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FMAISI @ Periodico delle Figlie di Maria Ausiliatrice di Sicilia (isi) ANNO I Numero 0 Ispettoria “Madre Maddalena Morano”

1 GENNAIO 2013 Educazione & Evangelizzazione


Informazione religiosa La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana di Don Pasqual Chàvez

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Vita Consacrata e Nuova Evangelizzazione

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SOMMARIO

di Suor Yvonne Reungoat

Approfondimento 8

Una chiamata una missione: “A te e affido”. di Erta Cigolla Formazione professionale. Una risorsa strategica per lo sviluppo di Maria Catena Lo Turco

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Reportage Immigrazione:ALT!

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di Marilena Mercurio

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Intervista Corresponsabilità e itinerari ispettoriali di Maria Grazia Tripi Un’educazione alla fede attuata mediante un processo di Cettina Cacciato

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IRC Quale risposta più rispondente ai/alle giovani

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di Nicola Antonazzo

Recensioni

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“La porta stretta” di Maria Trigila

Responsabile Sr Anna Razionale Redazione Maria Grazia Tripi (coordinatrice redazionale) Consulenza Maria Trigila Direzione e redazione Via Caronda, 224 - 95128 Catania Tel. 095 7285018 E-mail: comunicazione@fmaisi.it Sito web: www.fmaisi.it

Rivista ad uso interno

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L’INPUT DEL MESE

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Per un servizio di qualità: la corresponsabilità di Sr Anna Razionale

EDITORIALE

Editoriale

Per un servizio di qualità: la corresponsabilità di Sr Anna Razionale*

Main e Petronilla. Due volti a cui ancora oggi la vita religiosa delle

Figlie di Maria Ausiliatrice guarda per la consegna sempre inedita de “A Te l’affido”. E’ stato così oltre 140 anni fa e continua ad esserlo in una società che cerca il senso ed il significato della vita. Ed in una Chiesa che si interroga sulla trasmissione convinta, credibile ed efficace della fede. A te le affido! Questa parola che, in particolare, la giovane Maria Domenica Mazzarello, chiamata Main, avverte nell’animo è la chiarezza della sua missione nella Chiesa: la cura dei giovani. Per questo compie un salto di qualità nella sua vita spirituale. Non si preoccupa più di apparire, di essere sempre la prima. Chiede e invoca solo di non essere dimenticata da Dio. Si tratta di una libertà che l’abilita ad entrare nella missione che Dio le affida. Ed insieme a Petronilla danno via ad un instancabile “prendersi cura” delle ragazze, la cui motivazione è di condurle all’incontro con Cristo. La chiave del successo, come ben conosciamo dalla storia, è nel muoversi “insieme” anche se la via della santità è personale ed unica. Ma, come scrive l’apostolo Paolo, si è chiamati ad essere “Santi insieme”. Questa l’indicazione che emerge dai percorsi ispettoriali di quest’anno.

Insieme per ripresentare la vita di Gesù e testimoniare la bellezza

del vangelo vissuto con radicalità. Insieme per spenderci per la nuova evangelizzazione, ossia per riproporre il vangelo a chi è indifferente alla fede cattolica. Insieme per una testimonianza radicale, felice, coraggiosa senza la quale non si può suscitare una nuova attrazione per il vangelo. Insieme per suscitare il bisogno di spiritualità, la domanda su Dio, l’interrogativo sul senso della vita; la profezia della condivisione e della corresponsabilità. Ed, infine, insieme per esprimere la carità di Dio. Tutto ciò richiede un processo di formazione e autoformazione presente già in tutte le programmazioni comunitarie. Il primo passo è la consapevolezza che le nostre comunità sono e possono essere, nella dinamica del cammino, laboratori di formazione alla corresponsabilità nella Chiesa e nella società civile per formare buoni cristiani ed onesti cittadini. Laboratori in cui ciascuna si abilita a rispondere “insieme” ad una chiamata. Quindi siamo chiamate ad un servizio di qualità per essere non solo “ Felici nel tempo e nell’eternità”, ma per rendere ”felici nel tempo e nell’eternità”. * Ispettrice FMA Sicilia

Proprio lo sviluppo dei media porterà il Concilio a fare i conti con un modello di comunicazione a cui la Curia romana era poco abituata. Se l’iter di approvazione dell’Inter mirifica risulta faticoso e con una recezione piuttosto negativa, i documenti successivi – grazie alla maturità della discussione – proprio in riferimento alla cultura e alla comunicazione, conterranno sviluppi decisamente più interessanti: basti pensare alla Gaudium et spes. Il volume si chiude evidenziando l’eredità del Concilio, in particolare per quanto riguarda la teologia della comunicazione (soprattutto per impulso dell’Istruzione pastorale Communio et progressio). È proprio dall’eredità che scaturiscono le prospettive e il senso di una storia che continua.

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Sinodo ordinario dei Vescovi

INFORMAZIONE RELIGIOSA

<<LA NUOVA EVANGELIZZAZIONE PER LA TRASMISSIONE DELLA FEDE CRISTIANA”>> Un’esperienza personale di Don Pasqual Chàvez V.*

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ari fratelli e sorelle, non c’è dubbio che oggi è necessario un più convinto impegno ecclesiale e della Vita Consacrata a favore di una “nuova evangelizzazione” per riscoprire la gioia nel credere e ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede. La fede, infatti, cresce quando è vissuta come esperienza di un amore ricevuto e quando viene comunicata come esperienza di grazia e di gioia. Questo è quando io stesso sto cercando di vivere, fortemente stimolato dalla partecipazione al recente Sinodo dei Vescovi sulla nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede, durante il quale il Santo Padre ha dato avvio all’Anno della Fede in concomitanza con il 50mo anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II. Il Sinodo si è svolto dal 8 al 20 ottobre 2012. Forse avrete potuto seguire l’andamento dello stesso dalla celebrazione di apertura alla sua chiusura, con due momenti intermedi molto importanti: il 50mo anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano IIº e l’avvio dell’Anno della Fede, e la canonizzazione, nella domenica 21 ottobre 2012, di sette nuovi Santi (Giacomo Berthieu, Pedro Calungsod, Giovanni Battista Piamarta, Maria del Monte Carmelo, Maria Anna Cope, Caterina Tekakwitha, e Anna Schäffer).

Nell’introduzione dell’ Instrumentum Laboris al numero 5 si indicava lo scopo principale: “Si auspica che sia un evento capace di infondere energie alle comunità cristiane e, allo stesso tempo, sia in grado di fornire anche risposte concrete alle tante domande che sorgono oggi nella Chiesa riguardo alla sua capacità di evangelizzare… Dalla celebrazione del Sinodo ci si attende che la Chiesa moltiplichi il coraggio e le energie a favore di una nuova evangelizzazione che porti a riscoprire la gioia di credere, e aiuti a rinnovare l’entusiasmo nel comunicare la fede. Non si tratta di immaginare soltanto qualcosa di nuovo o di lanciare iniziative inedite per la diffusione del Vangelo, ma di vivere la fede in una dimensione di annuncio di Dio.” Anche se non si è data nessuna definizione della nuova evangelizzazione, alcuni elementi possono bene caratterizzarla come l’azione della Chiesa, animata dallo Spirito Santo, che avverte l’urgenza del mandato missionario di Gesù e si impegna interpretando i segni dei tempo odierni, a trovare modalità nuove per attuare nel tempo il progetto di Dio sull’uomo e sulla storia. Negli interventi dei padri sinodali sono apparsi molti segni di nuova evangelizzazione.

Come in tutti i Sinodi, l’esperienza più bella è quella della cattolicità della Chiesa nella diversità di continenti, contesti, culture, sensibilità, sfide, esperienze in atto ed opportunità per lo svolgimento della missione evangelizzatrice. Il tutto vissuto attorno alla figura paterna, intelligente, serena, aperta e rassicurante del Santo Padre, in un clima di preghiera, di ascolto rispettoso, di dialogo arricchente, vissuto in uno spirito di fraternità, di comunione e di collegialità. Forse nel trattamento del tema, che aveva due parti: la nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede, questa seconda parte fu molto meno riflettuta. Certo si è dato durante il Sinodo un grande risalto all’importanza di una iniziazione cristiana di tipo kerigmatico che porti ad una sincera conversione e ad un desiderio profondo di incontrare il Signore e seguirlo. Tutto ciò richiede, oltre la conversione personale che faccia della testimonianza di vita il primo e più convincente ed attraente annuncio del Vangelo, la conversione pastorale, vale a dire un cuore aperto, un atteggiamento di immensa simpatia e di gioiosa accoglienza verso il mondo, per ascoltare le istanze e avvicinarsi ad esso in modo da far crescere il regno di Dio. Per poter cogliere questo spirito vi invito a leggere il Messaggio finale al popolo di Dio, che si apre con l’immagine dell’anfora vuota che attende di essere riempita da un’acqua pura che da’ la vita. Un’immagine che richiama la sete e la nostalgia di Dio racchiuse nel cuore dell’uomo contemporaneo, ma anche la missione evangelizzatrice della Chiesa e il suo compito di andare incontro all’umanità, proprio come ha fatto Cristo nel passaggio del Vangelo che lo vide incontrare la samaritana al pozzo. Nel rapporto sempre in divenire fra Chiesa e Mondo, i padri sinodali chiedono il ritorno a una chiesa “umile”, che non significa ritiro nelle sagrestie, ma consapevolezza che è la croce di Cristo che la Chiesa porta nel mondo, e, attraverso essa, la salvezza. E’ ovvio che in tutto questo progetto storico

della nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede, la Vita Consacrata oggi è chiamata a rinnovarsi, lasciandosi evangelizzare, e a convertirsi pastoralmente, per essere apportatrice gioiosa e convinta, credibile ed efficace, della Buona Novella. La Vita consacrata, ed in essa la nostra Congregazione e il vostro Istituto, si è sempre distinta per il suo impegno a favore della prima evangelizzazione; nella “missio ad gentes” della Chiesa il suo apporto è stato ed è tuttora determinante. Lo stesso impegno essa ha dimostrato e continuamente profonde per l’evangelizzazione ordinaria, favorendo l’accoglienza del vangelo e la costruzione della comunità cristiana, contribuendo al rinnovamento della pastorale e dedicandosi con le sue varie espressioni in campi specialistici quali l’educazione, la sanità, l’assistenza, la comunicazione sociale, la carità verso i poveri ed emarginati, il dialogo culturale, ecumenico e interreligioso. La Vita consacrata, che è nata per ripresentare la forma di vita di Gesù e testimoniare la bellezza del vangelo vissuto con radicalità, è chiamata a spendersi anche per la nuova evangelizzazione, ossia a riproporre il vangelo a chi è già stato annunciato e vive la lontananza e l’indifferenza della fede. Sono convinto che il suo contributo fondamentale in questo campo è la gioiosa testimonianza della vita trasformata dal vangelo; senza una testimonianza radicale, felice, coraggiosa non si potrà suscitare una nuova attrazione per il vangelo; solo la testimonianza appassionata, bella e profetica diventa credibile, visibile e feconda. La Vita consacrata serve il vangelo mettendosi prima di tutto al seguito del Signore Gesù; la sua testimonianza aiuta a suscitare il bisogno di spiritualità, la domanda su Dio, l’interrogativo sul senso della vita; mostra la profezia della fraternità; esprime la carità di Dio, che è amore, nella dedizione ai poveri. Ecco quanto i giovani si attendono di noi.

Il tema del Sinodo voleva rispondere, attraverso la sottolineatura dell’urgenza di una nuova evangelizzazione 1) ai profondi cambiamenti nella società, 2) alla perdita di freschezza della fede nei credenti, 3) alla incoerenza nella vita cristiana, 4) alla sfiducia verso la Chiesa e 5) al crescente influsso del secolarismo. Devo dire che la riflessione sulla nuova evangelizzazione ha già una storia, anche se l’espressione come tale è stata coniata da Giovanni Paolo II, ne possiamo trovare riferimenti e fondamenta nei messaggi di Pio XII, nel discorso di Giovanni XXIII all’apertura del Concilio Vaticano II, nei principali documenti conciliari e nella dottrina di Paolo VI sull’evangelizzazione, e più recentemente in quelli di Giovanni Paolo I e Benedetto XVI. * Rettor Maggiore dei Salesiani

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Sinodo ordinario dei Vescovi

INFORMAZIONE RELIGIOSA

<<Vita consacrata e Nuova Evangelizzazione>>

In quanto Consacrate Salesiane FMA Evangelizziamo educando: siamo presenti sulle nuove frontiere della cultura giovanile. La vita consacrata, nonostante l’esperienza della sua povertà, è attraversata da un potente soffio missionario.

di Suor Yvonne Reungoat *

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e risposte sintetizzate nello Strumento di Lavoro del Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione rivelano la richiesta di una pastorale vocazionale che solleciti sacerdoti e consacrati ad “uno stile di vita che sappia testimoniare il fascino della chiamata ricevuta, sappia individuare forme per parlare ai giovani.

persone di diversa provenienza e cultura, radunate nel nome del Signore. La vita comunitaria è chiamata a mostrare come si vive concretamente il vangelo.

Come donne, ci sembra che nella Chiesa potremmo sviluppare maggiormente l’attitudine alla reciprocità, mettendo a disposizione il dono che possiamo offrire nell’umanizzare la vita e nel qualificare le relazioni. L’evangelizzazione è tale se entra con umiltà e amore nelle pieghe dell’umano e cerca di abitarlo nella quotidianità. In tal modo potrà riuscire a Ciò riguarda anche le vocazioni alla vita consacrata, sollevare domande profonde, suscitando il desiderio di Dio e specialmente quelle femminili” (SL n. 84).Si auspica “che aprendo così la porta della fede. la vita consacrata dia un apporto essenziale alla nuova evangelizzazione, in particolare nel campo dell’educazione, La vita consacrata sta facendo un cammino di apertura della sanità, della cura pastorale, soprattutto verso i poveri e mettendosi sempre più in rete nella Chiesa, nel territorio, le persone più bisognose di aiuto spirituale e materiale” (SL tra le diverse Congregazioni, per rispondere in sinergia alle n. 114). necessità dei più poveri. La vita consacrata femminile evangelizza attraverso la sua testimonianza di vita, che riflette il fascino della relazione con Gesù. Riusciamo ad evidenziare questo fascino quando ci lasciamo evangelizzare da Dio. In tal modo esprimiamo ciò che rende la vita consacrata bella, realizzata, felice, capace di incontro e di condivisione. Per recuperare uno stile autenticamente profetico dobbiamo radicarlo nella mistica, in grado di dare ragione della speranza che è in noi. Non solo dobbiamo essere credenti, ma credibili. In questa credibilità si gioca tutto l’impegno di evangelizzare e il nostro stesso futuro come vita consacrata.

L’evangelizzazione ha bisogno di canali di trasmissione che rendono necessaria una mediazione culturale e educativa capace di entrare negli scenari del mondo contemporaneo per incontrare i giovani e i più poveri offrire loro proposte di crescita umana e cristiana.

Come i nostri fondatori vorremmo avere parole di fuoco capaci di farci capire dai nostri contemporanei, specialmente dai giovani. Anzi, per “trasformarci in fuoco”. Saremo allora, insieme ai laici, comunità vocazionali, dove si vive ogni giorno la sorpresa di sentirsi amati da Dio e di portare agli altri questa buona notizia; saremo anticipatrici di un futuro diverso: il futuro di Dio! Maria di Nazareth è per noi donne consacrate il modello a cui guardare nell’impegno di umanizzare le relazioni, di risvegliare la vita e accompagnarla verso Colui che è la vita. Il Sinodo si è concluso: si apre per tutti noi lo spazio per evangelizzare trasmettendo la gioia della fede, così da aiutare gli uomini e le donne del nostro tempo, specialmente le giovani generazioni, ad attingere alla Sorgente della vita. A tutti i cercatori di senso che incrociamo nel cammino vogliamo offrire l’acqua viva che Gesù stesso ha donato alla Samaritana al pozzo di Sicar. «Non c’è uomo o donna che, nella sua vita, non si ritrovi, come la donna di Samaria, accanto a un pozzo con un’anfora vuota, nella speranza di trovare l’esaudimento del desiderio più profondo del cuore, quello che solo può dare significato pieno all’esistenza. Molti sono oggi i pozzi che si offrono alla sete dell’uomo…

Urge orientare bene la ricerca, per non cadere preda di delusioni, che possono essere rovinose. Come Gesù al pozzo di Sicar, anche la Chiesa sente di doversi sedere accanto agli uomini e alle donne di questo tempo, per rendere presente il Signore nella loro vita, così che possano incontrarlo, perché lui solo è l’acqua che dà la vita vera ed eterna. Solo Gesù è capace di leggere nel fondo del nostro cuore e di svelarci la nostra verità… . Chi ha ricevuto la vita nuova dall’incontro con Gesù, a sua volta non può fare a meno di diventare annunciatore di verità e di speranza per gli altri … . Dall’accoglienza della testimonianza la gente passerà all’esperienza personale dell’incontro: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo» (Messaggio finale del Sinodo al popolo di Dio, n. 1). Si realizza così, di generazione in generazione, il passaggio dall’essere evangelizzati ad essere portatori della buona notizia, come la Samaritana, come Maria di Nazareth che condivide la sua gioia con Elisabetta e fa danzare il bambino dell’anziana cugina nel grembo. Come Famiglia salesiana nella Chiesa vogliamo dare risalto alla fisionomia mariana che la caratterizza presentando il suo volto contemplativo e missionario. Vogliamo diventare un cuore che ascolta la Parola e l’accoglie nel suo grembo per farla diventare carne; un cuore capace di vivere nella gioia perché anticipa quella pienezza di umanità vera che Gesù è venuto a rivelarci.

L’essere amati da Dio, attratti dal suo amore, si esprime nella comunione fraterna. La fraternità nella vita religiosa è la sfida che il mondo di oggi comprende più immediatamente. È ciò che le restituisce la capacità di essere fuoco, luce, lievito e sale mediante uno stile intessuto di fede profonda e, allo stesso tempo di semplicità, di comunione. In un mondo complesso, multiculturale e multireligioso, le nostre comunità possono offrire questo dono ponendosi come laboratorio di umanità e di cittadinanza universale, segno dell’universalità della Chiesa, e come luogo di testimonianza gioiosa di fede, dimostrando che è possibile vivere con * Superiora Generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice

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Approfondimento

Una chiamata, una missione:”A te le affido”. di Erta Cigolla*

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’ la visione di Borgoalto: avvenuta in un luogo preciso, in una via che si può anche oggi percorrere per arrivare all’attuale Collegio: Casa della fondazione. Il fatto sarà ricordato e testimoniato ai Processi per la beatificazione di Madre Mazzarello. Suor Caterina Daghero richiesta se nella vita di madre Mazzarello ci fossero stati fatti straordinari così si espresse: “Prima della fondazione dell’Istituto, nel luogo dove più tardi

sorse la prima casa delle FMA, la Serva di Dio previde e raccontò in seguito a suor Teresa Laurentoni di aver visto in quello stesso luogo suore e ragazze adunate insieme, mentre si chiedeva se stesse sognando o no; ma si persuase di essere ben sveglia perché stava camminando coi piedi per terra”.

Uscita miracolosamente dalla malattia del tifo iniziò una convalescenza che fu lunga, interminabile. L’accompagnava un atteggiamento che rivela un elevato grado di unione con Dio, maturato attraverso l’umile accettazione della sofferenza: “[…] non faceva più conto della vita se non per quanto può dare di gloria a Dio e di utilità spirituale al prossimo […]”. La prima volta che poté a recarsi in chiesa farà una preghiera che segnerà un cammino spirituale purificato da ogni ricerca di sé, una preghiera che esprime un modo nuovo di concepire la vita e l’impegno per gli altri, a cui si dedicava da tempo: “Signore, se nella vostra bontà volete concedermi ancora alcuni anni di vita, fate che io li trascorra ignorata da tutti, e, fuorché da voi, da tutti dimenticata”. Le forze fisiche stentavano a ritornare e allora si fa strada in lei una convinzione nuova: Dio vuole qualcos’altro. Cresceva pure in lei il desiderio di dedicarsi alle ragazze, già lo aveva fatto, ma ora “questa voce si fa continua”. La Cronistoria annota: “A rafforzarla nel desiderio di occuparsi delle giovanette, le avvenne una cosa singolare […]”. Sulla via di Borgoalto mentre cammina pensando cosa fare della sua vita improvvisamente si erge di fronte a lei una costruzione, come un collegio, con giovanette e suore che giocano nel cortile e sente come una voce: A te le affido! L’esperienza di Borgoalto le ritorna sempre: “Per quanto si sforzasse di non pensarci più la visione di trovarsi a capo di molte fanciulle le si ripeteva suo malgrado”. “La visione del fabbricato [del Collegio] in cui le pareva di essere a capo di fanciulle senza numero che istruiva nella religione e formava alla virtù, le ricorreva spesso alla mente, ne parlò qualche volta con le sue immediate cooperatrici, e, animata da ardente zelo, accoglieva il maggior numero possibile di fanciulle per renderle buone e preservarle dai * Figlia di Maria Ausiliatrice

pericoli a cui sono esposte”. (Ivi, pp. 416-417) “A te le affido!”: questa parola che madre Mazzarello sente rivolta a lei è il grande dono che Dio le consegna: le giovani. La Parola “ a te le affido!” chiede, prima di tutto, che lei si affidi totalmente al Signore: solo a chi si affida completamente a Dio, nel quotidiano rinnegamento del proprio ego, può essere affidato il cammino di crescita dei figli di Dio. La preghiera che madre Mazzarello fece dopo la malattia “che io sia dimenticata da tutti fuorché da voi” segna un salto di qualità nella sua vita spirituale. Ha compreso che l’unica via da percorrere è quella di Cristo: non le importa se tutti la dimenticano, non si preoccupa più di apparire, di essere sempre la prima, chiede e invoca solo di non essere dimenticata da Dio; è una libertà che l’abilita ad entrare nella missione che Dio le affida. Gesù ha pregato così il Padre: “… questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato … Quando ero con loro io li custodivo nel tuo nome … e li ho conservati … Ma ora io vengo a te … Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno”. Da questa chiamata nasce quello che, forse, possiamo chiamare il “primo progetto educativo” dell’Istituto; allora tutto era molto più essenziale, poche e chiare puntualizzazioni da perseguire con costanza a qualunque sacrificio. Nel suo instancabile “prendersi cura” delle ragazze madre Mazzarello aveva un’unica forte motivazione: condurle all’incontro con Cristo. Tutto il resto sarà mezzo e via verso

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l’obiettivo di fondo. Questo dirà all’amica Petronilla: “… Appena saremo in grado di fare da noi, lasceremo il sarto, apriremo un piccolo laboratorio, nel quale accetteremo delle fanciulle, e insegneremo loro a cucire, ma con l’intento principale d’insegnare loro a conoscere e amare il Signore, di farle buone, e di salvarle da tanti pericoli”. Quando Maria Domenica Mazzarello fa la sua proposta all’amica Petronilla nelle sue parole possiamo trovare il punto focale della nostra azione apostolica che inizia già nel segno del “lavorare insieme”.

Un uomo di Mornese depose nel Processo Apostolico: “Amava le ragazze, specialmente quelle meno buone …”. Proprio in relazione a un caso difficile, dirà: “Accendiamo il fuoco dell’amore di Dio nel suo cuore …”: è’ un’ espressione di altissimo valore pedagogico e spirituale, e contiene il rifiuto del moralismo, del ricatto, di ogni tipo di violenza psicologica, per fare appello alle risorse più profonde della libertà e dell’amore. Madre Mazzarello era così, abitata dall’amore di Dio. Così dicevano le suore: “Sentivamo al passaggio della Madre il profumo di Gesù”.

“Maria amava ardentemente le fanciulle e desiderava far loro del bene non solamente a quelle che andavano da lei per imparare a cucire, ma a tutte quelle del paese, e perciò tutte le domeniche andava in chiesa a spiegare il Catechismo … Avrebbe voluto far del bene a tutte le fanciulle del mondo”. Madre Mazzarello ha vissuto la chiamata di Dio come “spiritualità e pedagogia della strada”. La strada intesa come il luogo dell’esperienza, degli incontri, della povertà di ogni genere. La strada come luogo per realizzare il “santo viaggio” nella continua ricerca della Volontà di Dio, nella logica dell’incarnazione.

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Approfondimento INTERVISTA

Formazione Professionale. Una risorsa strategica per lo sviluppo I

n un contesto socio-culturale di massificazione, di individualismo esasperato, di apparenza, di “annunci” si registrano preoccupanti sintomi di “abbandono”, di “incapacità a sperare nel futuro”, di “indifferenza”, di “non senso”, di “rassegnazione”, di passività. Tale situazione diventa preoccupante per le nuove generazioni rischiano di perdere entusiasmo, vitalità e creatività, caratteristiche tipiche di un’età in maturazione. A sr Mariella Lo Turco, presidente regionale dell’Associazione CIOFS-Fp Sicilia abbiamo chiesto: Se lo sviluppo della nostra terra è apparente la formazione è una scelta in perdita. Quale allora la valenza educativa del Sistema Formazione professionale? Il Sistema di Formazione Professionale sin dalle sue origini è stato una risposta alle esigenze di qualificazione professionale e di specializzazione. Considerata da molti scuola di basso profilo, che non riserva prestigio a chi vi lavora, ha diversamente - per chi ha vissuto la vera scommessa educativa nel settore - dato la possibilità di scorgere come “la persona può riscattarsi” e può “ricostruire il suo futuro professionale abbandonando pregiudizi e valutazioni che devastano la dignità della persona”. Tanti ragazzi, infatti, attraverso il Sistema della Formazione Professionale, sono riusciti a “dare senso e dignità” alla loro vita personale e professionale. Sono usciti dalle corsie delinquenziali recuperando il valore di un lavoro responsabile e onesto. Sono rientrati nei percorsi scolastici e universitari rimotivandosi allo studio e alla cultura. Ma quali le condizioni essenziali perché la Formazione Professionale diventi Ambiente Formativo? Una formazione professionale che “accoglie l’uomo e lo accompagna nel suo percorso di umanizzazione professionale” è garante di sviluppo economico, sociale e culturale. Una formazione professionale priva di principi etici e di trasparenza operativa non è “formazione”. Una formazione professionale che Mette in rete le istituzioni riconoscendo il valore prioritario della famiglia, della formazione e della religione.

La scelta, infatti, è spesso lasciata all’arbitrarietà delle decisioni regionali…

Una formazione professionale che Promuove un sistema formativo che coordini e valorizzi tutte le risorse educative della società secondo il principio della complementarietà e della sussidiarietà In tal modo, e per me è l’ultima condizione essenziale, Educazione civica, sociale, politica, religiosa. La Formazione professionale, infatti, trova in esse il punto qualificante del progetto educativo. La Formazione Professionale la si può definire: un sistema di mediazione culturale e civica? La formazione professionale sin dagli anni ’50 è stata considerata più che unicamente preparazione tecnica e manuale orientata all’esercizio di specifici mestieri: formazione culturale sulla quale possono innestarsi a tutti i gradi della gerarchia professionale, le capacità e le conoscenze tecniche, sia generiche che specifiche connesse con i livelli dei vari settori produttivi: livelli che, nel loro continuo dinamismo non tanto esigono dal lavoratore una determinata specializzazione quanto una gamma di attitudini ed una capacità di adattamento, basate su un’educazione mentale più che su una qualificazione specifica e ristretta. Il carattere politecnico - a cui si è rifatta la vera formazione professionale - ha rafforzato il sistema nel dinamismo culturale che rende possibile il tempestivo adeguamento dell’individuo alla progressiva e continua evoluzione e trasformazione dei sistemi produttivi e l’avvia su percorsi innovativi che intrecciano passato, presente e futuro. Da questo punto di vista la formazione professionale risulta essere ambiente formativo capace di offrire una cultura del lavoro che sappia esprimere la “giusta relazione dell’uomo con la macchina e la materia” nonché la problematica sociale e sindacale. In questa prospettiva la formazione professionale è anche “luogo di civilizzazione” per la trasmissione e la diffusione di una visione antropologica della vita e del lavoro. Il servizio formativo, infatti, non può limitarsi unicamente a fornire qualifiche tecniche, deve promuovere insieme alle competenze anche le virtù del lavoratore. Virtù che rendono l’uomo cittadino attivo, responsabile e imprenditore di un’opera che - per noi cristiani - si chiama “creazione”.

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Secondo lei, quale formazione professionale oggi? É ormai noto che la formazione professionale, in sicilia non gode di buona fama per le logiche clientelari ed elettorali che, purtroppo ne hanno soffocato l’identità e la natura. Una diffusa visione negativa del settore, infatti, segna negativamente anche la scelta sia quantitativa che qualitativa dell’azione formativa. la massificazione, l’omologazione, rendono insignificante anche l’impegno di chi opera nel settore con un certo slancio educativo e con quella passione per lo sviluppo sociale e professionale che ha i caratteri della formazione integrale della persona umana. Accanto alla visione negativa della formazione professionale non possiamo però non affermare i colori di una formazione professionale di qualità che,pur tra tante fatiche,ha scommesso sulla formazione dei formatori e sul riscatto professionale di tanti ragazzi e giovani che sono diventati “uomini e donne professionisti” tra le pareti di un “laboratorio professionale” che gli ha permesso di acquisire e sviluppare competenze. Inoltre, non possiamo negare il valore strategico di qualificazione e riqualificazione della formazione professionale nel sistema produttivo. Quanti partnariati costruttivi tra imprese, cooperative e formazione professionale. Purtroppo, se da un punto di vista la formazione professionale è stata una risorsa e una scelta di umanizzazione non possiamo negare come oggi - pur essendo una tra le principali strategie dell’unione europea - è collocata in una situazione difficile e precaria. Da più fronti si registrano dibattiti accesi che mirano al consolidamento della formazione professionale per giovani - come base per una efficace formazione degli adulti per tutto l’arco della vita - mentre si attuano scelte concrete di “rimando” che rendono instabile e confuso il sistema formativo.

Basta pensare a tutte quelle regioni, soprattutto del meridione, in cui la formazione professionale - pur essendo una risorsa per i cittadini e in particolare per i ragazzi - è stata arginata o abolita. Rinunciare all’impegno istituzionale di assicurare ai giovani il conseguimento di una qualifica professionale significa disumanizzare la società e creare sacche di povertà culturale che immiseriscono la nostra terra. Lo sviluppo si realizza non in forza delle sole forze materiali di cui si dispone ma soprattutto grazie alla responsabilità del pensare insieme e gli uni per gli altri - così come afferma il documento per un paese solidale.Chiesa italiana e mezzogiorno. E’ in questo pensiero solidale che si può valorizzare al meglio il patrimonio di una formazione professionale, risposta alle esigenze di umanizzazione e di professionalizzazione. Guardare al nostro mezzogiorno con intelligenza, solidarietà e fiducia significa rilanciare le politiche di intervento, con attenzione effettiva ai portatori di interessi, in particolare ai più deboli, al fine di generare iniziative di sviluppo inclusive consapevoli che sia il mercato che la politica hanno bisogno di persone aperte al dono reciproco di una cultura politica che nutra l’attività degli amministratori di visioni adeguate e di solidi orizzonti etici per il servizio al bene comune.

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NUOVE FRONTIERE Reportage

Immigrazione:ALT! di Marilena Mercurio * Cosa suggerisce in campo educativo e formativo? 1) Rendere più stabile la formazione professionale iniziale a titolarità degli Enti di formazione accreditati e nel pieno riconoscimento del loro ruolo. Garantire la prosecuzione dei percorsi triennali di istruzione e formazione professionale attraverso una rigorosa finalizzazione delle risorse finanziarie. In tali percorsi si assolve l’obbligo di istruzione. 2) Rendere efficace l’accesso alle qualifiche e ai diplomi professionali. La recente e apprezzabile collocazione degli Istituti Tecnici e Professionali nel sistema dell’Istruzione Secondaria Superiore evidenzia la finalizzazione al diploma quinquennale di tali percorsi. La qualifica e il diploma professionali restano specifiche finalità della Formazione professionale regionale. 3) Rendere effettiva l’alternanza scuola/lavoro e fruibili i percorsi di apprendistato in tutte le diverse accezioni, favorendo in ogni tipo di percorso professionalizzante le attività di tirocinio. 4)

Rendere effettivo il diritto a una formazione lungo

tutto l’arco della vita, favorendo l’utilizzo coordinato delle risorse comunitarie, nazionali, regionali e quelle derivanti dai fondi interprofessionali. In tale direzione è da sostenere la strutturazione di un offerta stabile da parte dei soggetti accreditati. Al fine di promuovere l’accesso degli adulti all’apprendimento permanente, si richiede al prossimo Parlamento, in applicazione delle linee guida di livello europeo, di riconoscere il diritto individuale alla formazione e di agevolarne l’accesso attraverso la deducibilità fiscale dei costi sostenuti dai cittadini. 5) Rendere disponibili, con la più ampia inclusività, risorse adeguate a garantire il diritto dei cittadini di usufruire di percorsi di formazione iniziale, continua e permanente, al fine di soddisfare la domanda reale così come si esprime nei diversi contesti territoriali e settoriali. 6) Rendere le imprese partecipi della sfida educativa del nostro tempo valorizzandone la capacità formativa con le modalità appropriate alla formazione professionale iniziale e a quella continua e permanente nella logica di un sistema formativo allargato e riconoscendo il loro ruolo di produttori di saperi formali e informali.

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Sabato 26 gennaio, alle ore 9, presso il teatro “Vittorio Currò” dell’Oratorio Salesiano (via S. Giovanni Bosco, 6) di Barcellona P.G. (ME), è stata presentata la 22ª edizione del Dossier Statistico Immigrazione, realizzato a cura di Caritas di Roma, Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, con i contributi di numerose Caritas diocesane, Associazioni e Organizzazioni internazionali e nazionali. L’evento è realizzato dall’Ufficio Migrantes e dalla Caritas diocesana, in collaborazione con le Acli Provinciali di Messina, le associazioni presenti nel territorio Barcellonese, il dialogo tra associazioni di origine laica e religiosa, con il coordinamento dell’ufficio diocesano Migrantes e con la collaborazione delle F.M.A. Lo slogan del Dossier di quest’anno è: “non sono numeri” e gli oltre 50 capitoli, attraverso l’utilizzo dei dati d’archivio disponibili, aggiornano la situazione dell’immigrazione in Italia nei suoi vari aspetti, da quelli socio-economici a quelli culturali, giuridici e religiosi; e, partendo dal contesto internazionale per arrivare alle singole regioni, offrono al lettore un utile e completo sussidio di consultazione. L’evento svoltosi alla presenza dell’Arcivescovo, del Signor Prefetto, del Presidente della Provincia e del Sindaco di Barcellona P. G., è stato articolato tra autorevoli voci nel campo delle migrazioni e la testimonianza di migranti di prima e seconda generazione. Il momento si inserisce in un percorso che stiamo facendo come comunità educante che vive in un tessuto sociale ed è cosciente di esserci.

naugurando l’Anno della Fede, la Chiesa ha fatto memoria del 50° anniversario dell’inizio del Concilio Ecumenico Vaticano Secondo. È stato un importante passo nel Suo cammino, dove si è confermato che “la Chiesa cammina insieme con l’umanità intera” (Gaudium et Spes, n. 40) in tutto ciò che l’uomo sperimenta ogni giorno. In realtà, come ha notato il Santo Padre, questa verità ha trovato continuamente eco nel Magistero della Chiesa e anche oggi spinge l’intera comunità ecclesiale a promuovere “lo sviluppo integrale dell’uomo” (Caritas in veritate, 11), che si riferisce “anche ai milioni di uomini e donne che, per diverse ragioni, vivono l’esperienza della migrazione” (Messaggio 2013). Penso che la maggior parte di noi si sta abituando a vedere l’immagine dei barconi della speranza che approdano nelle nostre coste sbarcando uomini, donne e bambini in condizioni pietose, che fuggono da mille cose per approdare in una terra non sempre ospitale. Se poi il Mediterraneo riuscisse a trascrivere i migranti che sono stati fagocitati, leggeremo la vicenda dell’immigrazione con un’altra lente. Ma l’immigrazione nel mondo è altro; non è l’approdo dei barconi a Lampedusa che riassume solo il 10% del’immigrazione nazionale. Infatti, oggi, il fenomeno migratorio impressiona per il vasto numero di persone che coinvolge. Basta dare uno sguardo, per esempio, al Rapporto Mondiale del 2011 sulle Migrazioni dell’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni (OIM) nel quale troviamo una stima di circa 214 milioni di migranti internazionali, cioè il 3% della popolazione mondiale – in aumento rispetto al 2005 (nonostante gli effetti della crisi mondiale), quando il calcolo raggiungeva i 191 milioni. * Figlia di Maria Ausiliatrice

Oltre ai migranti internazionali, lo stesso rapporto stima che il numero di quelli interni nel 2010 sia stato di circa 740 milioni di persone. Se sommiamo le due cifre, rileviamo che circa un miliardo di esseri umani, cioè un settimo della popolazione globale, sperimenta oggi la sorte migratoria. È questa vasta moltitudine di gente che, trovandosi in una situazione di “disperazione di un futuro impossibile da costruire” e di “desiderio di una vita migliore”, si sente spinta a cominciare il suo viaggio, anzi, il suo pellegrinaggio di fede e di speranza, così spesso alimentato dalla “profonda fiducia che Dio non abbandona le sue creature” (Messaggio 2013). Il miglioramento della qualità della loro vita è legato intrinsecamente a coloro che incontrano nelle nuove realtà in cui vengono accolti. “Fede e speranza, dunque, riempiono spesso il bagaglio di coloro che emigrano” (Messaggio 2013). Il Santo Padre ricorre a una metafora che, oltre ad offrirci una bella immagine su cui riflettere, esprime anche un aspetto fondamentale del cammino dell’homo viator. I migranti, nel loro pellegrinaggio esistenziale verso un futuro migliore, portano con sé sentimenti di fede e di speranza, anche se non si rendono ancora conto di ciò che stanno cercando esattamente. Dire che tentano di trovare solo un miglioramento alla loro situazione economica o sociale significherebbe semplificare troppo la realtà. In verità, nell’intimo del cuore, essi “nutrono la fiducia di trovare accoglienza, di ottenere un aiuto solidale e di trovarsi a contatto con persone che, comprendendo il disagio e la tragedia dei propri simili, e anche riconoscendo i valori e le risorse di cui sono portatori, siano disposte a condividere umanità e risorse materiali con chi è bisognoso e

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che ha raggiunto una popolazione di 100 000 rifugiati grazie alla benevolenza della comunità internazionale e alle scorte di cibo. Tra questi, molti sono rimasti nel campo anche 20 anni e i loro figli, nati e cresciuti in quell’ambiente, non conoscono altra realtà. Vi sono, poi, coloro che sono costretti a vivere in contesti urbani nuovi e precari, dove solo con difficoltà vengono individuati e aiutati da organizzazioni umanitarie internazionali, come avviene in Sud Africa, in Giordania e in Libano. Vivono in ambienti angusti, lottano per sopravvivere, in continua competizione con i nativi alla ricerca di un posto di lavoro o di un piccolo guadagno.

svantaggiato” (Messaggio 2013). Il miglioramento della qualità della loro vita è legato intrinsecamente a coloro che incontrano nelle nuove realtà in cui vengono accolti. Di fatto, sono ancora molti coloro che, anche oggi, sono costretti a lasciare i loro luoghi familiari, dove affondano le loro radici e dove sono sepolti i loro cari. Essi devono abbandonare le loro terre a causa delle innumerevoli violazioni dei diritti umani e della crudeltà di sanguinosi conflitti. Penso, ad esempio, alla situazione in Siria, nel Mali e nella Repubblica Democratica del Congo, dove l’80% delle vittime sono i civili. La fuga da queste tragedie prende diverse vie. Alcuni, ad esempio, devono camminare per settimane intere prima di varcare la frontiera di un Paese africano orientale. Purtroppo, durante questi esodi, non è raro che una madre perda uno o più figli, a causa di privazioni o stremati dalle fatiche, come è successo in Sudan. Altre persone arrivano a bordo di canotti e ricevono generosamente asilo nello Yemen. Altri ancora si nascondono nei camion e in altri mezzi di trasporto per raggiungere l’Europa dall’Afghanistan. Così, uomini, donne e bambini, molte volte minori non accompagnati, cercano di salvare la propria vita. A questo riguardo, il Santo Padre definisce in modo esplicito questa forma di migrazione «“un calvario” per la sopravvivenza». Dove andranno a finire queste persone in fuga, non lo sanno neanche loro. Il loro destino è ancora incerto. Alcuni sono accolti in campi profughi, come quello di Kakuma, in Kenya,

A questo si aggiunge l’estrema difficoltà di ricevere le cure mediche di base e l’educazione scolastica. A volte, invece, i rifugiati fanno ricorso ai contrabbandieri di persone per raggiungere la loro meta. Il loro destino può tuttavia peggiorare quando a destinazione i suddetti contrabbandieri diventano trafficanti di persone e sfruttano le loro vittime in diversi modi, come ad esempio nel lavoro forzato e nello sfruttamento sessuale. Nell’Unione Europea, queste situazioni sono il segno che diventa sempre più difficile poter chiedere asilo, specialmente da quando in alcuni Paesi sono state introdotte misure restrittive per ostacolare l’accesso al territorio (mi riferisco ai requisiti per i visti, alle sanzioni applicabili ai vettori, alla lista di “safe Countries of origin”). Queste limitazioni hanno incentivato le attività dei contrabbandieri, dei trafficanti, e pericolose traversate in mare che hanno visto sparire fra le onde già troppe vite umane. Tutto ciò avviene nonostante gli obblighi della comunità internazionale circa la protezione dei rifugiati e dei richiedenti asilo, nel rispetto della dichiarazione e dello spirito dei diritti umani, dei diritti del rifugiato e del diritto internazionale umanitario. Innanzitutto vi è l’accesso alla richiesta di asilo. Esso comprende anche elementi primari come il cibo, l’alloggio, il vestiario e le cure mediche, ma anche il diritto al lavoro e alla libera circolazione. Non si sottolinea mai abbastanza che i richiedenti asilo si trovano nella situazione di dover affrontare viaggi fuori dalle loro frontiere ed è loro diritto non possedere validi documenti di viaggio o d’identità. Tutto questo è il fondamento di un processo di integrazione che avrà successo solo se rifugiati e richiedenti asilo avranno lo spazio e la possibilità di far parte, a pieno titolo, dei processi sociali della società di accoglienza. Naturalmente, ciò significa riconoscere le risorse che i rifugiati possono offrire per contribuire alla vita sociale, economica, culturale e civile

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della società, con le loro abilità e competenze. Inoltre, ciò richiede che essi siano in grado di manifestare i loro punti di vista e di essere coinvolti nei processi decisionali. Questo conduce alla capacità del singolo di prendersi cura di se stesso e della propria famiglia con dignità, di soddisfare tutte le esigenze essenziali e di condurre una vita piena nella società. Ciò promuove un futuro comune per tutti iresidenti in un Paese e come il Santo Padre afferma nel suo Messaggio: “L’autentica integrazione avviene in una società dove tutti siano membri attivi e responsabili ciascuno del benessere dell’altro, generosi nell’assicurare apporti originali, con pieno diritto di cittadinanza e partecipazione ai medesimi diritti e doveri”. Tuttavia, sappiamo bene che ciò richiede grandi sforzi e adattamento da parte dello Stato, del pubblico in generale e del singolo individuo, guidati da un atteggiamento aperto di ospitalità. Tale atteggiamento è fondamentale e dovrebbe iniziare fin dal loro arrivo. I primi incontri sono determinanti per stabilire se i nuovi arrivati possono entrare o meno a far parte della società. Per questo, sono necessarie politiche adeguate per il loro benessere e la garanzia dei loro diritti. C’è bisogno anche di un atteggiamento socievole e disponibile da parte del grande pubblico con piccoli gesti di attenzione nei loro riguardi (un sorriso, un saluto, una chiacchierata, un invito a partecipare alle attività di tutti i giorni) che aiuteranno i rifugiati e i richiedenti asilo a sentirsi più accolti e faciliteranno il processo di inclusione nella società. In breve, una testimonianza di vicinanza delle persone nei loro confronti. I rifugiati devono anche adattarsi al loro nuovo ambiente, a volte totalmente diverso da quello a cui erano abituati. Ciò avrà i suoi effetti su di loro e li cambierà. Tuttavia questo incontro di diverse culture avrà anche conseguenze sul Paese di accoglienza e sui suoi abitanti e trasformerà la loro cultura, come risultato di un processo bilaterale di reciproco incontro.

Naturalmente, vengono sviluppate strutture pastorali adatte. La speranza, il coraggio, l’amore e la creatività sono necessari per ripristinare le vite di coloro che sono stati forzati allo sradicamento. La presenza dei richiedenti asilo e dei rifugiati ha anche conseguenze sulla Chiesa e i suoi fedeli. Nel rispondere ai bisogni e alla dignità di coloro che sono costretti ad abbandonare la propria casa, è importante testimoniare insieme un profondo impegno per rendere presente il Regno di Dio. Ciò potrebbe essere realizzato attraverso un’azione comune e la cooperazione con tutti. Gli uni e gli altri si avvicineranno e si rinnoverà il servizio in risposta alle sfide della sofferenza. Passi tradizionali e innovativi sono necessari per consentire alla Chiesa di far fronte a questa sfida d’amore cristiano. Infine, è importante ricordare che i rifugiati e i richiedenti asilo hanno un grande potenziale per testimoniare ed evangelizzare. Essi possono essere fonte di ispirazione per esprimere nuovamente la fede. Con le loro pratiche culturali e religiose e per il modo in cui vivono ed esprimono la religione, essi sono in grado di arricchire le società che li accolgono. A volte con più calore, con stili più espressivi, o anche più convincenti. La migrazione è un pellegrinaggio, una ricerca dell’individuo, della società e della Chiesa. Vorrei concludere citando l’appello che il Santo Padre fa nel Messaggio: “Nella visione cristiana, l’impegno sociale e umanitario trae forza dalla fedeltà al Vangelo, con la consapevolezza che «chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo» (Gaudium et spes, 41)”. Nell’esperienza del confronto vi è l’opportunità di crescita, oggi siamo chiamati ad un rinnovato impegno, a rispondere a nuove istanza con la creatività che contraddistingue il carisma salesiano oggi più che mai attuale.

La Chiesa non manca di essere presente fra i richiedenti asilo e i rifugiati. L’accoglienza e l’ospitalità sono un’importante espressione del Vangelo. Esse sono caratteristiche fondamentali del ministero pastorale, che non è tanto un compito, quanto un modo di vivere e di condividere. Il prossimo è considerato come una persona e non un numero, un caso, o un carico di lavoro. Anche il Messaggio del Santo Padre allude alle “varie realtà” ecclesiali che promuovono programmi di sostegno e l’accesso completo alla parità dei diritti nella vita civile. Vi sono programmi per gli alloggi, l’istruzione e l’accesso al mercato del lavoro, oltre ai servizi di consulenza, programmi di assistenza legale e sostegno per le associazioni di immigrati.

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La corresponsabilità dai colori dell’arcobaleno U

na tavolozza di colori. Un pennello guidato da una mano. Una sigla “ISI”. Tante chiazze di colori variopinti. Ed, infine, la sagoma della Sicilia. Queste le note caratteristiche per mediare il concetto di corresponsabilità che quest’anno l’ispettoria sicula “Madre Morano” ha inventato per sensibilizzare le comunità sul concetto “pratico” di corresponsabilità. Il tutto raffigurato in un poster che poi ha preso anche le dimensione di una max porta pieghevole, come nel caso dell’istituto Spirito Santo in Acireale. L’intento di visualizzare la corresponsabilità sembra essere riuscito, anche se il coinvolgimento corale ha bisogno di tempi ed anche di spazi. La corresponsabilità è la strada che pure la Chiesa ha scelto, soprattutto dal Concilio in poi, di seguire. Così come la Famiglia salesiana cerca di leggere la corresponsabilità come biglietto da visita per essere non solo “insieme” credibili ma per creare un clima di vivace carità apostolica. Queste, tra l’altro, alcune delle motivazioni per cui anche quest’anno la programmazione ispettoriale punta all’obiettivo corresponsabilità attraverso un processo di formazione e autoformazione. Ecco spiegato il perché delle chiazze colorate e della tavolozza del poster. Indicano il contributo creativo che ciascuna persona dà nel luogo dove svolge il proprio servizio apostolico. Di tutto questo comunque ce ne parlano concretamente alcune suore salesiane della la Comunità di Acireale Spirito Santo. Suor Maria Catena pensa che abbia un significato questo poster in sala comunitaria? Alla fine dell’anno 2012 la comunità ha vissuto un momento di verifica. Ed in quella occasione la nostra direttrice, presentandoci le parti che compongono il poster, ci ha spiegato che l’armonia che bisogna realizzare nella comunità è rappresentata dalle singole macchie di colore stampate nel poster. I colori sono le identità di ciascuna di noi. Possono essere colori primari o derivati, ma solo se vengono mischiati insieme possono creare altre tonalità di colore. Quindi, ognuna deve accogliere l’altra nella sua identità se vuole realizzare la comunione. Da allora tengo sempre nella mente l’espressione di Don Bosco: «Io abbozzo, voi stendete i colori». Se mettiamo insieme tutte le potenzialità diventiamo una forza! Ho scelto poi come colore il blu perché mi rimanda al “Divino” e perché essendo un colore primario mi ricorda di mischiarmi con gli altri per creare armonia.

Approfondimento INTERVISTA

Educazione e Catechesi

Un’educazione alla fede attuata mediante un processo di Cettina Cacciato*

E Lei suor Michelina come si è sentita coinvolta? Ho ripensato alle parole unione, carità, pace e serenità. Guardare le chiazze di colore poste in sala comunitaria mi richiamano in mente i fiori di campo. La varietà della grandezza o della forma delle macchie di colore mi fanno anche pensare che non tutti i fiori sono visibili in un campo però insieme danno l’armonia della natura. Il mio colore è il verde. Esso mi rimanda alla speranza di migliorarci e andare avanti verso mete alte. Inoltre, con gli altri colori è come mettere insieme capacità, valori, virtù, il meglio di noi. E per lei suor Domenica che della comunità è quella che ha una maggiore giovinezza accumulata (92 anni)? Non ho voluto scegliere il mio colore preferito per fare una rinuncia. Questo rappresenta per me la gioia di una vita donata nel sacrificio e nella abnegazione. Ho potuto scegliere anche la posizione ed è quella più marginale perché voglio fare della mia vita un posto per gli altri. E suor Ausilia che colore ha scelto? Ne ho scelti due. Perché hanno un particolare significato. L’azzurro la serenità del cielo. Il giallo segno della luce, rappresenta per me il desiderio di vivere nella luce. E per lei suor Nunziatina? Ho scelto il rosa perché è u colore gentile. La gentilezza è un tratto del carattere che mi commuove.

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a riconosciuto, con gratitudine al Signore e alla Chiesa italiana, che la pastorale in Italia e in Europa, ha fatto un cammino significativo a partire dal Concilio Vaticano II: dal testo-catechismo alla Comunità evangelizzatrice nello spirito di comunione e di missione. Gli Orientamenti pastorali dei decenni passati testimoniano l’impegno di attuazione del Concilio (cf Nel decennio 70/80 “ Evangelizzazione e Sacramenti”; nel decennio 80/90 “Comunione e Comunità”; nel decennio 90/2000 “Evangelizzazione e testimonianza della Carità”; nel decennio 2000/2010 “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”; per il decennio che ci attende 2010/2020 “Educare alla vita buona del Vangelo”). La novità di questo decennio in corso è l’attenzione all’emergenza educativa e quindi il richiamo ad un processo di evangelizzazione dentro i cammini di crescita delle persone nei luoghi ed esperienze di vita. Il documento propone, infatti, l’esperienza del Vangelo come esperienza che educa alla vita e sollecita le comunità ecclesiali a riscoprire la loro vocazione educativa, ad educare e prima ancora ad educarsi, riqualificando i luoghi educativi/ambienti di vita che le impegnano maggiormente con una attenzione alla situazione concreta delle persone. Questo implica per la catechesi un’ educazione alla fede attuata tramite un processo che va dal primo annuncio, all’iniziazione cristiana, alla mistagogia, all’accompagnamento vocazionale dei giovani, alla catechesi permanente. Dietro questi termini va compreso un cambio di mentalità che tiene conto, nell’educare alla fede, del contesto socio-culturale e che richiede alle FMA grande ardore apostolico e grande professionalità. La nuova prospettiva pastorale che sta emergendo va certamente compresa e realizzata secondo le coordinate carismatiche del nostro Istituto per educare ‘salesianamente’ alla vita buona del Vangelo le nuove generazioni. Va tenuto presente che la Chiesa in Italia ha aperto il cantiere dell’iniziazione cristiana. L’attenzione ecclesiale alle nuove generazioni esige un’agire pastorale che recupera il coraggio dell’annuncio evangelico, che si fa trasparente nel testimonare l’amore di Dio per la vita di ogni giovane tanto da rendere visibile la sua forza e tenerezza in Gesù di Nazaret, il Signore che svela la grandezza della persona umana. Il cuore della proposta è, dunque, l’annuncio del Signore Gesù,

* Figlia di Maria Ausiliatrice docente di Catechetica - Facoltà Auxilium

consapevoli che l’efficacia dell’annuncio richiede un’alleanza educativa fra tutti coloro che hanno responsabilità nella chiesa e nella società: famiglia, comunità, parrocchia, altri luoghi educativi (oratorio, associazioni, movimenti, gruppi...). Si richiedono nuove figure educative e nuove scelte prioritarie per costruire percorsi di vita buona. Gli Orientamenti pastorali del decennio fanno anche esplicito riferimento all’Insegnamento della religione cattolica (IRC) riconoscendolo come espressione dell’impegno educativo della chiesa. L’IRC si differenzia dalla catechesi per il suo profilo culturale e formativo nell’ambiente scuola, con l’intento di collaborare al raggiungimento della finalità dell’istituzione scolastica in conformità con la dottrina della Chiesa e con le indicazioni didattiche proprie di ogni grado scolastico (cf Revisione dell’Accordo concordatario art. 9,2). L’identità di questo insegnamento viene ribadita dalla nuova intesa MIUR – CEI (Ministero dell’istruzione, università e ricerca e Conferenza Episcopale Italiana), firmata il 28 giugno 2012. È un insegnamento complesso, articolato in quanto in rete con altre discipline scolastiche; rispettoso della libertà di coscienza degli alunni; aperto al confronto e al dialogo con altre religioni e sistemi di significato; proprio per questo richiede competenze e qualificazione professionale. La qualificazione professionale è stata rilanciata dall’Intesa al punto 4 dove si parla di titoli accademici per l’insegnamento della religione, ossia è richiesta la Laurea che, secondo il processo di Bologna, si realizza attraverso un percorso di 3 + 2 anni di studi accademici per conseguire la Laurea Magistrale in Pedagogia e Didattica della religione. L’insegnante di religione dev’essere in grado di coniugare scienze teologiche e scienze umane in vista di una didattica rispondente alle esigenze concrete dell’alunno e della scuola. La Facoltà “Auxilium” ha sempre coltivato queste competenze e i titoli sono riconosciuti dal MIUR e dalla CEI. Per andare incontro ai bisogni formativi di laureati o laureandi di Facoltà teologiche e Istituti di scienze religiose non riconosciuti come abilitanti all’insegnamento religioso, l’Auxilium offre possibilità di integrare il loro percorso di studio con 6 insegnamenti (previsti dal protocollo d’Intesa) e l’attività di Tirocinio. La nostra Facoltà si attiverà in tal senso dal 2° semestre di questo anno accademico 2012/2013. È un onere in più di cui ci facciamo carico in atteggiamento di servizio alla Chiesa, all’Istituto, ai Formatori delle nuove generazioni, in particolare le FMA chiamate a dare qualità educativa alla propria azione pastorale come don Bosco e M. Mazzarello ci hanno insegnato.

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IRC Quale risposta più rispondente ai/alle giovani? di Nicola Antonazzo*

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’insegnamento della religione occupa, all’interno del nostro piano scolastico, uno spazio doppio rispetto a quello tradizionalmente dedicato dalla scuola statale. Due ore a settimana permettono non solo di avviare riflessioni e dibattiti ma soprattutto di verificare l’acquisizione di quelle conoscenze e competenze richieste dagli obiettivi specifici della disciplina. Questa scelta le conferisce pari dignità con le atre discipline curriculari facendola apparire meno “cenerentola” rispetto al contesto statale. Cambiando l’approccio istituzionale cambia sensibilmente anche quello degli allievi che imparano a darle il giusto spazio nell’economia delle risorse destinate allo studio. La possibilità di lavorare in un contesto dove il carisma salesiano è pienamente condiviso da tutti i docenti rende possibile un lavoro pluridisciplinare che motiva e favorisce un miglior apprendimento. Non sono rari i casi di “lettura della storia” alla luce del dato di fede, di confronto con l’ambito scientifico e di condivisione dell’orizzonte offerto dalla filosofia e che interessa e incuriosisce i ragazzi. La risposta è quindi, prima di tutto nel potenziamento dell’offerta formativa. L’ora di religione classica, priva di peso all’interno della proposta didattica, rischiava di sminuirne la portata formativa limitandola alle sole capacità del docente. Due ore permettono, da un lato un ascolto quantitativo e qualitativo diverso, dall’altro un lavoro più ampio e sistematico. La seconda dimensione è più strettamente legata al contenuto della disciplina. Lungi dall’essere una mera informazione religiosa l’approccio che si sta sperimentando di anno in anno è quello di presentare la ragionevolezza della fede. Siamo consapevoli della mancanza di una seria e sistematica formazione religiosa nella maggior parte di loro. Le famiglie, da questo punto di vista, non sono più il veicolo primo e privilegiato dell’esperienza e della trasmissione religiosa, anzi, sempre più spesso, ne ritardano o addirittura ne ostacolano lo sviluppo. A fronte di questa scarsa “alfabetizzazione religiosa”, che sul lungo periodo si trasforma in “analfabetismo esistenziale”, a prima risposta è quella dell’acquisizione del dato di fede dal punto di vista culturale.La religione pervade e performa la cultura, da essa trae gli interrogativi più forti e con essa tenta di offrire risposte adeguate e non preconfezionate. Tale acquisizione passa da alcuni punti nodali che danno il senso e la misura del nostro sforzo ordinario e giornaliero nel tentativo di dare risposte di senso alle domande dei nostri giovani. * Docente di religione Istituto “Don Bosco” (ME)

Recensioni

Approfondimento ESPERIENZA

“La Porta Stret a” del Card. Angelo Bagnasco di Maria Trigila*

La religione cattolica è prima di tutto presentata come coerente con il patrimonio storico e culturale italiano, come tassello fondamentale della nostra identità nazionale. In questo senso diventano “libro di testo” l’espressione artistico-letteraria, la maturità giuridica elaborata nel corso dei secoli, la sensibilità sociale sviluppata grazie al cattolicesimo di frontiera. Il secondo livello di questo percorso è l’incontro con la figura del Gesù storico. Lo spazio dedicato alla lettura dei Vangeli, prima di tutto come opere della letteratura antica, permettere di coglierne l’unicità e originalità. Questo incontro accompagnato e sostenuto da una seria opera di “studio” del testo ne favorisce la conoscenza e spiana la strada a quello che il più delle volte diventa accoglienza del Gesù della fede. Uno spazio altrettanto ampio è dedicato ad un primo approccio allo studio della Bibbia in maniera scientifica e sistematica. I giovani (e i nostri in questo non fanno eccezione) sono attirati già in età adolescenziale dalle risposte offerte dalla filosofia e dal mondo delle religioni orientali. La conoscenza più approfondita della Bibbia e della tradizione giudaico-cristiana permette di veicolare il desiderio di risposte e di rintracciarle proprio nel Testo Sacro che fino a quel momento rimaneva un illustre sconosciuto. Il quadro della proposta è completato dall’approfondimento della Dottrina Sociale della Chiesa, attraverso lo studio del “Compendio”, e dei suoi risvolti in campo politico. Da queste semplici sollecitazioni è nata una particolare esperienza, proprio su iniziativa dei ragazzi delle ultime classi del liceo classico e scientifico, denominata “Officina Teologica”. La dimensione laboratoriale di questi incontri ha permesso, con l’aiuto di esperti teologi, di dedicare uno spazio suppletivo durante le ore pomeridiane e di approfondire tematiche che non sempre trovano spazio adeguato nelle ore curriculari.Nell’ottica e nella prospettiva di generare interrogativi autentici più che soluzioni e risposte calate dall’alto, l’esperienza del’insegnamento della religione trova altri spazi e luoghi di condivisione: cineforum, testimonianze reali di vita cristiana vissuta nell’ordinarietà, la collaborazione con la Facoltà di Teologia locale (retta dai Salesiani) che permette un confronto e una riflessione più alta circa gli interrogativi che riguardano l’inizio e il fine vita. Concludendo è possibile affermare che l’insegnamento della religione, così come proposto nell’ottica e sulla scorta del sistema preventivo, aiuta a promuovere una riflessione “ragionevolmente fondata” sul dato offerto dalla fede e propone, senza nascondersi dietro la semplice cultura religiosa e senza sminuire la portata culturale e storica del fenomeno religioso, una “via buona” da seguire per trovare risposte adeguate alla ricerca dei nostri giovani.

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’esplodere di una crisi economica senza precedenti ha messo in discussione ogni certezza, fino a scuotere gli stessi fondamenti della convivenza. Un processo dalle molte facce, caratterizzato dallo scivolamento in un magma sociale ed etico indistinto, dall’insorgere di nuove povertà. Questa situazione fa emergere il filo che attraversa “La porta stretta”, volume edito da Cantagalli (euro 19.00), che riunisce in sequenza cronologica le prolusioni alle Assemblee episcopali e alle riunioni del Consiglio permanente della Cei tenute dal Cardinale Angelo Bagnasco, chiamato da Benedetto XVI a guidare i Vescovi italiani il 7 marzo del 2007. Il Cardinale offre una traccia perché la comunità dei credenti possa arrivare a quel confronto a viso aperto con la modernità, “luogo” in cui si esprime il dialogo tra fede e ragione. Le pagine de ���La porta stretta” richiamano la lunga tradizione di presenza dei cattolici nella società, rivendicando con orgoglio l’essenziale ruolo di sussidiarietà svolto in nome del bene comune; nello stesso tempo rilanciano, ponendo tutta la comunità cristiana di fronte all’esigenza di una concretezza sempre più marcata. Cammino esigente, dunque, quello cui il cardinale Bagnasco richiama la Chiesa. Una Chiesa che non è un fortino assediato, scrive, ma – pur con i suoi tanti limiti e debolezze – una comunità viva, capace di “dire” e di “fare” nel mondo. Così gli argomenti con cui il cardinale Bagnasco affronta i temi della famiglia e della scuola, dell’etica, dell’immigrazione e della solidarietà, della presenza e dell’impegno diretto dei cattolici in politica appaiono non soltanto “in piena sintonia con il magistero di Papa Benedetto”, ma anche l’applicazione pratica di quel magistero. In questo percorso emergono quelle che, nel saggio introduttivo, mons. Piero Coda definisce le «peculiari qualità che, sin dall’inizio, danno stagliata figura e contenuto pregnante all’insegnamento e al servizio di guida e indirizzo» del Presidente della Cei. In primis la pastoralità, «nel senso alto e preciso, e al tempo stesso pervasivo e quotidiano, che si è fatto strada appunto, nel cammino della Chiesa cattolica, col Concilio Vaticano II»; una «sincera passione», che spinge – ed ecco la seconda * Figlia di Maria Ausiliatrice

qualità – a «un ricentramento della vita di fede e della missione della Chiesa». Il Cardinale traduce tale prospettiva nell’invito a «mettere la propria vita “in asse” con Cristo e, per Lui, con Dio: nell’essere, nel pensare, nel volere, nell’agire. (…) Primato di Dio, in altre parole, ma del Dio con l’uomo e per l’uomo che Gesù rivela e ci comunica nel dono sovrabbondante e libero del suo Spirito». È da queste due qualità, annota Coda, che discende un altro tratto del servizio del cardinale Bagnasco: quel «discernimento collegiale e sapienziale» che continuamente costituisce «l’impianto e l’afflato» dei suoi interventi. Parole che suonano come un costante richiamo all’attitudine prima cui i cristiani sono chiamati ad essere, «discepoli di Cristo, dentro il proprio tempo».

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