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MENSILE DELLA FRATERNITÀ SACERDOTALE DEI MISSIONARI DI SAN CARLO BORROMEO

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Anno XVI, n. 7 luglio 2012 - € 1,50

fraternitàemissione Poste Italiane S.p.A. - Sped. in Abb. Post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art 1, comma 1, LO/MI

www.sancarlo.org

foto Juan Fco. Marrero.

LA FRATERNITÀ SAN CARLO NEL MONDO: ALVERCA PORTOGALLO ASUNCIÓN PARAGUAY BOLOGNA ITALIA BOSTON USA BUDAPEST UNGHERIA CHIETI ITALIA CITTÀ DEL MESSICO MESSICO COLONIA GERMANIA CONCEPCIÓN CILE DENVER USA FROSINONE ITALIA FUENLABRADA SPAGNA GERUSALEMME ISRAELE GROSSETO ITALIA GROTTAMMARE ITALIA LONDRA GRAN BRETAGNA MILANO ITALIA MOSCA RUSSIA NAIROBI KENYA NOVOSIBIRSK SIBERIA PESARO ITALIA PRAGA REPUBBLICA CECA ROMA ITALIA SAN PAOLO BRASILE SAN QUIRICO ITALIA SANTIAGO DEL CILE CILE ‘S-HERTOGENBOSCH OLANDA TAIPEI TAIWAN TRIESTE ITALIA VIENNA AUSTRIA VIGEVANO ITALIA WASHINGTON USA

SCIENZA E FEDE

L’unità del reale di Jonah Lynch

l mondo è frutto del caso? Come scienziato, posso benissimo guardarlo come lo straordinario sviluppo di un principio cieco, una lotta fra gli esseri per la luce e per le risorse a discapito degli altri. È una lettura delle cose che non posso negare in base a puri principi immanenti e materiali. Insoddisfatto da questa "spiegazione", qualcuno parla del principio antropico, che punta il dito sull'unicità della terra e sulla straordinaria coincidenza di tanti fattori fisici che rendono possibile la vita umana. Questi fattori comprendono le costanti della materia, che, se fossero state differenti anche di pochissimo, non avrebbero potuto generare la stabilità di temperatura e la ricchezza di connessioni atomiche tali da produrre il carbonio, necessario per tutte le forme di vita che conosciamo. Si possono accumulare indizi che dicono che la terra è un luogo speciale. Ma, anche qui, gli indizi non ci costringono a concludere che la terra è opera di un creatore buono. Ci sono anche delle esperienze che ci suggeriscono che non tutto è materia e energia. Sono esperienze complicate, come l'amore, la coscienza, la libertà. Dove risiederebbe la sede della libertà, se tutto fosse materia? Nel cervello o nel cuore? Nel fegato? Nessuno è riuscito a dirlo. In realtà, già la domanda sembra una contraddizione, perché parlare di libertà vuol dire parlare di una cosa immateriale, che agisce però sulla materia, come le mie dita che scrivono. Qualcuno dice che la libertà, o la coscienza, siano un fenomeno «emergente»: se metti insieme abbastanza neuroni, a un certo punto riescono

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È tipico di Dio non imporsi alla nostra comprensione. Egli non ci obbliga a riconoscerlo

a guardare se stessi in azione. A me sembra un po’ come spazzare la polvere sotto il tappeto: non si vede più il problema, ma c’è lo stesso. Una volta uno scienziato mi ha detto che la libertà è un’illusione. Gli ho tirato in faccia il mio bicchiere di acqua. Al che mi ha detto che anche questo atto era determinato dalla mia cultura e dalla genetica, e che non l’avevo compiuto liberamente... Questo esempio ci conduce al punto. Ci sono, alla fine, poche strade fondamentali per interpretare la realtà. Il mio atto di fede è credere nell’unità del reale. Si può anche credere nell'irrazionalità ultima di ogni cosa, oppure credere che tutto è una proiezione della propria mente. Queste sembrano, però, strade poco eleganti, poco serie, specialmente quando osserviamo la straordinaria razionalità del mondo. In ogni caso, sono tutte degli atti di fede. È curioso il fatto che si possa interpretare la realtà in molti modi e, se ci si ferma ai particolari, si possono spiegare moltissime cose in modo puramente materialistico. Difatti, è tipico di Dio non imporsi alla nostra interpretazione. Il creatore non si impone alla nostra comprensione, non ci obbliga a riconoscerlo. È lo stesso stile che notiamo nelle parabole. Gesù si offriva alla libertà degli uomini, senza costringerli con ragionamenti ferrei. E anche davanti alla domanda esplicita, «Sei tu il Cristo?», rispondeva in modo misterioso. Vuole che aderiamo con tutto noi stessi, né come schiavi obbligati dalla Sua volontà né come schiavi intellettuali, costretti da un sillogismo che lascia fuori il nostro cuore.

PASSIONE PER LA GLORIA DI CRISTO


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Un po’ di scienza allontana da Dio, ma molta riconduce a lui. Louis Pasteur

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LUGLIO

Un cammino di conoscenza inesauribile, che lega studio e contemplazione. Intervista a José Medina, sacerdote della San Carlo a Boston a cura di Marco Sampognaro

SCIENZA E FEDE/1

Due amiche davanti a risto Rey Boston High School». «Salve potrei parlare con padre Medina?». «Purtroppo sta facendo lezione». «Va bene, richiamo domani». Il giorno dopo: «Cristo Rey Boston High School». «Salve, è libero padre Medina?». «Mi spiace, sta celebrando la messa…». Scienza e fede, appunto. Ma è solo un problema di metodo: bisogna chiamarlo direttamente al suo interno. Dopo qualche tentativo, ecco che risponde. «Ciao caro, come stai? Un’intervista su fede e scienza? Va bene, ho qualcosa da dire». José Medina, laureato in Ingegneria civile a Madrid, ordinato sacerdote a Roma, oggi è preside di una scuola superiore di Boston. Per molti anni ha insegnato fisica. Sì, potrebbe avere qualcosa da raccontare sul tema di questo mese. «Quando sono diventato prete, don Massimo Camisasca mi ha mandato in America e mi ha detto: secondo me tu devi fare il professore, però vedi tu. Io non avevo una gran voglia di rimettermi a studiare, però mi sono fidato e ho cercato di allacciare qualche rapporto nel mondo dell’educazione. In quel periodo è stato determinante l’incontro con David Schindler. Le sue lezioni, oltre a farmi tornare la voglia di studiare, mi hanno fatto conoscere alcuni autori, e in particolare von Balthasar, che mi hanno trasmesso un’intuizione folgorante».

«C

Di che intuizione si tratta? Che la verità non può essere mai esaurita, compresa, colta interamente. Questo mi ha colpito molto. Peraltro è un’intuizione molto presente negli scienziati, ma non nella scienza popolare, nella divulgazione. Facciamo un esempio. La forza di gravità. Si dice: gli oggetti cadono

Sulle spalle dei giganti di Raffaele Cossa

Alberto Magno, il santo patrono degli scienziati, maestro di san Tommaso d’Aquino, grande osservatore della vita animale, capace di guardare per ore nella sua cella un ragno tessere la sua tela, o di studiare per giorni la vita delle api nel giardino del convento di Colonia. Albert Einstein, il padre della relatività, il funzionario dell’Ufficio brevetti di Berna che ha rivoluzionato la fisica moderna, ma che metteva al centro di tutto il “senso del mistero” senza il quale l’uomo è come un morto, o un cieco. Antonio Stoppani, sacerdote, docente di geologia all'Università di Pavia e direttore del Museo Civico di Storia Naturale di Milano. Un prete che, in un periodo in cui si disprezzava tutto ciò che è diverso dalla conoscenza scientifica, ha affermato con forza che la scienza non è sufficiente per l’uomo per vivere, e che tuttavia può accompagnare e sostenere le domande esistenziali. Quando insegno catechismo, mi piace presentare questi esempi di persone profondamente religiose che sono state anche protagonisti della ricerca scientifica. I ragazzi sono aiutati a capire che tra fede e scienza non c’è inimicizia, ma, anzi, possibilità di aiuto reciproco. Come quando li porto a fare una passeggiata, e riconoscono nella natura un segno del Mistero.

fraternitàemissione M E N S I L E D E L L A F R AT E R N I T À S A C E R D O TA L E D E I M I S S I O N A R I D I S A N C A R L O B O R R O M E O Aut. del Trib. di Cassino n. 51827 del 2-6-1997 - DIRETTORE: Gianluca Attanasio REDAZIONE: Fabrizio Cavaliere, Jonah Lynch, Francesco Montini, Marco Sampognaro HANNO COLLABORATO: Roberto Amoruso, Massimo Camisasca, Michele Benetti, Luca Brancolini, Raffaele Cossa, Giovanni Fasani, José Medina, Stefano Motta, John Roderick, Stefano Tenti PROGETTO GRAFICO: G&C IMPAGINAZIONE: Fabrizio Cavaliere STAMPA: Arti Grafiche Fiorin, San Giuliano Milanese (Mi) REDAZIONE E UFF. ABBONAMENTI: Via Boccea 761 - 00166 Roma Tel. + 39 0661571400 - fm@sancarlo.org ABBONAMENTI base € 15 - sostenitore € 50 - C/C 72854979 IBAN: IT04T0351203206000000098780 OFFERTE c/c postale 43262005 codice IBAN: IT72W0351203206000000018620 WWW.SANCARLO.ORG


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Pensare è anche ringraziare. Martin Heidegger

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foto ESO/L. Calçada.

LUGLIO

José Medina, spagnolo, classe 1969, è preside della Cristo Rey High School, una scuola superiore di Boston (Usa).

alla verità perché c’è la gravità. È sbagliato! La teoria non è la ragione per cui gli oggetti cadono. La ragione per cui gli oggetti cadono è un mistero. Non la conosciamo. La causa del movimento è nel suo senso più profondo sconosciuta. La gravità è un grande mistero: sappiamo che c’è, ma non sappiamo perché ci sia. Facciamo un altro esempio: l’entropia. La termodinamica ci mostra che la natura va verso il disordine, non verso l’ordine. Che ha una capacità distruttiva, mai costruttiva. E allora l’ordine da dove viene? Come si spiega questa contrapposizione? Così, nell’insegnare scienza, la cosa più importante da tener presente è che ogni teoria descrive, ma non spiega. E ogni scienza ha dunque un aspetto di mistero. Non è solo una questione di parole? Chi insegna scienza deve essere molto preciso nella scelta delle parole che usa. Usando le parole sbagliate, si rischia di impoverire la realtà. Una riduzione è necessaria per formulare una teoria; ma deve essere sempre accompagnata dalla consapevolezza che la realtà è più grande. Quando Newton disegna un mondo in cui non c’è l’aria, è utile, perché aiuta a capire; ma può dare l’illusione che abbiamo capito tutto, e non è così. Comunque, c’è una persona attraverso la quale si capisce meglio tutto questo. Chi è questa persona? Albert Einstein. La sua grandezza è stata quella di mettere in discussione elementi considerati indiscutibili, come tempo e spazio. Ha rotto lo schema secondo cui il tempo e lo spazio sono assoluti. Anche lui poi ha rischiato di diventare schiavo della sua riduzione: per spiegare l’espansione dell’universo, indeducibile dalla sua teoria, ha introdotto una costante che faceva quadrare i conti. Ma alla fine della vita ha riconosciuto di aver sbagliato. Einstein è il più grande esempio di apertura di uno scienziato verso il mistero. È lo scienziato più religioso che sia mai esistito.

Raffaele Cossa, milanese, trentotto anni e una laurea in fisica. Da sei anni è in missione ad Alverca (Lisbona, Portogallo).

Roberto Amoruso, 48 anni, è poliedrico insegnante di religione, chimica e spagnolo in una high school di Washington (Usa).

Cosa vuol dire apertura della scienza al mistero? La scienza oggi viene ridotta a tecnologia e quindi a potere. A modalità per creare le cose o per usarle meglio. Ma la posizione originale dello scienziato non è questa: è quella di un uomo commosso davanti alla realtà. È una posizione di contemplazione, un atteggiamento virginale. Nessun meglio di Einstein ha espresso questa commozione, questo amore alla realtà così come è. Si tratta di conoscere la realtà sempre più a fondo, senza pretendere di possederla. I problemi nascono quando si tratta la scienza (ma anche la filosofia, la teologia…) come potere e non come commozione davanti al reale. E la fede? Se la scienza è questa commozione, fede e ragione, teologia e scienza non sono in contrapposizione. Il big bang e la creazione ci parlano della stessa cosa, pur con linguaggio diverso. Gli stessi dogmi sono un intendimento di cosa sia l’uomo di fronte al mistero. Il problema è che la scienza intesa come potere non accetta la compagnia della teologia. Invece potrebbe accettarla come un’amica che cerca di capire insieme a lei la realtà che sta davanti a entrambe. Esse sono originalmente in dialogo: vogliono capire di più e si aiutano, non vogliono essere l’una più potente dell’altra o provare gli sbagli dell’altra. Fede e scienza camminano insieme in un intendimento progressivo di conoscenza delle cose. Una bella immagine… E una bella sfida. Ma in essa la scienza deve riconoscere la sua incapacità a spiegare il perché, la ragione ultima delle cose. È come una barriera estrema, che alcuni scienziati invece rifiutano. E così facendo riducono la realtà alla loro spiegazione. Riassuma tre principi fondamentali da ricordare. Uno: l’uso delle parole è fondamentale. Bisogna imparare a usare correttamente le parole. Due: lo studio è contemplazione davanti al mistero della realtà. Tre: la verità è come una sfera infinita, inesauribile. Educare alla realtà vuol dire entrare progressivamente in questa sfera infinita, senza mai esaurirla.

Un solo desiderio di Roberto Amoruso

Insegno religione agli studenti di quarta superiore in una scuola cattolica di Washington. La domanda sul rapporto tra fede e scienza è una delle prime a emergere. Di solito, all’inizio dell’anno, chiedo ai ragazzi cosa si aspettano dal corso, quali aspettative hanno. Da lì cominciamo a ragionare un poco: se c’è un’aspettativa, infatti, significa che desidero, che voglio qualcosa. È un punto di partenza. Il rischio, infatti, è quello di partire dando per scontato un conflitto tra scienza e fede, in quanto risposte che si escludono a vicenda. Allora cerco di farli pensare. Sarebbe più facile dare una direttiva, o risolvere il problema al posto loro, ma questo non è il livello a cui voglio portare i ragazzi. Molti di loro si trovano per la prima volta davanti al loro desiderio: di scoprire le ragioni delle cose, ma anche il significato della vita. E questo desiderio è esat-

tamente ciò che unifica scienza e fede. Entrambe sono doni che non possediamo totalmente. La scienza è lo scoprire qualcosa di dato nel mondo fisico e nel mondo del pensiero, e la fede è lo scoprire come Dio sia presente e come sia maestro e compagno nella giornata e nella vita. In questo modo, anche gli studenti più scettici vedono che il punto di partenza ha una sua attrattiva ed è un’unità. Un giorno, quando un ragazzo voleva dimostrare che solo la scienza ha diritto di esistere, e che tutto è misurabile, ho lasciato cadere un libro sul suo banco. Un po’ teso, mi ha chiesto perché l’avessi fatto. Gli ho rovesciato la domanda chiedendogli come mai si aspettava una risposta da me e non dalla forza di gravità. Ha capito che c’era qualcos’altro in gioco che dalla scienza cominciava, ma che non poteva essere ridotto ad essa. Ha riconosciuto che l’orizzonte dell’aspettare, del desiderare, ha una dimensione che va ben oltre.


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LETTURE PER L’ESTATE >>

Massimo Camisasca Dentro le cose, verso il mistero La mia vita come un albero Rizzoli 2012 pp. 155 - € 8,90

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Jonah Lynch Il profumo dei limoni Nuova edizione riveduta e ampliata Lindau 2012 pp. 168 - € 12,50

Massimo Camisasca Amare ancora Genitori e figli nel mondo di oggi e di domani Ed. Messaggero Padova 2011 pp. 144 - € 14,00

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SCIENZA E FEDE/2

Per credere ci vuole il fisico Quando la missione è a scuola: testimonianze dagli States

LUGLIO

pacità di stare davanti alla totalità dei fattori, senza negarne uno perché non c’entra e sembra contraddire gli altri. E quando parlo della natura del tempo non cito sant’Agostino («se non me lo chiedi, so che cosa è, ma se devo spiegarlo non lo so»), perché tanto non sanno chi era, ma cerco di introdurli al punto di vista di Einstein, e poi li sorprendo citandolo: «Ci sono due modi di vivere: puoi vivere come se i miracoli non esistessero, o vivere come se tutto fosse un miracolo». La curiosità ci fa vedere, ma non basta; cerco invece di mostrare loro come stare davanti a ciò che la curiosità ci aiuta a vedere: occorre un lavoro, senza del quale non si va da nessuna parte e ci si trova solo un po’ più confusi di prima. Ma un lavoro comincia con un’ipotesi di lavoro, ed ecco il valore della tradizione, l’importante ruolo dei maestri. Ogni serio lavoro porta alla stessa, ultima, sorprendente conclusione: la realtà è mistero. Una volta che hanno accettato, magari con riserve, il fatto che il libro e la penna cadono allo stesso tempo e senza trucchi; una volta che hanno guardato il video di un astronauta sulla luna che lascia cadere un martello e una piuma, che toccano il suolo nello stesso tempo, eccetera, i miei studenti sono un po’ più aperti a riconoscere che la realtà indica l’esistenza di una spiegazione, ma che questa continua a sfuggire, nascondendosi un passo oltre. Insegnare fisica è il modo che mi è dato per introdurre i miei ragazzi al vertiginoso rapporto con la realtà e il suo significato ultimo, quel Mistero di cui tutto è fatto e a cui tutto punta.

NON È UNA DOPPIA VITA di Stefano Motta

«Ma come fai a vivere una doppia vita?». Questa domanda mi è stata rivolta, qualche tempo fa, da una donna musulmana di Washington, la quale aveva saputo dal padre di un mio studente che il professore di fisica di suo figlio era un seminarista. Incuriosita, era venuta a parlarmi. Mi

LA PENNA, IL LIBRO, IL MISTERO di Luca Brancolini

Lascio cadere contemporaneamente un libro bello pesante e una penna: un secondo di assoluto silenzio in classe si trasforma invariabilmente nel caos, in cui ogni ragazzo grida il suo sdegno: «Trucchi alla Houdini è quello che si ottiene ad avere un prete come insegnante di fisica»; «Tutti sanno che il libro deve cadere prima, perché è più pesante», e via delirando, in un modo che non smette mai di affascinarmi. Non è solo che i miei ragazzi sanno già tutto, come notava Mark Twain («Quando avevo quattordici anni, mio padre era così ignorante che potevo appena tollerarne la vista; ma quando ho compiuto ventun anni sono rimasto senza parole nel realizzare quanto era riuscito a imparare in quei sette anni»). Hanno quattordici anni, ma soprattutto non sono educati a partire dall’esperienza, a osservare e giudicare quanto sta davanti ai loro occhi. Anche in coloro che si dicono interessati alle scienze manca qualunque forma di curiosità, se non quella curiosità cerebrale che porta le mie ragazzine ad essere informatissime sull’ultima “fidanzata” di un cantante del gruppo OneDirection, ma indifferenti a come sta una compagna di classe. Insomma manca la curiosità che, come dice la parola, si prende cura di qualcosa. Il tentativo di ridestare la curiosità è buona parte di quello che cerco di fare in classe. Approfondendo la natura della luce (una “cosa”? Pura energia? Entrambe allo stesso tempo?) diventa più facile parlare di ragione come ca-

IN ALTRE PAROLE

Disf: la casa dell’umanesimo scientifico di Amerigo Barzaghi

Anni Sessanta. Padre Enrico Cantore, gesuita laureato in fisica, vola da Roma a New York per insegnare alla Fordham University e fare ricerca. Conosce Werner Heisenberg, diventano amici, e nelle loro frequentazioni prende corpo un ideale al quale Cantore dedicherà tutta la vita: elaborare i contenuti di un “umanesimo scientifico”. Anni Novanta. Due sacerdoti-scienziati si incontrano a Roma. L’uno, don Giuseppe Tanzella-Nitti è un astronomo già affermato, che sta iniziando a insegnare in una nascente Università Pontificia; l’altro, don Alberto Strumia è docente di meccanica razionale all’Università di Bari, ma si occupa anche di filosofia della scienza e di teologia. Dalla loro amicizia nasce il primo Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede, la cui versione cartacea va presto esaurita. Ma è solo la prima tappa di un’avventura che riprende e allarga il progetto di padre Cantore: viene

aperto un portale online di Documentazione Interdisciplinare, che si arricchisce via via di nuovi contributi: editoriali mensili, consigli bibliografici tematici, schede di approfondimento, biografie. Il sito web www.disf.org vanta oggi una media di oltre 150mila pagine consultate ogni mese da tutto il mondo, ed è strumento di una proposta formativa che è un unicum in Italia e non solo: un seminario permanente, su cicli triennali, indirizzato a giovani scienziati, filosofi, teologi interessati ad ampliare in modo critico il rispettivo bagaglio culturale, ponendo le basi per una riflessione interdisciplinare. Scienza, filosofia e teologia dialogano così a partire dall’unità del reale e del soggetto che lo indaga. E il punto sintetico è rappresentato dall’icona del Cristo Sapienza, che armonizza ed invera due esigenze profonde dell’uomo: la sete di verità e l’esigenza di ragionevolezza.


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BUONA VISIONE >>

Wim Wenders Pina Germania 2011 durata 100 min.

Frutto dell’amicizia tra un maestro del cinema d’autore e un genio della danza contemporanea, è l'omaggio di Wim Wenders a Pina Bausch divenuto un appassionato saluto (Bausch è scomparsa all’inizio delle riprese). Grazie alla tecnica 3D il regista berlinese affonda lo spettatore nella spazialità e corporeità del teatrodanza bauschano, travolgente, poetico e carnale ritratto dell’uomo contemporaneo.

LUGLIO

aveva confidato come le sembrasse strano che una persona in formazione per il sacerdozio potesse dedicarsi, al tempo stesso, ad una scienza; e che, viceversa, dopo aver conseguito una laurea in fisica un giovane potesse decidere di entrare in seminario. Innanzitutto, le ho descritto un aspetto della fisica che mi ha sempre affascinato: la natura ha un ordine che è possibile conoscere, anche se mai completamente. E che questo ordine esista e che si possa conoscere non è una cosa che abbiano deciso gli scienziati, i fisici o i filosofi, ma è un dato. Un dono. Alcune persone, nella storia, lo hanno scoperto, e molte di loro vi hanno addirittura individuato una prova dell’esistenza di Dio, che lascia intravvedere qualcosa di Sé attraverso la natura. Questo argomentazione, che a me sembrava piuttosto pregnante, l’ha lasciata perplessa. Ciò che le avevo detto era magari vero e interessante, ma quella risposta le suonava un po’ astratta, accademica. Voleva sapere qualcosa di più su di me, sulla mia esperienza di una vita religiosa da “fisico”. Così, ho iniziato a raccontarle la mia storia, dei miei genitori e dell’educazione cattolica che ho ricevuto, del fatto che la prima volta che ho pensato di entrare in seminario avevo undici anni, che ho molte volte cambiato idea e sono poi tornato indietro, di come ho iniziato a studiare fisica all’università e proprio durante quel periodo della mia vita ho incontrato le persone attraverso cui ho intuito la mia vocazione… Questa volta la mia nuova amica sembrava più soddisfatta, ma aveva ancora una cartuccia da sparare: «Che cosa pensi di Dio, che ti chiama e ti fa abbandonare la fisica, che ti ha richiesto tanto tempo e tanto impegno?». Questa affermazione mi ha fatto sorridere, perché in quel momento era lei ad essere astratta, e gliel’ho fatto notare. «Ma come? – ho ribattuto – Guarda come ci siamo conosciuti: il nostro incontro è stato possibile solo perché sto insegnando fisica in questa scuola, anzi è il motivo per cui sei venuta a trovarmi. Non ho mai abbandonato la fisica. Mi è solo sembrato di vederla andar fuori dalla porta, perché Dio la rimandasse dentro dalla finestra. Non cercare di separare due cose che nella mia vita, invece, stanno insieme? Inoltre, detto fuori dai denti, mi piace di più insegnare matematica e fisica che Sacra Scrittura…». Dopo aver riso un po’ su quest’ultima battuta, ci siamo salutati. Non ho più visto quella donna, anche perché abita lontano da qui. Penso spesso, però, a quell’incontro. Mi ha colpito, infatti, che una persona si scomodi per cercare risposta ad una domanda di unità fra due aspetti della vita che le sembrano inconciliabili. Sull’altro ver- >>

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CONTRIBUTI DI:

Tre maestri a confronto di John Roderick

Il mio primo incontro con il mondo scientifico fu sulla riva di un fiume. Avevo cinque anni. In estate trascorrevo il fine settimana nella casa dei nonni paterni, sul fiume Saint John. Mio padre mi spiegava l’origine delle rocce giganti che risalivano all’epoca della glaciazione, e dello stesso fiume, nato dalla forza e del movimento del ghiaccio. E mio nonno mi mostrava il processo delle maree analizzando il movimento delle barche che passavano davanti a casa. Dopo la laurea in chimica, frequentai un master in teologia, e poi entrai in seminario. Scoprii così che le prime pagine della Bibbia, la Genesi, rivelano in modo affascinante il rapporto dinamico tra fede e scienza. I racconti della storia della creazione, delle origini del mondo e dell’uomo, mettono in evidenza la dignità dell’uomo e la sua vocazione a rapportarsi con la natura, a entrare in un rapporto di conoscenza con tutta la realtà creata. Nel mio terzo anno di seminario sono stato destinato alla casa della Fraternità san Carlo a Bologna (essendo canadese è stato il mio “anno all’estero”). Buona parte della mia missione si è svolta in un liceo, dove ho insegnato scienza e inglese e ho guidato le attività pratiche del laboratorio di chimica e biologia. Con le varie classi, abbiamo realizzato ben cinquanta esperimenti: dall’analisi del sangue alla riproduzione del ciclo della vita delle drosofile (mosche), fino all’estrazione e all’analisi del DNA dei kiwi, per chiudere l’anno con l’analisi e la dissezione dei pesci, dei quali, l’ultimo giorno, abbiamo fatto una bella grigliata. Nel laboratorio di chimica invece ho introdotto gli studenti alla struttura atomica della materia: i diversi tipi di reazioni chimiche e la loro velocità ma anche il comportamento degli elettroni e i fattori che influenzano il pH di una soluzione. I laboratori hanno permesso ai ragazzi di scoprire la bellezza di conoscere la realtà. E mi ha fatto riflettere sulla missione di un professore di scienza: che in fondo è la stessa che Dio ha consegnato ad Adamo nel giardino della Genesi; e che mio nonno e mio papa avevano con me bambino. In ogni caso il maestro ha il compito di prendere lo studente per mano e di introdurlo alla positività della realtà, perché essa è buona e conoscibile.

Luca Brancolini. milanese, 49 anni. Insegna matematica, fisica e programmazione a Boston (Usa).

Michele Benetti, trent’anni, valtellinese, studia (e insegna) a Washington (Usa).

John Roderick, canadese, 29 anni, completa la sua formazione a Roma dopo un anno a Bologna.

Stefano Motta, seminarista brianzolo classe 1983, a Washington (Usa) per un anno.

A sinistra, foto K. Hodivala-Dilke & M. Stone. Pagina a fianco, Albert Einstein.


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Due eccessi: escludere la ragione, ammettere soltanto la ragione. Blaise Pascal

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>> sante, ho compreso che non sono io a unire diverse

parti della mia esistenza: l’unità è data, e la posso scoprire a poco a poco in un’esperienza viva.

Da sin. Giovanni Micco, Andrea D’Auria, Marku Merz, Sullo sfondo, il Belvedere di Vienna.

CHE COSA C’ENTRA DANTE CON LA FISICA? di Michele Benetti

Studiare fisica all’università è un percorso lungo e pieno di ostacoli, ma a un certo punto arriva alla conclusione. Il giorno che finii i miei esami, mi presentai dal professore con cui desideravo laurearmi. Non avrei mai pensato che mi avrebbe proposto una tesi su Dante Alighieri. Che cosa c’entra Dante con la fisica? Per molti niente. Per Marco Bersanelli, il mio professore, la lettura di quelle pagine contiene la radice profonda del fare scienza, e anche qualche intrigante segreto. Per farla molto breve, nei secoli precedenti il medioevo, il vero oggetto di interesse non era tanto la realtà in quanto tale, ma ciò di cui la realtà stessa è segno. Ancora per Agostino, la realtà ha senso nella misura in cui ci porta a contemplare il mistero di Dio. Il signum acquista significato solo se ci porta a contemplare la res. Dante stesso recepisce pienamente questa enorme tradizione: non è un caso che ogni cantica si concluda con la parola “stelle”. «E uscimmo a riveder le stelle», «puro e disposto a salire a le stelle» , «Amore che move il sole e le altre stelle». Esse sono il segno per eccellenza della possibilità di “salire” analogicamente da ciò che è creato al Creatore. Ma nella Divina Commedia c’è qualcosa di più. Questo concetto evolve, rimanendo allo stesso tempo fedele alla tradizione cristiana. La concretezza della realtà nella sua apparente e banale contingenza già rivela dentro al suo essere finito la presenza di quel significato misterioso. C’è nelle cose stesse uno splendore, che non solo mi attrae verso il Creatore, ma che è già presenza del Mistero da cui ogni cosa trae la propria origine. «La gloria di colui che tutto move / per l’universo penetra e risplende / in una parte più e meno altrove» (Par I:1-3). La gloria del Creatore penetra e risplende da dentro ogni angolo dell’universo, secondo la gerarchia stabilita. Sono parole che segnano una svolta e che trovano echi in quanto ha scritto un fisico ateo del secolo scorso, Richard P. Feynman: «Tutti possiamo vedere che un fiore è bello di per sé. Ma quando impariamo a conoscere le sue parti, come ogni petalo sia in funzione della forma complessiva, allora la bellezza del fiore splende ancora di più». La vera scienza, che è passione per il mondo così come si mostra, nei suoi rapporti anche matematici con l’universo, nasce dalla scoperta del valore del particolare. Ed è questa una scoperta immensa, che non dobbiamo prendere per scontata. Come mai solo all’interno di una cultura cristiana è nata la scienza? Altre culture avevano visto nascere maestose imprese di pensiero, collegate e necessarie alla nascita della scienza. I greci erano grandi matematici, la cultura cinese e quella egizia erano tecnologicamente avanzate. Ma nessuno aveva mai osato immaginare che proprio dentro alle cose come sono fatte si riflettessero le leggi che muovono il cosmo intero. Può essere irrilevante il fatto che Dio stesso non abbia disdegnato di farsi creatura? No, quello è l’evento che stabilisce un prima e un dopo nel rapporto degli uomini Dante Alighieri (Galleria degli Uffizi, Firenze). con la realtà.

VIENNA Un compito che ci risveglia di Giovanni Micco

Thomas è un padre di famiglia quarantenne che vive nella parrocchia di Vienna dove lavoro e, da circa un anno, vive sulla sedia a rotelle, essendo rimasto paralizzato dopo una caduta con il deltaplano. Per tenergli compagnia, abbiamo deciso di invitarlo a pranzo in casa nostra (siamo tre sacerdoti missionari che viviamo insieme) ogni mercoledì. Questo implica una serie di compiti: il mercoledì innanzitutto bisogna essere in casa; poi bisogna chiamarlo per sapere se viene, bisogna assicurare il passaggio della sedia a rotelle, occorre naturalmente preparare il pranzo e così via… Ho notato che la nostra casa si ridesta attorno a un compito comune. Prendendoci cura di lui, emergono le nostre debolezze e anche le nostre forze. È come una radiografia della nostra casa. Quando c’è Thomas, spesso la conversazione a tavola è determinata o dalla tensione a rimanere generici per rispettare la sua condizione, oppure da una sorta di pietà

verso di lui. Al contrario, il suo modo di affrontare i temi è sorprendente e disarmante. È solito ripetere: «Non ho quasi più nulla che mi possa essere tolto, quindi mi è più facile essere sincero». L’ultima volta che è venuto a trovarci, ci ha parlato della imminente separazione dalla moglie. I suoi problemi sono drammatici e pesanti, la sua vita quotidiana complicata. Anche accompagnare i bambini all’asilo è un’impresa ardua, e trovare le forze per alzarsi al mattino è una decisione per nulla scontata. In sua compagnia è molto più facile arrivare al punto decisivo della questione, che è un’alternativa secca: o il cinismo, o la preghiera. E la preghiera è l’unico atteggiamento adeguato per stare assieme a lui. Essa è ciò che tramuta la rassegnazione cinica o la compassione negativa in passione. La passione è la forma più vera della pazienza, capace di accompagnare l’altro, di portare l’altro, perché raggiunge la coscienza che nell’altro c’è la presenza stessa del Signore.


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La scienza va troppo lenta per me. Arthur Rimbaud

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LUGLIO

SEMINARISTI ALL’ESTERO

Un mondo da incontrare CILE CIABATTE ROSA E UNA CHITARRA di Giovanni Fasani

Al terzo anno, i seminaristi della Casa di formazione trascorrono un anno all’estero in una delle missioni della Fraternità. Che cosa fanno? Due esempi

In alto, Giovanni Fasani, 31 anni, con un gruppo di ragazzi a Santiago del Cile, destinazione del suo anno all’estero. Di lato: Stefano Tenti (a destra), classe 1981, romagnolo, di stanza (temporanea) a Denver (Usa).

USA PIÙ POTENTE DI ME STESSO di Stefano Tenti

Uno degli incarichi che mi sono stati affidati quando sono arrivato a Denver è stato portare la comunione a casa di anziani malati e in alcuni ospizi. Ho potuto così vivere più da vicino il mistero della donazione che Gesù fa di sé, della sua immensa potenza che si fa talmente piccola da starsene quieta nella pisside con cui raggiungo le persone sparse per la città. Ogni tanto negli ospizi incontro persone che decidono di non comunicarsi. A me dispiace e quasi rimango scandalizzato. Ma poi, mentre ritraggo l’ostia, capisco che ciò che in me è scandalo, in Gesù è dolore pieno di amore, lo stesso dolore che anche io gli provoco. Così prego perché il mio cuore si dilati, perché possa bruciare almeno di una piccola scintilla della Sua passione per quelle persone. Poco tempo fa sono andato a visitare un signore di poco più di quarant’anni, malato terminale di cancro al cervello. Dopo avergli dato la comunione, si è messo a piangere. Temevo fosse per il dolore. Mi ha confidato invece che quello che stavo facendo era importante per lui e che non si sentiva degno di tutte quelle attenzioni. La moglie, nel frattempo, era uscita dalla sala. Prima di andarmene, l'ho richiamata. È arrivata dopo qualche minuto, cercando di dissimulare i singhiozzi e di nascondere gli occhi lucidi. Mi sono commosso anch’io, ma sono riuscito a dire soltanto: «Arrivederci, tornerò presto a trovarvi». Pur impotente, ho detto loro che sarei tornato. Perché? Perché il corpo vivo di Cristo che stavo portando era più potente di me stesso. E portava già le ferite per le lacrime di quel malato e di sua moglie. Mi sono sentito così felicemente inutile che non ho potuto fare altro che ringraziare Dio per avermi chiamato a diventare sacerdote. La speranza che porto mi fa sentire inadeguato, ma al tempo stesso è illuminata di pace, perché è sostenuta da Lui stesso.

Ogni giovedì vado a trovare la signora Gricelda. Questa abuelita (nonnina) si è rotta l’anca qualche anno fa e da allora non può più uscire di casa.Vive insieme alla figlia sessantenne e passa le sue giornate pregando, seduta accanto alla finestra. Parliamo un po’: a volte non capisco bene ciò che dice (non ha più neanche un dente e il suo cileno è abbastanza stretto) e sua figlia mi “traduce” i passaggi più ostici. Ella si stupisce di come nei nostri dialoghi stia scoprendo una parte di sua madre che non conosceva. Ogni volta, a mezzogiorno, strusciando le sue ciabatte rosa, Gricelda va a prendere un libretto di preghiere ingiallito e recita con me l’Angelus. Mi racconta che lo fa da quando aveva sei anni. Un giorno mi ha detto che non le manca nulla: ha una figlia che la accudisce, ha da mangiare, dove dormire e un tavolo da cui prega per tutti gli uomini, per i vicini che non conosce e per le persone dall’altra parte del mondo. Parliamo spesso del paradiso e la figlia si commuove sempre. Quando vado via, Gricelda mi bacia sulla fronte e invoca per me lo Spirito Santo. Probabilmente non lo sa, ma il gesto più grande di carità, in realtà, lo sta facendo lei. Insieme a Ruben e Tommaso seguo un gruppetto di catechismo in una scuola elementare e media in un quartiere molto povero di Santiago. Ci troviamo una volta a settimana dopo le lezioni, cantiamo insieme, raccontiamo loro un episodio della vita di Gesù e giochiamo nel campetto della scuola. All’inizio ho fatto un po’ di fatica. La mia preoccupazione era quella di tenerli “sotto controllo” (è pressoché impossibile) e così perdevo di vista chi avevo davanti. Mi ha cambiato molto conoscere Nicolas. Lo incontravo sempre fuori dalla classe o nell'ufficio della preside dove fa i compiti. La mamma l’aveva abbandonato e poi era morta, il papà non l’ha mai accettato e il fratello è un mezzo criminale. Nicolas non vuole seguire il catechismo, ma un giorno mi ha chiesto di insegnargli a suonare la chitarra. Così, alla fine di una lezione intensiva di LA minore, si è fermato ad aiutarmi a mettere a posto. Dopo aver parlato un po’, mi ha steso con queste parole: «Posso farle una domanda? Lei è mio amico?». Io mi sono sentito morire e gli ho risposto di sì. In quell’istante ho capito che la mia risposta doveva essere vera e che fino a quel momento, ancora una volta, non avevo capito. Cristo mi stava chiedendo di essergli amico attraverso quei ragazzini. Prima di tutto, occorreva che io mi convertissi ancora una volta. A chi sto rispondendo? Che cosa sto amando di più? Il mio successo pastorale o Cristo morto e risorto per me? Questa è anche l'unica cosa che posso davvero offrire a Nicolas.


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Rimini, 19-25 agosto 2012. Si rinnova anche quest’anno il consueto appuntamento con la San Carlo, nell’ambito della kermesse riminese. Missionari e seminaristi incontrano gli amici presso lo stand della Fraternità, al padiglione A5. Vi aspettiamo!

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Notizie Flash a cura di Fabrizio Cavaliere

NUOVE DESTINAZIONI Roma e Vienna Vincent Nagle si trasferisce a Roma, per occuparsi delle giornate missionarie. Christoph Matyssek raggiunge invece la casa di Vienna. Si conclude così la presenza della San Carlo a Gerusalemme.

NUOVA CASA

fraternitàemissione

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L’INTERVISTA

Non siamo macchine a cura di Marco Sampognaro

uesta è scienza» è una delle frasi preferite da Gianfranco Basti, decano della Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Lateranense. Mons. Basti è un prete-scienziato, esperto di reti neurali e sistemi cognitivi, che studia (e insegna) i fondamenti della logica e della matematica. Ma soprattutto, è un uomo appassionato all’avventura della conoscenza, e che prende sul serio l’invito di Benedetto XVI ad “allargare la ragione”.

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foto Ianus Keller

APPUNTAMENTO AL MEETING DI RIMINI

Professor Basti, è possibile amare la scienza senza diventare materialisti? Certo, basta prendere la scienza per quello che è: non un’ontologia, non una metafisica. Le sue risposte sono ipotetiche, le sue certezze relative. Se uno chiede alla scienza certezze assolute, su cui poggiare la sua esistenza, sbaglia indirizzo. E finisce per cadere nel relativismo. D’altra parte è anche vero che l’uomo si è rivolto alla scienza perché la filosofia si è sottratta al suo compito. Napoli Don Gianluca Attanasio, don Stefano Lavelli e il seminarista Paolo Pietroluongo inaugurano a settembre la casa di Napoli. Lo storico Rione Sanità del capoluogo partenopeo sarà un nuovo luogo di missione della San Carlo in Italia.

CASA DI FORMAZIONE Ravenna Festival La Fraternità è stata invitata al Ravenna Festival, prestigiosa rassegna culturale estiva dedicata al rapporto tra Oriente e Occidente. Domenica 8 luglio don Massimo Camisasca terrà un incontro su "Natura e silenzio" nel chiostro della Biblioteca Classense. Giovedì 12 luglio, invece, il coro dei seminaristi eseguirà alcuni canti nella Chiesa di Santo Spirito, prima del "Concerto delle fraternità" diretto da Riccardo Muti.

Lei riparte da Aristotele e Tommaso d’Aquino. Ma non sono oggetti del passato? No. È vero che la scienza moderna (Cartesio, Galilei, Newton) nasce come una “rivincita” di Platone su Aristotele. E pone la matematica all’inizio di tutto: la realtà è “scritta in termini matematici”. Ma nel Novecento abbiamo assistito a un cambio di paradigma: la scienza della complessità, della non linearità, della quantistica, dei sistemi fisici chimici e biologici complessi, richiede dei fondamenti filosofici diversi. Esige una visione duale, materia e forma, della realtà, esattamente quella elaborata da Aristotele e da Tommaso. Il grande fisico americano Archibald Wheeler, maestro fra gli altri del Premio Nobel Richard Feynman, è stato il primo a cogliere questo aspetto recuperando la nozione di informazione come grandezza fisica immateriale (formale), proprio come la massa-energia è grandezza fisica materiale. Fisica e immateriale? Sì, la fisica di oggi non è più materialista. Esistono grandezze immateriali, come l’entropia o l’informazione (declinate poi in vari modi) che hanno a che fare con la logica, con relazioni che non sono materiali, perché misurano, rispettivamente, il disordine o l’ordine della materia e le loro variazioni nel tempo. Dietro vi sta una concezione evolutiva dell’universo, in cui l’informazione viene prima della matematica e della legge fisica, proprio come l’energia viene prima della massa e delle forze fisiche. Per questo universo è più adatta una concezione aristotelico-tomistica della realtà, con i suoi principi della materia e della forma. Cosa c’entra questo con la fede? Pensiamo ai concetti di anima e di persona. La persona è un’unità psicofisica. Cristo si è incarnato, la carne è stata elevata a dignità divina, non è una prigione come diceva Platone. Aristotele fu “battezzato” da Tommaso proprio per il suo concetto di anima come forma

Mons. Gianfranco Basti, decano della Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Lateranense.

del corpo, mentre Platone la pensava separata dal corpo (e magari reincarnabile). Ora, la persona come unione di anima e materia, dalla cui unità deriva il corpo vivente, trova spazio in questo nuovo paradigma scientifico proprio grazie al concetto di informazione. In che modo? Il cervello non è solo materia, ma materia ri-organizzata continuamente dalla forma. Ogni processo cerebrale è costituito da una scambio di materia e informazione, ed è l’informazione che ci costituisce nella nostra specificità, molto più che la materia. Per usare un’immagine di Tommaso, dire che il cervello è il soggetto dei nostri pensieri è come dire che è lo scalpello a fare la statua: chi fa la statua è lo scultore, anche se deve necessariamente usare lo scalpello. La persona non può pensare senza un cervello, ma non è il cervello a pensare, è l’intero soggetto umano. Ed è un soggetto in relazione: relazione orizzontale con la natura e la società, ma anche relazione verticale, con l’Assoluto. L’uomo infatti è capace di trascendere la sua appartenenza alla natura e al suo gruppo sociale, è questo è esattamente il concetto di persona. Quindi i computer non ci sostituiranno? Le neuroscienze cognitive erano partite dall’ipotesi di “intelligenza artificiale” paragonando il cervello a un computer; ma proprio in base alle evidenze sperimentali questa ipotesi è stata rigettata. È nato così il nuovo approccio intenzionale allo studio della mente, verso cui molti si stanno muovendo.


2012-VII  

http://www.sancarlo.org/it/wp-content/uploads/2012/08/2012-VII.pdf

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