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MENSILE DELLA FRATERNITÀ SACERDOTALE DEI MISSIONARI DI SAN CARLO BORROMEO

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Anno XVI, n. 3 marzo 2012 - € 1,50

fraternitàemissione Poste Italiane S.p.A. - Sped. in Abb. Post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB Milano

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LA FRATERNITÀ SAN CARLO NEL MONDO: ALVERCA PORTOGALLO ASUNCIÓN PARAGUAY BOLOGNA ITALIA BOSTON USA BUDAPEST UNGHERIA CHIETI ITALIA CITTÀ DEL MESSICO MESSICO COLONIA GERMANIA CONCEPCIÓN CILE DENVER USA FROSINONE ITALIA FUENLABRADA SPAGNA GERUSALEMME ISRAELE GROSSETO ITALIA GROTTAMMARE ITALIA MILANO ITALIA NAIROBI KENYA NOVOSIBIRSK SIBERIA PESARO ITALIA PRAGA REPUBBLICA CECA ROMA ITALIA SAN PAOLO BRASILE SAN QUIRICO ITALIA SANTIAGO DEL CILE CILE ‘S-HERTOGENBOSCH OLANDA TAIPEI TAIWAN TRIESTE ITALIA VIENNA AUSTRIA VIGEVANO ITALIA WASHINGTON USA

La strada della natura di Massimo Camisasca

uando penso a qualcosa di primordiale, di assolutamente originale, mi vengono alla mente i colori (e innanzitutto la luce, cioè il bianco e l’oro). I colori sono le prime parole della natura, le parole che possono leggere anche gli analfabeti, anche coloro che non sanno vedere un quadro, ascoltare una musica, accostare un libro. Essi, dai boschi, dai cieli, dal mare, ricevono un insegnamento fondamentale per la loro vita. Quando non esisteva nulla, ogni uomo che fosse venuto al mondo avrebbe trovato due immensi libri, aperti davanti a lui: le foreste e gli oceani. Nella mia vita cerco continuamente di tornare a questo insegnamento primordiale, a questa voce che ha parlato prima di ogni voce. Oggi essa è perlopiù sepolta, sia perché non la si sa più ascoltare, sia perché giunge a noi contraffatta. La natura è rovinata: è distrutta dagli uomini, riempita dei suoi cementi, dei suoi scarti, usata. Per questo la sua voce giunge a noi debolmente. Ma è vero anche l’opposto: è difficile spegnere la bellezza della natura. Abito nella periferia di Roma. Fuori da casa mia comincia la campagna, con i suoi mille sentieri, i suoi prati, i suoi alberi, gli itinerari verso i laghi. La campagna laziale è sempre benevola di luci con differenti tonalità. In ogni stagione, anche se la sua stagione più profonda è l’autunno. Mentre il momento più rivelatore della giornata è il tramonto.

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La felicità dei fiori Ricordo una mostra del grande pittore bielorusso Marc Chagall. Aveva come titolo «I fiori sono la vita stessa nella sua smagliante felicità». Chagall dice qual-

cosa di cui sono sommamente convinto: la vita ha una sua espressione privilegiata nella natura. Quando cammino per le strade, quando mi trovo su un treno o su un’automobile, quando mi concedo un po’ di riposo e mi metto a passeggiare, rifletto sul fatto che nel mondo si addensano due tipi di realtà: quelle fatte da Dio, che chiamo originarie, e quelle fatte dall’uomo, che chiamo costruite. Le realtà originarie, frutto di un’evoluzione e di una trasformazione millenaria, sono chiamate nell’epoca moderna “la natura”. Nel medioevo erano “la creazione”. Dall’età moderna in poi si è guardato non tanto all’origine del mondo animale, vegetale e minerale, ma alla sua perenne e continua trasformazione. Naturus è ciò che sta per nascere, ciò che evolve continuamente. Le montagne sono solcate dai venti e dalle piogge, gli oceani erodono le terre, i terremoti aprono solchi dentro le profondità degli abissi… Questi cambiamenti, che a noi appaiono giganteschi, cosa rappresentano di fronte al continuo movimento dell’universo? Nello stesso tempo, la natura mi interroga, mi fa compagnia, mi indica una strada per la vita. Questa realtà, che ho chiamato originaria, per i medievali era nata dalle mani di Dio e parlava di lui. Essa ha una sua bellezza profonda: quella che ha visto Chagall, su cui non smetto mai di rivolgere i miei occhi. È il desiderio di tornare allo sguardo dell’infanzia, quello sguardo che scopre le cose nel momento in cui nascono, in cui cominciano a crescere, manifestando la loro luminosità. (estratto da Dentro le cose, verso il mistero, Bur 2012)

IN LIBRERIA

Massimo Camisasca Dentro le cose, verso il mistero La mia vita come un albero Rizzoli 2012

Nella foto: la via delle Bocchette, sulle cime del Brenta.

PASSIONE PER LA GLORIA DI CRISTO


Essere uomini è come una scalata di montagna, con ripide salite, ma è solo attraverso di esse che raggiungiamo le cime e possiamo sperimentare la bellezza dell’essere. Joseph Ratzinger

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Leggere il libro del mondo iber scriptus foris» (libro scritto di fuori) è una magnifica espressione di san Bonaventura che porto con me, come una specie di santino mentale, dalle mie ormai lontane letture di teologia in seminario. È un’espressione simmetrica a «liber scriptus intus»: le pagine dentro i testi ispirati fanno eco, e in molti passi evocano, quelle del cosmo; dalla scrittura minuta e cangiante delle acque e delle onde a quella immutabile e apparentemente lontanissima degli spazi siderali e delle stelle, che hanno sempre suscitato questioni e domande profonde negli uomini che le contemplavano, dagli astrologi della Mesopotamia e dei Maya fino ai poeti di ogni cultura. Uno dei primi segni di umanità e pensiero è una mappa astrale, forse pensata per seguire le migrazioni delle renne, graffiata da un uomo di Cro-Magnon quarantamila anni fa sul corno di una preda. “A che tante

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Natura come dono, segno, sussurro del vero: riflessioni dagli States

di Stefano Colombo

facelle?” deve aver pensato quel nostro progenitore, anticipando di quaranta millenni i versi leopardiani così evocativi per don Giussani e per noi. La natura è un codice miniato che teniamo fra le mani, che non cessa di sussurrarci il vero; quella verità che è appena fuori di noi e nel nostro profondo, al tempo stesso, riecheggia.

Ascoltare il vento In un parallelo assai significativo con l’arte, la letteratura e la musica, la natura è sempre stata parte integrante dell’educazione che ho ricevuto nella Chiesa, nel movimento di Cl e nella Fraternità san Carlo. Sono cristiano perché a undici anni, seduto nel cortile dietro casa di un mio amico, ricevetti una lista di cose da mettere in valigia per il mio primo campeggio a Santa Caterina Valfurva, nel 1976. L’anno dopo fu la volta di

fraternitàemissione M E N S I L E D E L L A F R AT E R N I T À S A C E R D O TA L E D E I M I S S I O N A R I D I S A N C A R L O B O R R O M E O Aut. del Trib. di Cassino n. 51827 del 2-6-1997 - Mensile della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo DIRETTORE: Gianluca Attanasio REDAZIONE: Fabrizio Cavaliere, Jonah Lynch, Francesco Montini, Marco Sampognaro HANNO COLLABORATO: Massimo Camisasca, Stefano Colombo, Paolo Desandré, Giuliano Imbasciati, Giovanni Micco PROGETTO GRAFICO: G&C IMPAGINAZIONE: Fabrizio Cavaliere FOTOLITO E STAMPA: Arti Grafiche Fiorin, San Giuliano Milanese (Mi) REDAZIONE E ABBONAMENTI: Via Boccea 761 - 00166 Roma Tel. + 39 0661571400 - fm@sancarlo.org ABBONAMENTI base € 15 - sostenitore € 50 - C/C 72854979 IBAN: IT04T0351203206000000098780 OFFERTE c/c postale 43262005 codice IBAN: IT72W0351203206000000018620 WWW.SANCARLO.ORG


La parola più importante... è la parola presenza. Noi non siamo abituati a guardare come presenza una foglia presente, un fiore presente, una persona presente. Luigi Giussani MARZO

Corvara e poi ancora, e per molti anni di fila, a Campitello. Le Torri del Vajolet, l’Antermoja, la Marmolada, e poi le entusiasmanti vie ferrate della Tridentina, delle Mesules, della Finanzieri sono ancora nei miei occhi e nelle mie gambe, anche se oggi, probabilmente, scoppierei già soltanto a raggiungerne gli attacchi… La Natura, specie quella indomita dell’alta montagna o del mare aperto, insegna severamente a seguire, in silenzio, nella rispettosa considerazione della realtà che si vede e di quella che si intuisce solo, per esperienza propria o dell’amico che guida. Fin dai tempi del campeggio mi è stato insegnato a camminare in fila e in ascolto: un silenzio visto come un peso dal ragazzino di 15 o 16 anni, ma che, da vuoto che appariva, si è presto riempito dell’ascolto del vento, dei sassi, del respiro. Più avanti si è riempito spesso del rosario detto a mente e sulle dita, della preghiera di ringraziamento per gli amici che camminavano insieme, su quel sentiero e su tutti i sentieri a cui il Signore, nel tempo, ci ha poi chiamati.

La montagna sottosopra Una delle esperienze più belle, all’inizio della mia missione (che dura tuttora) negli Stati Uniti, è stata la vacanza al Grand Canyon. Tutti noi della San Carlo in Nord America ci ritrovammo a Las Vegas per poi raggiungere il North Rim, il lato nord di questo incredibile monumento naturale. Le capanne di tronchi dove abbiamo passato una settimana erano costruite sull’orlo di uno straL’esperienza del piombo di oltre due chiloGrand Canyon: metri e l’altro lato del dall’altopiano canyon ne distava oltre trenta, anche se l’aria teral deserto sissima lo faceva apparire in poche ore a un tiro di sasso. La quasi totale assenza di luci artificiali rendeva visibili stelle che non avevo mai visto prima; aguzzando la vista poi si poteva persino veder passare i satelliti a occhio nudo. Ma forse la cosa più impressionante è stata l’escursione “dentro” il Grand Canyon, perché tutta l’esperienza di anni di montagna risultava letteralmente sottosopra; si partiva da un altopiano con prati e conifere (un paesaggio familiare, quasi alpino) per scendere verticalmente per migliaia di metri. Più si scendeva, più la temperatura saliva e il clima cambiava: dalla montagna al deserto in poche ore. A questo si aggiungeva tutto lo sforzo dell’ascesa, che non si faceva al mattino ma nel pomeriggio, dopo ore di cammino a scendere, dopo un

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Cosa riposa nella fatica? di Giovanni Micco

Natura… non facit saltus, era solito ripetere don Cesare, il cappellano della mia parrocchia di Tricesimo, quando qualcuno di noi ragazzi si cacciava in un pasticcio. Che lui amasse la natura, l’ulivo che aveva piantato in giardino, gli uccelli nella voliera e le camminate in montagna era evidente, ma cosa questo avesse a che vedere con i nostri problemi non ci era chiaro. Forse che nella vita è come in montagna, dove, quando si cammina, non bisogna saltare qua e là perché, come ci ripeteva spesso, è pericoloso? Il significato della sentenza rimaneva misterioso, ma sulla certezza e sulla sicurezza con cui veniva da lui pronunciata ci si poteva appoggiare. Queste parole sono restate lì in un cassetto della mia mente come un oggetto dimenticato, apparentemente inutile, ma che per una strana intuizione o affezione non ho mai avuto il coraggio di buttare. Vent’anni dopo, durante alcuni giorni in bicicletta che la scorsa primavera ho trascorso da solo lungo la costa portoghese, mi sono accorto però che una pedalata segue l’altra, un passo il precedente, un respiro un

Sotto, veduta di Cape Cod. Nella pagina a fianco: «Il tempo inciso - C», di Elio Ciol (1988, Yosemite National Park).

altro respiro, e, arrivato a sera, ero sì stanco, ma riposato. Mi sono chiesto: cos’è che nella fatica riposa? La risposta questa volta l’ho ripescata nel cassetto. I pensieri si muovono solitamente veloci, irrequieti e spesso in modo disordinato, contemporaneamente si dedicano a diversi dettagli secondari, saltano di qua e di là senza posa, quasi avessero come unica priorità la confusione. Non così invece la natura, il mare, le piante, gli animali. In loro è un susseguirsi ordinato, chiaro e semplice di movimenti, colori, odori e suoni. Come se attraverso le finestre dei sensi entrasse in noi nuova luce, illuminasse il turbinio di polvere, pensieri che abita la nostra testa e al contempo lo spazzasse via, riportando alla mente le cose care. Bastano pochi minuti sulla bicicletta, o pochi passi su un sentiero, e la necessità di pensare tutti i pensieri che si affacciano alla mente lascia il posto al pensiero che qualcuno aveva riposto in quel cassetto, facendo allora un gran salto per aspettarmi e sorprendermi quel giorno sulla costa portoghese. Natura non facit saltus..., ma la Grazia sì!

lauto pasto. Senza dubbio una delle escursioni più dure che abbia mai fatto; ma proprio per questo indimenticabile e, in retrospettiva, una buona introduzione al cambio di vita che per me quella vacanza aveva segnato.

Le spiagge di Hopper Con l’avanzare degli anni e l’inevitabile scemare dell’hybris competitivo giovanile, ho acquistato un senso più acuto del dono e del segno che la natura è per me. Oggi accetto umilmente l’aiuto di una funivia o non mi spingo al largo nuotando nell’Atlantico, ma lo spettacolo di un ghiacciaio o dell’oceano in tempesta, o gli sbuffi delle balene nel golfo del Massachusetts sono pagine di un libro che ho la grazia di leggere con più attenzione di quando ero preda dell’ansia da competizione. Il tempo, altro elemento preponderante della natura, non passa invano e invita a farsi toccare più profondamente dall’evidenza del Mistero presente. In un freddissimo ma emozionante Thanksgiving lo scorso anno, José, Luca ed io (membri della casa di Boston ndr) abbiamo speso la nostra giornata insieme a Cape Cod, la lunga penisola ricurva a sud del Massachusetts, che vanta spiagge belle e vaste, fari e dune sabbiose, con quelle case colorate che si vedono nei dipinti di Hopper. “Naturale” è per noi il tempo speso insieme, senza troppe parole, seguendo in questo caso non una guida in persona, ma la Compagnia che ci ha messo insieme in questa casa, in questa avventura di Cristo a Boston. Quel tempo speso insieme, riconosciuto insieme, ci mette di fronte alla natura e alla bellezza, fuori e dentro il nostro cuore. La sfida più grande per la nostra natura umana, ovvero per la nostra libertà, alla fine è seguire. In questo la bellezza della natura aiuta, consola, e ci rende grati, appena facciamo un po’ di attenzione.


CONSIGLI DI LETTURA >>

Marko I. Rupnik L’arte della vita Il quotidiano nella bellezza Lipa 2011 pp. 180 - euro 14

"Quando il pensare, l’abitare lo spazio, il vestirsi, il mangiare, l’educazione, l’immaginazione, il lavoro, addirittura il fallimento diventano rivelazione della vita nuova, dell’umanità redenta, l’uomo torna non ad essere contento, ma felice, e la fede diventa la forza della Bellezza, la spiritualità della Sapienza, lo splendore della Luce senza tramonto". Il nuovo libro del grande artista che ha realizzato il mosaico della Casa di formazione.

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MARZO

alla natura viene una melodia che ci fa conoscere ed amare di più il suo artefice, come dice meravigliosamente C.S. Lewis nelle Cronache di Narnia quando descrive il canto del leone che dà vita alle cose. Di seguito vorrei raccontare alcune esperienze, vissute personalmente o assieme ai ragazzi della parrocchia della Magliana, che sono chiamato a seguire, che mi hanno portato a scoprire questa melodia.

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Quello che la natura ha da dirci In un panorama, in una camminata, in un albero si celano grandi lezioni di vita. Qualche esempio

di Paolo Desandré

Dall’alto di un campanile Uno degli incontri più riusciti della Compagnia di san Paolo (la proposta che facciamo ai ragazzi delle medie) è stata la salita sul campanile della nostra chiesa. Da lassù si vede un bel panorama. I ragazzi erano entusiasti di salire su per le scale a chiocciola; arrivati in cima sono tutti rimasti a bocca aperta. Da lassù, a poco a poco, ognuno riconosceva la sua via, la sua casa, la scuola che frequentava, il supermercato dove andava a fare la spesa, ecc. Sul campanile, inoltre, avevo portato una scatola piena di cioccolatini che ho coperto con uno straccio qualunque e posto in un angolo. Nessuno si è chiesto cosa ci fosse sotto il panno. Prima di scendere ho detto loro: «In ogni cosa che vediamo c’è nascosto qualcosa, come un tesoro che aspetta solo di essere scoperto, ma tante volte siamo così distratti che ci passiamo davanti senza neanche accorgercene». Questa frase li ha lasciati un po’ straniti. Una ragazzina allora ha guardato nella direzione dove stavo guardando io e ha chiesto: «Cosa c’è sotto quello straccio?». Le ho detto: «L’unico modo per saperlo è che tu alzi lo straccio e guardi». Che sorpresa nel vedere il contenuto della scatola! Tornati nella sala dell’incontro ho chiesto loro che cosa li avesse colpiti maggiormente. Un ragazzino mi ha risposto che era bellissimo vedere le cose da lassù. Gli ho chiesto: «Le cose che hai visto le conoscevi già?» «Sì», mi ha risposto, «ma non le avevo mai viste così dall’alto». Ho detto loro: «Oggi abbiamo scoperto tre cose importanti. 1) Ci si può stupire delle cose che si hanno tutti i giorni sotto gli occhi. Basta guardarle da un punto di vista diverso; 2) ogni realtà nasconde un tesoro che aspetta di essere trovato da te; 3) per stupirsi delle cose solite e per trovare il tesoro nascosto occorre fare una fatica insieme, un cammino insieme (le scale per raggiungere la cima). Per questo esiste la nostra compagnia».

Libertà è camminare in fila

Il leone andava avanti e indietro per la terra deserta, cantando la nuova canzone. Era un “ canto più dolce e melodioso di quello con cui aveva richiamato le stelle e il sole; era una musica

gentile e carezzevole. E mentre il leone camminava e cantava, l’erba tingeva la valle di verde. […] Polly trovava che la canzone del leone fosse sempre più interessante, perché le pareva che ci fosse un legame fra la musica e le cose che accadevano. Fu del tutto convinta di questo quando, a un centinaio di metri, una fila di abeti comparve su un crinale, accompagnata da note acute e prolungate. Quando il leone eseguì una rapida serie di note più lievi, Polly non si stupì affatto nel vedere le primule spuntare dappertutto. Così per un’inspiegabile sensazione, Polly fu certa che tutto ciò che nasceva nel giovane mondo uscisse “dalla testa del leone perché quando ascoltavi la sua canzone, sentivi quello che creava: poi ti guardavi intorno e ammiravi con i tuoi occhi.” C.S. Lewis, «Le Cronache di Narnia»

Durante una vacanza estiva abbiamo fatto una gita sui monti della Maiella. A differenza di altre passeggiate, per salire non c’era un sentiero preciso: il percorso, eccetto l’ultimo tratto, era nei prati. Abbiamo più volte richiamato l’importanza di seguire e di camminare insieme, ma il non essere costretti da un sentiero ha fatto sì che molti camminassero come gli pareva. Si iniziava in fila indiana, poi ciascuno provava ad aprire altre strade. La sera, durante un momento nel quale ci raccontavamo i fatti del giorno, è emerso questo giudizio: stando in ordine e al passo si faceva meno fatica ed era più bello, mentre quando ognuno seguiva la sua strada (l’abbiamo chiamato “l’effetto mandria”), era più brutto e si faticava anche di più. Questo ha aperto la porta alla grande parola libertà. A un certo punto ho chiesto ad una ragazzina di terza media che cosa intendesse con la parola libertà. Ha risposto che si è liberi quando nessuno ti dice cosa devi fare. Allora l’ho provocata: «Se questa è la libertà, allora tu qui sei una schiava, perché continuamente, anche oggi in gita, sei stata richiamata a seguire qualcuno. Lo stesso quando cantiamo… In tutta questa vacanza c’è una proposta da seguire. Ma tu ti senti costretta o ti senti libera?». La ragazzina è rimasta un po’ interdetta per l’evidenza delle cose che dicevo e che aveva sperimentato


Alexander Schmemann Quaresima: in cammino verso la Pasqua Edizioni Qiqajon 2010 pp. 176 - euro 12,50

«La Quaresima è il tempo che nasce dal nostro personale guardare a Cristo. Il tempo che si sviluppa come guardare a Cristo. Una delle cose che mi hanno colpito, preparandomi alla Quaresima, soprattutto attraverso il libro del teologo ortodosso Alexander Schmemann, è che la Quaresima non è solo la preparazione alla Pasqua, ma essa è già la Pasqua. È già il dono della Pasqua, che mette le sue radici dentro di noi». (Massimo Camisasca, ritiro di Quaresima 2010, Casa di formazione).

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CONTRIBUTI DI:

Stefano Colombo, 48 anni, di Legnano. A Boston insegna in una high school.

Famiglia di cigni in Lapponia (foto Pasi Hiltunen). Pagina a fianco: Henry Cowell Redwoods State Park, California (foto Mathieu Thouvenin).

anche lei. In quel momento ho capito che tutti usiamo le parole non partendo dall’esperienza, ma da ciò che sentiamo dal mondo. Appena però uno ci fa riflettere a partire da un’esperienza vissuta, le stesse parole acquistano uno spessore inimmaginabile. Alla fine del gruppetto, un ragazzo ha detto: «Ma allora la libertà vuol dire seguire qualcuno che vuole il bene della tua vita».

Meglio i larici o gli abeti? La casa dove sono cresciuto si trova di fronte ad una montagna dominata da una foresta di larici e di abeti. Da piccolo, se mi si chiedeva quale delle due specie preferissi, rispondevo senza esitare: «Gli abeti, perché non perdono gli aghi e sono sempre verdi anche d’inverno». Una notte si levò un vento fortissimo che faceva tremare tutto e che mi aveva fatto anche impaurire. La mattina successiva, con grande sorpresa, nella montagna di fronte vidi molte piante squassate e riverse per terra con le radici in aria. Mio papà mi fece notare una cosa: «Hai visto? Gli abeti sono caduti, i larici sono ancora in piedi!». «Perché?», chiesi io. «Perché le radici degli abeti sono superficiali, le radici dei larici vanno molto in profondità». Da allora il larice è la mia pianta preferita. Quando

mi capita di vederne uno, mi viene da pensare che anche la nostra vita, per star su, deve attaccarsi in profondità a qualcosa di veramente solido.

La valle in una goccia Durante una vacanza con tutta la Fraternità siamo andati su un ghiacciaio. Per arrivarci abbiamo compiuto un tratto a piedi costeggiando un torrente che, con la sua acqua, dava vita ad un paesaggio fatto di prati verdissimi, alberi e fiori: un posto incantevole! Arrivati al ghiacciaio, io e alcuni altri ci siamo inoltrati su di esso. Ad un certo punto la mia attenzione è stata catalizzata da un’immagine: da uno spuntone di ghiaccio cadeva una sequenza continua di gocce, una dopo l’altra, che a terra si riunivano a formare un rivolo che poi, più sotto, si congiungeva ad altri dando vita ad un ruscelletto. L’immagine di questo “goccia a goccia” instancabile all’origine del torrente che dà vita a tutta la valle mi si è stampata nel cervello. Siccome era un giorno dedicato alla Madonna, mi è venuto da pensare a tutti i suoi “sì” detti in ogni istante della sua esistenza, ma anche ai nostri “sì”, così piccoli e apparentemente insignificanti come una goccia ma che, nella fedeltà, fanno fiorire tutta una vita. >>

Paolo Desandré, quarantenne valdostano doc, romano d’adozione.

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Giuliano Imbasciati, milanese, 41 anni e una passione per l’Africa.

La compagnia delle vette di Matteo Invernizzi Non sono mai andato in montagna da solo. Quando penso alle prime passeggiate impegnative, alle prime vie ferrate, penso sempre alla presenza certa di mio padre e degli amici che condividevano con noi questi momenti. Non ho mai avuto timore: piuttosto era l’esperienza di una bellezza sovrastante, ma anche familiare, poiché in qualche modo intuivo che mio papà ne possedeva la chiave. Durante gli anni dell’adolescenza, il dono ricevuto è diventato veramente “mio”. La montagna è diventata un ambito dove mettere alla prova le mie capacità e capire chi ero. Sono stati gli anni della scoperta dell’arrampicata, dello sci; anni di avventure spericolate, vissute insieme ad alcuni amici. Esplorando la natura conoscevo i confini della mia persona, della mia umanità e allo stesso tempo dei rapporti con le persone.

Dopo il liceo dovetti scegliere tra studiare per diventare guida alpina, o iscrivermi all’Isef. Decisi per l’Isef, perché la compagnia cristiana del movimento, in università, era più importante del fatto esclusivo di arrampicare. Desideravo certamente continuare il mio rapporto con la montagna ma dentro un’esperienza di comunità. In questo ambito è maturata in me, insieme alla vocazione, la percezione della montagna come luogo edu-

cativo, un luogo dove potevo introdurre altri all’incontro col Mistero. Un Mistero imponente, irriducibile, ma anche pieno di bellezza e aperto su orizzonti sempre più grandi. Come le vette. Non sono mai andato in montagna da solo. L’unica volta che ci provai – volevo assolutamente andare sul Resegone vicino a Lecco, ma nessuno era disposto ad accompagnarmi – al parcheggio trovai due ragazzi: in cinque minuti facemmo conoscenza e camminai tutto il giorno con loro. La montagna per me non è mai stata un fine ultimo, ma un dono, un ambito di facilitazione per un rapporto umano che mi portasse oltre. Quello che sommamente desidero è entrare nella Verità attraverso le persone che Dio mi mette vicino. La montagna, in questa condivisione di sforzo per raggiungere una meta, è un paradigma della vita.

Matteo Invernizzi, 36 anni, milanese, guida i seminaristi (non solo in montagna).

Giovanni Micco, 41 anni, missionario di lungo corso nella Mitteleuropa, oggi a Vienna.


BUONA VISIONE >>

The Tree of Life di Terrence Malick con Brad Pitt, Jessica Chastain, Sean Penn USA 2011, 138’

Terrence Malick ribalta la domanda di sempre: «Chi è Dio per noi?» e la trasforma in una nuova domanda: «Chi siamo noi per Dio? Chi sono io per Lui? chi sono io per Te?». Da sempre il regista è interrogato dalla natura, che in quest’opera è considerata in modo nuovo: non solo l’infinitamente grande delle stelle, ma anche l’infinitamente piccolo. Egli guarda la natura non solo attraverso il telescopio, ma anche attraverso il microscopio.

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>> Cantare per le stelle

Umberto Fantoni voleva fare il chirurgo, ma poi, all’esame di Anatomia… Storia di un pioniere della San Carlo, oggi a Chieti

Durante un soggiorno di studio con i ragazzi di terza media a Montefiascone, una sera ho proposto a chi voleva di andare ad ammirare le stelle. La mattina, alla messa, avevo più volte richiamato (con scarsissimi risultati) sull’importanza di cantare insieme, di tirare fuori la voce. Quella sera, di fronte alla bellezza del cielo stellato, i ragazzi stessi mi hanno detto: «Facciamo un canto?». E ne hanno proposti due: La notte che ho visto le stelle e Luntane cchiù luntane. Cantando, eravamo una voce sola, e ciascuno era attento a non coprire l’altro. Nessuno ci dirigeva, ma mai siamo stati così uniti. Ho capito che si va insieme non a forza di scrupoli, ma se accade questa Bellezza, di fronte alla quale si è stupiti e grati. Proprio nel momento in cui abbiamo cantato luce la luce più bella che ci fa ancora cantar, è passata sopra di noi, giusto nel punto dove guardavamo, una enorme stella cadente. Alla fine della vacanza, una ragazza ha detto, esprimendo una cosa che avevamo tutti nel cuore, che era come se il Signore ci avesse voluto ringraziare dei canti regalandoci quella stella.

MARZO

Il silenzio e la savana di Giuliano Imbasciati

II vulcano Longonot e le famose Ngong Hills, descritte da Karen Blixen nel libro La mia Africa; il monte dei bufali, chiamato Kilimambogo, e il lago di Naivasha, famoso per gli uccelli e gli ippopotami; o le pendici del monte Kenya, alto più di 5mila metri. Per educare i bambini e i giovani a contemplare la natura e a coglierla come dono, ogni anno organizziamo delle gite nei parchi naturali, alcuni dei quali sono annoverati tra le meraviglie del mondo dall’Unesco. Da quando sono arrivato in Kenya, nel 2004, abbiamo visitato ormai tutte le colline e le montagne vicine a Nairobi. Ai ragazzi proponiamo un certo modo di camminare: stare in silenzio, procedere in fila indiana, tendere l’orecchio, spegnere telefonini e radioline. Eseguiamo dei canti che ci richiamano al fatto che tutto è dono, come I cieli o The things that I see. Quello che chiediamo loro è l’opposto di ciò a cui sono abituati: si ha il terrore del silenzio, e si cerca di riempire il vuoto interiore con parole e musiche. La musica o la radio sono ovunque: nei negozi, sui pulmini pubblici (i famigerati Matatu), e persino sulle motociclette. I giovani hanno spesso nelle orecchie le cuffie e si isolano dal mondo circostante. Noi portiamo un modo diverso di stare insieme, che è quello che ci ha insegnato don Giussani: la natura è presenza, anche una semplice foglia. La bellezza dei parchi contrasta fortemente con l’ambiente cittadino, dove la natura è spesso deturpata dall’uomo. Questo vale anche per la zona più povera della nostra parrocchia, il quartiere di Kahawa Wendani, sporco e quasi invivibile a causa della spazzatura lasciata per le strade e degli scarichi che scorrono ovunque. Per educare i ragazzi a rispettare la natura, li invitiamo a tener pulito l’ambiente in cui si trovano, ad esempio non buttare le cartacce dopo i pic-nic. Un invito che qui non è per niente ovvio (gli adulti sono spesso i primi a buttare la spazzatura fuori di casa, o fuori dal finestrino) e che dobbiamo spesso ripetere: ma alla bellezza non si può rinunciare e la bellezza è la strada maestra alla verità.

MISSIONE IN ABRUZZO

La vera med di Marco Sampognaro

ilano 1970, Università statale, Facoltà di Medicina. Un ragazzo di vent’anni affronta lo scoglio dell’esame di Anatomia (sei volumi, diciotto mesi di studio) con il professor Bairati, luminare della materia. Risponde bene, prende ventisette. Prima di andarsene, si rivolge al professore: «Posso farle una domanda io, adesso?». «Mi dica.» «A cosa serve, secondo lei, fare il medico?» Il docente lo guarda stupito: «Nessuno studente mi aveva mai fatto questa domanda». Ci pensa un po’, e poi risponde: «A combattere la morte». «Allora siamo dei falliti», ribatte lo studente. Il luminare ci pensa ancora un po’, e poi dice: «Forse ha ragione». «Ora posso dire che la risposta più vera alla mia domanda era: accompagnare nella malattia, fare compagnia a chi soffre. Ma quel professore non poteva darmela. In quel momento capii con evidenza che ciò che cercavo, che desideravo veramente, era un’altra strada. E ho iniziato a pensare seriamente alla verginità, alla dedizione totale a Cristo, come ideale della vita». A parlare è don Umberto Fantoni, classe 1949; nato a Rovereto, cresciuto a Milano, ora sacerdote a Chieti. Fantoni è un altro dei “pionieri” della San Carlo, del gruppo dei primi. Lo incontriamo in montagna, sulla Maielletta, mentre è in vacanza con un gruppo di famiglie.

M

Il tutto è possibile Don Umberto è un personaggio singolare. Con la dolcevita giusta sembra un filosofo esistenzialista francese, con la tuta blu sarebbe un magnifico operaio milanese, di quelli che conoscono i segreti dei condotti sotterranei, con il cappotto scuro è un lupo di mare sceso al bar per farsi un buon whisky. Forse è un po’ di tutto questo, ma soprattutto è un prete, un insegnante di religione, un pastore. Gli sono affidate molte persone: in Abruzzo


Io penso che una foglia d’erba non sia affatto da meno della quotidiana fatica delle stelle. Walt Whitman

MARZO

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«Perché c’era un seminario missionario, il Paradiso, che in quegli anni si era indirizzato alle vocazioni adulte e alle missioni in Italia. Questo ci avrebbe permesso di servire la Chiesa dovunque ci avessero chiamato». Cosa ricordi più nitidamente degli anni di seminario? «La grande amicizia con Massimo. La nostra non era un’amicizia ordinaria, era organizzata secondo i desideri più grandi che nutrivamo. Studiavamo insieme, riprendevamo con gusto le lezioni, giudicavamo tutto quello che ascoltavamo: la filosofia antica, i grandi santi del medioevo, e poi Von Balthasar, Ratzinger, De Lubac… era una “scuola nella scuola”, che ci formava nel cuore e nella mente». Si ferma, poi prosegue: «Ho condiviso questo con Massimo allora e lo condivido tuttora; la nostra amicizia si è raffinata ed è diventata quel dono prezioso che Dio dà agli uomini perché non si dimentichino della sostanza vera della comunione: la gratuità. L’amicizia è gratuità. Anche oggi, una delle cose che dà gusto alla mia vita è prender su e andare da Massimo, anche solo per una cena, per far quattro chiacchiere, per vederci. È la stessa gratuità».

«Continuiamo a incontrarci»

O

dicina è l’amicizia segue i suoi studenti ma anche professori universitari, medici, professionisti. In mezzo al volto scavato dalle rughe guizzano due occhi sereni e attenti. Che vedono tutto, ma che sanno anche affidare a Dio. «La mia famiglia si è trasferita a Rho, vicino a Milano, quando avevo dodici anni. Al liceo, insieme ai miei fratelli ho incontrato il movimento di Comunione e liberazione. E questo incontro ha rappresentato per me innanzitutto l’idea che era possibile la totalità, era possibile trovarla e viverla.» Cosa intendi per totalità? «Il cristianesimo era d’un tratto ciò per cui valeva la pena spendere la vita, l’ideale totale dell’esistenza. Non c’era un’altra cosa che valesse tanto. Questo dava pienezza e gioia alle giornate, ma anche intelligenza del passato: incontrando il movimento ho iniziato a capire l’esperienza di mio padre e di mia madre, quello che mi avevano dato… fattori che non avevo mai compreso. Questa è la totalità: il senso del presente, ma anche della storia. Essa si è rivelata nella mia vita attraverso la paternità di don Giussani, e l’amicizia con alcune persone: le famiglie di Rho, Marco Martini, Luigi Negri, Angelo Scola e poi Massimo Camisasca». Quando sei entrato in seminario? «Nel 1973, mentre studiavo Medicina, a cui mi ero iscritto dopo il liceo (la laurea l’ho presa che ero già seminarista). Avevo scelto di fare il medico perché volevo aiutare gli altri, stare vicino alla gente. Ma mentre studiavo, mi accorsi che servire il prossimo era in realtà servire Cristo, la sua presenza nella storia. Così iniziai la “verifica” della vocazione. La verifica mi accompagnò fino a 22-23 anni, quando, insieme a Massimo Camisasca e Sandro Bonicalzi, decidemmo di entrare in seminario. Ed entrammo a Bergamo, perché a Venegono, con grande dispiacere di don Giussani, non ci vollero». Perché a Bergamo?

Umberto Fantoni. Nella foto grande, al centro, tra i suoi ragazzi, in vacanza sulla Maielletta.

«La Fraternità non è stata un progetto, ma un dono di Dio»

Arriviamo così alla nascita della Fraternità. «Dopo l’ordinazione, nel 1978, avevo già deciso di andare a Roma con don Massimo. Ma una settimana prima di partire monsignor Tonini, arcivescovo di Ravenna, chiese al movimento un sacerdote per la sua diocesi, per seguire la scuola e i giovani. Don Giussani mandò me. Le nostre strade si divisero. A quel punto io e Massimo iniziammo a dire: non potremmo continuare a incontrarci come facevamo in seminario? Così iniziammo a trovarci a Roma, in modo informale, una volta al mese, o ogni due mesi, appena potevamo. Ci trovavamo alle Cappellette, accanto a Santa Maria Maggiore: venivano Bonicalzi, Maffucci, Spinelli, Rubes… Mangiavamo insieme, parlavamo delle nostre responsabilità nei vari luoghi dove eravamo, giudicavamo la situazione della Chiesa. La Fraternità nacque allora, in quel nostro trovarci, che prese forma giuridica nel 1985, ma esisteva già da prima, come amicizia vissuta. Amicizia riconosciuta da don Giussani, e poi edificata dal lavoro di don Massimo». In quell’ambito prendeva corpo nella vita di quei preti anche una suggestione, una passione: «Il desiderio di una reale riforma della vita della Chiesa. La riforma non passa per grandi proclami, ma da una vita cambiata, dal riflesso di una vita cambiata; si sviluppa come carità continua verso le persone che incontriamo, ma vale solo se cambia innanzitutto la nostra esistenza. Noi non abbiamo fatto la Fraternità per cambiare la Chiesa, ma per stare insieme. Non è stato un progetto, è stato un dono di Dio, che come tutti i doni di Dio si realizza come amicizia». «Essere un prete della Fraternità - conclude don Umberto - vuol dire avere la consapevolezza commossa di essere stato visitato da Dio, voluto da Dio, in un abbraccio senza fine. È veramente una gioia l’aver trovato degli amici che nel sacramento dell’ordinazione diventano più veri, più compagnia, una compagnia che poi si dilata nel tempo e nello spazio, che fa incontrare altri sulla stessa lunghezza d’onda, come oggi in Abruzzo. Questo è testimoniato dal fatto che non si può vivere una giornata senza ricordarli nella santa messa. Senza una fraternità oggi non è possibile vivere con fervore autentico, con dedizione appassionata, la vita del sacerdote. Perché la vita del sacerdote implica una comunione vissuta: è quello che il Papa ci ha ricordato quando siamo stati da lui in udienza». L’ex studente di Medicina ha trovato il farmaco più potente, quello che può sfidare anche la morte.


Dio aspetta là dove affondiamo le radici. R.M. Rilke

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MARZO

Notizie Flash a cura di Marco Sampognaro

ROMA Da Mosca alla Magliana Sabato 4 febbraio mons. Paolo Pezzi, arcivescovo della Madre di Dio a Mosca, di passaggio a Roma, è stato ospite della Parrocchia della Magliana, dove ha celebrato la santa messa.

IL BALLO DI SANVITO

Dietro lo sport, il destino di Francesco Montini

«Francesco torna». La scritta apparve quando Daniele O come quella dell’amicizia tra l’americano Jesse Adani, difensore dell’Inter, segnò il gol del 2-2 nella seOwens e il tedesco Luz Long, rispettivamente oro e armifinale di ritorno di Coppa Italia, nel 2004. Segnò al nogento nel salto in lungo alle Olimpiadi di Berlino del vantacinquesimo, in pieno recupero, e portò la partita ai 1936. Separati dal regime, dalla razza e dalla competisupplementari. Segnò, si tolse la divisa nerazzurra e zione, i due si legarono al punto che Owens, nella sua aumostrò la maglietta con scritto «Francesco torna». tobiografia, scrisse: «Si potrebbero fondere tutte le meFrancesco era un ragazzo di 15 anni, della provincia di daglie d’oro e d’argento della mia carriera, ma niente Brescia, scappato di casa qualche giorno prima. Il padre, vale come l’amicizia che allora mi unì a Long». disperato, aveva lasciato negli spogliatoi dell’Inter diverse magliette con la supplica al figlio di Un incontro decisivo tornare. Ma solo Daniele Adani aveva accetNon è usuale che un giornalista prestigioso tato di indossarla, forse perché aveva giocato spenda il suo tempo a far vedere video ai ranel Brescia. Segnò, e fu l’ultimo gol della sua gazzi. Perché questa avventura? «Desideravo carriera. che il mio lavoro potesse servire a uno scopo In quel momento, i dati dell’Auditel regipiù profondo rispetto all’orizzonte professiostrarono un picco di ascolti. E tra gli spettatori nale in cui ero coinvolto», risponde Sanvito. della partita c’era anche Francesco, che era «Così ho incontrato Emilia Vergani, un’assiinterista e assisteva al match nel bar della stente sociale del mio paese che si occupava stazione ferroviaria di Genova.Vide la scritta, di ragazzi feriti dalla vita e finiti ai margini. E e decise di tornare. Per la cronaca: l’Inter fu Nando Sanvito. Nella foto ho iniziato a raccontare loro storie di atleti sconfitta ai rigori. Ma il gol di Adani aveva già grande, Lance Armstrong. che avevano avuto successo nello sport procompiuto la sua missione. prio grazie al loro limite, un limite non da cenQuella di Daniele e di Francesco è una delle “videosurare, ma da affrontare come risorsa. È nata la prima sestorie” che Nando Sanvito, brianzolo, giornalista sporrie di video storie: La forza dell’Imprevisto». tivo, inviato di punta di Mediaset, porta in giro per l’ItaDa allora, grazie al passaparola, Nando ha superato i lia. Proiettate in scuole, parrocchie, polisportive, 300 incontri, lungo diversi temi: Storie di Sport storie di inchiodano i ragazzi al video e li fanno riflettere. vita, Vinca l’io, Insieme al traguardo. «Quest’ultimo è nato dall’osservazione che troppi ragazzi sembrano spaventati dalla vita. Ho raccolto storie dove emerge che nella Tragedia al Tour vita il destino non ci dà solo le regole del gioco, ma soStorie come quella di Lance Armstrong, che nel 1995 era un capitano del team Morotola al Tour de France. prattutto dà la compagnia per arrivare fino al traguardo». Non era in forma, e avevano già deciso di rispedirlo a «Le dinamiche di un evento sportivo - conclude - sono casa. Ma nella discesa di Portet d’Aspet muore il suo le stesse della vita quotidiana. In esse si impara che è amico e compagno di squadra Fabio Casartelli, caml’imprevisto ad illuminare il previsto, la routine, luogo del pione olimpico nel 1992. Armstrong vince in solitaria la rapporto tra noi e il destino. In questo dialogo d’amore tappa di Limoges e all’arrivo indica il cielo per dedicare o di indifferenza, di figliolanza o di ribellione, di mendila vittoria all’amico scomparso. È l’inizio di una straordicanza o di autoaffermazione si gioca tutto il fascino e il naria carriera, che nemmeno il cancro è riuscito a ferdramma dell’esistenza, compreso l’assalto a un record mare. o una partita di calcio».

WASHINGTON Carrón all’Università Il 28 gennaio don Julián Carrón ha tenuto all’Università Cattolica d’America un incontro dal titolo "Può un uomo credere alla divinità di Gesù?". Presenti circa 300 studenti, a cui è stata proposta la Scuola di comunità che si tiene ogni venerdì in università, guidata da un missionario della Fraternità, don Pietro Rossotti. Don Patricio Hacin ha cominciato a collaborare con don José Cortez, parroco di Christ the King (Silver Spring, MD). Nei prossimi mesi si occuperà della comunità latino americana e dei giovani delle scuole superiori. GROSSETO Il guardiano ha lasciato il faro Dario Rubes ha lasciato l’Isola del Giglio ed è diventato parroco di San Quirico, nell’entroterra di Grosseto. Ha assunto anche gli incarichi di direttore dell’ufficio Scuola della diocesi di Pitigliano e di rettore del santuario del Cerreto a Sorano (GR). CASA DI FORMAZIONE Visite illustri Il 2012 della Casa di Formazione si è aperto con due visite illustri. Nel mese di gennaio sono passati infatti da via Boccea il cardinale João Bráz de Aviz, prefetto della Congregazione per la vita religiosa, e mons. Guido Marini, maestro delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice.


/2012-III  

http://www.sancarlo.org/it/wp-content/uploads/2012/06/2012-III.pdf

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