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MENSILE DELLA FRATERNITÀ SACERDOTALE DEI MISSIONARI DI SAN CARLO BORROMEO

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Anno XVI, n. 1 gennaio 2012 - € 1,50

fraternitàemissione Poste Italiane S.p.A. - Sped. in Abb. Post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB Milano

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LA FRATERNITÀ SAN CARLO NEL MONDO: ALVERCA PORTOGALLO ASUNCIÓN PARAGUAY BOLOGNA ITALIA BOSTON USA BUDAPEST UNGHERIA CHIETI ITALIA CITTÀ DEL MESSICO MESSICO COLONIA GERMANIA CONCEPCIÓN CILE DENVER USA FROSINONE ITALIA FUENLABRADA SPAGNA GERUSALEMME ISRAELE GROSSETO ITALIA GROTTAMMARE ITALIA MILANO ITALIA NAIROBI KENYA NOVOSIBIRSK SIBERIA PESARO ITALIA PRAGA REPUBBLICA CECA ROMA ITALIA SAN PAOLO BRASILE SAN QUIRICO ITALIA SANTIAGO DEL CILE CILE ‘S-HERTOGENBOSCH OLANDA TAIPEI TAIWAN TRIESTE ITALIA VIENNA AUSTRIA VIGEVANO ITALIA WASHINGTON USA

Tra Gerusalemme e Atene di Massimo Camisasca

ndate in tutto il mondo» (Mc 16,15). Queste sono .state le ultime parole di Gesù, la sintesi della ragione per cui è venuto sulla terra. Il Figlio di Dio aveva preso carne per manifestarsi come la salvezza di ogni uomo. Ma durante la sua vita terrena non aveva potuto raggiungere ogni vivente sulla faccia della terra. E quand’anche li avesse raggiunti, ci sarebbero state tutte le generazioni future. Per questo egli ha voluto la Chiesa. La missione della Chiesa è una sola: far conoscere Gesù come salvatore ad ogni persona. Essere la contemporaneità di Gesù in ogni epoca della storia. Far conoscere Gesù non è semplicemente dire che lui è esistito. Occorre presentarlo come interessante per la vita delle persone e delle nazioni. Occorre presentarlo nella lingua di ciascun popolo. Occorre raggiungere i cuori degli uomini. Questo è stato, da subito, il compito degli apostoli. Dopo l’Ascensione, si sono allontanati da Gerusalemme e hanno raggiunto i punti diversi della terra allora conosciuta. Alcuni sono andati in Egitto, altri in Spagna, Francia, Italia, in Etiopia, in India addirittura. Caterina Emmerich narra, nelle sue Visioni, che, al momento della morte di Maria, prima della sua Assunzione al cielo, ognuno dei dodici apostoli si sia messo in viaggio, dalle regioni lontane o vicine in cui si trovava, e abbia raggiunto Efeso. Si erano allontanati geograficamente dalla terra in cui era apparso Gesù, ma non si erano mai veramente allontanati l’uno dall’altro. Ciascuno portava con sé la memoria viva di quello che aveva vissuto con Gesù, nella certezza che Egli era risorto, era vivente, era presente. Fin dall’inizio il cristianesimo è stato dunque una realtà vivente. Gesù attraverso i suoi ha incontrato i popoli e ha incominciato a parlare le lingue di tutto il mondo: non solo l’aramaico, il greco e il latino (come testimonia la frase posta sopra la croce), ma anche il

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Cosa salvare, cosa lasciare: ecco tutta la dinamica della missione

Una illustrazione tratta da «La storia di Abramo», di Andrea Marinzi, Anna Casaburi, Arcadio Lobato.

siriaco, il copto... Fin dal principio si è presentata una tensione, che anima permanentemente ogni esperienza missionaria: che cosa, della cultura di un popolo, della sua storia, dei valori che costituiscono l’anima di quella realtà etnica, deve essere salvato e custodito dal cristianesimo? Che cosa invece deve essere contestato, e lasciato cadere in quanto ultimamente disumano e, perciò, in contrasto con la vita che Gesù ha portato? Cosa salvare, cosa lasciare: ecco tutta la dinamica della missione. Ci sono stati momenti nella storia della Chiesa in cui si è maggiormente sottolineato il secondo aspetto. Momenti, cioè, in cui la Chiesa ha sentito fortemente la necessità della polemica con ciò che non apparteneva al suo volto. «Che rapporto ci può essere tra Gerusalemme e Atene?» si chiedevano già alcuni apologeti del II secolo. All’opposto, in altri momenti, i cristiani hanno sentito più importante sottolineare la realtà del dialogo, l’assunzione di quanto di positivo o presunto tale c’era nelle culture e nell’esperienza dei popoli. È quanto abbiamo vissuto soprattutto negli ultimi cinquant’anni, in cui la Chiesa ha corso il rischio di dimenticare, in molti suoi esponenti, l’urgenza della missione. Se ciò che si vive nelle altre religioni, o anche negli uomini senza fede, è già salvezza, che bisogno c’è di annunciare Cristo? È stata questa la (non ultima) causa della crisi di molti istituti missionari. Giovanni Paolo II ha lavorato per superare questa crisi. Il cuore della sua opera è l’enciclica Redemptoris missio, che costituisce il “manifesto” missionario della Chiesa per il nuovo millennio. Non dobbiamo certo decidere noi come gli uomini possano essere raggiunti dallo Spirito di Dio: non è una questione di giustizia, quanto piuttosto di carità, cioè di passione. L’origine della missione è qualcosa che ha a che fare con la passione: è una gioia, una pienezza, una sovrabbondanza.

PASSIONE PER LA GLORIA DI CRISTO


Il Vangelo non porta all’impoverimento o allo spegnimento di ciò che ogni uomo, popolo e nazione, ogni cultura durante la storia riconoscono ed attuano come bene, verità e bellezza. Piuttosto, esso spinge ad assimilare e a sviluppare tutti questi valori, a viverli con magnanimità e gioia. Giovanni Paolo II

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Taipei Gesù, l’imperatore e Un abisso culturale, che si riflette innanzitutto nella scrittura. E una domanda scomoda: «Perché il vostro Dio si è dimenticato della Cina?»

di Emmanuele Silanos

me piace raccontare storie. Così parto da una storia, quella di un imperatore cinese, Kang-Xi. Siamo intorno al 1680: Kang-Xi parla con i gesuiti, eredi del lavoro di Matteo Ricci. E dice loro: «Cari amici, saggi dell’Occidente, io vi stimo, mi piace quello che dite, siete dei dotti, degli scienziati. Ma per quanto riguarda il Dio di cui voi parlate, se è davvero l’unico vero Dio, ditemi: come ha fatto in questi mille e seicento anni, a dimenticarsi della Cina e dei cinesi?». Questa domanda è una domanda ancora viva, per me. È vero che Dio si è dimenticato dei cinesi e della Cina? Non è l’unica obiezione. Due anni fa, durante le vacanze in Italia, andai in un paesino del Trentino in giornata missionaria. Un sacerdote ci fece conoscere alcuni suoi giovani amici: tra questi c’era una bella ragazza con gli occhi azzurri, che studiava antropologia. Mi chiese di raccontargli di Taiwan. Mi sono infervorato, e alla fine le ho detto: «La cosa più dolorosa è che soltanto l’1% della popolazione è cattolica. Non conoscono Cristo». Lei mi ha guardato e candidamente mi ha detto: «Forse non ne hanno bisogno». Io sono rimasto senza parole. È vero ciò che diceva quella ragazza? Noi siamo lì per cercare di rispondere anche a lei. Se non riusciamo a rispondere, è meglio che torniamo a casa.

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Una differenza insanabile? Parlavo tempo fa con un prete che vive e lavora in Cina. E lui ha fatto questa affermazione: «Nel rapporto con i cinesi, ciò che non si deve fare è partire dalla cultura. Tra noi c’è una differenza culturale talmente profonda che non arriveremo mai a capire, a pensare come pensano loro». E aggiungeva: «Ciò da cui dobbiamo partire è un’esperienza che si vive insieme a loro, dalla condivisione di esperienza». Questa affermazione, che può apparire forse scontata, credo che non solo sia vera, ma anche molto corrispondente a ciò che viviamo noi. Provo a spiegare tutto questo a partire dalla scrittura, che, per i cinesi, rappresenta forse il tesoro più prezioso della loro antichissima cultura. Per comprendere la cultura cinese, bisogna capire la scrittura. Partiamo da questo carattere. Questo carattere si leggere MEI. Significa bellezza. Una parola importante per la nostra esperienza cristiana: noi tutti abbiamo incontrato Cristo attraverso un fascino che ci ha attirato a sé e con cui Cristo si è svelato, innanzitutto, come bellezza. Cristo è la bellezza che si fa carne,

fraternitàemissione M E N S I L E D E L L A F R AT E R N I T À S A C E R D O TA L E D E I M I S S I O N A R I D I S A N C A R L O B O R R O M E O Aut. del Trib. di Cassino n. 51827 del 2-6-1997 - Mensile della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo DIRETTORE: Gianluca Attanasio REDAZIONE: Fabrizio Cavaliere, Jonah Lynch, Francesco Montini, Marco Sampognaro HANNO COLLABORATO: Massimo Camisasca, Alfredo Fecondo, Gabriele Foti, Emmanuele Silanos, Paolo Sottopietra PROGETTO GRAFICO: G&C IMPAGINAZIONE: Fabrizio Cavaliere FOTOLITO E STAMPA: Arti Grafiche Fiorin, San Giuliano Milanese (Mi) REDAZIONE E ABBONAMENTI: Via Boccea 761 - 00166 Roma Tel. + 39 0661571400 - fm@sancarlo.org ABBONAMENTI base € 15 - sostenitore € 50 - C/C 72854979 IBAN: IT04T0351203206000000098780 OFFERTE c/c postale 43262005 codice IBAN: IT72W0351203206000000018620 WWW.SANCARLO.ORG

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La Chiesa cattolica non incontra il mondo moderno come straniera o come nemica (…) ma per assimilarne ciò che è valido. E assimilare non in modo esteriore, ma in modo tale che tutte queste novità le ricordino quali tesori dimenticati o non ancora scoperti possiede in se stessa. Hans U. von Balthasar GENNAIO

la grande capra Essere a Taiwan è conoscere Cristo con occhi nuovi attraverso una prospettiva nuova

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Il Festival delle Lanterne, che si tiene in prossimità del Capodanno cinese a Pingis, nord di Taiwan (foto Sheng-Fa Lin). Nel box, Emmanuele Silanos guida un momento di catechesi.

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come ci diceva don Giussani. Così, per comunicare il cristianesimo, è naturale per noi partire dalla bellezza. Allora cerchiamo di capire qual è l’origine, in cinese, di questo carattere, MEI. Esso è a sua volta formato da altri due caratteri. Il primo si legge DA, che significa «grande». E fin qui tutto normale… la bellezza è qualcosa di «grande». Il secondo carattere da cui è formata la parola «bellezza» si legge YANG, che significa… «capra». La bellezza, per i cinesi, è dunque una… «grande capra»! Non possiamo non trovare la cosa almeno un poco strana… Di certo, se noi dovessimo scegliere delle modalità per disegnare la bellezza, forse tra le ultime ci verrebbe in mente una capra, o forse non ci verrebbe neanche in mente… tantomeno una grande capra! È, questo, solo un banalissimo esempio per affermare una cosa molto evidente, e cioè che esiste tra i nostri due mondi una diversità culturale gigantesca. La domanda che si pone allora è: come colmare questa distanza così abissale? La storia di Sara può aiutarmi a rispondere. Sara non è taiwanese: viene dalla Cina, è di Macao. È a Taiwan per studiare. Ha cominciato a stare con noi, a venire in caritativa, a insegnare ai bambini, poi ha incominciato a venire a messa... A un certo punto, dopo qualche mese, durante la Quaresima ha smesso di venire alle nostre celebrazioni. Ho chiesto sue notizie a Stella, una sua amica di Hong Kong, che mi ha risposto, con tono un po’ scherzoso: «Sara vi ha “traditi” con i protestanti». La prima persona che l’aveva invitata a conoscere il cristianesimo era una sua compagna di stanza, protestante, e, nel momento in cui lei ha deciso di chiedere il battesimo, ha scelto di farlo nella prima comunità che l’aveva invitata e accolta. Nonostante questo, però, anche dopo il “battesimo”, ha continuato a frequentare la nostra messa, i nostri incontri, la vita della nostra comunità. Lo scorso autunno, tornati dal Meeting di Rimini, due nostre studentesse (Valeria e Nadia i loro nomi italiani), mi avevano chiesto di iniziare il catechismo. Una sera, dopo la scuola di comunità, andiamo a mangiare fuori. Mentre mangio il mio riso, vedo davanti a me Sara che parla incessantemente con Nadia. A un certo punto si gira verso di me di scatto e mi dice: «Lele, hai presente che negli Atti degli Apostoli c’è un brano in cui san Paolo va a Efeso e incontra della gente e chiede loro: “Che battesimo avete ricevuto?”. Loro rispondono: “Il battesimo di Giovanni Battista”. “Ma non avete ricevuto il battesimo dello Spirito Santo?", incalza Paolo.“Non sapevamo neanche che esistesse lo Spirito Santo”, rispondono loro. E a quel punto Paolo comincia a parlar loro di Gesù e alla fine li battezza. Lele, hai in mente quel brano?». Io sono rimasto lì, con le bacchette a mezz’aria che non credevo alle mie orecchie: una cinese di Macao che a pranzo stava facendo a me, prete cattolico, una lezione sul battesimo citandomi uno dei testi che più amo degli Atti… Le rispondo: «Sì, certo, ho presente quel brano». E lei riprende: «Ecco, ho capito che anch’io sono così. Anch’io ho fatto solo un primo passo. Il battesimo che ho ricevuto è solo l’inizio. Mi manca ancora il passo più importante. Così voglio iniziare anch’io il catechismo per ricevere il battesimo». Poi si gira e riprende a parlare con Nadia, «bla bla bla...». Sono rimasto impietrito per un minuto intero, senza dire una parola, sempre con le bacchette a mezz’aria… Allora ho capito che noi possiamo intraprendere qualsiasi cosa, possiamo affannarci per capire tutto della

Un cielo più profondo di Paolo Sottopietra

Sono stato più volte a Taipei, per visitare la casa della Fraternità, e ci torno sempre volentieri. Quando arrivo, mi assalgono sempre due impressioni. La prima è questa: una società senza Cristo è una società che non conosce l’amore. È una societa a cui è preclusa l’esperienza della carità. Lo si nota anche in tutto ciò che i nostri missionari ci raccontano, compresa la riduzione dei rapporti più intimi, familiari, a dei rapporti materiali, quasi mercificanti. C’è un secondo aspetto che mi colpisce: è come se Taiwan fosse coperta da un cielo che non si può raggiungere con lo sguardo. La religiosità di questo popolo è gremita di entità secondarie (dagli antenati, ai fantasmi, agli spiriti). La congerie di "dei" che affolla il cielo è tale che impedisce di percepire che esiste un vero Dio, che regge il mondo e che è in dialogo con noi. Eppure, paradossalmente, la gente ha un desiderio positivo di qualcosa di ultimo. Il rapporto con il "penultimo" non basta. Penso che la nostra presenza sia importante per i taiwanesi.Nelle ragazze di Taipei che hanno chiesto il battesimo, come ci racconta Emmanuele, questo desiderio ha trovato la strada del compimento.

lingua cinese, possiamo cercare di esprimere la bellezza di Cristo nel modo migliore, ma alla fine, Cristo ha una sua bellezza, un suo fascino che sono indipendenti da noi. E Lui sa come raggiungere chiunque, anche i cinesi. Allora noi cosa dobbiamo fare? L’importante è che noi ci siamo: se non ci fossimo, infatti, Lui non potrebbe farsi conoscere da loro. Ho capito anche un’altra cosa. Quando Sara mi ha recitato quella pagina degli Atti degli Apostoli, confesso che non l’avevo mai avvertita così bella come quel giorno. Essere a Taiwan, ho capito allora, ha questo significato: conoscere la stessa cosa, cioè Cristo, ma attraverso una prospettiva nuova, con occhi completamente nuovi. Rivivere le stesse cose dell’inizio, in un modo sempre nuovo. Noi siamo lì innanzitutto per noi stessi, per vedere Cristo in modo nuovo.

Il bastone e il maiale Questo carattere si legge FU e vuol dire Padre. Nel carattere ci sono due tratti incrociati. In realtà, anticamente questi due tratti erano uniti in un altro modo, perché uno rappresentava un braccio, l’altro un bastone. Era dunque un braccio che teneva in mano un bastone. Questo è il padre: uno che educa i figli picchiandoli. In tutte le culture, purtroppo, i padri ogni tanto menano i loro figli. Non in tutte le culture, però, per esprimere il concetto di padre si usa il gesto del bastonare il figlio. Pensate alla storia di A-Long, che ho già raccontato più volte. La sua sto- >>


In my beginning is my end. T.S. Eliot, «Quattro quartetti»

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>> ria mi ha colpito, perché dice: «Mio padre mi ha ab-

bandonato quando ero piccolo, mia madre si è risposata con un altro, che mi picchiava a sangue. Vedevo in televisione i film americani, con le famiglie di gente che si vuole bene. E per me era tutto falso». Quando, diventato adulto, è venuto a casa nostra, e ha visto come stavano insieme le famiglie dei nostri amici, è tornato a casa e ha detto a sua moglie: «Io voglio che i miei figli siano amati così. Per questo voglio farmi cattolico». Lui, che non ha fatto l’esperienza della paternità, l’ha desiderata, ha cominciato a desiderarla quando ha visto qualcosa che gli corrispondeva, che era quello che lui aveva sempre desiderato. Questo carattere, JIA, significa casa, famiglia. Anche questo carattere è composto da due pezzi, uno sopra e uno sotto. Quello sopra è un tetto. Quello sotto è… un maiale. Per i cinesi, quindi, la casa, è un posto in cui vive un maiale! Anche in questo caso, se dovessimo scegliere noi un modo per descrivere la casa, non sceglieremmo certo un maiale. Perché i cinesi lo usano? Perché il maiale rappresenta il minimo che ti occorre per assicurare la sussistenza dei tuoi familiari. Se si possiede un maiale, ce la si può fare. Questo implica una visione della famiglia, della casa: ultimamente sono dei beni che si posseggono. Dal maiale ai figli, il passo è breve. Tutto ciò che hanno è, per loro, un investimento. Faccio un altro esempio: al funerale di una figlia, la madre a un certo punto picchia col bastone sulla bara. È previsto dal rito: devono farlo. Perché? Per esprimere la rabbia della madre nei confronti della figlia, che se ne è andata prima di lei e che non le ha assicurato, nella vecchiaia, l’assistenza di cui avrà bisogno. Con quel gesto non si esprime il dolore per la perdita di una persona amata, ma, bensì, la perdita di un bene, di qualcosa su cui si ha investito soldi e fatica. Che cosa è, invece, la casa per noi? Guardo all’esperienza di questi ultimi anni. Di fronte al limite, al peccato, alla fatica dell’altro, abbiamo due scelte: o guardare il peccato e la fatica, isolarli, e alla fine odiare l’altro; oppure la possibilità di riconoscere nell’altro una persona che come noi è stata già accolta e perdonata. Questa è stata la conversione più grande, in questi ultimi due anni.

Un luogo in cui Dio abita Ritorniamo alla domanda iniziale dell’imperatore Kang-Xi. Perché ai cinesi non è stato rivelato Cristo? Questa domanda, in fondo, è stata già posta duemila anni fa, a Gesù, durante l’ultima cena, da Giuda Taddeo. Questi gli chiese: «Come mai è stato dato che tu ti riveli a noi e non al mondo?». Mi ha sempre impressionato la risposta di Gesù, che apparentemente non c’entra nulla con la domanda. Gesù dice: «Chi mi ama, osserva i comandamenti del Padre mio. Io e il Padre prenderemo dimora in lui». In realtà il significato profondo della risposta di Gesù credo che sia: «Tu non pensare agli altri. Non farti il problema del “perché a me e agli altri no?”… Non prendere gli altri come una scusa. Sei tu che devi rispondere. Rispondere all’amore che io ho per te. Se questo avviene, io e il Padre mio prenderemo dimora in te. Io e te diventiamo una cosa sola. E tutti i cinesi del mondo conosceranno me attraverso di te». Allora, qual è la risposta all’imperatore Kang-Xi? La risposta è una casa, una dimora, un luogo in cui Dio abita. Il contenuto di quella casa deve essere l’esperienza del perdono, che è ciò di cui ha bisogno la nostra studentessa, oppure A-Long. Tutte le persone che noi incontriamo desiderano un posto così.

Siberia I preti che rompo Il tempo scorre a un’altra velocità. E il freddo insidia anche i cuori. Ma con un’amicizia riparte tutto. Visita alla nostra missione di Novosibirsk

ovosibirsk - È la quinta volta che vengo in Siberia in visita alla nostra casa. La prima fu nel 2007, subito dopo l’ordinazione episcopale di Paolo Pezzi nella cattedrale di Mosca. Da allora sono tornato ogni anno in ottobre. Qui vivono oggi Alfredo Fecondo, abruzzese e filosofo, e Francesco Bertolina, spirito montanaro trapiantato in queste pianure dall’alta Valtellina. Non è mai scontato per me il salto di mondo che mi richiede la visita ad una casa lontana. Ma la Siberia costituisce sempre una sfida particolare, sa come cogliermi impreparato. Qui il tempo scorre ad un’altra velocità. Quando arrivi, devi avere la prontezza di frenare, come quando ti trovi davanti all’improvviso il muro di automobili di una coda in autostrada. Accettare di rallentare, bruscamente, è l’unico modo per capire, per immergersi in questa realtà.

di Paolo Sottopietra

Una casa molto lontana

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Novosibirsk è una barriera di freddo che per molti mesi all’anno imprigiona la gente nelle case, che riduce la volontà di iniziativa al minimo essenziale. È una città di un milione e mezzo di abitanti. I nostri che vivono qui ne conoscono forse un centinaio, gli amici li contano sulle dita di una mano o poco più. Ci vuole molto tempo per arrivare a sentirsi a casa. Siamo nell’ex Unione Sovietica. La barriera da superare non è solo quella delle temperature, ma anche lo


Il cristianesimo è l’eterna giovinezza del mondo. Jean Daniélou

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che la logica con cui devo giudicare è diversa, è sempre un’altra, è quella della gratuità pura di una presenza. Forse per questo Dio ha chiamato qui Francesco Bertolina. «Può fare duecento chilometri per andare in un posto dove abitano solo due vecchiette», mi ha detto questa volta il vescovo Josif Werth. «E lo fa come se fosse scontato. È un bravo prete». Ciò che sembra spreco, irragionevole investimento di tempo e di energie, spinge in realtà il mio sguardo verso la vera utilità. Così, piano piano, si disvelano le cose che a prima vista non appaiono.

Un grido in università...

ono il ghiaccio sbarramento invisibile di una burocrazia che ti trasmette ad ogni passo il senso esatto della tua insignificanza. «Si potrebbe dire, con Miłosz, che se siamo qui è per grazia dei potenti», cita il nostro filosofo, sorridendo da dietro un bel piatto di spaghetti aglio, olio e molto peperoncino. «Siamo tutti in debito, per definizione fuori posto. Se facciamo i bravi, però, possiamo restare». La distanza di Novosibirsk dall’Italia, più ancora che geografica, è psicologica. È la distanza dell’esilio, della deportazione vissuta da milioni di infelici sotto gli Zar e sotto Stalin. Per tutti questi motivi, “Novo”, come qui gli italiani chiamano familiarmente la metropoli siberiana, è un posto in cui si viene solo se si è mandati. «Dobbiamo sentire di essere mandati. Abbiamo bisogno tutti i giorni di sentirlo», percisa Alfredo. Questa è la ragione dei viaggi che faccio per visitare le case: rafforzare il legame dei nostri missionari con le radici, cioè con la comunione che li manda ai confini della terra. Vado a stare con loro. E vado a ripetere le parole che ci radicano tutti assieme nella certezza dei legami più decisivi che abbiamo, quelli che nascono dalla fede e dalla vocazione. Non si può infatti dare o ridare speranza a nessuno, senza vivere di speranza, di certezza. Quando arrivo qui, devo sempre impormi di non contare, di non misurare. Devo accettare che le cose siano come sono state. Solo così ritrovo la strada per capire

Francesco Bertolina. In alto, scorcio di uno dei villaggi che il missionario raggiunge percorrendo centinaia di chilometri.

Il lavoro di Fecondo all’università di Akadem Gorodok, mentre ascolto i suoi racconti, emerge lentamente nella sua profondità prospettica. Fec, come lo chiamano gli amici, studia alla facoltà di Filosofia per ottenere un dottorato. Ma per farsene che? «Non ti dico che cosa me ne farò. Ti dico ciò che vedo ora. Vedo che sto entrando nel loro mondo ateo, nel modo in cui ragionano, nella mentalità in cui li formano. Qui il comunismo ha lasciato dietro di sé soltanto un nichilismo disperato». Un giorno il direttore di tesi, seduto nel suo ufficio, gli ha chiesto con aria seria: «Ma lei perché è qui?». «Sanno benissimo chi siamo», spiega Fec. «Allora gli ho detto la verità: “Sa… io sono un prete cattolico”. L’ho visto saltare sulla sedia. Mi è sembrata una reazione spontanea, non se l’aspettava. Da quel momento è iniziato un rapporto fatto di sfide. Ci sono stati anche avvertimenti vecchio stile, quando mi è sfuggita qualche parola di troppo davanti agli studenti, ma sotto sotto c’è un rapporto di stima. Qualche giorno fa, d’improvviso, mi ha detto: «Sto entrando “Lei in futuro qui potrebbe nel mondo ateo, dedicarsi all’area romana nella mentalità antica”. Un’apertura che non mi aspettavo». Tra i con cui ragionano. professori della facoltà lo Il comunismo qui schema ancora dominante ha lasciato solo è quello marxista. Il materialismo, anche nella sua un nichilismo versione psicanalitica. «Per disperato» loro, in fondo, non Marx, ma la storia ha sbagliato!», sorride Fec. «Con molti dei miei colleghi, però, c’è cordialità. Mi fanno domande, mi ascoltano». Sono interessati ai greci. Odiano, è vero, Platone, per la sua apertura al trascendente, «ma anche perché ha detto che gli atei andrebbero messi in carcere», aggiunge Fec ridendo. «Studiano Democrito». Cercano nella sua teoria degli atomi le ragioni di una speranza materialista da cui si sono sentiti traditi? «Un giorno un mio collega mi ha chiesto, seriamente: “Secondo te, perché l’epicureismo è finito?”. La domanda nascondeva un sottinteso: la colpa è stata del cristianesimo! Allora gli ho detto: “Secondo me si è esaurito da sé, non aveva una spinta interna sufficiente a durare”». Fec riflette un poco. «Ma c’è un grido in queste persone! Cercano qualcosa».

... e nei villaggi del sud Anche Francesco mi ha parlato di un grido. Il grido dei tanti disperati che incontra, dei suicidi, degli omicidi, delle donne abbandonate, dei fratelli nati da padri sempre diversi e poi scomparsi, degli uomini che annegano nell’alcool. «I mariti spesso sono ombre. Anche quando ci sono, vedi solo l’ombra», scherza serio il montanaro. La terra dei villaggi a sud di Novo è nera. Come il carbone che custodisce nelle sue viscere. E come certa desolazione dei cuori, dove il ghiaccio è dentro oltre che fuori. >>


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6 >> Da qualche mese Francesco lavora con padre Viktor, un prete della diocesi di Novosibirsk fresco di studi romani, a cui il vescovo ha dato incarico di aiutarlo. Assieme cercano di vincere la burocrazia dei distretti provinciali del Sud e di registrare le comunità cattoliche in nuovi villaggi. Forse riusciranno anche a costruire una nuova chiesetta nel capoluogo della provincia dove risiedono. Questo nuovo aiuto è di grande conforto per Francesco. Qui la solitudine è una compagna fedele. Seduto davanti a me, racconta senza posa, come un torrente in piena. «Ho conosciuto una ragazza di vent’anni che viene dai villaggi, ma abita qui a Novo, non lontano da casa nostra. Aveva un fratello, di un altro padre. Questo ragazzo era stato in prigione. Qui, se finisci dentro una volta, la vita diventa durissima, nessuno ti dà più il lavoro. Così questo ragazzo era finito in carcere di nuovo. Sapevo che sarebbe uscito e mi sono messo d’accordo con la sorella per andare a conoscerlo. So che non posso risolvere i problemi di questa gente, volevo solo rendermi conto della situazione e magari aiutarlo in qualche modo. Magari soltanto confortarlo. Una volta tornato in libertà, è andato però quasi subito a vivere in un’altra provincia e così non ci siamo mai incontrati. Poi la telefonata, qualche settimana fa, da parte della nonna. Mi raccontava piangendo che si era impiccato». Anche Francesco piange. «Non posso raccontare senza rivivere», mi dice. «Come mi è dispiaciuto! A volte penso al dono immenso che la presenza di un prete è per questa gente. Certamente neppure io me ne rendo conto, spesso. E a volte, di fronte al mistero del fatto che non riesco a raggiungerli, mi chiedo: “Ma Tu chi sei, o Dio? Tu chi sei?”». Fa una lunga pausa. Poi dice: «È la stessa domanda, mi pare, che si poneva san Francesco».

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«Insieme con Lui e con voi» Novosibirsk, 30 ottobre 2011

Alfredo Fecondo. Nel box, un graffito urbano ad Akadem Gorodok (foto Brian Jeffery Beggerly).

Catechismo siberiano Nella tremenda miseria umana e materiale che Francesco incontra ci sono anche delle luci. «Quando arrivo in uno di questi posti per la prima volta, tutto è estraneo. Poi magari conosco una persona. Se comincia un’amicizia, tutto può diventare amico». Sorride. «A Karasuk, una cittadina di piu di 30.000 abitanti, si sono trovate a vivere, da circa un anno, tre famiglie giovani. Sono cattolici. Io faccio il catechismo con loro. Mi diverto molto, ridiamo spesso. Queste famiglie e i loro bambini mi vogliono bene, sono un conforto». «Fare catechismo è la cosa che mi piace di più. Insegnando il cristianesimo, faccio le mie scoperte più belle. Un giorno qualcuno mi ha chiesto: “Perché Gesù non ha scritto nulla?”. Mi è venuto in mente un mio anziano professore dell’Angelicum, che ho conosciuto durante i miei studi in seminario a Roma. Quando noi abbiamo frequentato il suo corso, era l’ultimo anno che insegnava. Non aveva mai distribuito dispense, ma quell’anno lo fece, ci diede i suoi appunti. Allora ho capito e ho risposto alla persona che mi interrogava:“Uno scrive quando sa che non può più parlare. Ma Gesù continua a parlare attraverso lo Spirito Santo nella Chiesa. Gesù non aveva questo problema. Per questo non ha scritto nulla”». La gente semplice dei villaggi e gli intellettuali marxisti di Akadem Gorodok. La stessa disperazione, la stessa domanda di senso. La stessa presenza, di fronte a loro, di un prete la cui esistenza sembra inutile. «A volte», racconta Francesco, «tornando da qualche villaggio, io e padre Viktor fermiamo la macchina, spegniamo i fari e usciamo a guardare le stelle. In certe nottate limpide, come queste di ottobre, se ne vedono così tante che io fatico a distinguere le costellazioni. E sì che le conosco bene!».

GENNAIO

«A volte tornando da qualche villaggio, io e padre Viktor fermiamo la macchina, spegniamo i fari e usciamo a guardare le stelle»

Carissimo Massimo, stamattina, domenica 30 ottobre, andavo ad Akadem Gorodok (la città universitaria di Novosibirsk n.d.r.) a celebrare la messa. Rapito dal paesaggio trasfigurato dalla prima neve, mi chiedevo se, per caso, esso non fosse il trasparire di un cuore lieto. Dopo la messa mi ha raggiunto Iana, una ragazza che ci ha incontrato qualche mese fa in università, dove frequenta il terzo anno di lettere e studia italiano come prima lingua straniera. Vede i suoi una volta l’anno. Loro vivono a Lensk, cittadina jakuta di 24.000 anime, a 2000 km a nord-est da qui, in uno di quei posti dove nel lungo inverno si può arrivare solo in aereo. Il suo papà alleva cavalli. Lei li adora. Purtroppo non può goderne come vorrebbe, per la distanza, ma, soprattutto, per gravi problemi di deambulazione ed equilibrio fisico: quando cammina, sembra che ad ogni passo stia lì lì per cadere o che sposti una sorta di muro invisibile. Oggi è venuta a chiedermi di poter ricevere il battesimo. I suoi, né atei né credenti, non le hanno dato nessuna educazione religiosa. Le chiedo la ragione della richiesta e lei: «Perché voglio essere insieme con Lui e con voi». Che colpo, ragazzi! Mai sentito da lei proferire parole religiose come Dio, Gesù, Lui ecc.. Ma in quelle parole «voglio essere insieme con Lui e con voi», c’è qualcosa di carnale, eterno, abissale, sublime. Intensi attimi di silenzio. Si ridesta in me una cosa che Giussani diceva di san Paolo sul dono dello Spirito. Le chiedo: «Può un cane capire un uomo che, ad esempio, soffre?». E lei: «Lo può consolare». «Sì, ma non può capirlo, perché non ne ha lo spirito; allo stesso modo, l’uomo non può capire Dio senza il Suo Spirito». Le chiedo se ha la Bibbia. «No, ho solo il Vangelo». «Il Nuovo Testamento?». «Sì». «Allora, prova a cercare il terzo capitolo della lettera ai Galati. Verso la fine del capitolo, san Paolo usa una parola molto più vera di quella, pur giusta, usata da te. Tu hai detto: essere insieme, lui dice questa cosa, ma in un modo incomparabilmente più grande! Questo mostra bene la differenza di cui parlavamo prima tra cane e uomo, tra esperienza umana ed esperienza cristiana. Poi ne parleremo». Caro Massimo, sono ancora sorpresissimo di questo dono e di questa scoperta. E, quanto più ci penso, tanto più provo una gratitudine smisurata per la vocazione e la missione qui. Grazie a te! Un abbraccio, tuo Fec


CONSIGLI DI LETTURA >>

Andrea Marinzi Anna Casaburi Arcadio Lobato La storia di Abramo Editrice La Scuola 2011 pp. 40 - € 5,50

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Il fascino del racconto, la bellezza delle immagini: l’educazione alla fede passa da qui. «La storia di Abramo» e «Maria e Giuseppe» sono i primi volumi della collana "Storie di uomini, storia di Dio", pensata per i ragazzi delle elementari e delle medie. L’autore è don Andrea Marinzi, missionario della Fraternità san Carlo a Bologna, le illustrazioni sono di Anna Casaburi e Arcadio Lobato, la casa editrice è La Scuola di Brescia.

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È la vita che cambia la cultura a cura di Marco Sampognaro

Più di ottant’anni, più di novanta libri. Ormai, più che un uomo, più che un prete, è un marchio: Piero Gheddo, ovvero il missionario-giornalista-scrittore probabilmente più conosciuto d’Italia. Il filo conduttore di questo numero di Fraternità e Missione è l’inculturazione della fede, e con chi parlarne, se non con lui? Padre Gheddo, quali sono le sfide principali per un missionario, quanto si confronta con culture totalmente diverse dalla sua? La prima sfida è la lingua. Ci sono abissi tra parole di una lingua e parole di un’altra. Mi raccontava un missionario in Giappone che fino a vent’anni fa (ora qualcosa sta cambiando) non si poteva parlare di “amore di Dio”, perché in giapponese l’amore è amore sessuale: non esiste un amore di predilezione. Se la lingua è il primo impegno (e non tutti lo prendono sul serio), il secondo è l’annunzio di Gesù Cristo. Che è sempre una rottura con la cultura locale. Per questo, dove sta nascendo la Chiesa, non si può parlare di inculturazione. Si può parlare di adattamento, di aspetti secondari, per esempio i canti nelle melodie locali, l’arte, l’architettura e non molto altro. Ma la vera inculturazione nasce quando un popolo, o parte di un popolo, è sicura della fede, vive una vita cristiana: allora comincia a tornare ai suoi valori e a reintepretarli. In tutte le culture più lontane, Asia, Africa, Oceania, il problema è proprio questo passaggio epocale. Prima una rottura, poi un ritorno.

«Quando un popolo è sicuro della fede, allora comincia a tornare ai suoi valori e a reinterpretarli»

Come si distingue ciò che di una cultura si può trattenere da ciò che si deve abbandonare? Non si può mai decidere a tavolino. Il metodo non è quello di studiare semplicemente la cultura a fondo. Cito sempre l’esempio di padre Giorgio Bonazzoli del Pime, che ha studiato il sanscrito, e poi è andato in India, a Benares, la città santa dell’induismo, ha vissuto per 28 anni in un monastero indù, insegnando il sanscrito e dialogando con i monaci. Poi ha capito che quello era utile per conoscere l’Induismo dal di dentro, creare buoni rapporti con il monachesimo indù, non il modo di fare una cultura cristiana nuova in India: l’unico modo è la vita e la collaborazione dei cristiani con i non cristiani a livello di base; è lì che si capisce quello che è compatibile e quello che non lo è. Come per il rapporto col buddismo in Sri Lanka: non c’è ancora vera inculturazione del cristianesimo nella cultura locale, però ci sono le leggi che vengono dal cristianesimo, la giustizia sociale ad esempio, che nel buddhismo non esiste, non è concepibile a causa della reincarnazione delle anime e del karma; i buddhisti rischiano (e quelli più sensibili lo sentono e lo soffrono) di vivere una vita schizofrenica, tra quello che credono e quello che vivono nel mondo moderno.

Quindi l’inculturazione non può essere un programma… L’unico programma è annunziare Cristo. Amarlo, farlo conoscere, far sì che gli uomini seguano la sua via. Lo dicono tutti ed è vero: l’inculturazione non è mai opera dei missionari stranieri, ma di vescovi, preti e laici locali: essi, conoscendo davvero lingua, cultura, storia, e avendo una fede solida, un amore a Cristo, possono congiungere le due cose. Come si concilia rispetto della cultura e annuncio di un fatto dirompente? Faccio un esempio. In Guinea Bissau, Africa occidentale, due missionari del Pime hanno evangelizzato i Felupe. Il primo, padre Spartaco Marmugi, voleva che i

convertiti al cristianesimo vivessero nei loro villaggi. Ma era impossibile: li uccidevano! La vita cristiana è troppo diversa, per concezione della donna, della famiglia, del lavoro… All’inizio, dovevano vivere in un villaggio cristiano, con le sue terre, i suoi prodotti. Ora, dopo 60 anni, vivono anche nei villaggi pagani, e sono rispettati, a poco a poco influiscono.

Padre Piero Gheddo. In alto, Leh, India. (foto © VascoPlanet.com)

Insomma, è solo una vita che può generare una cultura. Certo. Le culture sono quello che l’uomo impara dopo la nascita. Come mangiare, come dormire, come parlare, come comportarsi in società, il matrimonio, ecc. La cultura occidentale ha un’origine cristiana, come dimostra la Carta dei diritti dell’uomo. Ma non sono le carte dei diritti a fare la cultura: tanto è vero che tra un po’ l’inculturazione della fede bisognerà farla in Italia, che oggi è un paese profondamente diverso da quello in cui è nato il Catechismo di Pio X.


Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. 1 Pt 3,15

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NAIROBI

«Ma tu, di che tribù sei?» di Gabriele Foti

Carissimi amici, qui a Nairobi abbiamo organizzato una specie di oratorio estivo (sarebbe meglio chiamarlo invernale, dato che in questi giorni il freddo è stato pungente) con i ragazzi dell’Upper Primary School, età 11-13 anni. Si sono iscritti in 65. Il programma della settimana era molto semplice: al mattino lodi o messa insieme, poi giochi, film, gite, testimonianze, assemblee. Lo scopo mio e di don Ettore era quello di proporre loro un’esperienza di amicizia cristiana. Infatti il tema era:“Chi trova un amico trova un tesoro”. Cosa di meglio, quindi, che organizzare, durante uno dei pomeriggi, un’enorme caccia al tesoro per le vie polverose di Kahawa Wendani, la parte più povera della parrocchia? Oltre a far divertire i ragazzi a giocare e gli adulti a organizzarla, avremmo movimentato un po’ la vita del quartiere. Abbiamo coinvolto una serie di amici (fra cui gli ammalati ai quali porto la comunione e alcune persone che ho conosciuto andando a benedire le case), abbiamo utilizzato i ragazzi delle superiori come “volpi” da cacciare durante la caccia al tesoro e abbiamo preparato mappe, indizi, ecc…. Tanta gente si è meravigliata vedendo branchi di bambini correre dovunque, altri si sono arrabbiati quando gli stessi branchi hanno attraversato i loro campi come scorciatoia, mentre io ed Ettore ci muovevamo in bici per assicurarci della correttezza del gioco. Per aggiungere un poco di scenografia alla caccia al tesoro, ho pensato di usare un travestimento. Pensa e ripensa, ho avuto la brillante (o sciagurata, dipende dai punti di vista) idea di travestirmi da africano. Così, aiu-

tato dagli amici, ho cosparso viso e braccia di polvere di carbone, ho indossato una bella camicia africana e una parrucca, preparatami dalle donne del Meeting Point, con i capelli rasta. L’effetto sugli abitanti del quartiere è stato sorprendente. I bimbi miei fans, che giocano sempre dietro l’angolo della chiesa, mi hanno riconosciuto immediatamente e come al solito mi sono corsi dietro. Tanti altri erano terrorizzati: madri che richiamavano i figli in casa e si mettevano sulla porta con un bastone, bimbi che lasciavano tutto quello che avevano in mano per scappare. In effetti in Africa il rasta è un poco di buono, per cui la gente si preparava a difendere il proprio territorio e la propria famiglia. Alcune persone mi hanno fermato per chiedermi di quale tribù africana fossi! Così ho avuto l’occasione di spiegare loro che sono il prete della chiesa cattolica e che stavo giocando con i ragazzi. Era l’ultima cosa che avrebbero immaginato. Se, però, uno degli scopi era quello di movimentare la vita di Kahawa Wendani, sicuramente ce l’abbiamo fatta. La settimana successiva abbiamo ripetuto con novanta ragazzi delle scuole superiori (senza travestimento). Sono state due settimane eccezionali, perché abbiamo potuto condividere con i ragazzi molto tempo e abbiamo potuto provocarli su molti aspetti della loro vita, fra i quali l’amicizia e la bellezza, purtroppo parole quasi sconosciute qui a Nairobi. Affido alle vostre preghiere la nostra missione in Africa e le persone che incontriamo. don Gabriele

Una caccia al tesoro «con sorpresa» movimenta la vita di Kahawa Wendani

Nairobi (Kenya): messa con alcuni membri di una comunità masai.


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