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Numero 3

Sabato 15/04/2013

Vivi Don Bosco Magazine

Sommario Pagina 1  Il 5 x 1000 Pagina 2  Presentazione Ex – Allieve Barcellona Pagina 3-4  Essere donna oggi Seminario Pagina 5  Un musical per Main Pagina 6  Cos’è lo CSAIn Pagina 7  Calcio A5 Pagina 9  PGS Hodeir Pagina 9  Efficienza energetica dei tetti Pagina 10  Giovani, un futuro fragile Pagina 11 – 12 - 13  Lavoro: un futuro da precari? Pagina 14 Il fallimento della casta politica Italiana Pagina 15-16-17  Convegno: Gli scenari dell’interculturalità Pagina 18  Contatti

Con le opere di carità ci chiudiamo le porte dell'inferno e ci apriamo il paradiso-- Don Bosco Cos’è il 5x1000? Il 5x1000 è la quota dell’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche (IRPEF), che si può destinare, in sede di dichiarazione dei redditi, a favore di organizzazioni non profit e ad attività con finalità di interesse sociale. Il 5x1000 non costa nulla vale molto. Destinare il 5x1000 al FAI non ti costa nulla. Non è un’imposta aggiuntiva e non si somma all’ammontare dell’IRPEF. Se decidi di non firmare la stessa quota del 5x1000 resterà allo Stato. Il 5x1000 non costa nulla vale molto. Scegli di destinarlo all’associazione Vivi Don Bosco, servirà ad incrementare le strutture al servizio dei giovani e migliorare quelle esistenti, creando così veri e propri strumenti per togliere i giovani dalle strade formano buoni cristiani e soprattutto onesti cittadini


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N. 3 del 15 Aprile 2013

Presentazione Unione EX-Allieve ASSOCIAZIONE F.M.A.- MADRE MAZZARELLO DI BARCELLONA P.G. ( ME ) L’Unione Exallieve delle F.M.A (Ass. Madre Mazzarello) è un ramo della famiglia salesiana, promosso dall’istituto delle F.M.A. Il Rettor Maggiore, successore di Don Bosco,è padre e centro di unità. L’Unione è fondata sul Sistema Preventivo di Don Bosco, che si basa su tre pilasti educativi fondamentali: Ragione - religione e amorevolezza. Questo grande progetto pedagogico risponde, oggi più che mai,alle grandi aspirazioni della persona umana: la ricerca della verità, il bisogno di Dio, l’apertura alla relazione. In tale progetto Don Bosco viene affiancato da una grande figura carismatica, un vero e proprio ”genio femminile ”: Santa Maria Mazzarello. Essa, ”prendendosi cura”quotidianamente dei ragazzi a Lei affidateli, riempie con semplicità e gioia un grande tassello della grande famiglia di Don Bosco. FINALITA’ e ATTIVITA: L’associazione: a- Condivide e coopera alla missione educativa dell’istituto F.M.A. operando nei vari ambienti con il classico stile salesiano che lo caratterizza. Attività: impegno del recupero scolastico per i ragazzi extracomunitari per una migliore integrazione; impegno di recupero linguistico per adulti extracomunitari; collaborazione con altre associazioni all’organizzazione di convegni su temi dell’integrazione. b- Si impegna per la promozione e l’educazione della donna,la difesa della vita e della famiglia in collaborazione con altre associazioni cittadine. Attività: Convegni; Incontri;Tavole rotonde a tema. c- Favorisce e consolida fra le exallieve rapporti di amicizia e di aiuto reciproco, tenendo sempre presenti le exallieve che attraversano momenti particolari. Attività: Momenti di socializzazione vari; Gite; Rappresentazioni teatrali; Scuola di ballo. d- offre itinerari formativi affinchè le associate si impegnino in un cammino di fede profonda. Attività: -Lectio Divina; -Incontri formativi in prossimità dei” tempi forti” dell’anno liturgico; -24 di ogni mese: giorno di formazione e di preghiera – S. Messa ; -Convegno exallieve/i in comune; -incontri formativi vari; -studio e approfondimento del carisma salesiano. e- utilizza con intelligenza critica i mass-media come strumenti di trasmissione di valori. Attività: Convegni; Tavole rotonde; Incontri formativi f- Favorisce la partecipazione attiva delle exallieve alla missione salesiana del mondo. Attività. Laboratorio di Mamma Margherita. CONCLUSIONE. L’unione exallieve di Barcellona P.G. conta 55 tesserate e la maggioranza di esse partecipa attivamente alle iniziative dell’associazione. Un contributo alla crescita dell’associazione è stato dato dall’affiancamento e dal costante confronto con le F.M.A. che,condividendo il carisma salesiano, offrono tanta serenità e gioia, sono sempre presenti,aperte e disponibili e incoraggiano tutte le iniziative che vengano programmate dal consiglio. L’Unione exallieve di Barcellona P.G. è da considerare quindi una vera e propria ricchezza per il territorio e per la comunità educativa e sociale.

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N. 3 del 15 Aprile 2013

LA DONNA NELLA SOCIETA’ DI OGGI, ESSERE DONNA OGGI! “E finchè l’essere donna continuerà ad essere una cosa da cui fuggire, qualcosa di meno dell’essere uomo, anche tu sarai considerata meno.” Ariel Levy – Essere donna e l’emancipazione degli ultimi anni, donne che riscattano l’esclusione alla vita socio-politica, economico, imprenditoriale, di ricerca, studio, l’affermazione di ciò che si è. Dalle prime attiviste femministe alla semplice affermazioni di diritto. La società è poliedrica ed è “necessario” l’apporto al femminile. Eppure alla donna è stato fatto un ricatto o donna affermata o madre. Perché non la coesistenza dei ruoli. Abbiamo così assistito più che all’affermazione di un diritto alla rivendicazione di un ruolo ancora non metabolizzato dalla cultura occidentale. Chiaramente in altri contesti culturali siamo ancor più decisamente lontani. Eppure forse chi in questo momento risulta confuso è l’uomo moderno, che non possiede ancora le facoltà di emanciparsi dalla donna, è lui il debole, è lui il più fragile, il più immaturo, indifeso, che vede squinternato un prototipo culturale senza trovarne un altro pre – costituito. Quali differenze le donne oggi osservano tra sé e le proprie madri, quando avevano la loro stessa età? Il 60,1% delle italiane è convinta di una sostanziale continuità nei valori e sostiene che non vi siano differenze nella condivisione di principi etici solidi. L’ "osservatorio donna ha registrare i cambiamenti comportamentali proponendone i risultati all'attenzione delle istituzioni e dei media, con l'obiettivo di monitorare questo "viaggio femminile", consapevole dell'importanza che la donna ha avuto, Dai risultati dell'indagine condotta dalla Fondazione Schering e dal Censis, emerge un quadro generale che appare caratterizzato nello stesso tempo da una significativa continuità nella condivisione dei valori ma anche da una marcata trasformazione degli stili di vita. Eppure la vita delle donne è cambiata: l'80% ritiene di avere più libertà individuale della madre, il 76,7% cita la libertà sessuale, e la maggioranza sente di avere più aspirazione a realizzarsi sul lavoro (66,7%) di quanto ne avesse la madre. E' sugli stili di vita che vengono percepite le differenze più significative. Dal tempo libero (72,8%), alla vitalità culturale (70,3%), fino alla stessa spensieratezza (64,9%) e alla qualità della vita in generale (66,4%), le donne italiane sentono di avere conquistato notevoli possibilità in più rispetto alla generazione precedente delle madri. Una bibliografia eccellente colloca il panorama della donna complesso, da una parte una propulsione al cambiamento radicale del proprio essere donna, di contra una difficoltà immane ad una società estremamente compatta anche culturalmente a ritenere che l’utilità della donna è estremamente limitata. È inutile dire o riportare lo studio delle università europee, dove le donne concludono prima gli studi con voti brillanti, così come investire la donna nel management e in settori di dirigenza, la qualità al femminile emerge senza indugio. Ma è bello guardare ad un a donna che ha vissuto una lunga vita da Donna, e credo che abbia cambiato il corso della storia non solo come scienziato e il suo pregevole investimento nella ricerca, ma con l’autorità di una donna pienamente realizzata ha cambiato la cultura maschilista. Il 22 APRILE 1909 anni a nasceva a Torino una grande donna, Rita Levi Montalcini. Geniale, anticonformista, ribelle. Questo non sarà il racconto della sua vita ma una più semplice riflessione su come una donna di altri tempi possa diventare ed essere l’esempio per tutte le piccole grande donne di oggi. Forse non serve poi così tanto ma soltanto la volontà. Primo Levi l’ha definita “una piccola signora dalla volontà indomita e dal piglio di principessa”. Questa piccola signora è stata davvero in grado di cambiare le cose non solo nel panorama della ricerca e delle scoperte scientifiche ma anche nel mondo delle donne. Pur appartenendo ad una famiglia dominata dalla forte personalità del padre, dalla netta distinzione tra i ruoli maschili e quelli femminili, dalla convinzione che la carriera lavorativa di una donna non possa che essere in contrasto con il ruolo “predestinato” di moglie e madre, Rita Levi Montalcini decide di dedicare la sua vita alla medicina ed alla ricerca. Si scontra con la severa opinione del padre ma la sua “indomita volontà” non la ferma e la guiderà sempre anche nei momenti più duri quando da ebrea è costretta a scappare dall’Italia in Belgio e poi tornata in Italia a nascondersi in vari rifugi, sempre con un obiettivo preciso in testa e nel cuore:la ricerca e l’aiuto per gli altri.

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N. 3 del 15 Aprile 2013

“L’umanità è fatta di uomini e donne e deve essere rappresentata da entrambi i sessi”. Rita LeviMontalcini ha sempre affermato di sentirsi una donna libera. Ha rinunciato per scelta a un marito e a una famiglia per dedicarsi interamente alla scienza ma anche alle battaglie sociali come quella per la regolamentazione dell’aborto negli anni settanta portata avanti insieme al “Movimento di Liberazione Femminile” . Eroina di un femminismo di altri tempi, fatto non di sterili rivendicazioni sull’altro sesso ma di presa di coscienza e consapevolezza del proprio ruolo non attraverso parole ma attraverso fatti. Da donna credo che oggi il vero femminismo, quello rappresentato da Rita Levi Montalcini, non esista più, che sia stato sostituito dalla continua e sempre uguale affermazione da parte delle donne non di uguaglianza ma di superiorità rispetto agli uomini. Una continua e ripetuta ricerca del proprio ruolo che spesso passa attraverso la trasformazione degli uomini in stereotipi negativi, privi di sensibilità e di emozioni che non saprebbero affrontare il mondo con il cuore, che non saprebbero come le donne soffrire, sentire e condividere i sentimenti altrui. Un femminismo che a volte si trasforma nel peggior maschilismo, quel maschilismo tanto criticato proprio dalle donne. “Meglio aggiungere vita ai giorni, che giorni alla vita”. E come non crederle dato che ha dedicato tutta la sua vita a quello che spesso noi chiamiamo semplicemente lavoro ma che per lei è stata una missione e se anche la vista e l’udito sono cambiati nel tempo lei ha sempre sostenuto: “ Il corpo faccia quello che vuole: io non sono il corpo, io sono la mente”. L’augurio che faccio a tutte noi donne è quello di ritrovare e lottare per il vero femminismo e l’augurio per gli uomini è quello di conoscere donne “portatrici” di questo vero femminismo. Rispettando alterità la forza, che contraddistingue i complementi. Nessuno sia debole rispetto all’altro ma ciascuno riscopri ciò che è nella complementarietà dell’essere. Giorno 4/11 maggio 2013 seminario formativo per tutte le donne dai 18/99 anni che desiderano vivere una introspezione reale, un cammino alla ricerca di se stesse, raccogliendo le linee di frammentazioni ed unificare le risorse e le energie. Organizzato dalle exallieve delle Figlie di Maria Ausiliatrice, dalla FIDAPA sez di Barcellona P.G, dall’associazione Oggi Giovane, dall’associazione Vivi don Bosco e dalle Figlie di Maria Ausiliatrice di Barcellona P.G.. Il seminario che si svolgerà in due pomeriggi di maggio sarà supportato da professioniste che si metteranno a disposizione. Il gruppo di psicologhe: dott.sse Chillemi Tania, Giusy Alosy, Maria Rosaria, Genovese Roberta. La ginecologa /sessuologa dott.ssa Zanglì Francesca, nutrizionista la dott.ssa Giusy Bruno, esperta in Yoga dott.ssa Angela Vaccarino, sr. Marilena Mercurio, coordina i lavori la dott.ssa Longo Annalisa coordinatrice oratorio F.M.A. Mercurio M.

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Un recital per Main Main, come veniva chiamata dalle sue consorelle, fu la primogenita di sette figli di una modesta coppia di mezzadri, Giuseppe e Maddalena Calcagno, della parrocchia di Tramontana (AL). Nacque il 9 maggio 1837 e partecipò giovanissima al lavoro familiare. Iscritta all'Associazione delle Figlie di Maria Immacolata, vi insegnò il catechismo. All'età di 23 anni, fu colpita da una grave forma di tifo, che la cambiò non solo fisicamente. Decise così di imparare il mestiere di sarta e di aprire con un'amica, Petronilla, un laboratorio di sartoria per l'educazione delle ragazze. Grazie anche alla protezione e all'opera del parroco del paese, don Pestarino, altre ragazze ne seguirono l'esempio e diedero vita a una comunità. Nel 1864, conobbe Giovanni Bosco, in visita a Mornese, che restò piacevolmente colpito dalla ragazza. Fu lo stesso don Bosco, nel 1872, a sceglierla come iniziatrice dell'Istituto Figlie di Maria Ausiliatrice e nello stesso anno assunse i voti, assieme alle sue compagne. Nel 1879 la casa madre dell'istituto fu trasferita a Nizza Monferrato e vi morì nel 1881 all'età di 44 anni. Le sue spoglie riposano tutt'ora nel Santuario di Maria Ausiliatrice, a Torino. Alla sua morte, l'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice contava già 165 suore e 65 novizie sparse in 28 case (19 in Italia, 3 in Francia e 6 in America). All’Oratorio F.M.A. di Barcellona Pozzo di Gotto, sotto la direzione delle coordinatrici Longo Annalisa e Mary Crinò, gli animatori e leader dell’Oratorio stanno preparando un recital che porteranno in scena, presso il teatro dell’Istituto di Via Regina Margherita, giorno------ alle ore______. Per l’occasione anche un concorso di poesia, pittura e foto intitolato “Tu la conosci Main Un concorso a premi la cui finalità è proprio quella di far conoscere da dove provenga il carisma delle F.M.A. in quanto siamo convinti che si ami ciò che si conosce veramente….

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Che cos’è lo C.S.A.In. CSAIn: sport per tutti Lo sport è un bene prezioso, è educazione alla salute e influisce positivamente sulla qualità della vita. Lo sport per tutti è un elemento di unione e di aggregazione, si fonda sul rispetto e sulla partecipazione, non mira al risultato ad ogni costo ma ad una sana competizione. Lo sport per tutti è a misura di persona e tiene conto delle diversità e delle possibilità di ognuno. CSAIn: Cultura La cultura è la vita dell'uomo, la sua anima, la sua creatività, la sua socialità. A fianco al nucleo originario dello sport, allo CSAIn sono affiliate alcune associazioni specialistiche che fanno vivere e propongono contenuti culturali. I loro interessi spaziano in vari settori quali musica, canto, danza, poesia, teatro amatoriale, mondo della scuola, delle tradizioni popolari e dell’Archeologia. CSAIn: qualità del tempo libero Una attività che non si ferma allo Sport, vissuta ed interpretata da chi la pratica per soddisfare il piacere di muoversi, di fare, seguendo le inclinazioni per gli interessi più diversi: ecco così le attività di tempo libero, che spaziano dai confini dello Sport a quelli della Cultura. Il tempo libero è scoperta di ciò che è dentro ed intorno a noi, un modo per inventare gioco e sport. E’ fantasia di esistere, di esprimersi, è l'occasione per fare in libertà, ciò che più piace. CSAIn: promozione e turismo sociale Da alcuni anni fa parte della grande famiglia CSAIn, AES Italia, un’ Ente nazionale di promozione sociale, riconosciuto con decreto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, L'AES Italia ha finalità culturali, sportive, educative, ricreative, assistenziali e di volontariato. E’ un’organizzazione democratica che si prefigge di potenziare, coordinare e promuovere le attività culturali, sportive, ricreative e di turismo sociale al fine di ottenere la crescita culturale dei cittadini per un migliore impiego del tempo libero. CSAIn: comunicare per essere Saper comunicare le proprie idee e il proprio modo di essere, al giorno d’oggi è fondamentale in qualsiasi campo. E lo è ancor di più per un Ente come lo CSAIn, che si prefigge di unire ed aggregare nel nome dello sport e della cultura. TempoSport è il suo mensile ufficiale e dopo un periodo di pausa, ha ripreso le pubblicazioni a partire dall’aprile 2008. TempoSport è una delle tante idee che più di vent’anni fa ebbe un uomo importante nella storia dello sport italiano, un nome che è nella storia dello CSAIn, Romolo Giani. Dopo anni di silenzio era giusto che TempoSport ritornasse e merito va a chi nello CSAIn ne ha rilevato lo spirito. TempoSport non vuole essere un urlo: preferisce essere un sussurro. Desidera essere un contributo, senza aggettivi di quantità, al miglioramento di quella realtà culturale e sociale che è lo sport. Non c’è schema, non vuole esserci ritualità. L’obiettivo è soprattutto quello di essere credibili, perché ogni ragazzo in più che incontrerà lo sport, perché ogni ragazzo in più che migliorerà il suo rapporto con la natura e l’ambiente che lo circonda, perché ogni ragazzo in più che non avrà paura di confrontarsi con il teatro, con la musica, con l’arte, sarà un merito sociale acquisito.

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Calcio A5 serie D Barcellona P.G. Sconfitti ma mai arrendevoli Cala il sipario sulla stagione 2012/13, stagione avara di soddisfazioni calcistiche e travagliata per i colori bianco azzurri. L’ultimo posto in classifica sembra sentenziare una fallimentare annata agli occhi poco attenti. In una miriade di sconfitte, alleviate solo da intermezzi di buone prestazioni e due vittorie a spese della malcapitata Isola Tobia, ergono impetuosi aspetti che fanno ben sperare per le future annate: un terreno di gioco tutto nostro ed una nuova forma di umanità che pian piano è venuta fuori… forse un pò tardi per far capire ad ogni componente “salesiano” di far parte di un gruppo, di un’idea di squadra fuori dal comune. Nelle ultime tre giornate si è vista una formazione capace di esprimere una notevole quantità di gioco, una formazione capace di mettere sotto formazioni più blasonate che occupavano i primi posti in classifica, dimostrando a tratti di essere anche superiore, movimenti fondati più sulla qualità di gioco della squadra che sulla qualità dei singoli, queste prestazioni sembrano calcare l’idea di calcio A5 di Mr. Miano, idea che nel pre-campionato si era riuscita a mettere in atto nell’unica amichevole fatta e stravinta contro una formazione milazzese che ha chiuso al quarto nel proprio girone, come a dire che poi l’idea non era così tanto sbagliata forse bastava crederci di più. Ma non tutto il male vien per nuocere, la formazione sconfitta dopo sconfitta, dopo tanta sfortuna sia in campo che per arbitri di basso profilo (forse complice la posizione deficitaria in classifica), dopo infortuni ed abbandoni si è pian piano dimezzata, ma alla fine ha trovato una crescita dal lato umano che nessuna sconfitta potrà cancellare. La correttezza verso l’avversario e la coerenza mostrata dalla società sulla linea comportamentale da mantenere è stata la regola confermata da solo qualche insensata e stupida eccezione. L’anno di transizione, segnato da una preparazione incompleta e deficitaria a causa della costruzione del “centro sportivo Vivi Don Bosco”, si è concluso, presto la dirigenza si riunirà per stabilire la linea programmatica per il prossimo anno, per decidere la conferma o meno di ognuno dei componenti che hanno fatto parte di questa formazione, di certo vi saranno diversi addii, alcuni per la sopraggiunta età, altri per ricoprire altri ruoli in capo alla società e chi lascerà la formazione salesiana in cerca di nuove opportunità. Rimane il ringraziamento che la parte dirigenziale rivolge ai propri atleti, in primis a chi fino all’ultima partita ha dato il proprio apporto segnando goal su goal, a chi invece i goal li ha evitati, a chi si è speso accettando la dura realtà di una panchina affollata, a chi ha messo cuore prima delle gambe. Il ringraziamento si allarga a tutti quegli atleti che hanno, chi per un motivo e chi per un altro, dovuto riporre la propria maglia in un cassetto, a chi si è prodigato alla costruzione del centro sportivo, a chi ci ha seguito ad ogni partita e a chi ci ha dato modo, fra mille difficoltà, a chiudere il campionato in modo dignitoso e realizzare così l’impresa che umanamente sarebbe stata impensabile, arrivare alla fine con la convinzione di non meritare quell’ultimo posto, reazione ed umanità che alla fine ripagano pienamente dalle sconfitte subite. Ottavio Miano

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PGS Hodeir Campionato I Divisione Femminile

Fine di un sogno? Eccoci qua, a fare il resoconto di una stagione non ancora completamente conclusa (il campionato P.G.S. si sta ancora giocando) ma che ha visto crollare la speranza di conquistare la serie D femminile. L'incontro decisivo che ha visto la P.G.S. Hodeir fronteggiare la Polisportiva Barcellona '95, in casa propria, si è risolto con il punteggio di 3 a 1 a favore della squadra ospite. La partita ha avuto una partenza nettamente favorevole alla squadra di casa, con il primo set vinto agevolmente nonostante alcune difficoltà negli attacchi a banda. Il secondo e il terzo set hanno registrato un ribaltamento della situazione, con la squadra ospite che è riuscita ad aggiudicarsi i due parziali piuttosto facilmente contro un'Hodeir spenta, nemmeno lontanamente somigliante alla squadra brillante che si era vista in avvio di gara. Il quarto set ha visto l'Hodeir portarsi avanti di 5 punti sulla squadra ospite e questo fha fatto pensare ad una risoluzione positiva del set. Però il vantaggio è stato sciupato e dopo una fase in cui si è giocato punto a punto, nel finale la Polisportiva si è portata avanti chiudendo il quarto e decisivo set sul punteggio di 25-20 ed aggiudicandosi il secondo posto valido per la conquista dei play-off. All'Hodeir l'amarezza di non aver creduto abbastanza nelle proprie capacità, unite ad una partita in cui non tutto è andato come previsto, con la squadra che non ha potuto mettere in pratica il gioco, spesso brillante, dimostrato nel corso di altri incontri. Sicuramente gran parte del merito va alla squadra ospite, nonostante la giovane età delle sue giocatrici, che ha dimostrato carattere ed opportunismo. Il nostro "in bocca al lupo" a loro per il prosieguo della stagione. Adesso i nostri sforzi si concentreranno sul campionato P.G.S., in cui la squadra si sta comportando egregiamente portando a casa tutti risultati favorevoli (tutte le partite sono state finora vinte con il punteggio di 3 a 0), probabilmente agevolata dalla difficoltà non certo alta del campionato stesso, almeno in questa fase provinciale. Obiettivo della squadra sarà la vittoria del torneo regionale nella categoria libera femminile a Kastalia, che si terrà nel villaggio turistico ragusano dal 30 maggio al 2 giugno. Speriamo di non mancare il bersaglio stavolta! Keep fit and carry on! Nunzia Parisi Classifica dal sito www.fipavmessina.it Pos. Squadra 1 2 3 4 5

A.S. PALLAVOLO OLIVERI POL. BARCELLONA '95 P.G.S. HODEIR POL. NINO ROMANO STEFANESE VOLLEY NOI VOLLEY-STELLA 6 TIRRENO

Punti Giocate Vinte Perse S.F. S.S. Q.S. P.F. P.S. Q.P. Penal. 25 25 22 12 4

10 10 10 10 10

9 8 7 4 2

1 2 3 6 8

28 27 24 14 8

9 8 11 19 28

3,111 3,375 2,182 0,737 0,286

2

10

0

10

4

30

0,133 574

8

866 822 803 673 547

719 603 604 711 828

1,204 1,363 1,329 0,947 0,661

0 0 0 0 0

820 0,700

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L’efficienza energetica dei tetti giardini Affacciarsi dal sesto piano di un palazzo in città, non scorgere tegole, antenne e gazebi abusivi… ma verde, fiori e panchine… Un sogno? No, è la sfida più ancestrale del mondo, a cui aspiravano i babilonesi nell’antichità, non di difficile realizzazione: si tratta dei tetti-giardino. I giardini pensili di Semiramide di Babilonia sono noti fin dal VI secolo, e vengono sempre citati come una delle sette meraviglie del mondo. Anche a Atene e nella Roma antica venivano creati giardini pensili sui tetti tradizionalmente piatti; in Islanda o in Norvegia, da secoli vi è l'abitudine di rinverdire i tetti per sfruttare l'effetto isolante delle zolle di erba e della torba. I tetti-giardino, tanto piani quanto inclinati oggi, rappresentano eccellenti soluzioni di grande miglioramento ambientale, in grado non solo di creare spazi fruibili e di riqualificare ambiti urbani, ma altresì di ridurre il fabbisogno energetico degli edifici, coniugando vantaggi di carattere paesaggistico ed economico. Tuttora le coperture a verde, in Italia, sono considerate come qualcosa di singolare, perchè non per tutti è cosa ovvia che un tetto piano si possa realmente inverdire o che non debba, per forza, essere di lamiera, ghiaia o cemento. In Germani, Giappone, Austrialia e Stati Uniti, durante gli ultimi 10 anni, il 10% dei tetti costruiti sono tetti verdi. Nella stessa Germania,un sistema di punti concede una riduzione della tassa ambientale ai promotori immobiliari che progettano case con tetti verdi. A Berlino, ad esempio, la città prende a suo carico il 60% delle spese legate ai tetti ed all'impianto di trattamento delle acque pluviali. L'arrivo di nuovi sistemi di coltura più leggeri e le nuove sfide ambientali hanno rilanciato l'interesse per questi tetti. Si parla ora di tetti che aggiungono qualità della vita alle costruzioni residenziali-urbane. In Francia e in Italia, il concetto è quasi sconosciuto nonostante tutto i vantaggi sono numerosi e gli svantaggi quasi assenti. Assorbendo il calore, i tetti verdi riducono l'utilizzo degli apparecchi di raffreddamento degli edifici, oltre a filtrare l'aria inquinata, eliminano le particelle in sospensione nell'aria e l'anidride carbonica. Durante gli episodi di forti piogge, le città hanno spesso delle difficoltà ad evacuare l'acqua. Una superficie sufficiente di giardini sospesi aumenta considerevolmente l'assorbimento dell'acqua pluviale, alleviando così la rete fognaria. L'acqua accumulata e trattenuta dal verde pensile rimane a disposizione e viene assorbita dalla vegetazione oppure evapora, in funzione della temperatura, dalla superficie. I processi d'evaporazione ed evapo-traspirazione (l’H2O ceduta dalle piante all’ambiente attraverso il sistema fogliare) contribuiscono ad abbassare i picchi delle temperature dell'ambiente circostante portando concreti vantaggi sia a microscala (singolo edificio), sia a macroscala migliorando il benessere ambientale, riducendo l'effetto di isola termica e diminuendo sensibilmente la temperatura della città in estate. Più le superfici e i suoli degli insediamenti urbani risultano impermeabili e sigillati, maggiore è la sensazione di disagio percepita a causa del riscaldamento delle superfici.Una semplice diminuzione di 1°C della temperatura di superficie elimina il 5% della richiesta di elettricità per la climatizzazione e il raffreddamento degli ambienti. Si ottengono anche importanti riduzioni dell'inquinamento acustico all'interno degli edifici,oltre che riflessione acustica all'esterno. Le superfici lisce e rigide delle coperture tradizionali riflettono il rumore proveniente dall'esterno (rimbombo, riverbero, amplificazione del "rumore di fondo" urbano) e non offrono sufficiente barriera alla trasmissione del rumore all'interno degli edifici. La struttura a verde pensile, al contrario, presenta superfici non omogenee ed è costituita da materiali con valenze di assorbimento acustico (vegetazione, substrati, feltri, presenza di acqua) che abbattono la riflessione esterna e la trasmissione attraverso le coperture. In Germania, Austria e Danimarca sono state adottate coperture a verde pensile in prossimità di installazioni aeroportuali per ridurre l'inquinamento acustico al di sotto di determinate soglie. I tipi di progettazione di coperture vegetalizzate sono principalmente di due tipi: il verde estensivo e il verde intensivo. Il verde estensivo è un rivestimento semplice, economico e ideale sia per tetti piani che inclinati. Ha una capacità di carico ridotta in quanto la sua vegetazione è di tipo superficiale pari a 15/20 cm di profondità Il verde intensivo è invece applicabile sui tetti piani con portanza superiore ai 150 kg. In questo caso la varietà vegetativa sarà enorme e si tratta di una vera e propria conversione del terrazzo in un ambiente ricco di piante, panchine, campi di gioco… Recenti studi hanno poi evidenziato che le coperture a verde abbattono quasi al 100% le onde elettromagnetiche: ripetitori TV, cellulari, ecc. Ma qui serve una doverosa precisazione: il tetto verde può andare bene per case nuove, ma non è certo economico metterlo sul costruito esistente. Richiede delle cure. Infatti va innaffiato se non piove da settimane, è più costoso di quello tradizionale e può essere messo a dimora solo se la struttura portante regge carichi che vanno da 100 kg (tetto inclinato) ai 300 kg (tetto piano con giardino a piccoli arbusti) al metro quadro. Interessanti risultano gli studi dell’Università di Stanford, che attraverso il monitoraggio delle temperature di New York tra l’ottobre 2008 e il maggio 2009 e tenendo sotto controllo i valori della temperatura atmosferica in 4 diverse aree della città hanno costatato che le zone più fresche erano quelle coperte di piante o dipinte di bianco. Dipingere di bianco infatti renderebbe riflettente la superficie ai raggi del sole: un’ottima soluzione là dove i tetti verdi non si possono realizzare. Considerando il vasto patrimonio edilizio esistente in Italia, il quale occupa purtroppo una grande porzione del territorio diminuendo del tutto le aree verdi, per rendere fattibile e vincente l’idea del risparmio energetico sarebbe opportuno intervenire su più punti della bioarchitettura e fa si che l’inverdimento dei tetti andasse a braccetto con altre strategie atte al miglioramento e alla sostenibilità ambientale.

Arch.Junior Sara Spinella

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I giovani e l’inquietudine di un futuro fragile In Italia la riflessione sulla questione giovanile è scandita dalle tristi statistiche su disoccupazione o precarietà o su quei 2 milioni e 200mila sospesi nel limbo del non studio e del non lavoro. I giovani sono pochi, quasi una specie protetta, e soprattutto contano poco. Descritti più come un'assenza che una presenza attiva di cui tenere conto. Vale la pena provare ad andare oltre gli usuali indicatori per scomporre e ricomporre i dati del dramma giovanile. A partire da 3 ricerche, tre diversi punti di osservazione. Il primo è rappresentato da oltre 3.300 giovani clienti di una grande banca nazionale, tra 18 e 34 anni, intervistati sulla crisi. Si parla sempre dei giovani come economicamente deprivati. Ci siamo chiesti invece come vivano questa fase storica i figli di quel ceto medio risparmiatore oggi stretto tra debito e costo della vita. Sono per lo più giovani adulti occupati, il 66% ha un lavoro e guadagna un reddito, e patrimonializzati visto che il 44% risparmia oltre il 20% del reddito: non poco di questi tempi. Insomma chi è riuscito a fare il salto nella società adulta. Bene, né il gruzzolo né il lavoro ormai bastano più ad acciuffare il futuro. Il 54 % di loro giudica il proprio reddito insufficiente e il 41% ha visto peggiorare le condizioni della famiglia negli ultimi quattro anni. Su tutto temono il futuro, per loro un'ombra da cui fuggire più che la meta verso cui procedere: il 37% risparmia per far fronte ad imprevisti non per costruire un percorso di crescita. Il 55% vede il futuro pieno di rischi e incognite e il 75,2% giudica peggiore la situazione futura dei giovani rispetto ai genitori. I due rischi più paventati nel diventare adulti sono disoccupazione (34%) e povertà (33%). Sono intrappolati in un presente che vedono come il tritacarne di un passaggio epocale che la società adulta stenta a dominare e pensare. E reagiscono mettendo al primo posto nella scala dei valori famiglia e posto fisso. Hanno sviluppato una coscienza triste dell'insicurezza. Inseguono la stabilità eppure, per migliorare la propria condizione, il 76,1% si trasferirebbe in un'altra provincia, il 65,7% in un'altra regione, il 54,2% espatrierebbe. Mettendosi sotto sforzo: il 91,1% è disponibile a straordinari, l'80,8% a rinunciare ai consumi, il 61,8% a fare un secondo lavoro, un quarto a lavorare in nero. Il 75,5% è convinto che l'unico modo per fare carriera è trasferirsi all'estero. Un adattamento passivo più che un problema di aspettative troppo alte. Il 46% vive ancora con i genitori: di questi il 55 % per motivi economici. Familisti mediterranei? In parte si; ma anche persone che valutano razionalmente l'autonomia come rischio di povertà. Anche nell'anglosassone e individualista America sta aumentando il doubling-up delle famiglie, ovvero la presenza di adulti e giovani non studenti oltre al capofamiglia. Anche il secondo punto di osservazione, l'indagine della fondazione Toniolo su 4.500 giovani italiani mette al centro il tema dell'adattamento alla crisi. Con sullo sfondo l'enorme tema della contraddizione tra una popolazione giovanile con investimenti formativi fuori squadra rispetto alla capacità di assorbimento del sistema produttivo. E il conseguente adattamento al ribasso: uno su due si adegua ad un salario più basso di quello che considererebbe adeguato e il 47% a svolgere un'attività che non è coerente con gli studi. Solo il 33% dei laureati svolge un lavoro coerente con quanto studiato. E il 77% dei maschi tra 18 e 29 anni dopo un periodo di autonomia sono tornati a vivere in famiglia. Sono solo "schizzinosi" o abbiamo un problema grande come una casa non solo sul lato delle famiglie e della scuola ma anche sul lato dell'adattamento del sistema produttivo all'economia della conoscenza? Questione grande che ha a che fare con il sentiero di uscita dalla crisi del nostro capitalismo. Tema che ritroviamo anche tra quei giovani che hanno tentato la strada dell'ingresso alto nel mondo del lavoro, tra le professioni sia tradizionali che del terziario digitale e creativo. Con un doppio lavoro di ricerca sulle due grandi concentrazioni metropolitane del lavoro della conoscenza, Milano e Roma, emerge in tutta evidenza la forza di una frattura generazionale che sta travolgendo le tradizionali distinzioni tra chi ha un ordine e chi non ha altro che la sua partita Iva con l'incognita del ruolo che potrà avere la nova legge sul riconoscimento delle professioni non-regolamentate. C'è in fondo più somiglianza, nelle difficoltà, tra un giovane designer e un giovane avvocato di quanto ne passi tra un praticante e il dominus di un grande studio. È il mercato bellezza, qualcuno potrebbe sostenere. Salvo che la crisi sta divaricando la forbice a tal punto che oggi a Roma il 76,9% dei giovani (fino a 30 anni) avvocati, architetti, ingegneri e il 46,7% dei loro colleghi trentenni (30-39 anni) guadagnano meno di mille euro al mese. A Milano il 60% dei giovani professionisti si identifica con l'etichetta sociale di precario; a Roma il 72 per cento. Nella capitale il 54% dei giovani professionisti giudica negativa la propria condizione economica e il 26,4% vorrebbe passare da autonomo a dipendente. In entrata nel mondo del lavoro il 51% dei giovani professionisti romani è favorevole alle modifiche dell'art. 18 e ben l'85% al contrasto delle "finte partite Iva" nella riforma Fornero. Insomma, voglia di rottura degli equilibri e richiesta di tutele convivono. Il problema dell'oggi, dei giovani davanti alla crisi, non si limita dunque alle condizioni di accesso al mercato ma al fare società, a come sviluppare cooperazione trasversale per sostenersi mutuamente. In assenza della quale non resta che adattarsi o fare esodo. Non lasciare i cittadini del futuro dentro questa tenaglia dovrebbe essere l'obiettivo da darsi. A loro i miei auguri. Ne hanno bisogno.

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“Giovani e mondo del lavoro: un futuro da precari?” Il futuro negato dal corruttori sociali. 1 - Giovani e lavoro: il contesto Il lavoro flessibile, che pian piano si sta sovrapponendo al sistema di lavoro taylor-fordista, coinvolge nelle sue novità sia positive che negative soprattutto i giovani. Proprio loro si misurano con un nuovo paradigma dei processi produttivi in un mercato competitivo in quella che il sociologo Manuel Castells chiama la società della rete. Penso che il passaggio di secolo segni una linea di demarcazione. Sono tante le cause: la globalizzazione, i flussi migratori, le innovazioni tecnologiche, le riorganizzazioni aziendali. Un tempo le imprese si ispiravano ai modelli altamente standardizzati e centralizzati del fordismo e della sua produzione di scala simbolizzato dalla FORD: “Un tipo di macchina, nera, per tutti”. Oggi esistono sistemi flessibili che permettono di costruire su ordinazione del cliente come ad esempio è stato lo Swatch: “un orologio, diverso, per ognuno”. Così l’azienda non ha più bisogno di prevedere la quantità di merce, ma si concentra sui gusti dei consumatori. Nel frattempo sono cadute le barriere che legavano il lavoro ai territori che abitava: la città e la campagna, il centro e la periferia. Ognuno aveva ambienti precisi: i campi, le fabbriche, i palazzi dell’amministrazione pubblica, i grattacieli del business. Oltre allo spazio cambia la misura temporale tanto che Luciano Gallino sostiene che siamo entrati in una società aperta 24 ore su 24 per 7 gironi alla settimana. Un sistema che ambisce alla globalizzazione ma che di fatto non c’è. Perché tutti sappiamo se manca un’etica professionale, che essa sia di mercato che rigetta il concetto di mercificazione, un’etica finanziario/economica che guarda ai processi di bussines come grande affare di mercato dove più attori sono coinvolti meglio è nel rispetto delle regole economiche che danno stabilità ai mercati ai popoli coinvolti. Oggi no, l’etica cede il passo alla cecità individualistica, arrivista. I giovani affrontano tutti questi cambiamenti senza potersi basare sul background esperienziale dei loro genitori, che si sono avvicinati al lavoro in un contesto estremamente differente, né tanto meno su un bagaglio proprio di professionalità e knowhow che si acquisisce con il tempo. In questo scenario stiamo oggi affrontando una sfida: la flessibilità lavorativa che per l’entrata nel mondo del lavoro è una possibilità non deve diventare precarietà a “tempo indeterminato”. CI sono dati contradditori: da una parte, come viene descritto da “Rapporto Giovani”, la Sesta indagine dello Iard sulla condizione giovanile in Italia, emerge che le nuove generazioni si confrontano con il sistema lavorativo in modo realistico. Rispetto all’inserimento lavorativo i giovani non sono spaventati dalla “frammentazione attuale del mercato lavorativo”. Dall’altra parte, però, alcuni sociologi osservano che in Italia «i giovani assorbono quasi interamente la flessibilità del mercato del lavoro, soprattutto quelli fino a 24 anni. Il contratto a tempo indeterminato è la modalità tra l’80% e il 90% per gli adulti, ma solo per il 36% dei giovani a 24 anni e per il 68% dei giovani fino a 34 anni» (in “Il lavoro che cambia. La più vasta ricerca sui lavoratori italiani”). n San Precario lavora per noi: «le probabilità dei venticinquenni di avere un impiego permanente sono la metà di quelle che hanno avuto i cinquantacinquenni». Tre nodi critici da affrontare per aiutare i giovani a superare la precarietà Per conciliare giovani e lavoro si dovrebbero affrontare tre nodi critici, che evidenziano come il lavoro sia non solo questione sociale, ma soprattutto questione antropologica. La prevedibilità di un futuro di vita: La flessibilità del lavoro porta le persone ad una maggiore percezione del rischio e ad una minore capacità di programmare quel che avverrà. Terminata l’Università nel nostro Paese le prospettive si rivelano assai povere. Dall’ultima indagine di Alma Laurea sulla condizione occupazionale dei laureati italiani si evince che in Italia lo studio non paga: “il numero di persone che trova lavoro ad un anno dalla discussione della tesi non cresce negli anni, ma anche che con il suo primo impiego, atipico, e quindi precario, per il 48% dei dottori, un laureato guadagna mediamente 1 040 euro al mese. Se la cifra si confronta con il potere di acquisto delle prime buste paga percepite nel 2001 si rileva un cala del 7%”. Ci dovremmo chiedere dove sono finite le prospettive della tanto invocata società della conoscenza, nella quale i “saperi” dovrebbero essere appetibili e ricercati per il mondo della produzione? Ci si chiede, allora, a cosa possa servire studiare se si guadagna poco, se il lavoro quasi sempre non corrisponde al curriculum studiorum. Il passaggio nel guado della precarietà durante l’ingresso lavorativo sembra quasi indilazionabile. Questo apre notevoli dubbi proprio sulla capacità dei giovani di immaginare il loro futuro: come acquistare casa, quanto si potrebbe guadagnare tra qualche anno, se si lavorerà ancora, quando si potrà iniziare a vivere in autonomia dai propri genitori…

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Penso siano significative in questo senso le parole del messaggio di Benedetto XVI rivolto ai partecipanti alle settimane sociali dei cattolici italiani ci ricordava che “quando la precarietà del lavoro non permette ai giovani di costruire una famiglia, lo sviluppo autentico e completo di una società risulta seriamente compromesso”. Il richiamo del Papa ci aiuta a spingere in avanti il nostro impegno: la precarietà non è solamente l’urgenza del momento, ma minaccia il nostro futuro, perché impedisce ai nostri giovani di immaginare la loro vita con serenità, di condividere un disegno di coppia e un’aspirazione alla genitorialità. Le relazioni lavorative: Il processo di individualizzazione del lavoro e l’impresa virtuale portano fisiologicamente ad una frammentazione dei legami all’interno dei luoghi di lavoro. Oggi si moltiplicano le figure professionali, si diversificano le modalità di lavorare. Non si favorisce la condivisione di gruppo. Ci si sente più soli. Il clima sul lavoro è solitamente quello della competizione, difficilmente il proprio collega è visto anche come compagno, come amico: le monopostazioni racchiuse in un box, dove il proprio compagno si può vedere solo di spalle offorno un’immagine chiara di quello che si sta costruendo. Come ricordava Richard Sennet in un suo libretto dal significativo titolo “l’uomo flessibile”: le persone che non sanno per quanto tempo rimarranno nello stesso posto e aspirano a trovare un’occupazione migliore, non hanno grande interesse ad allacciare legami solidali con quelli con cui lavora. Questi stessi processi di individualizzazione del lavoro possono arrivare a conseguenze dilanianti per le persone. Penso allo stress da iper-lavoro, penso all’ansia da prestazione che un clima di continua competitività provoca, penso alla difficoltà di “staccare quando si torna a casa”. Ci sono ricadute drammatiche sulle persone degli effetti di questa individualizzazione del lavoro come ad esempio il mobbing: una nuova piaga che va affrontata con coraggio. Rivendicare la centralità sociale del lavoro è la base per ipotizzare la creazione di un’economia solidale e personalistica che, a livello globale, riconosca l’esistenza di diritti vitali degli esseri umani, costituendo forma di riequilibrio delle ingiustizie sociali e di redistribuzione della ricchezza, che ristabilisca un equilibrio tra le generazioni. Le capacità di scelta: Stiamo verificando che i giovani non sono passivi allo status quo. Loro manifestano strategie di azione ampie e complesse: non optano per un’unica via, ma sperimentano più percorsi. Ci dobbiamo allora chiedere come le persone indirizzano le proprie scelte? Il lavoro di oggi propone piste del tutto nuove su cui impegnarsi a partire dalle prospettive lavorative: ad esempio se è vero che oggi i giovani appaiono disorientati nel periodo del loro inserimento nel mondo del lavoro è altrettanto vero che i percorsi possibili si sono moltiplicati e il ventaglio delle scelte è enormemente più vario di un tempo. Penso sia importante comprendere l’importanza di offrire criteri intelligenti di scelta per indirizzare la propria carriera professionale: dobbiamo ricordare che per crescere non è più determinante l’anzianità di servizio. Nei passaggi da un’occupazione all’altra l’esperienza fa curriculum più di prima, se coniugata ad un aggiornamento costante. Per questo sosteniamo che il cittadino non può essere lasciato solo, quando sceglie sul suo futuro possibile appare opportuno sostenerlo mediante un periodo di accompagnamento e tutela costante al momento dell’inserimento lavorativo, come invitarlo ad un aggiornamento continuo, occorre metter mano ai diritti di formazione per i lavoratori (le 150 ore sono anacronistiche per la società della conoscenza). Per noi in questo modo si gettano le basi per costruire una politica dell’occupabilità. Servire il futuro L’attualità e la nostra fede ci chiede di non schiacciarci sul presente, ma di affrontarlo per guardare con speranza al futuro. Come si possono affrontare i nodi critici per non accettare la profezia “che si auto-avvera” di lavoro precario, ma agire per costruire una società del lavoro liberato. In primo luogo bisogna iniziare a difendere i lavoratori più deboli a partire dalla soppressione delle varie forme di illegalità e di sfruttamento che sono il primo attentato alla sicurezza dei lavoratori fino ad arrivare alla tutela di tutte le forme di lavoro, in particolare quelle atipiche. Bisogna definire uno Statuto dei nuovi lavori per uscire dal rischio di una precarietà cronica”. Poi abbiamo l’opportunità di costruire una società del lavoro libero. Perché costruire una società più equa, è importante riconsiderare il ruolo ed il valore del lavoro. Dobbiamo essere consapevoli che il lavoro è una modalità di espressione della dignità umana e per questo non può limitarsi alla soddisfazione dello status di necessità economica e diventa una modalità per l’affermazione della soggettività di ogni persona. Come ha spiegato Benedetto XVI citando la Centesimus Annus, nella quale è scritto che vasto è il campo di impegno e di lotta delle forze sociali contro un sistema che privilegia il capitale sul lavoro. Un’altra strada è possibile è si può trovare nella costruzione di una società del lavoro libero, dell’impresa e della partecipazione.

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Questa società da costruire propone il lavoro libero come titolare di diritti specifici, a partire dal diritto – riconosciuto dalla Costituzione – di una politica realmente finalizzata alla piena e buona occupazione, alla concreta esigibilità dei diritti di cittadinanza, anche sul posto di lavoro, e alla sicurezza come tutela del diritto alla vita e alla salute. Propone l’impresa come comunità di persone che non è un valore a sé ma deve essere valutata nella sua capacità di rispondere alle esigenze delle persone per le quali esiste. E quindi è consapevole di tutte le sue responsabilità sociali, ambientali, economiche. Propone la partecipazione come elemento essenziale tra garanzie formali e sostanziale esigibilità dei diritti. Considerare il lavoro nelle sue molteplici dimensioni è un anticorpo fondamentale di un modello che non sia concepito solamente nella logica del profitto della rendita o degli scambi finanziari. Perché partire dal lavoro e non dalle teorie economia significa partire dalle persone e dai loro bisogni. Rimangono quanto mai attuali le parole, con le quali vorrei concludere, di un grande testimone della fede come Giorgio La Pira: “Il problema del lavoro è in certo senso, dopo quello della preghiera, il problema che investe più profondamente la vita spirituale e religiosa della persona umana. L’uomo che lavora è come l’albero che produce frutto: i suoi talenti si moltiplicano: egli dona al corpo sociale come il corpo sociale dona a lui, così è immesso nel circuito creativo della vita”. Nel lavoro ritroviamo un’intima connessione tra la vocazione propriamente umana di custodire e coltivare il creato e la capacità di costruire relazioni tra persone per questa via riusciremo a promuovere un umanesimo del lavoro. Eppure tutti sappiamo che rendere il mondo del lavoro quel po’ di lavoro che ancora si riesce a creare non a trovare e renderlo assolutamente precario significa, minare il futuro sociale tour cort. Niente risparmi, niente casa, niente famiglia, il mondo dei giovani troppo precario non costruirà di certo un futuro. Allora urge il riassetto di una riforma del lavoro che chiaramente non può essere la legge Fornero, urge l’esemplificazione della burocrazia, investire sulle reti informatiche, sulla cultura, sul patrimonio storico –culturale, sull’ambiente, sulle energie rinnovabili. Occorre, adesso di guardare avanti e lasciarci lavorare. A cura di Mercurio M

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Il fallimento della casta politica italiana Un totale fallimento ad opera di una casta politica e di governo che si è dimostrata assolutamente incapace di governare il paese, di realizzare le riforme e di liberalizzare ogni forma di sottomissione della economia alla negativa influenza del potere pubblico, quel potere di cui la casta dominante politico-burocratico-sindacale abusa ampiamente, al fine di tutelare gli interessi della casta stessa e delle corporazioni affiliate ad essa. La ricetta salvatutto del federalismo fiscale naufraga nel fuoco incrociato del potere centrale e nazionale che non cede nulla ai livelli di governo più vicini ai cittadini e dalla stessa azione del governo, che agisce in diminuzione della spesa solo nei confronti dei comuni e delle regioni e mantiene invece inalterata la spesa pubblica a livello centrale, quel livello che rende tutto oscuro, compreso il comprendere come vengono spesi i danari dei cittadini prelevati coercitivamente con il fisco. I di programmi di governo che prevedeva l’intera approvazione del federalismo esporta temporalmente il completamento parte del fallimento, un ministero per l’esemplificazione che è servito a poco, aumentando costi assurdi alla politica. Il mancato abbattimento del fenomeno disastroso dell’assenteismo nel lavoro dipendente pubblico, la mancata e drastica diminuzione dell’incredibilmente enorme ed eccessivo numero dei dipendenti pubblici italiani, il mancato inserimento del metodo meritocratico nel sistema della pubblica amministazione e la mancata diminuzione delle innumerevoli poltrone del potere pubblico a disposizione della casta, rende impossibile diminuire la spesa pubblica e conseguentemente, il debito pubblico italiano. Le mancate liberalizzazioni delle categorie professionali corporative al sistema delle caste dominanti come la categoria dei tassisti, lascia immutato il quadro di immobilità assoluta all’interno del quale si muove il mondo della economia. L’investimento economico sulla ricerca ed una Università sempre meno fondata dalla qualità sempre più affondata nel Baronato. L’Italia ha problemi che la casta politica deve risolvere. La salvaguardia e l’’investimento sul nostro patrimonio culturale e storico. L’Italia no ha vocazione industriale ma è solo qualità è bellezza ad essa dobbiamo tendere. La mancata eliminazione del cosìddetto cuneo fiscale, che non fa la felicità dei lavoratori dipendenti come quelle degli imprenditori aumentando il costo del lavoro italiano a tutto favore della spesa pubblica invece che della produzione di ricchezza privata, affossa definitivamente un mondo del lavoro in profonda crisi, senza vie d’uscita. La mancata diminuzione della pressione fiscale ha costretto, oltre ad altri fattori negativi come l’impossibilità di ottenere una giuistizia certa e veloce, molte aziende italiane a delocalizzare fuori dai confini nazionali le proprie attività produttive, assai maltrattate dalla pessima gestione dei poteri statali italiani. Il mancato contrasto alla corruzione delle caste politica e burocratica, mette in ginocchio un paese completamente schiavizzato da un regime di illegalità assai diffusa, di corruzione dilagante e di libera azione delle organizzazioni mafiose nella realtà economica e sociale. La mancata erezione di un sistema di controlli efficace ha infine impedito un adeguato contrasto alla enorme massa di evasione fiscale rilevata in italia, dentro la quale si nascondono gli affari delle organizzazioni mafiose, le corruttele politiche e burocratiche ed infine, solo infine, l’evasione delle aziende e delle famiglie italiane. Insomma, l’intero disegno politico di mancanze della casta diviene esso stesso atto di violenza nei confronti del paese, delle aziende e delle famiglie italiane, costrette a subire politica e burocrazia profondamente corrotte, organizzazioni mafiose in aperta concorrenza con l’economia sana e reale e le vere e proprie frodi di una politica che manca ad ogni promessa fatta, si sottrae ad ogni programma sottoscritto, ad ogni impegno preso, aggravando il tutto con l’adozione di comportamenti di una scaltrezza maligna ed inaudita, posti a prevedere ed organizzare sempre la truffa ai danni del popolo sovrano in modo da oscurare e deresponsabilizzare ogni comportamento, ogni azione, ogni atto politico, sia singolo che di casta che riconduca la responsabilità umana, civica, politica e burocratica a chi di dovere. Il fallimento della casta politica italiana rappresenta quindi il vero nodo della crisi del paese, nodo che o va affrontato e sciolto, ovvero apre la porta a pensieri popolari condivisi di abbattimento delle regole democratiche, vere dighe di difesa delle caste, piuttosto che poteri che offrano servizi efficaci ed efficienti al popolo sovrano dei cittadini italiani. L’idea di fare a meno di una democrazia che ha fatto emergere il peggio del paese alla elezione di rappresentanza, di guida e di governo del popolo, piace ogni giorno di più, viene evocata ogni momento di più. E se la democrazia ha fatto della politica italiana il tempio della idiocrazia e degli immeritevoli, allora è forse proprio qualcosa nei meccanismi democratici che impedisce al paese di essere un paese libero e ricco, felice e sereno. Ovvero, ci si deve arrendere al convincimento storicamente fondato che sia qualcosa nella composizione del popolo italiano il difetto originario che consente di corrodere se stesso all’infinito, senza limite di continuità. L’Italia ha il dovere compito di ripartire, di ricostruire attraverso una legislatura seria proposte di leggi che meritano di essere lette ed applicate. L’Italia esige della riforma della giustizia, è fragile, labile, indecoroso per una democrazia l’incertezza di un processo, di una pena, di una realtà che da dei limiti di vigilanza poiché ad un legge sul codice poiché è posta amplia anzi a maglie ampie, pone l’escamotage dell’uscita. Tre gradi di giudizio e la possibilità di vedere una causa conclusa dopo appena 20/25 anni. L’Assurdo! Amo pensare al mio paese dove la scuole non sia azienda di mercato, ma istituzione che ha come specifico compito, la cultura, educazione, la formazione, in poche parole che ha a cuore il futuro. L’università che fa ricerca e premia i meritevoli. Le forze dell’ordini che abbiamo un ruolo di vigilanza e di educatori sul territorio. Giudici che hanno la possibilità di esercitare nell’Interesse del Popolo “la Giustizia”. L’esercito che serve e non si asserve. Gli imprenditori che sanno investire e creano possibilità lavorative e di dignità. Lavoratori che sanno che significhi lavorare e farlo bene con senso di responsabilità e partecipazione all’azione di qualità del piano di sviluppo della propria azienda. Una sanità efficace ed efficiente rispondenti al diritto inderogabile della salute dei cittadini. Un’Italia che ha la capacità di affidarsi alla creatività dei giovani. La nostra terra culla di civiltà di bellezza di creatività, oggi violentata dall’ignoranza dal gossip. Ecco cosa hanno fatto i nostri politici, ecco cosa ci meritiamo, noi, italiano incapaci di opporci alle logiche clienterali. Noi italiani falsamente piegati dalla Mafia, dalla Camorra, dall’andragheta, di tutti quei luoghi comuni che parlano di Organizzazione criminali organizzate. Ma chi è disposto a credere che un apparato democratico come il nostra può essere soverchiato dalla criminalità. Non credo che uno stato non può sconfiggere la malvivenza organizzata, attraverso l’apparato legislativo che segue i flussi di denaro sporco, la trasparenza del commercio, dei grandi lavori pubblici. Della trasparenza della macchina burocratica, l’efficienza della macchina giustizia, sempre più lenta. Le riforme del codice civile, del codice penale. La riforme della spesa pubblica, la riforma del sistema lavoro. L’Italia attende anni di pessimo costume. No è Grillo che può riformare un sistema, ma la ritrovata etica della cosa pubblica. L’augurio che faccio a noi italiani è quello di svegliarci dal sonno muoverci riappropriarci del nostro essere cittadini di una “repubblica” , che ama questa terra. Non lasciamoci dilaniare da liscivi e affaristi. Ma lì dove siamo chiamati a rispondere del nostro lavoro, facciamolo bene, con dignità e competenza. Abbiamo bisogno di alzare la testa.

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Gli scenari dell’interculturalità: si parte dall’inte(g)razione Sabato, il 26 febbraio 2013 presso il Salone Teatro “Vittorio Currò” dell’Oratorio Salesiano, si è tenuto il Convegno “Gli scenari dell’ interculturalità”. A dare il via ai lavori sono stati i “padroni di casa”, Don Luigi Perrelli, direttore dell’Oratorio Salesiano, e il Sindaco Maria Teresa Collica. All’appello rivolto ai giovani di Don Luigi che ha esordito con un “Volate, volate alto per creare la realtà che sognate” è seguita la constatazione del Sindaco, la quale ha ribadito i punti cardine dell’incontro che costituiscono, oggi, i punti nevralgici della nostra città: l’associazionismo e l’interculturalità.“E’ sempre un piacere assistere a manifestazioni così attente ai bisogni cittadini. La diversità di culture è un tratto importante dell’identità della nostra Barcellona, una caratteristica che non dobbiamo e non possiamo sottovalutare, ma che abbiamo il dovere di curare.” Dopo questi due brevi interventi, ha avuto luogo la presentazione del

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Progetto “Inte(g)razione”, da parte di Giusy Alosi. Sostenuto dalla Fondazione con il Sud e approvato nell’ ambito degli interventi a sostegno di programmi e reti di volontariato, il progetto è stato promosso da Vides Valle in partnership con le associazioni presenti a Barcellona P.G., Avulss e OggiGiovane. Inte(g)razione vuole raggiungere le comunità multietniche del territorio, ma anche soggetti, cittadini italiani, di varia estrazione sociale. Da febbraio 2013 a febbraio 2014, i volontari saranno impegnati in varie attività al fine del miglioramento della qualità della vita dei minori a rischio, per la prevenzione dell’abbandono scolastico e dell’assunzione di comportamenti devianti. Si tratterà di: supportare scolasticamente minori e adolescenti, tramite l’attività di formatori ad hoc; proporre e attuare percorsi formativi di gruppo, per l’aumento dell’autostima, la gestione delle emozioni ecc.; Cineforum e attività virtuali per diffondere i principi di legalità e interculturalità; laboratori artistici e fotografici; laboratori teatrali; percorsi di educazione alla diversità, rivolti ai giovani e agli adulti. Ovviamente non mancheranno, inoltre, attività ludiche, percorsi di alfabetizzazioni per giovani e adulti ed uno sportello Giovani e Famiglie. Le attività si svolgeranno nelle ore pomeridiane, nelle sedi di Barcellona Pozzo di Gotto all’ Oratorio salesiano e all’ Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice e di Messina (Vides Valle), dove può essere ritirato il modulo d’iscrizione. Dopo la celere ed esauriente spiegazione degli obiettivi del progetto, si sono approfonditi i temi del Convegno. Ad entrare nel vivo della manifestazione è stata la Prof.ssa Anna Pitrone, esperta in Diritto Internazionale, la quale si è soffermata sulla “Tutela internazionale dei migranti”. Illuminando i presenti sulle norme vigenti di diritto internazionale in materia di integrazione, la Prof.ssa ha analizzato il tema su diversi livelli: partendo da quello consuetudinario, è passata agli Accordi Internazionali e alle Convenzioni in atto, per poi soffermarsi sull’agire del Consiglio d’Europa da una parte e dell’Unione Europea dall’altra. Ne è conseguito un quadro piuttosto chiaro, secondo il quale se è pur vero che esistono, a livello consuetudinario, delle norme per cui si ha l’obbligo di tutelare lo straniero a fronte dei diritti umani fondamentali, che troviamo riconosciuti anche all’interno del Trattato di Lisbona del 2009, la verità risiede nel fatto che, nonostante l’esistenza di molte norme in materia, mancano le ratifiche, manca cioè la loro effettività. Diversi sono gli esempi palesi: la Convenzione ONU del ’90 riguardo ai lavoratori migranti che esplica i suoi effetti dal 2003 e a cui l’Italia non ha riconosciuto la ratifica; il documento sulla Partecipazione alla vita politica da parte degli stranieri, del quale sono stati ratificati soltanto i primi due capitoli e non il terzo dove c’era un riferimento esplicito dei diritti in capo allo straniero che vuole partecipare alla vita politica; o ancora le Direttive sul ricongiungimento dei familiari e sullo status dei residenti di lungo periodo, ammesse ma con diversi limiti. Dunque, seppur esistono le leggi per rendere più facile l’integrazione e sebbene l’Italia possa svolgere attività di direzione e promozione dei diritti, gli ostacoli da superare, sul piano istituzionale, sembrano ancora molti A seguire, l’intervento della Prof.ssa/Assessore Lina Panella si è incentrato sul tema dello “Straniero a Barcellona P.G.”. In particolare, le Associazioni coinvolte hanno chiesto all’Assessore “Che cosa farà l’Amministrazione Comunale per le persone straniere che vivono a Barcellona?” “Innanzitutto – afferma l’Ass. Panella- bisogna considerare che le norme ci sono, ma non vengono applicate; che le Associazioni di Volontariato sicuramente sono un buon punto di partenza e che è necessario dare visibilità alle diverse comunità di migranti presenti sul territorio, perchè integrazione significa “amalgamare” e non “assorbire”. Per questo, pensiamo, in primis di introdurli all’interno della vita politica, creando la“Consulta degli Immigrati”, organo che affiancherà il Consiglio Comunale, che non avrà diritto di voto ma esprimerà un parere che si dice “obbligatorio”, riguardo le varie questioni. Il secondo passo, che si concretizzerà a maggio, sarà quello di “Porte aperte“, uno sportello dedicato agli immigrati, atto ad informarli sui loro diritti. Infine, bisognerà risolvere il problema, che è sicuramente di respiro nazionale, dei bambini nati in territorio italiano.”

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Il problema della Legge n. 91 del 1992, intitolata “Nuove norme sulla cittadinanza”, verte sull’incertezza di attribuire lo status di cittadino italiano ai bambini che nascono in Italia da coppie di immigrati. In particolare l’art.4 di questa legge attribuisce il diritto di chiedere la cittadinanza dal 18esimo al 19esimo anno di età, come se si trattasse di un diritto a tempo. “Non possiamo ignorare il fatto che il 60% dei bambini in età scolare, in Italia, sono figli di coppie immigrate e non possiamo non considerarli “Italiani di domani” -afferma Lina Panella, la quale continua- bisogna creare la Civil Card. Si tratta di una vera e propria Card, rilasciata dall’anagrafe al momento della nascita del bambino. Su questa verrà annotata ogni attività del nuovo nato, il quale assumerà automaticamente lo status di cittadino non appena raggiunto il diciottesimo anno di età. E’ necessario -conclude l’Assessore- un minimo di apertura e sensibilità per poter aggirare ostacoli che leggi assurde ancora prevedono”. Interessante ed esaustiva è stata, inoltre, la relazione della Dott.ssa Maria Gullotto, Dirigente Psichiatra Dip. Salute Mentale Sud – ASP 5 di Messina, la quale ha analizzato “L’identità dello straniero”. Passando dal sociale al mentale, premettendo che il fenomeno migratorio è, ormai, elevatissimo per svariati motivi, la Dott.ssa Gullotto ha distinto i casi in cui l’emigrazione costituisce un evento improvviso, da quelli in cui, invece, viene metabolizzata molto prima del suo avvenimento. Analizzando le due, rispettive, conseguenze che ne possono derivare, quali: l’adattamento e lo stato idealistico illusorio che si crede di trovare. “Viene alterato il confine del sé e del gruppo, si ha una dimensione psicodinamica in bilico tra i sé e il non-sé.”– afferma la Dott.ssa – “l’immigrato si ritrova a vivere in una realtà doppia, immerso nella realtà in cui vive e nel sentimento di nostalgia che realizza. Il loro è un trauma, anzi direi, un vero e proprio lutto, che per essere superato deve essere metabolizzato e superato.” Queste le parole della Psichiatra che riconosce di fondamentale importanza l’attività degli operatori che accolgono queste persone e le aiutano a trovare nuovi equilibri, creando punti di riferimenti che possono eliminare il trauma del trasferimento. Inoltre, “il ponte vero e proprio riguardante tempo, spazio e cultura, in realtà è il volontario. Egli è la terza riva di ogni immigrato, il quale separa e unisce, aiuta a metabolizzare ciò che si è perso, ritrovando nuovi equilibri.” – conclude la Dott.ssa Gullotto. Infine, Suor Marilena Mercurio ha approfondito l’ “Interazione tra azione civica ed azione d’amore”, tramite un invito al volontariato, rivolto ai giovani.“Se il presupposto è quello di vivere all’insegna dell’individualismo e della sgretolazione sociale, il primo passo che possiamo compiere è sicuramente quello di un’analisi approfondita riguardo al “cittadino globale”. Oggi, i confini dovrebbero essere assottigliati, abbiamo il dovere di riappropriarci del nostro senso di umanità. nell’arco della storia -continua Suor Marilena- tante persone hanno pensato che il bene collettivo è il Progetto che l’uomo può e deve assumersi. Compassione e cultura sono la chiave per operare facendo attenzione all’altro. Anche l’art.2 della nostra Costituzione Italiana, oltre l’esempio di Gesù, ci impone l’obbligo di far stare bene gli altri. E per farlo dobbiamo riempire le fila di quello che è stato definito “terzo settore” e che è il Volontariato; solo così faremo parte dell’agorà di una Repubblica, che crea un futuro immediato.” Suor Marilena ha concluso, ponendo l’attenzione sugli “immigrati in terra propria”, ossia su coloro che non si sentono accettati all’interno del proprio territorio e sull’opportunità che possiamo concedergli con la riappropriazione dei diritti più semplici come il pensiero o la parola, per“ricostruire la civiltà”. Durante, l’incontro, moderato da Tania Chillemi dell’Associazione OggiGiovane, due artisti hanno creato delle estemporanee sul tema trattato. In particolare, la Dott.ssa Daniela Genovese e il Prof. Giuseppe Pollicina, si sono impegnati dando voce alla loro vena artistica. La Dott.ssa Daniela Genovese, laureata in arte visiva e disciplina dello spettacolo con indirizzo Pittura, ha creato un ritratto del messaggio, impersonandolo in due personaggi migranti scoraggiati di fronte ad un mondo a colori che loro, in bianco e nero, possono scorgere solo dalla finestra. Ma, all’improvviso, da dietro, due mani gli vengono offerte, sono le mani di chi ha deciso di accettarli e si decide a chiamarli per andare a vivere dentro quella realtà a colori. Giuseppe Pollicina, invece, ha trasposto in versi e prosa il messaggio del Convegno. Dopo due riflessioni, riguardanti la lettura della poesia “Se questo è un uomo” di Primo Levi e “Imagine” di John Lennon, Pollicina conclude leggendo la sua estemporanea, nella quale scrive “100 colori, sapori e anche odori, ma uno soltanto deve essere il suono perchè uno soltanto è il colore dell’uomo”. Subito dopo, è intervenuta l’Assessore Raffaella Campo, la quale si è detta davvero soddisfatta e onorata di partecipare al Convegno, che, insieme al progetto, ha risposto ad un appello dell’Amministrazione, cioè il bando “Città Bene Comune”, “un progetto che risponde all’esigenza di mettersi in rete verso un’unica direzione, verso il cambiamento della nostra Barcellona. Bisogna desiderare il massimo e raggiungerlo, collaborando.”

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Vivi Don Bosco Magazine

N. 3 del 15 Aprile 2013

Il Convegno si è concluso con le testimonianze delDott. Salvatore Bucca, in veste di volontario ed educatore, il quale ha raccontato la sua esperienza presso l’Oratorio Salesiano S.Chiara di Palermo, in un quartiere a rischio, asserendo che “per fare del bene e offrirsi agli altri, ricevendo, basta cercare l’Africa nel proprio territorio” e di Monia Benr’Houma, la quale ha ringraziato l’AVULSS ed ha raccontato la sua esperienza, anzi, la sua vita qui a Barcellona. Dopo l’intervento sentito e commosso della Presidente dell’AVULSS di Barcellona P.G., sono stati consegnati degli omaggi a tutti gli intervenuti.

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Mi basta che siate giovani perché io vi ami Don Bosco

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N.3 Associazione Vivi Don Bosco  

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