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MENSILE DELLA FRATERNITÀ SACERDOTALE DEI MISSIONARI DI SAN CARLO BORROMEO

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Anno XV, n. 11 novembre 2011 - € 1,50

fraternitàemissione Poste Italiane S.p.A. - Sped. in Abb. Post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB Milano

www.sancarlo.org

LA FRATERNITÀ SAN CARLO NEL MONDO: ALVERCA PORTOGALLO ASUNCIÓN PARAGUAY BOLOGNA ITALIA BOSTON USA BUDAPEST UNGHERIA CHIETI ITALIA CITTÀ DEL MESSICO MESSICO COLONIA GERMANIA CONCEPCIÓN CILE DENVER USA FROSINONE ITALIA FUENLABRADA SPAGNA GERUSALEMME ISRAELE GROSSETO ITALIA GROTTAMMARE ITALIA ISOLA DEL GIGLIO ITALIA MILANO ITALIA NAIROBI KENYA NOVOSIBIRSK SIBERIA PESARO ITALIA PRAGA REPUBBLICA CECA ROMA ITALIA SAN PAOLO BRASILE SANTIAGO DEL CILE CILE ‘S-HERTOGENBOSCH OLANDA TAIPEI TAIWAN TRIESTE ITALIA VIENNA AUSTRIA VIGEVANO ITALIA WASHINGTON USA

Musica, la serenità di Dio di Massimo Camisasca

a musica è uno dei più grandi misteri della storia dell’uomo. Mistero nel senso di unità tra cielo e terra, unità tra quello che c’è di più profondo dentro di noi, ciò che c’è in superficie e ciò che c’è sopra di noi, cioè all’origine. È un linguaggio universale. Attraversa trasversalmente tutte le barriere create dalle diversità delle lingue, ma necessita di ascolto: desiderio di ascoltare e capacità di ascoltare. Certo, si può sentire musica classica anche facendo altro, con la coda dell’orecchio. Ma se si vuole veramente che le note diventino in noi immagini, sentimenti, emozioni, occorre che tutto il nostro essere sia lì, dentro quell’avvenimento che accade ogni volta nuovo e differente. Mi colpiscono le melodie che si ripresentano, con diversi tempi e accordi, così come mi colpiscono motivi musicali che si chiamano e si rispondono. Talvolta la musica mi parla di temi che avevo dentro di me da sempre, eppure non lo sapevo. Da dove vengono queste note? E dove vanno? Le prime produzioni sinfoniche che ho a lungo ascoltato, durante gli anni della scuola media, sono state le sinfonie di Beethoven dirette da Arturo Toscanini. L’autore tedesco mi rivela la profondità del cuore umano nelle sue più diverse sfumature: ora pieno di baldanza, ora sereno, ora cupo e segnato dal dramma. Nella giovinezza ho scoperto Mozart e l’infinita pace che dal suo animo attraversa tutto quanto vi è di oscuro nel mondo e raggiunge la serenità di Dio. Hans Urs von Balthasar ha scritto che Mozart è la rivelazione definitiva della bellezza eterna in un vero corpo terreno, qualcosa di fanciullesco eppure di eternamente vero. La musica di Chopin mi sembra assimilabile alle onde del mare, quando la spiaggia è nel silenzio. Si è al tramonto, e le ombre sembrano portare dei messaggi. A Bach mi accosto con immenso tremore, come a una montagna abitata dalla divinità. I suoi movimenti, così pensati e ripetuti, mi riportano alla Commedia di Dante e alla Summa di Tommaso d’Aquino. La musica leggera ha svolto nel ventesimo secolo il compito che in quello precedente aveva avuto la musica operistica. I Verdi e i Donizetti del Novecento li dobbiamo cercare tra i cantautori. Alcune canzoni napoletane, alcune esecuzioni di Mina, di Frank Sinatra, di Edith Piaf, alcuni brani di De Andrè, di Battisti e Mogol, di Venditti, di De Gregori, resteranno per sempre. I musicisti sono come dei compagni di strada dell’uomo, nel lungo o breve viaggio della vita. Compagni che hanno la conoscenza della profondità dell’uomo e la vocazione di aiutare Dio a rivelare il suo Destino. Platone, nella Repubblica, scrive che «il ritmo e l’armonia penetrano profondamente entro l’anima e assai fortemente la toccano, conferendole armoniosa bellezza. […] Perciò chi ha avuto una perfetta educazione musicale, sarà prontissimo ad accorgersi delle cose trascurate o imperfettamente lavorate o difettose per nascita. […] Il fine ultimo della musica è infatti l’amore del bello». E profeticamente Paolo VI aveva detto, alla fine del Concilio: «Il mondo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione».

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Paul Klee, «Polyphony» 1932.

DAL MONDO La musica come educazione alla fede

BOSTON La scuola è questione di vita

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PASSIONE PER LA GLORIA DI CRISTO


Non ha l’ottimo artista alcun concetto c’un marmo solo in sé non circoscriva col suo superchio, e solo a quello arriva la man che ubbidisce all’intelletto.

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Michelangelo Buonarroti, 151, sonetto, vv. 1-8

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TAIWAN IL LIBRETTO DEI MIRACOLI di Paolo Costa L’estate scorsa abbiamo realizzato un libretto dei canti in cinese. Ci ha lavorato Lele Silanos, chiedendo contributi a tutti gli amici universitari, delle parrocchie e dei gruppi di catechesi. Così ci sono canti “pop” (da pullman, da serata in compagnia, l’equivalente di Romagna mia, o delle classiche canzoni di Battisti), ci sono naturalmente canti cinesi cristiani, per la messa; e canti in altre lingue, della tradizione, canti cari al movimento di CL, oppure canti che abbiamo tradotto noi in cinese, come Alecrim o Grazie Signore. Il libretto si è rivelato molto utile, e ci aiuta a cantare. Prima, preparare i canti era sempre difficile. Lo abbiamo portato con noi l’anno scorso in un viaggio in Italia, e quest’anno alla Giornata Mondiale della Gioventù. A Madrid, per ringraziare i volontari spagnoli che avevano curato l’ospitalità, abbiamo sfoderato il libretto e abbiamo intonato un canto Quando popolare cinese: Cuore grato, la messa che è diventato il nostro motto. Un cuore pieno di gratitudine. De Angelis Io dirigevo i duecento cinesi. I ti fa sentire a volontari spagnoli erano molto casa ovunque commossi, ed anche noi. Sempre alla Gmg, usavamo il libretto per salutare i diversi gruppi: eravamo in metropolitana, incontravamo qualcuno del Brasile, e cantavamo Romaria… oppure agli americani un canto in inglese. Era uno spettacolo inusuale: un gruppo di cinesi che eseguono canti popolari nelle diverse lingue. Merito del libretto, che è diventato una specie di passaporto. In parrocchia, invece, cantiamo soprattutto la messa De Angelis. È la messa più suggestiva. Cantiamo in latino il Kyrie, il Sanctus e l’Agnus Dei. Il resto, il Padre nostro e il Gloria, lo eseguiamo con la melodia del gregoriano, però in cinese. Una nostra parrocchiana, studentessa universitaria, durante un viaggio a Roma ha partecipato alla messa in Vaticano. Cantavano la messa De Angelis. E lei si è sentita a casa, a Taiwan. Questa è la grandezza del latino e del gregoriano: ovunque vai ti senti a casa. Ci vuole tempo, anche fatica. Ma si impara la cattolicità e l’universalità della Chiesa, e s’impara cantando.

SPAGNA QUELLO STRANO MOBILE A CODA di Santo Merlini Possedere un pianoforte a coda nella nostra parrocchia, in un quartiere popolare, è una grande occasione per educare i parrocchiani alla bellezza. Me lo sono portato dalla Germania, dove mi è stato regalato, alla Spagna, con un trasloco “fai da te” perfettamente riuscito. I bambini, appena lo vedono, sono curiosi di toccarlo e di aprirlo, come se si trattasse di un videogioco che produce musica da solo. Anche a molti adulti sembra un “mobile” sconosciuto (una volta, una persona mi ha chiesto dov’era la spina per attaccarlo alla corrente...).

Quando la mus

Strumento di educazione alla fede della c Testimonianze dai nostri preti

Apriamo spesso i nostri incontri con un brano di musica classica suonato dal vivo. Ad esempio, quando don Antonio, il nostro parroco, presenta i libri da lui scritti, il sottoscritto, vice parroco, in apertura suona dei pezzi di Chopin o Schubert. Non bisogna dare per scontato che la gente sia sempre capace di apprezzare la bellezza della musica. Abituati al frastuono degli altoparlanti e delle televisioni, che “cantano” perennemente nelle case e nei bar, spesso non siamo più capaci di ascoltare. E se non si sa ascoltare, manca un presupposto importante per la nostra fede... Dunque al principio spieghiamo un poco il pezzo, una piccola guida all’ascolto per apprezzarlo meglio. Circa un anno fa ho proposto un concerto durante il “Café de emigrantes”, un incontro mensile rivolto agli emigranti (soprattutto donne marocchine, ma anche di altre nazionalità), che si rivolgono alla nostra parrocchia per chiedere aiuto. Ho pensato: forse che i poveri non hanno bisogno della bellezza? Così ho fatto un piccolo concerto per loro. È stato impressionante vedere come la musica – ho suonato di tutto, da Bach a Albeniz – abbia aperto il loro cuore. Ai bambini bisogna insegnare a battere le mani a tempo, insieme, perché il canto sia espressione della nostra unità. Ma è importante anche che comprendano il significato delle parole che cantiamo, perché esse

NUOVO ORGANO IN CA

La voce di Dio

fraternitàemissione M E N S I L E D E L L A F R AT E R N I T À S A C E R D O TA L E D E I M I S S I O N A R I D I S A N C A R L O B O R R O M E O Aut. del Trib. di Cassino n. 51827 del 2-6-1997 - Mensile della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo DIRETTORE: Gianluca Attanasio REDAZIONE: Fabrizio Cavaliere, Jonah Lynch, Francesco Montini, Marco Sampognaro HANNO COLLABORATO: Sandro Bonicalzi, Massimo Camisasca, Gianluca Carlin, Paolo Costa, Santo Merlini, Tommaso Pedroli PROGETTO GRAFICO: G&C IMPAGINAZIONE: Fabrizio Cavaliere FOTOLITO E STAMPA: Arti Grafiche Fiorin, San Giuliano Milanese (Mi) REDAZIONE E ABBONAMENTI: Via Boccea 761 - 00166 Roma Tel. + 39 0661571400 - fm@sancarlo.org ABBONAMENTI base € 15 - sostenitore € 50 - C/C 72854979 IBAN: IT04T0351203206000000098780 OFFERTE codice IBAN: IT72 W0351203206000000018620 - c/c postale 43262005 WWW.SANCARLO.ORG


L’arte deve rendere percepibile e anzi, per quanto possibile, affascinante il mondo dello spirito, dell’invisibile, di Dio. Deve dunque trasferire in formule significative ciò che è in se stesso ineffabile. Giovanni Paolo II, «Lettera agli artisti»

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sica è maestra

comunità. E linguaggio universale, dalla Germania alla Cina.

direttore, che da parte sua è felice di vederli crescere e di poter affidare loro esecuzioni anche impegnative (a Natale la Pastorale di Beethoven, al concerto estivo la Renana di Schumann). E che, come un padre orgoglioso, è anche disponibile a far posto a un ragazzo di sedici anni, perché diriga lui il concerto. I frutti si notano: la gioia e il gusto di fare musica, il modo di stare assieme armoniosamente, l’educazione a guardare chi dirige, tutto influisce sul modo di stare in classe, di scherzare e giocare nelle pause, di guardare agli insegnanti. A lezione porto spesso dei brani musicali o delle immagini d’arte. Non per illustrare una mia idea o il tema della lezione - questo sarebbe fare violenza all’arte - ma per fare incontrare loro la bellezza che mi ha affascinato e la persona che sta dietro a quelle note o a quei tratti di colore. Solo un incontro può provocare la nostra umanità e farci muovere. Cristo si comunica per un fascino, il fascino del vero e del bello.

ROMA NOTE D’ORGANO A PIAZZA VITTORIO di Sandro Bonicalzi

ASA DI FORMAZIONE Dare dignità e profondità alla liturgia e completare lo splendore del mosaico. Queste le ragioni del nuovo organo a canne, costruito su misura dalla ditta Castegnaro di Tortona, che dalla metà di ottobre accompagna la vita della casa di formazione. Due tastiere e 180 canne per favorire la contemplazione di ciò che avviene nella messa. Un’opera resa possibile dalla generosità di numerosi benefattori.

accompagnano la nostra vita ed esprimono ciò che ci muove. Essenziale è, infine, la cura del canto liturgico. Ci sono due cori, guidati da don Alessandro: quello degli adulti e quello dei bambini. Occorre educare i fedeli affinché il coro non sia l’esibizione artistica di un gruppo, bensì l’espressione della fede di un popolo.

GERMANIA UNA SCUOLA, 4 ORCHESTRE di Gianluca Carlin Una volta chiesero alla preside del nostro istituto: «Che cosa contraddistingue la vostra scuola cattolica, cosa la differenzia dalle altre?». Lei si mise a elencare le diverse attività della cappellania, la linea educativa della scuola, il rapporto tra gli insegnanti e tra questi e gli alunni. E poi aggiunse: «La musica». Perché? Perché la musica è espressione tra le più alte di ciò che costituisce l’uomo nel suo rapporto con il mistero. Seconda, forse, solo alla liturgia. La musica esprime ciò che l’uomo è. Proprio per questo solo un uomo vero può amarla, capirla, farla propria, suonarla. Nella nostra scuola più della metà dei 1.300 alunni fa musica, suonando in una delle nostre quattro orchestre o cantando in uno dei cinque cori. Dal Jazz alla musica classica, dalla tradizione spiritual alle cantate di Bach fino al canto popolare russo, irlandese o africano: i ragazzi sono introdotti a scoprire la loro umanità attraverso la grande musica. È bello guardarli mentre con un occhio cercano di seguire lo spartito e con l’altro il

La musica e il canto hanno un’importanza particolare nella comunicazione della fede, tanto con i ragazzi e i giovani quanto con gli adulti. Hanno un vero e proprio valore pastorale, sono ottimi strumenti di educazione estetica, e facilitano una partecipazione attiva alla liturgia, perché la rendono espressione di una comunità che crede e che esprime la sua fede anche attraverso il canto. In questi primi due anni da parroco di S. Eusebio a Roma ho cercato di valorizzare questa attività sia durante le celebrazioni (con un coro che anima la comunità) sia al di fuori dei momenti liturgici. In particolare, abbiamo dato spazio alla musica d’organo: la nostra Chiesa dispone di un organo del ‘700 e di un grande organo dell’inizio del La gioia ‘900 (rimesso in funzione dopo di fare musica quasi quarant’anni di inattività). cambia anche Con il primo abbiamo organizzato due concerti con musiche il modo di di Corelli; con il secondo, instare a scuola vece, abbiamo proposto un concerto di canti natalizi e uno, a chiusura del mese di maggio, dedicato ai canti della tradizione mariana sia popolare sia più antica (come il Tota pulchra o l’Ave maris stella). Ci siamo così accorti del grande desiderio dei nostri parrocchiani di cantare insieme. Quest’anno, dopo aver incontrato dei giovani che desideravano suonare i loro strumenti, abbiamo proposto un concerto con musiche di Bach (eseguite da un ragazzo di 16 anni già a livelli significativi) e un quartetto d’archi con musiche di Haydn. Ora ne abbiamo in “cartellone” uno ogni ultima domenica del mese, su diversi aspetti di musica classica e di musica polifonica. Non da ultimo, stiamo cercando di valorizzare la pluralità di culture che caratterizza il territorio della parrocchia di Sant’Eusebio. In estate abbiamo dato spazi a dei ragazzi di Hong-Kong: questi hanno proposto uno spettacolo musicale che ha coinvolto molti cinesi della comunità cattolica ed altri incontrati nei numerosissimi negozi orientali di piazza Vittorio. Riconosco che tutto questo nasce da una passione che mio padre mi ha trasmesso fin da piccolo, (tutte le sere lo trovavo ad ascoltare musica), poi maturata nell’incontro con don Giussani e il movimento. Qui ho imparato che il canto è «l’espressione più alta del cuore dell’uomo», «la carità più grande di tutte perché il canto rende vicino e visibile il mistero».


Una casa, un gruppo di amici, una comunità si vede da come canta, dal desiderio che ha di cantare. Cantate, cantate. Imparate a cantare. Luigi Giussani

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Il coro dei seminaristi canta per Benedetto XVI, durante l’Udienza privata concessa alla Fraternità per i suoi venticinque anni (febbraio 2011). Servizio fotografico dell’Osservatore Romano. Nella foto piccola, particolare di un codice miniato.

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Un silenzio pieno di cant

“Partecipare, con la nostra voce, alla liturgia celeste”: la musica nella Casa di forma

Pubblichiamo una sintesi dell’introduzione al libro dei Canti della Fraternità San Carlo Nella vita della Chiesa esiste una profonda unità tra il canto e la liturgia. Cantare non significa semplicemente aggiungere qualcosa al gesto liturgico, ma entrare in una dimensione integrale, fondamentale della celebrazione. La percezione del canto come qualcosa di acces-

Rispecchia ciò che viviamo La vita nelle nostre case, e specialmente in Casa di formazione, è contraddistinta dal canto. Esso riflette la baldanza del primo mattino, alimenta la ripresa dell’attività nel pomeriggio, consegna la fatica della giornata a Cristo nella messa con i vespri. Alle 19, prima dei vespri, si tiene ogni giorno la scuola di canto, il momento nel quale siamo chiamati ad imparare e a perfezionare il repertorio dell’anno liturgico. Tuttavia, prima ancora che apprendimento tecnico, le prove si sono rivelate, negli anni, scuola del nostro vivere assieme. Cantare insieme significa richiamarsi a vicenda: l’amico che canta un po’ troppo forte, o quello che timidamente si nasconde forse per paura di mostrarsi così com’è… tutto è svelato e, nella pazienza, riportato all’essenzialità. Ciò che permette un cammino comune, nel canto come nella vita, è la no-

di Tommaso Pedroli

stra vocazione, il fatto che Dio ci abbia chiamato insieme. Il canto ci permette così di guardare tutti verso uno stesso punto, anche se durante la giornata siamo stati lontani o affaccendati. Nella prova nasce lentamente una passione all’unità fra di noi che, desiderata ed invocata, trova già piena attuazione nella liturgia. Nel canto gregoriano abbiamo trovato il paradigma di questa esperienza. La sua grande rilevanza nella nostra liturgia suscita spesso curiosità, stupore, persino gratitudine nei nostri ospiti. Il gregoriano apre l’anima all’accoglienza: ciascuno vi può entrare. E insieme, rivela il nostro rapporto con Dio e i fratelli, perché rispecchia ciò che stiamo vivendo. Così, quando terminiamo la giornata intonando insieme il «Memorare», ogni nota ci riporta alla fede di chi ci ha preceduto e ci insegna ad affidare tutto a Dio.

sorio o facoltativo nasce il più delle volte da una vita di silenzio e di preghiera ancora acerba. Il canto, invece, è un tema che riguarda tutti, proprio perché espressione del dialogo che ognuno di noi vive con Dio e con gli uomini. La sorgente prima del canto è il silenzio. Cantare significa pregare, stare di fronte a Dio e partecipare, attraverso l’impegno della propria voce, alla liturgia celeste. Testimonianza di questo è il fatto che al termine dell’ora settimanale di adorazione eucaristica in seminario, il canto migliora sensibilmente, proprio perché cresce la coscienza di essere di fronte al Mistero. È di fondamentale importanza il ruolo di chi guida. Egli deve essere innanzitutto una persona che prega, disponibile a lasciarsi ferire dalla bellezza che manifesta la gloria di Dio. Un tratto ulteriore della nostra educazione è l’attenzione all’unità: percepirsi come una voce sola, imparare ad ascoltare chi ci sta accanto, adeguarci alla sua presenza. Un buon campo di allenamento per questo è la recita quotidiana delle Ore in retto tono.

Il canto gregoriano Il canto non è un elemento a sé. È un evento che si relaziona al fatto liturgico e a tutta l’esistenza. Non esiste liturgia senza canto, né canto senza vita. Per questo non intendiamo fissarci su un’unica forma. Tuttavia, riteniamo che il canto gregoriano sia l’asse fondamentale per educare il canto liturgico sia moderno che popolare. La ragione di questa preferenza sta nel fatto che il gregoriano è la forma di ogni canto liturgico (come ha detto Benedetto XVI nel 2008 a Parigi) e, in quanto tale, deve tendere ad informare tutti gli altri tipi di canto. Il grego-


Non tanto liberare fantasia quanto lo sforzo di penetrare realtà, rivelandola, è poesia. Giovanni Lindo Ferretti

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loro espressione nel tempo può mutare, ma non si allontana mai di troppo da ciò che è sempre stato. L’albero buono prodi Jonah Lynch duce frutti buoni. Innestarsi in una tradizione vuol dire rivivere ciò che è stato vaIl tono retto, con cui recitiamo quotidia- lido nel passato. Ma rivivere non vuol dire namente le Ore, è come un fiume che ini- meramente ripetere. Vuol dire riattualizzia nei piccoli ruscelli di montagna e via via zare, rendere nuovamente presente, espriacquista forza e corpo attraverso l’ap- mere ciò che è perenne con la sensibilità del presente. Nel canto questo vuol dire porto di ogni voce. Un salmo viene intonato dall’antifona- non avere paura dell’enorme varietà dei rio. Il salmista risponde. Da questo dia- luoghi, sensibilità, personalità, e accenti logo tra due persone nasce la preghiera presenti in una comunità che prega. A volte, nella recita privata dei salmi, la corale: dopo il salmista risponde il coro a cui lui non appartiene. Poi l’altro coro ricchezza delle immagini e delle parole risponde, e si continua così fino alla fine necessitano di un lungo silenzio dopo ogni del salmo. Fra i due cori non c’è uno riga. Sono parole così dense che semstacco. Il flusso del canto prosegue inin- brano scivolare via come acqua se non ci terrotto tra la fine del primo coro e l’inizio si ferma adeguatamente. È una bellissima del secondo. È come passare il testimone esperienza, sprofondarsi nelle parole dei in una corsa: il testimone non si ferma, ma salmi. Ma questa libertà nel prendersi il tempo i corridori devono periodicamente riponon è possibile nella preghiera corale. La sarsi. Esiste, sì, una pausa nel canto: il respiro preghiera corale perciò si presenta come che ogni coro prende a metà della riga che la forma ordinaria della preghiera, custode recita, che è un potente strumento per dell’essenziale, al di là degli alti e bassi imparare l’unità ecclesiale. Questa pausa dell’attenzione e della commozione di esprime il silenzio fisico, il silenzio del colui che prega. Certamente c’è uno spacorpo, il riposo. Esprime la brevità della zio nella meditazione privata per lunghi tenuta dell’uomo, che può lanciarsi nella silenzi e per profonde meditazioni. Ma la corsa, ma solo per un tempo limitato. continuità umile e essenziale della preEsprime il bisogno, la dipendenza. Più pro- ghiera corale garantisce la base da cui il fondamente, esprime l’unità corporea del singolo può spiccare il volo. Insistere sull’unità vuol dire imparare coro, che è composto di tante persone singole, ma che impara a respirare e a ad ascoltare gli altri, non solo i più vicini, vivere come un corpo solo. È interessante ma forse ancora di più i lontani. Per cannotare che se durante le prove, il direttore tare come una sola voce, ogni cantante in insiste sulla lunghezza di questa pausa di un coro deve ascoltare se stesso, le voci più vicine e anche qualrespiro, tende a rovinare Ascoltare è come che voce all’altra estrel’unità. Come il respiro di ogni uomo avviene senza lanciare una corda mità del coro. Ascoltare attentamente anche chi pensiero cosciente, e all’amico sta all’altro lato del coro diventa affannoso e in montagna, tesse una rete invisibile addirittura patologico se di relazioni, come fili di uno ci pensa, il respiro per camminare luce che tengono unito del coro deve avvenire insieme a lui tutto il coro. Ascoltare è come una funzione proin sicurezza come lanciare una corda fondamente organica. all’amico in montagna, Deve essere una necessità della vita del coro e del canto. Non è per camminare insieme a lui in sicurezza. Lasciata all’ispirazione del singolo, la possibile cronometrare questo tempo. Se si prova ad indicare la sua durata con preghiera presto decade in tante riduzioni. esattezza, ogni cantante la interpreta in Ha bisogno della costanza di un gesto modo diverso. Per questo la durata della semplice, possibile con ogni stato pausa “avviene”: si sviluppa nel tempo, d’animo, a ogni età, a ogni profondità di con la pratica e con un intrinseco rapporto intuizione. E proprio così, negli anni, uno allo spazio acustico in cui si canta. Il coro scopre che senza averci posto tanta diventa veramente un corpo che respira e attenzione consapevole, queste parole sono diventate tuttavia parte di sé. Uno si vive. Anche la tradizione è come un corpo sorprende a ragionare, a parlare e a senvivo. È simile a un fiume che attraversa i tire con le categorie dei salmi. Diventa secoli, ma forse è più simile ancora ai vec- naturale subordinare la propria genialità e chi ulivi che mandano nuove gemme da intuizione teologica all’unità del corpo a tronchi parzialmente distrutti dall’età. C’è cui si appartiene. Diventa naturale respiun principio vitale che rimane potente, an- rare in unità, correggere il fratello come che se nascosto. Le radici sono forti; la uno che è già una sola cosa con sé.

IL RETTO TONO Un fiume che cresce

ti

azione

riano ci aiuta a percepire noi stessi come parte di un popolo orante. Si tratta di un canto che più di altri si avvicina alla preghiera, la favorisce e la educa con particolare forza attraverso la calma e lieta certezza della fede. Per questo ogni altro tipo di canto deve attingere all’originalità del canto gregoriano, al suo equilibrio, alla sua compostezza ed essenzialità. È un giudizio che abbiamo imparato da don Giussani, il quale volle che anche il canto gregoriano trovasse spazio nella liturgia del movimento (basti pensare al Veni Sancte Spiritus, agli inni in gregoriano cantati dai Memores Domini, all’uso del gregoriano moderno attraverso gli inni di Vitorchiano).

Il canto popolare La storia della Chiesa ci testimonia importanti incroci tra canto liturgico e canto popolare. Lungo i secoli sono nati canti liturgici con accenti popolari (pensiamo al mondo tedesco), ma anche canti propriamente assunti dalla liturgia (per esempio il canto latino americano o il canto gospel). Il canto popolare è come una finestra sull’esperienza umana di un popolo. Per questo il desiderio missionario di parlare alle persone alle quali siamo mandati deve prima o poi intercettare le corde della musica. Con il sorgere di questa Fraternità, Dio ci ha consegnato l’opportunità di poter condividere la ricchezza di repertorio che incontriamo nei luoghi in cui siamo presenti, come anche il movimento ci ha sempre insegnato. Per discernere l’adeguatezza di un canto popolare alla liturgia esiste un semplice criterio: valorizzare quei canti che ci aiutano a pregare, anche se non raggiungono nella forma l’armonia delle proporzioni del canto gregoriano.

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Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra. Benedetto XVI

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Notizie Flash a cura di Fabrizio Cavaliere

NUOVE DESTINAZIONI Olanda, Italia, Cile, Usa Inizia una nuova presenza della Fraternità in Olanda, a ‘s-Hertogenbosch (in italiano: Boscoducale), con Michiel Peeters. In Italia, Ubaldo Orlandelli va a Vigevano (Pv) dove collaborerà con la Fondazione «Maddalena Grassi», come cappellano. Giampiero Caruso lavorerà a Roma. Silvano Lo Presti ha iniziato la sua nuova missione a Santiago del Cile, come viceparroco della chiesa «Beato Pedro Bonilli». Paolo Cumin è destinato alla casa di Boston (Usa). Freschi di ordinazione La casa di formazione di Santiago ospiterà il neodiacono Ruben Roncolato. Per quanto riguarda gli altri diaconi: Emanuele Angiola ha raggiunto la casa di Taipei, Diego Garcia quella di Broomfield (Denver, Usa); Simone Gulmini è destinato alla casa di Fuenlabrada (Madrid, Spagna). Tommaso Pedroli e Luca Speziale proseguono il loro lavoro a Roma. Patricio Hacin, novello sacerdote, si trasferisce da Città del Messico a Washington DC (Usa), come viceparroco di «Christ the King». Christoph Matyssek, anch’egli ordinato a giugno, prosegue la sua missione in Terra Santa come viceparroco e cappellano degli studenti universitari a Bir Zeit.

NUOVI INCARICHI Santa Sede Massimiliano Boiardi è stato nominato cerimoniere pontificio.

INIZIO ANNO SOCIALE Nuovi ingressi in seminario Con la messa in Casa di formazione il 5 settembre, si è inaugurato il nuovo anno di studi. I nuovi seminaristi sono dieci.

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NOVEMBRE

José Medina, sacerdote della San Carlo, è preside della Cristo Rey High School, scuola diocesana di Boston. La scuola è nata sei anni fa e Medina vi lavora dal 2007. José, a chi si rivolge la vostra scuola? Abbiamo quasi 300 ragazzi provenienti soprattutto da Boston e dalle zone limitrofe, e tutti di famiglia povera. Le famiglie con un reddito superiore ad una certa cifra non possono mandare i figli nel nostro istituto. La maggioranza delle famiglie dei nostri studenti è costituita da immigrati, soprattutto dall’America Latina (quasi il 40%), da Haiti (il 20%), dalle isole portoghesi. C’è poi una minoranza di afroamericani. Il profilo etnico è molto simile a quello che caratterizza la città di Boston: tra 4-5 anni la maggioranza sarà rappresentata da latinoamericani, non irlandesi o italiani. La Cristo Rey è una scuola diocesana, e fa parte di una rete di ventiquattro istituti. Il fondatore, un gesuita, aveva un obiettivo preciso: offrire una possibilità di educazione alle famiglie povere negli Stati Uniti. Qui le rette scolastiche sono molto costose, tante famiglie non possono pagarle e i sostegni pubblici sono scarsi. Allora si è trovata questa formula: i ragazzi lavorano una volta alla settimana nelle aziende e queste sostengono i loro studi, ottenendo in cambio vantaggi fiscali dallo Stato. La scuola da un lato funziona come una scuola normale, dall’altro assolve anche le funzioni di una agenzia di lavoro temporaneo. Quali sono le difficoltà più grandi, in questo contesto di povertà? Nonostante la scuola sia una high school, ovvero offra gli ultimi quattro anni di formazione (dai 14 ai 18 anni), solitamente i nostri studenti non hanno ricevuto una buona educazione. Non hanno le basi del leggere, dello scrivere, della matematica. Questa è la difficoltà maggiore. Un secondo ostacolo è la povertà stessa: molti ragazzi vivono in famiglie in cui il padre non c’è, la madre fa lavori molto umili.Viene a galla un mondo di violenza e di indigenza, poco visibile ma durissimo. Alcuni servizi pubblici, come la sanità, non sono assolutamente coperti. Inoltre, andare in università in America è fondamentale per avere una vita normale, e i genitori dei nostri studenti non sono mai andati in università; non sanno che cosa significhi. Queste le sfide che potremmo definire "tecniche".

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Sui banchi di Boston, dove José Medina insegna a stude Latina. La sfida del lavoro, il rapporto con la tradizione, la pa a cura di Gianluca Attanasio

Allora bisogna aiutarli a capire che c’è un’unità in tutte queste cose. La povertà o la difficoltà non coincidono con la famiglia. La religiosità non è solo per i poveri o disperati, ma c’entra con tutto.

Ciò significa educare a una diversa concezione della persona. È così. I genitori sono in grosse difficoltà. È perciò importante far capire ai ragazzi che le circostanze non definiscono la persona, come del resto non garantiscono la felicità. Uno può lavorare duramente, ma la definizione della propria persona non è il risultato del proprio lavoro. La definizione della propria persona è la coscienza di essere amati da Dio, e questo essere amati si riflette nelle circostanze che succedono. L’essere capaci di riconoscerle è importante. I ragazzi non E quali sono invece gli aspetti più interessanti? vedono più l’amore che ricevono da Dio, perché non Sono principalmente due. Il primo è la sfida del sono abituati a guardare. Certamente rientrano in quelavoro. Come spiegavo prima, ogni mese gli studenti sto sguardo le tradizioni dei propri paesi, hanno cinque giorni di lavoro e quindici ma se non vengono iscritte nella propria giorni di lezione; se un ragazzo arriva da Spesso chiedo: vita, con il tempo le tradizioni muoiono. noi a quattordici anni, alla fine degli studi «per cosa avrà lavorato l’equivalente di un anno a Come aiutate i ragazzi a tener viva la loro tempo pieno. Molto spesso, quando i preghi?». È una fede e a non vergognarsi delle loro radici? ragazzi arrivano al quarto anno, durante educazione: è Ho imparato negli anni che bisogna l’estate o nel fine settimana guadagnano più dei loro genitori. In America è facile renderli coscienti innanzitutto stare molto attenti a quello che cadere nel tranello per cui “fai i soldi e per- di come è grande succede e che loro ritengono importante. Per esempio, quando c’è stato il terremoto ciò sei a posto���: emerge allora la questione il mondo ad Haiti, all’inizio c’era molta confusione: del significato e delle ragioni del lavoro. circa cinquanta ragazzi avevano familiari L’altra sfida su cui poniamo molta attenad Haiti. Abbiamo cominciato a lavorare con loro. Anzizione è la tradizione. I nostri studenti provengono da tutto abbiamo pregato. Poi li abbiamo aiutati a mettersi famiglie prive di cultura, o in cui si parla male l’inglese, insieme. Loro hanno tentato di raggranellare del ma spesso animate da una religiosità profonda. Quando denaro: hanno cucinato per altri, hanno venduto degli i ragazzi entrano nel mondo del lavoro, da un quartiere oggetti. Hanno anche promosso una giornata dedicata povero e malandato si trasferiscono in grandiosi gratalla loro cultura: i canti, le poesie. Alla fine dell’anno tacieli, in un mondo completamente ateo e anti-reliabbiamo intrapreso una discussione su quale fosse il gioso, in cui tutto è competitività. È facile che essi colcompito del loro essere insieme. È stato commovente. gano questo gap e che, nel passaggio, si dimentichino o Uno ha detto: «Il nostro compito è aiutare il mondo, non si vergognino della famiglia e del rapporto con Dio.


BUONA VISIONE >>

Together with You Un film di Chen Kaige Cina, Corea del sud 2002 durata 116 min

NOVEMBRE

Il tredicenne Xiao Chun suona il violino da quando è bambino, forse per compensare la morte della madre che non ha mai conosciuto. Il padre sogna per lui un grande futuro da musicista: così i due si trasferiscono a Pechino, dove il ragazzo incontra maestri duri ed esigenti e anche il primo, bruciante amore... Un film intenso sul talento e sulla paternità, con un finale a sorpresa.

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fraternitàemissione

Un sacrificio che vale Harvard Una “materia” di cui non si parla mai a scuola, ma che se viene esclusa rende impossibile studiare e crescere. È il sacrificio. «L’anno scorso ho cominciato a parlare molto frequentemente del sacrificio», dice José Medina. «Il sacrificio è dentro l’amore. Tu lo fai perché ami, altrimenti non ti muovi. Fa parte dell’educazione della vita. Se tutto diventa una questione di piacere immediato, non c’è possibilità di amare». Puoi fare degli esempi? «Tre anni fa un gruppo di ragazzi e di professori mi hanno comunicato che volevano istituire un corso di matematica di livello avanzato. Abbiamo tenuto il corso durante l'estate: i ragazzi anda-

questione di vita

nti di famiglie povere, in prevalenza immigrati dell’America assione educativa. E la scoperta dell’unità della vita.

È bello lavorare con questi ragazzi: la vita è così drammatica che invita a qualcosa di più grande

solo Haiti». Il desiderio di amare le persone non è misurato dalle proprie capacità. Alla fine, i ragazzi non hanno raccolto tanti soldi, ma credo che sia stato un esempio di una educazione e una apertura alla vita veramente preziose. Una attività molto semplice è il pregare assieme. Abbiamo un momento durante la giornata dedicato alla preghiera. Spesso chiedo: «per che cosa preghi?». È una educazione: è renderli coscienti di come è grande il mondo. Come si svolge questo momento di preghiera? Leggiamo una preghiera, che inseriamo nel bollettino quotidiano. Poi, liberamente, si dicono le intenzioni che uno ha nel cuore e poi si recita il Padre nostro, la preghiera di san Francesco... In questi anni ho visto gli studenti cambiare. All’inizio si pregava con vergogna, la gente non voleva dire certe cose. Nel tempo, però, la preghiera è diventata il momento in cui emergono le difficoltà legate alla famiglia, al rapporto con gli amici, agli esami. C’è un momento della vita, tutti i giorni, in cui, semplicemente, si capisce che tutto è importante nel rapporto con Dio. E con i professori che rapporto c’è? Vivo il lavoro con i professori guardandoli, cercando di capire quali sono le loro passioni. In un certo senso non ho molto in comune con loro, la fede non è un terreno condiviso a cui potersi attaccare. Parto allora dal desiderio che vedo in loro, che può essere desiderio di capire una materia meglio o di aiutare i ragazzi a imparare. Li aiuto in un dialogo e poi a trovare altre persone con cui parlare di queste cose. I cambiamenti più grandi in questi anni sono stati sempre guidati dalle passioni che ho trovato nelle persone. Un altro aspetto riguarda il rapporto degli adulti con i ragazzi. Nei primi tempi, gli adulti sentivano il ragazzo come nemico, come uno che non ha voglia di lavorare. Questo sta cambiando, anche nel modo in cui noi parliamo degli studenti. Ho insistito molto su cosa davvero

José Medina, 42 anni, prete dal 2001, con i suoi studenti il giorno della consegna del diploma. Pagina a fianco, skyline di Boston.

vano a lavorare, e poi, dalle sei alle otto, avevano il corso e poi gli esami. Sulla base di quell’esperienza, a metà di quest'anno ho proposto ai ragazzi di tentare di vivere l’estate pensando a ciò che vogliono fare: studiare, lavorare o fare qualcosa di utile, per non vivere un tempo morto. La mia proposta ha dato l'avvio a frequenti dialoghi su ciò che è giusto fare. Poiché l'Università di Harvard tiene dei corsi estivi in una scuola vicina a noi, abbiamo mandato lì quasi ottanta ragazzi». E come è andata? «I docenti di Harvard sono colpiti dal loro impegno. Quei ragazzi sono là accettando il sacrificio, perché lo vogliono. Hanno voglia di stare là».

significhi stare con i ragazzi, parlare con loro e di loro: un’educazione a rispettare la loro alterità. È facile essere contenti di chi ti segue e arrabbiarsi con quelli che non ti ascoltano. Ma questo significa perdere la dimensione misteriosa della persona, e sciupare il rapporto con chi ti sta davanti. Che cosa cambia nella scuola la presenza di un prete che vive la sua fede e la sua vocazione con verità? Il solo essere preti nella scuola è di per sé una cosa che non si vede da nessuna parte. Ci sono veramente pochi religiosi negli istituti, ormai. Per i ragazzi, il fatto che ci sia un prete che insegna, e che non insegna religione, ma storia, fisica e matematica, apre una domanda, rompe la divisione che esiste tra la fede e la vita, perché vedono nel sacerdote-professore un chiaro punto di unione. Tutto sta nell’essere là, immersi nella vita degli studenti, non come un direttore spirituale che ti dice come dovresti comportarti, ma una persona che fa il suo lavoro e testimonia che c’è un modo più bello di vivere. Per me è decisivo pormi di fronte ai ragazzi non per risolvere la loro vita, ma per aiutarli a vivere il dramma della vita. Lasciando le domande aperte, c’è la possibilità che loro trovino Cristo, attraverso delle conversazioni, attraverso dei libri. Il bello del lavorare con questi ragazzi è che la vita è così drammatica che invita a qualcosa di più grande. Ai professori dico sempre: non siamo qui per risolvere la loro vita. Siamo qui per vivere con loro l’avventura della vita, sia quel che sia.


Il meraviglioso è la mia atmosfera naturale, nel seno della quale mi sento bene… ma un Meraviglioso che sia vero! Olivier Messiaen

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NOVEMBRE

INTERVISTA A MOGOL

La vita eterna di una bella canzone

«Ho cercato sempre di descrivere quello che vedevo, di raccontare il bello del Creato. Non so se sono riuscito a raggiungere questo traguardo di libertà totale. È un giudizio che lascio al pubblico, a chi ha ascoltato in questi anni le mie canzoni». Giulio Rapetti, in arte e per tutti Mogol, racconta a Fraternità e Missione il suo rapporto con la musica. In settembre l’autore storico di Lucio Battisti (e di molti altri) ha festeggiato cinquant'anni di una carriera che ha lasciato un tratto indelebile nella storia musicale italiana. E nella vita di migliaia di persone.

L'autore di “Emozioni” racconta il suo rapporto con la musica

a cura di Francesco Montini

Don Massimo Camisasca scrive che la musica è un mistero. Lei cosa ne pensa? Sì, è un mistero, perché la musica è un atto innanzitutto ricettivo e non creativo. Come accade in tutte le arti: l’essenziale è recepire le cose importanti che la vita ci mette sotto gli occhi. Per tradurle in musica, poi, ci vuole la volontà, la disponibilità e un lavoro da parte dell'uomo.

La musica è dell’artista o del popolo? Assolutamente del popolo: è lui il giudice ultimo. Può infatti decidere e stabilire se una canzone è positiva o negativa, se può vivere nel tempo o soffocarla. In questo ha, forse senza accorgersene, una grandissima responsabilità. Classica, lirica, leggera: esigono ascolti diversi? Possiamo dire che in tutte c’è un comune denominatore: esiste il bello come il brutto. Questo però indica la presenza di un’educazione da parte di chi ascolta, un’oggettività nel giudicare. Noto che questo oggi capita sempre meno, visto che le logiche del bello sono dettate più da interessi utilitaristici, di marketing e di profitto immediato.

Come nasce una canzone? Qual è il segreto di una bella canzone? Il compositore nel suo lavoro è libero. Il tema gli viene suggerito dalla musica: è lei che guida la mia produzione. Non mi preparo, lascio tutto alla mia creatività. Quando mi accorgo di aver fatto una bella canzone? Se sopravvive e non muore nel tempo. Quando una canzone diventa poesia? Non ci sono particolari limiti. Non è il mezzo ma il contenuto, quello che si vuole esprimere, che porta la canzone a diventare poesia.

Che rapporto c'è tra il testo e la musica? Il testo deve avere il senso della musica. La sintonia tra parole e note porta a una sinergia assoluta: Se il testo vale dieci e la musica dieci il risultato che si ha non è venti, bensì cento. Parole e musica devono essere un tutt’uno, fondersi l’una nell'altra.

Mogol durante un incontro con i preti della Fraternità san Carlo. La sede del Cet, in un suggestivo borgo umbro, ha ospitato in febbraio la XI Assemblea generale della Fraternità.

È per questo che fondato il Cet, la sua scuola di formazione? Non ho voluto fondare un ente di formazione, ma una scuola di cultura popolare. Ho notato che anche la musica stava vivendo un periodo di recessione. La mia risposta è stata aprire questa scuola che da la possibilità a molti giovani di imparare a comporre, a conoscere ed amare la musica. Ho cercato di offrire loro una formazione musicale che sembra non esserci più.


FeM 201111