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MENSILE DELLA FRATERNITÀ SACERDOTALE DEI MISSIONARI DI SAN CARLO BORROMEO

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Anno XV, n. 2 febbraio 2011 - € 1,50

fraternitàemissione Poste Italiane S.p.A. - Sped. in Abb. Post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB Milano

www.sancarlo.org

LA FRATERNITÀ SAN CARLO NEL MONDO: ALVERCA PORTOGALLO ASUNCIÓN PARAGUAY BOLOGNA ITALIA BOSTON USA BUDAPEST UNGHERIA CHIETI ITALIA CITTÀ DEL MESSICO MESSICO COLONIA GERMANIA CONCEPCIÓN CILE DENVER USA FROSINONE ITALIA FUENLABRADA SPAGNA GERUSALEMME ISRAELE GROSSETO ITALIA GROTTAMMARE ITALIA ISOLA DEL GIGLIO ITALIA MILANO ITALIA MOSCA RUSSIA NAIROBI KENYA NOVOSIBIRSK SIBERIA PESARO ITALIA PRAGA REPUBBLICA CECA ROMA ITALIA SAN PAOLO BRASILE SANTIAGO DEL CILE CILE TAIPEI TAIWAN TRIESTE ITALIA VIENNA AUSTRIA WASHINGTON USA

Gesù ci insegna a non ingombrare la nostra vita con ciò che non serve alla gloria di Dio

Caritativa di Gs nella Bassa milanese (anni Sessanta). Foto di Elio Ciol.

Il cammino della povertà di Massimo Camisasca

overtà: è una parola che descrive una situazione sempre più diffusa nel mondo e anche in Italia. Molte famiglie sono più povere oggi di quanto non lo fossero dieci anni fa. In questa accezione, la «povertà» designa qualcosa di negativo, un male contro cui combattere, una situazione da vincere e da superare. Ed è giusto che sia così. Ogni uomo, ogni donna, ogni bambino ha diritto a ciò che è necessario per il suo sostentamento e per la sua crescita corporale e spirituale. La Terra ha beni sufficienti per sfamare tutti i suoi figli. Le ricchezze sono male distribuite. Pochi uomini detengono i beni che basterebbero a far vivere bene moltissime persone. È sacrosanta dunque la battaglia che la Chiesa sta compiendo soprattutto da Leone XIII in poi per la distribuzione dei beni della terra a tutti gli uomini. Ma la «povertà» ha anche un altro significato, positivo questa volta. Sulle labbra di Gesù è stata identificata

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addirittura con una beatitudine, con la prima e fondamentale beatitudine: beati i poveri (Lc 6,20; Mt 5,3). L’aggiunta di Matteo al testo più radicale e incisivo di Luca, («beati i poveri» diventa «beati i poveri in spirito») ci aiuta ad entrare nel significato che Gesù ha voluto attribuire alla parola «povertà». Per lui, i poveri che addita all’attenzione di tutti, e a cui promette la gioia e la salvezza, sono coloro che confidano in Dio e non nei propri beni. Possono averne tanti o pochi, possono sembrare ricchi agli occhi del mondo o invece disagiati. Non è questo che conta. Ciò che invece è importante per Gesù è la loro posizione di fronte alla ricchezza. Uno può essere ricco e povero assieme, come hanno mostrato tanti re santi nel medioevo. Avevano molte terre e molto potere. Hanno messo i loro beni a disposizione del popolo, ed esercitato il loro potere con misura e saggezza. Oppure si può essere poveri, ma attaccati >>

PASSIONE PER LA GLORIA DI CRISTO


Chiuso fra cose mortali (Anche il cielo stellato finirà) Perché bramo Dio? 2

Giuseppe Ungaretti, «Dannazione»

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>> a quel poco che si possiede. Certo, è difficile per un ricco che possiede molti beni vivere con distacco questa sua condizione. Può essere difficile anche per colui che avendo poco si aggrappa a quel poco che ha come all’unica ancora della propria vita. La beatitudine di Gesù indica perciò un cammino di conversione per tutti, una conversione verso la libertà. Quando, nel suo discorso missionario (Mt 10, Lc 9), Gesù dice «non portate due tuniche con voi» oppure due bisacce, non entrate in molte case ecc., vuole proprio indicare la strada essenziale di questa conversione: dobbiamo tenere per noi solo ciò che è necessario ad una dignitosa sussistenza. Tutto il resto non è che appesantimento, ostacolo nel nostro cammino verso Dio e i fratelli. Queste parole sono pressoché sconosciute e incomprese ai nostri giorni, sia da chi condanna la povertà sia da chi la idolatra. Ambedue queste posizioni partono da una visione sociologica dell’esistenza in cui essere ricchi è un sogno o una condanna, essere poveri è un disastro o un privilegio. Per noi invece la povertà indica una strada di immedesimazione alla vita di Gesù. È un frutto della risurrezione. Da Gesù veramente riceviamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno. E diventiamo perciò capaci, pur nella precarietà della nostra umanità fatta di polvere e cenere, di liberarci di tutti i pesi superflui per Da Gesù poter fare spazio in noi a ciò che è necessario. riceviamo ciò Se abbiamo troppe di cui abbiamo immagini nella testa, come bisogno: il resto possiamo godere della vista di un albero o di un ci appesantisce cielo stellato? Se abbiamo troppe parole dentro di noi, come possiamo lasciar penetrare quelle fondamentali che vengono da Dio? Se abbiamo troppi desideri, come possiamo concentrarci su ciò che non passa? La povertà vera non nasce dal disprezzo dei beni creati da Dio. Essa al contrario riconosce la bontà di tutte le cose e soprattutto riconosce che le cose sono state date da Dio come compagnia sulla strada verso di lui. La povertà non è dunque privazione. Ma l’assenza di povertà, in taluni casi, diventa un appesantimento. Penso per esempio alle tecnologie, di cui riempiamo spesso la nostra vita senza necessità. Gesù ci dice: «Non ingombrate la vostra vita di ciò che non serve alla conoscenza di me e alla mia comunicazione nel mondo». Di ciò che non serve alla gloria di Cristo. Quanto non è utile a questo scopo prima o poi va abbandonato. La povertà vissuta ci fa uscire dall’individualismo e ci fa trovare tanti fratelli. Infatti, la preoccupazione per i beni ci divide dagli altri, ci allontana dalle loro necessità, mentre la libertà che nasce dalla povertà ci rende sensibili alle necessità e alle grida di coloro che vivono attorno a noi. Il cammino alla povertà non ha mai fine, ma è un cammino luminoso, che riempie la vita di sempre nuove scoperte, che libera in noi nuove energie, nuovi spazi, nuovi tempi e, infine, ci rende giovani anche quando gli anni avanzano e tutto sembrerebbe protendere verso la fine.

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MADRID Carità, la stoffa della vita di Antonio Anastasio

Una delle esperienze più significative della nostra vita in parrocchia è la scoperta della carità vissuta, attraverso diverse modalità: la Casa sant’Antonio (una struttura che accoglie i senza tetto), il reparto alimentare in parrocchia e il rinnovamento della Caritas, a cui ora partecipano cinquanta persone che si trovano tutti i giovedì. Questa scoperta si è imposta anche sull’atteggiamento di molte, troppe persone che in linea teorica sono d’accordo sulla carità, ma in concreto fanno poco o nulla. Come se la catechesi, il compito di insegnare, non fosse connesso in alcun modo con la carità, e come se questa fosse uno scotto da pagare per dare evidenza alla catechesi. Invece per me tutto lo sforzo di carità, di educazione della gente alla carità, è la stoffa della scoperta dell’annuncio: l’annuncio è vero solo se è proposta di compagnia alla persona, e se prende sul serio le sue necessità, anche se magari non può rispondere a tutte. L’annuncio è la carità e la carità è annuncio: vanno insieme. Questo vale anche per il giudizio culturale. Per esempio, abbiamo tenuto un incontro che verteva sul tema dell’attacco mediatico scatenato contro il Papa negli ultimi mesi. Abbiamo invitato un giornalista; sono intervenute un centinaio di persone, anche di altre parrocchie. È stato un momento molto bello, perché abbiamo giudicato insieme quello che accade. Il giudizio è una carità nel vivere la realtà, ed è una necessità che abbiamo tutti: abbiamo bisogno di vivere con delle ragioni, con un senso. Spesso, invece, si dividono le dimensioni della carità, della missione, dell’insegnamento e della cultura. Si separano l’una dall’altra e si scinde così l’integralità del fatto cristiano. Nella foto: un bambino in un cortile di Santiago del Cile.

fraternitàemissione M E N S I L E D E L L A F R AT E R N I T À S A C E R D O TA L E D E I M I S S I O N A R I D I S A N C A R L O B O R R O M E O Aut. del Trib. di Cassino n. 51827 del 2-6-1997 - Mensile della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo DIRETTORE: Gianluca Attanasio REDAZIONE: Fabrizio Cavaliere, Lorenzo Locatelli, Jonah Lynch, Marco Sampognaro HANNO COLLABORATO: Antonio Anastasio, Massimo Camisasca, Cecilia Benassi, Ettore Ferrario, Giuliano Imbasciati, Andrea Marinzi, Alfonso Poppi PROGETTO GRAFICO: G&C IMPAGINAZIONE: Fabrizio Cavaliere FOTOLITO E STAMPA: Arti Grafiche Fiorin, San Giuliano Milanese (Mi) REDAZIONE E ABBONAMENTI: Via Boccea 761 - 00166 Roma Tel. + 39 0661571400 - fm@sancarlo.org ABBONAMENTI base € 15 - sostenitore € 50 - C/C 72854979 OFFERTE codice IBAN: IT72 W0351203206000000018620 - c/c postale 43262005 WWW.SANCARLO.ORG


Non voler far sempre qualche cosa, raggiungere qualche cosa, qualcosa produrre o ottenere di utile, bensì apprendere a fare in libertà, bellezza e santa letizia dinanzi a Dio il gioco da Lui regolato della liturgia. Romano Guardini FEBBRAIO

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I veri tesori dell’Africa alle offerte in natura alla costituzione di comunità fraterne che vivono la condivisione e si aiutano nel momento del bisogno, il passo non è breve. In mezzo c’è la storia di un popolo. Don Alfonso Poppi ha visto questa storia svolgersi, e ce la racconta. Un esempio di povertà e carità in atto, nel cuore dell’Africa.

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Don Alfonso, come vive l’idea cristiana di carità la vostra comunità di Nairobi? Al nostro arrivo a Kahawa Sukari le offerte della messa domenicale – che in kiswahili si chiamano sadaka (settimanale) – erano molto spesso costituite anche da cibo. Erano offerte in natura, e non solo in denaro. La comunità cristiana provvedeva con esse al sostentamento dei sacerdoti e del vescovo. Coi primi sviluppi della parrocchia, mi chiesi come avremmo potuto affrontare le spese per la piccola struttura in lamiera e per il terreno, anche considerando che tutto il cibo lo destinavamo a chi non ne aveva. Mi aiutò un missionario della Consolata, con cui siamo diventati molto amici. Mi spiegò che in Kenya era possibile chiedere un’altra forma di sostegno della parrocchia: la zaka (mensile), equivalente alla nostra decima. Nelle zone rurali la zaka prendeva la forma di offerte elargite al momento delle due grandi feste cristiane della Pasqua e del Natale. In questo modo però non avrebbero potuto garantire una continuità nell’amministrazione della parrocchia. Introducemmo così lo strumento della decima a cui ci ha educato il movimento: invitiamo ciascuna

Povertà, libertà e carità camminano insieme nella parrocchia di Kahawa Sukari. E i piccoli nuclei tribali diventano gruppi di fraternità, che vivono la condivisione. Intervista ad Alfonso Poppi, missionario in Kenya a cura di Marco Sampognaro

Parrocchiane di St. Joseph, Nairobi (Kenya).

famiglia e ciascun individuo a decidere liberamente una piccola somma da donare mensilmente alla parrocchia. Insistemmo - e insistiamo - sulla libertà e sulla fedeltà nel gesto. La quantità di ciò che ognuno dà è a sua discrezione. «Sadaka» e «zaka». Ci sono altre forme di sostentamento della parrocchia? Da un paio d’anni abbiamo dato vita ad una seconda raccolta fondi mensile, la Charity Sunday. Abbiamo iniziato durante la terribile ondata di violenze intertribali che squassarono il Kenya all’inizio del 2008. In parrocchia fummo costretti ad affrontare i bisogni di circa cinquecento sfollati, in gran parte mamme e bambini. Abbiamo mantenuto questa proposta di carità mensile per avere a cuore concretamente i membri più poveri della nostra comunità e le opere caritative del Meeting Point (persone sieropositive e malati di Aids) e di Ujiachilie (disabili e loro familiari). C’è poi un gesto chiamato Harambee (che significa «tiriamo tutti insieme»): un appello alla comunità in caso di bisogno urgente a cui un’istituzione o la comunità stessa non riesce a rispondere. Infine, stimolati dal desiderio della gente di concludere l’anno con una raccolta di cibo come segno di ringraziamento a Dio, abbiamo inaugurato, qualche anno fa, l’Harvest Day, cioè giornata del raccolto: Mavuno in kiswahili. È un’iniziativa annuale che risale alle tradizioni rurali. È uno dei tanti esempi dell’eredità della cultura africana, che contiene veramente i semi del Verbo. >>


La mia vita è sempre stata attraversata da un filo conduttore, questo: il Cristianesimo dà gioia, allarga gli orizzonti. Benedetto XVI

4 >> Quale idea di condivisione sta alla base di tutte queste

raccolte? Non sarebbero possibili senza il vivissimo senso religioso, caratteristico dei popoli africani, e dei popoli bantu in particolare. È come una coscienza quasi istintiva che tutto ciò che esiste e che abbiamo ci è stato dato dal Mistero; che non c’è niente che noi abbiamo che non abbiamo ricevuto, come scrive san Paolo ai Corinti. Naturalmente, un senso religioso così vivo può corrompersi in molti modi ed essere oggetto di abusi come purtroppo accade - da parte di pastori senza scrupoli... Ad esempio, può diventare un “dare per ricevere”, per ottenere poi una speciale grazia o una speciale benedizione, molto spesso pensata in termini di benessere materiale o di assenza di disgrazie. Alcuni, poi, pensano che la decima sia un comandamento di Dio esplicito nel Vecchio Testamento e perciò un obbligo morale cui sottomettersi, in alcuni casi fino al calcolo matematico del 10% dei propri redditi. Tendenze simili non hanno nulla a che fare con la gratuità cristiana che abbiamo imparata e che proponiamo attraverso tutti i gesti di offerta. Come vivi l’idea di povertà della Fraternità san Carlo? Cerchiamo di viverla in un modo profondo e autentico, non moralistico ma vicino al cuore dell’esperienza umana. Lasciandomi educare alla povertà ho imparato che si tratta di concepire me stesso e tutto ciò che possiedo in funzione della missione che mi è stata affidata. Non ho mai abitato in una casa così bella come ora qui a Nairobi, né ho mai avuto una chiesa così bella come quella che abbiamo costruito qui. Però, mai come in questi anni, ho vissuto la povertà offrendo tutto me stesso, le mie energie e le mie sostanze, per la nostra missione, passando anche attraverso il resoconto finanziario personale, attraverso l’enorme lavoro dei conti delle opere parrocchiali, educative, caritative e L’Africa ha una sanitarie. Rendere conto a qualcun altro di ciò che si coscienza quasi è ricevuto è una immaintuitiva che tutto gine evangelica del rapquanto abbiamo porto necessario per crescere nella verità ed educi è stato dato carci all’incontro finale dal Mistero con Colui al quale dobbiamo tutto. È questo il metodo che stiamo cercando di insegnare alle persone, rendendole personalmente responsabili del gesto di gratuità e di educazione alla povertà della zaka e di tutte le altre raccolte. Qual è la risposta della gente? Puoi farci qualche esempio significativo? Dai lontani anni ’70, le conferenze episcopali dell’Est Africa hanno lanciato l’idea che si costruisce la Chiesa costruendo piccole comunità cristiane tra gente che vive nello stesso quartiere. Culturalmente, l’africano ha un bisogno primordiale di sentirsi parte di una comunità, che nella esperienza di molti coincide con la tradizionale famiglia estesa. Le jumuiye - così si chiamano in Kenya le piccole comunità cristiane - sono allora un punto di partenza formidabile per aiutare i cristiani a vivere la fede e la comunione tra loro. Alcune delle quattordici comunità di Kahawa Sukari stanno diventando dei piccoli gruppi di fraternità che, sul modello delle primitive comunità cristiane, tendono a condividere tutti i problemi e le difficoltà. La piccola jumuiya «Santa Caterina», costituita per lo più da coppie giovani, ha mostrato che ogni problema, se affrontato con la certezza della fede, si trasforma in

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Una strada di Kahawa Sukari (Nairobi, Kenya).

un’occasione di verifica della verità della fede stessa. La realtà è Cristo; dentro la realtà di qualunque avvenimento, alla sua radice, sta Gesù. E i fedeli della Santa Caterina ne hanno fatto esperienza. Non si sono tirati indietro di fronte a nessun fatto più o meno doloroso, ma lo hanno affrontato uniti pregando e condividendo quello che avevano, per poi vedere che il Signore agisce in un modo straordinario e sorprendente. Due persone anziane, nel giro di due mesi, si sono dovute sottoporre a un intervento chirurgico (un trapianto di reni e un’operazione al cuore) dai costi elevatissimi (possono essere eseguiti solo in Sud Africa o in India). Le famiglie e la jumuiya hanno organizzato un harambee. Ora ambedue i malati sono stati operati, sono tornati e stanno bene. Ci sono state altre occasioni del genere? I primi nove mesi dell’anno scorso sono stati costellati da altri avvenimenti molto dolorosi che hanno chiesto la mobilitazione e il contributo di tutti. In una famiglia che si era appena aggiunta alla comunità cristiana, la giovane moglie ha lamentato un improvviso e forte mal di testa. Ricoverata urgentemente in terapia intensiva, è morta il giorno dopo. La famiglia era sotto shock. L’ultimo nato è uno dei miei alunni di prima elementare. Tutta la comunità si è stretta attorno al marito e alla famiglia. Ho celebrato la messa in una atmosfera commovente nella nuova casa, stipata di gente, venuta a compatire col padrone di casa. Alla fine, egli ha chiesto di parlare a tutti: «È appena un mese che abito qua tra voi. È


CONSIGLI DI LETTURA >>

Diventare cristiani significa imparare un altro modo di pensare. L’intelligenza rinnovata in Cristo è capace di abbracciare nella comunione personale anche la materia dell’universo. È un pensiero organico, in grado di tener conto dell’insieme, di cogliere il significato delle cose, della storia, degli avvenimenti nella chiave della comunione realizzata in modo personale da Cristo. Ecco l’importanza di riconoscere la struttura simbolica del mondo, attraverso cui il visibile si fa comunicazione dell’invisibile e dà accesso al suo mistero.

Card. Tomáš Špidlík Marko I. Rupnik Una conoscenza integrale La via del simbolo Lipa 2010 pp. 270 - € 18

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incredibile che voi tutti siate qui stasera insieme a me. Mi chiedo: ma che razza di gente vive a Kahawa Sukari?». Il sacrificio di Gesù rende condivisibile ogni altro sacrificio. Charles è un altro membro della «Santa Caterina». Aveva già perso la moglie sette anni fa per leucemia. Durante le vacanze di Pasqua, la figlia maggiore Charlene, che già aveva autorevolezza in casa e che faceva da mamma Il sacrificio pur essendo appena diciottenne, improvvisamente si è di Gesù rende sentita male. È stata portata alcondivisibile l’ospedale d’urgenza: si tratogni altro tava di un aneurisma cerebrale che se l’è portata in cielo. sacrificio Era una studentessa della nostra scuola «Cardinal Otunga». Ho celebrato la messa, la sera, nel cortile di casa loro con una folla incredibile. C’erano anche alcune sue compagne di scuola. Tutta la piccola comunità cristiana di Santa Caterina era di nuovo lì. Si è fatta carico di tutti i bisogni, aiutando ad organizzare tutto quanto è necessario per delle esequie dignitose e cristiane, in una solidarietà e gratuità che sbalordiscono. Qual è la forza che nutre storie come queste? L’eucarestia. È il momento in cui il Signore dice: «Uomo, donna, non piangere! Sono io che busso alla tua porta, aprimi perché voglio condividere con te la mia morte ma anche e soprattutto la mia resurrezione».

LETTERE DALL’AFRICA «Non sono lezioni, è una vita» di Giuliano Imbasciati

Giuliano Imbasciati con un piccolo parrocchiano di St. Joseph.

Nairobi (Kenya), 28 agosto 2010 Caro don Massimo, nella scorsa primavera abbiamo cominciato a proporre il «raggio» (un incontro di catechesi) nella scuola superiore «Maurice Otunga», nella pausa pranzo tra le lezioni. Mangiamo insieme e poi teniamo mezz’ora di scuola di comunità. I partecipanti sono aumentati. Ci aiutano anche Veronica, insegnante, e Vittoria, una giovane svizzera che lavora per l’Avsi. Altri momenti che proponiamo sono la caritativa, le lodi due volte alla settimana e il coro per preparare i canti della messa a scuola.Vedo una rinascita in Gioventù studentesca e ne ringrazio Dio. Sempre a scuola, ho dato inizio a un corso di catechismo per alcuni studenti che mi hanno chiesto di approfondire la loro fede e di ricevere i sacramenti. Tutto è nato quando una ragazza non battezzata mi ha chiesto di sapere di più della fede cristiana. Ho invitato i ragazzi del catechismo anche a Gs, perché il tutto non si riducesse a delle lezioni, ma diventasse l’occasione per partecipare alla vita di una comunità cristiana. È nato anche «The Mantle of St. Joseph» un gruppo formato da circa 30 studenti delle scuole medie, condotto da Ettore. Preghiamo, cantiamo, leggiamo insieme la storia di Edimar e poi giochiamo. Ma non è finita. La scuola di comunità in parrocchia con alcuni giovani, iniziata qualche mese fa, sta prendendo piede e c’è un clima di amicizia fra di noi, favorito anche dalle cene insieme, dalla visione di film o dall’ascolto di testimonianze dei seminaristi e di don Alfonso. Insomma, è una vita, non solo un momento di incontro.

«Qualcuno ha pensato a me» di Ettore Ferrario

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Iringa (Tanzania), 10 settembre 2010 Cari amici, questa estate è stata un tempo di grazia. Abbiamo dato vita a una sorta di oratorio estivo, con giochi, canti, film e gite in montagna. L’iniziativa, che abbiamo intitolato: «C’è un uomo che desidera la vita e giorni felici» (dal Salmo 33), è nata durante la festa di san Giuseppe, nel maggio scorso, quando abbiamo invitato molti giovani delle superiori a lasciare il loro indirizzo, per essere contattati in occasione delle vacanze scolastiche. Così, con 54 ragazzi, è partita l’avventura, per la prima volta in dodici anni della nostra presenza a Nairobi. Più o meno spaesati, i ragazzi hanno trovato qualcuno che aveva pensato al loro desiderio di felicità, così soffocato e trascurato nelle innumerevoli ore di studio. «Cè qualcuno che ha pensato a me», ci ha detto Keith, in gita a Longonot, una montagna vulcanica che sovrasta la Rift Valley. Mark, giovane studente, ci ha raccontato di essere venuto nella certezza che la parrocchia St. Joseph gli avrebbe offerto qualcosa di bello. Kenneth, studente delle medie, capisce che seguendo qualcuno si è più felici. Carla è piena di domande. Alla fine della vacanza ci ha scritto una lettera di ringraziamento: «Siete un dono di Dio per noi». Carla è la settima di nove figli, quasi tutti da diverso padre. La madre non ne vuole sapere della Chiesa Cattolica e spesso proibisce a Carla di andare al gruppo delle medie «The Mantle of St. Joseph», che abbiamo appena avviato in parrocchia. «Adesso - conclude - so un poco di più che vivere con Gesù è più bello».


Devi dirmi dov’è questa casa dei fiori: / è da sempre che cerco la casa dove posso tornare, / devi dirmi dov’è, perché voglio venire anch’io, / non lasciarmi da solo. Claudio Chieffo, «La casa del melograno» 6

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MISSIONARIE DI SAN CARLO

Una casa che assomiglia alla vita a vostra è una casa di formazione alla vita consacrata e alla missione collocata nel quartiere di periferia di una grande città. Quando uno entra in questa casa deve vedere la bellezza. Deve capire che è un luogo di pace e di conversione. Un luogo di Dio». Questa frase, pronunciata dall’ingegnere che ha seguito i lavori, ci ha accompagnato passo dopo passo nelle scelte di costruzione della nostra casa.

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L’inizio La casa in cui oggi abitiamo è nella zona vecchia del quartiere Magliana di Roma, annessa a una piccola chiesa dedicata alla Madonna di Pompei. L’abbiamo ricevuta poco più di tre anni fa. Nei dieci anni precedenti al nostro arrivo era stata abitata da una casa di preti della Fraternità san Carlo (che ora si sono spostati nella zona alta del quartiere, dove è stata edificata una La casa nuova chiesa). Nei precedenti è il luogo in cui settant’anni, invece, era stata Cristo entra un convento dei frati cappucnella nostra vita cini d’Abruzzo. Al nostro ingresso era comper condurci pletamente vuota: oltre la nella sua soglia non c’erano che le mura e pochi armadi così vecchi e fragili che non si potevano spostare. Subito ci siamo rese conto che era necessario un grande lavoro di risistemazione. Alcune parti della casa erano rovinate e consumate dal tempo. Ma per noi, tutto era come nel suo momento iniziale. Il cammino delle prime Missionarie di san Carlo si era avviato da soli due anni; e la forma della nostra vita, i suoi tempi e i suoi spazi, si

La ristrutturazione di un edificio, la costruzione di una dimora: la testimonianza della comunità che da tre anni vive nel cuore del quartiere della Magliana a Roma. Povertà, bellezza e mattoni di tufo di Cecilia Benassi

andavano delineando proprio allora. Ogni elemento della nostra vita, dagli orari della preghiera e dei pasti fino ai colori dei muri o alla scelta delle piastrelle e degli armadi, era colto in questa luce iniziale. Tutto attendeva di essere plasmato perché si svelassero i tratti del nostro volto così come Dio, chiamandoci, li aveva pensati. La casa doveva essere il luogo nel quale Cristo avrebbe potuto pian piano entrare nella nostra vita per portarci nella Sua. Il luogo della vita comune, dello studio, della preghiera e del silenzio.Volevamo inoltre che, pur essendo una casa di formazione, essa nascesse già pensata per l’accoglienza.

Cose vecchie e cose nuove La nostra casa è fatta di cose vecchie e cose nuove. A partire dalle stesse mura: ci sono stanze vecchie e stanze nuove, mura di tufo di inizio Novecento, che risalgono al convento di frati cappuccini, e mura di cemento armato che abbiamo costruito negli ultimi due anni. Del passato che ci aveva preceduto erano rimasti alcuni segni. Tra questi, abbiamo voluto tenere tutto ciò che aveva un suo valore, una storia. Per esempio, il giardino interno alle mura della casa era molto diverso da come è ora. Su un terreno scosceso e brullo erano accatastati tanti mattoncini di tufo, consumati dal tempo, quasi ridotti a detriti. Abbiamo recuperato i pochi mattoni rimasti intatti e con essi abbiamo realizzato delle aiole, che ora circondano i nostri alberi di mandarini e limoni e ospitano delle margherite. In un’altra lunga aiola costruita in cortile, varie piante di rose s’arrampicano attorno alla statua della Madonna.


Se non è bello, se non diventa opera d’arte, il tocco che l’uomo porta sulle cose non è umano. Luigi Giussani FEBBRAIO

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Valorizzate e ripulite, le cose antiche che ci erano state consegnate potevano rinascere in un nuovo ordine, in una nuova bellezza. Ma non ci attirava l’idea di una bellezza appariscente. Lo stesso nostro ingresso in questa casa portava con sé il distacco da tante ricchezze che prima costituivano la nostra vita: gli amici, la famiglia, un lavoro retribuito e una gestione autonoma di noi stesse, dei nostri tempi e dei nostri spazi. Entrare in casa era stato un primo ma deciso passo di povertà.

In basso, un momento della ristrutturazione della casa. Pagina a fianco, vita quotidiana di alcune missionarie.

Una casa povera e bella Per i primi tempi, gli spazi della casa rimasero spogli. Non volevamo che l’horror vacui e l’avventatezza tipici del mondo in cui viviamo ci portassero ad affollare stanze e pareti in modo caotico e istintivo. Anche la casa doveva crescere dentro questa tensione di semNon volevamo plificazione della nostra affollare vita. Ai ragazzi del Clu nel stanze e pareti 1981, Giussani diceva che in modo caotico: bisogna diventare più poveri, ossia certi di alcune poche cose, grandi cose. E aggiungeva ma importanti che solo quella certezza dell’essenziale permette all’uomo di organizzare lo spazio e costruire un’architettura: «Se non è bello, se non diventa opera d’arte, il tocco che l’uomo porta sulle cose non è umano». Volevamo che la nostra casa fosse povera, perché in Cristo – e non in un accumulo arbitrario di oggetti – ci è stato promesso il possesso di tutto. E volevamo che ogni spazio di essa potesse richiamare la nostra memoria a ciò che ha conquistato la nostra vita.

Tutto ci è dato La povertà è per noi il possesso dell’essenziale. E quello stesso essenziale ci era donato: era il frutto della generosità di alcuni che hanno creduto nella nascita delle Missionarie e hanno sostenuto e finanziato la costruzione della casa. Tutto ci è dato, in questa casa: educarci a vivere la povertà e ad avere cura della nostra dimora significa fare memoria di una Presenza che ci dona tutto ciò di cui abbiamo bisogno, fino alle cose più concrete. Così, non ci interessa avere una grande quantità di cose, ma poche cose importanti, messe nel posto giusto. La nostra presenza deve essere una traccia della bellezza di Dio che non possiamo oscurare con lo sfarzo, né con la trasandatezza. Vogliamo che la casa in cui viviamo e accogliamo le persone sia semplice e decorosa. Vogliamo che le cose di cui ci circondiamo siano per la vita. Ogni scelta ben ponderata, fino a essere giudicata necessaria. Dal disordine creato dalla ristrutturazione (muri che venivano abbattuti, impalcature che si innalzavano e ingombravano gli spazi) lentamente si delineava un ordine. E noi sapevamo che quell’ordine nasceva grazie a dei volti ben precisi: il volto di chi ci aveva regalato le mattonelle per la pavimentazione dei bagni, quello di chi aveva regalato la nuova scala interna, la cucina, le sedie del capitolo o le librerie della biblioteca.

Come una cattedrale La chiesa dedicata alla Madonna di Pompei annessa alla nostra casa risale al 1901. Fino a non molti anni fa,

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essa si affacciava sulla stazione da un lato e sulla piazza principale del quartiere dall’altro ed era molto frequentata. Ora il centro della vita del quartiere non è più qui, e anche la vita parrocchiale si è spostata nella nuova chiesa dei Martiri Portuensi. Tuttavia, rimangono alcuni fedeli affezionati alla piccola chiesa. Sono per lo più anziani, testimoni di una generazione passata e di un popolo che riconosceva nella chiesa del quartiere una vera e propria casa. Le trasformazioni che questa chiesa ha subito nell’arco di un secolo hanno ogni volta segnato una novità nella loro vita e nella loro preghiera. Queste persone ne conoscono ogni angolo, si accorgono se cambi la statua di un santo con un altro, se sostituisci il basamento ligneo che sorregge san Giuseppe o se lucidi i marmi dell’altare. Furono proprio i sacerdoti della Fraternità che ci hanno preceduto in questa casa a far loro il più grande regalo, ritrovando e tinteggiando un’antica statua della Madonna color legno, molto simile alla Madonna di Pompei rappresentata nel quadro dell’abside (a cui i parrocchiani sono molto devoti). Il nostro arrivo ha costituito un grande cambiamento per la chiesa e per la vita delle nostre vecchiette. Sia per i lavori di ritinteggiatura e restauro che abbiamo avviato, sia per la nostra preghiera comunitaria, che si svolge in chiesa quattro volte ogni giorno. Ci hanno accolto con gioia. Invece di spaventarsi per il cambiamento, si sono rallegrate. Dicevano che con noi e i nostri lavori la loro chiesa sarebbe diventata più bella. Un giorno Anna, una di loro, si è avvicinata a noi stringendo nella mano una busta. «Questi sono i soldi che abbiamo raccolto per regalare una corona alla Madonna». Questo episodio ci ha fatto pensare a una cosa che spesso ci dice don Massimo: nel Medioevo, la stessa gente che per la maggior parte viveva in case modestissime, di legno, di fango, in capanne, innalzava a Dio una casa come a Chartres. Perché faceva questo? Perché sentiva che quella casa era fatta per richiamare a una luminosità della vita che avrebbe reso tutto più bello, anche l’andare a lavorare, anche la fatica della famiglia, la pesantezza delle condizioni sociali. Oggi noi siamo chiamati a lasciare nuove tracce di questa bellezza.


Gesù è venuto nel mondo perché il Padre ha amato il mondo. Anche noi siamo chiamati ad essere quello stesso amore. Teresa di Calcutta 8

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BOLOGNA

Offrire un caffelatte a Gesù

Una mattina alla mensa dei poveri: il racconto di una esperienza di caritativa che coinvolge i ragazzi delle scuole superiori, al fianco delle suore di madre Teresa

Bologna, 16 novembre 2010 Caro don Massimo, con alcuni ragazzi di Gs abbiamo cominciato a fare caritativa dalle suore di Madre Teresa. Andiamo a dare la colazione ai barboni, il sabato mattina, in una cappella del centro adibita a mensa dei poveri. Le suore arrivano alle otto e mezzo. Noi le aiutiamo a scaricare la macchina e con loro entriamo in cappella. Puliamo i tavoli, sistemiamo le sedie e apparecchiamo con scodelle di plastica, tovaglioli e cucchiai. Intanto alcune volontarie preparano il latte e il caffé in grossi pentoloni. I barboni entrano alle nove e prendono posto in modo piuttosto ordinato. A seconda delle mattine possono essere sessanta, settanta o anche di più. Prima di mangiare le suore li fanno cantare. C’è anche un sacerdote che legge il vangelo del giorno e lo commenta brevemente, poi fa recitare a tutti alcune semplici preghiere. Così si comincia a servire il cibo solo verso le nove e mezza, perché i barboni sono persone intere, corpo e anima, e come tali meritano di essere trattati. Aiutarli veramente, più ancora che dargli il pane, vuol dire ricordargli che la vita ha un senso e che siamo tutti nelle mani di un Padre buono. Naturalmente c’è qualcuno che non vuole pregare e si presenta giusto alle nove e mezza, sapendo

FEBBRAIO

Legami di carità di Fabrizio Cavaliere

Da Taipei a Washington, da Novosibirsk a Gerusalemme, la caritativa in cui i preti accompagnano ragazzi e adulti avviene spesso in realtà legate alle Missionarie della Carità di madre Teresa. È un coinvolgimento che inizia a volte dalle semplici pulizie dei locali in cui le suore ospitano i poveri, per arrivare al canto insieme. «Ci accomuna l’esigenza di rispondere ai bisogni dell’uomo, alla sete di bellezza che cerchiamo di appagare con la pulizia e la musica», racconta Giampiero Caruso, missionario in Siberia. Vivere un’ora ogni giovedì, per sei anni, in caritativa con i ragazzi di Nairobi presso una struttura delle suore di madre Teresa «è stata una impareggiabile palestra di carità», afferma Alfonso Poppi. E in quella amicizia, in cui anche le suore scoprivano il carisma di don Giussani, Alfonso vede uno dei semi da cui sono germogliate le realtà educative e sociali di St. Joseph. Il profondo punto di contatto tra i missionari e le suore di madre Teresa - nota Roberto Amoruso, da Washington - è l’insistenza sulla Presenza di Cristo in ogni persona. «Avere a cuore soltanto Lui è l’unico modo per annunciare Gesù anche qui»: di questo insegnamento Vincent Nagle, missionario in Terra Santa, si dice debitore alla preziosa comunità delle Missionarie della Carità di Nablus.

che comunque le suore gli daranno quel che danno agli altri. Proprio le suore sono la cosa più bella. Hanno un volto luminoso e sono sempre sorridenti, anche quando i barboni si comportano male o urlano le loro pretese. Davvero vedono Gesù in coloro che hanno di fronte. Mi hanno chiesto di dire una messa per loro alle sette di un sabato mattina. Sono arrivato puntuale, alle sette meno un quarto, e mi sentivo un eroe. Naturalmente suor Lucia era già sveglia. «A che ora vi alzate?», le ho chiesto. «Alle cinque meno venti, come in tutte le nostre case del mondo». «E cosa fate?». «Ci laviamo e ci vestiamo, poi, dalle cinque alle sei abbiamo la meditazione. Poi puliamo la casa e torniamo in cappella per l’adorazione e per la messa». Ecco il loro segreto, se mai fosse ancora da scoprire: è possibile riconoscere Cristo presente in tutti i posti e in tutti i volti, se Lo si riconosce presente anzitutto nel luogo fisico, oggettivo, che Lui stesso ha scelto come luogo della sua presenza, cioè nella Chiesa, nei sacramenti, nell’Eucarestia, nella compagnia guidata di coloro che Lui stesso ha chiamato. Mi sembra un insegnamento: solo la memoria del Fatto di Cristo apre a tutti i fatti della nostra esistenza. Ciao, Andrea Marinzi

Aiutarli veramente significa, più ancora che dare loro da mangiare, ricordare loro che la vita ha un senso e che siamo nelle mani di un Padre buono

Nella foto: don Andrea durante un incontro con i suoi ragazzi.


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