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MENSILE DELLA FRATERNITÀ SACERDOTALE DEI MISSIONARI DI SAN CARLO BORROMEO

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Anno XVI, n. 11 novembre 2012 - € 1,50

fraternitàemissione Poste Italiane S.p.A. - Sped. in Abb. Post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art 1, comma 1, LO/MI

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LA FRATERNITÀ SAN CARLO NEL MONDO: ALVERCA PORTOGALLO ASUNCIÓN PARAGUAY BOLOGNA ITALIA BOSTON USA BUDAPEST UNGHERIA CHIETI ITALIA CITTÀ DEL MESSICO MESSICO COLONIA GERMANIA CONCEPCIÓN CILE DENVER USA FROSINONE ITALIA FUENLABRADA SPAGNA GROSSETO ITALIA GROTTAMMARE ITALIA LONDRA GRAN BRETAGNA MILANO ITALIA MOSCA RUSSIA NAIROBI KENYA NAPOLI ITALIA NOVOSIBIRSK SIBERIA PESARO ITALIA PRAGA REPUBBLICA CECA ROMA ITALIA SAN PAOLO BRASILE SAN QUIRICO ITALIA SANTIAGO DEL CILE CILE ‘S-HERTOGENBOSCH OLANDA TAIPEI TAIWAN TRIESTE ITALIA VIENNA AUSTRIA VIGEVANO ITALIA WASHINGTON USA

Amore e obbedienza di Massimo Camisasca

A tutti i membri della Fraternità san Carlo Carissimi fratelli, questa mattina è stata pubblicata dalla Santa Sede la notizia che il Santo Padre Benedetto XVI ha voluto nominarmi vescovo di Reggio Emilia – Guastalla, aggregandomi così al Collegio dei successori degli Apostoli. È una decisione che mi onora e soprattutto onora la nostra Fraternità. Gli stretti legami affettivi e vocazionali che intercorrono tra me e voi mi obbligano però a dirvi anche altre parole. Avrei desiderato poter restare sempre con voi e occuparmi interamente e solo di voi. Non solo nulla ho fatto per avere altri incarichi, ma tutto ho tentato per non averli. Fino ad esprimere ai più alti miei Superiori la volontà di continuare a servire la Chiesa servendo le vostre vite. Infine mi sono rimesso obbediente alla volontà del Santo Padre. Certamente mutano ora le forme concrete del nostro rapporto, ma non può venir meno la mia paternità >>

Un invito per noi Il 29 settembre il papa Benedetto XVI ha nominato Massimo Camisasca vescovo di Reggio Emilia Guastalla. Presentiamo la lettera di don Massimo alla Fraternità e il saluto di Paolo Sottopietra

Il saluto a don Massimo del vicario generale della Fraternità san Carlo, in occasione della elezione a vescovo di Paolo Sottopietra

Carissimo don Massimo, vorrei esprimere ad alta voce i sentimenti che so condivisi dai miei fratelli, tuoi amici e figli. Da quando ci ha raggiunto l’annuncio della tua nomina a vescovo, abbiamo passato giorni molto intensi. Se guardiamo al passato, a ciò che abbiamo vissuto al tuo fianco per tanti anni, siamo riempiti di gratitudine. Sei stato per noi una compagnia e una guida paterna. Ciascuno di noi conserva nella memoria i momenti che lo hanno più segnato. Tante volte tu hai indirizzato il cammino di ciascuno di noi, con una parola o con un gesto, conducendoci ad un’adesione più piena a Cristo. Da te abbiamo sentito le cose più vere che hanno dato forma alla nostra vita di sacerdoti e di missionari. Con te >>

PASSIONE PER LA GLORIA DI CRISTO


Per voi sono vescovo, con voi sono cristiano. Sant’Agostino

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>> nei vostri confronti. Senza nulla togliere al nuovo popolo che ora mi è affidato. Sappiamo, infatti, per esperienza, che l’amore può, per dono dello Spirito, distribuirsi senza diminuire. Con la confidenza che posso permettermi con voi, non vi nascondo che, nell’approssimarsi di questa giornata, ho vissuto momenti di sgomento. Lasciare le persone che con me vivono da molti anni in un legame intensissimo di corresponsabilità, lasciare ciascuno di voi, lasciare il quotidiano rapporto con i seminaristi, vivere in una nuova città, affrontare nuove responsabilità... tutto questo per me è stato fonte di grande pena. Mi sono abbandonato infine alla volontà di Dio e ho ritrovato la pace collocandomi nelle braccia della madre di Dio, Maria santissima. Ringrazio ciascuno di voi per la testimonianza di ubbidienza che mi avete dato in questi ventisette anni. Soprattutto per la comunione intensissima che abbiamo vissuto sia nelle molte ore felici sia nei momenti di prova. Vorrei Non verrà mai ricordare tanti nomi, anzi i meno nomi di tutti. Permettetemi soltanto di la paternità mia richiamare qui le persone nei vostri di Gianluca Attanasio e confronti. Paolo Sottopietra, che sono stati i miei due più cari L’amore può, amici e preziosi collaboraper dono tori di questi ultimi vendello Spirito, t’anni. Assieme a loro ricordo monsignor Paolo distribuirsi Pezzi, ora arcivescovo di senza diminuire Mosca, primo vescovo dalle file della nostra Fraternità. Sono certo che non mancherà la vostra preghiera per me né l’aiuto dal cielo dei nostri santi patroni e di don Giussani. Ne avrò molto bisogno. Conto di vedervi presto, sia per la mia consacrazione episcopale sia per il mio ingresso nella Diocesi, e di ricevervi poi personalmente quando verrete a visitarmi in uno dei vostri passaggi da quella che sarà ormai la mia nuova città. So che già da ora ho la vostra promessa, anzi il vostro desiderio, di amare e obbedire al mio successore e ai suoi collaboratori, come avete fatto con me. Dio mi è testimone del vivo desiderio che nutro per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù (Fil 1,8). Uno ad uno vi abbraccio nel Signore che è la nostra pace. don Massimo Camisasca Roma, 29 settembre 2012 Festa dei SS. Michele, Gabriele e Raffaele, Arcangeli

In prima pagina, un momento della Udienza Generale di Sua Santità del 10 ottobre 2012. (Servizio Fotografico de L’Osservatore Romano).

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>> abbiamo vissuto un’esperienza cristiana profonda e

bella, nel solco tracciato da don Giussani. Se guardiamo al futuro si affaccia nel nostro animo anche un sentimento di sospensione, ma infine ciò che prevale è la gioia per quanto ci è stato donato e il desiderio di farne parte a tutti gli uomini. La chiamata del Santo Padre esprime la sua stima personale per te. Il fatto che un figlio di don Giussani venga elevato all’episcopato è per noi un nuovo segno della fecondità del suo carisma. Non è una cosa usuale che ad un fondatore venga chiesto di lasciare la famiglia a cui ha dato origine. Il Papa rivolge in questo modo un invito anche a noi, perché ci assumiamo la responsabilità di ciò che con te è iniziato. Appoggiandoci sulla fiducia che Egli ci dimostra, vogliamo perciò guardare a ciò che ci aspetta con il desiderio di continuare a spenderci e a lavorare perché Cristo sia annunciato nel mondo. Tutti sentiamo in questo momento che per te come per noi inizia un tempo nuovo e una nuova forma di obbedienza. A Reggio ti aspettano i sacerdoti e i seminaristi della tua Diocesi, dei quali, siamo sicuri, ti occuperai con la stessa cura che hai avuto per noi. Troverai le necessità della gente, dei fedeli e di chi non crede, delle tante persone che cercheranno in te un orientamento. Ma sopra ogni cosa ci sarà l’urgenza dell’annuncio di Cristo, che chiede di essere proclamato perché gli uomini trovino nel suo nome speranza e salvezza. Ti vogliamo accompagnare chiedendo a Dio che ti confermi il dono di una parola chiara e di una voce sicura. Noi desideriamo continuare a vivere la Fraternità, obbedendo a Dio che ci ha chiamato a farne parte secondo l’insegnamento che abbiamo ricevuto da te. La nostra obbedienza alla tua persona si compirà ora nella gratuità della comunione e dell’amicizia a cui in questi anni tu ci hai educato. Ci hai invitato a rivivere ciò che ci hai trasmesso. Siamo grati di questa possibilità. In tutti noi c’è infine anche un altro pensiero. Non vai lontano. Potremo venire spesso a trovarti e siamo sicuri che non ci farai mancare la tua vicinanza e il tuo consiglio. Grazie di cuore, don Paolo e tutta la Fraternità san Carlo

Massimo Camisasca Vescovo eletto di Reggio Emilia - Guastalla riceverà l’ordinazione episcopale per l’imposizione delle mani di S.Em.R. il Cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna Roma, 7 dicembre 2012, ore15.30 Arcibasilica Papale di San Giovanni in Laterano Siete tutti invitati! 16 dicembre 2012: solenne ingresso nella Diocesi di Reggio Emilia - Guastalla

Aut. del Trib. di Cassino n. 51827 del 2-6-1997 - DIRETTORE RESPONSABILE: Paolo Sottopietra REDAZIONE: Fabrizio Cavaliere, Jonah Lynch, Francesco Montini, Marco Sampognaro HANNO COLLABORATO: Roberto Amoruso, Antonio Anastasio, Francesco Bertolina, Massimiliano Boiardi, Massimo Camisasca, Paolo Costa, Vincent Nagle, Nicola Ruisi, Luca Speziale PROGETTO GRAFICO: G&C IMPAGINAZIONE: Fabrizio Cavaliere STAMPA: Arti Grafiche Fiorin San Giuliano Milanese (Mi) REDAZIONE E UFFICIO ABBONAMENTI: Via Boccea 761 - 00166 Roma Tel. + 39 0661571400 - fm@sancarlo.org ABBONAMENTI base € 15 - sostenitore € 50 - C/C 72854979 IBAN: IT44X0521603206000000098780 OFFERTE c/c postale 43262005 codice IBAN: IT08A0521603206000000018620 WWW.SANCARLO.ORG


Quanto più si ama, tanto più si ha bisogno di sacrificio per fondare ciò che si ama. Luigi Giussani

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I BAMBINI CI SCRIVONO

«Sono più importante io o Dio?» Le risposte di don Massimo alle domande dei piccoli giunte in redazione questo mese

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orrei chiedere a Don Massimo quanto è grande Dio e se arriva con i piedi per terra. (Caterina, 6 anni) Cara Caterina, la tua domanda è veramente profonda e intelligente. Proverò a rispondere. Non è facile, perché Dio è una persona in cui tutto è “al massimo”. Pensa alle persone che più ami o che più ti colpiscono: la mamma, il papà, qualche tua amica… Di una apprezzi la bontà, di un altro l’intelligenza, di un altro ancora la gioia, di un altro la forza. Ecco, Dio possiede tutto ciò in una misura grandissima. Insomma, come vedi, riusciamo a dire qualcosa sulla grandezza di Dio, ma quasi balbettando. Per fortuna Dio è diventato uno di noi, un uomo, ha preso un corpo umano. Ha messo veramente i piedi per terra. Così abbiamo potuto vedere con i nostri occhi la sua vera grandezza, che è il suo desiderio di amare ciascun uomo e ciascuna donna personalmente, fino a morire per noi. Non è però rimasto nella tomba. Essendo Dio è tornato in vita e continua a vivere tra noi. Come? Riprenderemo un’altra volta il filo di questo racconto.

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ono più importante io o Dio? (Andrea, 5 anni) Caro Andrea, ma sai che la tua domanda se la sono posta tanti filosofi, scienziati, artisti? Grazie di averla riproposta. Risponderei così: Dio è importante per te, ma tu sei importante per Dio. Dio è importante perché dobbiamo a Lui la vita, tutte le cose che ci circondano e che chiamiamo natura, le persone che amiamo, l’intelligenza, il corpo… Ma anche è vero che Dio ha messo noi siamo importanti per veramente i piedi Lui perché ci ha voluti far nascere, non ci abbandoper terra: na mai e, come ho ricorè diventato dato nella risposta a Cauno di noi terina, addirittura (cosa che non avremmo mai potuto immaginare, se non fosse accaduta) ha mandato suo Figlio sulla terra per noi, per ciascuno di noi. Per te, Andrea, Dio si è fatto uomo. Ci stiamo avvicinando al Natale, che è la festa che ci aiuta a rivivere la realtà di Dio fatto uomo.

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ome faccio a diventare più buona? (Caterina, 7 anni) Cara Caterina, la bontà è un bene da chiedere a Dio, chiediglielo ogni giorno nelle tue preghiere. È un bene che nasce in noi guardando chi è buono, luminoso, accogliente. Cerca queste persone che non mancano accanto a te. La bontà è un bene che si perde e si ritrova con l’aiuto di Dio. Non spaventarti se qualche volta ti scopri cattiva. La vita è un cammino in cui, con l’aiuto di Dio e degli amici veri, si è in pellegrinaggio verso Gesù, che è l’unica persona interamente buona.

Trento Longaretti, «Figure di viandanti con colline» 1981 - 50x70 cm - Olio su tela - Collezione privata

VERSO L’AVVENTO Come un amico, come un amore Che cosa v'è di più importante che trovare un amico nella vita? Un amico è una realtà grande e preziosa. Ma io me lo posso creare da solo? No di certo! Posso andare a prendermelo da qualche parte? In verità, allo stesso modo, no. Io posso essere ricettivo e vigile, per cogliere quando mi si avvicina una persona che può divenire importante per me; ma è necessario che venga! Venga verso di me dallo spazio a perdita d'occhio della vita umana. Così è anche per l'amore. L'uomo ha bisogno della donna, che gli sia compagna, e la donna dell'uomo, che le possa essere come una "patria", affinché nella reciprocità creino quel mondo vivo che si chiama famiglia e casa; ma può l'uno fabbricarsi l'altro? Ancora una volta no. Lo può cercare; cercare tuttavia significa avere delle mire, e la mira, l'intenzione cosciente, come guasta facilmente ogni cosa! L'altro deve necessariamente venire a lui dall'ampiezza del mondo, dalla moltitudine delle persone.

Se riflettiamo con precisione, le cose stanno in modo simile per la nostra professione, il nostro lavoro, la nostra posizione nella totalità dell'esistenza: parecchio possiamo conquistarlo lottando, ma molto altro deve necessariamente risultare dalle combinazioni della vita. Deve aprirsi la possibilità; io debbo vedere, qui, ora, e poi gettarmici dentro. Molte cose importanti, decisive, poggiano su combinazioni e incontri, che non ho disposti io stesso, che non ho potuto far emergere con l'energia mia propria. Sono venuti, mi si sono offerti. Anche la nostra salvezza poggia su una venuta. Gli uomini non hanno potuto escogitare né produrre da sé Colui che la opera. Egli è venuto presso di loro dal mistero della libertà divina. Tratto da: Romano Guardini, «La Santa Notte».


Niente è così necessario a tutte le persone ecclesiastiche quanto la meditazione che precede, accompagna e segue tutte le nostre azioni. San Carlo Borromeo

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Liturgia Il resto è silenzio Abbiamo chiesto ai nostri preti quale parte della santa messa amano di più. Ecco le loro riflessioni: un modo per aiutare i lettori a vivere la celebrazione eucaristica

IL RITO PENITENZIALE I PRIMI RAGGI DELL’ALBA di Vincent Nagle

Mia madre ama citare una scrittrice, Gertrude Stein, molto nota negli Stati Uniti quando lei era giovane. Mentre Gertrude era sul letto di morte, Alice, la sua amica di una vita, la interrogò in questo modo: «Ora che sei arrivata al capolinea, intravedi forse una risposta?». Irritata, Gertrude rispose: «Alice, e quale diavolo sarebbe la domanda?». La vera tragedia per l’uomo non sta nella sua incapacità di articolare una risposta alle domande più profonde della vita, ma nel fatto che non conosce le domande. Per questo motivo ho una predilezione per il rito penitenziale della santa messa. So che è strano: è un po’ come preferire l’oscurità rispetto all’accendersi di una lampada. Tuttavia, è precisamente nel La notte diventa silenzio che segue le parole del prete «Riconoun’amica, invece sciamo i nostri peccati», che una minaccia, che troviamo lo spazio un’attesa invece necessario affinché il nostro grido salga, affinché che una prigione la nostra parola più autentica si faccia avanti. Gesù, il cui nome vuole dire “Dio salva”, è mandato a noi come la risposta alla domanda più originale nell’esistenza di ogni uomo. Questa domanda prende la forma di una supplica indirizzata al mistero nascosto: «Salvami!». Il cuore del nostro essere è un bisogno di salvezza infinitamente profondo e tuttavia normalmente censurato.

Qualunque atto, gesto, parola o proposta che non inizia con questa consapevolezza non è pienamente umana, non ha veramente abbracciato la mia umanità. La confessione dei peccati ha in me tre effetti all’inizio della messa: il primo è che mi dà gioia, perché questa domanda già annuncia la salvezza in quanto nessuno di noi avrebbe il coraggio di stare davanti a una verità così devastante se non in prossimità di colui che è la Risposta. In secondo luogo, mi riporta al mio vero “io”, perché io sono questa esigenza. Il terzo effetto è che indirizza ogni mia passione e libertà verso le grazie che stanno per arrivare, nelle letture e nel sacramento, riempiendomi di speranza e attesa. Esiste una certa magia nei momenti prima dell’alba, quando i primissimi raggi di luce bucano l’orizzonte. Le tenebre del rito penitenziale sono di un’alba così, che rendono la notte stessa un’amica invece di una minaccia, un’attesa al posto di una prigione.

Tre dialoghi con Di di Nicola Ruisi

L’OFFERTORIO GOCCIA SU GOCCIA di Luca Speziale

L’infusione dell’acqua nel vino. Durante l’offertorio, appena prima di presentare al Signore il calice, il sacerdote vi versa il vino e fa cadere qualche goccia d’acqua ripetendo la formula: «L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita divina di colui che ha voluto assumere la nostra natura umana». È un esempio di come la liturgia, attraverso un semplice gesto ed alcune parole, inviti a prendere maggior coscienza dei contenuti della fede. L’acqua e il vino sono come il popolo e il sangue di Cristo. Quando si mescolano nel calice, il popolo, come scrive san Cipriano, un vescovo martire del III secolo, è rac-

Il silenzio dopo il vangelo. È un istan Spesso non capisco perché il Signo parole a me, in quel momento. Me volte feriscono, penetrano, mi fanno volte, fuggono via. Le dimentico. Quel pre, mi fa capire la mia piccolezza, Intanto guardo le persone che ho dav muovo, pensando al miracolo della Chissà se hanno capito perché il Signo quelle parole, cosa c’entrano le letture la loro vita, con loro.


L’uomo non può “farsi” da sé il proprio culto; egli afferra solo il vuoto, se Dio non si mostra. Benedetto XVI

Foto Marcello Vargiu.

colto in Cristo. Le gocce si uniscono alle gocce, in un modo tale che non si possono più separare. All’inizio della seconda parte della messa, che culminerà nella consacrazione del pane e del vino, questo piccolo momento ricco di significato mi aiuta ad introdurmi a quello che accadrà secondo un orizzonte nuovo. Quando sollevo il calice per offrirlo al Signore so che non sto semplicemente presentando a Lui del vino con un po’ di acqua, ma tutta la Chiesa unita nella sua umanità alla divina umanità di Cristo. L’unità tra gli uomini si realizza miracolosamente proprio perché Cristo ci rende partecipi del suo corpo. E così anche le mie intenzioni, le fatiche e le gioie della mia giornata, così come le vicende dei miei fratelli e della Chiesa tutta vengono presentate al Signore che le accoglie attraverso il sacrificio del suo Figlio che dopo pochi istanti si donerà a noi, proprio attraverso quel pane e quel vino.

CONTRIBUTI DI:

Vincent Nagle, 54 anni, si occupa delle giornate missionarie.

LA CONSACRAZIONE LA FORZA NELLA DEBOLEZZA di Massimiliano Boiardi

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nte. Un minuto. ore dica quelle lo domando. A piangere. Altre l silenzio mi sco, il mio niente. vanti e mi comloro presenza. ore ha detto loro e del giorno con

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Poi ci sono i momenti di silenzio dopo l’elevazione del pane e del vino. Quando il pane, sostenuto dalla mia mano, è diventato il corpo di Cristo. Quando il vino, tenuto alto, mostrato all’assemblea, è divenuto il sangue di Cristo. Sono momenti pieni di commozione. Il Signore è davanti a me. “Mio Signore e mio Dio” ripeto da quattordici anni, ogni giorno, sottovoce, muovendo appena le labbra, ma volendolo gridare. Quegli istanti, sempre troppo brevi, ma intensi, riportano in me il sorriso lieto di chi ha ritrovato l’Amato. Allora, il mio sguardo, come in un abbraccio, tiene insieme l’ostia e le persone che ho davanti. È la comunione che vorrei sempre. Guardo i volti di chi ho di fronte e li vedo una cosa sola con l’Eucaristia. I dolori e le gioie di ciascuno, che talvolta conosco bene, io li mostro al Signore, li presento a Lui. Quell’istante di silenzio salva le mie giornate. Riscopro che quell’ostia e quel vino sono la mia salvezza. Il silenzio dopo la comunione porta infine la pace tanto attesa già dal principio della giornata. Il Signore è fedele. Mi raccomando di nuovo a Lui e sono pronto a ripartire, come direbbe T.S. Eliot, “egoista come sempre, interessato e ottuso come sempre, eppure sempre in lotta, sempre a riaffermare, sempre a riprendere la mia marcia sulla via illuminata dalla luce. Spesso sostando, perdendo tempo, sviando, attardandomi, tornando, ma mai seguendo un’altra via”.

«Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato? Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore». Questi due versetti del salmo 115, che scelsi per l’immaginetta della mia ordinazione, continuano ad accompagnarmi in ogni Messa, soprattutto durante la preghiera eucaristica. Più passa il tempo e più mi accorgo che è davvero poco quello che potrò mai rendere a Dio per gli immensi benefici che mi ha donato. Ciò che posso fare, però, per quel particolare dono di Dio che è il sacerdozio, è offrire il pane e il vino, perché diventino il Suo Corpo e il Suo Sangue. E se c’è un momento commovente nella liturgia è proprio quello in cui il sacerdote è chiamato ad identificarsi pienamente con il Signore, a dire come proprie le parole di Gesù e perciò a rendere completamente suo, in una totale immeLe parole sono desimazione, il sacrificosì potenti che cio della Croce. Nella preghiera eucaristica basta un sussurro sperimentiamo sempre per invocare la nostra infermità, quelil nome del Signore la profonda debolezza umana, che proprio il sacrificio del Calvario redime. E così scopriamo che quando siamo deboli è allora siamo forti, perché Cristo stesso è la nostra forza. Mi rimarranno sempre impresse le parole di una signora al termine della celebrazione della Messa: «Grazie, padre, per come ci ha mostrato Gesù». Non avevo fatto nulla di speciale, se non, come dice il salmo, «alzare il calice della salvezza», con il rispetto e la venerazione dovuti a un così grande mistero. Con poche parole quella signora aveva colto un aspetto fondamentale della liturgia cristiana: contemplare il mistero di Cristo presente. E il compito del sacerdote è proprio quello di condurre alla contemplazione del Signore per potersi nutrire di lui e poter dire con l’Apostolo Paolo: «Per me vivere è Cristo». Nel messale tridentino la liturgia eucaristica si svolge quasi completamente in silenzio e il prete dice sottovoce le parole della consacrazione. La loro potenza, infatti, è tale che non necessitano di essere urlate, basta un sussurro per invocare il nome del Signore. Ora siamo abituati a sentire interamente la preghiera eucaristica, ma proprio l’ascolto deve ancor più fortemente riempire l’anima di silenzio. Don Massimo ci ricorda sempre che «non c’è possibilità di stare di fronte ad una Presenza, alla >>

Luca Speziale, 29 anni, viceparroco a Roma.

Massimiliano Boiardi, 38 anni, cerimoniere pontificio.

Nicola Ruisi, 52 anni, parroco a Bologna.

Roberto Amoruso, 48 anni, insegnante a Washington (Usa). Nel box, foto di Shelly Prevost.


NOTIZIE IN BREVE >>

Nuova casa al Rione Sanità Il 19 ottobre, con una messa presieduta da Mons. Massimo Camisasca, si è inaugurata a Napoli la nuova casa della Fraternità san Carlo.

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Visite illustri In ottobre sono stati ospiti della Casa di formazione il prof. Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale, e mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto.

Elezioni accademiche I seminaristi Emanuele Fadini e John Roderick sono stati eletti rappresentanti degli studenti nel senato accademico della Pontificia Università Lateranense.

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noscere quella parte di me che prima non ero, che sono diventato quando sono stato ordinato. Conosco, almeno in parte, ciò che sono, come mi hanno fatto mia mamma e mio papà; continuo a scoprire ciò che sono diventato nel battesimo; ed entro in questo terzo gradino a cui, per grazia, mi ha chiamato. Nell’unità con me Lui si fa presente nuovamente, ed è sempre tutto da scoprire.

PRIMA DELLA COMUNIONE LA PREGHIERA SEGRETA di Paolo Costa

>> persona di Cristo presente ora, se non si è educati al silenzio». La Messa, con i suoi gesti e le sue parole, non è altro che questa grande educazione alla contemplazione e al silenzio, nell’insaziabile desiderio di gustare la dolcezza del Signore e abitare la sua casa tutti i giorni della vita, testimoniando a ogni uomo gli immensi benefici che continuamente egli ci dona.

LA CONSACRAZIONE/2 IL CIELO SULL’ALTARE di Roberto Amoruso

Ogni giorno un altro invito. Giorno dopo giorno, una sorta di invito a nozze di cui non mi rendo sempre conto. Eppure è lì, più profondo di qualsiasi parola e con un abbraccio tenero e deciso. Il momento della Consacrazione, introdotto dal Sanctus e preceduto dal prefazio, continua a sorprendermi con un’intensità crescente. Dio mi invita a qualcosa di cui sono anch’io artefice. Mi fa dire quelle parole, mi fa sperimentare un’unità In quel momento con se stesso (il sacerdola mia vocazione te dice le parole della Consacrazione “in persogiunge alla sua na Christi” e cioè in unimassima intensità tà con lui): sono io e allo e la chiamata stesso tempo Gesù. È un abbraccia mistero, e quindi sono chiamato a scoprirne la la risposta profondità giorno per giorno. La Consacrazione è il momento sacerdotale per eccellenza, in cui Gesù si serve di me per alimentare il suo corpo mistico, i cristiani. In quel momento la mia vocazione giunge alla sua massima intensità e la chiamata abbraccia la risposta. Gesù è presente nuovamente in una forma sacramentale, sensibile. A me, come ad ogni cristiano, è chiesto di essere uno con Lui, di partecipare all’unità che Gesù è. Tutto si fa chiaro, e semplice. In questo momento il Cielo, il luogo dove Dio è presente, è sull’altare. Tra pochi minuti, questo Cielo sarà anche comunicabile. Ma intanto, in questi pochi secondi, il tempo e la parola si fanno relazione, unità, si fanno invito a nozze. Così, mentre dico le parole della consacrazione mi trovo a co-

Paolo Costa, 36 anni, parroco a Taipei (Taiwan).

Jonah Lynch, 32 anni, pro-rettore della casa di formazione.

Sono passati nove anni dalla mia ordinazione sacerdotale. Ricordo la prima messa, quando finalmente ho pronunciato le parole della consacrazione: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue». Sono parole di una grande potenza. Ma a volte persino il prete si distrae e non pensa a quello che sta dicendo. Così, è stato educativo per me mettere il crocifisso sull’altare: mentre recito le parole che ricordano il sacrificio di Gesù, che sto celebrando in quel momento, posso guardarlo. È anche utile per me, durante la consacrazione, seguire quello che la Chiesa insegna sui gesti del corpo. Inchinare leggermente il capo mentre si pronunciano quelle parole aiuta a comprendere di essere nulla di fronte al mistero che si rende presente nelle nostre mani. Alzare il corpo e il sangue di Cristo e poi subito mettersi in ginocchio in adorazione mi aiuta a rendermi conto di quello che celebro. Prima di comunicarsi, il sacerdote legge una preghiera segreta che, essendo sotto voce, dico in italiano e non in cinese come il resto della messa. La frase è un po’ lunga ma il punto che più mi piace dice cosi: «Fa che sia sempre fedele alla tua legge e non sia mai separato da te». È una preghiera rivolta a Gesù. Ci ricorda che noi non siamo padroni del Mistero, siamo servi inutili, che come tutti dobbiamo implorare la Grazia di Dio. Mi ricorda che sono un povero peccatore e che la perseveranza, la fedeltà nel ministero sacerdotale è un dono da chiedere ogni giorno e non una cosa acquisita una volta per tutte. Infine amo, dopo avere fatto la comunione, tornare al posto, chiudere gli occhi uno o due minuti in silenzio e pregare nel mio cuore con Gesù. Spesso gli rammento tutti i nomi delle persone che si affidano alle mie preghiere perchè so bene che io non posso fare molto per loro se non affidarle a Lui. È questo il senso della messa e del sacerdozio: tutto il mondo, lo spazio, il tempo, la natura, le persone portate nel loro vero rapporto con il Signore.

LA COMUNIONE LE MANI E LA BOCCA di Jonah Lynch

Antonio Anastasio, 50 anni, parroco a Fuenlabrada (Madrid, Spagna). In alto, una messa sull’Adamello, all’altare di Giovanni Paolo II. Pagina a fianco, celebrazione eucaristica in un bosco nei dintorni di Praga (Repubblica Ceca).

Verso la fine della messa un metalmeccanico si avvicina, le mani aperte. Nelle fessure della pelle ci sono strisce di nero, forse olio o sporco dalle macchine che non va più via. Rende ancora più splendente l’oro della fede. Poi arrivano le mani di una madre, forti e ossute, la pelle rovinata dall'acqua e dal sapone. Una è occupata con una bimba piccola che vuole sgattaiolare via. Sorrido e rapidamente benedico la bambina prima che sia fuori portata. Il marito, contadino, arriva poi: le dita sono spesse, il palmo largo quasi come la pala che maneggia. La pelle ruvida è secca dal contatto con la terra. Arriva un ragazzo con i cappelli da bullo. Forse è l'unico momento della sua settimana in cui non sa bene cosa fare. Con gesto rapido, un po' vergognandosi, stende le mani e le ritrae, voltandosi a destra. Poi una coppia si avvicina. Pri-


Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov’è questo Dio? Alessandro Manzoni

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ma lei, poi lui stendono le loro mani giovani, lisce, che a tratti durante la messa tenevano di nascosto l'una nell'altra. Dopo di loro una signora anziana si accosta, lenta, sostenuta dal figlio. Le dita magre, le nocche gonfie per l’artrite, non si stendono per ricevere il mio regalo. Apre invece la bocca, e chiude gli occhi mentre le dico «Corpo di Cristo». Uno dopo l'altro, arrivano uomini e donne affamati di vita, carichi di pesi, pieni di desideri. E il mio cuore si gonfia della gioia di poter fare un regalo così, dare il pane di vita al popolo di Dio. Più che qualunque altra parola o gesto, dare l'Eucaristia mi permette di dire con tutto me stesso: «ti voglio bene».

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LETTERA DALLA SIBERIA Il ragazzo della via Gluck di Francesco Bertolina

DOPO LA COMUNIONE L’ARRIVO DELL’OSPITE di Antonio Anastasio

Ci trovavamo in un paesino sul mare. Io concelebravo la santa messa mentre un caro amico, ordinato sacerdote da soli due giorni, la presiedeva per la prima volta. In chiesa, solo pochi amici. Dopo la comunione io, come faccio sempre, rimasi seduto in preghiera; lui, dopo avere purificato il calice, si sedette pochissimi secondi, poi si rialzò e andò all’altare. Probabilmente doveva aver cercato di chiamarmi già prima ed io non me ne ero accorto, forse credeva che dormissi… insomma, alla fine mi fece un fischio. Gli amici in chiesa erano stupefatti; ma a un prete novello si perdona più o meno tutto. Io tra il sorpreso e l’allibito mi alzai e lo raggiunsi. Ero prete già da una decina d’anni, ma non mi ero reso conto di quanto quel momento di silenzio fosse diventato essenziale per me. In quegli istanti prima di tutto ringrazio Gesù, ricordando il giorno della mia prima comunione, quando, come mi aveva insegnato il parroco, gli avevo detto che desideravo essere suo amico per sempre. Poi gli chiedo di aiutare tutte le persone che ho incontrato, prego per i malati, per i giovani e le famiglie, per tutti quelli che mi hanno chiesto preghiere. Ricordo le persone che mi sono state affidate e rinnovo l’offerta per i defunti. Chiedo a Gesù di «portare a compimento l’opera che ha iniziato in me». E non torno mai all’altare senza avere recitato prima l’atto di consacrazione a Maria, perché lei, che ha accompagnato Gesù fino in fondo nella sua missione, accompagni anche me. In parrocchia capita che, dopo la comunione, molte persone si alzino in piedi, in segno di rispetto, mentre il sacerdote passa davanti a loro con la pisside, per riporla nel tabernacolo. Spesso dico loro: «Guardate che se avete appena fatto la comunione Gesù è lì, dentro di voi, è lì che dovete adorarlo. Lì ci sono le ferite da curare, i peccati da perdonare, i desideri buoni da compiere. Non distraetevi! Se la liturgia è tutta una grande festa, il cuore della festa è l’arrivo dell’Ospite desiderato!».

Novosibirsk, 21 giugno 2012 Carissimo don Massimo, ti racconto un fatto che è capitato una sera di questa estate. Ero da poco arrivato da Sadovae e stavo parcheggiando la mia macchina davanti all’edificio che ospita la nostra chiesa a Palovinnoe. Da lontano vedo un uomo, intorno alla sessantina. Lo saluto e lui mi risponde con un cenno della mano. Fa qualche passo in avanti ma subito si ferma e mi fa segno di voler parlare con me. Mi avvicino. Era la seconda volta che lo vedevo, ma mi sembrava già un volto familiare. Mi ricordo. C’eravamo incontrati due settimane prima, mentre tagliavo l’erba nel giardino di casa mia. È a Polovinnoe da due anni. Si chiama Viaceslav e prima abitava a Novosibirsk, la “capitale” della Siberia. Ha deciso di vendere l’appartamento e di trasferirsi qui nel nostro villaggio perché dice «c’è l’aria pulita e la natura». Mi è venuto in mente il ragazzo della via Gluck… Viaceslav è ortodosso e quella sera mi raccontò di quando a sei anni sua nonna, tenendo all’oscuro i suoi genitori, lo portò a ricevere, nella chiesa ortodossa, il battesimo. Una decina di anni dopo decise di raccontare questo fatto ai suoi genitori, che invece lo avevano educato all’ateismo più rigido. Essi si arrabbiarono molto per il gesto che la nonna aveva compiuto nei confronti del nipote. Ma lui, guardandomi fisso negli occhi, mi disse: «Mia nonna ha fatto bene a battezzarmi. Le sono molto grato per quello che ha fatto». Mi parlò poi di un’icona pieghevole che aveva comprato alcuni anni prima a Novosibirsk. Ogni sera, prima di andare a letto, accende sempre una candela e si inginocchia davanti ad essa pregando.

Mi racconta anche del tentativo che lui e la moglie avevano fatto per confessarsi, dopo che per tanti anni erano rimasti lontani da questo sacramento. Il prete a cui si erano rivolti non li aveva lasciati quasi nemmeno parlare, cacciandoli in malo modo. Avevano, secondo lui, fatto troppi peccati. Credo però che, essendo una confessione di tutta una vita, non sia stato capace di spiegare loro che per questo sacramento è necessario un minimo di preparazione. Si vede che Viaceslav è addolorato di questo fatto. «Mia moglie ed io – mi narra quasi commuovendosi – siamo rimasti sempre fedeli l’uno all’altra. Mia moglie è molto più religiosa di me…». Poi mi dice con una freschezza cristallina: «A volte mi sembra proprio che la fede sia… vita». Cerca una mia conferma nello sguardo che gli arriva subito. «È verissimo – gli rispondo – quello che stai dicendo. È proprio così». Mi guarda, sorride e mi dice:«Padre, posso chiamarla così? Potrei confessarmi da lei?». Gli dico di avere fiducia e di rivolgersi al prete ortodosso che la domenica, alle nove di mattina, celebra la messa a Palovinnoe. Se ci fossero problemi o altre difficoltà lo invito caldamente a rivolgersi a me. Prima di allontanarsi mi chiede se può entrare in chiesa. Davanti alla porta c’è l’avviso con l’orario delle sante messe. «Se non accade nulla domenica mattina col prete ortodosso, ci vediamo nel pomeriggio per la confessione prima della santa messa delle 16…». Ci salutiamo affettuosamente. Mentre usciva, ho pensato: «Viaceslav, confessione o no, torna presto. Anch’io ho bisogno di vedere la tua fede». Ti abbraccio, don Massimo. Tuo, Francesco


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NOVEMBRE

INTERVISTA A MONS. GUIDO MARINI

Al centro il mistero di Cristo

«L

a celebrazione non è lo show del celebrante. Non è lui il protagonista. La liturgia non è a nostra disposizione, ma è della Chiesa. Noi siamo ministri, non padroni. Siamo umili servitori». Oltre a un umile servitore, monsignor Guido Marini è il secondo angelo custode del Papa, al suo fianco in tutte le messe che celebra. 47 anni, ligure, Marini dall’ottobre 2007 è il maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie. Insieme ad altri undici cerimonieri (uno dei quali è Massimiliano Boiardi, membro della San Carlo), cura tutte le celebrazioni che vedono presente Benedetto XVI, sia a San Pietro che nei viaggi in Italia e all’estero. Sorvegliando ogni aspetto, dal più grande al più piccolo, affinché lo svolgimento della messa sia pienamente rispondente all’insegnamento della Chiesa e del Santo Padre. Qualche mese fa è stato ospite della Casa di Formazione a Roma. Ne abbiamo approfittato per chiedergli una strada preferenziale per entrare nel cuore della liturgia. Egli parte da una citazione di Prospero d’Aquitania, presente anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica: Lex orandi, lex credendi. Cioè, traducendo liberamente, dimmi come preghi e ti dirò in cosa credi. «La liturgia è l’espressione orante della fede. Affonda le radici nel dogma della Chiesa. Per questo, toccare la liturgia a volte può voler dire toccare la fede. Troppo spesso non si è tenuto presente questo suo fondamentale aspetto, risolvendo tutto in prospettiva solo apparentemente pastorale o semplicemente dal punto di vista esteriore ed estetico.»

La liturgia non è uno spettacolo che deve stupire al modo delle cose mondane, ma nemmeno un reperto archeologico: è l’espressione vivente della fede della Chiesa che prega. Colloquio con il maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie a cura di Francesco Montini

Passato e futuro

Il cuore della messa è «il mistero di Cristo, che è l’opera della nostra salvezza. Questa ha la precedenza su tutto. E questa precedenza deve risplendere chiaramente nella celebrazione. La liturgia non è anzitutto una festa della comunità che si ritrova chiusa in se stessa, ma è un orientarsi della Chiesa verso il Signore, per rivivere il Mistero della nostra salvezza, lasciandosi da esso

Mons. Guido Marini. Nella foto grande: 7 ottobre 2012, un momento della messa di apertura del Sinodo dei Vescovi (Servizio fotografico de L’Osservatore Romano).

afferrare e trasformare per una vita sempre più conforme alla carità. Il vero e grande protagonista di tutto è Gesù Cristo, il Salvatore, nel suo atto di offerta al Padre per noi. Entrare consapevolmente in questo atto di offerta, perché diventi anche il nostro, è la vera partecipazione a cui tendere personalmente e comunitariamente. Da qui e solo da qui discende l’elemento autenticamente festivo della celebrazione». La liturgia diventa così l’espressione vivente della Chiesa che prega: «La liturgia è anzitutto preghiera. Nella singola comunità radunata è sempre presente la Chiesa universale e attraverso la celebrazione liturgica essa entra in comunione con la Chiesa di ogni tempo e presente in ogni luogo, con la Gerusalemme del Cielo. La liturgia è il canto di amore dello sposa che si rivolge con meraviglia e gratitudine allo Sposo divino. In questo senso, in ogni singola comunità si deve rendere presente in modo chiaro la preghiera di tutta la Chiesa». In merito all’insegnamento del Concilio Vaticano II sulla liturgia, mons. Marini dice che: «Esso deve essere visto come un rinnovamento storicamente importantissimo, ma secondo un processo di sviluppo armonico nella continuità con tutta la tradizione liturgica precedente. È l’ermeneutica della riforma nella continuità la sola accettabile nella considerazione dei testi conciliari. A volte, sbagliando, si è voluto quasi vedere una rottura nella vita della Chiesa, tra un prima e un dopo. La Chiesa invece è un soggetto vivente, che si sviluppa e si rinnova nella storia in continuità con il proprio passato. Ecco perché dobbiamo avere sempre un atteggiamento cordiale, rispettoso e sereno nei confronti di ciò che sta prima di noi». In questo senso va letto anche il motu proprio «Summorum Pontificum», che prevede la possibilità di celebrare la messa nel rito antico: «Il Santo Padre ha voluto tradurre nella prassi questo principio teologico fondamentale: ciò che per cinquecento anni ha fatto fiorire la santità nella Chiesa non può ad un tratto divenire sbagliato. Ancora oggi conserva la capacità di essere fonte di santificazione e di arricchimento per la nostra vita di fede».

Il canto che serve

Per quanto riguarda la musica liturgica, mons. Marini ricorda che la Chiesa sottolinea l’esemplarità delle due forme tradizionali, sovente riproposta dal magistero della Chiesa, anche il più recente: «Il canto gregoriano e la polifonia classica. Sono due forme che hanno dato vita, storicamente, all’autentico canto liturgico, ponendosi al servizio del Mistero celebrato, divenendo esegesi cantata e musicata della parola di Dio. In tal modo, tra l’altro, il gregoriano e la polifonia classica stabiliscono il criterio in base al quale definire, ancora oggi, quale canto e quale musica possono avere spazio legittimo nella celebrazione liturgica ». Alla fine mons. Marini sottolinea una caratteristica di Benedetto XVI, che egli ha potuto osservare e apprezzare in questi anni di servizio alla liturgia papale: «Il Santo Padre, mi riferisco in special modo alla liturgia, non è solito imporre, ma proporre. Questo è il suo stile tipico. Non si stanca di presentare la verità liturgica: con l’insegnamento e l’esempio delle celebrazioni da lui presiedute. Vede i frutti e ne attende con pazienza altri e più abbondanti. La sua è una pazienza che trabocca visione di fede, lungimiranza, grandezza di mente e di cuore».


2012-XI  

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