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MENSILE DELLA FRATERNITÀ SACERDOTALE DEI MISSIONARI DI SAN CARLO BORROMEO

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Anno XV, n. 10 ottobre 2011 - € 1,50

fraternitàemissione Poste Italiane S.p.A. - Sped. in Abb. Post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB Milano

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LA FRATERNITÀ SAN CARLO NEL MONDO: ALVERCA PORTOGALLO ASUNCIÓN PARAGUAY BOLOGNA ITALIA BOSTON USA BUDAPEST UNGHERIA CHIETI ITALIA CITTÀ DEL MESSICO MESSICO COLONIA GERMANIA CONCEPCIÓN CILE DENVER USA FROSINONE ITALIA FUENLABRADA SPAGNA GERUSALEMME ISRAELE GROSSETO ITALIA GROTTAMMARE ITALIA ISOLA DEL GIGLIO ITALIA MILANO ITALIA NAIROBI KENYA NOVOSIBIRSK SIBERIA PESARO ITALIA PRAGA REPUBBLICA CECA ROMA ITALIA SAN PAOLO BRASILE SANTIAGO DEL CILE CILE ‘S-HERTOGENBOSCH OLANDA TAIPEI TAIWAN TRIESTE ITALIA VIENNA AUSTRIA VIGEVANO ITALIA WASHINGTON USA

La famiglia: promessa, sfida, opportunità per il futuro di Massimo Camisasca

Radicati dentro il nostro essere, i nostri corpi, la nostra mente, il nostro spirito - i rapporti familiari sono la strada bellissima e talvolta complicata verso la vita. Innanzitutto i legami fra genitori e figli. Ma lo stesso si può dire dell’esistenza quotidiana tra marito e moglie. All’inizio di una convivenza matrimoniale stanno solitamente gli anni più duri. Ci si comincia a conoscere, nascono i figli, si è premuti dalle responsabilità del lavoro, si deve imparare a essere moglie e marito, a essere padre e madre. Da soli sembra di non potercela fare. Soltanto più avanti negli anni arriveranno forse tempi più pacati. Ma la perdita del lavoro, improvvisi malanni o nuovi amori possono mettere in discussione tutto, in ogni momento. Sono rari gli idilli nella vita familiare. Tuttavia da sempre

Pubblichiamo un estratto dal nuovo libro di Massimo Camisasca, in uscita il 15 ottobre. Qui sotto, la copertina

ci sono coppie che si amano, che hanno affrontato assieme, con l’aiuto di Dio, spesso rivelatosi attraverso gli amici, le prove e le avversità. Nella vecchiaia mio padre e mia madre si amavano come fossero una cosa sola. Tutto era diventato, tra loro, pacata tenerezza. Trovarono sempre la forza di restare assieme. L’amore reciproco si rivelava più forte di ogni difficoltà.

Presenze e assenze

IN LIBRERIA Amare ancora Genitori e figli nel mondo di oggi e di domani Ed. Messaggero Padova 2011

Per taluni il padre e la madre sono un ricordo lontano o addirittura inesistente. La madre di mio padre morì dandolo alla luce. Mio nonno, che abitava a Roma, rimasto solo non poteva accudire il suo primogenito; fu costretto a mandarlo a Milano, da una sorella, quando aveva poche settimane di vita. La zia accompagnò̀ la crescita di mio padre fino all’adolescenza. Oltre alla morte, altre cause possono cancellare ogni possibile memoria. C’è chi è abbandonato dalla madre biologica e raccolto da un’altra famiglia; drammi della povertà, della solitudine, dell’incapacità a essere padri e madri. Ma il riferimento alla famiglia biologica è ineludibile, anche come semplice sogno di rivedere in Cielo chi non si è conosciuto sulla terra. Così fu per mio padre. All’opposto, per qualcuno la presenza del padre e della madre è stata fin troppo massiccia. Un legame pieno di pretese che è rimasto nei figli come un Tutto era incubo da cui non riescono a liberarsi. Nella sua Lettera diventato, tra loro, al padre, Franz Kafka racpacata tenerezza. conta di colui che ambiva a Trovarono sempre essere per il figlio la misura la forza di restare di tutte le cose. Costituisce una sorta di manifesto di assieme quel peso oppressivo e odioso, che molti continuano a sentirsi gravare sulle spalle, magari per un’esistenza intera. Pirandello, all’inizio del suo romanzo Uno, nessuno e centomila, dà voce con una sola, chiara, densissima immagine al profondo disagio provato da molti: «Non già, badiamo, ch’io opponessi volontà a prendere la via per cui mio padre m’incamminava. Tutte le prendevo. >> Ma camminarci, non ci camminavo».

PASSIONE PER LA GLORIA DI CRISTO


Colui che dà alla nostra natura la costitutiva urgenza di una reciprocità di stima e di gratuità, proprio lui ha creato la prima figura sperimentale, che rimarrà per tutta la storia, un luogo dove questa urgenza di carità diventa stabile ed essenziale: la famiglia. Luigi Giussani

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>> Quello che abbiamo rimproverato ai nostri genitori entra dentro di noi e la vicenda rischia di replicarsi con i nostri figli. Eppure è possibile perdonare, cambiare, imparare a rispettare l’altro nel suo destino che non è nelle nostre mani. I quattro figli (tre legittimi e uno no) di Karamazov sono, ciascuno per la sua parte, riflessi di un lato della personalità del padre e assieme il suo superamento. Infine si distaccheranno da lui, fino alla ribellione di alcuni e al parricidio. Ma c’è fra loro chi saprà perdonare (cfr. F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov). Anche Manzoni, nei suoi Promessi sposi, cerca il padre, lui che era un “illegittimo”, e lo trova in padre Cristoforo e nel cardinal Federigo, due uomini che hanno imparato a perdonare. «Quante volte dovrò perdonare a don Rodrigo?», si chiede Renzo nel lazzeretto davanti a fra’ Cristoforo. «In maniera da non poter mai più dire: io gli perdono», è stata la risposta del frate (I Promessi sposi, XXXV).

L’educazione dei figli, il dramma di una morte inaspettata, le fatiche quotidiane. Come la vocazione sacerdotale può aiutare quella matrimoniale? Testimonianze dei nostri preti

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SFIDE MISSIONARIE

Accompag

I fratelli Sono un figlio unico, eppure ho un fratello. Sono un gemello. Ho potuto così sperimentare entrambe le situazioni.Vorrei raccomandare a ogni famiglia: se possibile, non fermatevi al primo figlio! I fratelli sono la prima scuola di vita. Saranno anche un aiuto ai genitori nella vecchiaia, dopo che questi li avranno sostenuti, come nonni, nell’educazione dei figli. Dobbiamo lottare perché lo stato aiuti le famiglie numerose. Non farebbe che aiutare se stesso, il futuro della nazione, dell’economia, della nostra cultura. I figli numerosi possono provvedere più facilmente ai propri genitori anziani e non caricare tutto su una società che sta già avendo grossi problemi di fronte all’invecchiamento generalizzato della popolazione. Nostalgia di famiglia? La famiglia soffre, ma non è morta. Essa è il cuore della vita civile e sociale di un popolo, non può essere uccisa senza gravi conseguenze per tutti. Quando leggo Pirandello, la cui esperienza familiare fu certamente drammatica oltre ogni immaginazione (basterebbe leggere il suo epistolario), trovo una grande “nostalgia” di famiglia. Solo perché era siciliano? O forse piuttosto perché era un uomo? La famiglia è parte dell’humanum. Quella monogamica nata dall’unione tra un uomo e una donna, più che oggetto del passato, mi appare come una bellissima tentazione per il futuro. Come una promessa, una sfida, una possibilità che ci attende.

Eppure è possibile perdonare, cambiare, imparare a rispettare l’altro nel suo destino che non è nelle nostre mani

TAIWAN «PERCHÉ NON ABORTIRE?» di Emmanuele Silanos A Taiwan di famiglie cattoliche ce ne sono veramente poche. La maggior parte dei nostri amici sono sposati con persone non cristiane, e molto spesso anche i figli non sono cristiani. La prima urgenza che essi avvertono è: «Come fare ad essere missionari con mio marito o con mia moglie?». Così io e Paolo abbiamo pensato di metterlo a tema dei nostri incontri. Porre loro la domanda su come essere missionari è, in fin dei conti, un modo per riaffermare a noi stessi la nostra missione. Un nostro caro amico, padre di una meravigliosa bambina, qualche tempo fa mi ha confidato che sua moglie era di nuovo incinta, ma la gravidanza aveva seri problemi, con gravi rischi tanto per la bimba quanto per la madre. E lui, che si è da poco convertito, mi ha chiesto: «Shen fu (che vuol dire prete), perché non si può abortire? Io so che l’aborto è un peccato, ma perché la Chiesa non lo permette? Mia moglie non è cattolica, forse se lei abortisce non è peccato. Che cosa posso

fraternitàemissione M E N S I L E D E L L A F R AT E R N I T À S A C E R D O TA L E D E I M I S S I O N A R I D I S A N C A R L O B O R R O M E O Aut. del Trib. di Cassino n. 51827 del 2-6-1997 - Mensile della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo DIRETTORE: Gianluca Attanasio REDAZIONE: Fabrizio Cavaliere, Lorenzo Locatelli, Jonah Lynch, Marco Sampognaro HANNO COLLABORATO: Massimo Camisasca, Accursio Ciaccio, Ferdinando Dell’Amore, Luis Miguel Hernández, Giovanni Musazzi, Emmanuele Silanos PROGETTO GRAFICO: G&C IMPAGINAZIONE: Fabrizio Cavaliere FOTOLITO E STAMPA: Arti Grafiche Fiorin, San Giuliano Milanese (Mi) REDAZIONE E ABBONAMENTI: Via Boccea 761 - 00166 Roma Tel. + 39 0661571400 - fm@sancarlo.org ABBONAMENTI base € 15 - sostenitore € 50 - C/C 72854979 IBAN: IT04T0351203206000000098780 OFFERTE codice IBAN: IT72 W0351203206000000018620 - c/c postale 43262005 WWW.SANCARLO.ORG


Basterebbe soltanto ritornare bambini, e ricordare... / E ricordare che tutto è̀ dato / che tutto è̀ nuovo, e liberato, e liberato. Claudio Chieffo, «Amare ancora»

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USA UN DONO MISTERIOSO di Accursio Ciaccio

gnare le famiglie

fare? Anche se faccio un peccato comunque voglio il suo bene, non voglio che soffra». Ho provato a rispondere, nel mio cinese ancora un po' incerto. L’unica cosa davvero sensata che penso di avergli detto è che avrei pregato fino al giorno in cui i medici avrebbero dato un giudizio definitivo. Nei giorni seguenti ho fatto telefonate, chiesto consigli, mosso supposizioni. Ma soprattutto ho pregato, ho offerto tempo e sacrificio per lui, celebrando ogni messa perché il Signore desse a quel giovane padre e a quella giovane madre la forza per «Come fare ad affrontare la difficoltà che essere missionari avevano davanti. Ho infine pregato per la salute delle con mio marito o loro due bambine. con mia moglie?» Alle due di un pomeriggio di primavera, il nostro amico mi ha chiamato, la voce era bassa. «Shen fu - mi dice -, oggi mia moglie ha fatto l’esame. I medici dicono che il problema della bimba non è grave. Ho visto gli esami: è così, la bimba non è in pericolo. Shen fu, sono molto commosso. Shen fu, grazie di aver pregato per me». Da questa storia, ho capito qual è il primo modo di accompagnare le famiglie: testimoniare loro una speranza che è più grande anche di quella che istintivamente avremmo noi, perché da loro, prima ancora che essere missionari, impariamo ad affidarci davvero. Ed è grazie a loro che impariamo a pregare.

Emmanuele Silanos con alcuni giovani taiwanesi, in visita al Meeting di Rimini, lo scorso agosto.

Un giorno di qualche mese fa, ero da solo in parrocchia e ho ricevuto una telefonata da una famiglia per organizzare un funerale. Di solito in questi casi i parrocchiani vengono in chiesa da noi; questa famiglia invece aveva lasciato un messaggio chiedendo di poter andare da loro. Quel giorno non avevo la macchina a disposizione, per cui sono andato in bici. Quando sono arrivato, dentro di me non mi sentivo esattamente come Giussani, davanti ai gradini del Berchet, con la sua bicicletta... La situazione era molto drammatica: due genitori che avevano perso nel giro di poche ore un figlio di vent’anni a causa di una meningite. Loro continuavano a chiedermi «perché?» e io non avevo molto da dire. Li ho invitati a partecipare alla messa feriale, quando possibile. Nei giorni seguenti, con mia sorpresa, sono venuti più volte a messa e a trovarmi. Nei giorni dopo il funerale abbiamo continuato a incontrarci, e poi ho proposto loro di venire alla scuola di comunità. In breve, hanno ricominciato ad accostarsi alla Chiesa, e alla vita sacramentale con fedeltà e gratitudine. D’estate sono venuti anche in vacanza con le famiglie. Era una vacanza un po’ dimessa - eravamo una decina di adulti ed altrettanti bambini - dalla quale però sono rimasti colpiti. Si sono sempre più legati a noi preti e poi alla piccola comunità di Denver. Tanto che, di recente, il padre mi ha confidato che, per quanto sembrasse strano, Non avevo grandi gli veniva da pensare che la morte del figlio potesse cose da dire, essere una grazia. ma non sono Un altro passo decisivo fuggito davanti nel loro cammino è stato l’incontro con don Masal loro dolore simo in occasione dell’udienza con il Papa. Don Massimo ha semplicemente detto loro: grazie per il dono di vostro figlio. In questo modo la domanda che li assillava, «perché?», ha iniziato a ricevere una risposta piena. Dal rapporto con loro imparo soprattutto due cose. In primo luogo: ciò che di più grande posso offrire è il mio essere disponibile alla presenza di Gesù nella mia povera persona. Non avevo grandi cose da dire, ma non sono fuggito davanti al loro dolore. È questo che li ha colpiti e li ha spinti a tornare. In secondo luogo, ho sempre cercato di avere questa disponibilità di fronte a tutte le persone che incontro, ma non tutti rispondono come quella coppia. Non sono io a decidere chi si converte e quando. Questo mi rende cosciente della mia responsabilità e del Suo potere.

PORTOGALLO RICOMINCIARE DALL’ABC di Giovanni Musazzi Ad Alverca tante persone vengono a cercarci, soprattutto durante le messe del fine settimana. A quella centrale della domenica partecipano circa 600 persone; nella maggior parte dei casi sono le famiglie dei bambini del catechismo. Molti avevano lasciato la vita cristiana anni fa, o partecipavano saltuariamente alle celebrazioni. Ma attraverso i figli, sono tornate. E a poco a poco hanno cominciato ad avvertire la messa come quel luogo in cui l’ideale diventa concreto. Concreto perché vicino, perché parla della vita, delle decisioni da prendere, dei problemi di ogni giorno. Un luogo che guarda tutto alla luce della compagnia che Cristo ci fa, attra- >>


«...E RIVIVRAI» EZECHIELE AL MEETING 2011 >>

«Sono stato a vedere la mostra sul profeta Ezechiele: è profonda e vera, parla di crisi e di speranza, del lavoro dell’uomo come ponte tra crisi e speranza. Ve la consiglio». Parole di Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo; parole che rendono omaggio alla mostra "...E rivivrai", realizzata al Meeting di Rimini dalla Fraternità San Carlo. In visita al nostro stand anche Giuseppe Recchi (Eni), Fulvio Conti (Enel) e Graziano Tarantini (A2A). Oltre a numerosissime famiglie, amici e sostenitori della San Carlo. Per noleggiare la mostra seminaristi inclusi, scrivere a pr@sancarlo.org.

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>> verso le persone vicine: per i loro bambini è il catechista, per loro siamo noi preti e le altre famiglie. C'è di più: molte famiglie non si limitano a partecipare, ma sono attratte dalla nostra esperienza, dal nostro modo di vivere, di pregare e di lavorare insieme. Cercando un rapporto personale, molti di loro si aprono. Superata l’impasse iniziale, comprendono che la nostra forma di vita può essere di aiuto alla loro. Quando questo accade, è un incontro, nel senso in cui Giussani ce lo ha insegnato. L’aiuto che i genitori cercano è anzitutto nell’educazione dei figli. Non tanto perché possono “scaricarli” qui in parrocchia, quanto perché possiamo trovare insieme le risposte alle sfide che il nostro tempo pone. Pensiamo a Internet, al cellulare, alla televisione. Molti genitori, ad esempio, sono spaventati dal fatto che per i figli, da quando Facebook ha preso piede, la parola «amicizia» ha perso valore. Non sanno come condurre i propri figli a riscoprire il senso autentico dell’amicizia e ci chiedono aiuto. In secondo luogo, le famiglie si interrogano su che cosa significhi accogliere l’altro, continuare ad amare il coniuge, accettare i figli, anche se sono sempre diversi da quello che ci si aspetta. L'aiuto che cerchiamo di dare consiste nell'indicare un ideale reale e possibile, che trova il suo alimento quotidiano nella preghiera in famiglia, tutti assieme. Il luogo "familiare" in cui l'ideale diventa concreto Insisto spesso è la preghiera. Spesso insisto con le famiglie con le famiglie sulla necessità di tornare sulla necessità a pregare assieme. Alcuni di tornare a ci provano, ma poi si lamentano che dopo un pregare insieme paio di tentativi di recitare il rosario in casa, tutto finisce. Consiglio loro di ricominciare dall’abc: la sera, quando la famiglia è riunita, dire un’Ave Maria davanti a una immagine della Madonna. Alla famiglia che riesce ad essere fedele a questo momento, suggerisco di aumentare il tempo della preghiera, e che ogni membro possa esprimere a voce alta le proprie intenzioni.

Operaio a Milano, seminarista a Bergamo, prete a Roma (ordinato da Giovanni Paolo II). E oggi, esorcista a Grosseto. La vita in viaggio di don Antonio Maffucci, uno dei pionieri della Fraternità San Carlo

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IN ALFA 75 CONTRO IL

Una paternità se di Marco Sampognaro

ella Fraternità San Carlo circolano due aneddoti su don Antonio Maffucci. Il primo: “La differenza tra Dio e Maffucci? Dio è in ogni luogo, Maffucci c’è già stato”. Il secondo: “Se Maffucci da Roma deve andare a Reggio Calabria, per strada passa a salutare degli amici ad Aosta”. Possiamo testimoniare che qualcosa di vero c’è. Cercando di fissare questa intervista, le risposte di Maffucci, peraltro sempre gentili, erano di questo tipo: «Dunque… domani sono a Pescara, dopodomani salgo a Verona, forse possiamo fare sabato che scendo a Roma, però risentiamoci». Un homo viator. Anzi, quel particolare tipo dell’homo viator che è l’alfista: Maffucci ha un’Alfa 75 duemila twin spark («l’ultima Alfa Romeo a trazione posteriore») con cui ha percorso 386mila chilometri, e prima ne aveva una uguale con cui ne ha macinati 527mila. Prima ancora ha posseduto due Alfa 33, un’Alfasud e una Giulietta grigio scuro, «la mia prima macchina».

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Nel cuore del ‘68 Maffucci è oggi nella diocesi di Grosseto, nella Toscana che accoglie anche altri dei “pionieri” della Fraternità San Carlo. Ma è originario di Milano, ed è qui che inizia, nel 1966, la nostra storia: dall’Istituto tecnico industriale Ettore Conti, dove Antonio, che studia da perito elettrotecnico, viene invitato a un incontro di preghiera al Pime, Pontificio Istituto per le Missioni Estere. «Cosa ho da perdere?», si chiede. E incontra Gioventù studentesca, ne resta affascinato. Due anni dopo scoppia la contestazione, e molti lasciano Gs. Maffucci no: «Io ero contento di ciò che avevo


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L DEMONIO

empre in movimento incontrato. Mi aveva folgorato la frase di un vescovo brasiliano: a cosa serve cambiare le istituzioni – diceva – se il cuore dell’uomo resta lo stesso?». Così, mentre Milano è messa a ferro e fuoco, nel cuore del diciottenne Antonio sorge l’idea della vocazione, cioè «che la vita potesse essere il raccontare ad altri ciò che avevo incontrato». L’ingresso in seminario avverrà sei anni dopo: in mezzo, Maffucci fa il servizio militare negli Alpini, a Trento, e lavora alla Sit Siemens, dove diventa delegato sindacale e incontra, tra l’altro, quello che sarebbe diventato il gruppo dirigente delle Brigate Rosse («Non avevano ancora iniziato a sparare, ma stavano scrivendo il programma»). Poi, nel 1974, l’approdo al seminario della Comunità Missionaria Paradiso, a Bergamo, dove già erano entrati Massimo Camisasca, Umberto Fantoni e Sandro Bonicalzi. (Maffucci è dunque tra i primi). Cosa ricordi degli anni del Paradiso? «Quando siamo arrivati la comunità di Cl di Bergamo era di ottanta persone, cinque anni dopo era di ottocento. Al Paradiso abbiamo visto un esempio di servizio alla Chiesa, di disponibilità alla missione, di apertura al mondo. Senza quell’esempio, la Fraternità San Carlo non sarebbe forse partita». Maffucci diventa diacono nel 1978 e sacerdote nel 1979, il 24 giugno, ordinato da Karol Wojtyła, papa da un anno. «Eravamo in 88, da tutto il mondo, nella Basilica di San Pietro». Nel 1985, anno di nascita della San Carlo, Maffucci è a Roma, nella parrocchia di Santa Maria Margherita Alacoque, a Tor Vergata. Nel 1991 mons. Angelo Scola diventa vescovo a Grosseto. Desidera una casa della Fraternità nella sua diocesi: Maffucci diventa parroco a Punta Ala. Poi lo sarà a Rispescia e successivamente in città, dove si occupa anche dell’ufficio scuola della diocesi.

Insegnare vuol dire far conoscere le cose belle che rendono grande la vita

Don Antonio Maffucci a bordo della sua Alfa. Pagina a fianco, Giovanni Musazzi (a destra) durante una gita con alcune famiglie della parrocchia di Alverca (Portogallo).

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Professore, viaggiatore, padre La scuola è una delle costanti della vita di Maffucci. E tra i suoi allievi sono nate diverse vocazioni, nella Fraternità ma non solo. Qual è il tuo metodo didattico? «Insegnare vuol dire far conoscere le cose belle che rendono grande la vita. Io seguo una traccia, che è quella del libro Scuola di Religione, in particolare i capitoli sul desiderio e sulla libertà. Ma se trovo un articolo bello, uno spunto interessante, lo propongo ai miei ragazzi. Utilizzo Il piccolo principe, la vita di Cilla, la conversione di Paolo Brosio, le storie di San Galgano e Giovanna d’Arco, documentari, brani musicali…». Come ti sembrano i ragazzi di oggi? «Sono certamente più fragili e più confusi di quelli di anni fa, a volte un po’ orgogliosi, meno ideologici di dieci anni fa ma anche più acritici. Al fondo del loro cuore c’è sempre un desiderio, per cui l’importante è valorizzarli, responsabilizzarli, si deve scommettere sul loro cuore». L’altra costante "maffucciana", come dicevamo all’inizio, è il viaggio: «Ovunque sono andato, ho sempre mantenuto dei rapporti, che poi sfociano in matrimoni, battesimi, direzioni spirituali. Io provo fastidio a parlare di cose importanti al telefono: preferisco fare cento km, perché la presenza fisica è decisiva. Se vedo una persona, percepisco quello che vibra in lei, e capisco i tempi con cui dire le cose, l’opportunità di dirle». Andiamo più a fondo: scuola e viaggio sono due aspetti di un’unica vocazione, che è poi quella di ogni sacerdote: la paternità. «Per me è innanzitutto guardare uno non per i suoi difetti, ma per come il Signore lo guarda, per come il Signore lo sta chiamando». E come è possibile guardare così? «È il modo in cui io mi sento guardato. Siamo padri perché siamo figli. Giussani, don Massimo, gli amici sacerdoti mi hanno guardato così, il movimento per me è stato questo, il riverbero dello sguardo di Cristo. E la Fraternità è un luogo in cui viene rinnovata, riapprofondita continuamente la mia vocazione: una trama di rapporti, di amicizie, di volti che mi aiutano ad essere padre, a portare a compimento ciò che Dio ha iniziato nella mia vita». L’incarico di esorcista Ma c’è ancora un aspetto da raccontare, della vita di Maffucci. Dal 2009, infatti, è esorcista della diocesi di Grosseto. Don Antonio, cosa puoi dire di questa esperienza ai lettori di Fraternità e Missione? «Senza scendere nei dettagli, direi tre cose. La prima è di fare attenzione ai maghi, alle sedute spiritiche, ai medium, alle cartomanti. Sono delle porte aperte al demonio, che vuole scimmiottare Dio. Il demonio si infiltra nelle nostre debolezze, nelle nostre fragilità, ci fa perdere il controllo di noi stessi. Poi c’è il modo esplicito delle possessioni, il modo diretto. Ma Dio permette persino la possessione (nelle sue molte forme) come modo per riavvicinarci a lui». Due: «I sacramenti sono la prima difesa, cominciando dal Battesimo, poi la Confessione e l’Eucarestia: non a caso il battesimo ha dentro un rito di esorcismo. L’altra grande arma è la benedizione: è un atto efficacissimo, basato sulla forza delle mani consacrate (e le mie sono state consacrate da Giovanni Paolo II)». Infine, «Il vero lavoro è l’educazione alla fede, l’appartenenza a Cristo. La cosa importante non è liberare dal demonio, ma accompagnare nella fede. Per questo bisogna essere molto chiari nel giudizio: il demonio c’è, ma Cristo ha vinto. E noi siamo lo strumento attraverso cui si manifesta la vittoria di Cristo. Fare l’esorcista è un atto di totale carità: al sacerdote non torna niente. Gesù ha passato tanto tempo della sua vita pubblica a scacciare i demoni. Ma la gente a volte vuole una liberazione quasi magica, senza conversione. Invece è un cammino, e la forza dell’esorcismo è tanto più grande quanto più la persona desidera essere liberata».


Non è possibile edificare tutto il tempio nell'arco di una sola generazione. Mostriamo dunque il vigore del nostro passo, perché le generazioni future si sentano stimolate a fare altrettanto. Antonio Gaudì

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GMG Il silenzio nel cuore de La XXVI Giornata Mondiale della Gioventù raccontata da un nostro missionario alla guida di un gruppo di giovani portoghesi. Il momento più intenso e più «bagnato»: la veglia di preghiera con il papa

di Luis Miguel Hernández

radioline), ci siamo rilassati e ci siamo dedicati a stare con gli amici, a preparare i nostri più o meno sofisticati giacigli e a mangiare qualcosa prima della veglia con il Santo Padre. Ignari di ciò che sarebbe accaduto in seguito, ci siamo rallegrati quando alcune nuvole hanno coperto l’impietoso sole madrileno. I pompieri, che fino ad allora si erano divertiti a spruzzare dagli idranti acqua sui pellegrini più accaldati, se ne sono dovuti andare. Una distesa infinita Dai megafoni e dalle radio annunciano l’arrivo di Sono arrivato all’aerodromo di «Cuatro Vientos» verso Benedetto XVI. Lo segnalano anche le grida lontane: le quattro del pomeriggio. Accompagnavo un gruppo «Questa è la gioventù del Papa», urlano. Una specie di di oltre mille maturati e laureati italiani, più un centinaio inno che ci ha accompagnato in ogni incondi altri stranieri. Già il nostro primo impatto tro. Cominciano anche altre grida: sono le all’arrivo è stato disarmante: il fiume di gioIl papa prime persone a cui il vento sta portando vani era continuo e superiore alle aspettaci ha invitato via cappellini, rifiuti ammucchiati o perfino tive. Inoltre, tentando di raggiungere nella il sacco a pelo. Qualche energica folata di spianata il settore E6 che ci era stato assead ascoltare vento ha sorpreso anche noi. gnato, ci siamo accorti che sarebbe stato Mentre la papamobile attraversa i vari impossibile entrarvi. Nonostante ogni set- la voce di Cristo settori e si avvicina al palco principale, ractore fosse preparato ad accogliere circa 40 cogliamo tutte le nostre cose in montagnole, che qualmila persone, e la distanza dal palco fosse già notevole, cuno più sveglio e generoso ricopre con plastica o con la distesa di materassini e sacchi a pelo, zaini e persone un telo e poi con una transenna metallica, arrivata da che li indossavano, sembrava ormai infinita. Ci siamo chissà dove. dovuti istallare sopra una pista di atterraggio, vicino a Siamo in grande fibrillazione: nei giorni precedenti una delle uscite del campo, dove (è stata una mia abbiamo assistito in piazza alla cerimonia di arrivo e alla impressione) non era stato previsto l’alloggio di pellevia crucis, ma tutti sappiamo che il momento centrale grini. E i volontari ci dicevano che c’erano ancora tanti della GMG è costituito da questa veglia e dalla Messa che aspettavano agli ingressi. domenicale. Ci aspettiamo dal Papa parole di conforto, Una volta trovato un posto per passare la notte, dal di incoraggiamento, di fede. Egli ci ha già invitato ad quale vedevamo da lontano uno schermo grande come ascoltare la voce di Cristo, non come una voce tra le un’unghia e sentivamo a stento (per fortuna c’erano le l momento più impressionante della settimana trascorsa a Madrid in occasione della Giornata mondiale della gioventù è stato per me la veglia di preghiera del sabato sera. Non solo per la pioggia e la bufera, in contrasto con il torrido sole spagnolo di tutti gli altri giorni. Ma anche, e soprattutto, perché nella veglia si è vista in modo esemplare la verità di questo evento.

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CONSIGLI DI LETTURA >>

Jean Daniélou Il segno del tempio Cantagalli 2011 pp. 88 - € 8,00

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ella bufera tante, ma radicando la nostra esistenza nella ricerca della verità. Ci ha già suggerito che Dio ci vuole responsabili, intelligenti e liberi, per poter dialogare con Lui e amarlo. Ma ancora ci aspettiamo qualche indicazione su come fare in un mondo in cui tutto dice il contrario. Mentre i più previdenti hanno portato una mantella o un pile, io non ho niente con cui coprirmi. Mi siedo con un ombrello in una mano e un megafono nell’altra: così potrò tradurre dallo spagnolo a tutti quelli che non hanno la radio o non sentono. Avrò attorno a me tre o quattro centinaia di persone. Le facce, uggiose come il cielo, mi guardano protese in ascolto. Vengono eseguiti alcuni canti, molto belli. Durante la settimana ci hanno accompagnato in una liturgia sempre essenziale, ma curatissima. Tra loro, l’inno di questa GMG: «Firmes en la fé, caminamos en Cristo».

Davanti al Protagonista Il Papa è stato ricevuto secondo il protocollo, ha salutato le autorità e poi si è posto in ascolto di cinque domande fatte da altrettanti giovani di tutto il mondo: mentre le ripeto sul megafono, la pioggia gradualmente aumenta di intensità; ma cresce anche in tutti noi l’attenzione nell’ascolto: sono domande molto profonde. Un ragazzo inglese convertito chiede come essere fedele alla ricerca della verità; un giovane fidanzato parla invece del suo imminente matrimonio, e di come la morale della Chiesa sembri a volte difficile da attuare; una ragazza impegnata in progetti di sviluppo chiede un aiuto per rimanere salda negli ideali che la guidano, anche se non vede frutti...

Jean Daniélou sembra anticipare di quasi sessant'anni il metodo esegetico che papa Benedetto XVI ha proposto recentemente nei suoi due volumi su Gesù di Nazareth, in cui fa un saluto rispettoso al metodo storico-critico, ma ci invita a procedere oltre. Non solo il testo, ma anche lo Spirito; non solo il fatto, ma anche il suo significato all’interno della grande storia di Dio con l’uomo. Il tempo è la tela su cui si sta realizzando un’opera ancora più grandiosa di quella iniziale. «Il segno del tempio» ci aiuta a vederla sorgere. (dalla prefazione)

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Alcuni momenti della veglia di preghiera con Benedetto XVI (sabato 20 agosto). Foto: Catholic Church (England and Wales). Qui sopra, Luis Miguel Hernández con i suoi ragazzi durante la GMG.

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Appena finite le domande, la bufera si scatena anche sul palco e raggiunge il Santo Padre. Le sue carte volano via, e vediamo sullo schermo che lo coprono con due o tre ombrelli. Si avvicinano i segretari, ai quali, ci hanno riferito, dice: «Se i giovani rimangono, resto anch’io». Che grandezza umana! Alcuni gruppi di giovani cantano di nuovo, altri applaudono; altri rimangono in un’attesa silenziosa. E Sergio, seduto vicino a me, dice: «Preghiamo insieme». Era talmente grande la mia impotenza, che l’ho sentito come una voce provvidente che mi richiamava alla verità del momento. Così ci mettiamo a recitare il rosario: «Santo Padre, siamo nelle tue mani... Santa Maria, prega per noi peccatori... Signore, siamo tuoi». Alla radio informano che è caduta l’impalcatura di uno degli ingressi all’aerodromo, uno degli schermi giganti e che forse anche il suono non funziona più. Tuttavia, nessuno abbandona il suo posto. Dopo tre decine, sembra che il Papa riprenda a parlare: «Cari amici, grazie della vostra gioia e della vostra resistenza! Il Signore con la pioggia ci ha inviato tante benedizioni...». Sdrammatizza e tutti ridiamo. Ma, senza preavviso, salta le risposte alle domande e comincia a recitare le preghiere che danno spazio all’adorazione eucaristica. Non terrà il discorso preparato. Vuole passare direttamente al tempo di silenzio davanti al Sacramento, a cui invita tutti. E quasi due milioni di giovani, gli stessi che avevano gridato, cantato, fatto festa e invaso la città di Madrid, adesso rimangono in silenzio assoluto. È stato incredibile: aveva tutti protesi ad ascoltarlo, e non ha pronunciato il suo discorso per dirci chi è il vero protagonista della GMG, chi è il vero centro della vita del Papa e a chi rivolgerci non solo oggi, ma sempre. Benedetto XVI si è reso trasparente della Presenza buona di Dio. «Se i giovani Alla fine, la polizia era molto sturimangono, pita: nonostante la bufera, si era evitato il caos, mentre in un qual- resto anch’io» siasi festival o evento sportivo una tormenta così avrebbe causato dei morti. E stupito era anche il servizio sanitario madrileno: nessun abuso di alcool a livelli allarmanti in tutta la settimana. Perché, davanti alla verità e alla bellezza di questi giorni, nessuno voleva dimenticare neanche un istante.


FESTA DI SAN CARLO

Sabato 5 novembre 2011 a Roma avrà luogo la festa di san Carlo, presso la Parrocchia Santa Maria del Rosario ai Martiri Portuensi (Magliana). Questo il programma: alle ore 18.00 santa messa; alle 19.00, incontro con don Massimo Camisasca sui temi del libro «Amare ancora». A seguire, buffet.

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fraternitàemissione

OTTOBRE

DIARIO MISSIONARIO Riconoscere Cristo, per non fuggire di Ferdinando Dell’Amore

Asunción (Paraguay), 10 Novembre 2010 Carissimi, vi racconto ciò che mi è successo venerdì sera. Dopo la messa delle sette, mi avvisano che doña Celina (una vecchietta con più di ottant’anni), sta facendo un disastro a casa. Doña Celina vive in casa del nipote, insieme alla sorella, anch’ella più che ottantenne. Le due sorelle non si sopportano, per una lunga e triste storia, e non perdono occasione di farsi dispetti. Vado a casa delle due nonnine e trovo Celina distesa per terra, con le braccia incrociate sul petto, di fronte al letto della sorella. Celina dice che vuole suicidarsi e poi rimane muta, la sorella sbraita e la sgrida. Visto che Celina non vuole alzarsi, la sollevo (peserà una trentina di chili!) e la porto nella sua stanza, sul suo letto. Convinco il nipote a occuparsi di lei, e dopo aver tranquillizzato prima l’una e poi l’altra sorella, me ne vado. Niente di speciale, forse, una cosa abbastanza normale, in confronto a tutto quello che vediamo e veniamo a sapere ogni giorno. Non ci penso più e vado a San Lorenzo, nell’Università dove abbiamo allestito una mostra sulle riduzioni gesuitiche. C’è un concerto di una chitarrista molto nota e brava. Un ambiente completamente diverso: musica classica, personaggi importanti (il decano, i professori, gli sponsor) e interessanti... Tutto bello. Finalmente. Ma, mentre ascolto la musica, mi torna in mente Celina, e con lei tutte le persone che ho visto quel giorno, e poi le situazioni più difficili che ho incontrato negli ultimi

Una strada di Asunción, capitale del Paraguay.

tempi; penso a M., una ragazza di ventidue anni, madre di due figli, cacciata di casa dal fratello, che si prostituisce per vivere. Penso a S., una vecchietta che vive nel retrobottega di uno sfasciacarrozze, sola, su una sedia a rotelle. Penso a L., un ragazzo di 14 anni, che ha ucciso un altro ragazzo, e non se ne rende neanche conto, come se non fosse successo niente. Penso a quello che ascolto da padre Aldo sui malati terminali ospitati dalla Clinica San Riccardo Pampuri. Penso a quanto sia facile per me salire sulla macchina e andarmene, dimenticare il dolore, il male, il mio male e quello del mondo, e la mia impotenza di fronte a esso. Ascolto la musica e penso ai loro volti. Che cos'è la vita? Quale speranza c’è per quelle persone? Che cosa significa Cristo per loro? E per me? E la mia presenza qui, a che cosa serve? Ricordo una frase di Kierkegaard, che, commentando la resurrezione di Lazzaro, dice: «È perché c’è Cristo, che questa malattia non è mortale». Gesù c’è. È presente. E mi chiede di riconoscerlo. Solo questo. Mi chiede di non scappare, ma di mettere la mia speranza in lui. Mi chiede di non guardare la mia incapacità, ma la sua presenza, qui e ora, attraverso i sacramenti che celebro e ricevo, attraverso i fratelli che vivono con me. Solo così, guardando a Gesù presente, posso essere presente anch’io, posso non fuggire, ma permettere che usi della mia vita come vuole Lui. Vi abbraccio, Daf

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http://www.sancarlo.org/it/wp-content/uploads/2011/11/2011-X.pdf

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