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MENSILE DELLA FRATERNITÀ SACERDOTALE DEI MISSIONARI DI SAN CARLO BORROMEO

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Anno XIV, n. 4 aprile 2010 - € 1,50

fraternitàemissione Poste Italiane S.p.A. - Sped. in Abb. Post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB Milano

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LA FRATERNITÀ SAN CARLO NEL MONDO: ALVERCA PORTOGALLO ASUNCIÓN PARAGUAY BOLOGNA ITALIA BOSTON USA BUDAPEST UNGHERIA CHIETI ITALIA CITTÀ DEL MESSICO MESSICO COLONIA GERMANIA CONCEPCIÓN CILE DENVER USA FROSINONE ITALIA FUENLABRADA SPAGNA GERUSALEMME ISRAELE GROSSETO ITALIA ISOLA DEL GIGLIO ITALIA MILANO ITALIA MONTREAL CANADA MOSCA RUSSIA NAIROBI KENYA NOVOSIBIRSK SIBERIA PESARO ITALIA PRAGA REPUBBLICA CECA ROMA ITALIA SAN PAOLO BRASILE SANTIAGO DEL CILE CILE SESTRI LEVANTE ITALIA TAIPEI TAIWAN TRIESTE ITALIA VIENNA AUSTRIA WASHINGTON USA

Vivere è comunicare di Massimo Camisasca

iprendo il filo dell’ultimo editoriale. Desidero continuare a guardare con voi questi venticinque anni di storia della Fraternità. Questa volta sotto uno sguardo nuovo.Vedo questo periodo di tempo nella mia vita e della vita dei miei fratelli come un evento di comunicazione: comunicazione di Dio alle nostre esistenze e comunicazione di noi agli uomini. Vivere è comunicare se stessi, ciò che di più prezioso abbiamo ricevuto. Cosa vuol dire comunicare? Parto da un’esperienza. Quando vado a trovare mia madre, che oramai non capisce più le parole che le dico, come io non capisco più quelle che lei dice, sperimento che comunicare è soprattutto essere lì, davanti a lei, accanto a lei. Esserci con tutto me stesso. Potrei dire le cose più mirabolanti del mondo, ma in quel momento non servirebbero. Non arriverebbero a lei. Ho così imparato ancora una volta che il cuore della comunicazione è il silenzio. Essa non è innanzitutto

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un insieme di parole, né un insieme di azioni. Essa è la strada che io cerco per raggiungere l’altro. La comunicazione dunque non è altro che una forma espressiva della carità. Nasce dalla carità di Dio che ci parla, che muove la nostra vita e diventa espressione della nostra carità per gli uomini. «Amor mi mosse che mi fa parlare» ha scritto Dante (Inferno II, 72). Se la comunicazione nasce dalla carità, sa quando deve tacere, quando deve parlare, quando deve gridare, quando lodare o correggere. È l’insegnamento della sapienza del Qoèlet (cfr. Qo 3,2-8). Santa Caterina ha scritto: «tacendo grida col grido della pazienza» (Lettera 284). È una delle frasi che ho imparato da don Giussani nei primi anni di GS e che da allora non ho più dimenticato. Non solo il silenzio prepara la comunicazione, ma è l’anima e il corpo stesso di essa. Se la comunicazione muove dalla carità, ed La comunicazione è la sua espressione, a poco a poco la carità non è altro diventa in noi una che una forma sapienza, che ci fa espressiva usare certe parole piutdella carità tosto che altre, certi >>

AMERICA LATINA/1 Messico: incontro alle persone >> pagina 4

AMERICA LATINA/2 Brasile: la sapienza più grande >> pagina 6

Nella foto: seminaristi in jamsession con Roland Satterwhite, autore delle musiche di «Attraverso il muro».

PASSIONE PER LA GLORIA DI CRISTO


Il peccato più grande che possiamo commettere è l’indifferenza al mondo («che s’arrangino!»), l’assenza di missione. La resurrezione è l’avvenimento storico che è reso noto dalla testimonianza o dalla missione. Luigi Giussani

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Non solo a parole di Patricio Hacin

Ho frequentato le scuole medie, in Cile, ai tempi della dittatura di Pinochet. I discorsi con gli amici giravano intorno a parole grandi, che allora ci affascinavano: libertà, solidarietà, popolo… parole di ogni giorno che volevamo approfondire, per le quali volevamo lottare. Con il passare del tempo e la fine della dittatura, queste parole sono sparite dal nostro linguaggio ed anche la nostra amicizia si è fatta più banale. Andando in caritativa, parlando con i ragazzi, mi rendo conto che viviamo in un tempo che è come la fine di una grande dittatura: le parole che voglio dire sembrano non avere più senso per gli altri, sembra che la gente non abbia più voglia di sentirle o di rifletterci sopra. Allo stesso tempo, quando utilizzo queste parole, svelo qualcosa di me che

è molto intimo e che provoca la vita degli altri. Ho incontrato una ragazza con una situazione famigliare complessa. Parlando con lei del destino, è scoppiata a piangere e mi ha detto: «Dio non ha pensato a niente per il mio futuro, perché non pensa nemmeno al mio presente». Allora le ho chiesto se pregava. Lei mi ha risposto: «No. Perché vedo mia madre pregare tutti i giorni e dopo trattarmi male». Di fronte a una risposta del genere, ho capito che non posso più utilizzare certe parole superficialmente. Qualche settimana fa, un ragazzo mi ha detto: «Quando parli non capisco molto, ma intuisco che tu sei contento per l’amicizia che vedo fra te e i preti della casa». Da questa sua frase ho capito che non possiamo ridurre la comunicazione alle parole. Questo ragazzo si è stupito non per delle parole che ho detto, ma per la vita che faccio. La vita comunica molto di più delle parole, anche se queste sono importanti.

APRILE

>> toni piuttosto che altri, che ci fa parlare e tacere. Che ci fa capire quando è più necessario il gesto della parola, perché il gesto stesso è carico di parola, di significato. Le suore di madre Teresa non parlano molto, ma parlano attraverso ciò che fanno. Ci sono momenti in cui è inevitabile o addirittura benefico usare parole che feriscono. La ferita può diventare il pertugio attraverso cui Cristo penetra e genera una nuova verità della vita. Ma non possiamo ridurre la comunicazione a parole. Anche uno sguardo, un abbraccio, un pezzo di strada percorsa insieme, possono diventare parole. Soprattutto è parola la vita che viviamo insieme, perché originata da Dio. Essa è addirittura la parola più importante che abbiamo da dire. Quando la gente viene nel nostro seminario, e partecipa alla nostra liturgia, quando ci osserva girare nei corridoi, rimane colpita non dall’uno o dall’altro, ma da quello che viviamo assieme. La nostra vita comune suscita domande, interroga. Qualcuno rimane scoraggiato, pensa che questa stessa vita non sia possibile per lui. A questo livello dobbiamo intervenire per aiutare le persone a scoprire la paternità di Dio, che non lascia mai nessuno solo, e a scoprire le testimonianze degli uomini che accompagnano le loro esistenze.

fraternitàemissione M E N S I L E D E L L A F R AT E R N I T À S A C E R D O TA L E D E I M I S S I O N A R I D I S A N C A R L O B O R R O M E O Aut. del Trib. di Cassino n. 51827 del 2-6-1997 - Mensile della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo DIRETTORE: Gianluca Attanasio REDAZIONE: Michele Benetti, Fabrizio Cavaliere, Lorenzo Locatelli, Jonah Lynch HANNO COLLABORATO: Massimo Camisasca, Martino De Carli, Patricio Hacin, Paolo Pietroluongo, Alberto Reggiori, PROGETTO GRAFICO: G&C IMPAGINAZIONE: Fabrizio Cavaliere FOTOLITO E STAMPA: Arti Grafiche Fiorin, via del Tecchione 36 - San Giuliano Milanese (Mi) REDAZIONE E UFFICIO ABBONAMENTI: Via Boccea 761 - 00166 Roma Tel. + 39 0661571443 Fax +39 0661571430 - fm@sancarlo.org ABBONAMENTI base € 15 - sostenitore € 50 - C/C 72854979 - OFFERTE codice IBAN: IT72 W0351203206000000018620 - c/c postale 43262005 WWW.SANCARLO.ORG


Perché Dio ci avrebbe fatto tutti diversi, se non perché ciascuno di noi possa cogliere un aspetto che sfuggisse a tutti gli altri nelle sue infinite sfumature e possa comunicarlo a tutti i propri fratelli? C.S. Lewis

Ogni mese, attraverso il telefono, viviamo un incontro tra tutte le case della nostra Fraternità. Quello che ciascuno di noi ha dentro di sé, quello che gli è accaduto, quello che ha contemplato, non può tenerlo per sé, non è suo. Soltanto quando condividi il tuo tesoro esso diventa veramente tuo. L’estetistico ma geniale Gabriele D’Annunzio pose all’ingresso della sua villa, il Vittoriale, questa frase: «Io ho quel che ho donato». Abbiamo cercato durante questi anni le strade per condividere con gli altri uomini quello che ci è stato dato, per dare e ricevere la luce che c’è dentro ciascuno. Soltanto se spendiamo la nostra luce per illuminare gli altri, essa illuminerà veramente anche noi. Per comunicare non abbiamo bisogno di parole speciali, di frasi importanti. Bastano le parole di cui disponiamo. Il nostro linguaggio si approfondirà e si arricchirà nel tempo. Ma anche si semplificherà, lasciando più spazio alla comunicazione degli occhi e delle mani. Per imparare a comunicare, infine e soprattutto, dobbiamo imparare ad ascoltare e a guardare. A ricevere. Dobbiamo essere riempiti per poter donare. Quello che abbiamo veduto e udito noi lo annunziamo anche a voi (cfr. 1Gv 1,3). La comunicazione di ciò che abbiamo visto e udito, di Colui che è al principio e si è manifestato, diventa la strada della comunione. Lungo l’arco di tutti questi anni, abbiamo compreso così infine che comunicare è un estremo bisogno, una necessità, sia per l’uomo naturale sia per l’uomo salvato. Comunicare, infatti, significa rispondere a Dio attraverso altri uomini. Più avverto su di me la misericordia, più svanisce in me la paura di comunicare. Quando prendo coscienza del fatto che Dio mi ama, rispondo a lui parlando e comunicando agli uomini.

Per comunicare occorre imparare ad ascoltare. Per donare dobbiamo essere riempiti

IN ALTRE PAROLE... ’apocalisse è accaduta ad Haiti. Io l’ho vista da vicino. Nelle due settimane trascorse come medico in questo lembo di terra africana, misteriosamente trapiantata ai Caraibi dalle vicende della storia umana, ho visto di tutto. Morti, macerie e sopravvissuti; ong ed agenzie dell’Onu, volontari, protezioni civili ed eserciti in assetto di guerra, caschi blu e missionari. Ma soprattutto il popolo haitiano che dignitosamente e faticosamente cerca di risollevarsi, di riprendere il cammino, dopo aver seppellito i propri morti ed accudito i feriti. Un popolo giovanissimo, tanti bambini e quasi nessun vecchio, in cui la forza vitale prevale su tutto e vuole affermarsi. Un popolo religioso, al punto da chiamare con nomi di santi ogni negozio, ogni taxi ed ogni scuola o albergo. Anche se la confusione con l’animismo vudu è sempre in agguato. Ma, come ha detto qualcuno, dopo lo sciame sismico e quello delle ong, resterà solo la presenza della Chiesa al fianco del singolo uomo, della singola donna. Ho visto decine di suore

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APRILE

In queste pagine, interventi di due seminaristi durante un incontro in casa di formazione

Paolo Pietroluongo. Nella pagina accanto, Patricio Hacin durante una caritativa con i ragazzi delle medie.

di Alberto Reggiori, medico

sudamericane di diverse congregazioni, accorse per aiutare le consorelle impegnate nei quartieri più poveri e sulle strade “con mucha alegria”, disposte a fare qualunque attività per servire Cristo in questi fratelli devastati. Sono stato chiamato come medico dai francescani nel loro ambulatorio, ormai privo di personale. Giunto là, mi hanno detto che l’ambulatorio era crollato, così abbiamo deciso di visitare la gente nella chiesa rimasta intatta. Dopo la visita medica e la fornitura di farmaci, le suore, accorse per aiutare, accoglievano i pazienti e dialogavano con loro, ascoltavano i loro bisogni. Non ho visto eroi, ma persone che rispondono ad una chiamata e quindi sono capaci di accoglienza e carità senza pretesa. Strana gente, pellegrini su questa terra, eppure felici come re perché servono Cristo. Padroni di tutto e liberi da tutto. I cristiani sono il sale della terra, ed è confortante riconoscerlo anche tra le macerie ed il pianto dei bambini, dove i missionari si avventurano per far conoscere Cristo.

Dal silenzio la parola di Paolo Pietroluongo

Scopro giorno dopo giorno che la comunicazione autentica nasce dal silenzio. Quando tento di comunicare me stesso agli altri, si verificano due situazioni. Se mi preparo, portando tutte le mie domande e i miei giudizi nel silenzio, chiedendo a Dio di trovare le parole adatte per comunicarli, il colloquio è sempre molto fruttuoso. Comunico me stesso, ciò che vivo, e quasi mai sono preoccupato di non essere compreso. Quando invece le mie parole non sono purificate dal silenzio, la comunicazione si risolve nel rovesciare su chi ho di fronte tutto ciò mi passa per la testa, affannandomi alla disperata ricerca delle parole giuste da utilizzare. La comunicazione diventa aneddotica, non lascia spazio a Dio. Ecco perché la comunicazione autentica nasce dal silenzio: nel silenzio scopro il disegno di Dio, i prodigi che egli ha compiuto, la misericordia che ha usato con me. Se comunico solo me stesso, le mie idee, tentando di apparire intelligente o spigliato, resta nel cuore solo un senso di amaro e di vuoto. Quando invece cerco di trasmettere il mio rapporto con il Signore, come questo rapporto cresca, mi cambi, come trasfiguri il mio sguardo sulla vita, allora il cuore, alla fine della chiacchierata, è pieno e il giudizio più certo. Il silenzio, dunque, non è solo l’origine della comunicazione, ma anche il contenuto stesso della comunicazione: comunico la paternità di Dio che scopro nel silenzio. Nella caritativa questo è sommamente vero. I vecchietti che incontro ogni sabato sono una scuola grandissima per imparare a comunicare quello che vivo. Più che in ogni altro luogo, in ospizio mi è chiesto di comunicare la bontà di Dio, il fatto che il male non è l’ultima parola. È difficilissimo stare davanti a queste persone che ripetono solo di volere un miracolo, che dicono di soffrire e voler morire. In quelle stanze non posso fingere di essere quello che non sono. In alcuni casi ho a che fare con persone che non possono parlare, sole e abbandonate. In ospizio la comunicazione di me stesso mi insegna innanzitutto la semplicità: il velo delle nostre apparenze è stracciato, non occorre aggiungere niente di più, niente di mio. Il silenzio non è quindi solo origine e contenuto della comunicazione, ma soprattutto forma della comunicazione. Desidero poter comunicare l’oggettività di quello che vivo senza censurare niente del mio carattere e della mia personalità. Certamente, come dice il Battista, occorre diminuire per fare in modo che la voce si abbassi, per far spazio alla Parola, è necessario sacrificare le idee che io ho su me stesso per lasciar spazio all’oggettività dell’opera di Dio. Quel «diminuire» è il lavoro di una vita. Ma desidero anche che la mia voce acquisti, diminuendo, sempre più le tonalità che le sono proprie, che Dio mi ha donate.

PER OFFERTE ALLA FRATERNITÀ (MISSIONI, SANTE MESSE ECC.): Codice IBAN: IT 72 W0351203206000000018620 - c/c postale 43262005


La professione del cristiano, di chi è chiamato, è di essere profeta. Profeta e testimone è lo stesso: gridare davanti a tutti. Luigi Giussani

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APRILE

Messico Incontro alle persone

Giovanni, sei in missione a Città del Messico da cinque anni. Qual è secondo te l’impatto della fede nella vita sociale del paese? Spesso, quando si pensa alla realtà sociale dei paesi latinoamericani e a ciò che la missione cristiana può operare, si pensa al problema della fame, della povertà, e alle opere sociali connesse. Ora, se è vero che nella mia parrocchia ci sono famiglie che vivono solo di tacos e fagioli, è anche vero che certo attivismo animato da buoni propositi qui in Messico è frenato da uno stato onnipresente, che ha profonde ingerenze nel sociale. L’amore Soprattutto, però, la fame qui al particolare è anche di altra natura: abbiamo fame di libri, porta ad aprirsi abbiamo fame di capacità di all’universale giudizio, di dibattito e di confronto. La maggior parte della gente non può permettersi i libri, molto costosi, e spesso la mancanza di abitudine alla lettura genera una mancanza di giudizio sulla realtà. Tu sei un insegnante. I tuoi alunni leggono? I ragazzi ricevono una educazione che non li aiuta certo a maturare un atteggiamento di giudizio. Per esempio, di recente la mia scuola ha partecipato ad una sorta di gara. Sono state illustrate alcune tesi e, a un certo

Intervista a Giovanni Brembilla, missionario a Città del Messico dal 2005: insegnamento, educazione, fede a cura di Fabrizio Cavaliere

punto, è stata lanciata una Ognuno di noi monetina per decidere chi deve prendere dovesse sostenere una certa coscienza della tesi piuttosto che un’altra. Avevamo fatto un lavoro di propria ferita preparazione insieme ai miei ragazzi… e invece: una opinione assegnata con una monetina! Un altro esempio: per una settimana culturale ho proposto la mostra su La rosa bianca. Dopo la proiezione del film, una ragazza, stupita, mi ha detto: «Morire per un ideale… A noi insegnano a cambiarli continuamente!». Insomma, c’è una forte sete di verità, di giudizio. Quando i ragazzi incontrano qualcosa di vero, se ne accorgono, eccome! Come affronti questa sete? Che cosa provoca in te? È un processo lento. Del resto, l’ho vissuto anch’io e lo vivo tuttora. In questi cinque anni, ho vissuto un cammino faticoso, in cui ho dovuto aprirmi, abbandonare il mio schema educativo “classico”. Il mio è stato un lavoro di comprensione, nel senso etimologico del termine, in cui ho cominciato ad accogliere la persona che ho davanti, con tutta la sua storia, accettando ciò che non va con un abbraccio gratuito. È vero, l’America Latina non è la Cina, culturalmente è molto più vicina a noi. Ma questo cammino è necessario. E per me è stato ed è essenziale la vicinanza dei miei fratelli della casa.


Il prete non è un presentatore che si inventa qualcosa e lo comunica abilmente. Può essere al contrario completamente sprovveduto come presentatore, perché rappresenta qualcosa d’altro che non dipende da lui. Joseph Ratzinger

Vedi un cammino simile anche nelle persone che ti sono affidate? I messicani sono persone di compagnia, ma a volte un carattere festaiolo, espansivo, può essere un modo per soffocare qualcosa che non si vuole far emergere. È un cammino lento, che qualcuno comincia a fare. Bisogna che ognuno di noi prenda coscienza della ferita che ha. Tutto si gioca nel camminare insieme, senza schematizzare, senza avere timore. Poi, ognuno ha i suoi tempi. Quali sono le strade che percorri ogni giorno? Be’, sono fortunato. Per esempio, ho la passione della storia e, oltre ad insegnarla, ne parlo spesso. Una donna della parrocchia, che penso abbia fatto solo le elementari, un giorno mi si è avvicinata e mi ha chiesto: «Com’è che lei sa così tante cose della nostra storia, più di noi?». Quando parli alle persone della loro storia, indicando luoghi concreti, delle loro città, della loro terra, ne restano incantate e si illumina di una luce nuova anche la storia ufficiale. L’amore al particolare ti porta ad aprirti all’universale. Se uno non ama il campanile del proprio paese, non potrà amare il mondo. Non sarà disposto ad amare una terra lontana undicimila chilometri dal campanile del suo paese. Io sono bergamasco, ma ormai non lascerei mai Città del Messico.

Città del Messico, Giovanni Brembilla con i suoi ragazzi.

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APRILE

Sei un insegnante, ma soprattutto un prete. Che atteggiamento vedi nella società nei confronti della fede? Questa gente sta compiendo un passo importantissimo, anche grazie alle beatificazioni e canonizzazioni di persone messicane. La maggioranza delle chiese antiche nei paesi sono dedicate a san Francesco D’Assisi, a san Domenico di Guzman, a san Luigi di Tolosa… Mettiamoci nei loro panni: chi è per loro san Francesco D’Assisi? Io ho incontrato san Francesco d’Assisi studiando a scuola la letteratura italiana, la storia dell’arte… Non ho conosciuto san Francesco, ma è la mia storia. Oggi, invece, con le canonizzazioni cominciano ad esserci santi che i messicani hanno conosciuto. Quando hanno canonizzato Raffaele Guízar Valencia, vescovo di Veracruz, alcuni parrocchiani ci dicevano: «Era nostro prozio!». Una signora che gestisce un autosalone, vicino alla parrocchia, aveva messo un manifesto che recitava: «Rafael Guízar Valencia è nostro zio». La santità è qualcosa che c’entra con la vita. La storia recente ha sradicato il cristianesimo dalla società. È diventato un impegno privato. Veramente profetico è stato Giovanni Paolo II, che con le beatificazioni e canonizzazioni ha permesso che la gente si riavvicinasse ai testimoni. Ci ha fatto vedere che il cristianesimo non è credere in qualcosa che è successo duemila anni fa e basta, ma è qualcosa che continua nella storia.

«Amici di Fraternità e Missione» Vi invitiamo alla giornata annuale degli «Amici di Fraternità e Missione». che si terrà sabato 17 aprile a Monza Questo il programma: - ore 17,00, teatro Manzoni: incontro con don Massimo Camisasca - ore 19,00, chiesa di San Pietro Martire: santa messa presieduta da don Massimo a seguire un momento di aperitivo per informazioni: g.foti@sancarlo.org

Che cosa ci chiede il Signore? Testimonianza di don Martino, missionario a Santiago del Cile, dopo il terremoto che ha colpito il paese il 28 febbraio scorso di Martino De Carli

Al momento del terremoto, io e gli altri sacerdoti della San Carlo in America latina ci trovavamo, per una vacanza, in Patagonia, nel profondo sud del Cile [febbraio è in America Latina il mese tra due anni sociali, come il nostro agosto n.d.r.]. Abbiamo percepito il terremoto in forma più attenuata, in una zona in cui il sisma non ha causato danni. Non potevamo però rientrare facilmente a Santiago, sia per le molteplici interruzioni lungo l'autostrada sia per l'impossibilità di ritornare con altri mezzi, in treno o in aereo. Abbiamo coltivato l'idea di passare in Argentina, con un pullman, e da lì costeggiare le Ande sul versante opposto, per arrivare a Santiago dopo un viaggio lunghissimo. Sono sorti problemi anche rispetto a questa ipotesi e quindi abbiamo deciso di rischiare, di partire con un pulmino affittato. Il viaggio è stato molto lungo, per continue interruzioni e deviazioni. Dopo 19 ore siamo arrivati a Santiago. Abbiamo trovato una situazione problematica, però più tranquilla rispetto al momento del sisma e soprattutto rispetto a quella di Concepción e Talca, le due città del centro del Cile più colpite, dove si è verificato l'epicentro, e il conseguente maremoto. Ciò che ho sperimentato, e che ho visto anche in coloro che avevo vicino, è stato un grande desiderio di tornare a stare con la nostra gente e di riprendere la nostra vita quotidiana. Ho scritto un messaggio di giudizio, apparso sul sito di Comunione e liberazione in italiano e spagnolo. Ho visto in molte persone, soprattutto nell'ambito del movimento, la testimonianza di un grande desiderio di giudicare, di incontrarsi per un giudizio su quegli eventi drammatici, per aiutare le persone. Il desiderio, insomma, di una carità che non fosse una generosità senza ragioni e, nello stesso tempo, di una solidarietà concreta. Davanti alla grandezza del terremoto, ci sentiamo piccoli, impotenti e fragili. Tuttavia, da questa esperienza nasce la domanda: «Cosa chiede a noi il Signore attraverso questa circostanza?». Quasi in risposta a questa domanda sono sorte molte iniziative. La comunità del movimento si è messa subito in moto, canalizzando gli sforzi verso alcuni obiettivi fondamentali. In molti ho visto il desiderio di affrontare la situazione, le difficoltà, con uno spirito di creatività. Per quanto riguarda la nostra parrocchia, ci sono stati danni lievi. Molto spavento nella gente, certo, ma stiamo cercando di aiutare le persone a guardare anche a questa come una circostanza misteriosa, nella quale possiamo scoprire ancora di più che apparteniamo a Cristo. E questo anche tra noi della casa. Tre giorni dopo il sisma, abbiamo tenuto l'incontro della casa con i seminaristi. Uno di loro mi ha raccontato la sua voglia di riprendere la vita quotidiana, proprio perché si rendeva conto che anche mettendo a posto la sua camera (nella nostra casa sono cadute tutte le librerie, abbiamo trovato la casa completamente in disordine), raccogliendo le sue cose, stava collaborando alla costruzione del mondo, del regno di Dio.


CONSIGLI DI LETTURA >>

Jean Daniélou La Risurrezione

Cantagalli 2008 pp. 133 - € 10,90

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«La risurrezione è l’esaltazione dell’umanità, al di sopra di se stessa, nel mondo inaccessibile di Dio». L’autore conduce alla riscoperta dell’evento centrale della fede cristiana, richiamando la concretezza della testimonianza ricevuta e data dai discepoli, primi testimoni, sbalorditi, della risurrezione, «Che non è solamente ritorno alla vita, ma passaggio a vita nuova».

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Brasile La sapienza più grande Intervista a Julián de la Morena, che vive a San Paolo del Brasile a cura di Michele Benetti

mente, devo adattarmi alla complessità di quello che ho di fronte. Loro sono tantissimi. Gli universitari dell’associazione sono la quinta parte di tutti gli universitari di San Paolo, una città di venti milioni di persone. Per poter vivere dentro a questa frenesia di incontri, di bisogni concreti della gente, occorre lasciare spazio al rapporto con Cristo, radicandosi in esso. Cleuza dice che quando arriviamo a casa stanchi, non ci resta che guardare ai miracoli che Dio compie giorno per giorno.

Il Brasile non era certo nei progetti immediati della Fraternità san Carlo. Appartenere, però, significa obbedire alle proposte che Dio ci fa, ogni tanto in modo esplicito. Così quando Julián Carrón ha chiesto a don Massimo di lasciare partire Julián De la Morena per il Brasile, per poter seguire la realtà nata dall’incontro di Cleuza e Marcos Zerbini con il movimento, tutta la Fraternità si è rimodellata a partire da questa indicazione di Dio. Una mattina, penso alle 7 o forse prima, mi ha chiamato Paolo [Sottopietra NdR] e mi ha chiesto se ero disponibile ad andare in Brasile. Io ho detto subito di sì. Per me è stato dire «sì» a Cristo, un’altra volta. Non c’è compito, pur eccezionale che sia, che valga la ripresa continua del rapporto con Cristo. La missione è accettare che Senza Cristo non lui ci porti in posti che non sappiamo. In ogni posto che si può costruire ho lasciato è morto qualun movimento cosa, per andare a vedere, popolare in un altro posto, come Cristo sia la vita di tutti gli uoo una casa. mini, anche di quelli che ancora ci sono estranei. Partire è un momento di fede. In Messico ho lasciato tantissimo: gli amici, l’esperienza con i seminaristi, con i preti della casa, grazie ai quali il Signore mi ha fatto crescere. Ho collaborato per cinque anni ad una storia più grande di me, di cui io non sono il padrone. Arrivare in Brasile è stata una grande grazia perché ho capito che tutta questa vicenda di Cleuza e Marcos è qualcosa che Dio ha voluto, proprio ora, per la storia del movimento e per la storia della Chiesa. La storia fra i movimenti cattolici e quelli sociali è costellata di drammi e tragedie per la Chiesa… Il cardinale di San Paolo, la scorsa estate, a trecento dei nostri ragazzi che chiedevano i primi sacramenti ha detto che tante volte i cattolici hanno aiutato i movimenti popolari e i movimenti sociali, ma facendo questo, spesso, hanno perso la fede. E quella era la prima volta che un movimento sociale portava ai sacramenti persone da loro aiutate. La grandezza di questa nuova storia è testimoniare la fede in Cristo dentro al bisogno dell’uomo, non giustapposta ad esso. Così tutto rinasce, diventa nuovo. Anche a 47 anni. Che cosa fai concretamente? Il compito che mi è stato affidato è quello di una comunione vissuta con Cleuza e Marcos e con il movimento. Io feci un’esperienza del tutto analoga in Nueva Tierra, quando nell’85 incontrammo il movimento. Concreta-

Un incontro dei Sem Terra.

Il bisogno più grande a cui loro si sono trovati di fronte è quello della povertà, gente che non ha la casa. Che cosa possiamo imparare da loro per la gente povera che conosciamo noi? Che la povertà è assenza di educazione. Cleuza racconta di come, nella favela dove è nata, Mina Geiras, la gente abbia ricevuto aiuti dalle fonti più svariate : Chiesa Cattolica, Ong, Banca mondiale ecc. Tutti, però, una volta ottenuto ciò che volevano, se ne andavano via più poveri. Così si è accorta che non era quella la strada.


Ci sono molte più differenze tra le anime che tra i volti. Santa Teresa di Gesù Bambino

APRILE

Cleuza Zerbini e don Julián de La Morena.

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Perché diventavano più poveri? Perché non diventavano protagonisti. Rimanevano ad aspettare che arrivasse l’aiuto, senza fare niente. Qualcosa arrivava per il cibo, qualcosa per la casa, ma, in fondo, rimanevano immobilizzati nella loro povertà. Cleuza e Marcos sanno, senza saperlo, che la dottrina sociale della Chiesa educa in un altro modo. Una persona esce dalla povertà quando diventa protagonista della vita. Se bisogna comprare della terra, bisogna aiutare le persone a saper risparmiare. La ricchezza che vogliono dare ai poveri è l’educazione, insegnata attraverso la disciplina, un’ascesi vera e propria. Per questo, in tutte le riunioni che fanno, La grandezza se uno arriva anche un di questa storia solo minuto in ritardo non è testimoniare entra. Una di queste è il sabato mattina alle 7 con la fede in Cristo 3000 ragazzi, che magari dentro al bisogno hanno lavorato per tutta la dell’uomo notte. Per noi può anche essere una cosa artificiale, ma per loro è la possibilità di imparare il valore della puntualità. In Brasile, un ragazzo povero che arriva in ritardo perde il lavoro. Infatti, tanti nostri ragazzi continuano a lavorare nelle aziende perché agli appuntamenti arrivano mezz’ora prima. Che cosa ha imparato la loro esperienza dal movimento? Hanno imparato che senza comunicare il senso della vita non possono chiedere un’ascesi, per la quale chiedi alle persone vent’anni per costruire la casa. Questo è il tempo che passa dal primo giorno in cui arrivano fino all’ultimo, in cui viene consegnata la casa! Loro sono nati da una di quelle esperienze cattoliche che in America Latina si è, di fatto, allontanata dalla Chiesa. Non hanno mai perso la fede, e nemmeno il rapporto con la Chiesa, che però era diventato come un filo sottilissimo. Il movimento è stato una rinascita, perché hanno compreso finalmente che senza Cristo non si può costruire un movimento popolare o una casa. Entrambe le cose sarebbero vuote senza di Lui. Cristo è l’ultimo vero educatore, è l’unica liberazione per le persone che ci sono affidate. Adesso sono talmente pieni dell’incontro che hanno fatto che lo comunicano a chiunque, abbattendo ogni barriera. Un aspetto importante nell’incontro con il movimento e quindi con la Chiesa è la riscoperta della preghiera e dell’importanza dei sacramenti. Cleuza e Marcos sono personaggi molto sinceri. Mi hanno confidato che pensavano alla preghiera come all’occupazione delle donne che non hanno voglia di lavorare… Il loro sguardo è cambiato radicalmente quando sono andati in Paraguay e hanno visto pregare padre Aldo. Si sono accorti di vivere la preghiera nel momento in cui tornavano a casa stanchi, senza riuscire a dormire, perché invasi dai miracoli che Cristo ha compiuto. Mi hanno detto: «Solo questo porta al silenzio, non sapevamo che questo si chiamasse preghiera, ma, di fatto, noi facciamo così». Per me è stata una correzione infinita. Quanti di noi arrivano a casa stanchi e non vogliono avere rapporti con nessuno, nemmeno con Cristo? Loro invece hanno capito che stare con Lui è l’unico riposo che esista. La stanchezza è un dono che ci è dato per fare memoria. Abbiamo iniziato a celebrare la messa tutti i giorni alle 12. Mi impressiona sempre di più la capacità che hanno di penetrazione del vangelo. Non hanno studiato niente, eppure si aspettano tutto da quella Presenza, così da diventare più sapienti dei sapienti.

Ciò di cui il mondo ha bisogno L’incontro con Cleuza Zerbini nel nostro seminario di Michele Benetti

Trabalhadores nascono dentro ad un’esperienza di impegno sociale nella classica tradizione della sinistra brasiliana. Che cosa rende particolare, nel vasto orizzonte delle associazioni di lavoratori, il para-sindacato fondato dagli Zerbini? Il fattore educativo. Ciò che caratterizza e diversifica questa esperienza di aiuto agli ultimi è una passione per la libertà del singolo, che prende la forma di una disciplina quasi monastica. Gli aderenti dell’associazione, infatti, sono tenuti ad imparare, pena l’esclusione, il valore della puntualità, del silenzio e del lavoro, in fondo della decisività di ogni piccolo particolare. L’esatto opposto dell’assistenzialismo nostrano. Non ti consegno la casa a-priori, ma ti insegno un metodo per costruirla e per viverci. Così quando andremo a chiedere delle agevolazioni allo stato, i funzionari invece di trovarsi di fronte una massa informe di individui, avranno a che fare con un popolo. Ciò che serve di più ad un uomo solo, disoccupato, tossicodipendente o altro, invece di una soluzione già pronta, è imparare a legare i piccoli dettagli alla totalità della propria persona. Solo quest’educazione del singolo introduce a vedere in modo adeguato il valore della comunità dell’associazione. Dopo aver conosciuto la storia e la struttura dell’associazione non ci stupiamo quindi dell’immediatezza con cui Cleuza ha riconosciuto un’identità di vedute con la proposta del movimento, in una famosa estate valdostana. Ma c’è dell’altro, come lei stessa ha raccontato in un incontro con i seminaristi della Fraternità san Carlo. Per portare ad unità i particolari della vita, occorre un ideale che sia totale, che sia più grande del particolare, ma a cui esso sia in qualche modo legato. «L'ascetica stessa logora, se non è tutta informata da un fine spazioso, veramente degno degli orizzonti umani». Con l’ingrandirsi dell’associazione e il suo successo i problemi diventano sempre più grandi, i dettagli da legare insieme più personali ed intricati. Le torna alla mente il rapporto con Gesù, che è il fuoco segreto di tutta la sua irruente vita. Come portare Cristo ai membri dell’associazione, non come una inutile immaginetta da sovrapporre agli impegni associatavi, ma come il contenuto e la forma definitiva della vita? «Ero talmente angosciata da questo problema, che stavo pensando di smettere. Lavoravo da anni e non riuscivo ad aiutare nessuno fino in fondo. Il mondo ha sete di Cristo, perché solo una persona che incontra Cristo incontra la direzione della sua vita. Se il mondo ha una possibilità, siete voi, quindi, che potete portarla. Non c’è un altro modo. Io ho vissuto 42 anni della mia vita nella povertà, ma non ho visto nessun risultato nell’aiutare i poveri. Per questo io, che sono stata davanti a presidenti della Repubblica e governatori, non ho visto la soluzione al problema della gente, come lo vedo oggi, faccia a faccia, in questo seminario. Io stessa non avrei mai potuto riconoscere i tratti inconfondibili di Cristo, senza il movimento e Carrón, che mi hanno aiutato in questo riconoscimento. Quello di cui il mondo ha bisogno è Cristo e di uomini, come voi, che, pieni di Lui, lo comunichino ad altri».

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fraternitàemissione

APRILE

GIOVANNI PAOLO II

Per una sola ragione rano le sei di mattina quando siamo arrivati in fondo alla coda. Eravamo lì per rendere omaggio a Giovanni Paolo II, preparati ad una lunga attesa prima di passare per pochi secondi davanti al suo feretro. Come accade in tanti eventi di massa, non eravamo molto coscienti del motivo reale per il quale stavamo lì. Dopo qualche minuto nella folla, a respingere chi si infiltrava nella coda, non era facile ricordarlo. Il flusso continuo di persone che si infilavano nella coda, attraversando le transenne per guadagnare qualche metro, era diventato il centro dell’attenzione. Molti guardavano solo loro, fischiando e gridando contro chi avrebbe reso l’attesa ancora più lunga. Dopo aver detto distrattamente le lodi e l’ufficio delle letture, anch’io sono stato dominato dalle distrazioni di mille conversazioni sentite a metà, e dalla rabbia per i furbi che ci tagliavano la coda. Poi c’era quella signora a fianco a me che chiacchierava incessantemente… Un amico, Christoph, ha cominciato a dire il rosario in silenzio; aveva la coroncina in mano. Quando gli ho chiesto se voleva pregare insieme a me, mi ha risposto che aveva quasi finito. Allora ho detto che l’avrei aspettato, e poi potevamo ricominciare insieme. La chiacchierona mi ha sentito, e mi ha sorpreso dicendo: «Benissimo! Per favore, dite il rosario, così possiamo fare qualcosa di meglio che parlare tutto il giorno!». Così è stato: abbiamo cominciato con i Misteri gloriosi ad alta voce, e subito tutta la gente attorno a noi ha preso parte. Tutte quelle persone erano venute per una sola ragione, ma l’avevano persa di vista ancora più in fretta di noi. Eppure bastava che qualcuno affermasse quella ragione, perché tutti la riconoscessero.

E

Nel quinto anniversario della morte di Karol Wojtila, il racconto di una attesa ben ripagata di Jonah Lynch

Piazza San Pietro, 8 aprile 2005 (Foto: Bluesbrother).

Per quattro ore ancora abbiamo snocciolato i Misteri gaudiosi e luminosi, e ogni volta è stata la stessa cosa. La distrazione generale è stata trasfigurata, diventando serena operosità. Persone a me completamente estranee partecipavano insieme nel gesto umano più alto, e così eravamo uniti. La mattina diventava lunga, e il sole cominciava a farsi sentire. Nessuno aveva previsto una attesa così snervante. In strada cominciavano a vedersene i segni: spazzatura, bottiglie, cartacce... Tutto ciò ci faceva avvertire ancora più di prima la ressa della folla. Cominciavo poi a temere per l’orario. Pensando di farcela a tornare a casa per pranzo, avevo infatti preso un appuntamento importante nel primo pomeriggio. Quando è diventato chiaro che non sarei arrivato a San Pietro in tempo per arrivare poi all’appuntamento, ho dovuto decidere di andarmene senza vedere il papa. Ho preso in mano il rosario di nuovo, e ho cominciato a offrire i disagi della mattinata e il mio disappunto per non aver visto il papa, ad offrirli per la Chiesa, e in particolare per il conclave, recitando i Misteri dolorosi. Di nuovo tutti attorno a me hanno partecipato. Il mio sguardo si è abbassato e di colpo lacrime di gioia sono sgorgate dai miei occhi. Lì, in mezzo alle difficoltà di quella mattina, ero diventato come un faro per il resto della gente attorno a me. Ero su quella strada come segno di Cristo, per ricordare ai miei compagni pellegrini la loro meta. Di colpo non c’erano più l’angoscia della ressa, la rabbia per i furbetti. Di colpo, tutto ciò era il mio contributo alla salvezza del mondo, e voglia Iddio che io rimanga su quella strada per il resto della mia vita.


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