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MENSILE DELLA FRATERNITÀ SACERDOTALE DEI MISSIONARI DI SAN CARLO BORROMEO

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Anno XIII, n. 11 novembre 2009 - € 1,50

fraternitàemissione Poste Italiane S.p.A. - Sped. in Abb. Post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB Milano

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LA FRATERNITÀ SAN CARLO NEL MONDO: ALVERCA PORTOGALLO ASUNCIÓN PARAGUAY BOLOGNA ITALIA BOSTON USA BUDAPEST UNGHERIA CHIETI ITALIA CITTÀ DEL MESSICO MESSICO COLONIA GERMANIA CONCEPCIÓN CILE DENVER USA FROSINONE ITALIA FUENLABRADA SPAGNA GERUSALEMME ISRAELE GROSSETO ITALIA ISOLA DEL GIGLIO ITALIA MILANO ITALIA MONTREAL CANADA MOSCA RUSSIA NAIROBI KENYA NOVOSIBIRSK SIBERIA PESARO ITALIA PRAGA REPUBBLICA CECA ROMA ITALIA SAN PAOLO BRASILE SANTIAGO DEL CILE CILE SESTRI LEVANTE ITALIA TAIPEI TAIWAN TRIESTE ITALIA VIENNA AUSTRIA WASHINGTON USA

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Il nostro compimento di Massimo Camisasca

Amare Dio con tutto noi stessi vuol dire che il cambiamento della nostra vita non ha fine. Dentro la carne della nostra vita c’è un infinito che ci attrae

a nostra vita è definita da ciò che ci attrae e non dai nostri limiti. Quando uno cammina, ha in mente soprattutto la meta e questo pensiero determina anche il suo itinerario. Se uno deve andare in pellegrinaggio a Santiago di Compostela o a Czestochowa, o a Chartres, che cosa domina il suo cuore? Il desiderio di arrivare.Se risentissimo le testimonianze dei seminaristi che quest’anno hanno percorso il cammino verso Santiago de Compostela, saremmo sicuramente colpiti dal fatto che il momento più emozionante per loro è stato l’arrivo nella piazza davanti alla Cattedrale, dove si sono inginocchiati cantando il Non nobis Domine. È la meta che domina la nostra vita e determina e illumina i passi di ogni giorno. Tutto ciò segna la differenza profonda fra ogni messianismo umano e il cristianesimo. Il messianismo umano, ogni ideale rivoluzionario, è costretto a cancellare il presente per affermare il futuro. “I morti di oggi, i sacrifici di oggi non contano, sono necessari al domani.” Nel cristianesimo, invece, la meta illumina e riscalda il presente, dà luce e giudizio su di esso e forza per viverlo. Durante il viaggio, i piedi continuano a fare male, ma tale dolore non è tutto: il desiderio della meta e l’essere insieme agli altri rendono le fatiche tollerabili. Così è nella vita illuminata da Cristo. Il nostro male non ci definisce. Non per questo dobbiamo sottovalutarlo,ma è possibile attraversarlo, anzi addirittura capovolgerlo, facendolo diventare, nell’umiliazione di cui esso è >>

PASSIONE PER LA GLORIA DI CRISTO


Quale tribolazione più acuta dei propri errori! Pure, la Presenza determinante è l’amore per cui Cristo si è donato alla persona. Luigi Giussani

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>> causa, una pedana di lancio per la nostra esistenza.

Con l’immagine del pellegrinaggio ho voluto descrivere il nostro cammino verso la maturità affettiva. Essa è resa possibile innanzitutto dalla presenza di un’autorità.Se non c’è un’autorità,non c’è una guida al pellegrinaggio della vita, non c’è un indirizzo,non c’è la cerCristo ci dona tezza della strada. È tale gli affetti umani certezza a segnare i conanche per aiutarci fini ai nostri limiti e ai nostri peccati. La certezza a capire che cosa della strada fa sì che essi significa amarlo non siano l’ultima parola, ma siano confinati e poi, a poco a poco,se Dio vuole,in alcuni casi addirittura vinti. Riecheggiando un’espressione di don Giussani, possiamo dire di essere pellegrini mendicanti. Siamo pellegrini in cammino, ma non degli sbandati, gente che non ha meta, che oggi è qua e domani è là. Questo non è il pellegrino. Il pellegrino è un uomo abitato dalla meta. Per questo può raggiungerla. È abitato dalla meta perché altri sono con lui in cammino verso quella stessa meta. Non c’è niente di statico nella nostra compagnia, di definito a priori, nessun soffocamento della personalità, dell’originalità dell’io. All’opposto, tutto è per noi, per la nostra crescita, perché la peculiarità di ciascuno possa concorrere ad edificare la gloria, che è di molti colori.

Sopra: don Massimo visita una anziana signora. In prima pagina: Fratelli, Castions di Zoppola 1959 - da: Elio Ciol, «Gli anni del neorealismo».

Amare Dio, sé e il prossimo Viene in mente l’espressione di Gesù, che a sua volta traeva anche dall’Antico Testamento:«Ama Dio con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutto il cuore e il pros-

Una compagnia fedele di Andrea Marinzi

Amare noi stessi significa iniziare a guardarci come ci guarda Dio, scoprire che siamo voluti e chiamati, ognuno col suo volto specifico, con un posto speciale nel disegno del Padre. Forse ho cominciato a capirlo soltanto in seminario. Prima oscillavo un po’ troppo fra l’illusione di essere perfetto e il dubbio di non valere nulla, a seconda di come andavano le cose o di quanto mi apprezzava la gente. A poco a poco, nel corso degli anni, ha messo radice una stima nuova verso me stesso, non orgogliosa ma umile, solida, perché fondata sulla certezza dell’amore di Dio. Ho cominciato a sperimentare la gioia di esserci e di essere come sono, con tanti limiti che è inutile nascondere e con tante doti che è sciocco negare, che è un peccato negare, perché sono doni di Dio, non le ho conquistate sul campo –anche riconoscere le proprie doti, guardandole fino in fondo, è un passo verso la coscienza del proprio essere fatti–. La Fraternità mi sta insegnando a guardarmi secondo ciò che real-

mente mi rende grande, cioè il mio rapporto con Cristo. Per questo verso di essa mi sento debitore della vita. Certo non sono che all’inizio di una strada molto lunga e spesso mi sorprendo a lamentarmi, a inseguire successi personali, a pensare soltanto a me stesso. Ma se non vivo al servizio di Dio mi stanco, e nel cuore si insinua una grande amarezza. Così ritorna il desiderio di Cristo, più forte e più sincero di prima: mi viene voglia di pregare bene, di farmi abbracciare da Gesù, di stare un po’ in ginocchio senza che nessuno mi veda. E torna il desiderio di servire e basta, di amare scomparendo, di essere soltanto uno strumento nelle mani di un Altro. Anche questa è una grande scoperta: Dio usa perfino la mia meschinità per accendere in me la sete di Lui, perché mi vuole come amico. Per questo ciò che domina le mie giornate non è l’umiliazione per i miei errori, ma la certezza di una compagnia fedele, più tenace delle mie stanchezze, più grande dei miei limiti, più reale della mia piccolezza.

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simo tuo come te stesso» (cfr. Mt 22, 37-39).Vorrei dire almeno qualcosa sui tre amori: di Dio, del prossimo e di sé. Leggendo il vangelo notiamo l’insistenza di Gesù che ci invita ad amare Dio con tutto noi stessi. Nello stesso tempo, egli parla dell’amore al prossimo come di un amore simile al primo (cfr. Mt 22, 39). Perché è simile al primo? Oppure, pensiamo a Giovanni che dice: «Come fai ad amare Dio che non vedi, se non ami prima il tuo prossimo che vedi?» (cfr. 1 Gv 4, 20). Che cosa viene prima, che cosa viene dopo? Solo apparentemente siamo davanti ad una serie di incongruità.Amare Dio con tutto noi stessi vuol dire che il cambiamento della nostra vita non ha fine. Colui che ci attrae è infinito, non è mai riducibile all’idea che mi faccio di Lui.Dentro la carne della nostra vita c’è un infinito che ci attrae. Il compimento affettivo non è innanzitutto qualcosa che io faccio per amare gli altri, per tollerare gli altri, per essere più buono. La maturità affettiva è aderire a Colui che mi attrae. Mi attrae innanzitutto con il suo Spirito attivo, con il suo Figlio che mi parla. Mi attrae attraverso il corpo di suo Figlio. Questa è la maturità affettiva, lasciarsi attrarre: Amor meus, pondus meum. Conosciamo questa frase che Agostino ci ha lasciato, perché la leggiamo ogni anno nel breviario: «Un peso non trascina soltanto al basso, ma al luogo che gli è proprio. Il fuoco tende verso l’alto, la pietra verso il basso, spinti entrambi dal loro peso a cercare il loro luogo. Il mio peso è il mio amore; esso mi porta dovunque mi porto. Il tuo Dono ci accende e ci porta verso l’alto» (Confessioni, 13, 9). È quella delectatio victrix che Giussani ha citato in uno dei suoi primissimi testi. È l’infinito che mi attrae.Questo infinito però è un sentimento infiNella vita cristiana non nito, non è un’esperienza si sperimenta infinita, è una Persona. L’infinito è un Tu reso l’unità di ciò carne. che nel mondo Questa è la maturità è diviso affettiva: non resistere a Colui che mi attrae. Ma l’infinito mi attrae attraverso il suo Spirito e non posso mai disgiungere il suo Spirito dal suo Corpo. Cominciamo così a scoprire l’amore del prossimo. Perché Gesù ha detto che questo comandamento è simile al primo? Perché io non posso amare Dio che non vedo, se non amo il prossimo che vedo. Il luogo attraverso cui Dio mi attrae è la realtà umana in cui ha posto la mia vita. Questa realtà umana è composta da una serie infinita di riferimenti, che va dalle persone che più hanno inciso nella mia vita a quelle che ho incontrato per un solo minuto, ma che, senza che io me ne accorgessi, hanno lasciato qualcosa dentro di me. «Il prossimo» è un neologismo inventato da Gesù. È l’infinito che ti raggiunge attraverso delle persone più vicine di altre. Me le ha messe lì proprio per questo, perché l’infinito non fosse un’idea, non fosse semplicemente un sentimento, un partito, una fazione, un’ideologia. La grazia più grande che Dio può fare alla vita di un uomo o di una donna sono le persone che fa loro incontrare e la compagnia che queste persone realizzano verso di loro. I lacci infiniti, di cui parla il Cantico dei cantici, sono soprattutto una quotidianità di incontri.

fraternitàemissione M E N S I L E D E L L A F R AT E R N I T À S A C E R D O TA L E D E I M I S S I O N A R I D I S A N C A R L O B O R R O M E O Aut. del Trib. di Cassino n. 51827 del 2-6-1997 - Mensile della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo DIRETTORE: Gianluca Attanasio REDAZIONE: Fabrizio Cavaliere, Jonah Lynch HANNO COLLABORATO: Massimo Camisasca, Elio Ciol, Martino De Carli, Andrea Marinzi, Emmanuele Silanos PROGETTO GRAFICO: G&C IMPAGINAZIONE: Fabrizio Cavaliere FOTOLITO E STAMPA: Arti Grafiche Fiorin, via del Tecchione 36 - San Giuliano Milanese (Mi) REDAZIONE E UFFICIO ABBONAMENTI: Via Boccea 761 - 00166 Roma Tel. + 39 06 61571443 Fax +39 0661571430 - fm@fscb.org ABBONAMENTI base € 15 - sostenitore € 50 - C/C 72854979 - OFFERTE codice IBAN: IT72 W0351203206000000018620 - c/c postale 43262005 WWW.SANCARLO.ORG


È Dio che cerca l’uomo in mezzo alle cose del mondo e della terra; è Dio a inseguire l’uomo e ad entrare in rapporto con lui. Benedetto XVI NOVEMBRE

La purificazione dell’amore Cristo mi attrae principalmente attraverso le cose e le persone.La mia anima ferita e stanca potrebbe fermarsi ad esse. L’idolatria non è altro che confondere la creatura col Creatore. Ecco la necessità continua della purificazione dell’amore. Ciò che vi dico è dominato da una espressione di don Giussani che ho commentato decine e decine di volte e che,nel libro che ho scritto su di lui,ho richiamato come uno dei punti più alti, più impressionanti e veramente innovativi nella storia della Chiesa recente: la definizione di verginità come distanza nel possesso o come possesso con dentro una distanza. Bisogna prenderla tutta questa frase.Vi è l’esaltazione dell’umano in Cristo, che ha contraddistinto tutta la vita di don Giussani, e l’inevitabilità del sacrificio, che egli ha sempre richiamato come condizione della strada.Nessuno vuole cancellare, reprimere, mettere tra parentesi amicizie e sentimenti, ma dobbiamo essere molto chiari e chiederci: cosa vuole Dio da me? E cosa vuol dire rispettare l’altro secondo la strada che Dio gli ha assegnato? Cristo non è paradossale. Cristo ci dona un’infinità di affetti umani per aiutarci a capire cosa vuol dire amarlo. Non mi provoca scandalo che uno dica: «A me sembra di amare più quella persona lì di Gesù»,perché il nostro cammino verso l’Infinito è senza fine e prima di amare Dio che non vedi, ami il prossimo che vedi. Ma ami il prossimo che vedi per camminare verso Dio, per camminare verso la pienezza di te.

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Il compimento affettivo è aderire a Colui che mi attrae

Alfonso Poppi con alcuni bambini di Kahawa Sukari (Nairobi).

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Amare se stessi «Ama il prossimo tuo come te stesso» (cfr. Mt 19, 20): è una frase che ci fa entrare nel cuore più profondo della rivoluzione portata da Gesù, la stessa rivoluzione che Egli ha espresso dicendo: «Chi si perde si trova» (cfr. Lc 9, 25), la stessa rivoluzione che ha portato dicendo: «Sono venuto perché abbiate la vita, perché siate nella gioia» (cfr. Gv 10, 10; Gv 15, 11). Gesù è venuto per il nostro compimento.Uno che non ama sé non può amare Dio e gli altri. «Credono di amare Dio perché non amano nessuno», ha scritto Simone Weil. Non puoi amare te stesso,se non riconosci di ricevere il tuo essere da Colui che ti ha fatto, se non riconosci di essere creatura.Scopri così la positività della creazione. Poi scopri di essere persona salvata, scopri la preziosità della morte e resurrezione di Cristo; scopri di essere persona chiamata,scopri il privilegio di ogni vocazione. Questi amori, l’amore di Dio, l’amore del prossimo, l’amore di sé, sono un unico amore. Sono la descrizione del movimento dell’amore. Siccome Dio è infinito, devo imparare ad avere pazienza dei miei limiti, devo imparare a sapere che ci sono limiti che avrò fino alla fine della vita. Magari, Dio mi salva proprio perché, umiliandomi attraverso quei limiti, mi obbliga così a pregarlo, a riconoscerlo, ad amarlo. «Perché non mi insuperbissi, mi ha messo una spina nella carne, un angelo di Satana che mi schiaffeggia» (cfr.2 Cor 12,7).Sono parole di san Paolo.Certo,molti affetti che nascono nella nostra vita ci parlano di una ricchezza nuova che ci aspetta. Ma >>

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CONSIGLI DI LETTURA >>

Lorenzo Fazzini Nuovi cristiani d’Europa Lindau 2009 pp. 214 - € 16

«La vitalità della fede ha sempre bisogno di nuovi convertiti, del loro sguardo nuovo e appassionato, della loro scoperta contagiosa dell’anima di una tradizione. I dieci personaggi narrati da Fazzini possono allora essere considerati una ricchezza del nostro tempo, letture apportatrici di speranza e anche, ci auguriamo, contagiose, capaci di suscitare altre conversioni» (dalla prefazione di Lucetta Scarrafia).

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>> quando essi divengono sregolati, parlano anche di un

buco che c’è nella nostra esistenza. L’amore al lavoro Ogni responsabilità che è affidata all’uomo è una strada fondamentale dell’amore. Il lavoro è, infatti, per ogni persona la strada per la sua espressione. Essa entra in relazione con gli altri e con tutta la terra e poi risponde a chi lo ha chiamato. Perciò occorre convertire il nostro sguardo sul lavoro, acquisire, dentro la preghiera, una passione per la responsabilità che ci è affidata e nello stesso tempo un distacco da essa.La vita cristiana è realmente il luogo in cui si sperimenta l’unità di ciò che nel mondo è diviso. Come essere appassionati e distaccati nello stesso tempo? È possibile? Certamente. Non solo è possibile, ma è auspicabile. Solo così l’uomo trova la verità di sé. Nella vita siamo chiamati a lasciare camminare da soli coloro che abbiamo generato e cresciuto. È molto difficile distaccarsi da coloro che siamo tentati di possedere. Non lasceremo mai i nostri figli e i nostri amici, non li abbandoneremo, anche se essi sono chiamati a percorrere una strada che noi non avevamo preventivato. Non dobbiamo sentire come un affronto il fatto che oggi siamo qui e domani siamo chiamati ad essere là. Sicuramente ci sarà un periodo di adattamento, forse anche qualche rimpianto o nostalgia,ma poi basta.Guardiamo a ciò che ci è chiesto in questo momento, sapendo che quello che abbiamo fatto finora non è mai perduto. Non c’è un attimo che vada perduto. Questa certezza ci fa sperimentare una pienezza nell’istante, nel presente. Perché la Chiesa soffre? Perché ciascuno si sente in diritto di fare quel che gli piace,persino davanti al Papa. Nessuno più obbedisce, nessuno più è pronto ad avvertire la gloria che sta dentro all’obbedienza. Donarsi è «svuotarsi» (cfr. Fil 2, 7)? Sì, ma con una particolare sottolineatura: che la carità, quando è divisa, non è mai diminuita. Quando io dono tutto me stesso a Cristo, sono riempito cento volte tanto. Il seme deve morire per dare luogo alla pianta.Morire è imparare una lingua.Imparare l’ungherese,per esempio, è morire, perché uno deve dimenticare qualcosa, altrimenti non può impararlo. Imparare il cinese è lo stesso.Entrare dentro un luogo fino a immergersi in quel luogo, fino a diventare di quel luogo, senza perdere se stessi: non è il secondo capitolo della lettera di san Paolo ai Filippesi? «Non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma svuotò se stesso, fino ad assumere la forma umana, fino a diventare uomo» (cfr. Fil 2, 6-7). E lo ha fatto perché noi potessimo diventare Dio, divini, partecipi della natura divina, come dice san Pietro (cfr. 2 Pt 1, 4). Questa è la descrizione di che cosa sia la missione.(Appunti da una lezione ai sacerdoti della Fraternità san Carlo, luglio 2009)

SANTIAGO DEL CILE

Tutto è nato dalla caritativa di Martino De Carli

Martino De Carli in caritativa con i ragazzi di Gs, insieme a Marco Aleo (a sin.). Nella foto grande, un ritiro con i giovani in Cile.

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’amore al popolo a cui siamo mandati è uno dei fondamenti della missione. Non è possibile però un amore alla gente, al Paese in cui svolgiamo la nostra opera, se non custodiamo in noi stessi la gratitudine per ciò che abbiamo ricevuto. Essere grati rende possibile partire per la missione e ci permette di portare quella sofferenza che è inevitabile corollario della partenza.Ricordo di aver vissuto profondamente,ormai otto anni fa, questo aspetto che caratterizza l’inizio di ogni missione: la coscienza della mia fragilità di fronte al distacco da ciò che avevo di più caro, dagli amici, dai superiori, dalla famiglia, dalla mia terra. La gratitudine mi ha permesso di attraversare quello “strappo” doloroso e di sperimentare la carità di Cristo per la mia vita.


SANTA MESSA DI NATALE

Domenica 20 dicembre, alle ore 16,00, presso la parrocchia Sant’Ignazio di Loyola, piazza don Luigi Borotti 5, a Milano, don Massimo Camisasca celebrerà l’annuale santa Messa di Natale della Fraternità san Carlo. A seguire, un momento di scambio di auguri.

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rienza può però diventare occasione di una coscienza più profonda della vicinanza di Cristo a noi. Ricordo, in proposito, un episodio accaduto a un mio confratello. Chiamato a visitare un ammalato arrivò in una casa di una favela.La casa era un luogo molto povero,quasi invivibile. Al momento della benedizione il cappuccio dell’aspersorio si staccò, finendo sotto l’unico mobile dell’unica stanzetta. Dovette perciò chinarsi per raccoglierlo.Il suo pensiero è stato:«Ecco,il Signore ha voluto che mi inginocchiassi su questo pavimento, per fare memoria di come egli si è inginocchiato sulla mia vita, di come egli mi ha abbracciato e abbraccia così misteriosamente la vita di quest’uomo». ***

La gratitudine è una sorta di alimento che consente di superare le obiezioni alla missione,soprattutto nelle fasi iniziali. Una di queste obiezioni può scaturire dalla diversità dei posti a cui siamo mandati rispetto alle nostre origini. Il Cile, dove attualmente vivo, è il paese economicamente e socialmente più stabile dell’America del Sud, ma conserva ancora alcuni contrasti che caratterizzano la società latinoamericana. C’è, ad esempio, una Santiago “bene”, più ordinata, e una parte della città, dove invece le case sono piccole, con tetti di lamiera, tutte attaccate, con piccole viuzze… L’incontro con quartieri meno belli di quelli in cui abbiamo vissuto può generare in noi avversione, difficoltà. Anche questa espe-

Martino con una ragazza di Gs.

Dietro la passione per le persone, dietro i fatti della missione c’è sempre, nella mia esperienza, l’unità vissuta con i superiori e con i fratelli della mia casa. Negli otto anni di missione che ho vissuto in Argentina e in Cile, ho costatato che la comunione porta frutti intorno a noi. La casa è la prima compagnia, un luogo di misericordia. Spesso le persone ci fermano in parrocchia dicendoci quanto siano colpite dall’accento di unità, di sintonia che vedono tra noi. E questo si trasmette anche L’unità nelle omelie, nell’amminicon i fratelli strare i sacramenti, nei mi aiuta momenti, insomma, in cui siamo di fronte alle pera rischiare sone. Dall’unità vissuta con le persone a nella casa si irraggia una cui sono mandato forza generatrice che compie passi decisivi nella nostra opera missionaria. L’unità con gli altri mi ha aiutato a rischiare con i giovani. Non nasce nulla, se non si rischia. In molti casi, si tratta di smuovere una terra indurita, non fertile. Occorre prendere gli attrezzi e cominciare a lavorare, anche senza prospettive allettanti… A Santiago, per esempio, il nostro incontro con i giovani è nato attraverso una caritativa, che ho proposto nonostante io stesso nutrissi dubbi sulla possibilità di quel gesto. Appena arrivato, la nostra immensa parrocchia (novantacinquemila abitanti, divisa in svariate cappelle) mi strattonava tra decine di incontri,riunioni,catechesi. La gratitudine Tutto sembrava suggerirmi è l’alimento di non proporre un gesto che rischiava di rimanere che permette disatteso. Sono partito prodi superare ponendo un momento che le obiezioni non si identificava con nesalla missione suno degli incontri già previsti. Era una proposta libera. Forse inizialmente ha coinvolto poche persone. Ora posso dire che è stata una decisione che sta portando molti frutti. Andiamo in caritativa in un ospizio, vicino alla parrocchia. Un giorno, qualche tempo fa, vi ha preso parte, quasi casualmente, una ragazza. Si è presentata con i capelli che le coprivano gli occhi, poiché non aveva il coraggio di mostrarli. Apparteneva a una delle bande della periferia. Quel sabato mattina la sua presenza ha suscitato la perplessità di tutti, anche la mia. Invece è rimasta, è cresciuta e, dopo alcuni mesi, ha stupito tutti presentandosi a scuola di comunità con il volto scoperto,mostrando a tutti i suoi begli occhi neri.In una lettera, ci spiegava come l’incontro con Cristo avesse reso possibile il coraggio di mostrare se stessa.


L’ULTIMO PONTE >>

Se non hai ricevuto la tua copia de «L’ultimo ponte», il documentario sulla missione della San Carlo a Taipei, oppure se la tua copia è difettosa, puoi scaricare il film dal nostro sito www.sancarlo.org.

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TAIWAN

Il segno del perdono di Emmanuele Silanos

Taipei, 3 settembre 2009 Carissimo don Massimo, so che durante il Meeting di Rimini è stato proiettato ripetutamente L’ultimo ponte. In tanti mi hanno scritto o detto di averlo visto, comprato e di esserne stati colpiti. Tra le persone del film, colpisce sicuramente la bella Hua Liang. C’è un rapporto particolare tra me e la sua famiglia. Ti racconto come è nato. Hua Liang si è trasferita a Taiwan col marito – aborigeno come lei, ma di un’altra tribù – più o meno nel periodo in cui io sono arrivato nell’isola,ormai quasi tre anni fa.Con loro c’era anche la piccola Mei Li,che allora aveva quattro anni. Davvero piccola, ma molto vivace. Una domenica, dopo solo un mese scarso che ero arrivato a Taiwan, dopo la messa, Mei Li ha insistito perché prendessi la bicicletta e portassi lei e un’altra bimba della parrocchia sulla bici. Io ho messo lei dietro e l’altra bimba davanti e ho cominciato a girare per il cortile della parrocchia.Le bimbe ridevano contente e la gente che passava sembrava meravigliata per il gioIl Signore vane prete straniero che non annulla giocava con i bambini… Improvvisamente, mentre il nostro male. mi trovavo proprio daSemplicemente, vanti alla statua della ci scrive sopra Madonna che sta nel nostro cortile, la bici si è una nuova storia

ST. FRANCIS XAVIER Emmanuele Silanos è stato nominato parroco di San Francesco Saverio a Taipei, subentrando a Paolo Costa, a cui è invece stata affidata la parrocchia di San Paolo. Nella foto, un momento della «consegna ufficiale» della parrocchia, il 20 settembre.

Da sin.: Emmanuele Silanos, mons. Hung e Paolo Costa durante la cerimonia di insediamento di Emmanuele.

bloccata. Io ho avuto per un attimo la tentazione di dare un colpo secco al pedale,proprio come quando scende la catena e tu ti vuoi assicurare che non ci sia modo di ripartire, se non scendendo dalla bici e sporcandosi le mani… Ma,credo grazie alla Madonna che mi ha messo una mano sulla testa,quella volta non ho dato quel colpo secco al pedale. E mi sono girato. Ho visto Mei Li che non diceva niente, ma il suo piedino era infilato nei raggi della ruota posteriore. Ho cominciato a sudare freddo. Non parlavo (in che lingua avrei potuto farlo?). Sono sceso dalla bici e ho cominciato a cercare di far uscire il piedino dai raggi. Solo allora Mei Li ha cominciato a lamentarsi. A un certo punto ho cercato di toglierle la scarpina e allora ho visto. La ferita, lunga e, sembrava, profonda. Ho cominciato a non capire più nulla. Attirati dall’allarme dato da qualcuno, sono arrivati di corsa il papà di Mei Li, Li Ming Wen, e il signor Chen Guo Fong. Come per miracolo il piedino è uscito fuori al primo muovesi della ruota. Il papà e Chen Guo Fong, con Mei Li in braccio, sono subito corsi verso il vicino ambulatorio pubblico. Io dietro di loro, insieme a Hua Liang. Arrivati all’ambulatorio, il mio pensiero era solo uno: se il raggio aveva lacerato il tendine, Mei Li sarebbe rimasta zoppa per tutta la vita. Non avevo parole, la tensione mi stava distruggendo. Ma vicino a me c’erano Hua Liang e suo marito. Tutti e due mi consolavano. Mi consolavano! Loro consolavano me, senza sapere ancora quale fosse l’entità della ferita al piede della loro


1998 Don Massimo compie un primo viaggio nella Cina continentale

2001 Apre la casa di Taipei, nel quartiere di Taishan

2005 Paolo Costa è parroco di San Francesco Saverio

2006 Emmanuele Silanos si unisce a Paolo Costa e Paolo Cumin

2008 La parrocchia di San Paolo è affidata alla Fraternità san Carlo

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bambina! Dopo pochi minuti, il dottore ci ha rassicurati: il tendine era a posto. La bimba doveva stare a riposo per una settimana, ma non c’era da preoccuparsi. Mi accompagnarono a casa, con un sorriso per me incomprensibile. «Come fate» pensavo «a sorridermi così?». Da allora è ogni giorno così. Non so in nome di che cosa, ma da allora Hua Liang, Li Ming Wen e Mei Li non hanno mai nascosto una preferenza per me. Un anno e mezzo fa, poco dopo il suo battesimo, Hua Liang è rimasta finalmente incinta, dopo che per tanto tempo avevano cercato di avere un altro bambino. È un maschio. È nato a metà dicembre. La notte di Natale, dopo la messa, Li Ming Wen ha annunciato il nome del loro bimbo: «Chen En, come Xie’ Shen Fu», cioè come Padre Xie’, che sarei io… Avevano già detto da tempo che stavano pensando di dare al loro figlio un nome come il mio, cosa a dir poco rara tra i cinesi. E la sola idea mi riempiva di imbarazzo e, al tempo stesso, di commozione e gratitudine. E poco importa che il primo carattere non sia esattamente uguale al mio, perché quando qualcuno oggi chiede loro: «Perché Chen En?», loro dicono: «Perché suona bene ed è il nome di Xie’ Shen Fu».E se qualcuno chiede loro che cosa farà il loro bimbo da grande,entrambi rispondono:«Speriamo che faccia il prete». L’altro giorno stavo parlando con Li Ming Wen e c’era Mei Li con noi. «Si è fatta alta», gli ho detto, ed è davvero così. Ed egli a me: «Ti ricordi come era piccola quando l’hai conosciuta? Quando si è fatta male sulla bicicletta?». «Come faccio a non ricordarmi?». E lui: «Guarda, la cicatrice si vede ancora, ma è sempre più piccola». Ha alzato il piedino di Mei Li e mi ha mostrato il segno della ferita: non mi aspettavo che fosse così lungo e che si vedesse ancora così chiaramente… probabilmente non le andrà mai via. Il Signore non annulla, non cancella il male che commettiamo, o le sciocchezze che facciamo. I segni rimarranno sempre.Lui,semplicemente,ci scrive un’altra storia sopra. Ciao e a presto, Lele



Roma: don Sandro nuovo parroco a Sant’Eusebio

Dal 1 settembre 2009, don Sandro Bonicalzi è il nuovo parroco dell’antichissima parrocchia di Sant’Eusebio, nel quartiere Esquilino, a Roma. La chiesa si situa nell’angolo nord della grande piazza Vittorio. Fra le più antiche della cristianità, fu fondata nel IV secolo sui ruderi della casa di Eusebio, patrizio romano, prete, torturato e condannato a morire di fame nel 357 da Costanzo II, perché confessore del simbolo della fede di Atanasio. La casa, dopo la sua morte, fu trasformata in «titulus» e consacrata da papa Liberio (352-366). Dopo numerosi restauri e rimaneggiamenti nei secoli successivi, l’edificio raggiunge l’aspetto attuale durante il Settecento: interno semplice a tre navate, con quattro altari per lato, facciata (nella foto) con due rampe che salgono ad un piccolo portico. L’antico aspetto romanico è perduto, ad eccezione del campanile del secolo XII e dell’antica abside. Nel 1288 la cura della chiesa fu affidata da Nicolò IV a Pietro da Morrone, fondatore dei frati celestini, che vi rimasero fino al tempo di Leone XII (1823-1829), che soppresse l’ordine. Questi affidò la chiesa ai Gesuiti, che vi rimasero fino al 1873. Gregorio XVI trasferì nel 1839 l’antico titolo a San Gregorio sul Celio, ma Pio IX lo ristabilì nel 1877. Nel 1889, la chiesa fu riaperta al culto ed eretta parrocchia. Il territorio della parrocchia comprende parte del quartiere Esquilino, uno dei rioni storici della capitale in cui si registra un no-

di Fabrizio Cavaliere

tevole degrado sociale, nonostante sia di antica urbanizzazione. Zona di forte immigrazione, è caratterizzata da un crescente sovraffollamento. Una delle sfide più grandi sta nella possibilità di coesistenza dei residenti italiani e le etnie presenti, in particolare la bengalese e la cinese, le cui attività commerciali costellano le vie del quartiere. A metà degli anni novanta è iniziata un’opera di riqualificazione che dura tuttora: gli interventi più significativi sono stati lo spostamento del caotico mercato all’aperto e la presenza di una sede dell’Università La Sapienza, con la Facoltà di lingue orientali. Per don Sandro, che si è insediato ufficialmente il 18 ottobre, alla presenza del vescovo ausiliare, mons. Mandara, ha inizio dunque una missione «di frontiera» nel cuore di Roma.

LA FORZA DI UN INCONTRO di Elio Ciol

Assisi, oltre a tante altre cose, mi ha dato l’opportunità di conoscere delle persone speciali come don Giussani, anche se quella prima volta in modo molto rapido. Gli incontri si fecero più frequenti grazie a Paolo Mangini e William Congdon (Bill), del quale cominciai a fotografare le opere subito dopo la conversione, e continuarono a Milano con i suoi giovani nei primi mesi del 1963. In quei mesi di frequentazione riuscii a fare la documentazione fotografica di GS nella Bassa Milanese, che si concluse con una grande mostra all’Ambrosianeum inaugurata il 2 giugno del 1963 dal cardinale G.B. Montini. Poi la documentazione della partenza di Pigi per il Brasile, poi Varigotti. Le settimane all’Eremo del Beato Lorenzo a Subiaco e, negli anni successivi, altri brevi momenti a Milano.

Gli incontri con don Giussani hanno approfondito in me quel senso religioso che, in qualche maniera, permea le mie immagini di sensazioni e spazi che riflettono l’infinito. A don Giussani devo molto dei risultati dei miei lavori, anche se poi negli anni le occasioni di incontro si sono diluite molto... Ma qualcun altro l’ha seguito con tanto più impegno e con tutta la propria vita. Mi riferisco a don Massimo Camisasca, che ho conosciuto a Roma alla fine di marzo del 2008 assieme alla già numerosa Fraternità san Carlo. La mia vita si è arricchita di tutti questi bellissimi incontri e occasioni che la Provvidenza mi ha presentato nel tempo. Auguri di cuore a don Massimo e ai suoi giovani perché possano seguire con tutte le loro forze la strada indicata da don Giussani.

DISPONIBILE IN LIBRERIA:

Massimo Camisasca Armonia delle stagioni I tempi dell’uomo, della natura e della liturgia

Fotografie di Elio Ciol Marietti 1820


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NOVEMBRE

2009-XI  

Mensile della Fraternita' Sacerdotale dei missionari di san Carlo Borromeo numero di novembre 2009

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