungo l’acqua, verso la corrente stende le radici (Ger 17,7-8; cfr. Sal 1,1-3). La stella è simbolo del Salvatore, Cristo, luce dei popoli. Così lo ha definito anche il Concilio Vaticano II, riprendendo Isaia (Is 51,4). La stella richiama anche Maria, che così è invocata nell’Ave maris stella. Il mare simboleggia la clemenza e la grazia divina. Il colore rosso rappresenta il sangue vivo versato da Cristo.

L’INTERVISTA IL MOTTO Il motto è un versetto del profeta Isaia – opus iustitiae pax, frutto della giustizia è la pace (Is 32,17). È un’espressione riassuntiva di tutto l’Antico e il Nuovo Testamento. La storia di Israele è una ricerca della giustizia, una sete di essa. Sete di quella giustizia che nasce per l’uomo e per il mondo dal rapporto vero con Dio. Tale giustizia, da cui trae origine la pace – cioè la comunione – è solo opera di Dio. A lui dobbiamo chiederla, da lui implorarla. Giustizia e pace sono anche e soprattutto due espressioni con cui il Nuovo Testamento, in particolare san Paolo, chiamano Cristo: Cristo, nostra giustizia (cfr. 1Cor 1,30; Fil 1,11; cfr. Rm 3, 21-26), Cristo, nostra pace (cfr. Ef 2,14). Giustizia e pace sono le attese più profonde del nostro tempo, le esperienze attraverso cui il mondo interpella Dio ed Egli risponde agli uomini.

«IL MIO COMPITO È SERVIRE LA a cura di Edoardo Tincani

Proponiamo alcuni stralci dell’intervista al Vescovo pubblicata in ottobre sul settimanale diocesano «La libertà»

lasciarci riempire dalla Sua luce e dalla Sua gioia per poter essere testimoni affascinanti e credibili. Per questo vorrei poter dedicare la maggior parte del mio tempo all’incontro con le persone e solo ciò che resterà all’amministrazione. Dio mi aiuti ad obbedire a questo desiderio che Lui stesso mette nel mio cuore.

Monsignor camisasca, arriverà in una diocesi vasta, una terra di gente solidale, schietta, molto laboriosa e un po’ litigiosa… che al vescovo chiede sempre il “massimo”. come si prepara a questo abbraccio “esigente”? Se la preparazione volesse dire essere all’altezza pastore, non amministratore delle attese, provocherebbe in me soltanto sgomento e Nella sua lettera alla Fraternità san carlo del 29 setcertezza di non farcela. La mia preparazione è invece tembre si capisce come lei non solo non abbia “certutta e soltanto nella preghiera e nella confidenza in Dio. cato” la promozione a vescovo, ma poi – accettata la So che troverò molte opere, me ne sono volontà del santo padre – abbia attraverreso conto guardando l’annuario della diosato anche momenti di sgomento. Noncesi; so che troverò una Chiesa con una stodimeno, le era mai capitato, in tempi vorrei ria molto lunga e molto ricca; so che inconnon sospetti, di dire o pensare tra sé:“se trerò tante persone con una fede viva. Trofossi vescovo farei…”? ora che s’indedicarmi verò anche fedi abitudinarie, troverò anche cammina verso l’ordinazione episcosoprattutto incredulità. Sono mandato a tutti. Come ho pale, quali proponimenti o progetti va all’incontro scritto nella mia prima lettera alla diocesi, maturando nel suo cuore? con le persone il mio unico compito è servire la fede. AiuHo pensato altre volte che sarei potuto tare a riscoprirla coloro che già sono crediventar vescovo, per delle ragioni molto denti, perché la fede se non è riscoperta concrete. Questa volta ho accettato in ogni istante muore; aiutare ad incontrarla coloro che non obbedienza, come ho scritto ampiamente nella lettera credono. Ma proprio queste osservazioni mi permetalla Fraternità San Carlo. Per quanto riguarda i proponitono di dire la cosa più importante: colui che agisce è menti e i progetti ho già in parte anticipato i miei penDio, noi siamo soltanto i suoi servitori. Dio agisce nei sieri nella risposta alla prima domanda. cuori degli uomini e nella storia. Dobbiamo metterci in Voglio essere un pastore e non un amministratore. Mi ascolto di Lui, entrare nella Sua opera, convertirci a Lui, propongo di essere fedele alla preghiera del Breviario


«Paura di che? - diceva quella voce soave - abbiam passato ben altro che un temporale. Chi ci ha custoditi finora, ci custodirà anche adesso» Alessandro Manzoni, «I promessi sposi», XXXVI

Foto Ciol

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e della santa Messa, di vivere con sobrietà, essenzialità e grande dignità la liturgia, aiutando i miei preti a fare lo stesso. Mi propongo di vivere senza sfarzo, con dignità. Mi propongo di ascoltare e poi decidere. So che non accontenterò mai tutti, ma vorrei il più possibile che tutti sapessero di essere stati tenuti presenti. Mi propongo di valorizzare le presenze che la fede ha suscitato nella Chiesa di Reggio Emilia – Guastalla. Chiedo a Dio la grazia necessaria per essere sempre coraggioso e libero nell’affermare la verità, umile nel vivere la carità, luminoso nell’esprimere la speranza perché Dio non abbandona mai i suoi che gli sono cari. Il vescovo molto probabilmente non può fare ciò che tanti si aspettano da lui. Non può trovare posti di lavoro per chi non li ha. Non può sanare tutte le ferite, non può riavvicinare tutti coloro che si sono divisi. Può però fare molto: aiutare le persone a vivere la propria vita nella luce di Cristo, aiutare la carità dei credenti a porsi al servizio dei fratelli, aiutare a uno spirito di vera comunione e di sollecitudine reciproca.

cosa più grande e più bella che possa accadere ad un uomo. Non pretendo che tutti mi siano amici, anche se l’amicizia è per me un bene profondamente desiderato. Desidero che tutti sappiano di essere miei collaboratori e che, nei limiti del possibile, si possa non solo vivere la comunione che già oggettivamente ci è data attraverso il dono del sacerdozio, ma anche esprimerla, in un ascolto, in una corresponsabilità, in una coralità che spero possa crescere fra i sacerdoti attorno al loro vescovo. Per quanto riguarda i chiedo a Dio “vorticosi cambiamenti”: il coraggio essi sono sotto gli occhi di tutti. D’altra parte ogni e la libertà epoca della storia è per affermare epoca di cambiamenti. sempre la verità Se noi interroghiamo i documenti storici avvertiamo che questa è la sensazione prevalente nei racconti degli uomini. Si ha sempre l’impressione che ciò che abbiamo incontrato nelle prime età della vita pian piano sfugga e sia contraddetto dall’evolversi della storia. Certamente oggi, quest’impressione non solo è giustificata, ma ha una sua intensità impensabile in altri momenti. Ma noi possiamo ancorarci su ciò che non passa per poter essere significativi davanti a ciò che passa. «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi, e in eterno», dice la Lettera agli Ebrei (Eb 13,8). Questa non è affatto l’esaltazione della fissità, ma è la scoperta che se ci radichiamo profondamente nella comunione con Cristo lo Spirito stesso ci rende capaci di essere interlocutori interessanti per ogni epoca. Non abbiamo le risposte a tutto. Abbiamo però la possibilità di portare qualcosa, anzi: qualcuno che tutti attendono senza saperlo.

con i sacerdoti, in comunione con cristo

Foto Codazzi - «La libertà»

A FEDE»

È stato per ben 27 anni superiore generale di una Fraternità sacerdotale. Di quale tipo di paternità necessita il clero in questo periodo storico di vorticosi cambiamenti? Quali parole d’incoraggiamento si sente già di indirizzare ai nostri preti, giovani e anziani? Gli anziani vorrei sentissero la gratitudine della Chiesa e di Cristo per la loro vita, per la loro donazione. Quando si è vecchi e si è soli può nascere dentro di noi la tentazione delle ombre, dell’inutilità, dei bilanci. Vorrei che tutti sapessero che niente delle loro parole, dei loro sforzi e dei loro sacrifici è andato perduto. Che i loro errori sono perdonati, che possono fare ancora molto con la loro preghiera e con l’offerta della loro vita per la realtà della Chiesa di Reggio Emilia – Guastalla. Ai preti giovani voglio dire che la vocazione e la vita sacerdotale, almeno per quanto io ho vissuto, sono la

Mons. Camisasca tra i fedeli dopo la prima messa nel Duomo di Reggio Emlia. Nella foto grande, con i suoi collaboratori Daniele Scorrano (a sin.) e Davide Matteini.

alle famiglie: realismo pieno di speranza

Da quale punto di vista ci invita ad affrontare la complessità dei problemi, non ultimo il senso di precarietà dovuto alla crisi economica e all’insignificanza “politica” della famiglia? Ho dedicato un libro a questi temi, Amare ancora. Chi vuole può trovare lì il mio pensiero e le mie risposte. Non voglio essere ingenuamente ottimista, il cristiano non deve essere un idealista. Il cristiano deve essere un realista pieno di speranza. La fedeltà coniugale è un bene fondamentale per la vita degli uomini. Consapevoli del fatto che questo è un bene difficile, che ha bisogno di Dio e della presenza di amici per essere sostenuto, non possiamo smettere di desiderarlo e di lavorare per questo. L’aiuto alla famiglia, così dimenticata dalla classe politica in generale, è una frontiera decisiva per la vita della Chiesa. Essa infatti ha un unico scopo: di aiutare l’uomo, seguendo Cristo, a trovare le strade per la pienezza della sua umanità. Certamente la vita della famiglia, pur con tutte le sue debolezze e contraddizioni, e nella precarietà di ogni opera umana, proprio perché segno della fedeltà di Dio, è una strada fondamentale per la vita buona degli uomini, oserei dire per la loro felicità. Quando penso alla vita di mio padre e mia madre, alla loro pacata e serena felicità, non attribuisco nessun significato romantico o idealistico ai miei pensieri. Immagino qualcosa che è alla portata di tutti, anche se oggi è reso più difficile indubbiamente, come lei ha ricordato. Dobbiamo lavorare non perché rinasca un sogno del passato, ma perché si aprano le strade del futuro.


Non dimentichiamoci mai che la salvezza, la speranza e la gioia sono entrate nella vita di ciascuno di noi attraverso la Madonna. Luigi Giussani

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Notizie Flash

a cura di Marco Sampognaro

NUoVE CASE Al fianco del Vescovo Si apre la casa di Reggio Emilia, abitata da Daniele Scorrano, Davide Matteini, segretari del vescovo Massimo Camisasca, e Simone Gulmini, che lascia la missione di Fuenlabrada.

fraternitàemissione

Madre di Dio di Paolo Sottopietra

Mentre fa questo, però, mentre dà forma alla vita del bambino, riceve da lui la forma della sua vita. Tutto per lei inizia ad avvenire nell’ambito di quel rapporto. È a lui che pensa, per lui si preoccupa, per lui progetta il futuro, pensando a lui lavora, per lui soffre e per lui gioisce. La sua vita comincia a girare attorno a quella di lui, attorno a questo amore. Ancora prima che il figlio nasca, mentre il corpo della madre cambia forma, cambiano forma anche i suoi pensieri. Mentre lei porta lui, è lui che la conduce in una nuova fase della sua vita.

Washington D.C. Silver Spring, sobborgo di Washington D.C., ospiterà una nuova casa nella capitale statunitense. Nel quartiere sorge la parrocchia Christ the King, affidata a José Cortes, che vivrà insieme a Ettore Ferrario e Roberto Amoruso.

Con il crescere dell’età, ciò si fa più evidente se il figlio ha una personalità particolare o se è chiamato a qualcosa di grande. Conosco una signora, rimasta senza il marito quando era molto giovane, che ha un figlio geniale. La presenza di quel figlio nella sua vita, il suo temperamento e le tante conversazioni con lui l’hanno cambiata. Pensa e parla di cose di cui forse non si sarebbe occupata, se non le fosse stata donata quella compagnia. La sua sensibilità ha certamente segnato il figlio, che l’ha ricambiata con la profondità del suo animo. Conosco molti genitori dei preti della nostra Fraternità. Spesso le loro mamme sono state cambiate dal compito dei figli. Anche a distanza, si instaura tra loro Maria ha una profonda condivisione. A volte quasi si può dire che le insegnato loro vocazioni si uniscano.

NUoVE DESTINAzIoNI America del Nord José Medina lascia Boston (Usa) per raggiungere la Casa di Bethesda (Washington D.C.). America del Sud Diego García e Lorenzo Locatelli raggiungono la casa di Santiago del Cile.

Q

ualche anno fa ho visitato la cattedrale di Toledo, capolavoro del gotico spagnolo. Vi è custodita una bellissima statua di marmo dipinto che raffigura la Madonna che sorride al figlio che porta in braccio, mentre Gesù la accarezza. Guardando i loro volti, sono rimasto colpito dalla somiglianza tra il bambino e la madre che l’artista ha accentuato. Gesù assomigliava a Maria. È un fatto naturale, vero per tanti figli e tante madri, ma ci stupisce perché è segno di qualcosa di più essenziale. È segno che la maternità non è un incarico, ma una qualità dell’essere della persona. Diventare madre lega per sempre una donna a un’altra persona, la definisce per sempre in relazione al figlio che ha portato in la maternità grembo e messo alla luce. non è Non è un fatto che accade e poi passa con il tempo. Crea una un incarico, condizione che rimane per semma una pre.

qualità dell’essere

Sopra, un fotogramma di «Nativity» di Catherine Hardwicke (Usa 2006). In basso, la statua della Madonna nella cattedrale di Toledo (Spagna).

GENNAIO

Nel rapporto che nasce tra una madre e suo figlio inizia uno scambio reciproco a molti livelli. Il primo, ovvio, è quello che mette il bambino in dipendenza da sua madre. Lei lo nutre, gli insegna a sorridere, a parlare, a camminare. Poi lo aiuta a entrare nella vita, dandogli l’affetto e la sicurezza di cui ha bisogno e così gli insegna ad amare.

a sorridere, a camminare, a parlare, ad amare al Figlio di Dio fatto uomo, suo figlio

Ora pensiamo di nuovo alla Madonna. Maria ha portato nel grembo e ha nutrito Gesù, ha insegnato a sorridere, a camminare, a parlare, ad amare al Figlio di Dio fatto uomo, suo figlio. Lo Spirito di questo bambino, lo Spirito Santo, l’ha riempita, le ha dato forma, l’ha plasmata in ogni ora della sua vita. L’ha preparata, l’ha condotta, l’ha resa capace di un sì totale, l’ha abbellita di ogni dono.


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