Issuu on Google+

MENSILE DELLA FRATERNITÀ SACERDOTALE DEI MISSIONARI DI SAN CARLO BORROMEO

12

Anno XIII, n. 12 dicembre 2009 - € 1,50

fraternitàemissione Poste Italiane S.p.A. - Sped. in Abb. Post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB Milano

www.sancarlo.org

LA FRATERNITÀ SAN CARLO NEL MONDO: ALVERCA PORTOGALLO ASUNCIÓN PARAGUAY BOLOGNA ITALIA BOSTON USA BUDAPEST UNGHERIA CHIETI ITALIA CITTÀ DEL MESSICO MESSICO COLONIA GERMANIA CONCEPCIÓN CILE DENVER USA FROSINONE ITALIA FUENLABRADA SPAGNA GERUSALEMME ISRAELE GROSSETO ITALIA ISOLA DEL GIGLIO ITALIA MILANO ITALIA MONTREAL CANADA MOSCA RUSSIA NAIROBI KENYA NOVOSIBIRSK SIBERIA PESARO ITALIA PRAGA REPUBBLICA CECA ROMA ITALIA SAN PAOLO BRASILE SANTIAGO DEL CILE CILE SESTRI LEVANTE ITALIA TAIPEI TAIWAN TRIESTE ITALIA VIENNA AUSTRIA WASHINGTON USA

La pace, dono del Natale di Massimo Camisasca

S

e il dono della Pasqua è la gioia, il dono del Natale è la pace. L’uno è la condizione dell’altro. Non può esserci, infatti, gioia senza pace. In che cosa consiste la pace? Perché è il dono del Natale? La pace è il dono del Natale perché il Natale è la riconciliazione di Dio con gli uomini, nella carne di suo Figlio. «Egli è la nostra pace. E dei due popoli ne ha fatto uno solo» (cfr. Ef 2, 14). Il fondamento della pace è dunque l’opera di Dio,la riconciliazione con tutta l’umanità che egli ha realizzato nella carne del figlio. Tutto ciò permette a ciascuno di noi di riconoscere il proprio posto dentro la storia del mondo e di Dio.E questo è,propriamente,la pace.Il riconoscimento del posto in cui Dio ci ha voluti, ci ha pensati, ci ha collocati, talvolta è semplice, talaltra è difficile;talvolta è luminoso, Il nome di Cristo talaltra è tormentato. Scrive è pace perché Paul Claudel ne L’Annuncio in lui la pace a Maria: «La pace, chi la conosce, di gioia e di è resa possibile dolore si compone». Noi dobbiamo riconoscere questo, con la consapevolezza che la pace è il bene sommo e ad esso perciò tutto va sacrificato, tanto che, appunto, il nome di Cristo è pace perché in lui la pace è stata resa possibile. Senza pace non vi è costruzione nella vita. Sarebbe come pretendere di edificare una casa, senza prima pensare alle fondamenta. Proprio sulle fondamenta della pace si erge la possibilità di costruttività nella nostra vita. Se uno pensasse di lanciarsi verso il futuro, senza poggiare sul presente, la sua vita ne verrebbe annientata. Il suo tentativo si rivelerebbe vano e, anzi, distruttivo. Questo è vero anche per la missione. Che Nel Natale siamo cosa sarebbe dello sforzo invitati a chiedere di missionari come Pepe, Markus e Giovanni, di cui con perseveranza leggiamo in questo numero il dono della pace di Fraternità e Missione, senza la certezza del proprio fondamento? Dobbiamo pertanto invocare dallo Spirito di Dio questo dono, che coincide col dono della fede, poiché la grazia della fede è proprio questa: il riconoscimento dell’opera di Dio nel mondo e del nostro posto in tale opera. La pace è un dono coraggioso.Esige e crea uomini coraggiosi perché,senza coraggio,non è possibile riconoscere il proprio posto, quello autentico, reale, non quello sognato, vagheggiato. Quando medito sul coraggio, penso spesso ai miei fratelli in missione.Troviamo in queste pagine, per esempio, il quotidiano coraggio che nutre la missione di Vincent Nagle (è uscito, tra l’altro, un cortometraggio che parla di lui),missionario in Terra Santa, al cuore della nostra storia. Ma troviamo anche il coraggio delle suore della Trappa di Vitorchiano.Ho accompagnato recentemente i seminaristi in una visita al mo-

Marko Rupnik, Natività, Casa incontri cristiani,Capiago (Co).

nastero nell’alto Lazio (potete leggere un sunto del nostro incontro):mi colpisce sempre la certezza delle suore di servire la Chiesa intera nel loro silenzio nascosto. La pace crea uomini forti e saldi, poiché, quando si è riconosciuto il vero fondamento della vita, allora si può tutto. «Omnia possum in eo qui me confortat», «Tutto posso in Colui che è la mia forza» (Fil 4, 13). Quel bene che sta alla base di tutta la costruzione della nostra vita,che sta alla base della Chiesa,all’inizio della sua storia, è dunque il bene sommo, che tutti noi, soprattutto nel Natale del Signore, siamo invitati a chiedere con perseveranza. Siamo anche invitati a riconoscere con semplicità che tale dono, in realtà, ci è già stato dato. Si tratta perciò di riconoscerlo con verità e di alimentarlo. Si tratta di costruire su di esso ogni altra speranza della nostra esistenza.

PASSIONE PER LA GLORIA DI CRISTO


La nostra vita appartiene a Colui che è venuto e che è posto nella storia come un seme invisibile. Luigi Giussani 2

fraternitàemissione

DICEMBRE

D GERUSALEMME

Sicuro di Cristo di Lorenzo Fazzini

i origine ebrea (per parte di madre); studioso di islam; un passato da adepto buddista. Prete cattolico in Terra Santa dopo aver lavorato in Marocco e Arabia Saudita. Se si volesse dare un volto al concetto postmoderno di globalizzazione, beh, lo si potrebbe trovare in un missionario californiano, una «stanga» da quasi 2 metri («6 piedi e due pollici, per la precisione» specifica) che svetta nelle viuzze della Città santa. Padre Vincent Nagle, sacerdote della Fraternità san Carlo, dal 2007 è di stanza a Gerusalemme. È stato docente di inglese all’Università cattolica di Betlemme, poi ha guidato la parrocchia cattolica di Nablus: «Mi ha mandato il patriarca, non c’era nessun prete che se ne prendesse cura» racconta. Ora è invece viceparroco a Ramallah, Autorità palestinese, e svolge il servizio di padre spirituale in due case delle suore di Madre Teresa di Calcutta. «Io sono sicuro di Cristo». Padre Nagle ripete spesso questa frase, che fa trasparire una fede radicata da lunghe esperienze.Ma cosa significa questo in Terra Santa, luogo di contraddizione,di divisione tra i seguaci di Cristo, solcata da odi atavici tra uomini e popoli? «Qui i cristiani sono l’1,3% della popolazione e uno può sentirsi solo.Ma non mi concepisco davanti a Cristo se non dentro un’esperienza che continua. Spesso mi dico: se sono qui in Terra Santa, non è per migliorare la situazione dei cristiani, ma perché Qualcuno mi ha mandato. Lo vedo dai cambiamenti di vita di alcune persone intorno a me: quando c’è chi non ha più motivi per vivere ed ad un certo punto ha ragioni per morire, so Chi ha incontrato. Quando vedo il patriarca Twal affrontare questioni impossibili e poi, dopo una notte di preghiera, uscire disponibile ad affrontare la situazione,capisco che sono sicuro di Cristo». Questa «certezza cristiana» affonda le sue radici nella storia di don Vincent. Che ha i colori dell’avventura. «Sono nato a San Francisco in una famiglia con mamma ebrea e papà cattolico, 6° di 8 figli: i primi 4 sono stati educati in senso cristiano (scuola cattolica, parroc«Se sono qui chia…), noi più piccoli in Terra Santa è invece molto meno: papà perché Qualcuno aveva iniziato ad avere “problemi”con la Chiesa, mi ha mandato» visto il suo orientamento molto a sinistra. Avevo 4 anni quando la famiglia si è trasferita in campagna,sempre in California,nella zona delle sequoie.E lì è arrivato il Sessantotto… tre anni prima, era il ‘65: iniziavano ad arrivare gli hippy e i figli dei fiori. Mia mamma era seguace di un guru, la più grande delle mie sorelle a 15 anni è diventata una fervente buddista: per anni sono andato a raduni buddisti.Eravamo immersi nello spirito del tempo». Vincent inizia le scuole superiori vicino a San Francisco e un amico, che frequentava una parrocchia cattolica, lo invita ad un incontro: «Ma lì il contenuto della fede era assente. La Chiesa negli Stati Uniti, a quel tempo, era inzuppata nella cultura dominante, di tipo progressista». Nel giovane californiano restava molto desta la coscienza di essere ebreo:«Quando mi chiedevano se fossi andato a fare il militare, dicevo di no. Ma aggiungevo: per Israele, sì! Mia mamma mi educava ad un forte sionismo,sapevo tutto dell’Olocausto,della per-

fraternitàemissione M E N S I L E D E L L A F R AT E R N I T À S A C E R D O TA L E D E I M I S S I O N A R I D I S A N C A R L O B O R R O M E O Aut. del Trib. di Cassino n. 51827 del 2-6-1997 - Mensile della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo DIRETTORE: Gianluca Attanasio REDAZIONE: Fabrizio Cavaliere, Jonah Lynch HANNO COLLABORATO: Massimo Camisasca, Paolo Costa, Lorenzo Fazzini, Giovanni Micco PROGETTO GRAFICO: G&C IMPAGINAZIONE: Fabrizio Cavaliere FOTOLITO E STAMPA: Arti Grafiche Fiorin, via del Tecchione 36 - San Giuliano Milanese (Mi) REDAZIONE E UFFICIO ABBONAMENTI: Via Boccea 761 - 00166 Roma Tel. + 39 06 61571443 Fax +39 0661571430 fm@fscb.org ABBONAMENTI base € 15 - sostenitore € 50 - C/C 72854979 - OFFERTE IBAN: IT 72 W0351203206000000018620 - c/c postale 43262005 WWW.SANCARLO.ORG


CONSIGLI DI LETTURA >>

Jean Paul Sartre Bariona o il figlio del tuono Christian Marinotti Edizioni 2004 pp. 117 - € 14,50

«La dignità dell'uomo è nella sua disperazione.» «Sei sicuro che non è piuttosto nella sua speranza?» Così risponde il Re Magio Baldassarre in questo testo scritto nel 1940, mentre Sartre era imprigionato nel campo di Treviri. Curiosamente, era proprio il filosofo scrittore a recitare Baldassarre alla prima, e forse in quel momento è stato più vicino alla verità che altrove nella sua tormentata opera. Ad ogni modo, è una pièce seria e drammatica, ma tutta infusa della tenera luce di Natale.

DICEMBRE

secuzione nazista…».Vincent inizia poi a frequentare un college: «Avevo capito che nel mondo c’era Qualcuno, che la religione non si poteva ridurre a stare solo insieme felicemente, che c’era qualcosa che poteva cambiare il cuore della gente. Un prete mi disse che questo era Gesù Cristo. Non avevo mai letto nessun autore cristiano, perché non li ritenevo degni di attenzione tanto li pensavo “anti-umani”. Poi il guru di mia mamma, durante una discussione sull’Assunzione di Maria Vergine, se ne uscì così:“Ma certo che è vero, se noi siamo usciti dal divino, dobbiamo rientrarci con il nostro corpo”.E allora iniziai a leggere autori cristiani». Vincent prosegue gli studi alla University of San Francisco retta dai gesuiti, dove però trova poco dell’ispirazione cattolica. Si iscrive alla facoltà umanistica e divora i classici del pensiero occidentale. Finiti gli studi, passa in Marocco a «Tutto nel fare l’insegnante di Cristianesimo è inglese:siamo tra il 1981 e semplicemente l’83.«I miei colleghi erano una questione: membri dei Fratelli musulmani (una delle più venite e vedrete» importanti organizzazioni dell’islamismo radicale, ndr). Sono stati loro che mi hanno costretto a prendere sul serio il discorso di Dio. Ricordo una notte di discussione,mi dicevano:“Dio è Dio,non è secondo il tuo pensiero”. E capii semplicemente che Lui è Dio, e io non lo sono. Avevo fatto molta meditazione buddista, ma non avevo mai pregato. Scrissi a mia madre di mandarmi qualcosa per pregare: da un negozio di oggetti cattolici mi spedì un messale. Poi trovai un rosario e iniziai ad usarlo». Vincent sperimenta poi una parentesi alquanto curiosa: tra il 1983 e l’85 insegna la lingua inglese alle

3

fraternitàemissione

In basso, Vincent Nagle sul terrazzo della sua casa a Gerusalemme. Nella pagina a fianco, Vincent per le strade di Betlemme.

spie dell’Arabia Saudita, in un centro segreto vicino a Riyadh. Quindi, rientra negli States, studia letteratura a Berkeley. Qui ritrova il suo antico ambiente di vita, quello della sinistra americana, fatto di ecologismo, movimento omosessuale, sostenitori dei sandinisti. «Leggevo gli autori del dissenso cattolico, Hans Kung, Edward Schillebeeckx. Ma sentivo che mi ero attaccato ad un tesoro, un diamante che stava nell’interno della Chiesa, magari La religione non è coperto da 10 metri di fango, ma che c’era. E solo stare assieme. volevo saperne di più. Ho Esiste qualcosa che capito che a tanti, intorno può cambiare a me, di quel diamante non interessava niente, il cuore della gente loro volevano solo rifare la Chiesa. Ho cercato qualcuno che mi aiutasse a riscoprire quel tesoro. Ho iniziato a frequentare alcuni studenti cattolici tradizionalisti. Ma così iniziai ad essere sempre arrabbiato con i cattolici progressisti, perché pensavo che volevano distruggere il mio tesoro. E a quel punto ho incontrato Comunione e liberazione. Per me è stata proprio… una liberazione! Capii che tutto, sul cristianesimo, era semplicemente una questione: venite e vedrete!». Di lì per Vincent tutto scorre come una specie di cascata di grazia: entra nel seminario della Fraternità ma,avendo già studiato teologia in America,viene indirizzato agli studi di islam al PISAI (Pontificio istituto di studi arabi e islamistica), dove ha per insegnanti Maurice Borrmans e Samir Khalil. Quindi il trasferimento negli Usa, dove è cappellano in un ospedale, e infine la Terra Santa. «Io sono sicuro di Cristo». Dopo un’avventura simile, la certezza di questa verità è per don Vincent un diamante da investire nel tempo.

IN USCITA A NATALE «ATTRAVERSO IL MURO» UN MISSIONARIO IN TERRA SANTA

Quindici minuti «on the road», con la testimonianza di Vincent Nagle, aprono uno squarcio su una missione al cuore della cristianità. La prima del film è prevista per domenica 20 dicembre a Milano, in occasione della messa di Natale (vedi p. 8). A breve il trailer su www.sancarlo.org.


Il canto gregoriano è una tradizione vitale e importante della Chiesa, e sprecarla mescolando parole religiose e musiche profane occidentali è molto, molto grave. Ennio Morricone 4

fraternitàemissione

DICEMBRE

Vienna La riscoperta del «gusto» di Cristo José «Pepe» Claveria guida la pastorale universitaria cattolica a Vienna. Ci racconta la sua esperienza a cura di Gianluca Attanasio

Pepe, da quanto tempo ti occupi della pastorale universitaria a Vienna e in che cosa consiste il tuo lavoro? Ho iniziato a lavorare nella pastorale universitaria nove anni fa, nel 2000, e dal 2006 ne sono diventato il responsabile. Il mio compito fondamentale è stare con i ragazzi, educarli a scoprire la forza grandiosa che è Cristo,in fondo già presente in loro per la grazia del battesimo, ma che spesso è nascosta. Quali sono i luoghi in cui incontri gli studenti universitari? Incontro i ragazzi negli studentati (strutture che forniscono alloggio a centinaia di persone), nella mensa e nella cappella dell’università. Gli studentati rappresentano una preziosa occasione per conoscere i ragazzi, un luogo semplice per trovarsi, per condividere la vita con loro, attraverso un’amicizia che fiorisce magari in una cucina, con una cena insieme. In che modo curi il rapporto con loro? Innanzitutto li ascolto. La mia prima responsabilità come cappellano è, infatti, la disponibilità alle persone

José “Pepe” Claveria con alcuni giovani studenti di Vienna. Nella pagina a fianco, Markus Merz con alcuni giovani parrocchiani di Dornbach.

che mi sono affidate: non voglio seguire solo i miei progetti o le mie idee, sebbene legittimi. Desidero piuttosto favorire le riunioni di studenti che incominciano a scoprire la concordia che nasce nel nome di Gesù. A partire da questo sono sorti interessanti “fenomeni”, molti dei quali, i più belli, non programmati. All’interno degli studentati, ad esempio, alcuni hanno espresso il desiderio di sostenersi a vicenda, più da vicino. Hanno dato vita ad appartamenti in cui i ragazzi vivono una embrionale vita comune, con una regola minima: ogni giorno pregano insieme le Lodi, al mattino, e almeno una volta a settimana si trovano a cena insieme, per condividere quello che stanno vivendo. Un altro esempio è ciò che è accaduto la scorsa primavera.Due studentesse di medicina mi hanno chiesto: «Perché una volta non parliamo di quelle cose importanti che in Università sono un tabù?». Ed io: «Quali?». «Per esempio il dolore»,mi hanno risposto.Ho accettato la loro richiesta, con la condizione che il nostro fosse un incontro aperto a tutti. La prima volta sono venuti una ventina di studenti di medicina, spinti dal desiderio di scoprire il senso del dolore e della vita. Oggi l'incontro si tiene mensilmente. Spesso gli studenti che incontriamo avvertono il gusto di una vita comune che non è fonte di distrazione, ma li aiuta a studiare e a divertirsi in maniera umana, a discutere delle cose a cui tengono di più, a vivere la fede. Dal “gusto” che questa compagnia offre a volte nascono amicizie che durano per tutta la vita. Quali sono gli altri pilastri su cui si fonda la pastorale universitaria? Insieme alla vita comune, l’altro principale pilastro della pastorale universitaria è la celebrazione della messa ogni domenica sera in Duomo. Si tratta per noi del punto in cui tutto inizia, del momento in cui un Altro, Dio stesso, è per eccellenza all’opera. La messa è anche il luogo dove si evidenzia l’unità visibile della Chiesa. Partecipano gruppi cattolici diversi: il «Circolo di preghiera Loreto»,la Legio Mariae,i Giovani Pro Life,i Focolari, la Comunità Emmanuel, Comunione e Liberazione… A turno preparano i canti, la liturgia, le letture, l’offertorio ecc. In questa occasione fanno esperienza che nella molteplicità dei carismi la Chiesa è una e si aprono ad un orizzonte più grande. Vi partecipano in molti. A volte invitiamo il cardinale o i vescovi ausiliari. Dopo la messa si esce insieme, in un locale nelle vicinanze per un momento gioioso e divertente ma,almeno questo è il tentativo, che non vuole essere banale. Una sera è venuto a cena con noi il cardinale. Gli abbiamo dato un microfono e lui si è messo a rispondere alle domande dei ragazzi sui temi più diversi.Credo sia indi-


Una sfida per il sacerdozio nel XXI secolo sarà ritrovare forme di vita comune, o comunque di prossimità. Christoph Schönborn DICEMBRE

fraternitàemissione

5

spensabile che i ragazzi percepiscano la presenza di una guida, per affermare l’unità della Chiesa. La liturgia riveste dunque un ruolo fondamentale in ciò che stai proponendo. Infatti. Con i collaboratori laici e sacerdoti ci troviamo una volta a settimana per pregare insieme e per un momento di meditazione su un testo, da cui cerchiamo di trarre un aiuto per la nostra vita e il nostro lavoro con i ragazzi. Negli ultimi tempi abbiamo letto insieme Lo spirito della liturgia di Benedetto XVI. Attraverso questo testo abbiamo compreso meglio la bellezza della sobrietà e dell’essenzialità della liturgia romana. Insieme ai ragazzi stiamo riscoprendo quanto il canto, soprattutto quello gregoriano, possa trasformarsi in un eccezionale strumento educativo per vivere il rapporto con Dio. A partire da questo lavoro i ragazzi stanno imparando ad entrare in chiesa in silenzio, riescono a pregare meglio e scoprono che sono davanti alla sacra presenza di Dio che si dona alla loro vita e che li attrae. Che tipo di proposta avanzi a quelli che non appartengono a nessun gruppo particolare? Molti dei ragazzi che conosciamo non appartengono a un gruppo o a un movimento. Sono però persone che ci tengono a partecipare alla vita della comunità. Per queste ragioni offriamo una struttura fondamentale di vita di Chiesa, non solo a livello liturgico, ma anche a livello catechetico. Abbiamo cominciato a proporre una catechesi mensile, dove si discute di temi diversi, proposti dagli stessi ragazzi, come l’amicizia, lo studio, il lavoro, la sessualità, la politica. Di che natura è il cambiamento che vedi accadere nelle persone che ti sono affidate? Il fenomeno che mi pare più significativo è quello di molti ragazzi che provengono da una tradizione e da una storia famigliare cattolica. L’arrivo in università li disorienta, poiché si trovano in un ambiente intriso di ateismo e di laicismo e spesso non posseggono ragioni adeguate per affrontare questa sfida. Nella nostra comuIn alcuni paesi nità universitaria spesso non c’è fame di riscoprono le ragioni della pane, la gente loro fede. Hanno quasi lo soffre invece di stesso entusiasmo di quelli che hanno appena inconterribile trato il cristianesimo, perché solitudine, trovano un luogo in cui la disperazione. fede è un incontro umano, Ha dimenticato che spalanca verso qualcosa che cos’è l’amore di più grande. Allora cominciano un cammino insieme a degli uomini noi e così a poco a poco la Madre Teresa di Calcutta loro vita fiorisce.

La novità in una casa di Giovanni Micco

La parrocchia dei Santi Pietro e Paolo ci è stata affidata dal cardinale di Vienna nel 1996. Il territorio si estende sulle colline a nord ovest di Vienna, da dove iniziano i boschi che circondano la città. Io sono parroco dal settembre 2005. Il sobborgo di Dornbach è sorto come luogo di villeggiatura per le famiglie viennesi. Questo paesino con il tempo è stato inglobato dalla città. Ci sono grandi ville divise in appartamenti abitati da persone benestanti, e condomini di persone un po’ meno abbienti. A Vienna la povertà materiale non è diffusa. I servizi sociali funzionano bene, una capillare rete di tram e metrò permette di raggiungere qualsiasi punto della città rapidamente e comodamente. La vera povertà qui non è materiale, ma spirituale. Molte persone vivono nella solitudine. Quando Madre Teresa visitò Vienna, disse proprio questo, che qui la vera povertà è la solitudine. Quando posso, faccio una passeggiata nei parchi vicino alla canonica. Mi impressiona sempre vedere quanta gente cammini da sola. I loro volti sono spesso tristi. Puoi avere tutti

i conforti materiali, ma senza Dio ti manca ciò che dà vero gusto alla vita. Credo che questo sia il nostro compito qui a Vienna: far riscoprire alla gente che incontriamo la vicinanza di Dio alla loro vita. La parrocchia che ci è affidata è sorta nel secolo XII, quando alcuni monaci benedettini comprarono molte delle proprietà di Dornbach. Con il passare dei secoli i monaci, la cui fondazione originaria era a Salisburgo, hanno investito molto in questa parrocchia. Di recente, a causa di un calo di vocazioni, non hanno più potuto occuparsi di molte delle parrocchie a loro affidate. Una ventina di anni fa si sono quindi ritirati anche da Dornbach, riconsegnandone la responsabilità pastorale alla diocesi di Vienna. Quando sono arrivato in parrocchia, ho trovato un’accoglienza molto cordiale. I parrocchiani non parlano del parroco, o dei preti, ma della Fraternità san Carlo. La casa, la presenza dei fratelli che vivono con me, Markus Merz e José Claveria, è nella mia vita qualcosa di essenziale perché è ciò che porta questa luce. Questa è la ragione per cui cerco spesso di invitare chi mi è affidato a conoscere le persone con cui vivo.


1875 Nasce in Piemonte la comunità che ha dato origine a Vitorchiano

1958 Madre Cristiana Piccardo entra nel monastero

6

1964 Madre Cristiana è eletta badessa, all’età di trentanove anni

1967 Nasce la prima di sette fondazioni: Valserena, in Toscana, vicino a Pisa

1991 Eletta badessa di Humocaro (Venezuela), dove vive tutt’ora

fraternitàemissione

DICEMBRE

L’incontro Nel silenzio per la Chiesa Massimo Camisasca e alcuni seminaristi hanno incontrato madre Cristiana Piccardo, presso la Trappa di Vitorchiano. Ecco alcuni brani del suo intervento

L’amicizia L’amicizia è la cosa più bella della vita. Non so come si vivrebbe senza. Il papa ha detto che con il battesimo entriamo in una comunità di amici, che ci accompagnerà fino alla morte. Lo stiamo studiando proprio in questi giorni, tentando un approccio ad uno dei padri medievali più conosciuti, Aelredo di Rievaulx, inglese, che chiamano il Bernardo di Inghilterra. Egli scrive che l’amicizia è prima di tutto una pedagogia. In secondo luogo,è un gradino di accesso all’amicizia con Dio.L’autore imposta tutta la sua struttura pedagogica su questo: se tu sei amico di Dio, sei amico dell’uomo; se sei amico dell’uomo, accedi a Dio. Naturalmente questo significa un cammino di grande umanità, libertà, rispetto. Stamattina stavamo commentando un’affermazione di mons. Scola: «La relazione con l’altro è sempre abbraccio e scontro». L’altro è il diverso, è l’alterità. Se tu vuoi veramente entrare con rispetto e con fiducia nell’alterità, devi accettare il dolore. L’esperienza dell’amicizia passa dunque per il dolore.L’amicizia autentica rispetta una alterità. Ciò significa accettare il diverso, con gratitudine, perché il diverso mi completa. Questo rischio di reciprocità di appartenenza è ben descritto da Giovanni Paolo II, nella Novo millennio ineunte: «L’altro mi appartiene». Io devo amare il fratello al punto di intuire il suo desiderio e di andarvi incontro. L’altro non è mai un estraneo, l’altro mi appartiene. È necessario il mio cammino di conversione, è necessario il mio cammino vitale. Ci siamo sempre mossi su questo piano, e proprio questo piano significa amicizia. L’amicizia non è una pacca sulle spalle. L’amicizia è compromettersi per il bene dell’altro, è passione di camminare insieme, desiderio di volere le stesse cose. Sta ora ritornando attuale nel nostro ordine una parola che noi avevamo coniato trent’anni fa, che allora non

a cura di Jonah Lynch

ebbe affatto successo: la parola «visione comune». Una comunità deve muoversi su una visione comune, altrimenti non riesce a formulare la proposta vitale di una accoglienza globale per tutti. Questo implica un rischio di amicizia, un rischio di fiducia, di credito dato all’altro, un’accettazione del diverso come ricchezza, anche se mi può far male, può creare dolore. Adesso vediamo con gioia che le cose sono andate avanti. Aelredo dice che l’amicizia è l’unica pedagogia della convivenza: io ti voglio bene perché tu ci sei, perché tu esisti. Sei necessario alla mia conversione,alla mia santificazione, al cammino mio verso Dio.Ti voglio bene perché Dio ti ha posto nella mia vita. È una realtà molto più profonda. Io non riesco a concepire un cammino diverso.

Il silenzio

Madre Cristiana Piccardo, badessa per ventiquattro anni della Trappa di Vitorchiano.

Quando io sono entrata nella Trappa, il silenzio era estremamente rigoroso. Non si poteva pronunciare nemmeno una parola. L’unica possibilità di comunicazione erano i famosi segni delle mani, che esprimevano ciò che volevi dire. Non so se sia stato difficile o facile, ci si trovava dentro. Ricordo due aspetti fondamentali, che mi hanno dato la possibilità del gusto del silenzio. Innanzitutto, la preghiera notturna, il tempo dedicato alle vigilie nel cuore della notte, l’ufficio delle letture e la lectio notturna.La possibilità di aspettare l’alba,come segno di incontro con il giorno che veniva, con la luce che è Cristo. Era qualcosa molto presente nell’atmosfera. Anche se una persona non era capace di silenzio, era una educazione ad assaporare qualcosa che era nel cuore della notte e nel cuore della preghiera notturna. In secondo luogo il rendermi conto, lentamente (parlo di quasi cinquant’anni fa) che il silenzio non bloccava la comunicazione. Ricordo la gioia di quando, un giorno, ho potuto riconoscere le mie sorelle dalle scarpe che indossavano. Ho potuto dare un nome a ciascuna guar-


PER TE SOLO È CHIARA LA NOTTE INNO DI NATALE DI VITORCHIANO

O Parola possente di Dio, / Tuo è il tempo, riempi ogni spazio, / per Te il mondo è stato creato / Tu sei l’alfa e l’oméga di tutto. / Ineffabile grande mistero! / Canti il cielo ed esulti la terra: / oggi nasci da Vergine intatta, / rivestito di carne mortale. / Come un povero vieni tra noi / ed il regno dei cieli ci annunci; / doni al mondo la vita di Dio. / Qual rugiada disceso è il perdono, / nuovo amore si effonde su noi: / adoriamo in silenzio il mistero!

DICEMBRE

dando le loro scarpe.Era una maniera di assaporare una possibilità di comunicazione molto profonda. C’è un altro aspetto che rimonta all’esperienza delle prime quaresime, in cui il lavoro era molto, poiché si L’amicizia è lavorava unicamente nei compromettersi campi, e il cibo era poco. per il bene Noi vedevamo un uovo dell’altro sodo a Pasqua e a Natale. Per il resto era verdura, pasta e un poco di formaggio. In Quaresima veniva meno anche quello. Naturalmente il silenzio si faceva più carico, più pesante. Verso la fine della Quaresima, incominciava una ridarella in noviziato che non finiva mai. Ridevamo in tutti gli angoli, in tutti i cantoni… Era una risata continua. Forse, da quel momento, ho capito che il silenzio era questa possibilità di comunicare dentro un’essenzialità la gioia di vivere. Mi è sempre rimasta dentro, come una grande gioia. Oggi, il silenzio è molto diverso. Innanzitutto perché il lavoro non è più il lavoro dei campi.Il lavoro attualmente domanda spiegazioni, chiarificazioni mutue. Il dialogo è entrato a far parte della realtà relazionale che si vive nella Trappa. I segni sono scomparsi. C’è l’uso della parola, quando è necessario. Ciò che, però, è rimasto, e che personalmente mi affascina,è l’uso della parola per ciò che veramente vale la pena di dire, per dire l’essenziale. Non riusciamo a comprendere l’uso della parola per la chiacchiera nell’uso comune. Continuiamo ad insegnare l’essenzialità della relazione, che dà alla parola il peso che deve avere,che sfugge cioè alla superficialità, ed entra così a poco a poco in una realtà di contenuti più grandi. Però questo è possibile se nella vita ci Il silenzio è una sono davvero dei momenti vera musica, dà molto forti. Per noi sono una percettività soprattutto i momenti notche nel rumore turni, in cui davvero il silenzio che c’è nell’uniè impossibile verso della creazione ti entra anche dentro per i pori della pelle. Se si vive il silenzio,alla fine si ama il silenzio,e si comprende che il silenzio è una vera musica, perché ti dà una possibilità percettiva di tutta la realtà che nel rumore non avrai mai.

Fedeltà all’origine e missione Bisogna essere molto fedeli alle origini. Se una persona non ha saputo ricevere,non saprà trasmettere.Abbiamo spesso sperimentato ciò nelle nostre fondazioni. Quali sono per noi le fondazioni più riuscite, più belle? Sono quelle che sono rimaste fedeli alla radice, che non hanno mai tradito la fonte originaria della loro consacrazione, del loro ministero. Lì c’è davvero una visione comune.Vitorchiano ha trasmesso loro una visione, una vita, una proposta, una modalità esistenziale, che hanno vissuto fino in fondo. Vivendola fino in fondo, le suore orginarie del luogo l’hanno assunta trasformandola in qualche cosa di proprio di quel luogo, che però è universale. Vorrei raccomandare a voi che, dovunque andiate, non inventiate niente. Proponete alla gente la proposta che avete ricevuto. Fate sì che la gente intuisca, riconosca, veda in voi la grazia che vi ha plasmato. La possibilità, per noi, di mantenere un’unità fra le nostre fondazioni dipende dalla coscienza di avere ricevuto qualcosa di unico,di straordinario,di essenziale,di forte,che ha plasmato la nostra vita, donandole un senso. Proprio questo vogliamo semplicemente vivere laddove il Signore ci chiama.

7

fraternitàemissione

Nel box: il monastero di Vitorchiano. Pagina accanto, la visita dei seminaristi e delle Missionarie di san Carlo al monastero di Vitorchiano (ottobre 2009).

Storia di un’amicizia di Gianluca Attanasio

Non lontano da Viterbo sorge la Trappa di Vitorchiano. Il legame della Fraternità san Carlo con questo monastero affonda le sue radici nell'amicizia tra madre Cristiana Piccardo - badessa del monastero dal 1964 al 1988 - e don Giussani. Grazie a quell'amicizia, molte giovani provenienti dal movimento di CL hanno incontrato accoglienza in questa comunità. Tanti sacerdoti e seminaristi della nostra Fraternità si sono inseriti in questa tradizione che vanta più di sessanta anni e stanno scoprendo quanto un luogo di vita contemplativa possa essere sorgente di missione. Una volta, incontrando una suora, fui colpito dalla luminosità del suo volto e dalla gioia che comunicava: «Quando lavo i piatti sono felice, perché so che Dio mi sta guardando e questo sguardo è segno del suo amore per me». In quel momento ho compreso l’essenza della missione cristiana: un volto trasfigurato dallo stare davanti a Dio. Proprio i missionari hanno bisogno dei monasteri di clausura per non dimenticare mai, presi da mille incombenze e richieste, ciò che rende autentico il loro essere nel mondo. Come ringraziare tutti questi uomini e queste donne che ogni giorno pregano e offrono la vita per noi? Solo nella luce di Dio si saprà veramente come ringraziare.

UN MISSIONARIO E LA CLAUSURA Taipei, 15 ottobre 2009 Carissimo don Massimo, sono appena tornato dalle Filippine, dove mi sono recato per predicare gli esercizi della Fraternità di Cl. Sulle pendici di un vulcano spento si trova il monastero delle Trappiste di Matutum, fondazione di Vitorchiano. Arrivati al monastero, sono subito rimasto affascinato dall’ordine e dalla bellezza del luogo. Una chiesa semplice a pianta a croce, rivolta a oriente, con tre finestre nell’abside, simbolo della Trinità. Alla sera sono arrivati i partecipanti agli esercizi. Sono rimasto stupito dal numero delle persone che hanno aderito all’invito. Eravamo in quarantaquattro: io, madre Giovanna, padre Giuseppe del PIME, trenta filippini adulti e undici bambini. Tutto ha avuto inizio quando alcuni adulti sono andati al monastero a parlare con la madre dei propri problemi, soprattutto familiari, e le hanno chiesto se non ci fosse, nella Chiesa cattolica, un luogo in cui condividere con altri la vita e la fede. La madre ha presentato loro la proposta del movimento. Nel marzo scorso, dopo un incontro con loro ho proposto a madre Gio-

di Paolo Costa

vanna e agli altri di iniziare una scuola di comunità tra di loro, a prescindere da quanto avessero compreso di Cl. Domenica ho avuto l’onore di parlare alle suore, nel capitolo, per un’ora e mezza: di noi, della Fraternità, della missione come dilatarsi della casa, della vita comune, dell’ossatura monastica della nostra esperienza. Sono convinto che la nostra educazione debba molto a san Benedetto. La madre mi raccontava che, quando sono arrivate, quindici anni fa, non c’era neanche un albero e, quindi, neanche un uccellino. Adesso c’è un bellissimo monastero, dimora di Dio, delle monache e di tanti filippini che entrano in contatto con questo luogo e ora, attraverso di esso, con il movimento... Dio opera attraverso di noi. Il mondo diventa più bello grazie alla preghiera e al lavoro degli uomini e delle donne di Dio. Prego che anche la nostra missione a Taipei continui ad essere un luogo di lode a Dio e di educazione degli uomini: noi prima di tutto e poi di tutti i fratelli che incontriamo sul nostro cammino. Un abbraccio, Paolo


SANTA MESSA DI NATALE

8

Domenica 20 dicembre, alle ore 16,00, presso la parrocchia Sant’Ignazio di Loyola, piazza don Luigi Borotti 5, a Milano, don Massimo Camisasca celebrerà l’annuale santa Messa di Natale della Fraternità san Carlo. A seguire, la visione di «Attraverso il muro», cortometraggio sulla missione di Vincent Nagle in Terra Santa, e un momento di scambio d’auguri. fraternitàemissione

Gli stracci Gente in cammino, in questa notte santa. Su strade diverse e sentieri, da luoghi vicini e lontani, un popolo convocato, sorge. Poveri uomini... Siamo. Ma, sulla soglia del Mistero, ciascun Lo riconosce. Così che non si sfugga, come troppo spesso accade - per dimenticanza e non per disamore al Fatto, che possiamo amarTi o Cristo, così, proprio così, come siamo, con gli stracci della nostra storia. Gesù è Colui che si rallegra di noi. E sorride per noi. E ci perdona. Ci ama e ci perdona. Dicendo: «Coricati qui, accanto a me. I tuoi stracci vicino a me, ...su questa paglia». Francesco Bertolina A Rita Manicardi

Buon Natale!

DICEMBRE


FeM dicembre 2009