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MENSILE DELLA FRATERNITÀ SACERDOTALE DEI MISSIONARI DI SAN CARLO BORROMEO Anno XIV, n. 11 novembre 2010 - € 1,50

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fraternitàemissione Poste Italiane S.p.A. - Sped. in Abb. Post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB Milano

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LA FRATERNITÀ SAN CARLO NEL MONDO: ALVERCA PORTOGALLO ASUNCIÓN PARAGUAY BOLOGNA ITALIA BOSTON USA BUDAPEST UNGHERIA CHIETI ITALIA CITTÀ DEL MESSICO MESSICO COLONIA GERMANIA CONCEPCIÓN CILE DENVER USA FROSINONE ITALIA FUENLABRADA SPAGNA GERUSALEMME ISRAELE GROSSETO ITALIA GROTTAMMARE ITALIA ISOLA DEL GIGLIO ITALIA MILANO ITALIA MOSCA RUSSIA NAIROBI KENYA NOVOSIBIRSK SIBERIA PESARO ITALIA PRAGA REPUBBLICA CECA ROMA ITALIA SAN PAOLO BRASILE SANTIAGO DEL CILE CILE TAIPEI TAIWAN TRIESTE ITALIA VIENNA AUSTRIA WASHINGTON USA

Nella fiducia e nella pace di Massimo Camisasca

Durante le settimane in cui il papa Benedetto XVI ha dovuto affrontare con molta risolutezza la realtà della pedofilia dentro la Chiesa, don Massimo ha inviato a tutti i membri della comunità una lettera riservata, che ora riteniamo di rendere pubblica. La lettera è datata 10 maggio 2010. Che cosa sta accadendo alla Chiesa e nella Chiesa? Gli avvenimenti di questi mesi che, spesso sotto la pressione dei mass-media, sembrano aver subito una accelerazione e una forza di pressione sempre più grande, interrogano tutti noi. Molte sono le riflessioni e le considerazioni che sono andato facendo, anche nei dialoghi con chi più mi è vicino. Desidero condividerle con tutti voi. 1. La prima impressione è di sconcerto e di disorientamento. Da una parte, si vengono a conoscere fatti sempre più gravi, che ci addolorano profondamente. Il dolore per tante innocenze violate è enorme, soprattutto laddove veniamo a sapere che chi ha commesso violenza è proprio colui che avrebbe dovuto educare, difendere, custodire. Sappiamo molto bene che non possiamo erigerci a giudici ultimi di nessuno, che Dio solo giudicherà, lui che conosce i segreti dei cuori, e dunque anche i nostri limiti e le nostre debolezze. Nello stesso tempo è giusto e doveroso che la giustizia civile faccia il suo corso, augurandoci e chiedendo a Dio che essa sappia essere consapevole dell’immensa responsabilità di ogni giudice umano di fronte a Dio. Tutto questo va detto, ma non è tutto. >>

PASSIONE PER LA GLORIA DI CRISTO


Il compito dell’uomo è di andare a Dio e di condurre a lui il mondo delle cose. Romano Guardini

2 >> 2. Assistiamo infatti a un attacco continuo e orche-

strato contro la Chiesa e soprattutto contro il Papa. Molti giornali hanno scritto “guai se i cristiani pensano che c’è un attacco preordinato, guai se cadono nell’errore del complottismo". Sta di fatto che non si può immaginare una virulenza di queste dimensioni senza delle volontà concordi nell’attaccare la Chiesa nel cuore della sua missione. La pedofilia non è certamente un male presente solo nella Chiesa. Lo hanno affermato tanti e tanti studiosi competenti. Ed è purtroppo sotto gli occhi di tutti che la violenza sessuale colpisce all’interno delle famiglie, e riguarda ogni professione educativa. Ma di tutto questo non si parla. Sembra che gli unici colpevoli siano i preti, e i preti cattolici. Come non pensare allora a un programma articolato di lotta contro la Chiesa? 3. Certamente tutto questo non deve farci arroccare in una posizione di difesa. Non deve farci cadere in una depressione vittimistica, ma piuttosto deve aprirci a una considerazione più profonda della storia di Dio con gli uomini. Se riusciamo ad entrare in questa ottica nuova, possiamo comprendere come questo tempo drammatico possa essere per la Chiesa un’opportunità di purificazione, di riscoperta della sua missione, della sua unità, della vera forza che la anima e la spinge ad essere incisiva nella storia degli uomini. La storia della Chiesa, in ogni epoca, ha presentato momenti drammatici. Le cause potevano essere esterne ed interne al corpo stesso ecclesiale. Ha scritto nel 1840

In altre parole

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NOVEMBRE

In prima pagina: particolare della facciata della Natività della Sagrada Família a Barcellona.

il cardinale John Henry Newman nella prefazione al suo volume La Chiesa dei Padri: «Il nostro è un mondo di perenne conflitto, e di vicissitudini all’interno del conflitto. La Chiesa è sempre militante; alcune volte vince, altre perde; e sempre più spesso in diverse parti del suo territorio ne esce simultaneamente vittoriosa e sconfitta. Che cos’è la storia della Chiesa, se non la testimonianza della sorte sempre incerta della battaglia, sebbene l’esito non ne sia in discussione? Appena intoniamo un Te Deum, dobbiamo tornare al nostro Miserere; appena siamo in pace, ecco la persecuzione; appena otteniamo una vittoria, ecco uno scandalo. Eppure, per mezzo di disfatte, riusciamo anche a migliorare; le nostre afflizioni si mutano in consolazioni». Noi siamo convinti che Dio è all’opera nella Chiesa, e che Egli, come appare chiaro dal libro di Giobbe, può permettere anche l’opera di Satana per il realizzarsi del suo disegno. Le prove che egli permette possono sembrarci talvolta eccessive, demoralizzanti. Sono in realtà la strada del suo estremo richiamo, come l’alzarsi della voce di Dio, che per troppo tempo non abbiamo più saputo riconoscere. Il suo invito a riscoprire ciò che conta, ciò che rimane, ciò che salva, soprattutto il bene prezioso dell’unità della Chiesa e delle comunità che la compongono, soprattutto di quelle in cui siamo chiamati a vivere.

Le prove che Dio permette sono la strada del suo estremo richiamo di Roberto Pertici, storico

TRE BUONI MOTIVI PER STUDIARE LA STORIA

Per affrontare la storia è necessaria una “testa ben fatta” e, a sua volta, la storia contribuisce a formarne una. Nel lavoro dello storico esiste innanzitutto un momento “critico”, che si esprime nella cosiddetta “critica delle fonti” basata sull’analisi attenta dei documenti (struttura, lingua, autenticità, cronologia), delle intenzioni esplicite e/o recondite dei loro autori, dei loro nessi con gli eventi a loro contemporanei. Ne deriva un abito critico che dovrebbe essere un ingrediente fondamentale della personalità di ogni individuo, nella sua dimensione privata, come in quella pubblica: per esempio, nella lettura mattutina dei giornali, di fronte all’affastellamento quotidiano di notizie e di messaggi a cui siamo sottoposti. La storia ci spinge a ridimensionare il nostro ego e a metterci in ascolto di uomini lontani nel tempo e nello spazio. Oggi si parla tanto di approccio interculturale, ma spesso coloro che lo teorizzano, lo limitano al presente, magari facendosi critici inesorabili di uomini e idee del passato sulla base delle proprie idee “illuminate”. La storia porta invece un tale approccio interculturale a livello diacronico. G. K. Chesterton ha scritto che

«tradizione significa dare il voto alla più oscura di tutte le classi, quella dei nostri avi. È la democrazia dei morti. La tradizione rifiuta di sottomettersi alla piccola e arrogante oligarchia di coloro che per caso si trovano a vivere oggi. La democrazia ci insegna di non trascurare l'opinione di un saggio, anche se è il nostro servitore, la tradizione ci chiede di non trascurare l'opinione di un saggio, anche se è nostro padre». Ebbene, qualcosa di analogo si può dire dello storico e del suo lavoro. La storia infine arricchisce grandemente la nostra esperienza degli uomini e delle cose: talora chi si avventura per i suoi sentieri, è afferrato da un certo scoramento e da una pungente tristezza, verificando l’eterno avvicendarsi delle fortune, la precarietà delle motivazioni per cui gli uomini hanno spesso sacrificato la loro vita, la fragilità delle loro intenzioni. Ma è necessario altresì – se non si vuol cadere in un paralizzante pessimismo storico – rilevare il valore insito nelle loro azioni, anche in quelle indotte da illusioni ed errori: valore che sta nella convinzione e nella decisione con cui hanno impegnato la loro esistenza, interpretato l’eterno dramma della vita umana.

4. Dobbiamo essere consapevoli anche che può aprirsi per alcuni di noi, forse addirittura per molti e per molte comunità, il tempo del martirio. Il rischio di demonizzare i cristiani con accuse infondate è davanti ai nostri occhi. La Chiesa ha già vissuto questi tempi, ed essi possono sempre ripresentarsi. Occorre che ciascuno di noi sia consapevole che può essere chiamato a dare la testimonianza suprema a Cristo attraverso il sacrificio di sé. Può non essere il sacrificio del sangue, ma quello della gogna mediatica, la perdita della propria reputazione e onorabilità. Cristo lo ha previsto, quasi preannunciato: Beati voi quando tutti diranno male di voi (Mt 5,11). Nessuno può augurare a sé o agli altri il martirio, ma tutti dobbiamo essere consapevoli che esso, sotto forme diverse, può essere richiesto a ciascun fedele cristiano. Molti nostri fratelli, soprattutto in questi tempi, vengono uccisi a causa della loro fede. Il ventesimo secolo è stato forse più di ogni altro il secolo dei martiri cristiani. Ciascuno di noi prepari nella preghiera il proprio animo a vivere con semplicità, accompagnato dai propri fratelli e amici, tutto quell’itinerario che Dio gli chiederà di compiere, pregando per la perseveranza finale di sé e degli altri. 5. Nello stesso tempo, come dice san Pietro nella sua lettera, non dobbiamo dare nessun pretesto agli altri per parlare male di noi. Ciò che nel passato poteva sembrarci esagerato, ora diventa un’esigenza di trasparenza e di credibilità. Vorrei concludere con un altro brano di Newman, scritto dopo aver ricevuto il biglietto di nomina cardinalizia nel 1879: «A volte il nemico si trasforma in amico, a volte viene spogliato della sua virulenza e aggressività, a volte cade a pezzi da solo, a volte infierisce quanto basta, a nostro vantaggio, poi scompare. Normalmente la Chiesa non deve far altro che continuare a fare ciò che deve fare, nella fiducia e nella pace, stare tranquilla e attendere la salvezza di Dio».

fraternitàemissione M E N S I L E D E L L A F R AT E R N I T À S A C E R D O TA L E D E I M I S S I O N A R I D I S A N C A R L O B O R R O M E O Aut. del Trib. di Cassino n. 51827 del 2-6-1997 - Mensile della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo DIRETTORE: Gianluca Attanasio REDAZIONE: Fabrizio Cavaliere, Nicolò Ceccolini, Lorenzo Locatelli, Jonah Lynch, Marco Sampognaro HANNO COLLABORATO: Antonio Anastasio, Massimo Camisasca, Martino De Carli, Apolonio Latar, Vincent Nagle, Roberto Pertici, Alfonso Poppi, PROGETTO GRAFICO: G&C IMPAGINAZIONE: Fabrizio Cavaliere FOTOLITO E STAMPA: Arti Grafiche Fiorin, San Giuliano Milanese (Mi) REDAZIONE E ABBONAMENTI: Via Boccea 761 - 00166 Roma Tel. + 39 0661571400 - fm@sancarlo.org ABBONAMENTI base € 15 sostenitore € 50 - C/C 72854979 OFFERTE codice IBAN: IT72 W0351203206000000018620 - c/c postale 43262005 WWW.SANCARLO.ORG


Più meritevole di percosse che non di baci, non temo, perché amo. San Bernardo NOVEMBRE

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TESTIMONIANZE

Portare sulla soglia del destino Alcuni episodi tratti dall’esperienza dei nostri preti sulla frontiera della vita a cura di Marco Sampognaro

LA VITA, PROMESSA DI VITA di Vincent Nagle

Quando qualcuno riceve brutte notizie, non gli sembra mai vero. La vita è promessa di vita: è promessa di qualcosa di più, soprattutto quando si sta di fronte a una persona amata. Non sembra giusto che tutto ciò che c’è di visibile, di sperimentabile di quella persona possa morire! Niente sembra dover condurre lì. Immaginiamo una donna corteggiata da un uomo, che la adora, le offre doni, le chiede di sposarlo. Decidono di comprare casa. Improvvisamente, il mattino dopo essere usciti insieme, lei riceve un biglietto che reca scritto: «Ti lascio, addio». Obietterà: «QualLa nostra cuno ha sbagliato indifamiglia, rizzo, non è reale, non può le persone amate, essere destinato a me». Dio: tutto ci Niente indicava che potesse finire in quel promette vita modo. La morte è così: la nostra famiglia, le persone amate, Dio, tutto ci promette vita. Quando giunge la morte questa promessa è contraddetta. Per questo la si sente irreale. Da Sulle frontiere dell’umano, Rubbettino 2004

URGENZA E DRAMMATICITÀ di Martino De Carli

Una volta fui chiamato d’urgenza a visitare un’ammalata, che abitava fuori del territorio della parrocchia. Era una signora anziana. Sono arrivato, l’ho trovata circondata dalle sorelle e dai parenti, che da molti giorni attendevano la visita di un sacerdote. Le ho dato l’unzione degli infermi, l’ho assolta dai peccati, e subito dopo avere pronunciato le parole dell’assoluzione, lei è morta tra le mie braccia. Questo episodio mi ha insegnato l’urgenza di fronte a cui un sacerdote deve stare, perché è in gioco la salvezza dell’anima e quindi della vita stessa della persona. Quando mi capita di accompagnare gli ammalati fino alla morte, sono sempre richiamato al significato e alla serietà dell’esistenza. La malattia e la morte riaprono la domanda su di essa. Questo mi è accaduto ancora più intensamente quando si è trattato dei funerali di persone morte in modo violento: giovani che si erano suicidati, o che erano stati uccisi. Quei funerali di solito non si svolgono in chiesa, ma nella casa stessa del

«Memorie sovrapposte» - Praga 2003, di Elio Ciol.

defunto, spesso nella parte povera della parrocchia. I volti intorno alla bara esprimono una rassegnazione ultima di fronte alla ineluttabilità della morte e della violenza. In tali situazioni si gioca tutto non con dei discorsi, ma con una presenza, uno sguardo, perché uno si sente sproporzionato e incapace di dire una parola risolutiva, se non fosse per un amore a Cristo.


Questo è il vangelo: annuncio buono che la vita ha un significato, un destino grande, un contesto più grande che mi valorizza. Questo è venuto a portare Gesù. Solo in questa posizione la morte non è più morte, ma il termine ultimo e il vertice di una vita. Luigi Giussani

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NOVEMBRE

LA PRESENZA DEL DESTINO di Alfonso Poppi

Noi preti siamo continuamente sul confine del destino. Siamo uomini del destino, costretti dalla realtà a fare i conti con il volto di Cristo presente, a fare compagnia alla gente. Quando le persone vedono un uomo certo, si aggrappano, capiscono che c’è la verità, che il compimento della vita avviene anche attraverso la sofferenza. Questo mi è capitato in Uganda, quando seguivo i malati di Aids, ed ero davanti alla gente che si preparava a morire, tutti i giorni. Ricordo i volti, le parole che mi hanno detto, perché l’intensità del rapporto che nasce di fronte al destino è qualcosa di irripetibile. Quando uno per la grazia che ha ricevuto diventa capace di comunicare che il destino è buono, è misericordioso, lì nasce un’amicizia che è totale. Si diventa santi; tantissimi sono diventati santi, e hanno aiutato i loro familiari a diventarlo. A muovermi Lo stesso capita qui in è solo la presenza Kenya. A maggio è morta una ragazza di 17 anni, per di Cristo. un aneurisma. La famiglia Lui vive in me. aveva già perso la mamma, Devo muovermi malata di leucemia, e la ragazza, una ragazza d’oro, come lui, devo è morta in tre giorni. La andare, celebrazione dell’eucareparlare con la stia è stata un avvenimento certezza di chi di comunione: la comunità riunita intorno a Gesù ha ha vinto la morte abbracciato la famiglia trasformando il momento in una festa, anche se con le lacrime: i volti sereni e certi, le amiche che cantavano nel coro e mi abbracciavano, il papà che ha parlato a tutti con serenità sono stati segni della coscienza che c’è qualcosa che è più grande della morte. Bisogna starci, volerlo vivere fino in fondo, e non ritrarsi. Altre volte è più difficile. Una domenica, dopo una mattinata impegnatissima, mentre stavo per mettermi a pranzo mi arriva una telefonata: «Devi venire, c’è biso-

L’anticamera del cielo di Gianluca Attanasio

La dottrina del Purgatorio ci mostra quanto Dio prenda sul serio la nostra libertà e le nostre scelte: nel giorno del Giudizio dovremo rendere conto anche di una parola detta per scherzo. Dio, però, ci dona contemporaneamente la speranza di portare a perfezione il nostro tiepido amore. L’esistenza del Purgatorio riempie il nostro cuore di speranza, perché sarà il modo attraverso il quale la maggior parte di noi entrerà in Paradiso. Solo stando davanti alla luce di Cristo iniziamo a scorgere anche ciò che in noi si oppone al suo amore. Lo sguardo del Signore è pieno di compassione, tenerezza, misericordia; allo stesso tempo, però, è uno sguardo infuocato, che brucia tutte le nostre impurità e i nostri peccati. «Il Purgatorio è come una confessione veramente radicale, in cui il Signore sarebbe il confessore che scopre uno dopo l’altro e in maniera sempre più profonda i peccati

dimenticati; e con questa conoscenza crescente intuisco per la prima volta come tutto Duccio di Boninsegna, questo fosse peccato, dall’intuizione passo«Morte al dellariconoscimento Vergine» (part.). a un riconoscimento, dal senso di amarezza e a poco a poco al pentimento, al pentimento reale per amore del Signore…» (A.Von Speyr). Il grande Mogol ha intuito poeticamente tutto questo nella sua splendida canzone «L’arcobaleno» che dedicò all’amico Battisti poco dopo la sua morte e che Celentano ha reso così famosa. «Io quante cose non avevo capito / che sono chiare come stelle cadenti / e devo dirti che è un piacere infinito / portare queste mie valigie pesanti». È un piacere infinito vivere nella certezza di poter entrare un giorno in Paradiso. Nell’anticamera del cielo ognuno verrà purificato fintantoché non avrà acquistato l’atteggiamento interiore dell’amore perfetto. Un amore che, finalmente, non sarà più preoccupato di trattenere, come per calcolo, qualcosa per sé. Un amore dove la gioia del donare e del ricevere saranno finalmente la stessa cosa.

gno di te». In una delle famiglie della nostra comunità, un ragazzo si era impiccato, in casa, mentre i genitori erano a messa. Hanno dovuto sfondare la finestra, perché si era chiuso dentro. Quando accadono questi fatti, a muovermi è solo la presenza di Cristo. Io so che per loro sono Cristo. Lui vive in me. Devo muovermi come lui, devo andare, parlare con la certezza di chi ha vinto la morte, di chi sa che essa non è l’ultima parola. Così far compagnia alle persone non è per un sentimentalismo, ma perché non abbiano paura di guardare Gesù negli occhi.

LA TESTIMONIANZA PIÙ GRANDE di Antonio Anastasio

Vorrei raccontare la storia di Nati, diminutivo di Natividad, una signora della parrocchia che faceva parte della Cofradia (confraternita) di san Juan Batista: sono le signore che si occupano della pulizia della chiesa e dei locali della parrocchia. Nati è sempre stata il cuore caritatevole del rapporto fra le signore della Cofradia. A un certo punto, ha scoperto di avere un cancro, che poco alla volta ha cominciato a spegnerla. Continuava a venire agli incontri anche quando stava malissimo. Io le ripetevo di rimanere a casa, di non venire a fare le pulizie... era malata! Ma lei rispon-


Il mondo è un’epifania perpetua che Dio fa di se stesso all'umanità; non è altro che un mezzo di comunione, di scambio costante, gratuito e gioioso con l’unica sostanza della vita - con la vita stessa della vita - con Dio. Alexander Schmemann NOVEMBRE

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L’UNZIONE DEGLI INFERMI Un sacramento misconosciuto: non per la morte, ma per la vita. Ecco alcuni esempi GERUSALEMME VINCENT NAGLE Amministro l’unzione degli infermi, la cui liturgia comprende anche la confessione, il perdono dei peccati. Spesso non la propongo esplicitamente al malato, perché magari non siamo in una stanza singola. Del resto, anche se siamo soli, c’è sempre qualcuno che entra ed esce senza bussare, cosa che risulta piuttosto imbarazzante quando sei nel mezzo dell’elenco dei tuoi peccati. Altre volte la persona sta semplicemente troppo male. Così chiedo: «Sei pentito di tutti i peccati della tua vita?». Penso sia sufficiente, se accettano la misericordia. Se vogliono fare una confessione più esplicita, me lo possono chiedere in seguito. Alla mia domanda «Sei pentito dei tuoi peccati?», raccolgo ogni sorta di risposta: a volte li perdo del tutto, si rabbuiano o li prende la tensione e lo spavento. Altre volte c’è qualcuno che mi risponde: «No, non ho commesso nessun peccato». Coloro che, avendo riconosciuto i propri peccati, sono coscienti della misericordia di Dio, sono i più pacificati.

SPAGNA ANTONIO ANASTASIO

deva: «Se non venissi qui, mi mancherebbe davvero quello che mi regge». La sua presenza era un segno vivo della comunione e della comunità. Negli ultimi tempi, verso luglio dello scorso anno, lei affermava spesso che ormai stava per morire. I familiari le rispondevano che non doveva neanche pensarlo, quasi negando l’evidenza di un cammino verso la morte, di cui invece lei era consapevole appieno. Fu così che, pochi giorni prima di morire, mi chiamò a casa sua per confessarsi. Fu uno dei momenti più belli del mio ministero sacerdotale. Prima della confessione, mi confidò che, anche se tutti continuavano a negarlo, lei sapeva che la sua vita sarebbe finita tra pochi giorni. Mi affidò suo figlio, mi chiese di averne cura. Mi assicurò di aver già sistemato l’eredità e mi domandò di invitare le sue consorelle a pregare per lei. Aveva pensato anche a come voleva la messa dei suoi funerali. Ha lasciato una parola importante per ciascuno. Credo che la sua sia stata una morte autenticamente cristiana, come non ne avevo mai viste. La prima messa dopo la sua morte con tutta la Cofradia è stata un momento commovente, perché il suo «sì» di fronte all’abbraccio di Cristo è stato una grande testimonianza di carità. La carità non si vive con i discorsi o con i richiami, ma con il nostro assenso al sacrificio che Cristo ci chiede.

Dall’alto: Santiago del Cile, Martino De Carli con dei ragazzi in caritativa; Nairobi, Alfonso Poppi con alcuni disabili. Nell’immagine grande: Duccio di Buoninsegna, «Morte della Vergine».

Una volta mi chiamarono a casa di un malato allo stadio terminale. Il suo nome era Miguel. La famiglia non era molto convinta di ricevere il prete: a molti sembra sempre che la presenza di un prete sia un modo per dire che è finita, quindi hanno paura che il malato non lotti più. La cosa strana è che a Miguel erano stati dati pochi giorni. Ebbi un colloquio con lui, poi si volle confessare. In seguito, però, Miguel stette bene per mesi. Incontrando le persone della famiglia, vedevo segnali di sorpresa per la misericordia che aveva dato il Signore concedendo loro altro tempo per vivere con Miguel. È questo il significato autentico dell’unzione degli infermi, che sin dall’origine era data per sanare, per curare il malato, e non solo per accompagnare alla morte. Oggi moltissime persone non pensano al conforto che può derivare dall’accompagnamento, che è ciò che i malati in realtà desiderano. Quando il malato è accompagnato con i sacramenti, ha in dono la più grande compagnia che si possa ricevere, perché sente il Signore presente, anche quando il prete è andato via. Muta radicalmente la prospettiva con cui la persona guarda il proprio male, si sente quasi "resuscitata". La più grande carità che la Chiesa dona è fare compagnia davanti alla morte, affinché sia vissuto nella memoria del sacrificio supremo, che è quello di Cristo.

CILE MARTINO DE CARLI Mi riempie sempre di speranza e commozione poter dare i sacramenti alle persone che stanno per morire. Oltre a rendermi certo del fatto che la persona si salva, sempre mi riconduce alla essenzialità dell’avvenimento cristiano, che «spurgato», pulito di tutte le sovrastrutture che noi possiamo mettergli addosso, nel suo nucleo essenziale è l’incontro tra un uomo che grida il suo bisogno di essere salvato e Chi lo salva.


CONSIGLI DI LETTURA >>

Alexander Schmemann Dov’è, o morte, la tua vittoria? Edizioni Qiqajon 2007 pp.105 - € 9,50

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Fino a quando ci aspettiamo da Dio un aiuto che elimini la nostra sofferenza, non verrà meno in noi la «confusione della morte». Infatti «in Cristo la sofferenza non è rimossa, è trasformata in vittoria [...] e questa è l’unica guarigione». In lui, tutto, salute e malattia, gioia e sofferenza diventa l’ingresso in una vita nuova.

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NOVEMBRE

assato e presente dell’Ungheria s’incontrano tra le braccia di una croce storta. Partiamo dal passato: anno 1001, nascita del regno ungherese. Papa Silvestro incorona Stefano, figlio di Geza. Sulla corona (uno dei più antichi simboli regali d’Europa, coniata anche sulle monete ungheresi) c’è una croce. Quella croce - non si sa bene perché, forse per una caduta - nel corso dei secoli si è storta. Quella stortura, oggi, è la rappresentazione dello stato d’animo del popolo ungherese. «Questo è un popolo che ha sofferto molto. Prima sotto i tartari, poi sotto i turchi, poi sotto i comunisti», spiega don Alessandro Caprioli, 36 anni, sacerdote della Fraternità san Carlo, in missione a Budapest: «L’ungherese ha un senso fortissimo della nazione, che a volte degenera in aperto nazionalismo, ma in ogni caso è una sensibilità profonda rispetto alla sua terra. E insieme c’è questa tristezza, che nasconde una profonda nostalgia di felicità».

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La San Carlo in Ungheria Don Alessandro – una laurea in Economia e un master in Dottrina sociale della Chiesa, prima di entrare in seminario – è nella capitale ungherese dal 2005. «Inizialmente dovevo andare in Irlanda. Ma il cardinale Erdö chiedeva con insistenza una casa della San Carlo, per aiutare la chiesa di Budapest e anche la presenza del movimento di Cl. Così eccomi qui». Caprioli è stato il primo sacerdote della casa ungherese; l’anno dopo è arrivato don Mario Toma, oggi responsabile di una parrocchia a sud di Budapest, e nel 2009 si è aggiunto don Carlo Fumagalli. «Abitiamo in centro, nell’ottavo distretto, a poca distanza dal quartiere universitario, dove hanno sede tre atenei, una grande biblioteca e diversi musei. Una zona culturalmente ricchissima, ma abitata prevalentemente da anziani, perché gli studenti e i lavoratori di sera se ne vanno». I preti della San Carlo si occupano della piccola parrocchia di Cristo Re. Messa quotidiana, apertura degli uffici, visite agli anziani e agli ammalati, catechesi, preparazione ai sacramenti. Inoltre, Caprioli dalla fine del 2008 è stato nominato, dal cardinale, cappellano universitario della Facoltà di Diritto dell’Università Cattolica di Buda«Nella tristezza pest Péter Pázmány. «Tutto quello che abbiamo avuto, di superficie l’abbiamo avuto grazie al riemerge cardinal Erdö. Con noi è semun desiderio pre stato disponibile, amichevole e paterno, ci ha aperancora vivo, to tutte le porte, ha messo il un cuore suo patrocinio alle nostre iniche è fatto ziative. E per un missionario questo è fondamentale», racper la felicità, conta Alessandro. per Cristo» Poi c’è la scuola di comunità: il movimento di Cl ha una sua tradizione in Ungheria, i primi contatti risalgono ai primi anni ’80 con viaggi di studenti italiani.

Ripartire da un’amicizia Don Alessandro, come si raddrizza una croce storta personale e comunitaria - nel cuore? «Bisogna andare all’origine, scavare dentro questo sentimento. E per farlo, occorre vincere la diffidenza, il muro di sfiducia tra le persone costruito dal comunismo». Il regime sovietico ha creato un contesto di ateismo e di ignoranza. E dopo il 1989, il consumismo ha proseguito la distruzione del senso religioso, in una sorta di continuità. «Sono venute meno due generazioni di cristiani, la maggior parte dei ragazzi non conosce la fede

BUDAPEST

La croce storta di Marco Sampognaro

né il cristianesimo, sono atei o non praticanti. Per fare un esempio, alla Facoltà di Diritto si tiene una vacanza d’inizio anno, con una messa inaugurale cui partecipano trecento, quattrocento persone. Di queste, solo dieci o quindici vengono a fare la comunione. E siamo all’Università Cattolica… Ci sono anche giovani che vivono con serenità e impegno la loro fede, ma manca loro un luogo concreto per viverla in modo adeguato a un ragazzo di venti, venticinque anni». D’altra parte, «una traccia del senso religioso riaffiora spesso, anche nei giovani, nel ricordo della propria nonna: la persona che ha insegnato loro a pregare, la persona che ha voluto loro più bene (le famiglie sono spesso devastate, i tassi di separazione sono più alti che da noi)». E i molti pregiudizi «sono fondati sull’ignoranza, e quindi facilmente smontabili, soprattutto nei giovani». Il punto, comunque, è quello di proporre un’amicizia. «Prima di insegnare la dottrina, noi invitiamo a una comunione, a una compagnia. Quando i ragazzi capiscono che si possono fidare, si apre un’autostrada: incontriamo ventenni che chiedono il battesimo o persone battezzate che dopo tanti anni chiedono la cresima». Poi si va in vacanza in Tirolo, con la comunità di Cl, o a fare rafting con i ragazzi dell’università. «Nella tristezza di superficie riemerge un desiderio ancora vivo, un cuore che è fatto per la felicità, per Cristo. E riemerge attraverso l’amicizia, che fiorisce nel campo immenso degli incontri che facciamo».


Jean-Miguel Garrigues Nell’ora della nostra morte Accogliere la vita eterna Edizioni Messaggero 2007 pp. 167 - € 15

L’ultimo atto della nostra libertà è accettare che Dio sia amore, che il principio della creazione sia amore e che la fine di ogni cosa, e quindi della nostra vita, sia un mistero d’amore. L’autore, che è stato cappellano in ospedale, aiuta a intravedere nell’esperienza vissuta dai morenti la presenza della grazia di Dio che accoglie nella vita eterna.

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Riscoprire la storia

IL RE SANTO CHE FECE GLI UNGHERESI Correva l’anno mille, quando da una lega di tribù nomadi re Stefano decise di realizzare lo stato d’Ungheria, ponendo come fondamento della nazione la fede cristiana. Suddivise il territorio ungherese in diocesi, costruì chiese e monasteri e diede inizio a una vita di fede che si espanse in tutto il paese. Papa Silvestro II, come segno di amicizia e di sostegno, inviò da Roma la corona regale a re Stefano. L’Ungheria ha influenzato la storia dell’intera Europa proprio in forza del metodo di governo che re Stefano aveva impostato: apertura ai popoli circostanti, disponibilità ad accogliere chiunque passasse per il suo territorio, grande moralità derivante dalla fede cattolica. Così il popolo ungherese, pur nella sofferenza, ha mantenuto un attaccamento allo stato e alla sua origine, di rara intensità. E a tutt’oggi, l’Ungheria è l’unica nazione in cui la corona di un re cristiano, santo Stefano, viene custodita in parlamento ed è citata nelle Costituzioni della nazione.

In alto, veduta di Budapest. Sotto, un particolare della mostra su santo Stefano d’Ungheria allestita nell’ambito del Meeting di Rimini 2010 (foto: Archivio Meeting).

Un’amicizia presente diventa il punto di partenza per guardare al passato. E si riscopre la storia del proprio popolo: nasce da qui la mostra «Stefano d’Ungheria, fondatore dello stato e apostolo della Nazione». «L’idea di realizzare una mostra su santo Stefano è venuta a un professore del movimento, un anno e mezzo fa» spiega Caprioli. «Inizialmente si pensava a un evento di rilevanza locale, poi il progetto è cresciuto, è stato presentato al Meeting di Rimini e da loro approvato». Sei mesi di lavoro, lungo tutto il 2010, con un grande impegno soprattutto sul versante linguistico e il coinvolgimento dell’università Péter Pázmány, del Centro Studium di Gorizia e di un gruppo di studenti della Cattolica di Milano. Il 23 agosto, nei padiglioni della Fiera di Rimini, la mostra veniva inaugurata alla presenza del cardinale Erdö. Questa la testimonianza di Tamas, architetto, tra i responsabili della mostra: «Stefano è stato l’ultimo santo a essere riconosciuto sia dalle Chiese d’Oriente sia da quelle d’Occidente, prima dello scisma. Ma la sua unità riaccade ancora oggi. Sono rimasto colpito dal clima che si è creato tra noi curatori nel pensare l’esposizione. Ma la cosa più sorprendente è stata poter rivivere la stessa unità anche qui al Meeting, nel lavoro di creazione dello spazio espositivo insieme agli universitari volontari del Politecnico di Milano. Santo Stefano – ha proseguito Tamas – mi ha permesso l’incontro con nuovi amici e mi ha provocato a ripensare alla potenza del mio desiderio: far rivivere oggi, attraverso la testimonianza di questa mostra, l’esperienza di santità avvenuta mille anni fa». «All’origine dell’Ungheria c’è l’atto di consacrazione alla Madonna da parte di re Stefano» sottolinea don Alessandro. «C’è un legame stretto tra l’Ungheria e il cattolicesimo. L’educazione che portiamo vuole aiutare a riscoprire qualcosa di proprio, di non calato dall’esterno, di non imposto dall’alto: a riappropriarsi, insomma, di qualcosa che è già nella propria cultura. Si riscopre, secondo il carisma che ci è proprio, l’umanità e la razionalità della fede». Al Meeting, la presenza della comunità ungherese - circa venti persone - è stata attiva e vivace, ricca di tensioni («tutto era nuovo per loro») e di coinvolgimento. «Come è stato bello vedere persone che si interessavano al loro popolo a partire dall’interesse rinnovato per la loro persona» conclude Caprioli. «Questo è il cristianesimo». E se sulla corona la croce è storta, nel suo sguardo è dritta, come il Danubio quando arriva in pianura.


FESTA DI SAN CARLO

Sabato 6 novembre 2010 a Roma, presso la Casa di Formazione, ha luogo la festa di san Carlo. Alle ore 18.00, testimonianza di don Antonio Anastasio. Alle 19.00, santa messa; a seguire buffet e concerto di Alfredo Minucci.

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fraternitàemissione

NOVEMBRE

Casa di formazione Vicini agli uomini nsieme ad altri seminaristi, vado in caritativa una volta alla settimana in un ospedale pediatrico. Cerchiamo di visitare ogni stanza, per parlare con i bambini e con i loro genitori. Li invitiamo inoltre a pregare e a cantare insieme a noi nel corridoio dell’ospedale, in modo che possano partecipare a qualcosa di bello, nonostante siano in uno degli ultimi posti in cui vorrebbero trovarsi. Ogni volta, non sappiamo che cosa ci aspetta al nostro ingresso nella stanza. Ci sono giorni in cui bussiamo alla porta e ci rispondono con un’occhiata che ci fa capire di essere le ultime persone che vorrebbero vedere. Qualcuno ci dice esplicitamente di non volere avere niente a che fare con la religione, e ci manda via. Altre persone tentano di discutere con noi circa la confusione che percepiscono nella Chiesa, o su aspetti della dottrina che sono però difficili da spiegare in soli dieci minuti. Alla fine della visita, spesso non sappiamo se abbiamo migliorato o no la situazione. Ci sono tante altre occasioni in cui invece ci ricevono a braccia aperte, come se ci aspettassero da tempo. Un genitore mi ha detto: «Oggi non sono andato in chiesa perché dovevo stare con mio figlio, qui in ospedale. Dio ci ha messo lì Eppure, quando io non vado a Dio, Egli viene a per una ragione: me». In casi come questo, portare qualcosa capiamo che Dio ci ha che non è nostro messo lì per una ragione. Nasce un moto d’orgoglio dal riconoscere di aver portato una speranza. Orgoglio cui si affianca però un senso di inadeguatezza, poiché sappiamo fin troppo bene che abbiamo portato qualcosa che non è nostro. Con questi sentimenti che convivono in noi, non possiamo fare altro che essere contenti e grati al Signore per averci donato l’incontro con quelle persone. È difficile comprendere appieno ciò che facciamo andando in caritativa, dato che ogni sabato pomeriggio ci offre un’esperienza diversa. Perché andiamo in quell’ospedale che ci causa sensazioni contrastanti? Che cosa possiamo davvero fare, per migliorare la vita di quelle persone? A parte queste domande, c’è una cosa su cui non nutro alcun dubbio: non conta quanto bello o terribile sia quel sabato pomeriggio. I volti di quella gente rimangono impressi nel mio cuore per tutto il giorno e per tutta la settimana. Il volto di un bimbo che piange, o lo sguardo di un padre che lotta per rimanere sveglio dopo aver passato la notte in piedi, il volto di chi non risponde ad una tua domanda... Comincio a rendermi conto che la realtà non ci è indifferente. Essa ci chiede di ascoltarla, di essere compassionevoli e, soprattutto, di essere fedeli. Da quando sono in seminario, l’esperienza più bella che ho fatto è stato vedere come gli altri seminaristi miei fratelli portano nel cuore i volti delle persone che incontrano. Li sento ogni domenica, durante la messa, chiedere a Dio di benedire le famiglie che hanno incontrato. Pregano il rosario per loro, si raccontano l’un l’altro le esperienze e offrono per quelle persone il proprio

I

di Apolonio Latar

Nella foto: Budapest (Ungheria), un momento di caritativa.

lavoro della giornata. Mi è capitato di sentirmi un po’ in colpa quando non vivo anch’io la stessa consapevolezza. I seminaristi mi ricordano che non posso essere indifferente verso la realtà. Anche l’amicizia fa quest’effetto: estirpa la nostra indifferenza di fronte ad essa. Ma c’è di più. I miei fratelli non solo mi aiutano ad avere a cuore quelle persone (che è già una grande grazia di per sé); essi mi aiutano a capire che io ho bisogno dell’amicizia di Cristo, che La realtà la mia vita deve diventare ci chiede di una risposta alla chiamata ascoltarla, di Dio. Altrimenti sarei soffocato dal non potere fare di essere nulla per aiutare veramente compassionevoli chi ne ha bisogno. Senza il e, soprattutto, volto di Cristo, sarei paradi essere fedeli lizzato dalle mie idee, dai miei preconcetti e smarrirei la mia posizione di fronte alla realtà. La Fraternità mi aiuta a capire che l’atteggiamento corretto, prima di tutto, è di preghiera e di offerta. «Chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino», ha scritto papa Benedetto nella Deus caritas est.


2010 XI