Page 1

MENSILE DELLA FRATERNITÀ SACERDOTALE DEI MISSIONARI DI SAN CARLO BORROMEO

3

Anno XV, n. 3 marzo 2011 - € 1,50

fraternitàemissione Poste Italiane S.p.A. - Sped. in Abb. Post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB Milano

www.sancarlo.org

LA FRATERNITÀ SAN CARLO NEL MONDO: ALVERCA PORTOGALLO ASUNCIÓN PARAGUAY BOLOGNA ITALIA BOSTON USA BUDAPEST UNGHERIA CHIETI ITALIA CITTÀ DEL MESSICO MESSICO COLONIA GERMANIA CONCEPCIÓN CILE DENVER USA FROSINONE ITALIA FUENLABRADA SPAGNA GERUSALEMME ISRAELE GROSSETO ITALIA GROTTAMMARE ITALIA ISOLA DEL GIGLIO ITALIA MILANO ITALIA MOSCA RUSSIA NAIROBI KENYA NOVOSIBIRSK SIBERIA PESARO ITALIA PRAGA REPUBBLICA CECA ROMA ITALIA SAN PAOLO BRASILE SANTIAGO DEL CILE CILE TAIPEI TAIWAN TRIESTE ITALIA VIENNA AUSTRIA WASHINGTON USA

Occorre stare con Gesù per stare con gli altri Le parole di Benedetto XVI, in occasione dell’Udienza concessa alla Fraternità san Carlo il 12 febbraio 2011

Cari Fratelli e amici, è con vera gioia che vivo questo incontro con voi, sacerdoti e seminaristi della Fraternità san Carlo, qui convenuti in occasione del venticinquesimo anniversario della sua nascita. Saluto e ringrazio il fondatore e superiore generale, Mons. Massimo Camisasca, il suo consiglio, e tutti voi, parenti ed amici, che fate corona alla comunità. In particolare, saluto l’Arcivescovo della Madre di Dio di Mosca, Mons. Paolo Pezzi, e Don Julián Carrón, Presidente dalla Fraternità di Comunione e Liberazione, che esprimono simbolicamente i frutti e la radice dell’opera della Fraternità san Carlo. Questo momento riporta alla mia memoria la lunga amicizia con Mons. Luigi Giussani e testimonia la fecondità del suo carisma.

Il sacerdozio cristiano non è fine a se stesso, ma è stato voluto da Gesù in funzione della Chiesa

Un momento dell’udienza nella Sala Clementina (foto: Servizio fotografico de L’Osservatore Romano).

In questa occasione, vorrei rispondere a due domande che il nostro incontro mi suggerisce: qual è il posto del sacerdozio ordinato nella vita della Chiesa? Qual è il posto della vita comune nell’esperienza sacerdotale? La vostra nascita dal movimento di Comunione e Liberazione e il vostro riferimento vitale all’esperienza ecclesiale che esso rappresenta, pongono davanti ai nostri occhi una verità che si è andata riaffermando con particolare chiarezza dall’Ottocento in poi e che ha trovato una significativa espressione nella teologia del Concilio Vaticano II. Mi riferisco al fatto che il sacerdozio cristiano non è fine a se stesso. Esso è stato voluto da Gesù in funzione della nascita e della vita della Chiesa. Ogni sacerdote, perciò, può dire ai fedeli, parafrasando sant’Agostino: Vobiscum christianus, pro >>

PASSIONE PER LA GLORIA DI CRISTO


La nostra vita è stata risvegliata dal carisma che abbiamo incontrato, e continuerà ad alimentarsene soltanto se avremo la semplicità di lasciarci generare da ciò che Lui fa. Julián Carrón 2

>> vobis sacerdos. La gloria e la gioia del sacerdozio è di servire Cristo e il suo Corpo mistico. Esso rappresenta una vocazione bellissima e singolare all’interno della Chiesa, che rende presente Cristo, perché partecipa dell’unico ed eterno Sacerdozio di Cristo. La presenza di vocazioni sacerdotali è un segno sicuro della verità e della vitalità di una comunità cristiana. Dio infatti chiama sempre, anche al sacerdozio; non vi è crescita vera e feconda nella Chiesa senza un’autentica presenza sacerdotale che la sorregga e la alimenti. Sono grato perciò a tutti coloro che dedicano le loro energie alla formazione dei sacerdoti e alla riforma della vita sacerdotale. Come tutta la Chiesa, infatti, anche il sacerdozio ha bisogno rinnovarsi continuamente, ritrovando nella vita di Gesù le forme più essenziali del proprio essere. Le diverse possibili strade di questo rinnovamento non possono dimenticare alcuni elementi irrinunciabili. Innanzitutto un’educazione profonda alla meditazione e alla preghiera, vissute come dialogo con il Signore risorto presente nella sua Chiesa. In secondo luogo, uno studio della teologia che permetta di incontrare le verità cristiane nella forma di una sintesi legata alla vita della persona e della comunità: solo uno sguardo sapienziale può infatti valorizzare la forza che la fede possiede di illuminare la vita e il mondo, conducendo continuamente a Cristo, Creatore e Salvatore. La Fraternità san Carlo ha sottolineato, durante il corso breve ma intenso della sua storia, il valore della vita comune. Anch’io ne ho parlato più volte nei miei interventi prima e dopo la mia chiamata al soglio di Pietro. «È importante che i sacerdoti non vivano isolati da qualche parte, ma stiano insieme La vita comune in piccole comunità, si sostengano a vicenda e è un aiuto facciano così esperienza che Cristo dà dello stare insieme nel alla nostra loro servizio a Cristo e nella rinuncia per il regno esistenza dei Cieli e ne prendano anche sempre più coscienza» (Luce del mondo, Città del Vaticano 2010, 208). Sono sotto i nostri occhi le urgenze di questo momento. Penso per esempio alla carenza di sacerdoti. La vita comune non è innanzitutto una strategia per rispondere a queste necessità. Essa non è neppure, di per sé, solo una forma di aiuto di fronte alla solitudine e alla debolezza dell’uomo. Tutto questo ci può essere, certamente, ma soltanto se la vita fraterna viene concepita e vissuta come strada per immergersi nella realtà della comunione. La vita comune è infatti espressione del dono di Cristo che è la Chiesa, ed è prefigurata nella comunità apostolica, che ha dato luogo ai presbiteri. Nessun sacerdote infatti amministra qualcosa che gli è proprio, ma partecipa con gli altri fratelli a un dono sacramentale che viene direttamente da Gesù. La vita comune perciò esprime un aiuto che Cristo dà alla nostra esistenza, chiamandoci, attraverso la presenza dei fratelli, ad una configurazione sempre più profonda alla sua persona. Vivere con altri significa accettare la necessità della propria continua conversione e soprattutto scoprire la bellezza di tale cammino, la gioia dell’umiltà, della penitenza, ma anche della conversazione, del perdono vicendevole, del mutuo sostegno. Ecce quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum (Sal 133,1).

fraternitàemissione

MARZO

Nella foto del box: un momento di conversazione con don Julián Carrón (in fondo, a destra), all’apertura dell’assemblea generale.

Nessuno può assumere la forza rigenerante della vita comune senza la preghiera, senza guardare all’esperienza e all’insegnamento dei santi, in particolar modo dei Padri della Chiesa, senza una vita sacramentale vissuta con fedeltà. Se non si entra nel dialogo eterno che il Figlio intrattiene col Padre nello Spirito Santo nessuna autentica vita comune è possibile. Occorre stare con Gesù per poter stare con gli altri. È questo il cuore della missione. Nella compagnia di Cristo e dei fratelli ciascun sacerdote può trovare le energie necessarie per prendersi cura degli uomini, per farsi carico dei bisogni spirituali e materiali che incontra, per insegnare con parole sempre nuove, dettate dall’amore, le verità eterne della fede di cui hanno sete anche i nostri contemporanei. Cari fratelli e amici, continuate ad andare in tutto il mondo per portare a tutti la comunione che nasce dal cuore di Cristo! L’esperienza degli Apostoli con Gesù sia sempre il faro che illumini la vostra vita sacerdotale! Incoraggiandovi a continuare sulla strada tracciata in questi anni, volentieri imparto la mia benedizione a tutti i sacerdoti e i seminaristi della Fraternità san Carlo, alle Missionarie di san Carlo, ai loro familiari e amici. © LEV - Libreria Editrice Vaticana

XI Assemblea generale Dal 7 al 12 febbraio si è svolta ad Avigliano Umbro (Tr), nella tenuta del paroliere Mogol, l’XI Assemblea generale della Fraternità San Carlo. Dal riconoscimento pontificio del 1999, l’Assemblea si riunisce ogni sei anni. In un clima familiare e con qualche serata segnata a sorpresa dalle canzoni del loro ospite, i diciannove rappresentanti hanno eletto il superiore generale,

riconfermando Massimo Camisasca, il nuovo vicario generale, Gianluca Attanasio, e i membri del Consiglio del superiore: Matteo Invernizzi, Domenico Mongiello, Paolo Sottopietra. I lavori si sono aperti con una santa messa, presieduta da don Julián Carrón, e sono stati suggellati dall’udienza privata concessa da Benedetto XVI alla Fraternità il 12 febbraio scorso.

fraternitàemissione M E N S I L E D E L L A F R AT E R N I T À S A C E R D O TA L E D E I M I S S I O N A R I D I S A N C A R L O B O R R O M E O Aut. del Trib. di Cassino n. 51827 del 2-6-1997 - Mensile della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo DIRETTORE: Gianluca Attanasio REDAZIONE: Fabrizio Cavaliere, Lorenzo Locatelli, Jonah Lynch, Marco Sampognaro HANNO COLLABORATO: Massimo Camisasca, Paolo Costa, Paolo Sottopietra PROGETTO GRAFICO: G&C IMPAGINAZIONE: Fabrizio Cavaliere FOTOLITO E STAMPA: Arti Grafiche Fiorin, San Giuliano Milanese (Mi) REDAZIONE E ABBONAMENTI: Via Boccea 761 - 00166 Roma Tel. + 39 0661571400 - fm@sancarlo.org ABBONAMENTI base € 15 - sostenitore € 50 - C/C 72854979 IBAN: IT04T0351203206000000098780 OFFERTE codice IBAN: IT72 W0351203206000000018620 - c/c postale 43262005 WWW.SANCARLO.ORG


Rendere testimonianza a Gesù Cristo è il servizio supremo che la Chiesa può offrire ai popoli dell’Asia, poiché risponde alla loro profonda ricerca di Assoluto. Giovanni Paolo II MARZO

3

fraternitàemissione

Taiwan/1 A Taipei fioriscono i cuori

Che sei adulti chiedessero contemporaneamente di iniziare la preparazione al battesimo non c’era mai capitato… si tratta di qualcosa di unico, per noi, di miracoloso. Che cosa è successo in quella settimana in cui ogni giorno, una volta tornati dall’Italia, una studentessa diversa veniva a parlarci, indipendentemente l’una dall’altra, e ci chiedeva di iniziare la preparazione al battesimo? Ci sembrava quasi uno scherzo, pareva che si fossero messe d’accordo, ci sembrava di essere in una sorta di Candid Camera... Dunque, cosa significa tutto questo? È come se il Signore volesse darci una pacca sulla spalla, sollevarci e dirci che lui non ci molla, che questa non è una terra arida, anche se lo sembra. Lo scorso agosto abbiamo accompagnato un gruppo di taiwanesi in Italia. C’erano numerosi fedeli delle nostre due parrocchie e alcuni studenti universitari. Eravamo in trenta. Con noi c’erano Emanuele Angiola, seminarista, Cecilia e Roberta, due universitarie che studiano il cinese. Ci hanno aiutato a guidare il pellegrinaggio. A Roma abbiamo fatto tappa nella casa di formazione e nelle parrocchie affidate alla Fraternità san Carlo. Poi siamo andati a Castelgandolfo, dal papa, al Meeting di Rimini e, infine, ad Assisi. Quella settimana è stata una continua sorpresa, la più

Al ritorno da un viaggio in Italia, accompagnate dai nostri missionari, sei ragazze chiedono di cominciare la preparazione al battesimo di Paolo Costa

In alto, un angolo del mercato rionale di Taishan.

bella delle quali è stato il cambiamento accaduto nei nostri studenti. Prima di questo viaggio, eravamo preoccupati del fatto che loro erano sì amici con noi preti, ma faticavano ad esserlo tra loro. Dopo, invece, hanno continuato a cercarsi, anche senza le nostre sollecitazioni. Per esempio, Pietro, che era un solitario, ha invitato tutti a casa sua e ha preparato due torte. Oppure Anderson, che studia in centro a Taipei, tutti i martedì, dopo le lezioni, viene alla scuola di comunità che teniamo in una università diversa rispetto alla sua. E poi Sara, Stella, Nadia, Valeria, Daniela e Chen Quei, una dopo l’altra, hanno poi chiesto di approfondire la conoscenza di Gesù. Abbiamo così iniziato un percorso di catechesi che porterà alcune di loro al battesimo. Tutto ciò mostra che i ragazzi non sono rimasti fermi alla bellezza della nostra compagnia, ma hanno colto il cuore di Colui che ne è alla radice, Gesù, colui che è tra noi. Anche io mi sono trovato cambiato: prima mi mantenevo un po’ distaccato nei confronti degli studenti universitari. Ora scopro di amarli, prego per loro, li affido al Signore, chiedendo a lui che mi conservi in questa apertura di cuore anche nei confronti di coloro che non conosco, e che adesso so essere bisognosi di lui come lo sono io. Il nostro cuore, quello per cui siamo fatti, è lo stesso.


In Asia ci sono gli dei, ma essi fanno parte del mondo della provvisorietà, non della salvezza definitiva. Joseph Ratzinger

4

uella a destra, nella foto, è A-Mei. Nome cristiano: Anna. «Quando eravamo piccoli», mi dice, «abitavamo in un villaggio che si chiama Xizhou, vicino alla città di Changhua, al centro dell’isola di Taiwan. La nostra casa era molto povera. C’era un prete americano. E anche due suore taiwanesi che lo aiutavano. Quando tornavamo dalla parrocchia, portavamo sempre a casa qualcosa. Vestiti, scatolame e farina. Per questo venivamo chiamati la religione della farina». Siamo attorno al 1963. Anche Chuen-Jia, a sinistra nella foto, si ricorda. È più giovane di A-Mei di tre anni, sono sorelle. Maria è il suo nome di battesimo. «In quell’anno ho cominciato ad andare all’asilo. Era un asilo della parrocchia. Non pagavamo, perché eravamo poveri. La parrocchia era in un altro villaggio, un po’ più grande del nostro, chiamato Ershui, due acque. Era a mezz’ora di distanza. Il prete americano però abitava in città, a Changhua. Ci voleva un’ora, in macchina, per arrivarci. Nella chiesa del nostro paese viveva un uomo anziano che lo aiutava. Andava a prendere il prete con la macchina per la messa, si preoccupava di farlo venire». «Andare in parrocchia, a quel tempo, per noi era pieno di tentazioni», si riinserisce A-Mei. Tentazioni, chiedo. «Sì. Se andavamo a catechismo, ci davano due Quai. A casa nostra quei soldi bastavano per un pasto, tutta la famiglia. Poi ci davano i vestiti. Erano belli, grandi. Mia mamma con una gonna ne faceva due. Veniva tutto dall’America. Una volta, addirittura, un nostro amico si è fatto male a una gamba e lo hanno portato negli Stati Uniti in aereo per curarlo. In chiesa ci davano anche il latte in polvere e a volte i cornflakes». Ride, A-mei. «Un giorno il prete mi ha chiamato a dividere i vestiti nei pacchi che venivano sorteggiati per la gente. Ho fatto un pacco con tutte le cose che mi piacevano. Poi sono andata dal prete e gli ho detto: Questo sorteggialo per casa mia, per favore. Comunque non importava. I vestiti erano tutti belli». «C’erano questi sacchetti della farina che erano di un buon cotone». Le due sorelle si guardano, ridono. Si coprono la faccia con le mani e ci spiano tra le dita. Poi decidono comunque di completare l’aneddoto. «La gente ci faceva le mutande da uomo. C’era scritto U.S.A., sul di dietro, e sul davanti veniva 2kg ½». Ridono ancora. «Mutande di puro cotone!». «I cattolici erano molto pochi, all’inizio, nel villaggio», conclude Chuen-Jia. Ma sono diventati tanti perché c’era la farina». Poi prende il respiro e dice, senza polemica però: «Tutto è finito quando è finita la farina».

fraternitàemissione

MARZO

Q

La conversione del soldato Incontro queste due sorelle nella nostra casa di Taipei. Da due anni, due volte a settimana si presentano per rassettare la casa e per stirare. Lo fanno per pura carità. Passano come un turbine e lasciano tutto splendente. Al sabato si fermano e cucinano il pranzo assieme agli universitari che vengono in parrocchia per il doposcuola dei bambini. Sono operaie specializzate. A-Mei porta avanti con il marito una piccola ditta che lavora con la plastica. Chuen-Jia, la più giovane, assembla macchine per il riscaldamento industriale. «Assemblamento sterile», dice. «Lavoriamo con le mascherine e le tute asettiche. Ci vuole concentrazione. Se faccio un errore, devo vendere la casa». Fuori, nelle stradine del quartiere, si sente il baccano della campagna elettorale. Sabato prossimo si vota per le amministrative che daranno vita ad una nuova città, Sinbei City, la «Nuova città del nord» che unificherà tutta l’immensa banlieue della capitale. A essere precisi,

Taiwan/2 I cristi Il racconto di due parrocchiane di San Paolo, a Taipei: il ritorno al cristianesimo

di Paolo Sottopietra

infatti, qui siamo a Taishan, una borgata molto popolosa della periferia di Taipei. La casa è accanto alla chiesa di San Francesco Saverio. C’è un cortile di cemento, con il cancello rosso che dà su un mercato chiassoso e variopinto. 365 giorni all’anno di mercato, con i venditori che gridano sempre, sotto il sole o con la pioggia. A dire il vero gli avvisi urlati della campagna elettorale non fanno molta differenza. Qui è parroco Emmanuele Silanos. È lui che traduce dal cinese all’italiano. Chuen-Jia riprende il filo: «Quando tutto si è spostato nella cappella centrale, in città, la gente del villaggio, povera e senza mezzi per spostarsi, si è disaffezionata». Le fa eco A-Mei: «Prima, al villaggio, la gente seguiva la religione popolare. La farina del prete ha convinto molti a farsi battezzare. Poi il prete se n’è andato, lo hanno spostato. In chiesa non veniva più nessuno a celebrare la messa. Ad un certo punto in paese hanno anche costruito un tempio, che prima non c’era. E la gente è tornata ai suoi riti». Ma non è vero che proprio tutto è finito. A-Mei precisa: «Sono rimasti cattolici quelli come mio papà». Il padre di A-Mei e Chuen-Jia era un militare dell’esercito del generale Chang Kai-shek, approdato nell’isola dalla Cina continentale nel 1949. Durante un’operazione militare era stato ferito e si era fermato al villaggio. «Era arrivato senza religione», racconta A-mei. «Non era attaccato, come la gente del posto, ai riti popolari.


La missione cristiana, quando è veramente quel che deve essere non è distruzione, ma liberazione e trasfigurazione dei valori religiosi del paganesimo. Jean Daniélou MARZO

fraternitàemissione

5

domenica c’era la dottrina per i bambini. Tutti gli adulti si radunavano allora attorno al catechismo dei figli e dei nipoti. Si ritrovavano anche per la messa, quando passava il prete. Quello che per loro normalmente sarebbe stato il tempio, se ce ne fosse stato uno, era diventata la cappella cattolica. In questo senso, la persona più importante per la nostra fede in quegli anni è stata quel vecchio che viveva in chiesa e andava a prendere il prete ogni tanto per la messa».

iani della farina Era ateo. E dopo aver abbracciato il cristianesimo è rimasto fedele». Riflette. «Eppure non aveva ricevuto una grande istruzione religiosa. Anche perché in casa noi parlavamo il cinese standard della Cina Popolare. Al sud, invece, dove abitavamo, si parlava il taiwanese. Papà capiva a stento quello che il prete o le suore dicevano. Per lui era molto faticoso partecipare alla messa e alle attività della parrocchia». «Il prete americano arrivò per la prima volta nel 1950», completa Chuen-Jia. «Noi lo abbiamo conosciuto nel 1964. Era già vecchio. Mio padre aveva sposato una donna del villaggio, una taiwanese, nel 1956. Anche lei, seguendo mio padre, si era fatta battezzare. Per la farina e tutto il resto. A quel tempo tutti andavano a messa. I funerali in paese erano una cosa normale». Cosa c’entrano i funerali? Mi spiegano che, per le credenze popolari taiwanesi, il contatto anche solo visivo con un cadavere porta male. L’anima del morto cerca di rimanere attaccata a questo mondo, che non ha ancora del tutto lasciato, impossessandosi di chi guarda. Basta anche solo incrociare con lo sguardo la foto del defunto che viene portato al cimitero. Per questo motivo le processioni funebri dei cristiani sono malviste. «Il cristianesimo, si può dire, era a quei tempi la religione del nostro villaggio». Chuen-Jia richiama alla mente i ricordi sereni e luminosi di quand’era bambina. «La chiesa era diventata il cuore della vita del paese. La

Nella foto, da sinistra, Chuen-Jia

e A-Mei.

Un seme appoggiato sulla terra «È vero», conferma A-Mei. «Il lavoro dei missionari era duro, specie con gli adulti. Non potevano lasciare in mano alla gente nessun testo scritto. Erano tutti analfabeti o quasi. Anche nostro padre non conosceva che pochi caratteri. Quando il prete arrivava, il vecchio che abitava in chiesa girava in bici per le strade e per i campi e gridava: Oggi c’è la messa! Oggi c’è la messa! Ma neppure lui era in grado di spiegare molte cose della fede». Sembra impossibile che un seme posto così in superficie «Il cristianesimo nella terra abbia comunque era a quei tempi potuto attecchire. «Noi bamla religione bini andavamo all’asilo. Ed è del nostro qui che abbiamo imparato le cose fondamentali della fede. villaggio» Da una suora. Anche il prete, che ci veniva a prendere in macchina a casa per portarci a messa, ci spiegava tante cose e ci confessava. La nostra educazione cattolica si è svolta tutta tra l’asilo e le scuole elementari. Più andavamo avanti, più capivamo. Più avremmo capito. Soprattutto sono stati importanti gli anni dell’asilo. Alla scuola elementare eravamo già in un istituto statale. E dalle medie in poi non abbiamo più avuto vicino degli adulti cattolici che si occupassero di noi e ci portassero a messa». Neppure in casa. «Con il papà e la mamma non parlavamo molto di queste cose. Non ne sapevano molto neppure loro. La mamma diceva: Andiamo in chiesa. Ma non sapeva veramente perché. Eravamo noi che raccontavamo a loro quello che ci insegnavano in parrocchia o all’asilo». La fede del soldato convertito bastò comunque a tener legata alla Chiesa tutta la famiglia, compresa la moglie. «Dopo aver ricevuto il battesimo», spiega ancora A-Mei, «anche la mamma è sempre rimasta. Non andava al tempio per le preghiere, anche quando non c’era più il prete. Solo una volta è capitato che lo facesse. Le era venuta una piaga in faccia che non le passava. Non guariva mai. Una notte aveva sognato l’anima di un suo antenato, che la invitava al tempio. Per un fatto come questo la religione popolare prescrive dei riti precisi. E mia mamma ci andò». Pausa. «La piaga però le è rimasta», sorride. Il ritorno di Chuen-Jia «Dai 14 ai 24 anni io ho lasciato la Chiesa». È ChuenJia adesso che ricorda. «La cappella del villaggio era stata chiusa. Il vecchio che girava in bici era morto. Io non sapevo che avrei potuto seguire il catechismo in un’altra cappella, magari in città. A casa mia non lo sapevano e io «Quando mio non sono più andata. A 18 anni mi sono trasferita a Taipei, per padre è morto, lavorare, e a 24 mi sono sposata». la casa Un ricordo le increspa d’improvsi è riempita viso la fronte. «Un giorno un misdi cristiani» sionario americano di Meryknoll


CONSIGLI DI LETTURA >>

Jung Chang Cigni selvatici Tre figlie della Cina Tea 2010 pp. 681 - € 12

6

Scaturita dai lunghi racconti della madre dell’autrice durante tanti pomeriggi londinesi, è la storia autobiografica di tre generazioni di donne (l’autrice, sua madre, sua nonna) che attraversano un’epoca intessuta di rivoluzione, di tragedie e di speranza, lungo un secolo di storia cinese. Vita quotidiana e impegno politico, i rigori e i drammi del comunismo. Tradotto in ventisei lingue, è una finestra sul mondo cinese.

fraternitàemissione

è venuto a cercarmi». A ripensarci Chuen-Jia sorride ancora oggi di sorpresa e di gratitudine. «Era incaricato di contattare i cattolici che arrivavano in città dalla provincia per riportarli alla fede. Mi ha indirizzato a una chiesa di Zohng He, un sobborgo vicino al posto dove abito». Ride seria: «Mio marito è cattolico, non ha sollevato obiezioni. Sono stata fortunata. Il periodo in cui sono rimasta lontana non è stato così lungo». Aspetta che le sue parole mi vengano tradotte. Poi riprende: «Ho ricominciato ad andare a messa a Zohng He. Ci andavo, ma non capivo molto. Alcuni parrocchiani mi dicevano: Venire a messa non serve a niente, devi fare anche altre attività! Solo adesso sto iniziando a afferrare qualcosa della fede. È successo che ho conosciuto la parrocchia di San Paolo, la vostra, a Xingzhuang. Lì sono stata coinvolta in un’amicizia e ho iniziato a vedere che cosa significa essere cristiani». Ripensa al passato più recente e precisa: «Prima andavo in chiesa, ma per me Gesù era uno straniero. Come i preti che avevo sempre conosciuto. Tutti stranieri. Ero abituata a sentire il parroco che diceva dal pulpito cose per me incomprensibili. I cinque pani e i tre pesci, per esempio. Io non capivo a cosa si riferiva. Diceva: il serpente di bronzo innalzato sul palo. E io non capivo. Parlava del santo patrono, e io non sapevo cosa fosse. Ora vado a messa tutte le domeniche. Da due anni. Paolo Costa ci parla. Usa parole chiare. Per me sono state molto importanti. Ci spiega sempre qualcosa, ci racconta le storie della Bibbia. Ora comincio a capire». La lunga strada di A-Mei A-Mei ha fatto un giro più lungo per tornare a casa. «Sono stata via trent’anni». Riflette un poco alle sue parole. «Anch’io ad un certo punto mi sono trasferita a Taipei per cercare lavoro. Qui ho conosciuto e poi sposato un uomo non cattolico. Nessuno è venuto a cercarmi, come è successo a mia sorella. In cambio mia suocera mi faceva pressione tutti i giorni perché io credessi alla religione di mio marito e compissi i riti tradizionali. La sua religione si chiama I-Guandao». Esita un po’. Poi va avanti. «Io ho fatto di molto peggio, rispetto a mia madre. Ho ceduto, sono andata dietro a mia suo-

Taipei, una via della città. Sopra, una giovane monaca buddista nel mercato fuori dalla parrocchia di San Francesco Saverio.

MARZO

cera». Mentre racconta, il volto le si vela di tristezza. «Questa donna aveva una figlia che non tornava mai a casa. Un giorno siamo andate insieme al tempio con un suo vestito e abbiamo fatto un rito per costringerla a tornare. Lei però non si è fatta vedere». Non c’è disprezzo nelle sue parole. «Mia suocera credeva veramente in queste cose. Per ottenere protezione per uno dei suoi figli, che era soldato, aveva fatto il voto di non mangiare carne fino alla morte. E lo mantenne». A-Mei prosegue la sua confessione. Io la ascolto senza fare domande. Ascolto anche quello che non dice. «Un altro esempio. Il suo terzo figlio sentiva nel sonno qualcuno che lo chiamava. In questi casi, si dice, non bisogna mai rispondere, perché è qualcuno che hai ucciso in una vita precedente che viene a vendicarsi. Ma suo figlio ha risposto e si è ammalato. Anche quella volta siamo andate al tempio a fare un rito per guarirlo. Poi lei ha fatto anche qualcosa per me, un’altra volta. Le avevo detto che in quel periodo avevo sempre voglia di andarmene dal lavoro. Ero sempre inquieta. Di sicuro, diceva lei, era successo che avevo incontrato un corteo funebre e il morto si era impadronito di me. Ha fatto delle pratiche per liberarmene». In fondo all’animo, però, A-Mei non ha dimenticato la luce calda che ha rischiarato la sua infanzia. «Ho sempre voluto tornare alla Chiesa, ma non sapevo dove andare». Fu suo padre, ancora una volta, a ricondurvela, senza saperlo. Chuen-Jia interrompe e spiega per la sorella: «Ad un certo punto ci siamo accorte che i nostri genitori stavano invecchiando. Ma erano troppo lontani, al villaggio, perché noi figlie ce ne potessimo occupare. Così li abbiamo convinti a trasferirsi qui, al nord. Abbiamo trovato casa per loro in uno dei sobborghi di Taipei, qui vicino, a Lin Kou. Però si sentivano molto soli. Erano lontani dal luogo dove avevano sempre vissuto e soffrivano molto di nostalgia. Ne ho parlato a mio marito. È stato lui ad avere l’idea di chiedere ai cattolici di quella città se potevano far loro compagnia». «Quando mio padre è morto», riprende A-Mei, «la casa dei miei genitori si è riempita di questi cristiani. Per me è stata una sorpresa. Qui normalmente nessun estraneo entra nella casa di un morto. Solo i parenti possono guardare il cadavere senza rischi. Tutti gli altri si tengono alla larga. Ma questi cristiani non avevano paura. Erano venuti in tanti, a pregare. Questo mi ha commosso. Piangevo, ma non era solo per il dolore. Piangevo per la loro presenza». Il ricordo di quel giorno riempie ancora di lacrime gli occhi di questa donna. «Ho detto subito a mia sorella che volevo ritornare alla Chiesa. Poi sono andata a cercare su Internet se c’era «Ho sempre una chiesa a Xingzhuang, la città dove abitiamo. Ho trovoluto tornare vato la parrocchia di San alla Chiesa, Paolo. Era il luglio del 2008. ma non sapevo Proprio in quel mese entrava in parrocchia un nuovo prete, dove andare» un italiano. Allora ho invitato anche mia sorella, che andava ancora a messa a Zohng He: Vieni qui, andiamo insieme in questa parrocchia, è più vicina e il prete è simpatico». Quella decisione fu come tirare un respiro profondo, di sollievo: «Mi sono detta che questa volta dovevo offrirmi con tutto il cuore alla Chiesa. E sono corsa a parlarne a mia sorella. Anche Chuen-Jia è stata d’accordo. Finché il corpo ci sosterrà, vogliamo fare il possibile per servire la Chiesa». Ride. «Tutti pensano che sia stato Paolo Costa a portarmi in parrocchia. Ma non è andata così. Siamo arrivati lì negli stessi giorni e ci siamo conosciuti. L’incontro tra le persone è veramente un mistero».


Jean Daniélou Il mistero della salvezza delle nazioni 1954 Il testo è disponibile on line: http://www.atma-o-jibon.org/ italiano7/danielou_salvezza1.htm

«Molto spesso noi viviamo accettando come perfettamente normale che il cristianesimo sia la religione della Francia, dell’Italia, della Spagna e non proviamo nessuna meraviglia che non sia la religione dell’India e della Cina. Ci adagiamo dunque nell’idea che il nostro cattolicesimo sia la religione particolare di un certo numero di paesi. È necessario che il nostro cattolicesimo abbracci il mondo... Se ci comportiamo così, il cristianesimo sarà veramente quell’atmosfera respirabile, quell’aria aperta che deve essere.» Riproponiamo un classico testo sulla missione, ora disponibile gratuitamente on line.

MARZO

fraternitàemissione

Ungheria Vogliamo vivere come loro Un giovane sacerdote italiano desta meraviglia tra i fedeli di una parrocchia di Budapest: dai vasi col rosmarino agli incontri con adulti e ragazzi, la giornata intensa di un missionario al crocevia d’Europa di Gianluca Attanasio

lei il parroco?». L’operaio ferma don Mario Toma mentre sta entrando nel giardino di casa. «Ho letto la sua intervista sul giornale e sono d’accordo con quanto ha detto». L’arrivo di don Mario nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù, alla periferia di Budapest, ha destato grande interesse tra la gente. Un giovane prete italiano, che coltiva basilico e rosmarino nel giardino della canonica (per le cene con i ragazzi) e che gira in motorino per andare a trovare le famiglie del quartiere, è certamente una novità. Il cardinale Erdö è stato felice di poter affidare una nuova parrocchia alla Fraternità san Carlo a Budapest. I preti diocesani sono molto pochi e alcune comunità religiose, rientrate in Ungheria dopo la caduta del muro di Berlino, fanno fatica a ritrovare una loro collocazione dopo l’espulsione e la persecuzione avvenute sotto il comunismo. Tuttavia la tradizione cattolica è ancora viva nel popolo ungherese. «Ciò che più mi ha riempito di gioia appena giunto in parrocchia» mi racconta don Mario «è stata l’accoglienza calorosa della gente. Il parroco precedente aveva organizzato una vacanza per le famiglie. Mi hanno invitato e li ho subito raggiunti. Quando sono sceso dalla macchina sono stato accolto da un nugolo di ragazzi e bambini festanti: mi sembrava di essere don Bosco». Ma l’entusiasmo non si limita all’accoglienza iniziale. «Quando si è saputo che avevo bisogno

«È

7

di mobili per arredare la casa - prosegue Mario -, tutti si sono mossi per aiutarmi. Nel giro di un mese, non mi mancava più niente. È gente che ha poco, ma molto generosa. Amano la chiesa e desiderano condividere ciò che hanno». Questo amore emerge in controluce nella vita della comunità, che raccoglie famiglie profondamente affiatate. Un esempio su tutti: «Ho da poco iniziato catechismo con due persone che, dopo aver incontrato questa comunità, mi hanno chiesto di ricevere il battesimo. Mi hanno detto: "Vogliamo vivere come queste famiglie!”». Come accompagni la loro vita? «Ci incontriamo ogni due settimane. La prima ora ripercorro con loro l’itinerario lungo il quale Cristo ha condotto gli apostoli, riprendendo il vangelo di san Giovanni. Non tengo una lezione vera e propria: lancio delle provocazioni, faccio emergere delle domande, cerco di coinvolgerli. L’ultima volta abbiamo discusso a lungo sulla differenza fra il Cristianesimo e le altre religioni. Non volevano più smettere. Siamo andati avanti due ore. Nella seconda parte dell’incontro affrontiamo i problemi concreti delle famiglie, e in particolare l’educazione dei figli. Ad esempio mi chiedevano: "Che cosa leggere ai bambini, la sera?". Nella tradizione ungherese ci sono molte favole violente. Cerchiamo di capire quali siano le migliori dal punto di vista educativo». La questione dell’educazione è al centro dell’attività del nuovo parroco anche con il gruppo dei ragazzi. «Quando sono arrivato, ho trovato un catechismo classico ben fatto. Mancava però una proposta concreta per i giovani dopo la cresima. Ho subito fissato un incontro e si sono presentati quasi trenta ragazzi. Certo, non sono abituati a lavorare intorno a un tavolo: se tengo una lezione, come a scuola, fanno solo confusione. Davanti a un metodo rigido, si chiudono. Allora alterno i momenti di gioco con la lezione vera e propria, cerco delle strade per indicare loro un percorso da seguire. Mi sono accorto che da solo faccio un po’ fatica, e quindi sto cercando qualcuno che mi dia una mano». Le giornate sono intense. «Si inizia alle sei e trenta con la messa: d’inverno in chiesa siamo di poco sopra lo zero, perché non c’è il riscaldamento. La mattina è poi dedicata al silenzio e allo studio per preparare incontri e prediche. Prima di pranzo, un po’ di sport. Nel pomeriggio incontro i vari gruppi (ne seguo otto) e le persone che vengono a parlarmi. Alla sera ceno sempre fuori casa con qualcuno. La domenica non ho un attimo libero, arrivo a fine giornata sfinito, ma felice».

Don Mario Toma, al centro, con alcuni parrocchiani. Nella foto piccola in alto, la chiesa parrocchiale del Sacro Cuore di Gesù.


La vita come vocazione è l’unica concezione della vita come cosa viva. Al di fuori dell’amore non c’è vita umana. Ogni altra concezione della vita riduce più o meno la vita a meccanismo. Luigi Giussani 8

fraternitàemissione

MARZO

Taiwan/3 Drago felice i chiamo A-Long e sono taiwanese. Il mio papà non l’ho mai conosciuto. Se ne è andato di casa quando ero piccolo. A Taiwan succede spesso che i papà se ne vadano via. Così la mamma si è sposata di nuovo e io ho vissuto con il mio patrigno e i miei fratellini. Lui mi picchiava. Picchiava anche loro, ma me di più. Smetteva solo quando cominciavo a sanguinare. Mi chiamo A-Long. È un nome importante. Long vuole dire “drago”. Il drago a Taiwan vuole dire forza, vuole dire successo. Io i draghi li vedevo tutte le volte che andavo al tempio con la nonna. Lei mi teneva per la mano e mi portava a fare i riti per rispettare gli antenati e per propiziarsi il favore degli dei. Ce ne sono tanti di templi a Taiwan. Come ti giri ce n’è uno. Ma a me non sono mai piaciuti. E neanche i draghi. Con la bocca aperta, con le loro lingue di fuoco, con gli occhi così grandi, che sembrano di fuoco pure loro. Non ho mai capito la nostra religione. Si va al tempio a pregare, si offrono l’incenso e la frutta agli dei. E poi si torna a casa dove ti riempiono di botte. Ma che religione è? Mi ricordo che guardavo alla TV i film americani. La loro religione era diversa. I loro templi erano più sobri. Meno colori, meno rumore, niente draghi. Ma a casa i genitori abbracciavano i loro figli. Non li menavano. E si dicevano cose tipo: Ti voglio bene, voglio stare con te per sempre. Mai sentite in casa mia parole del genere. I papà che vogliono bene ai figli erano solo nei film. Io ne avevo avuti due di papà: uno se ne era andato, l’altro mi picchiava. Mi chiamo A-Long. Il mio lavoro è fare l’operaio. Mi piace lavorare. Anche se a volte la pressione è tanta. Allora mi sfogo giocando a baseball. Ho un buon braccio. E sono alto, molto più alto degli altri miei colleghi. Forse è per questo che al lavoro i miei colleghi mi rispettano. Ma ce n’è uno che è particolare. Si chiama

M

di A-Long

A-Long/Ilario. In alto, l’ingresso di un tempio nel sobborgo di Taishan.

Hu. Scuro come tutti gli aborigeni. Non è facile essere aborigeno a Taiwan. Sei considerato di serie B. Inaffidabile. Ma lui no. Lavora duro e loro lo rispettano, lo invidiano, forse lo temono anche un po’. Lui è mio amico. Un giorno mi ha detto che è cattolico: «Vado in chiesa. Perché non vieni anche tu?». Non avevo mai conosciuto un cattolico. Pensavo fossero solo americani, pensavano esistessero solo nei film. «Mi chiamo A-Long, faccio l’operaio». Mi sono presentato così al prete che Hu mi ha fatto conoscere. È italiano (non tutti gli stranieri sono americani…). Don Paolo Costa vive in una casa vicino alla chiesa che sorge in mezzo a un mercato tradizionale cinese. Con lui vive un altro sacerdote, anche lui italiano. Entrambi sui trent’anni, come me. E vicino a loro tanta gente, taiwanesi come me, aborigeni come Hu. Niente draghi. Niente offerte di incenso e frutta. Ma tanti bambini che abbracciano le loro mamme e i loro papà. Vedevo gente che si voleva bene. Non era un film. Era vero. Così sono tornato a casa e l’ho detto a Lin Luen, che è mia moglie: voglio che i miei bambini crescano in un posto così, voglio che i miei figli sappiano cosa vuole dire essere amati. Mi chiamo A-Long. Quattro anni fa sono stato battezzato. Il mio nome di battesimo è Ilario. Don Paolo mi ha detto che vuole dire “felice, contento”. Ed è vero. Sono contento perché finalmente ho trovato la mia vera casa. Il primo dono che il Signore mi ha fatto è stata Yu-Xuan, mia figlia. Adesso ha quasi tre anni e le piace ballare e cantare. In chiesa canta a squarciagola. È troppo simpatica… Non ha ancora tre anni, ma canta il Padre Nostro. Perché anche lei, come me, ne ha due di papà. Ma lei sa che i suoi due le vogliono bene. Uno qui, uno “nei Cieli”. Mi chiamavo A-Long. Che vuole dire drago. Ma adesso mi chiamo Ilario, che vuole dire felice. (Testimonianza raccolta da Emmanuele Silanos).

201103  

Fraternità e Missione marzo 2011

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you