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MENSILE DELLA FRATERNITÀ SACERDOTALE DEI MISSIONARI DI SAN CARLO BORROMEO

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Anno XV, n. 12 dicembre 2011 - € 1,50

fraternitàemissione Poste Italiane S.p.A. - Sped. in Abb. Post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB Milano

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LA FRATERNITÀ SAN CARLO NEL MONDO: ALVERCA PORTOGALLO ASUNCIÓN PARAGUAY BOLOGNA ITALIA BOSTON USA BUDAPEST UNGHERIA CHIETI ITALIA CITTÀ DEL MESSICO MESSICO COLONIA GERMANIA CONCEPCIÓN CILE DENVER USA FROSINONE ITALIA FUENLABRADA SPAGNA GERUSALEMME ISRAELE GROSSETO ITALIA GROTTAMMARE ITALIA MILANO ITALIA NAIROBI KENYA NOVOSIBIRSK SIBERIA PESARO ITALIA PRAGA REPUBBLICA CECA ROMA ITALIA SAN PAOLO BRASILE SAN QUIRICO ITALIA SANTIAGO DEL CILE CILE ‘S-HERTOGENBOSCH OLANDA TAIPEI TAIWAN TRIESTE ITALIA VIENNA AUSTRIA VIGEVANO ITALIA WASHINGTON USA

Leggere e rivivere di Massimo Camisasca

iene pubblicato un numero enorme, spropositato, di ha deciso di dedicarsi a scrivere un romanzo. E chissà romanzi in lingua italiana. Quanti resisteranno quanti ne verranno in futuro. all’onda del tempo che fa giustizia di ciò che non ha È un romanzo che parla della sua infanzia. Gli anni spessore? Molto pochi. I più sono una pura descrizione dell’infanzia sono uno scrigno di esperienze e di memodella vita quotidiana, segnata da un minimalismo che rie a cui riattingiamo, il più delle volte senza accorgerlascia vuoti. Il successo, come si spiega? Con il desidecene, lungo tutta l’esistenza. Sono frasi sentite dal papà, rio di leggere delle pagine in cui ci sentiamo descritti, dalla mamma, dai fratelli, sono soprattutto luoghi, amiciapprovati, coccolati. Ma tutto ciò non ci aiuta a vivere. zie, incontri... a cui riandiamo nel pensiero e nel sogno Per fortuna non mancano esempi di grande spessoe infine anche nella nostalgia. Una nostalgia che induce re. Spesso sono donne, come Susanna Tamaro, Antonia a scrivere, a rivivere, a rivedere colori, risentire suoni, Arslan. Come Marina Corradi. Di Marina ho letto un liriassaporare sapori e odori. bro uscito di recente: Da bambina, pubblicato da MarietCon una scrittura commossa e controllata assieme, ti. Vorrei che tutti i nostri lettori l’avesseMarina Corradi ci permette di entrare nei ro tra le mani e potessero immergersi nel- Ogni volta che li si suoi segreti, la sua attesa del padre lonl’esperienza di quella bambina che siamo il fremito per le feste estive, il mistero incontra di nuovo tano, stati tutti noi, pochi o tanti anni fa, non imdel dolore e della morte. Con lei ossersi capisce di porta. viamo l’acqua generosa e inesauribile di L’editore lo presenta come un romanzo. attendere qualcuno una fontana, e intuiamo l’eternità. Può essere considerato anche un diario, Una mattina sua madre la sveglia preche torna e che una autobiografia, persino una testimosto: «Vieni qui, guarda». L’alba arriva sulla avevamo perduto montagna di fronte. «In un silenzio sacrale nianza sulla realtà di Cortina e delle sue montagne negli anni Sessanta. (Mi lentamente la luce del sole si allarga sulle ricorda Buzzati.) È un po’ tutte queste cose e molto di Tofane. Noi due immobili, alla finestra, a guardare. Io più. È un atto di memoria, come lo è sempre la grande non so cosa esattamente sia stato. Per un istante, istante letteratura. però lungo e come profondo, mi sembra di vedere oltre Da bambina non mi ha fatto scoprire Marina. Già la la bellezza di ciò che ho davanti; è assurdo, è irreale, ma conoscevo. E l’ammiravo, per la sua scrittura, che non mi pare di vedere il mondo com’era al principio». sempre può emergere in tutta la sua luminosità negli Per chi ha passato i primi anni della vita in campagna, articoli quotidiani. Marina non è solo una grande giorl’odore dell’erba tagliata, del legno nei boschi, della nalista, un inviato, degno del suo grande padre Egisto terra dopo la pioggia, non si dimentica più. Ogni qual(lui fu per me una finestra sul mondo nella mia infanzia volta li si incontra di nuovo si capisce di attendere quale adolescenza). È una scrittrice vera, che ora finalmente cuno che torna e che avevamo perduto.

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ALL’INTERNO I nostri preti raccontano libri, film, musiche che hanno segnato la loro vita

Marina Corradi Da bambina Marietti 2011 - pp. 124

PASSIONE PER LA GLORIA DI CRISTO


Sono un uomo: duro poco e la notte è enorme. Però guardo in alto: le stelle scrivono.

Senza capire comprendo: anche io sono scrittura e in questo stesso istante qualcuno scrive me.

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Octavio Paz, Fraternità (omaggio a Claudio Tolomeo)

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LE NOSTRE LETTURE

Le pagine che svelano la vita Non sapete che cosa leggere a Natale? Abbiamo chiesto ai missionari di raccontare un libro, un film, un’opera che ha segnato la loro vita. Ecco i loro consigli COME FRODO SUL MONTE FATO J.R.R. Tolkien - Il signore degli anelli È il giorno della mia ordinazione diaconale. Poco prima di uscire dal seminario di via Boccea per andare a Santa Maria Maggiore, suona il cellulare. Sul display compare un numero stranissimo. Rispondo e una voce familiare, amica, mi dice, senza preamboli né saluti: «Frodo Baggins, sei arrivato a Monte Fato». Era il mio amico Paolo Prosperi, che mi chiamava dalla Russia. Paolo e io avevamo condiviso in innumerevoli occasioni in seminario la nostra passione per Il signore degli anelli, il capolavoro di J.R.R. Tolkien. Non poteva scegliere frase più adeguata. Le avventure di Frodo e dei suoi amici mi avevano accompagnato per tutta la vita. Ho letto per la prima volta Il signore degli anelli quando avevo undici anni e da allora non ho mai smesso di rileggerlo. La prima impressione, da bambino, è stata quella di una gran bella storia. Niente di più, ma anche niente di meno. A me piacciono le belle storie. Quando l’ho riletto, circa un anno dopo, ho cominciato a scoprire perché mi piaceva tanto. Frodo era un uomo qualunque, senza grandi qualità apparenti, e salvava il mondo, lottando per il bene. Accettava un destino che gli era posto dinnanzi, il compito di distruggere l’Anello. Volevo anch’io che il destino bussasse alla mia porta. Volevo anch’io vivere la vita come un compito, una missione. Per questo ho continuato a rileggere questo libro. Diventando adulto, ho capito che le belle storie sono difficili da trovare. Sono quelle che diventano grandi classici: l’Iliade, l’Odissea, l’Eneide, la Divina commedia, solo per citarne alcune. Il signore degli anelli si pone al livello di quelle storie. Ogni volta che si rileggono si capisce qualcosa di più. Si scopre qualcosa di nuovo. E soprattutto si tira un sospiro perché non si può più pensare che non valga la pena vivere, che la vita sia priva di senso. Ecco il potere delle grandi storie: ridestare in noi lo stupore e la gratitudine perché la vita c’è e vale la pena viverla, perché ognuno di noi ha un destino buono. E poco importa che sia limitato, debole o perfino che cada nel tradimento, come Frodo sul Monte Fato. Federico Ponzoni

LE SPIE HANNO UN CUORE Florian H. von Donnersmarck - Le vite degli altri Il film più bello degli ultimi vent’anni è senza dubbio Le vite degli altri, sorprendente opera prima girata nel 2006 dal giovane regista tedesco Florian Henckel von Donnersmarck. Chi non l’ha ancora visto, corra a noleggiarselo. La storia è ambientata nella Berlino est dei primi anni Otfraternitàemissione M E N S I L E D E L L A F R AT E R N I T À S A C E R D O TA L E D E I M I S S I O N A R I D I S A N C A R L O B O R R O M E O Aut. del Trib. di Cassino n. 51827 del 2-6-1997 - Mensile della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo DIRETTORE: Gianluca Attanasio REDAZIONE: Fabrizio Cavaliere, Jonah Lynch, Francesco Montini, Marco Sampognaro HANNO COLLABORATO: Massimo Camisasca, Silvia Guidi, Rachele Paiusco, Luca Speziale PROGETTO GRAFICO: G&C IMPAGINAZIONE: Fabrizio Cavaliere FOTOLITO E STAMPA: Arti Grafiche Fiorin, San Giuliano Milanese (Mi) REDAZIONE E ABBONAMENTI: Via Boccea 761 - 00166 Roma Tel. + 39 0661571400 fm@sancarlo.org ABBONAMENTI base € 15 - sostenitore € 50 - C/C 72854979 IBAN: IT04T0351203206000000098780 OFFERTE c/c postale 43262005 codice IBAN: IT72W0351203206000000018620 WWW.SANCARLO.ORG


Ma che poss’io Signor s’a me non vieni coll’usata ineffabil cortesia? Michelangelo Buonarroti

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tanta, in piena guerra fredda, sotto un regime comunista tanto soffocante quanto squallido. Le vicende ruotano attorno a tre personaggi: una coppia di artisti – Georg Dreyman, un drammaturgo teatrale e Christa-Maria Sieland, attrice e sua compagna nella vita – alle dipendenze del regime ma allo stesso tempo desiderosi di combatterlo e, infine, uno scrupoloso agente della Stasi, il capitano Gerd Wiesler. Quest’ultimo intuisce subito le intenzioni sovversive della coppia e comincia a spiarne le vite. Man mano però,Wiesler si lascia coinvolgere da ciò che vede e ascolta, a tal punto da intraprendere un radicale processo di conversione personale. Due scene di questo film continuano ad accompagnarmi. La prima mi è stata svelata da un amico, Giovanni Micco: il cambiamento del capitano inizia quando assiste, probabilmente per la prima volta nella sua vita, a un momento di perdono. Inserito in un sistema in cui ogni debolezza dell’altro è occasione di ricatto e di vendetta, quando vede Dreyman comprendere il tradimento dell’amata ne rimane sconcertato. La seconda è la più bella e commovente del film: il capitano Wiesler, sapendo che Christa-Maria sta per tradire ancora Dreyman con il potente ministro della cultura, raggiunge la donna in uno scialbo caffè della città. Christa-Maria non sa che chi le parla è anche colui che la spia. Ma ora il capitano la conosce davvero: non più solo nelle sue azioni e nei suoi limiti; ora ne conosce il cuore, la sua intima verità. E gliela ricorda: nel momento di peggiore sconforto, è proprio il capitano della Stasi che rammenta a Christa-Maria la sua bellezza, la sua bravura, la sua bontà. E che c’è un pubblico che la segue e che la ama. Com’è bello, a partire della propria miseria, ricordare alle persone la loro grandezza e l’Amore che già le sostiene. Questo, in fondo, è il mestiere del prete. Matteo Collini

delicatezza e sapienza pedagogica, padre Men’ guarda innanzitutto a Cristo come uomo. Narra la sua storia con semplice profondità, con precisione documentata. Quasi inavvertitamente le sue parole comunicano uno sguardo aperto, che non presuppone la fede, ma si lascia interrogare da ciò che vede. La perfezione dell’umanità di Cristo, uno spettacolo che si annuncia discretamente e ad un certo punto si impone con stupefacente evidenza, apre il lettore all’interrogativo sulla sua divinità. Non stupisce che don Giussani abbia avvertito una particolare familiarità con questo grande spirito ortodosso. In Italia il libro di padre Men’ è stato pubblicato da Città Nuova e porta il titolo: Gesù, maestro di Nazareth. Ma in russo il suo autore lo aveva significativamente intitolato: Il figlio dell’uomo. Paolo Sottopietra

CHI È QUELL’UOMO? Aleksandr Men’ - Gesù maestro di Nazareth Il 16 ottobre scorso sono stato nel luogo in cui fu assassinato il prete ortodosso Aleksandr Men’. Da Mosca, in automobile, ci vuole un’ora abbondante, viaggiando verso nord est. Padre Men’ abitava in un villaggio vicino al monastero di Sergieev Posad, culla dell’ortodossia russa. A ricordare l’atto di violenza c’è un paletto di legno, lavorato sobriamente. È conficcato nella terra, ora ricoperta delle larghe foglie di quercia che sono cadute con il primo gelo. Protetta da un tettuccio, sul palo è fissata una lampada. Sopra la lampada è appesa una tavoletta, anch’essa di legno, con una scritta in caratteri cirillici: «Qui ha ricevuto la corona del martirio padre Aleksandr Men’». A terra una pianta di ciclamini e un vaso di plastica con qualche crisantemo lillà. A pochi passi da lì è sorta una chiesetta bianca, con le campane, i tetti e le porte di color nero. Sembra un annuncio bordato a lutto, con una strana gioia dentro. Una mattina di settembre del 1990 padre Men’ aveva lasciato come al solito la sua casa e stava dirigendosi alla vicina stazione del treno, un semplice passaggio a livello in mezzo alla campagna. Il sentiero che vi porta attraversa in quel punto un tratto di bosco. Qui Men’ ha trovato la morte. Diversi colpi d’ascia, sferrati da una mano ignota, hanno spento la vita di un grande uomo, un sacerdote colto, che fu per il popolo russo un ascoltato testimone di Cristo. Da quando ho letto il suo libro su Gesù, ormai diversi anni fa, ho consigliato a molti di leggerlo e continuo a farlo. Si dice che abbia portato alla fede migliaia di giovani provenienti dall’ateismo, e non ha mai smesso di esercitare il suo richiamo. Con grande

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CONTRIBUTI DI:

Marco Aleo, 39 anni, missionario a Santiago del Cile.

I GIORNI CHE MANCANO Mario Benedetti - La tregua Da sempre mi appassiona la riflessione sul tempo che passa. Mi parve accattivante, nel racconto di un amico, il soggetto di La Tregua dell’uruguaiano Mario Benedetti: diario di Martín, vedovo di mezza età, che da anni conta i giorni che lo separano dalla pensione, il fatidico momento in cui finalmente il tempo starà ai suoi ordini. Divorai il romanzo e da allora, un anno fa, non ha smesso di accompagnarmi. Nemmeno i figli riescono a risvegliare Martín dal letargo a cui si è ormai rassegnato. Indimenticabile è l’affondo di Bianca, la figlia, che in un momento di verità, tra le lacrime, rende esplicito al padre tutto il suo vuoto: «Non so cosa mi manca... mi sento con una grande disponibilità di energia, e non so in cosa investirla. Credo che tu ti sei rassegnato ad essere opaco e questo mi sembra orribile, perché so che non sei opaco. Per lo meno, non lo eri». Che sfida! Anch’io sento in ogni sguardo che incrocio il rinnovarsi del richiamo: voglio rinascere, e tu, vuoi rinascere con me? Se tu ti rassegni all’opacità, come uscirò io dalla mia? Sebbene l’imprevisto sia il “peggior nemico” di Martín, un volto irrompe e, nonostante la resistenza del protagonista, fa breccia nella opaca routine in cui è immerso. È una promessa di felicità o è solo una tregua in un destino «non crudele bensì oscuro»? Qua e là nelle pagine del diario, si affaccia Dio. A Martín non è mai bastato un dio ridotto alla “grande armonia del tutto”. Sentiva «la necessità di un Dio con cui dialogare, in cui poter trovare riparo, un Dio che mi ri sponda quando lo interrogo, quando lo mitraglio con i miei dubbi». Tuttavia, non ostile ma indifferente, Dio cammina su un altro marciapiede al quale Martín ormai dispera di avere accesso: «Così stiamo, senza odiarci, senza amarci». Forse, si legge tra le righe, se così non fosse la vita cesserebbe di essere tanto opaca e non avremmo più bisogno di ingannevoli tregue. Marco Aleo

Emanuele Angiola, diacono, tenore, in missione a Taipei.

Romano Christen, 51 anni, parroco a Colonia.

Matteo Collini, seminarista, cinefilo, a Colonia da settembre.

IL BUFFONE CHE SI RISCOPRE UOMO Giuseppe Verdi - Rigoletto Il Rigoletto di Giuseppe Verdi è stata una delle prime opere che ho ascoltato e che mi ha fatto appassionare alla musica lirica. È la storia, tratta da un dramma di Victor Hugo, di un buffone di corte che si trova a servire un duca libertino e dei cortigiani senza scrupoli. Rigoletto è gobbo, deforme, solo. L’unico barlume di luce nella sua vita è sua figlia Gilda: «Culto, famiglia, la patria, il mio >>

Michael Konrad, prefetto agli studi e responsabile della biblioteca del seminario. Nell’altra pagina: una casa di Amsterdam (foto Andrè van B.). In prima pagina, foto The University of Iowa Libraries.


Solo l’amare, solo il conoscere / conta, non l’aver amato / non l’aver conosciuto. Pier Paolo Pasolini

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>> universo è in te», le dice nel primo atto. Rigoletto è un padre che vorrebbe saper amare, ma non sa fare altro che cercare di proteggerla ossessivamente dai pericoli del mondo. Della sua condizione infelice accusa tutti: «O uomini, o natura! Vil, scellerato mi faceste voi! […] Se iniquo son, per cagion vostra è solo!». Vorrebbe essere un uomo vero, ma non può: «O rabbia, esser difforme! O rabbia, esser buffone! Non dover, non poter altro che ridere! Il retaggio d’ogn’uom m’è tolto: il pianto!». Non solo dover ridere, sbeffeggiare i cortigiani: Rigoletto vorrebbe sapere anche piangere, vorrebbe che il suo cuore indurito dal male del mondo potesse finalmente sciogliersi. È quello che accade nel secondo atto. I cortigiani rapiscono Gilda (rendendolo involontariamente complice dell’azione) e la conducono nella camera del duca libertino. Rigoletto arriva a palazzo, ma nonostante il dramma che vive nel cuore, si mette a recitare la parte del buffone: canticchia, parla del più e del meno. Ma quando si rende conto che Gilda è stata condotta dal duca, prorompe in un grido furibondo: «Cortigiani, vil razza dannata, per qual prezzo vendeste il mio bene?». Ma le urla rabbiose non bastano, e allora, mentre la musica si spegne, Rigoletto si inginocchia davanti ai cortigiani ed inizia a supplicarli: «Ebbene, piango!». Non solo: di fronte a coloro che gli hanno disonorato la figlia, egli arriva a chiedere perdono a tutti per le offese fatte, a chiedere pietà per un vecchio padre angosciato. Finalmente ha potuto abbandonare la maschera del buffone per ritrovare la sua identità di uomo. Emanuele Angiola

AFFRESCO DELL’UMANO Andrej Arsen’evi Tarkovskij - Andrej Rublëv L’ho visto per la prima volta a 15 o 16 anni. Mi ha colpito subito, tutto. Le immagini, i personaggi, i dialoghi, i temi (tantissimi: l’arte, il talento, la gelosia, l’amicizia, l’odio, la violenza, l’amore, la fede, il paganesimo, il popolo, la grazia…) mi hanno quasi stordito per la loro imponenza. Molti dei contenuti li ho compresi solo col tempo e tramite mie personali esperienze. Ma sin dall’inizio Andrej Rublëv di Tarkovskij ha seminato nella mia fantasia – meglio: nella mia capacità di memoria, di pensiero, di sentimento, di sguardo… – la tensione drammatica fra la vocazione e la realtà, fra la grazia di cui uno si ritrova investito e la complessità di circostanze sociali e storiche dentro le quali è chiamato ad agire. È un immenso e ricchissimo affresco dove il cristianesimo non è culto religioso, ma dramma di rapporto dell’io con un Tu. Quel Tu il cui volto misterioso si svela al nostro cuore nelle icone. Romano Christen

GLI OCCHI DI GERTRUD Gertrud von Le Fort - Il papa nel ghetto, La fontana di Roma, La corona degli angeli Ogni anno, durante le mie vacanze estive, prendo in mano alcuni racconti e romanzi della mia poetessa preferita. Si tratta di Gertrud von Le Fort, una protestante tedesca, appartenente ad una famiglia di antica nobiltà, che si convertì nel primo Novecento al cattolicesimo. L’ho “incontrata” nei primi anni di seminario. Il rettore, don Antonio Anastasio, mi chiese di presentare il libro del mese che era allora Il papa nel ghetto. La von Le Fort mi aprì gli occhi e mi fece vedere che gli eventi della storia della Chiesa, che spesso appaiono privi di senso e contraddittori, si possono comprendere solo come

«Vergine e madre, ti do la mia scarpina!» di Paolo Pezzi

Durante il periodo della missione in Siberia, un’amica mi propose la lettura de La scarpina di raso di Paul Claudel. Rimasi folgorato fin dalla prima pagina. E dopo allora, l’ho riletto molte volte. Forse più di questo testo ho letto Paolo Pezzi, arcivescovo della solo I Misteri di Charles Madre di Dio a Mosca, Russia. Péguy. In questo dramma, che a prima vista tratta il tema del dramma-tragedia dell’amore non corrisposto (va in scena il classico “triangolo” di un uomo e una donna innamorati in un rapporto impossibile per la presenza del marito di lei), si articola una vertiginosa riflessione sulla conoscenza affettiva, che sola riesce a dare compimento alla sete di felicità dell’uomo e della donna. Ciò che può riempire il cuore dell’uomo è un Tu infinito e misterioso che si ribella ad ogni riduzione. Eppure un Tu non astratto, ma concreto, incarnato, così da poter attrarre a Sé l’umano, e, nello stesso tempo, irriducibile. Don Rodrigo, un cavaliere di Sua Maestà l’Imperatore di Spa-

gna, arriva ad avere tutto ciò che un uomo desiderare nella vita: fama, potere, ricche mento. Ma è lacerato da un amore impos Donna Prodezza, una dama, figlia di un nob tiero dell’Imperatore, che finisce sposa di un non ama. E non vuole rinunciarvi per non ve alla sua decisione di un amore capace di cor non solo all’anima, non solo al corpo, ma a tut essere. All’inizio del dramma, Donna Prodezza Vergine Maria questa preghiera, da cui tra l’opera.

Vergine, patrona e madre di questa casa, Garante e protettrice di quell’uomo dal cuore m netrabile per te che per me, e compagna della solitudine, Allora se non è per me, sia per riguardo a lui, Dal momento che il vincolo fra lui e me non è s mia, ma tua volontà interveniente: Impediscimi d’essere una causa di corruzione dimora di cui custodisci l’ingresso, augusta po Di mancare al nome che mi hai dato da portar essere più onorabile agli occhi di quelli che mi Non posso dire che capisco l’uomo che hai sce ma capisco che tu sei madre sua come mia. Allora, mentre è ancora tempo, tenendo il cu mano e la scarpina nell’altra, Mi rimetto a te! Vergine madre, ti do la mia scarpi madre custodisci nella tua mano il mio sciagurat


o potrebbe ezza, godissibile per ile condotuomo che enire meno rrispondere tto il nostro rivolge alla ae il titolo

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per questa rtinaia! re, e di non amano. elto per me,

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ina! Vergine to piedino!

I libri seri non istruiscono, interrogano. Nicolás Gómez Dávila

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partecipazione nostra alla vita di Cristo. Solo Gesù risponde al problema del male, ma Egli vuole associare anche noi alla sua risposta. La von Le Fort riprende tale intuizione con delicatezza anche in La fontana di Roma, in una osservazione della domestica Jeanette alla zia Edel: «Quando ci viene affidata un’anima per la quale crediamo di dover molto pregare, sempre subito e come prima cosa, dobbiamo donare ancora più interamente la nostra al Signore». Che tale logica non valga solo a livello personale, ma si rispecchi sulla modalità di affrontare i problemi politici, si vede inoltre in un romanzo degli anni Trenta: La corona degli angeli. In esso offre la sua risposta più intima al dramma del sorgere del nazismo che deturpa la sua amata patria. La lettura delle opere della von Le Fort mi provoca sempre di nuovo a guardare il mondo con occhi cristiani. Michael Konrad

CONTRIBUTI DI:

Stefano Lavelli, seminarista e critico gastronomico, Roma.

«CATTIVO, SBRONZO MA IN GAMBA» Joseph Roth - La leggenda del santo bevitore

Istallazione artistica nell’ambito della Fiera del libro di Francoforte 2011 (foto: Alexander Smolianitski).

Ti avviso che fra poco non ti vedrò più e sto per fare tutto contro di te! Ma quando tenterò di slanciarmi verso il male, sia con un piede zoppo! E quando vorrò oltrepassare la barriera che hai eretto, sia con un’ala tarpata! Ho terminato ciò che potevo fare, e tu custodisci la mia povera scarpina, Serbala sul tuo cuore, o grande Mamma terribile! Nel momento più acuto del dramma Donna Prodezza arriva a dire a Don Rodrigo, che con uno stratagemma potrebbe liberarla dal marito, che «è meglio soffrire piuttosto che acconsentire alla più piccola diminuzione di essere». E Don Rodrigo resta ancora una volta folgorato dalla luce del Tu misterioso e infinito, che gli viene incontro attraverso il “sacrificio” di Donna Prodezza: nella scena dell’addio definitivo (i due non si incontreranno mai più), Don Rodrigo non si “accontenta” di quel «po’ di massa di carne odorosa» (come il servo di Don Rodrigo aveva definito Donna Prodezza, ricordando al suo signore di essere davvero pazzo a correrle dietro e a rischiare la vita per lei), allarga le braccia e si dispone a mo’ di crocifisso, abbracciando finalmente l’amata in un gesto che esalta l’essere senza rimanere superficiale o astratto. È nel sacrificio che si compie, infatti, la conoscenza amorosa, affettiva del Tu. È nel sacrificio veramente umano che si afferma l’altro fino all’annientamento di sé.

Non ricordo se all’inizio mi attirò più il titolo paradossale (come fanno a stare assieme la santità con l’ubriachezza?), il fatto che era un libretto verde di appena 54 pagine, o l’autoritratto dell’autore posto a pagina 7 dove si rappresenta circondato da due calici, un bel sifone di seltz e la scritta: «Ecco quel che sono veramente; cattivo, sbronzo, ma in gamba». Joseph Roth mi è sembrato fin da subito un tipo simpatico e sopra le righe. Questo breve racconto, l’ultimo scritto dall’autore, è la storia di Andreas, un clochard che “abita” sotto i ponti della Senna a Parigi, amante del Pernod e ormai abituato alla sua triste condizione. Ma Andreas è anche ciò che gli capita nella prima pagina del libro: un giorno di primavera del 1934 il barcollante barbone si vede sbarrare la strada da un misterioso e distinto signore che gli cambierà la giornata e la vita. La leggenda del santo bevitore è lo svolgersi dell’incontro provvidenziale mediante il quale Andreas riscoprirà se stesso e la bontà del destino a cui è chiamato attraverso tutte le incapacità, le distrazioni, i tradimenti, suoi e degli altri, ma anche grazie ai miracoli che gli accadono davanti, gli amici che incontra e le virtù che scopre di avere. Questo racconto descrive in forma poetica ed esemplare che cosa vuol dire rinascere, cosa significa iniziare, sempre. In questo sta la santità del “bevitore”: un’indomabilità, nata da un incontro “fortuito”, che anche un ubriacone, un uomo fragile come Andreas, può continuamente rinnovare. Più volte durante l’anno riprendo in mano il mio libretto verde ormai consumato e mi commuovo pensando che Dio si è fatto uomo, ci è venuto incontro proprio come il signore discreto che s’imbatte nel clochard. Poi stappo una bottiglia alla salute di Joseph Roth. Stefano Lavelli

Giovanni Micco, 40 anni, parroco a Vienna.

Agostino Molteni, parroco a Concepción, in Cile.

Paolo Sottopietra, segretario generale della Fraternità.

LA CAMPANA DEL FRATE Friedrich Schiller - Don Carlos Nel periodo passato in Germania, uno dei volumi che si è aggiunto alla mia piccola libreria è il Don Carlos di Schiller. Spesso lo riprendo in mano, in particolare per una piccola scena dove il protagonista, mosso da turbolente vicende politiche e sentimentali, quasi casualmente viene a scambiare alcune battute con un monaco. Don Carlo è subito spinto, per intuizione o per profonda simpatia, a confidare i suo problemi a questo frate, sperando in un consiglio per la sua tragica situazione. Il frate lo interrompe dicendo: «È poco, quello che serve >>

Roberto Zocco, in missione a Città del Messico.


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>> per la salvezza – la campana del vespero suona. Devo andare a pregare». Con questa risposta non offre nessuna soluzione allo sventurato, ma lo porta con sé di fronte a Dio, unico punto di partenza per affrontare con profonda pace qualunque problema. Giovanni Micco

UN DUELLO CON DIO Charles Péguy - Il mistero della carità di Giovanna d’Arco Un libro non cambia la vita, però aiuta a scoprire il cambiamento che miracolosamente si compie in essa. In questo senso, Il mistero della carità di Giovanna d’Arco è per me il libro più significativo. La piccola Jeannette esige di poter vedere nel presente la vittoria di Cristo sul male, sulla scristianizzazione e apostasia totali, il segno della Sua resurrezione. Non le bastano i discorsi dogmatici, né le preghiere abituali. Regnum coeli violentia patitur: il regno dei Cieli, la felicità, è solo di quelli che “esigono” da Dio un segno visibile della sua presenza. È, se cambia, se si mostra. Adesso tocca a Te, Cristo, farti vedere. Un duello, leale, in cui non si fa sconto a nessuno, né all’uomo, né a Dio. Agostino Molteni

UN PITTORE STRAORDINARIO Paul Badde - La seconda sindone «Io vorrei vedere Dio...», canta Claudio Chieffo, e le sue parole ci invitano a guardare ai nostri fratelli come il segno inconfondibile della presenza di Cristo nella nostra vita. Nel libro La seconda sindone, invece, Paul Badde ci invita a intraprendere un viaggio indietro nel tempo per scoprire il volto storico di Gesù Cristo, quello stesso volto che risplende nel volto dei fratelli. La seconda sindone è il Volto santo custodito nella Basilica di Manoppello, in Abruzzo. La narrazione avvince, mentre l’autore cerca una risposta a domande quali: com’è arrivata quest’immagine a Manoppello? Si tratta della stessa reliquia della Veronica che un tempo veniva esposta frequentemente in Vaticano ed attirava migliaia di pellegrini? Da molti anni, infatti, questa reliquia non viene più esposta al pubblico, se non una volta all’anno e dall’alto di una delle colonne che sostengono la cupola (quella della Veronica, appunto). La reliquia ritrae il volto di un uomo impresso in un velo finissimo intessuto con i fili che si estraggono dalle conchiglie. Nella Bibbia questo tessuto è conosciuto come “bisso” e, per il tipo di lavorazione che richiede, era costosissimo. Al giorno d’oggi è pressoché irreperibile ed è rimasta una sola persona in tutto il mondo capace di tesserlo, anche se non più con la stessa finezza. L’aspetto più affascinante però riguarda l’immagine impressa. Questo volto, infatti, corrisponde nelle dimensioni al volto dell’uomo della sindone, oltre a corrispondere anche alle icone di Gesù più antiche. Ma il bisso è un tessuto sul quale è impossibile imprimere una qualunque immagine. È possibile dargli solo un certo tono di colore. L’origine di questa immagine rimane quindi misteriosa. Non si tratta nemmeno di una fotografia, ma di qualcosa di simile all’immagine della Madonna di Guadalupe: come se Dio si fosse divertito a fare un quadro, come un pittore. Roberto Zocco

VIAGGIO IN GIAPPONE

Sul monte dei mi A casa dei monaci buddisti, 25 anni dopo lo storico incontro con don Giussani. L’affetto, la gentilezza, l’amore per la natura. Un cammino che prosegue

di Luca Speziale

Don Massimo con il reverendo Habukawa. In alto, danze tradizionali per la delegazione italiana (foto Giorgio Salvatori).

al 26 al 31 ottobre sono stato in Giappone con don Massimo Camisasca in occasione del venticinquesimo anniversario dell’incontro avvenuto sul monte Koya fra don Giussani e il reverendo Habukawa. Il giorno del nostro arrivo all’aeroporto di Tokyo, dopo più di dieci ore di aereo, una macchina mandata dall’ambasciatore italiano Vincenzo Petrone ci accompagna alla residenza. Durante il viaggio, incontriamo i diversi volti della città. Prima una serie di palazzoni di venti-trenta piani, grigi, tutti uguali. Sono le case popolari. Dopo venti minuti di autostrada, ecco che ci si spalanca in tutta la sua grandiosità una serie di grattacieli in vetrocemento, attraversati da un sistema di sopraelevate dense di macchine. È il centro di Tokyo, anche se l’ambasciatore ci ripete più volte che la città non ha un “centro”, come le nostre, ma più di uno. Ogni tanto fanno capolino sulle larghe strade a quattro corsie alcune costruzioni in legno, piccole rispetto ai grattacieli, ma che si fanno notare per la loro caratteristica struttura: sono i templi buddisti e scintoisti. Si vedono uomini in giacca e cravatta con il computer sottobraccio arrivare davanti a questi edifici, battere le mani (forse per scacciare gli spiriti maligni) e buttare in un contenitore di ferro una manciata di monete. La prima impressione è di essere capitati in un posto lontano anni luce da quelli dove abbiamo finora vissuto. Si respira una grande quiete, una certa compostezza generale. Tutto è ordinato, calcolato, controllato (ai crocicchi delle strade c’è sempre un vigile, con il suo elmetto colorato che si assicura che tutto proceda secondo programma). Il giorno successivo comincia la serie di incontri tra la delegazione italiana (oltre a noi alcuni rappresentanti del Meeting e di Cl) e i monaci buddisti. Poi ci trasferiamo dopo un viaggio in pullman tutto curve e mal di testa (il jet-lag si fa sentire!) al monte Koya. Il monte ospita una cittadella circondata da otto colli, abitata da qualche migliaio di persone. Anticamente com-

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Noi sappiamo quanto gli uomini del nostro tempo cerchino anche inconsapevolmente un luogo in cui riposare e vivere rapporti in pace, cioè riscattati dalla menzogna, dalla violenza e dal nulla... Il Natale è la buona notizia che questo luogo c’è, non nel cielo di un sogno, ma nella terra di una realtà carnale. Luigi Giussani

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gente; ma la mano esita, incerta. È come l’uomo moderno che non crede, ma disperatamente vorrebbe credere». di Silvia Guidi «Dopo un primo sguardo - scrive don Jonah Lynch - l’occhio comincia a percorrere È vero, l’arte regala “sensi supplemen- le fessure fra le pietre, a seguire le linee tari” a chi le concede tempo e attenzione, del disegno, e a scandagliare la ricca variae «la musica e la pittura aggiungono a noi zione di colori e di superfici dei materiali. un occhio e un orecchio che non abbiamo, Pian piano emergono altre scoperte, alci portano a vedere cose che da soli non cune volute dagli artisti, altre personalisriusciremmo a vedere, ad ascoltare parole sime intuizioni. Dal racconto della storia su cui sorvoleremmo». Così scrive don del mondo, l’occhio passa allo sguardo di Massimo Camisasca nel libro «La trasfigu- Cristo e poi al gesto della Madonna. Sosta razione della materia», dedicato al mosaico volentieri anche sul fascino semplice delle di padre Rupnik che decora (ma il verbo è pietre e degli specchi d’oro e d’argento. La inadeguato, meglio dire “fa vivere e vi- storia sacra rende anche i sassolini infinibrare di luce sempre mutevole”) la cap- tamente interessanti; le pietre rendono visibile il Mistero». Le pagine di questo libro pella della casa di formazione romana. «vogliono compiere una «L’arte - continua don piccola parte di questo itiMassimo - genera una nerario dello sguardo. Vocorrispondenza profonda gliono portare l’occhio del fra ciò che siamo, ciò che lettore ad alcuni particosentiamo, ciò che attenlari, introducendo attradiamo e ciò che abbiamo verso brevi testi alla ricdavanti». Una corrisponchezza teologica che denza profonda anche con padre Rupnik espone più ciò che ci rifiutiamo di veestesamente nel suo tedere, o di riconoscere; sto. Esse sono anche un penso alla risata scettica invito a visitare la nostra di Sara e la malinconia del cappella, e a contemplare suo farsi da parte, tirarsi l’opera dal vivo». fuori dall’abbraccio di una Tornano in mente le storia di salvezza per quel parole di un grande edu“disdegnoso gusto” che catore attraverso la Belporta Pier delle Vigne a riIn libreria lezza, il maestro di teatro nunciare alla vita (Com- La trasfigurazione Orazio Costa Giovangigli. media, Inferno, XIII canto) della materia «Vi rivelo un trucco per e porta tanta parte del Marietti 2011 - pp. 114 non farvi imbrogliare dai mondo contemporaneo a sedicenti guru del merfare lo stesso, disperden- per visitare il mosaico: pr@sancarlo.org cato - ripeteva spesso ai dosi nell’inerzia e nella suoi allievi, a Firenze sterilità. Il mosaico descrive questo dramma con delicatezza: l’arte vera non stufa. Non è solo bella, è «Sara è in piedi all’ingresso della tenda. inesauribile. Con una misteriosa persiEsce per accogliere gli ospiti e il loro mes- stenza di vita dentro, di cui ti accorgi solo saggio, oppure si ritira nella sua solitu- vedendo le opere dal vivo; le riproduzioni dine? I suoi occhi dicono il desiderio strug- sono solo un promemoria».

Promemoria del Mistero

ille templi prendeva mille templi. Ora un centinaio o poco più. È il centro mondiale della scuola Shingon, una delle tante anime che compongono l’universo buddista. Sono dodici milioni oggi nel mondo, la maggior parte in Giappone. La scuola è sorta nel nono secolo da un educatore giapponese, Kobo Daishi, che si recò in Cina e lì conobbe il buddismo e la scrittura. Tornato in Giappone, oltre alla scrittura che sarebbe poi divenuta la lingua giapponese, portò una sua lettura del buddismo di taglio prevalentemente pedagogico. Il centro del suo messaggio è pressappoco questo: liberare l’uomo da tutto ciò che impedisce lo sviluppo delle sue potenzialità, dal male che lo attanaglia, perché possa riconoscersi come parte dell’universo e vivere in armonia con tutto. Dei monaci ci stupiscono due cose. Innanzitutto l’estrema gentilezza, il senso di abnegazione con cui si mettono al nostro servizio. Appena arrivati al monte fanno a gara tra chi per primo ci prende le valigie e ci porge le pantofole (assolutamente necessarie per calpestare il suolo del monastero). Poi, l’amore per la natura. Una notte, sempre a causa del fuso orario, ci svegliamo alle quattro e nel silenzio totale ammiriamo la bellezza del giardino del monastero, curato fin nei minimi dettagli. La riverenza dei monaci verso la natura è talmente grande che noto che alla sveglia mattutina, verso le sei e mezza, prima di raggiungere la cappella, molti di loro passano davanti al giardino e fanno un profondo inchino. Una mattina abbiamo avuto la possibilità di ascoltare la preghiera dei monaci. Nel tempio buio, illuminato solo dalle candele e dal fuoco, che con la fiamma faceva salire in alto le preghiere, c’erano anche le immagini di don Giussani, Giovanni Paolo II e don Francesco Ricci. Chiedo ai monaci se le avessero messe lì in occasione della nostra visita. Mi rispondono che sono nel tempio tutto l’anno. Abbiamo così capito che in questi venticinque anni il rapporto affettivo che ci lega all’esperienza del monte Koya è andato crescendo. Ora occorre anche trovare

le strade per vivere assieme la carità e per maturare una conoscenza più profonda gli uni degli altri. I due giorni passati al monte Koya ci hanno anche posto di fronte una realtà di cui sappiamo ancora molto poco: facciamo fatica, per esempio, a comprendere le categorie secondo le quali i loro ragionamenti si sviluppano (non hanno conosciuto la metafisica, non hanno avuto un Platone o un Aristotele). Abbiamo così capito l’urgenza per la Chiesa tutta dell’invito di Giovanni Paolo II a considerare l’Asia come terra di missione per il terzo millennio. Il cammino che ci aspetta è ancora molto lungo: implica soprattutto il cambiamento di sé, non tanto dei propri ideali, quanto del modo di esprimerli per farli rinascere in un nuovo universo. Daniélou, in un suo antico libretto intitolato Il mistero della salvezza delle nazioni, ha scritto che alla fine dei tempi rimarranno soltanto due universalismi: il cristianesimo e il buddismo.

Nel tempio, illuminato solo dalle candele e dal fuoco, c’erano le immagini di Giovanni Paolo II, di don Giussani e don Francesco Ricci


Il Signore è presente (…) è veramente un Dio con noi. Non è più il Dio distante che, attraverso la creazione e mediante la coscienza, si può in qualche modo intuire da lontano. Egli è entrato nel mondo. È il Vicino. Benedetto XVI

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L’IMMACOLATA

La sua bellezza mi attira di Rachele Paiusco

a memoria di Maria Immacolata mi torna presente tutte le volte che passo dal nostro cortile, dove c’è una bellissima statua di Maria che prega, al centro del muro, in mezzo ad alcune rose. L’abbiamo ricevuta in dono quattro anni fa dalle suore caldee, un ordine di religiose proveniente dall’Iraq. La loro casa generalizia a Roma ha ospitato i passi iniziali di noi Missionarie, nei primi due anni nella capitale. Quando siamo partite alla volta della nostra attuale casa alla Magliana, ci hanno salutate con questo dono. Non mi sono accorta subito di quanto fosse bella. Adesso, col tempo, mi stupisco sempre più frequentemente quando la guardo. È bianchissima, fatta di una pietra forte, compatta. È semplice, tutta raccolta in un mantello, immersa nella preghiera. È anche umile nel suo gesto. Quando la vedo spiccare su tutto il resto che c’è intorno, penso a tutta la vicinanza e a tutta la distanza che vivo dalla Madonna. Maria ha vissuto profondamente la coscienza di essere figlia. È sempre stata certa di appartenere a un Padre buono, all’Altissimo. Si è sempre sentita amata, guardata, si è sempre sentita parte importante dell’opera del Padre, del suo lavoro: L’anima mia magnifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. Mentre in me questa certezza a volte si offusca, e nasce il sentimento della solitudine, dell’incertezza dell’amore, Maria si sente da sempre una figlia amata e guardata, preziosa, curata, Una figlia amata educata. Una figlia di cui il che si affida Padre si compiace sempre. alla mano Maria ha vissuto l’abbandono della verginità, ricedel Signore vendo da Dio le persone della sua vita secondo il posto che lui assegnava: Giuseppe, Gesù, Elisabetta, gli amici di Gesù; prendendo dalle mani di Dio solo quello che lui le voleva dare, e poi amando intensamente tutti quelli che riceveva in dono. Ha vissuto l’abbandono dell’obbedienza, seguendo senza resistenze i fatti e le parole del Signore nelle sue giornate. Ha vissuto l’abbandono della povertà, pronta a cambiare casa tante volte, a conservare nel suo cuore solo l’essenziale. Quanta resistenza in me all’abbraccio di Dio! Il mio peccato si manifesta soprattutto con tante resistenze all’amore. Per Maria non c’era nessun impedimento, nessuna cosa tra lei e il Signore. Ha vissuto nella pace tutte le vicende della sua strada sulla terra. Maria ha trascorso tutto il suo tempo nell’amore. Una figlia amata, che si affida alla mano del Signore, ha fatto dei suoi giorni una risposta d’amore, per Gesù, per i suoi, per noi. È soprattutto questo che la rende così bella. La luce dell’Immacolata viene da tutto l’amore che vive, quello da sempre ricevuto e quello continuamente ridonato.

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Filippo Lippi e bottega, «Annunciazione», 1445-1450 (particolare). In basso, la statua dell’Immacolata nella casa delle Missionarie.

Il mio male, quello degli altri, portano spesso delle ombre sul mio volto, sulle mie giornate. Guardando Maria le mie ombre lentamente si possono schiarire. La sua bellezza mi attira. E il suo desiderio di essere mia madre vuole percorrere tutta la mia grande distanza, vuole raggiungermi e portarmi con sé, vuole farmi una figlia che assomigli alla madre. È bello passare tutti i giorni davanti all’Immacolata, che spicca su tutte le cose della terra, e che desidera abitare nella nostra casa.

BUON NATALE! Domenica 18 dicembre, alle ore 16.00, presso la parrocchia Sant’Ignazio di Loyola a Milano, piazza don Luigi Borotti 5, don Massimo Camisasca celebrerà la santa Messa di Natale con gli amici della Fraternità san Carlo. informazioni: www.sancarlo.org


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