Page 1

MENSILE DELLA FRATERNITÀ SACERDOTALE DEI MISSIONARI DI SAN CARLO BORROMEO

6

Anno XV, n. 6 giugno 2011 - € 1,50

fraternitàemissione Poste Italiane S.p.A. - Sped. in Abb. Post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB Milano

www.sancarlo.org

LA FRATERNITÀ SAN CARLO NEL MONDO: ALVERCA PORTOGALLO ASUNCIÓN PARAGUAY BOLOGNA ITALIA BOSTON USA BUDAPEST UNGHERIA CHIETI ITALIA CITTÀ DEL MESSICO MESSICO COLONIA GERMANIA CONCEPCIÓN CILE DENVER USA FROSINONE ITALIA FUENLABRADA SPAGNA GERUSALEMME ISRAELE GROSSETO ITALIA GROTTAMMARE ITALIA ISOLA DEL GIGLIO ITALIA MILANO ITALIA MOSCA RUSSIA NAIROBI KENYA NOVOSIBIRSK SIBERIA PESARO ITALIA PRAGA REPUBBLICA CECA ROMA ITALIA SAN PAOLO BRASILE SANTIAGO DEL CILE CILE TAIPEI TAIWAN TRIESTE ITALIA VIENNA AUSTRIA WASHINGTON USA

Fino alla stella più lontana di Massimo Camisasca

La missione non è qualcosa che si aggiunge alla nostra comunione. È il suo esplicitarsi

Nella foto, nonno e nipote imparano a disegnare.

ella sua più profonda origine la comunione che viviamo tra noi è il rapporto tra il Padre e il Figlio. L’amicizia che io vivo con voi mi fa entrare dentro tale rapporto. Ma qual è il contenuto del dialogo tra il Padre e il Figlio? Qual è il contenuto del nostro dialogo? Tra il Padre e il Figlio c’è l’universo, e l’universo degli universi. Nel loro sguardo reciproco, nel loro parlarsi, nel loro accogliersi, c’è ogni fiore, ogni foglia, ogni battito del cuore umano, ogni stella lontanissima. La comunione è contraddetta perciò dalle chiusure, dalle staccionate, dal ripiegarci su noi stessi, quando il contenuto del nostro rapporto diventa soltanto l’immagine di me riflesso nell’altro. Gesù ha voluto con la sua morte in croce partecipare dell’ultima estrema lontananza dell’uomo. Nel suo rapporto con il Padre, era inscritto il più lontano dei lontani: nella Croce lo ha reso vicino. Nella nostra comunione è già inscritta l’estrema distanza siderale della persona più lontana. Se non è questo il sentimento che domina la nostra amicizia, non viviamo la comunione cristiana.

N

Don Giussani ci ricordava mons. Galbiati, suo insegnante a Venegono, uomo di immensa cultura biblica e di un profondo senso dello humour. Un giorno l’aveva portato sulla grande terrazza del seminario di Venegono, da cui si vede tutta la cerchia della montagne, dal Monviso al Monterosa. Egli aveva detto: «Ecco, vedi? Queste montagne sono tutte mie, ma io te le regalo». La comunione è la scoperta che ha fatto a un certo punto san Paolo, quando ha detto Tutto è vostro, se voi siete di Cristo come Cristo è di Dio (cfr. 1Cor 3,22). La missione non è qualcosa che si aggiunge dal di fuori alla nostra comunione. È il suo esplicitarsi. Già fin dall’inizio in essa sono compresi tutti i volti che poi, a poco a poco, nel corso della storia della mia vita io scoprirò. La Chiesa, dicevano i teologi medievali, comincia con Abele. La missione fa venire a galla il destino dell’origine, che è anche il destino della fine. Essa consiste nel grido: Vieni Signore Gesù (Ap 22,20). È il desiderio che esploda e si manifesti l’infinito che è contenuto in ciò che mi lega a voi.

PASSIONE PER LA GLORIA DI CRISTO


APPUNTAMENTO IN SANTA MARIA MAGGIORE

Sabato 25 giugno 2011, alle ore 15,30, presso la Basilica papale di Santa Maria Maggiore, mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione, ordina presbiteri don Patricio Hacin Ule e don Christoph Matyssek. Nella stessa celebrazione sono ordinati diaconi Emanuele Angiola, Diego García Terán, Simone Gulmini, Tommaso Pedroli, Ruben Roncolato, Luca Speziale.

2

fraternitàemissione

GIUGNO

L’isola del tesoro di Patricio Hacin Ule

ono originario della Patagonia, la regione più meridionale del Cile. La mia vocazione è stata segnata da tre incontri. Quello con un prete missionario, nell’isola dove vivevo. Quello con un gruppo di insegnanti, nella scuola dove lavoravo; e quello con la Fraternità San Carlo.

S

Il comunista e l’arcipelago Ai tempi della mia adolescenza - siamo a metà degli anni Ottanta - c’erano le dittature in America Latina, e in Cile c’era Pinochet. Era facile cadere in uno degli estremi della vita politica: o eri comunista, o eri fascista; o eri con Pinochet, o eri contro Pinochet. Così iniziai, a dodici anni, a fare il "comunista", contro il dittatore. Non ero veramente comunista. I comunisti, però, mi erano più simpatici.Volevo essere libero e percepivo che la dittatura soffocava questo desiderio; amavo le parole «libertà», «democrazia», «felicità» e vedevo che c’era gente che lottava per esse. Vivevo in una piccola isola, Chiloe, e da lì combattevo per la “rivoluzione”. Mio padre era morto e la lotta era anche un modo per riempire il vuoto lasciato dalla sua scomparsa. Mia madre, però, ne era preoccupata. Decise così, insieme al preside della mia scuola, di farmi frequentare il catechismo per la preparazione alla cresima. Lì incontrai un prete molto simpatico, di origine belga, don Andrea. Un missionario. Dicevano che era un prete “rosso”, ma, anche lui, non era davvero comunista. Era un grande uomo. Si recava in tutte le isole e le isolette dell’arcipelago al Sud del Cile, per incontrare le persone che gli erano affidate. Era capace di rischiare la vita per andare a visitare una famiglia. Iniziai ad accompagnarlo, e guardando lui, mi rendevo conto che quel desiderio di libertà e di felicità che io cercavo di soddisfare, trovava nella sua vita una risposta. Nacque in me una sorta di “vocazione”, anche se non desideravo essere prete (non capivo cosa significasse): volevo semplicemente essere come lui.

ORDINAZIONI 2011

Mandati

A scuola dai propri studenti Crescendo, andai a studiare Educazione Fisica a Osorno. Durante l’università, tutta la mia storia precedente a poco a poco sfumò nella dimenticanza. Dopo la laurea mi ritrovai solo, distrutto, anche umanamente. Cominciai a cercare lavoro, e ricevetti la proposta di insegnare in una scuola, a Santiago. Era gestita da alcune persone di Comunione e liberazione. Fu uno choc, perché la vita cristiana che avevo conosciuto con don Andrea era molto concreta, vissuta ma poco ragionata: non avevo mai preso parte a un incontro simile alla scuola di comunità, ad esempio. Quel modo di vivere il cristianesimo mi spiazzò, ma nello stesso tempo rimasi colpito dalla vita che quelle persone conducevano: mangiavano insieme, stavano insieme, educavano i nostri studenti, e li educavano alla libertà. Incuriosito dalla figura di don Giussani, studiai i suoi libri, cercando di comprendere il suo insegnamento. Mi

25 giugno 2011: Paricio Hacin e Christoph Matyssek sono ordinati sacerdoti. Ecco le storie della loro vocazione

innamorai della proposta del movimento da lui sorto e si risvegliò in me quel desiderio che avevo sentito da piccolo. Accompagnando quei ragazzi, avvertii di nuovo il fascino della vita sacerdotale. Avevo ventiquattro anni, una ragazza, un lavoro: la vita stava andando verso una certa direzione. Tuttavia, decisi di pormi sul serio la domanda sulla mia vocazione. Lasciai tutto e, con il sostegno di alcuni amici, entrai nel seminario della Fraternità san Carlo a Città del Messico. L’intuizione di aprire un seminario per i ragazzi latinoamericani (che oggi è a Santiago del Cile) ha costituito per me la possibilità di iniziare la vita nella Fraternità. Se fossi andato direttamente a studiare a Roma, non avrei superato il primo anno. La casa di formazione a Città del Messico mi ha invece permesso di entrare a poco a poco in una vita nuova. L’educazione ricevuta da don Julián de La Morena ha posto le fondamenta, le

fraternitàemissione M E N S I L E D E L L A F R AT E R N I T À S A C E R D O TA L E D E I M I S S I O N A R I D I S A N C A R L O B O R R O M E O Aut. del Trib. di Cassino n. 51827 del 2-6-1997 - Mensile della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo DIRETTORE: Gianluca Attanasio REDAZIONE: Fabrizio Cavaliere, Lorenzo Locatelli, Jonah Lynch, Marco Sampognaro HANNO COLLABORATO: Massimo Camisasca, Julián de la Morena, Alfredo Fecondo, Patricio Hacin Ule, Christoph Matyssek PROGETTO GRAFICO: G&C IMPAGINAZIONE: Fabrizio Cavaliere FOTOLITO E STAMPA: Arti Grafiche Fiorin, San Giuliano Milanese (Mi) REDAZIONE E ABBONAMENTI: Via Boccea 761 - 00166 Roma Tel. + 39 0661571400 - fm@sancarlo.org ABBONAMENTI base € 15 - sostenitore € 50 - IBAN: IT04T0351203206000000098780 c/c postale 72854979 OFFERTE codice IBAN: IT72 W0351203206000000018620 - c/c postale 43262005 WW.SANCARLO.ORG


Chi ha conosciuto la gioia dell’incontro col Cristo, non può tenerla chiusa dentro di sé, ma deve irradiarla. Giovanni Paolo II

GIUGNO

3

fraternitàemissione

Il cielo vicino di Christoph Matyssek

uando mi chiedono di parlare della mia vocazione, sono io il primo a stupirmi della mia storia. È la storia di un miracolo che ha preso cose normali, ordinarie, e le ha rese straordinarie. È la storia di un ragazzo nato e cresciuto nella mentalità di questo mondo, però con la grazia di poter desiderare e guardare oltre il suo orizzonte. Il primo sentimento è di gratitudine per le molte persone che mi hanno accompagnato nel cammino e che sono stati segni della presenza paziente e discreta di Dio nella mia vita. Innanzitutto i miei genitori e i miei due fratelli maggiori. In casa ho sperimentato una fede viva che era il fondamento di tutta la vita. La mia famiglia mi ha mostrato un ideale di santità che ha orientato la mia ricerca. Ho compiuto un percorso lungo e non senza deviazioni, scisso tra ciò che il mio cuore desiderava e ciò che mi proponevano il mondo e i miei coetanei. Avevo una personalità timida e questo mi ha fatto faticare molto. Ma non ho mai rinunciato a cercare la mia piena realizzazione: ho seguito i miei interessi studiando storia, scienze politiche e scienze islamiche. In quegli anni la compagnia di Matthias, uno dei miei fratelli, di Christoph, un amico d’infanzia, di Andrea, la mia fidanzata di allora, era un aiuto grande a guardare avanti e tenere il desiderio vivo. Uguale importanza per il mio cammino ha avuto la Madonna di Medjugorje, dove sono andato spesso e dove ho imparato a pregare. Sentivo il cielo vicino e perciò mi sapevo a casa. Ma l’evento decisivo, che ha segnato la mia conversione e rivelato la mia vocazione, è stato l’incontro con don Roberto Zocco, un prete della Fraternità san Carlo, e con i suoi amici di Comunione e liberazione in Germania. Era, davanti a me, in carne e ossa, ciò che desideravo veramente per la mia vita. Il cielo vicino di Medjugorje era diventato una compagnia quotidiana nella scuola di comunità con Christoph Scholz a Berlino e nella vita degli universitari di Cl. Nessuna distanza, in Germania e fuori, era tanto g rande da rinunciare a incontrarli: la risposta alla mia domanda di una vita vissuta con verità e profondità, con bellezza e umanità, aveva acquistato un volto reale. Attraverso un “tu” potevo dire “io” e nello stesso tempo “sì” a Cristo. >>

Q

colonne che hanno sorretto gli anni successivi: l’amore per la propria cultura, per il proprio popolo, che ti introduce a tutta la realtà.

La libertà che cerchiamo Nella Fraternità san Carlo ho trovato qualcosa che corrisponde a ciò che cercavo e continuo a cercare: una vita ancora piena di mistero, ma con una certezza grande, che dà la libertà che ho sempre cercato. La libertà che non passa attraverso un’ideologia, ma si realizza attraverso le circostanze dell’esistenza. Oggi sono in missione a Città del Messico. Al mattino insegno, il pomeriggio sono in parrocchia. Seguo i giovani, ma in modo diverso rispetto a quando lavoravo a Santiago. Entrare nella dimensione del sacerdozio conduce infatti nella prospettiva della salvezza che le persone cercano, che è la stessa salvezza che cerco io. Sto imparando, a poco a poco, che vivere il sacerdozio significa abbracciare il destino ultimo delle persone. Mi sono gettato in maniera irruenta nella missione, ma la vita con i fratelli mi insegna una misura nuova: non occorre solo «fare», seguire i ragazzi, occuparsi della pastorale; occorre stare in un posto concreto, in cui si inizia a vivere Cristo nella preghiera e nell’eucarestia.

Una veduta dell’abitato di Chiloe, isola a sud del Cile (foto: whl-travel). Nella foto piccola, Patricio Hacin in barca verso la sua isola natale. A destra, Christoph Matyssek con alcuni parrocchiani di Ramallah.


«Al tuo nome e al tuo ricordo si volge tutto il nostro desiderio». Ma questo desiderio non può sopravvivere neanche pochi minuti se non diventa domanda, perché la vera forma del desiderio è la domanda: si chiama preghiera. Julián Carrón

4

fraternitàemissione

GIUGNO

Dal primo istante a casa In seminario mi sono sentito e saputo dal primo istante a casa, cioè nel posto giusto e al momento giusto, nonostante la mia età avanzata – avevo già 28 anni – e nonostante la prospettiva di un cammino lungo per arrivare al sacerdozio. Ho imparato il profondo significato e il valore sacramentale della vita comune e della compagnia guidata. Non c’è un’esperienza che dia più certezza del vedere Cristo presente nel cammino e nella vita con i fratelli. Ho sperimentato una guida e una paternità da parte dei miei superiori, da don Massimo a don Gianluca e a don Matteo (durante lunghi giri di corsa nel nostro parco...). Il centro della vita non è mai stata la preoccupazione di dover riuscire in qualcosa, ma realizzare la mia vocazione. Ho imparato, grazie alla sequela paziente e persistente di don Andrea, il mio padre spirituale, a guardare alla mia vita con gratitudine e con orgoglio e perciò ad avere fiducia, anche nelle responsabilità grandi che Dio mi affiderà. Della vita nella Casa di formazione mi ha colpito anche l’intensità e l’intelligenza. Era una vita molto regolare, un susseguirsi quotidiano dei tempi per la preghiera, per i sacramenti, per lo studio, per la caritativa. E tutto aveva un unico fuoco: la scoperta della presenza di Dio e l’entrare nel suo disegno e nel suo sguardo su tutta la realtà.

La vita in Terra Santa Per me è una grazia particolare essere mandato in Terra Santa, la terra di Gesù, dove la gente, oggi come allora, ha tanto bisogno di Lui. Quando sono partito per la missione, prima come seminarista in Giordania e ora in Terra Santa, sapevo che non stavo seguendo i miei progetti. Sono a Ramallah perché appartengo alla Fraternità san Carlo, che mi ha mandato a servire la Chiesa in questo paese. E questa coscienza è per me liberante e fortificante. La vita in parrocchia mi pone molte sfide nuove e a volte non so da dove cominciare. Sì, ci sono e faccio tutto come risposta personale e quotidiana a Cristo. Ma non sono da solo, con le mie sole forze, a rispondere. Posso avanzare passo dopo passo e incontrare tutta la realtà perché tutto ciò che faccio nasce e prende forma dalla comunione con don Vincent a casa e don Paolo a Roma. Così l’obbedienza al modo con cui Cristo si è reso vicino all’inizio del mio cammino - e oggi nella mia vita missionaria - diventa la strada attraverso la quale Egli mi guida e mi trasforma.

Attraverso l’Atlantico di Fabrizio Cavaliere

Essere missionari significa, a volte, lasciare tutto ciò che si è costruito in tredici anni, e partire, solcare il mare e raggiungere un nuovo porto, dall’altra parte del mondo. È il 1997 quando José Cortes, per tutti Zé Maria, portoghese di nascita, approda nella sua Lisbona, da prete missionario. La sua destinazione è un sobborgo della capitale, Alverca do Ribatejo. Non è una realtà facile, quarantamila abitanti, molti dei quali pendolari; la piccola, ma antica, chiesa è in un quartiere periferico della città, e in parrocchia è quasi assoluta la mancanza di bambini. Parte un lavoro per costruire una nuova chiesa. Allo sviluppo dell’edificio corrisponde il maggiore numero di persone che si stringono intorno al parroco e agli altri missionari: anziani, giovani e, soprattutto, bambini. E la crescente comunità ha la sua nuova casa, consacrata nel primo maggio del 2005 e dedicata, guarda caso, a dei bambini, i piccoli Pastorelli di Fatima, Francesco e Giacinta. la Igreja dos Pastorinhos, posta emblematicamente sulla strada verso Fatima, offre alle famiglie un nuovo, e importante, spazio d’incontro. Arriviamo così a oltre cinquecento bambini iscritti al catechismo, e al 2010. José deve partire, per andare dove la Fraternità e la Chiesa lo mandano.

Nuova destinazione al di là dell’oceano Atlantico: Washington. Una parrocchia, «Christ the King», una nuova sfida. Prima di partire, il saluto al suo popolo portoghese, durante l’ultima messa con più di ottocento fedeli: «Sono stato il vostro pastore in questi anni. Vi ho guidato. Ho tentato di portarvi verso il Signore. Ma questo è stato possibile soltanto perché anch’io sono guidato, accompagnato. E questa compagnia ora mi conduce lontano». Lì, nella compagnia concreta dei fratelli e nella fedeltà alla Fraternità, sta la radice della serenità con cui affrontare le grandi sfide a cui spesso una persona si sente inadeguata. Con la medesima certezza Zè Maria ha salutato Washington, durante la prima messa nella parrocchia, nel giorno dell’Assunzione: «Ringrazio i miei fratelli della Fraternità san Carlo per la loro presenza e l’aiuto che mi daranno al servizio di tutti voi. Noi condividiamo la stessa missione, la stessa passione per la gloria di Cristo. Io non sono un uomo solo, io non sono un "one-man show"». Tutt’altro: la bellezza, e la profondità della vocazione sacerdotale ogni giorno si alimenta di quella partecipazione. «Questo è davvero un tesoro per me e, ne sono convinto, sarà anche una ricchezza per tutti voi».


C’è un’unica cosa che ci rende veramente tristi: è che Dio possa diventare uomo e non essere riconosciuto da coloro cui bussa alla porta. Allora Lui a noi ha messo dentro anche un’altra parola: «Vieni con me: aiutami, dammi la tua vita». E noi dobbiamo per forza dirgli di sì. Per forza? Per amore: ma le due cose ormai si confondono. Luigi Giussani GIUGNO

5

fraternitàemissione

Un buon inizio... Marco Basile, Paolo Di Gennaro e Lorenzo Di Pietro festeggiano il primo anno di sacerdozio. È l’occasione per farci raccontare come è andata. Cartoline da Praga, Colonia, Lisbona LA VOCAZIONE DI PAVEL

Marco Basile, missionario a Praga, parte dalla commovente storia di Pavel. «L’ho conosciuto all’Università Lateranense, era seminarista come me. Abbiamo condiviso due anni di studio e siamo diventati amici. È venuto anche a pranzo da noi. Siamo stati ordinati sacerdoti nello stesso giorno». Alcuni mesi fa, in ottobre, Pavel è morto in un incidente stradale. Aveva appena 27 anni. «Due settimane dopo è venuta a trovarci sua zia, che era diventata la mia insegnante di ceco, e ci ha detto che Pavel parlava spesso di me. Era rimasto colpito dalla nostra vita comune, e desiderava vivere la stessa esperienza con gli altri preti della sua parrocchia: tanto che alla fine del funerale il suo parroco, in lacrime, ha ricordato l’attenzione di Pavel per la vita in casa. Altri preti hanno iniziato a chiamare il parroco e ad offrirgli aiuto, e la zia ci diceva che secondo lei il compito di Pavel adesso era proprio quello di contribuire all’unità del clero della sua diocesi. La nostra vocazione si compie solo nell’incontro con Cristo, e il nostro vivere insieme è una grande testimonianza di essa». L’altra esperienza fondamentale di questi primi tempi in Repubblica Ceca riguarda le confessioni, dalle suore di Madre Teresa: «Nella confessione è evidente la grazia che ci è stata data con l’ordinazione. Confessare in un’altra lingua non è semplice. Mi accorgo che devo guardare all’essenziale: ascoltare, pensare, dare il perdono di Dio. Nasce una gratitudine, perché il mistero del male è spesso meschino e insignificante di fronte al mistero del bene. Il perdono ha un peso maggiore del proprio male. E se Dio stesso ti ha perdonato, allora anche tu puoi perdonare te stesso». LA PALLA DI NEVE

«Sono passati pochi mesi dall’ordinazione, ma mi sembra che siano passati anni», esordisce Lorenzo Di Pietro, missionario a Colonia. «Mi occupo dei giovani, cioè della fascia d’età tra i 7 e i 25 anni. Piccoli, grandicelli, chierichetti… tutto molto ben organizzato, alla tedesca. Un cattolicesimo molto associativo, e questo è anche il suo rischio». In che senso? «Appuntamenti, riunioni, ruoli: ma qual è la differenza tra noi e gli altri? Cosa ci distingue da un club o da un’associazione? Con alcuni dei ragazzi più grandi è nata una bella amicizia, e io li ho provocati esattamente su questo punto. Perché – ad esempio – andiamo in vacanza insieme? A cosa vogliamo educarci? Così abbiamo iniziato a leggere Il senso religioso. Poiché la strada maestra è la vita comunitaria, voglio aiutarli a capire che cosa è la Chiesa, la dimensione ecclesiale. E lo faccio partendo da me, da come vivo con gli altri preti della mia casa: siamo una squadra, e i parrocchiani ci vedono come una via di mezzo tra una famiglia, un convento e un gruppo di amici». Un altro momento importante è stato la lettura pubblica della lettera pastorale del vescovo su matrimonio e sessualità, «due temi che in Germania suscitano molti problemi». Ma anche il rapporto con alcune famiglie italiane di Cl, in Germania per motivi di lavoro o di ricerca scientifica. «Li ho provocati sulla dimensione missiona-

di Marco Sampognaro

ria della loro vocazione, e loro si sono iscritti a un corso di tedesco». Colonia è una città molto cattolica, molto orgogliosa della sua tradizione. «C’è un cartello nella sala parrocchiale che dice “per fortuna cattolici”. Il punto è andare alle radici di questo. E, come dico ai ragazzi, noi siamo come una palla di neve, che inizia piccola a monte, ma finisce grande a valle». IL MISTERO DELLA PATERNITÀ

Dall’alto, Lorenzo di Pietro e Paolo Di Gennaro. Sotto: Praga, Marco Basile, a destra, a cena con alcuni parrocchiani. Pagina a fianco, dall’alto, una veduta di Gerusalemme; Christoph Matyssek con una famiglia.

Paolo di Gennaro è ad Alverca in Portogallo. Insegna religione nella scuola del movimento a Lisbona e segue diversi gruppi in parrocchia. «Luis Miguel, il parroco, mi ha affidato la messa più importante della domenica, quella delle 11, in cui ci sono i bambini. Nella nostra chiesa, dedicata ai pastorelli di Fatima, ci sono nei primi banchi circa centocinquanta bambini… con tutti i genitori dietro. La chiesa è strapiena, c’è gente ovunque. Così all’inizio arrivavo con l’angoscia. Poi ho imparato pian piano a parlare con i bambini, usando immagini e storie per comunicare un mistero. Ad esempio, per spiegare la fede ho detto loro che essa è come una candela accesa sull’altare: se soffi, si spegne! E tutti lì a provare a soffiare… Per loro io sono il prete, e hanno una grande relazione con me, anche se di fatto io non li conosco tutti, di alcuni non so nemmeno come si chiamano. Alla fine della messa vengono, mi salutano, chiedono di essere presi in braccio. Mi vedono come un padre, mi chiamano anche “padre”, di fatto». Anche con i ragazzi di Gs (15-18 anni) la parola chiave è “paternità”. «Grazie al sacramento che ho ricevuto, io sono padre di tutti. Mi sono affidati tutti, quelli che seguono e quelli che ti girano le spalle, quelli che ti sono simpatici e quelli che ti usano. E oltre ai ragazzi ci sono gli adulti, le persone anziane. Sto scoprendo che essere padre è essere padre di tutti, anche di quelli che non ho scelto».


BUONA VISIONE >>

John Landis The Blues Brothers con John Belushi e Dan Aykroyd U.S.A. 1980 133 min.

6

Una Dodge del 1974, una prigione, un reverendo battista, un negozio di strumenti musicali, una donna con il bazooka, un ristorante francese, un locale country, «del pane bianco tostato liscio, quattro polli fritti e una coca», un cast stellare... e il più grande inseguimento della storia del cinema. Film demenziale, surreale, chiassoso, ma difficile da non amare, perché tutto è ricompreso e messo al servizio della “missione” di Jack ed Elwood, i fratelli Blues: salvare a suon di musica l’orfanotrofio dove sono cresciuti.

fraternitàemissione

GIUGNO

ome far uscire dalla noia, dallo stordimento delle vacanze estive un gruppo di ragazzi tra i 17 e i 25 anni? Semplice: affidate loro un compito, un compito grande, accompagnatelo con una bella storia, magari fantasy, e mandateli in missione. La storia che ci racconta don Marco Aleo, 39 anni, in Cile dal 2007, è tutta qui. È la storia di una “missione nella missione”. E di una scoperta di sé nel rapporto con gli altri.

C

Don Marco, che cosa sono le missioni giovanili? Si tratta di un elemento tipico della tradizione cattolica cilena che abbiamo riscoperto e riformato. Si va fuori città, nelle campagne, a trovare le persone e ad animare le loro giornate. È un modo diverso di vivere le vacanze: vita comunitaria e missione. In Cile l’anno scolastico finisce a dicembre. La missione si è svolta in piena calura estiva, la prima settimana di febbraio. Dove siete andati? E in quanti eravate? Siamo andati a Picidegua, un paese a 150 km dalla nostra parrocchia. Base: una scuola affidataci in autogestione. È il terzo anno che ci andiamo. Quest’anno erano settanta giovani di età tra i 17 e i 25 anni, la fascia d’età dopo la cresima, insomma. A guidarli eravamo don Michele Lugli ed io. Come si svolgeva la giornata tipo a Picidegua? Sveglia. Colazione alle 8. Lodi insieme. Tre quarti d’ora di silenzio personale meditando sul testo Vivere è la memoria di me di don Carrón. Poi partenza per la missione: gruppetti di tre-quattro ragazzi in visita alle case del paese, per vivere un momento di condivisione totale con gli abitanti del posto. Rientro per il pranzo, quando non ti invitavano… Come si presentavano? Chiamavano alla porta -non c’è campanello-, si presentavano come i missionari della parrocchia di Puente Alto, e intavolavano una conversazione. In generale, il cileno è un tipo accogliente. E l’iniziativa era stata concordata con padre Omar, il parroco del paese, che ne aveva parlato alla gente. Molti ci conoscevano già. Altri non aprivano, o mostravano indifferenza. Noi invitavamo tutti all’incontro che si sarebbe tenuto la sera. Incontro su cosa? Il filo conduttore erano i libri di C.S. Lewis Le Cronache di Narnia. Prima della missione c’è stato un lavoro preparatorio che don Michele ha accompagnato: avevamo diviso i ragazzi in sette gruppi, e affidato a ciascun gruppo uno dei sette libri di Narnia. Dovevano studiarlo ed estrarne un episodio, una scena particolarmente significativa. In missione, nei pomeriggi, condividevano il con-

Cile In missio Una vacanza molto particolare per i giovani della parrocchia di don Marco Aleo e don Michele Lugli. «Se tu non cresci, nemmeno io cresco»

a cura di Marco Sampognaro

tenuto con tutta la comunità dei missionari. La discussione apportava sempre nuove luci. Quindi la missione era raccontare una scena del libro? Li invitavamo a messa, e dopo la messa c’era la presentazione della scena e la conversazione. A volte chiudevamo con dei canti e si stava ancora un po’ insieme. Qualche esempio di episodio scelto dai ragazzi? Uno dei più efficaci è quello di Lucy che vede il leone Aslan e nessuno le crede: aiuta a capire la fede, l’amicizia, l’autorità, la fiducia… meglio di molte lezioni teoriche. Oppure il “battesimo” di Eustachio (ripreso malamente anche nell’ultimo film tratto dai libri di Lewis, Il viaggio del veliero). O ancora Aslan che rivela a Shasta tutte le volte in cui era stato lui stesso, non riconosciuto, a farsi presente nella storia del ragazzo. O l’episodio dei nani, pseudoamici impenetrabili e sordi al ruggito di Aslan, o ancora la commovente scena della creazione di Narnia attraverso il canto del Leone. Quante persone accettavano l’invito? Molti bambini. Una quarantina tra giovani e adulti. Ma il numero di persone che partecipavano non è il criterio fondamentale.

Alcuni dei giovani «missionari» di Santiago con don Marco e don Michele Lugli.

E qual è, allora? La crescita dei nostri ragazzi. Questa missione è stata un’esperienza di ora et labora. La vita comunitaria ne è stato il cuore pulsante: si è vissuto un clima di sequela, di unità della vita. E nei ragazzi si è visto.


È bella la strada / che porta a casa / e dove ti aspettano già. Claudio Chieffo

GIUGNO

7

fraternitàemissione

one con il leone Aslan Che cosa è cambiato in loro? Essere stati parte di un’esperienza di bellezza -che abbracciava il lavoro, lo studio e la fatica- all’altezza di ciò che cercano. Questo non se lo possono togliere di dosso, hanno visto che è possibile. Hanno un “precedente”! Tra loro, una parola molto usata è aburrimiento, che vuol dire noia. Letteralmente: il terrore -horreo- del vuoto. Specie in estate, per esorcizzare il fastidio di questo vuoto stanno al computer per ore, si alzano per pranzo… In missione no: l’ordine, la serietà, la bellezza prendevano il posto della noia. Per dire: non avevano Internet, non avevano Facebook, ma se ne dimenticavano completamente. Un’altra espressione molto usata è me cuesta (mi costa, mi secca), che riassume l’atteggiamento nei confronti di un compito da svolgere. In missione arrivavano a pulire i bagni senza lamentarsi. Il testo che meditavano nel silenzio, Vivere è la memoria di me, che riprendevamo in un’assemblea nel pomeriggio, è stato provvidenziale, perché descriveva il lavoro che acquista la dignità della preghiera, che diventa memoria. Per questo parlavo di unità della vita. Quindi sono tornati a casa più contenti. Hanno visto qualcosa di più di ciò che vivono di solito: una differenza, che li ha fatti uscire dall’indifferenza. Questo ha avuto un impatto anche in famiglia. Capita che i ragazzi acquistino una profondità che interroga i loro genitori. Almeno quelli che si lasciano interrogare. Un momento decisivo di quella settimana. Ciò che ha dato il “tono” alla convivenza è stato un nu-

Marco Aleo (a sinistra) con i suoi ragazzi.

cleo di ragazzi, all’interno del gruppo dei settanta, che è più vicino a noi e che aiutava tutti a guardare in un’unica direzione. Emblematico è stato ciò che una giovane ha detto a un’amica più grande: «Se tu non cresci, nemmeno io cresco»: è proprio l’immagine della corresponsabilità. Così i “figli” che abbiamo ci provocano e ci sussurrano: «Se tu non cresci, non cresco nemmeno io».

NOVITÀ IN LIBRERIA I luoghi della Chiesa oggi Esce per i tipi delle Edizioni San Paolo il nuovo libro di Massimo Camisasca, «La casa, la terra, gli amici». Una riflessione sulla vita della Chiesa nel terzo millennio, intessuta intorno a una semplice domanda: che cosa

Massimo Camisasca La casa, la terra, gli amici La Chiesa nel terzo millennio Edizioni San Paolo 2011 pp. 135 - € 13

è essenziale nella vita cristiana? L’autore suggerisce che oggi è necessario educare ai fondamenti che sostengono l’uomo nel suo attraversamento dell’esistenza, verso la luce. Tre parole delineano dunque lo spazio della vita cristiana, della Chiesa: la «casa», un luogo fisico, ma anche famiglia, accoglienza, comunione; la «terra», la destinazione universale di ogni vera esperienza umana, ma anche il nostro essere fatti di polvere, di limiti; gli «amici»: il vertice dell’esperienza della carità.


Nelle cose più ovvie e ordinarie è nascosto un vertiginoso senso dell’infinità e della trascendenza. Pavel Florenskij 8

fraternitàemissione

Diario missionario Per rispondere a Dio

GIUGNO

è confluito in CL venticinque anni fa. Quanti ricordi! I primi incontri con il movimento furono esaltanti. Ricordo le parole di don Giussani: «CL è il cammino, la meta è la Nuova Terra». «Essere cristiano significa essere un uomo vero.» Vibrano ancora in me, quelle parole. E non mi hanno deluso. Mi sorprendo spesso a commuovermi per molti accadimenti che sono un segno divino. Sono stato molto colpito, per esempio, dal salvataggio dei 33 minatori in Cile. Noi tutti speriamo di essere salvati dalla morte. Quale somiglianza con Cristo che scende negli inferi per salvarci! La gioia della vita al di là dei nostri limiti e delle circostanze è una correzione profonda per il nostro sguardo, che spesso si ferma alle apparenze. È il Mistero che ci salva. Un forte abbraccio, Julián RUSSIA CIÒ CHE CI CHIEDE GESÙ di Alfredo Fecondo

Novosibirsk, 13 dicembre 2010

BRASILE CRISTIANO, UOMO VERO di Julián de La Morena

San Paolo del Brasile, 20 ottobre 2010 Caro don Massimo, dopo il mio ritorno in Brasile nel mese di settembre ci sono stati molti sviluppi importanti che stanno segnando la mia vita. Il primo importante passo sono stati gli esercizi per i sacerdoti e per i Memores Domini, predicati da don Carrón. Il successivo viaggio in Paraguay, Argentina e Ecuador mi ha permesso di osservare la vita del movimento, la grande grazia che il movimento è per la Chiesa. Ho potuto riconoscere, ancora una volta, come Cristo sia presente. Le elezioni in Brasile, molto complesse e articolate, mi hanno permesso di comprendere più a fondo la mia missione e le sfide da affrontare. L’incontro con alcuni giovani brasiliani, che seguo più da vicino, mi ha dato conferma del metodo del movimento e della bellezza dell’educare e del lasciarsi educare. Tutti sono in attesa di conoscere Cristo. Quanto è bello il ministero sacerdotale! Di fronte a tanto bisogno e tanta povertà mi ripeto spesso: «Quanto ho bisogno di te, Gesù!». È certamente una grande grazia averlo incontrato ed essere stato chiamato a lavorare alla costruzione del suo Regno. Durante gli ultimi tempi, sono tornato spesso con la mente anche alla storia del movimento Nuova Terra, che

Nella foto, Julián de La Morena durante una visita a un villaggio in Chapas (Messico).

Carissimi, in questi giorni, la domanda che alimenta la mia riflessione riguarda ciò che mi aiuta a vivere la mia vita come vocazione. L’aiuto più grande proviene dalle circostanze in cui Dio mi pone. Mercoledì 8 dicembre, festa dell’Immacolata, per andare a celebrare la messa presso il monastero delle Carmelitane, tra neve e freddo, attese e blocchi, ho “perso” 4 ore, tutta la mattina! Tornato a casa, dopo un breve ristoro, mi rivesto per andare in università, a lezione di filosofia contemporanea [frequento il secondo anno di dottorato]. Apro la porta... Ma il timore di dover fare ancora altre 4, 5 ore di viaggio in quelle condizioni, mi blocca sulla porta. Mi dico: «Ma no! Resto a casa, oggi per me è festa!». L’attimo dopo mi chiedo: «Ma io, perché sono qua? Che cosa mi chiede Gesù?». Decido così di andare alla lezione più dura della settimana, dalle 16 alle 19.30. La lezione era introdotta da uno studente con una relazione su “Mounier e il personalismo”. Il professore, dal canto suo, ha sparato contro Chiesa e medioevo («La gente era libera nel medioevo? Certo che no!»). Ho atteso che finisse, ho chiesto la parola, ho richiamato i concili ecumenici, Boezio, la lettera a Filemone... Ne è nata una piccola discussione tra me e lui sulla differenza tra l’uomo greco e l’uomo medievale. Non potendo più pararsi, di colpo lui fa: «Bene, intervallo». Pochi istanti dopo, una collega, che fino a quel giorno non m’aveva mai rivolto la parola, mi si avvicina e mi chiede: «Che cos’è l’Infinito?». Vi saluto, Fec

/2011-VI-LR  

http://www.sancarlo.org/it/wp-content/uploads/2011/08/2011-VI-LR.pdf

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you