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MENSILE DELLA FRATERNITÀ SACERDOTALE DEI MISSIONARI DI SAN CARLO BORROMEO

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Anno XIV, n. 6 giugno 2010 - € 1,50

fraternitàemissione Poste Italiane S.p.A. - Sped. in Abb. Post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB Milano

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LA FRATERNITÀ SAN CARLO NEL MONDO: ALVERCA PORTOGALLO ASUNCIÓN PARAGUAY BOLOGNA ITALIA BOSTON USA BUDAPEST UNGHERIA CHIETI ITALIA CITTÀ DEL MESSICO MESSICO COLONIA GERMANIA CONCEPCIÓN CILE DENVER USA FROSINONE ITALIA FUENLABRADA SPAGNA GERUSALEMME ISRAELE GROSSETO ITALIA ISOLA DEL GIGLIO ITALIA MILANO ITALIA MONTREAL CANADA MOSCA RUSSIA NAIROBI KENYA NOVOSIBIRSK SIBERIA PESARO ITALIA PRAGA REPUBBLICA CECA ROMA ITALIA SAN PAOLO BRASILE SANTIAGO DEL CILE CILE SESTRI LEVANTE ITALIA TAIPEI TAIWAN TRIESTE ITALIA VIENNA AUSTRIA WASHINGTON USA

Il cammino dei popoli verso di Lui di Massimo Camisasca

turisti che visitano Istanbul - così si chiama oggi Bisanzio - sanno che li aspetta la moschea blu, e soprattutto Santa Sofia, l’antica sede del patriarca orientale, trasformata purtroppo prima in moschea e ora in museo. A Santa Sofia ci sono mosaici stupendi, un po’ persi nell’immensità degli spazi dell’imponente basilica, ma pur sempre commoventi. Espressioni di quel mondo musivo dell’arte bizantina, che rappresenta uno dei livelli più alti dell’arte di tutti i tempi e di tutti i popoli. Io li ritengo decisamente superiori a Michelangelo e a Raffaello. Il paragone può essere casomai con Masaccio, Giotto, ma soprattutto con Duccio di Boninsegna. Torniamo ad Istanbul. Le scoperte infatti non sono finite con la visita a Santa Sofia. La basilica patriarcale è conosciuta da tutti, ed è visibilissima dal mare. In un dedalo di vie, invece, in mezzo alla città, vi è un’altra basilica, un’altra chiesa bizantina, di più modeste proporzioni, meno conosciuta. Contiene tesori di tale intensità da giustificare essa stessa da sola il viaggio a Istanbul. Si tratta della chiesa di San Salvatore nei campi, costruita all’inizio dell’undicesimo secolo. Anche essa purtroppo oggi è un museo. Interamente ricoperta di mosaici e di affreschi, come un’immensa Cappella Sistina, sconosciuta agli occhi del mondo. I mosaici sono tutti all’interno dei due narteci, corridoi d’ingresso. E descrivono più di cento scene, prevalentemente tratte dal Nuovo Testamento e dai Vangeli apocrifi, relativi soprattutto alla giovinezza di Maria. Temi contenuti e celebrati nella liturgia bizantina. Non posso neppure lontanamente accennare alla ricchezza di emozioni che suscita il susseguirsi di queste immagini. Una sola voglio ricordare. Entrando da una porta laterale, nel secondo nartece, sono stato attratto, propriamente rapito, da una figura di Cristo alta più di due metri. Il suo manto è azzurro, il suo capo è immerso nell’oro del cielo, il suo volto ha una profondità infinita. La serenità pensosa dei suoi occhi sembra guardare tutta la città e la storia di quel popolo. Oggi a Istanbul è quasi impossibile trovare una chiesa in cui pregare. Queste chiese stupende di cui ho parlato sono musei affollatissimi, rumorosi, per lo più abitati da turisti dimentichi e superficiali. Ma questo Cristo è lì da secoli, attende pazientemente le persone che passano, e il muoversi della storia. Senza che nessuno lo sappia, veglia sulla città e sui suoi abitanti. Nella sua pazienza e nella dolcezza del suo sguardo c’è tutto il senso del cammino dei popoli verso di lui.

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Particolare di uno dei mosaici trecenteschi della chiesa di San Salvatore in Chora (nei campi), dal 1958 Museo di Kariye, ad Istanbul, in Turchia.

PASSIONE PER LA GLORIA DI CRISTO


BUONA VISIONE >>

Elia Kazan Fronte del porto con Marlon Brando Stati Uniti, 1954 108 min. - € 14,50

Terry Malloy, scaricatore di porto implicato con la malavita, incontra un prete che condivide i drammi e le ingiustizie della sua vita e lo aiuta a risollevarsi.

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Pavel Lounguine L’isola con Piotr Mamonov Russia, 2006 112 min. - € 23

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Girato con una sensibilità finissima, un film sul perdono e sulla rinascita attraverso la fede.

GIUGNO

Il volto del prete Dalla finestra della sala d’attesa della Congregazione per l’educazione cattolica si vedono i turisti in piazza san Pietro che camminano nella luce del tardo pomeriggio. Ombre lunghe si stendono sui sampietrini, le macchine scorrono tranquille per la strada, le nuvole s’indorano. Incontriamo mons. Jean-Louis Bruguès, Segretario della Congregazione, poco prima della fine dell’anno sacerdotale.

Intervista a mons. Jean-Louis Bruguès, segretario della Congregazione per l’educazione cattolica

Che cosa ha voluto insegnarci il papa durante quest’ anno sacerdotale? L’obiettivo principale dell’anno sacerdotale è stato di definire con maggior chiarezza i tratti del volto del sacerdote. Settimana dopo settimana il Santo Padre sta dipingendo un disegno nel quale sottolinea ogni volta un aspetto in particolare. Alla fine dell’anno sacerdotale ci troveremo di fronte ad un bel ritratto, un’immagine autentica del prete. Ci ha detto che il prete non è un funzionario. È una tentazione presente in alcuni paesi, specialmente dove i sacerdoti ricevono uno stipendio. Il papa ha voluto anche ribadire che il sacerdozio non è un mezzo di promozione sociale. In alcune parti del mondo, ad esempio in Africa o in America Latina, ci sono alcuni ragazzi che scelgono la vita sacerdotale per ricevere una promozione sociale.

a cura di Jonah Lynch

foto: Cestochowa (Polonia), 1956 © Erich Lessing.

Infine ci ha ricordato che il prete non è innanzitutto un produttore di attività sociali, anche se l’attività sociale è necessaria. In «Gesù di Nazareth» Benedetto XVI, dopo avere elencato tutte le cose che Gesù non ha portato, si chiede: che cosa ha portato, allora? E risponde: ha portato Dio. È una risposta che, come molti dei suoi discorsi, mira all’essenziale. Ultimamente il papa sta insistendo sull’amore di Cristo come dono di se stesso. Il prete non parla di se stesso né dichiara le proprie idee, ma dona la parola di Dio, la parola della Chiesa. Il tema del dono e dell’efficacia della persona che lo porta sono stati più volte ripresi nelle catechesi del papa. Non credo che l’esplosione del tema pedofilia sia stata voluta e provocata volontariamente in concomitanza dell’anno sacerdotale. Trovo che ci sia bisogno di una lettura spirituale di questa coincidenza. In questo ci ha aiutato il papa, quando ha detto che il servo non è più grande del maestro. Se non imparate l’umiltà di Cristo, se non imparate l’obbedienza del Figlio per il Padre, non potrete conservare il vostro sacerdozio. Che questi episodi drammatici siano emersi oggi mostra allo stesso tempo la magnificenza e le esigenze terribili del sacer-

fraternitàemissione M E N S I L E D E L L A F R AT E R N I T À S A C E R D O TA L E D E I M I S S I O N A R I D I S A N C A R L O B O R R O M E O Aut. del Trib. di Cassino n. 51827 del 2-6-1997 - Mensile della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo DIRETTORE: Gianluca Attanasio REDAZIONE: Michele Benetti, Fabrizio Cavaliere, Lorenzo Locatelli, Jonah Lynch HANNO COLLABORATO: Massimo Camisasca, Stefano Don, Benedetta Neri, Roberto Zocco SI RINGRAZIA: Erich Lessing PROGETTO GRAFICO: G&C IMPAGINAZIONE: Fabrizio Cavaliere FOTOLITO E STAMPA: Arti Grafiche Fiorin, via del Tecchione 36 - San Giuliano Milanese (Mi) REDAZIONE E UFFICIO ABBONAMENTI: Via Boccea 761 - 00166 Roma Tel. + 39 0661571443 - fm@sancarlo.org ABBONAMENTI base € 15 - sostenitore € 50 - C/C 72854979 OFFERTE codice IBAN: IT72 W0351203206000000018620 - c/c postale 43262005 WWW.SANCARLO.ORG


Scongiuro il mio Signore Gesù che mi faccia prete privo di ogni cosa per poter dire a chi sarà privato di tutto: «Credimi, fratello!». Luigi Giussani GIUGNO

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dozio. Il profeta dice: «Tu mi hai scelto, e non volevo essere scelto».

verà a comprenderle. È necessario invece offrire una formazione sintetica, organica, che gli permetta in seguito la specializzazione. È necessario fornire quel background culturale che oramai non viene più dato. Ci sarà tempo per criticare, dopo, ma non possiamo iniziare il nostro cammino nella vita spirituale con uno spirito di critica o per dirla con san Benedetto “di mormorazione”.

Può dirci qualche parola in più sulla crisi, in parte reale, in parte esagerata dai media, che la Chiesa sta vivendo? Come ha detto l’Apostolo, si deve passare attraverso il fuoco. Oggi la Chiesa sta passando attraverso il fuoco. E nel fuoco brucia tutto ciò che è superficiale. È una purificazione. Ne verrà fuori una Chiesa redenta e purificata, ma non una Chiesa pura. Non esisterà mai una Chiesa pura, questa è la tentazione dei catari… Non sono una donna, quindi non ho esperienza diretta, ma vorrei utilizzare la metafora del parto: il dolore del parto che stiamo vivendo oggi è in vista di una vita nuova. Non sappiamo come sarà il bambino. Oggi soffriamo, perché si tratta di una nascita, ma un bambino è sempre bello: non possiamo non amarlo, e così amiamo e aspettiamo la Chiesa di domani. Secondo lei, in questo momento occorre concentrare l’attenzione all’educazione di piccoli gruppi, tralasciando i grandi numeri? È difficile dare una risposta. Si tratta di entrambe le cose. Se curi un piccolo gruppo per prepararlo alla missione universale, sono d’accordo. Se curi un piccolo gruppo affinché resti un piccolo gruppo, affinché sostenga se stesso, allora agisci a lato della missione della Chiesa. Oggi c’è la tentazione di vivere la nostalgia di una Chiesa d’elite, di accontentarci di piccoli gruppi di cristiani ferventi. Ma la missione della Chiesa è universale. La missione è verso tutti. Perché oggi la Chiesa sente il bisogno di chiarire il volto del sacerdote e che cosa dice questo a coloro che tra di noi si stanno preparando per diventarlo? Fino pochi anni fa, il cinema americano, italiano e francese presentava molte figure di preti, perché c’erano ancora scenografi di ispirazione cristiana. Oggi nella società secolarizzata la figura del prete è diventata incomprensibile o esotica, a volte esoterica (il prete è solo l’esorcista…). C’è una grande ignoranza da parte della società secolarizzata riguardo alla figura del prete. E i ragazzi di oggi provengono da questa società. Dunque è necessario aiutarli a chiarire quale sia il volto autentico del prete. La mia generazione viveva all’interno di un ambiente culturale fortemente cristianizzato e quando siamo entrati nei seminari abbiamo potuto accedere rapidamente a corsi specializzati su temi precisi. Per esempio, io nello studio della teologia non ho scoperto niente di nuovo. Il catechismo che ho imparato a scuola mi aveva già dato tutti gli elementi essenziali della teologia. Certamente, li ho poi sviluppati e approfonditi, ma non ho imparato nulla di nuovo. Poi la mia generazione ha conosciuto una crisi del sacerdozio gravissima, paragonabile a pochi altri esempi nella storia della Chiesa. Oggi, grazie a Dio, incontriamo generazioni nuove, che hanno superato la crisi. E che cosa si fa dopo la crisi? È necessario ricostruire. Dunque la generazione di oggi deve ricostruire. La mia è stata quella della messa in discussione, della critica; la vostra è quella della ricostruzione. Un anno sacerdotale è dunque una sorta di incoraggiamento, di aiuto, una boccata di ossigeno, necessaria per compiere questa missione. Come portare avanti oggi questo lavoro in un seminario? Per le nuove generazioni la cultura cristiana si è sradicata: si è sradicata nella società secolarizzata e anche presso gli stessi cristiani. Così, quando un ragazzo entra in seminario, non si deve metterlo subito in contatto con problematiche troppo specialistiche, perché non arri-

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S.E. mons. Jean-Louis Bruguès.

Il dolore del parto che stiamo vivendo oggi è in vista di una vita nuova. Non sappiamo come sarà il bambino. Oggi soffriamo, perché si tratta di una nascita, ma un bambino è sempre bello: non possiamo non amarlo, e così amiamo e aspettiamo la Chiesa di domani

Che cosa l’ha attratta della vita sacerdotale? Ciò che mi ha attirato di più è stata la vita religiosa. Desideravo una vita religiosa: la vita comune, la vita liturgica, la condivisione fraterna, una regola da osservare, una vita monastica. Le figure che mi hanno più attirato sono sempre state figure religiose. Ho scoperto il posto del sacerdozio nella mia vocazione dopo essere entrato nei religiosi, tant’è vero che quando sono entrato nell’ordine ho detto: voglio essere religioso, ma non voglio essere prete. Poi evidentemente le cose sono cambiate, se non fossi diventato prete non sarei qui a raccontarlo...! Ho visto anche bellissimi esempi di preti secolari. Per esempio, nella mia vita ho passato spesso le vacanze in un piccolo paese dove c’era un prete che è rimasto parroco per quarantadue anni. Aveva una personalità così forte che durante le omelie domenicali sgridava tutti, assolutamente tutti: giovani, vecchi, donne, uomini, tutti. Trovavo straordinaria quella libertà di parola! Ma mi dicevo: non è ciò che voglio io. Ciò che mi ha fatto vibrare, infatti, è stata soprattutto la vita comune e liturgica. Chi le ha insegnato a vivere la vita sacerdotale? Innanzitutto ci sono state delle persone tra i religiosi che ho conosciuto che mi hanno permesso di capire la mia vocazione personale. Testimoni involontari, incoscienti, della volontà di Dio sulla mia vita. Ho visto una vita per cui ho potuto dire: «È bella questa vita. Perché non vivere anch’io così?». Credo profondamente nella testimonianza delle persone viventi che spesso sono il mezzo che Dio usa per rendere manifesta la sua chiamata. Ma più tardi ho scoperto una seconda cosa. Ho scoperto che esisteva una “stirpe” spirituale, e che altri prima di me avevano conosciuto e amato ciò che io amavo - dei maestri, dei santi. Quando ho cominciato il mio noviziato, mi sono scoperto come appartenente a una famiglia che conta molte generazioni. Avevo davanti a me per esempio Maestro Eckhart, Teresa D’Avila, Giovanni della Croce, Luigi di Granada. Mi sono detto: ecco la mia famiglia. Le persone che ha citato sono per lo più mistici… Dei mistici forse, ma soprattutto scrittori spirituali, maestri della pedagogia. Nella mia vita c’è sempre stata una passione per la pedagogia. Per questo ho provato una grande affinità con le persone che mostravano il mio stesso interesse per la pedagogia. Per esempio, quando Luigi di Granada descrive la ragione, è come se ti prendesse per la mano, per accompagnarti. Noi siamo sicuri quando abbiamo qualcuno che ci prende per la mano. Qual è il suo augurio ai nostri tre diaconi che diventeranno sacerdoti? Più invecchio e più sono sensibile a ciò che fanno i giovani. Se avessi vent’anni di meno non direi la stessa cosa, ma oggi i giovani sono davvero i miei figli. Perciò oggi io guardo a loro, a ciò che fanno. Ciò che i nuovi sacerdoti vanno a fare è molto importante per loro, ma lo è anche per noi. Direi così a loro: abbiamo fiducia in voi, e vi promettiamo la nostra assistenza spirituale, in particolare con la preghiera, ma vi chiediamo una cosa: non deludeteci.


L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni. Paolo VI

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Può accadere che alcune parole si incidano indelebilmente dentro di noi e da quell’istante comincino a lavorare, facendo sgorgare fonti nascoste

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ORDINAZIONI 2010

«Tu batterai sulla roccia...»

Tre diaconi sono ordinati sacerdoti il 26 giugno: in cammino verso la pienezza del rapporto con Cristo di Benedetta Neri

l sacerdote è un uomo scelto da Dio in mezzo agli altri uomini per essere il tramite, nel tempo e nello spazio, della sua misericordia. Ma le modalità con cui la chiamata di Dio prende corpo sono spesso misteriose. Obbediscono alla fantasia dello Spirito, intrecciandosi misteriosamente nella trama concreta di segni, fatta di volti, circostanze, gesti e parole, che costituisce l’ordito della nostra esistenza.

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Così, una sera, può accadere che alcune parole pronunciate tra un boccone di pizza e un sorso di birra si incidano indelebilmente dentro di noi e da quell’istante comincino a lavorare, facendo sgorgare fonti nascoste. «A rifletterci ora, quell’episodio, agli inizi della quarta ginnasio, possiede chiaramente la dinamica, sorprendente e ineffabile, con cui il soprannaturale irrompe e s’intreccia con la nostra storia. Quella sera di settembre


La preghiera è un bisogno religioso altrettanto fondamentale della respirazione. Si può soffocare per mancanza di preghiera come si soffoca per mancanza di aria. Jean Daniélou GIUGNO

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mio padre mi rispose:“Gesù ha detto: Quando due o tre s’incontreranno nel mio nome, io sarò in mezzo a loro. In GS ci si propone di verificare questa promessa di Gesù e vedere se la vita con Lui è davvero più bella”. Erano solo poche parole che avrebbero potuto scivolare via. E invece no. Si fermarono, proprio come si ferma un masso che rotola giù dal pendio, arriva a valle, batte sul fondo e sta. Cristo, inarrestabile, potente, vittorioso, si servì di quelle parole pronunciate da mio padre, in quel preciso istante in cui furono dette, per entrare nella mia vita e non mollarla più». A parlare è Lorenzo Di Pietro (Varese, 1976) che, insieme a Paolo Di Gennaro (Milano, 1978) e a Marco Basile (Messina, 1978), sarà ordinato sacerdote il 26 giugno da mons. Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati, nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. La sfida è proprio questa: «Tutto doveva procedere da Cristo e a Cristo ritornare, amore, studio, genitori e amici, per cui ogni minimo particolare doveva essere vissuto unicamente al fine di verificare quell’immane pretesa di Cristo». E così le vacanze all’Alpe di Siusi, i canti alpini, il pranzo al sacco, la chitarra, qualche sigaro, le passeggiate nel parco, tutto ma proprio tutto a poco a poco «mi resero per sempre esperto dell’amore di Cristo» fino ad assecondare, malgrado - e attraverso - i dubbi e le ribellioni, il fascino di quell’incontro e ad accettare la sua imprevedibile ma reale presenza, perché davvero «il nostro Dio - continua Lorenzo - è un Dio geloso che non mi ha mai abbandonato. Mi seguiva come fa un padre con il suo bambino mentre impara a camminare. Il bimbo cade molte volte e il padre, reprimendo il dolore e la tentazione di raccoglierlo subito, aspetta che si rialzi decidendo di intervenire solo quando s’accorge che da solo il bimbo non riesce a rimettersi dritto sulle gambe». Perché per muoversi bisogna avere un punto di partenza, per camminare avanzando, un punto di riferimento, una terraferma, che permette all’individuo di andare e venire e di poter scegliere, insomma di avere libertà. Come scoprire allora qual è la volontà di Dio su di noi? E come aderire ad essa? Nel tempo, attraverso tante cadute, dimenticanze e stanchezze, a poco a poco

In basso, Marco Basile con alcuni parrocchiani a Praga. Pagina a fianco, Lorenzo Di Pietro (in piedi, al centro) dirige un momento di canti durante le vacanze estive della Fraternità (agosto 2009).

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nascono un punto di vista e Il sacerdote un sentimento nuovo della è chiamato vita, che conducono a farsi compagno Lorenzo a chiedere di entrare nel seminario della di viaggio delle Fraternità. altre persone «Finalmente mi trovavo in un luogo in cui l’esperienza di Cristo precedeva e superava tutte le parole, tutti i discorsi. Don Massimo non mi aveva mai visto fino ad allora, ma era come se mi avesse atteso da molto tempo. La sua accoglienza disarmante spazzò via quell’istinto di sfida e di difesa che avevo per lungo tempo provato. Non dovevo essere all’altezza di nessuna aspettativa. Al contrario, sorprendentemente, era lui stesso a porsi al mio servizio, al servizio della mia vita e della mia felicità». Il fascino della vita sacerdotale non si impara e non si racconta, ma si vede, si impone. Per questo, la testimonianza viva e concreta di quanti hanno già aderito al progetto di vita che Egli ha su ciascuno di noi è decisiva, in quanto capace di illuminare la nostra risposta, il nostro “sì”. «Sorprendentemente trovavo in me un’energia, una letizia, un coraggio - confessa Paolo Di Gennaro, allora studente di medicina - e una positività «Tutto doveva inimmaginabili vista la situazione. In quel periodo procedere accompagnavo mia madre da Cristo e a alle sedute di chemioteraCristo ritornare, pia, ma mi rendevo conto che in fondo c’era qualamore, studio, cosa in più che ero chiagenitori e amici» mato a dare. Ciò che io potevo dare, quando si riesce, è la salute, ma questo non risolve tutti i problemi. E fu così che una sera, tornando a casa, ebbi questa intuizione: devi fare il prete per accompagnare la gente». Questo è il sacerdote, colui che, vivendo una particolare sequela e intimità con Cristo, è chiamato a farsi compagno di viaggio di altri uomini e donne per aiutarli a crescere e a maturare fino alla loro statura >>

ordinazioni 2010 Sabato 26 giugno 2010, alle ore 15.30, presso la Basilica papale di Santa Maria Maggiore, mons. Dominique Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati, ordina presbiteri don Marco Basile, don Paolo Di Gennaro e don Lorenzo Di Pietro. Marco sarà in missione a Praga, Paolo ad Alverca (Portogallo), Lorenzo a Colonia, in Germania. Nella stessa celebrazione sono ordinati diaconi Patricio Hacin, destinato a Città del Messico, e Christoph Matyssek, in partenza per Israele.


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Notizie Flash a cura di Fabrizio Cavaliere

NUOVE DESTINAZIONI Missionari in partenza alla volta degli U.S.A.: Gabriele Azzalin raggiungerà Michael Carvill e Accursio Ciaccio nella casa di Denver, dove insegnerà religione in una scuola superiore. Washington D.C. è invece la destinazione di José Cortes, che lascia Alverca (Portogallo), e di Paolo Prosperi che, trasferitosi da Mosca, insegnerà all'Istituto Giovanni Paolo II. NUOVI INCARICHI Portogallo: Luis Miguel Hernández è divenuto parroco di San Pedro ad Alverca, del Divino Espirito Santo a Sobralinho e di San Marco a Calhandriz.

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>> totale. «Subito dopo la laurea, giunse il momento di fare qualcosa. L’unica cosa che sapevo - continua Paolo - era che nel Movimento era nata la mia vocazione e desideravo che il Movimento la educasse e la coltivasse. Per questo chiesi di entrare nella Fraternità san Carlo. Molte volte nei mesi a seguire sono stato assalito dal dubbio: sentivo la mancanza dei miei amici e della professione medica, per cui avevo studiato sei anni, e a volte pensavo che forse mi ero ingannato, ma entrando pian piano nella vita del seminario mi sono accorto che non stavo perdendo nulla. Al contrario, la mia vita era sempre più piena». È la scommessa del dono totale di sé, che non è innanzitutto mortificazione né solo rinuncia, ma strada verso il centuplo, la pienezza e la soddisfazione, lungo la quale si accende una passione per tutto. «Avvicinandosi l’ordinazione - afferma Marco Basile ho la certezza di non aver rinunciato a niente, ma di aver ottenuto tutto». Anche in questo caso, il metodo dell’incontro e del dialogo, incarnati dall’eccezionalità di un testimone, si riconfermano decisivi nel suscitare la domanda cruciale: veramente Dio ha a che fare con la mia umanità? «Era la seconda volta che partecipavo ad un incontro di Comunione e Liberazione, non avevo ancora 14 anni. Un giovane carmelitano veniva regolarmente a Siracusa a trovarci e tutti parlavano di lui con una stima che mai avevo visto in dei ragazzi verso un prete. Durante l’incontro, all’improvviso, si volge verso di me e mi chiede: in cosa consiste la grandezza dell’uomo?». Ogni prete, come ogni uomo, è ricondotto alla questione radicale: cosa desidero per me? Da cosa mi aspetto il bene per la mia vita e la mia felicità? Quali sono le strade che possono favorirla? «L’incontro con Cristo ha coinciso per me con questa scoperta: c’era Qualcuno interessato alla mia vita e al suo scopo, perché la grandezza dell’uomo è raggiun-

gere lo scopo della vita. Ma qual è questo scopo? Gli anni del liceo, e poi quelli dell’università, sono stati tentativi di risposta a questa domanda. E le risposte si accumulavano: lo studio, gli amici, un buon lavoro, una donna». Il sacerdote non è privo di affettività. Non gli è proibito amare e affezionarsi alle persone, altrimenti non potrebbe vivere la sua vocazione. «Per me quegli occhi sempre ridenti iniziavano a diventare indispensabili racconta Marco - ma mi accorgevo che con il desiderio di rivederla, cresceva anche la sensazione di una mancanza. Che cosa significava amarla? Ciò che mi colpiva in lei andava oltre lei, era il suo rapporto con Cristo. Così ho scoperto di desiderare anche per la mia vita la stessa certezza, la stessa letizia che solo l’incontro con «Non si smette Cristo può dare. Avrei dato di amare la vita per lei, mi veniva forse chiesto di darla per le persone, Cristo? Avrei fatto di tutto le si ama più per abbracciarla, mi intensamente veniva forse chiesto di e liberamente, abbracciare Cristo, come il prete durante la Consasenza afferrarle» crazione?». «Questo innamoramento mi ha mostrato come merita di essere amato solo Lui. Per me lo spostamento dello sguardo da quella ragazza al Signore è stato la più grande e incomprensibile grazia fatta alla mia vita. Una grazia, perché non si smette di amare le persone, le si ama più intensamente e liberamente, senza afferrarle». Dominato da una passione che lo rende partecipe di tutto, attento a tutto ciò che accade nel mondo, il sacerdote ha quanto gli serve per essere un uomo pienamente compiuto. Trova in Cristo lo sviluppo autentico della sua intelligenza e la pienezza della sua vita affettiva. Trova la libertà.

Dall’alto, Patricio Hacin e Christoph Matyssek. Nella foto grande, Paolo Di Gennaro in un momento della festa per l’ordinazione diaconale (giugno 2009).

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Per ottenere il pieno valore della gioia dobbiamo avere qualcuno con cui condividerla. Mark Twain

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I pericoli per la vita sacerdotale Roberto Zocco, in missione a Città del Messico, guarda, alla luce della sua esperienza, ai rischi che il sacerdozio corre ai giorni nostri ono molti i pericoli legati alla vita sacerdotale, tra cui il rischio dell’attivismo, cioè il perdersi nelle mille attività senza consegnare la propria azione nelle mani di Dio; la convinzione di dover salvare il mondo; la mancanza di silenzio nella vita; la solitudine affettiva ecc. Il rischio di cadere in ognuno di questi pericoli è sempre incombente. Ma vivendo in prima persona il mio ministero, il compito che mi è affidato, ho compreso che esso mi è dato anzitutto per me, per la mia salvezza, per la mia conversione. Questa è la strada per riscattarsi da quei pericoli. Vorrei fare qualche esempio. Una mattina ho chiesto il permesso per assentarmi dalla scuola, perché dovevo andare dal dottore. Avevo bisogno di quel tempo libero. Sono venuti a cercarmi per un’estrema unzione. Quando sono arrivato, ho trovato una persona in fin di vita che non si confessava da trent’anni e mi sono veramente commosso perché mi sono reso conto di quanto Dio la amasse e di come attraverso il mio “sì” sia passata la sua salvezza. Mentre mi commuovevo per ciò che vedevo, la mia vita era cambiata. Il Signore mi sta facendo riscoprire l’importanza dell’affidarsi a qualcuno. Ho visto nella mia vita quanto questo sia difficile, come uno si indurisca, e quanto sia necessaria una povertà di spirito per vivere autenticamente questo affidamento. Ma il constatare negli altri - ad esempio in alcuni dei miei studenti del seminario diocesano o in altre persone consacrate a Cristo - i danni enormi che derivano dalla mancanza di fiducia, dal non abbandonarsi a una persona concreta, è per me motivo di conversione. Considero questa una grazia sacerdotale.

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di Roberto Zocco

Roberto Zocco battezza un bambino a Città del Messico.

Nei primi anni di sacerdozio mi sono reso conto che i problemi delle persone che si confidavano con me rischiavano di diventare un peso che mi schiacciava, perché pensavo di doverli risolvere io quei problemi, invece di aiutare le persone a portarli, ad offrirli a Cristo. Così, mi sono accorto che, dopo i colloqui e le confessioni, quei problemi o quei peccati rimanevano dentro di me. Il rischio è quello di immedesimarsi profondamente con le sofferenze che le persone vivono. Con il passare degli anni, invece, ho acquisito la coscienza che è Cristo che salva e che perciò io devo affidare a Cristo anche quei problemi e quei peccati. Questo mi ha fatto crescere nell’immedesimarmi con Cristo. La chiave per vivere il sacerdozio è, secondo me, vivere il ministero e qualsiasi cosa come se fosse per me, per la mia salvezza e la mia conversione. In tutti questi anni ho visto che senza l’aiuto della Fraternità e della casa non mi sarebbe stato possibile conservare la coscienza di chi sono io e di quale sia la mia vocazione. Quale sia il mio volto davanti agli uomini lo riscopro continuamente grazie alla compagnia della casa, ed è un passo importante della maturità affettiva. Spesso mi sono accorto che, andando a cena con famiglie e stando con la gente, uno può cercare negli altri la propria identità, la propria consistenza, nel modo in cui viene accolto ed accettato. Mentre invece ritrovo la mia vera identità, la vera cifra della mia vocazione nella casa e nella Fraternità perché in esse vengo richiamato pienamente ad essere segno della misericordia di Cristo.


Questo buon Salvatore è così colmo d’amore che ci cerca dappertutto. Giovanni Maria Vianney

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Roma Sacerdote porta a porta o e Paolo Desandré abbiamo trascorso gli ultimi due mesi bussando di porta in porta per la benedizione delle case della nostra parrocchia. Già negli ultimi giorni sentivo una specie di nostalgia perché il “giro” stava terminando. Non mi era successo negli anni precedenti. Ho vissuto questo compito con una coscienza diversa, frutto di un’educazione ricevuta nella vita comune in casa e rinvigorita da un episodio accaduto nell’abitazione di una coppia di giovani sposi. Ho suonato il campanello tardi, verso le 9 di sera. Mi hanno aperto e subito mi hanno detto: «Padre, meno male che è arrivato, temevamo che non arrivasse più. Sono quattro anni che non riusciamo a far benedire la casa perché torniamo tardi dal lavoro. Quest’anno abbiamo preso un permesso orario per farci trovare da lei. La aspettavamo dalle 4 e mezza del pomeriggio… meno male che è arrivato». Da quel momento in poi, ho suonato ogni campanello col desiderio autentico di incontrare le persone che avrei trovato in casa. Molti, conosciuti gli anni precedenti, rimanevano stupiti del fatto che ricordassi il loro nome o qualche particolare della loro vita di cui mi avevano parlato. Un giorno sono entrato nella casa di una giovane mamma, conosciuta in occasione del battesimo di suo figlio. Poco tempo prima le era stato diagnosticato un tumore al sistema linfatico. Mi aveva confidato il suo terrore al pensiero che il figlio sarebbe dovuto crescere senza la sua madre naturale. Le dissi (con un po’ d’imbarazzo, non sapevo che cos’altro dire...) di cominciare a venire a messa, per stare alla presenza del Signore e chiedere a lui la grazia di affrontare la situazione. L’eucarestia è diventata per lei un appuntamento fisso della giornata, a parte quando è in ospedale per la chemioterapia. Ha cominciato a sentirsi a casa sua in chiesa. Dopo la benedizione della casa ha voluto che mi fermassi a cena. A tavola mi ha raccontato come, da quella vicenda, avesse compreso di avere vissuto troppo tempo come se Dio non ci fosse. Sua madre, che è stata

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Quartiere della Magliana: la benedizione delle case è occasione di incontro e di missione di Stefano Don

Nella foto, veduta del quartiere della Magliana (Foto Ciol).

colpita dalla stessa malattia, ha cominciato ad ammirare la forza interiore che vede nella figlia. Anche altri amici sono rimasti stupefatti dal cambiamento della sua persona: prima sempre impaziente e scattosa, ora più sensibile e attenta verso gli altri. La sua preoccupazione è diventata cercare di infondere speranza alle altre giovani donne che incontra all’ospedale, angosciate dal fatto che potrebbero rimanere sterili a causa della chemioterapia. Mi ha chiesto di aiutarla in questo e nel risponderle mi sono reso conto della grazia che, attraverso di lei, stava investendo già chi le sta vicino, e me per primo. Da queste recenti esperienze sto imparando a superare la superbia e la paura di perdere me stesso nei mille rapporti con la gente del mio popoloso quartiere. Sto scoprendo il mio sacerdozio come una delle strade attraverso cui la grazia battesimale riceve nuova linfa nelle persone che mi sono affidate. Quando la fede rinasce è avvenimento sempre nuovo che accade per ridestare anche me che ne divento partecipe.

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