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MENSILE DELLA FRATERNITÀ SACERDOTALE DEI MISSIONARI DI SAN CARLO BORROMEO

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Anno XV, n. 5 maggio 2011 - € 1,50

fraternitàemissione Poste Italiane S.p.A. - Sped. in Abb. Post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB Milano

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La vocazione di Wojtyła di Massimo Camisasca

essuno potrà mai calcolare il numero di vocazioni sorte dai viaggi e dalla predicazione di Giovanni Paolo II. Ciò che noi chiamiamo vocazione, infatti, può essere paragonato a un seme, deposto dentro di noi, che poi ha bisogno del tempo per poter crescere e diventare albero. Semi sono gli incontri, semi le parole che ascoltiamo, semi possono essere certe letture o certe esperienze particolari di gioia e di dolore. Karol Wojtyła aveva il dono originalissimo di parlare a milioni di persone e di essere ascoltato da ciascuno, in mezzo alla folla, come se parlasse soltanto a lui. Le sue parole erano veramente dei semi. Non provoca perciò nessuno stupore in me ascoltare da molti giovani, oggi diventati adulti, che il loro matrimonio, la loro vocazione sacerdotale o religiosa, è nata da Wojtyła. Non l’hanno mai incontrato personalmente, nel senso stretto della parola, eppure la loro vita ha ricevuto una svolta dall’in-

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contro con lui. Come se Wojtyła fosse stato il loro insegnante, il loro padre, il loro amico preferito. Raramente capita di incontrare persone che scrutano con i loro occhi le interiorità più profonde del cuore di coloro che guardano. Wojtyła è stato uno di queste. Per lui la vocazione non era un tema fra gli altri: era piuttosto il contenuto del suo rapporto con la persona che aveva davanti. La sua vita, il tono della sua voce, la sua baldanza, il suo coraggio sembravano dire a ogni giovane: «Ti rendi conto di quanto vali? Ti rendi conto del peso della tua vita? Sai che seguendo Cristo essa può ottenere la sua fioritura più grande?». Durante i suoi viaggi, le udienze, gli incontri - penso soprattutto alle Giornate mondiali della gioventù - sapeva catturare l’attenzione, il rispetto e perfino la commozione di molti dei suoi giovani interlocutori. Semplicemente perché parlava loro di ciò che li interessava, li riguardava. Sapeva svelarli ai loro occhi.

«Ti rendi conto di quanto vali? Ti rendi conto del peso della tua vita?»

Giovanni Paolo II «calciatore». (Servizio fotografico de L’Osservatore Romano). Il primo maggio si è svolta la cerimonia di beatificazione.

PASSIONE PER LA GLORIA DI CRISTO


L’evento tra il Figlio e la Madre forma il centro dell’evento salvifico, che non può perdere di attualità perché la misericordiosa autorivelazione di Dio avviene sempre, qui e adesso, il fiume non si allontana mai dalla sorgente. Hans Urs von Balthasar

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MESE DI MAGGIO

Rivolti a Maria di Luca Speziale

Quand’ero piccolo, avevo forse otto o nove anni, spesso mi capitava di rimanere sveglio fino a tardi, nel mio letto. Pensavo a tante cose. Un pensiero ricorrente era quello dell’aldilà: «Cosa ci sarà mai dopo la morte? Chi ci aspetterà? Quanto durerà?». Una sera andai nella stanza dei miei genitori, svegliai mia mamma e le dissi delle mie paure, delle mie domande e che non riuscivo a dormire. Lei mi disse: «Non preoccuparti. Prendi il rosario, prega la Madonna e vedrai che tutto passerà». Allora prendevo il rosario che mi aveva regalato mia nonna, un rosario pesante, di grani grossi, forse addirittura di vetro, e incominciavo: «Ave Maria, piena «Che cosa di grazia…». Dopo qualci sarà che minuto le nubi dei dubbi, delle domande dopo la morte? irrisolte, delle ansie spariChi ci aspetterà? vano e cadevo in un sonno Quanto profondo. durerà?» A partire dalle scuole medie smisi di pregare, fino all’ultimo anno di università, quando incontrai un prete della Fraternità che di fronte alla difficoltà che gli facevo presente di non riuscire a sperimentare davvero la presenza di Gesù come qualcosa di reale, mi disse: «Perché non ricominci a pregare? Magari anche solo una decina del rosario alla mattina…». Mi ritornarono in mente le parole che mia madre mi disse quella notte e andai a cercare il grosso rosario della nonna. Ovviamente in mezzo a tutte le cianfrusaglie della mia camera non lo trovai. Così ne comprai uno. Mi sembrò di ritornare bambino, di poter respirare di nuovo quella fede semplice che mia nonna e mia mamma mi avevano insegnato. Entrato in seminario, con il passare degli anni, ho cercato di coltivare quello che oggi sta diventando quasi un fatto abituale. Quando le piccole ferite della Mia madre mi giornata, come i “no” detti rispose: «Non ti a qualcuno oppure gli preoccupare, sgarbi ricevuti, non mi lasciano tranquillo, mi prendi il rosario, fermo un attimo, anche prega solo pochi minuti. Dico la Madonna, una decina e mi ripeto: «non preoccuparti, prega e vedrai la Madonna». Così sto iniche tutto passerà» ziando a capire ciò che mia madre mi aveva insegnato. Più che rincorrere affannosamente le risposte ad ogni piccola domanda, mi rivolgo a colei che sola può darmi la pace, accompagnandomi lungo il giusto sentiero. fraternitàemissione M E N S I L E D E L L A F R AT E R N I T À S A C E R D O TA L E D E I M I S S I O N A R I D I S A N C A R L O B O R R O M E O Aut. del Trib. di Cassino n. 51827 del 2-6-1997 - Mensile della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo DIRETTORE: Gianluca Attanasio REDAZIONE: Fabrizio Cavaliere, Lorenzo Locatelli, Jonah Lynch, Marco Sampognaro HANNO COLLABORATO: Massimo Camisasca, Paolo Desandrè, Rachele Paiusco, Paolo Pezzi, Paolo Pietroluongo PROGETTO GRAFICO: G&C IMPAGINAZIONE: Fabrizio Cavaliere FOTOLITO E STAMPA: Arti Grafiche Fiorin, San Giuliano Milanese (Mi) REDAZIONE E ABBONAMENTI: Via Boccea 761 - 00166 Roma Tel. + 39 0661571400 - fm@sancarlo.org ABBONAMENTI base € 15 - sostenitore € 50 - C/C 72854979 IBAN: IT04T0351203206000000098780 OFFERTE codice IBAN: IT72 W0351203206000000018620 - c/c postale 43262005 WWW.SANCARLO.ORG


CONSIGLI DI LETTURA >>

Francesca Paci Dove muoiono i cristiani Mondadori 2011 pp. 204 - € 17,50

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Uomini e donne, missionari, preti o semplici fedeli: milioni di cristiani vivono in modo drammatico la loro condizione di minoranza religiosa. Queste pagine aiutano a comprendere la loro situazione, aggravatasi negli ultimi anni, per attacchi terroristici o per una continua discriminazione e pressione sociale. L’autrice, giornalista e inviata in Medio Oriente, ci porta nei luoghi in cui la fede diventa martirio: dalla Turchia all’Iraq, dall’India alla Corea del Nord, fino alla «strage di Capodanno» ad Alessandria d’Egitto, il più sanguinario attentato contro i cristiani negli anni recenti.

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GIOVANNI PAOLO II

«Se qualcuno di voi...» di Lorenzo Locatelli

il 19 agosto 2000. Sono circa 48 ore che non chiudo occhio. Ieri notte ero alla fermata del treno di Tor Vergata con gli altri del servizio d’ordine. Poi tutto il giorno sotto il sole più caldo che Roma abbia mai visto, aspettando con ansia l’ennesima gita all’idrante più vicino in cerca di un po’ di refrigerio. Il coro sta cantando ancora una volta Emmanuel, l’inno di questa XV Giornata mondiale della gioventù. Finalmente il sole tramonta. Un elicottero atterra in lontananza. È il Papa. La veglia di preghiera più faticosa della mia vita è iniziata. Comincio a lottare contro il sonno e subito mi viene in aiuto un fortissimo mal di testa. Concentro le energie contro la distrazione. Giovanni Paolo II sembra in ottima forma. Abitando a Roma le occasioni di sentirlo parlare sono state tante. Ricordo quella volta... che anno era? Il 1998 in piazza San Pietro all’incontro con i movimenti ecclesiali. È stato quello l’anno in cui ho incontrato don Sergio… Don Sergio! Lui sì che si gode la vita! Lui e i suoi della San Carlo… Ecco, di nuovo quel pensiero. Mi sono distratto un’altra volta. Il Papa se ne va. Cerco insieme agli altri un posto dove stendere il sacco a pelo. Passo la notte riflettendo sul fenomeno dell’escursione termica e, quando constato l’ormai irreversibile congelamento dei miei piedi, milioni di watt

È

Un seminarista della Fraternità racconta la propria vocazione, nata con Wojtyła alla Giornata mondiale della gioventù del 2000

Nella foto, la folla di ragazzi alla Giornata mondiale della gioventù. (Servizio fotografico de L’Osservatore Romano). Pagina accanto: icona della Madonna di Vladimir.

proprio sopra la mia testa annunciano il buon giorno con un nuovo canto: Emmanuel! Comincia la messa, il Papa è di nuovo tra noi. Inspiegabilmente, sarà la lieve brezza mattutina, riesco a stare attento e vengo letteralmente rapito dalle sue parole: «Se qualcuno di voi, cari ragazzi e ragazze, avverte in sé la chiamata del Signore a donarsi totalmente a Lui per amarlo con cuore indiviso, non si lasci frenare dal dubbio o dalla paura». Improvvisamente i due milioni di ragazzi attorno a me scompaiono. Mi sembra di essere rimasto da solo davanti a Giovanni Paolo II. E ancora di più: io davanti a Dio. Di colpo sono messo di fronte a quel pensiero che da un po’ di tempo cercavo di scacciare in tutti i modi. La paura però mi assale. Ma subito: «Dica con coraggio il proprio sì senza riserve, fidandosi di Lui che è fedele in ogni sua promessa. Non ha Egli forse assicurato, a chi ha lasciato tutto per Lui, il centuplo quaggiù e la vita eterna?». Una dopo l’altra crollano tutte le mie difese, i miei dubbi, le mie paure. E con le lacrime agli occhi desidero con tutto me stesso abbandonarmi a quell’Amore infinito che mi sta chiamando. Sì. Non credo che il Papa abbia potuto sentire quel mio sì appena sussurrato, ma sono certo che ora lo accompagna fino al suo compimento.


BUONA VISIONE >>

Andrej Tarkovskij Andrei Roublëv 186 min., 1966

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gni grande voto, matrimoniale, sacerdotale, cavalleresco, è avventato, e ciò ne costituisce la gloriosa bellezza. Solo gli uomini sono in grado di lanciare i loro cuori oltre tutti i calcoli, per conquistare ciò che il cuore desidera». Qualche mese fa mio papà mi ha passato questa citazione di Chesterton, e con essa ha dimostrato di conoscere bene qualcosa che sta nel fondo del mio animo: una certa avventatezza che ho imparato, come per osmosi, da tanti uomini grandi incontrati nella mia storia, e che mi muove quando sono alla presenza di quello che sembra rispondere al mio desiderio. Ho conosciuto la Fraternità san Carlo dieci anni fa. Da subito, dalla prima visita a Roma, ho avuto l’impressione di avere incontrato una realtà grande: respiravo in essa tutta la Chiesa, tutto il movimento, tutto quello che di bello c’è nella vita per il cuore dell’uomo. Per questa prima intuizione mi sono bastate una passeggiata nel parco di via Boccea, una serata di musica in seminario, la prima liturgia delle ordinazioni a cui ho partecipato, una visita agli affreschi di Caravaggio a Roma con la spiegazione di alcuni preti appena conosciuti, l’amicizia che si stringeva con loro. Allora non pensavo di certo Dio ci ha donato a una realtà di “soli” 100 preti, una goccia nel mare le strade della Chiesa. Ho incontrato e le benedizioni una compagnia del tutto necessarie perché per me e del tutto più grande di me. Da subito, i nostri desideri insieme all’accendersi del prendessero mio desiderio di amicizia, forma ho sentito una sproporzione tra quella grandezza e la mia indegnità: ero piccola, al primo anno di università, e arrivavo a Milano dalla provincia col cuore pieno di tantissimi movimenti e desideri, non certo ordinati, anche se già in un certo senso precisi. Eppure Dio guardava a questo incontro come a qualcosa di grande. Quei primi mesi da matricola alla Statale di Milano sono stati l’inizio della scoperta della mia vocazione. Ho compreso solo più tardi e negli ultimi tempi, come i primi 20 anni della mia vita siano stati una silenziosa e operosa preparazione da parte di Dio a quel momento, perché io potessi sentire proprio allora una voce chiara che mi chiamava; perché potessi sentire nel suo timbro qualcosa che già conoscevo. I tre anni successivi hanno ospitato la scoperta della mia chiamata e la mia decisione.

«Questo film avrebbe dovuto raccontare come la nostalgia popolare di fratellanza in un’epoca di feroci lotte intestine e di schiavitù tartara creò la geniale «Trinità», ossia un’immagine ideale di fratellanza, d’amore e di quieta santità.(Andrej Tarkovskij, «Scolpire il tempo»). Un film sul mistero, sul destino, sulla vocazione, da rivedere.

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«O

Gli incontri La mia storia è cresciuta nella compagnia di grandi uomini e grandi donne. I miei genitori per primi, che mi hanno fatto crescere nell’aria buona e sana del movimento di don Giussani; li ho sempre visti spendersi per le opere che da esso nascevano, anche nel mio quartiere e nella mia città. Una operosità senza lamenti e con un ideale che sapeva attraversare anche i dolori. Poi la mia maestra delle scuole elementari, Michela: una ragazza che cominciava a insegnare a 19 anni, e che mi ha lasciata impressa l’immagine della bellezza della verginità, anche se allora era tutto implicito; poi un giorno, alla fine della quinta, ci disse che sarebbe partita per Roma per consacrarsi a Dio. Lei era veramente bella e forte. Da lei ho imparato moltissimo in quei cinque anni; ha dato la vita a 33 anni per via di una malattia fulminante. L’altra grande donna che ha segnato la mia vita è stata la mia insegnante di pianoforte. A sette anni i miei genitori mi hanno proposto di cominciare a suonare, a venti l’ho incontrata e ho vissuto con lei tre intensissimi anni di passione, di musica, di lavoro e sacrificio per la bel-

MISSIONARIE DI SAN CARLO: PRIM

Con un cuore ac Il 25 marzo 2011, suor Rachele ha pronunciato i voti solenni. Ecco la storia della sua vocazione

di Rachele Paiusco

lezza; erano gli stessi anni della scoperta della mia vocazione, e mi muovevo tra Legnano (la mia città), Bergamo (il conservatorio) e Milano (l’università e gli amici). È difficile dire quanto mi hanno lasciato quelle lunghe ore di lezione tra le mura dei palazzi di Città Alta a Bergamo. Innanzitutto la convinzione vissuta che la bellezza salverà il mondo, e che per questo ci vuole una offerta del proprio impegno costante, nascosta, fedele. Nel febbraio del 2001 ho incontrato a Milano don Paolo Sottopietra. Da quel momento ha seguito ogni passo della mia vocazione fino ad ora, fino al giorno in cui ho consegnato nelle sue mani i miei voti definitivi. Il dialogo decisivo con don Massimo invece è avvenuto nell’agosto del 2004, quando mi ha accolta nel mio desiderio di unirmi alla Fraternità. Alla loro amicizia e paternità, come a quella di don Gianluca Attanasio che avevo conosciuto in Trentino nel luglio 2001, è legato ogni fatto della mia vita di questi anni. A loro ho consegnato la mia vocazione, il mio cuore, i miei errori, i miei doni, tutta la mia storia, consegnandola in questo modo allo Spirito perché mi plasmasse secondo il desiderio di Dio. Tra i grandi incontri della mia storia devo mettere anche quelli con alcuni santi, che mi fanno compagnia quotidianamente, chi da tanti anni, chi da meno. Nella messa dei voti solenni c’è un momento di preghiera in cui si invocano la Madonna e tutti i santi, e questo mi ha


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Dall’abito al nostro modo di cantare e di pregare, dai lavori di ristrutturazione della casa alle indicazioni pratiche su come vivere la povertà, dai primi passi missionari nella nostra parrocchia della Magliana al rapporto che vogliamo vivere con le nostre famiglie e i nostri amici, tutto ha avuto come fonte costante questa grande domanda. Seguiamo quello che desideriamo! E Dio ci ha indicato le strade e ci ha donato le benedizioni necessarie perché i nostri desideri prendessero una forma. Su tutto vigilava poi la grande esperienza e l’affetto della Fraternità, i nostri padri e i nostri fratelli maggiori. Questo sono stati gli anni in cui sono nate le Missionarie di san Carlo, gli anni della risposta di Dio ai desideri che ci ha messo nel cuore.

MA PROFESSIONE SOLENNE

ccogliente riempito il cuore: vivo realmente nella comunione, vivo davvero l’esperienza di avere padri, madri, fratelli e sorelle, in cielo e qui, sulla strada verso il Padre. Don Massimo ripete spesso che la Fraternità e le Missionarie sono due Istituti in una sola famiglia. Io sento di essere stata accolta in questa famiglia, con gioia e con misericordia, dal primo giorno fino ad oggi: da quando non era per nulla scontato che fosse data la possibilità a me e ad altre ragazze di unirsi alla Fraternità, lungo questi sei anni a Roma, dove tanti sacerdoti e seminaristi in moltissime occasioni ci hanno sostenute con la loro esperienza e il loro lavoro. La parola accoglienza rimane come una forma che ha plasmato la mia vita. E così formata, vorrei essere anch’io un cuore accogliente per tutti gli uomini e le donne che il Signore vuole farci incontrare.

La risposta di Dio Un’ultima parola su questi sei anni che ho vissuto a Roma. Io e le mie sorelle – oggi 15 – abbiamo vissuto l’avventura di una nascita e di una costruzione. Tutto il fascino di questo grande, sofferto e bellissimo lavoro scaturisce da quella che secondo me è la sua origine più profonda, cioè la domanda che ci siamo posti da subito: che cosa desideriamo? cosa vogliamo vivere? cos’è per noi essenziale e cosa ci spinge?

Nelle foto grande, Rachele Paiusco con alcuni bambini del catechismo. A destra un momento della celebrazione dei voti solenni (25 marzo 2011).

Una pagina nuova Ora sta per aprirsi per noi una nuova pagina, perché cominciamo a riflettere sulle prime possibili case di missione. Chi di noi partirà, per quale terra, per servire e amare quale popolo, quale storia, quale lingua, sono le domande che si stanno aprendo in questi mesi e che stanno anche aprendo il mio cuore. Pensare che Dio mi ha voluto così bene da mettermi in questa casa, dove sono amata, e da darmi un compito grande, per la sua gloria nel mondo, mi riempie di commozione. E pensare a tutti i volti amici che ci stanno sostenendo nel nostro inizio continua a rinnovare la mia gratitudine. Sono una missionaria, e voglio dare la mia vita per questi amici e per tutti gli altri uomini che il Signore mi farà incontrare. Posso farlo perché Gesù l’ha data, tutta e in anticipo, per me. Vorrei che questi miei voti fossero per tutta la vita una risposta a questo suo dono. In questi mesi ho tenuto spesso nei miei pensieri una frase di un teologo che amo moltissimo, Jean Daniélou: «Per la fede cattolica le frontiere tra l’aldilà e l’aldiquà diventano indefinibili. In verità, fra ciò che siamo oggi e quel che saremo eternamente non c’è poi una gran differenza. La vita eterna mostrerà solamente quel che avremo amato sulla terra; in altre parole, la vita eterna solamente ratificherà quel che saranno state le nostre adesioni durante questa vita, portandole alla pienezza della loro realizzazione. La prospettiva dell’eternità allora, ben diversamente dall’essere una evasione, impregna, piuttosto, questo momento presente di un significato gravido di conseguenze: poiché saremo eternamente quel che ci saremo fatti durante la nostra esistenza terrena. La vita presente assume a questo modo tutto il suo senso drammatico. Ci è data per essere caricata della più grande misura possibile d’amore». È per me un augurio per tutta la mia vita e per quella delle mie sorelle.


Qualunque sia l’offerta che ti appresti a fare, ricordati di affidarla a Maria, affinché per il medesimo canale attraverso il quale la grazia è giunta fino a noi, essa ritorni al Largitore di ogni grazia. San Bernardo 6

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DIARIO MISSIONARIO

Da Mosca a Roma, la vita nasce dalla fede SULLE MACERIE DEI LAGER di Paolo Pezzi

Mosca, 18 ottobre 2010 Caro don Massimo, alcuni sacerdoti dell’Opera don Calabria che sono a Mosca mi hanno fatto avere la tua omelia alla festa di san Giovanni Calabria, dello scorso 8 ottobre. Erano molto contenti, colpiti dalle tue parole. Personalmente, mi stupisce la semplicità di riconoscere la verità anche nella testimonianza di un altro che non fa parte della tua storia. E poi mi colpisce la capacità del carisma di parlare a tutti. Spero che tu stia bene. Qui si procede e sono grato a Dio degli incontri che suscita nella mia vita. Recentemente ho visitato una parrocchia al nord della diocesi, a Ukhta. È una città nata sui resti dei lager, dopo la guerra. La stragrande maggioranza della popolazione (penso circa un centinaio di migliaia di abitanti) si divide - come mi hanno riferito in “deportati” e “chi sorvegliava i deportati”. Oggi i loro eredi sono quindi accomunati tutti da uno stesso destino, che è noto e doloroso. Eppure, mi ha colpito ascoltare le storie delle persone, leggervi pace e serenità. Non c’era rancore, bensì l’affermazione, pacificante e densa di perdono, della propria fede. La comunità mostra una vivacità commovente, nonostante siano un piccolo manipolo e il prete possa visitarli non più di una volta al mese. Domenica scorsa ho celebrato le cresime alla comunità coreana a Mosca: quasi sessanta persone hanno ricevuto la cresima! E che impressione sapere delle loro

Uno scorcio di Mosca; sullo sfondo, il Cremlino (foto: Chaos Manor).

«Viviamo la stessa passione che ci fa spendere per un amore che vorremmo divampasse, e che vince ogni dimenticanza»

storie di neofiti. E anche in questo caso ho visto la vita che nasce da una fede vissuta. La loro è una esperienza sconosciuta ai più, eppure essi sono partecipi della stessa origine che muove il mondo. Per essi si compie lo stesso dramma che tocca ogni altro uomo, a Mosca e nel mondo. E questo ha spogliato quell’incontro e quel gesto liturgico di ogni possibile estraneità e aspetto folkloristico. Nei giorni scorsi sono andato a Kiev. C’è stata una presentazione del movimento di Cl, organizzata da un filosofo e professore ucraino. Mi è stato chiesto un intervento sul cristianesimo nell’esperienza del movimento. C’erano anche Fec, Rosalba, Jean François, Bogdan - un ragazzo ucraino che ha incontrato il movimento in Italia -, Oksana, Giovanna... Abbiamo assistito ad un’amicizia in atto e la gente che ha partecipato alla kermesse di due giorni era colpita dal nostro rapporto. Con immutato affetto e gratitudine, tuo indegno figlio Paolo

«NO, NON SIAMO LONTANI» di Massimo Camisasca

Roma, 18 ottobre 2010 Carissimo Paolo, è domenica sera. Ho lasciato un film perché mi faceva piacere stare un po’ con te. Scrivendoti. Forse – attraverso l’e-mail – potrai leggere già domani questa mia lettera. Ma io scrivo a mano, rivivendo così la vicina e lontanissima epopea delle lettere scritte e affidate alla posta. La tua e-mail, d’altronde, è una vera lettera. Ti penso


Il miracolo, in questo mondo del Dio vivo, è sempre incombente. La vita cristiana è la ricerca di un miracolo. Luigi Giussani MAGGIO

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in giro per gli immensi spazi della tua sconfinata diocesi e penso a quando viaggiavo da solo. Adesso non ce la farei più. Ma sono stati anni bellissimi. Ora ci sono altre bellezze: quelle del tornare a dedicare tempo al seminario, alle conferenze in Italia, allo scrivere, al Consiglio, ai preti che passano, alle persone che vengono a trovarmi. Sento che Dio ti sta chiedendo una grande cosa, espressione della misteriosa aggregazione al Collegio apostolico: Pietro mi ami tu più di…? Vedo una vicinanza di Cristo alla tua vita più intensa di quella di un meteorite che, da spazi lontanissimi, piombasse sulla terra. La mia possibilità di essere con te è nel silenzio del mattino e nella messa della sera. Ma nessuno sarà così vicino come l’angelo che ti mando nel silenzio, come lo Spirito che invoco su di te nella messa. Nel sacrificio eucaristico tutto si unifica e va verso il fine e la fine. Sono contento che ti sia arrivata la mia omelia di Verona. Ho pregato don Calabria per tutti noi e ho visitato i suoi luoghi. Ho anche tenuto due conferenze, una al centro culturale e una al clero. Avevo preparato tutto a lungo e spero che sia stato utile a qualcuno. Il tuo racconto della città dei lager mi ha molto commosso: solo il perdono permette di costruire il futuro, di non lasciarci imprigionare dal passato. Perdono di noi stessi e degli altri. E poi i coreani, e Kiev… No, non sono lontano da te e tu non sei lontano. Viviamo la stessa passione che ci fa spendere per un amore che vorremmo divampasse di più, anche in noi stessi, ma che ci colpisce soprattutto per l’oggettività della sua donazione, che vince ogni nostra dimenticanza. Tuo affezionatissimo, don Massimo

«Perché non hai chiamato uno di quei preti che fanno i miracoli?». E invece il miracolo accadeva

NOVITÀ IN LIBRERIA

Facebook e la comunione È uscito «Il profumo dei limoni» di Jonah Lynch, vicerettore della casa di formazione: una riflessione su tecnologia, educazione e rapporti umani. Ecco un estratto del libro. Fuori dalla mia finestra c’è un albero di limoni. Anche dopo più di un decennio in questa casa romana, provo un certo stupore alla vista delle "trombe d’oro della solarità", come le chiamava Montale. Per uno cresciuto in un clima più rigido, gli agrumi hanno un che di miracoloso. Riempiono proprio i giorni più grigi e freddi dell’anno con colori squillanti e gusti deliziosi. Sono dei serbatoi di sole, e lo rilasciano nel momento in cui più serve. Mi sono sempre piaciuti i limoni. Da bambino, quando la zia mi offriva delle caramelle, sceglievo sempre quelle gialle. A volte sapevano di banana (che disgusto!), ma di solito avevano il gusto aspro-dolce del limone. E quando mi ammalavo, mia mamma mi preparava delle tisane di limone e miele. Ora, quando passeggio nel giardino davanti alla mia finestra, non di rado mi fermo per sentire il profumo pulito e vivace di un limone appena colto. Ma cosa c’entrano i limoni con la tecnologia? Un limone colto dall’albero ha la scorza ruvida. Più curato è l’albero, più ruvida è la scorza. È una strana ruvidezza, perché se la si schiaccia un po’ ne esce un olio profumato e d’improvviso la superficie diventa liscia. Poi quel succo asprigno, così buono sulla cotoletta e con le ostriche, nei drink estivi e nel tè caldo! Tatto, olfatto, gusto. Tre dei cinque sensi non possono essere trasmessi attraverso la tecnologia. Tre quinti della realtà, il sessanta percento. Questo libro è un invito a farci caso.

LIETA NEL PIANTO di Paolo Desandrè

Roma, 3 novembre 2010 Carissimo don Massimo, per la prima volta ho visto morire una persona davanti ai miei occhi dopo averle amministrato l’unzione degli infermi e dopo aver pregato insieme a sua figlia. Quest’ultima mi aveva chiamato piangendo, esortandomi a fare presto. In effetti, c’è stato giusto il tempo di dare alla donna l’estrema unzione, di donarle il perdono per i suoi peccati e poi di recitare una decina del rosario. Alla fine della preghiera dell’Angelo di Dio è spirata. La figlia sorrideva nel pianto ed era veramente lieta. Parlava di miracolo. Mentre eravamo in preghiera, la mamma della signora che stava morendo diceva a voce alta a sua nipote: «Perché non hai chiamato un prete di quelli che fanno i miracoli!». In cuor mio, mentre continuavo a pregare, mi dicevo: «Poveretta, non riesce a vedere il grande miracolo che sta proprio accadendo davanti ai suoi occhi: il miracolo di sua nipote e della sua fede che la rende così lieta vedendo sua madre morire, e quello di sua figlia che lascia questo mondo abbracciata da Cristo, perdonata per tutti i suoi peccati. Come vorrei anche io poter morire così!». Mi sono sentito spettatore e protagonista di quel miracolo, tanto che, uscendo da quella casa, mi sono detto: «Ti ringrazio, Signore, di avermi scelto come tuo sacerdote. Che grande dono!». L’intera giornata è stata investita da quella gratitudine, tutto è stato messo al posto giusto da ciò che era capitato. Ti abbraccio con profondo affetto, Desa

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Jonah Lynch Il profumo dei limoni Tecnologia e rapporti umani nell’era di Facebook Lindau 2011 Paolo Desandrè.


GIORNATA ANNUALE AMICI DI FRATERNITÀ E MISSIONE

Vi invitiamo all’annuale giornata di «Amici di Fraternità e Missione», che avrà luogo sabato 21 maggio a Monza. Questo il programma: alle ore 17, presso il teatro Manzoni, incontro con don Massimo Camisasca, intervistato da Andrea Tornielli sul tema “aiutare la famiglia per educare uomini liberi”. Alle ore 19.00, santa messa presso la chiesa di San Pietro Martire. A seguire, aperitivo nel piazzale della chiesa.

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Portogallo Le orecchie del cuore di Paolo Pietroluongo*

Che cosa possono avere a che fare un cartoncino rosa, della carta da cucina e un cacciavite con il profeta Samuele? A prima vista poco, quasi nulla forse. Ma se quel cartoncino si trasforma in un bel paio di orecchie giganti, tutto sembra assumere un significato. Samuele non sentiva la voce di Dio, per tre volte la scambiò per quella del sacerdote Eli. Mi tocca raccontare questa storia durante la mia ora di catechismo ad una decina di bambini della nostra parrocchia di Alverca, che il sabato pomeriggio si popola di centinaia di bambini e ragazzi tra i 6 e i 14 anni. Il mio portoghese non è ancora dei migliori, e allora decido di affidarmi ad esempi pratici. Alle tre del pomeriggio i bambini sono tutti nella sala ad aspettarmi. Io entro con in testa delle orecchie giganti e con un sacchetto nella mano. Mi siedo come se nulla fosse, tra gli sguardi un po’ increduli dei bimbi e di Cristina, madre di famiglia con la quale insegno il catechismo. E comincio a raccontare la storia.

*seminarista in missione per un anno ad Alverca, nei pressi di Lisbona (Portogallo).

Occhi semplici e orecchie grandi

Una manina in fondo alla sala Dio ci parla in un’infinità di modi. E per sentire la voce di Dio, dico loro, è necessario avere delle orecchie grandi...ma a volte, aggiungo, le nostre orecchie sono sporche, ci sembra che Dio non ci parli, e quindi occorre pulirle. E con cosa? A quel punto tiro fuori dal sacchetto l’opera d’arte realizzata la mattina: un cacciavite arrotolato nella carta da cucina che sembra proprio ciò che serve per pulire delle orecchie grandi, un cotton fioc gigante! Risate generali, anche Cristina sembra divertita. Ma c’è una manina in fondo alla sala che si alza. Una bimba dice: «Ma noi possiamo sentire Gesù anche con il cuore, non solo con le orecchie!». Tutti si girano verso di me in attesa di una risposta. Capisco di essere stato un po’ riduttivo, ed invece i bambini sanno guardare più a fondo. Decido di raccogliere la provocazione: «Come facciamo per pulire il nostro cuore? Non possiamo usare il cotton fioc per pulire il cuore!». Le risposte sono state semplici e esaltanti: Inês dice che abbiamo bisogno della confessione; António, il più irrequieto, sostiene invece che è l’Eucarestia a pulire la nostra anima; João Gabriel parla della preghiera della sera con la mamma; Pedro, che non sta un attimo zitto, fa riferimento alle parole della nonna; e infine Raquel, una bimba di dieci anni, con grandi

occhi celesti e capelli biondi, sempre silenziosa, conclude che è il parlare dei nostri problemi agli amici che ci pulisce il cuore e ci aiuta a sentire la voce di Dio. Da lì a pochi giorni Raquel avrebbe improvvisamente perso la mamma, una collaboratrice della parrocchia, a causa di un arresto respiratorio.

Nella foto, Paolo Pietroluongo (a destra) con un catechista e alcuni ragazzi del catechismo.

Dopo quella catechesi è capitato più di una volta che quando i bambini mi incontravano nel centro parrocchiale o all’uscita della messa mi ripetevano il gesto del cotton fioc nelle orecchie. Anche Raquel lo faceva, si divertiva a ricordarmi quell’episodio. Ma quando l’ho rivista, una settimana dopo il funerale di sua madre, sulle scalinate della nostra chiesa, aveva gli occhi tristi e mi fissava. Avrei voluto dirle tante cose, che la mamma ora è con Dio, che sta bene e che Dio sta cercando di dire qualcosa a tutti noi. Ma ogni parola sarebbe stata fuori luogo. Allora le faccio il gesto del cotton fioc. Lei sorride, mi ripete il gesto e prende la mano del papà. I bambini sono semplici, aspettano un gesto che possa spiegar loro come vanno le cose, e quando lo ottengono se lo tengono stretto. Per loro non c’è molto da interpretare, c’è solo da guardare e ascoltare, con occhi semplici e orecchie grandi. Senza dimenticare il cotton fioc più indicato.


201105