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Si anticipa questa puntata della

Pagina del Pollo 45

che verrà pubblicata nell’uscita di Fly Line di luglio/agosto 2014. Oltra all’affrontare le problematiche indotte dalla gestione - e dalla malagestione - del no kill, si prospetta un nuovo tipo di approccio alieutico sul quale siete tutti liberi di scrivere alla rivista ogni possibile commento o critica. Verrà pubblicato. pam@flylinemagazine.com

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L A PAGINA DEL POLLO 45 Roberto Messori

Dopo tante puntate il pollo ormai è prossimo al professionismo e di attributi ne ha recuperati a iosa. La rubrica non è più proibita a nessuno, i commercianti ed i giornalisti tradizionali sono in estinzione, i catturatori di trote non esistono quasi più, e neppure le trote sotto misura, giacché si ripopola con iridee gigantone, ed infine non è più vietata neppure ai fenomeni, altrimenti nessuno, me compreso, vi potrebbe accedere, qui in Italia. In questa puntata leggerete delle conseguenze della normativa no kill, ma solo in funzione di un’ipotetica proposta gestionale relativa all’estrema limitazione del pescato, concesso non più zona per zona, ma su scala nazionale ed uguale per tutti. Comunicate a pam@flylinemagazine.com la vostra opinione.

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A

o Kill

Pollo con pesce, 2014. Pixel su monitor 4961 px x 3543 px Fly Line & Picasso.

Anno 1975 - Begattini, vermi, budella di pollo, larve, bachi, mais e schifezze varie le avevo già abbandonate da tempo a favore dello spinning, tecnica semplice, pulita, poco ingombrante e ben più affascinante, perché trasformava la pesca sedentaria in caccia di movimento, anche se lungo le rive dei fiumi, non certo in boschi o praterie, ed il monotono lancio con la bolognese era trasformato in una sorta di “colpire a distanza” che aggiungeva al sistema un aspetto assai più piacevole. A quel tempo le acque libere erano ancora sufficientemente ricche di pesce naturale e l’andare alla ricerca di una bella trota nei torrenti dell’Appennino o di lucci nei fiumi del piano lasciava spazio sia alla fantasia che alla realtà. Ma in quell’anno vi fu un ulteriore cambiamento: dalla pesca a spinning passai alla pesca a mosca. Ancor’oggi mi sembra difficile trovare parole abbastanza efficaci per far capire la vera essenza di quel salto di qualità. Niente più chili di puzzolenti cagnotti per attirare il pesce in un inganno falsante (e inquinante) la natura, niente più violenze su quei fenomeni naturali dei quali non poteva, fino a quel punto, importarmene di meno, e niente ferraglia ruotante o ondulante armata di ancorette, bensì un’interazione coi segreti della natura che mi faceva percepire quanto ancora siamo parte di essa, e quanto piacere, quanti interessi e quanto nuovo entusiasmo tutto ciò poteva provocare. E il volteggio della coda? Una nuova abilità da acquisire ed una sfida alla gravità ed alle leggi della fisica. Le esche?

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Ecco, da sinistra a destra, la traslazione dalla pesca generica con esche vive, pasturazione e passate monotone allo spinning, con la sua azione di movimento, le sue esche finte “autoportanti” ed il lancio, già più interessante per distanza e precisione richiesta. Ed infine il top della disciplina alieutica: la pesca a mosca. La tragedia che affiorava era la cronica povertà delle nostre acque libere, depauperate da sistemi di pesca devastanti e ridicoli limiti al prelievo. Piccole opere di arte materica che tentano, come i bisonti di Altamira, i cervi di Lascaux o i mammut di Rouffignac, di rappresentare la forza infinita della nostra creatività, ma con un fine più diretto in quegli atavismi che hanno consentito all’umanità di sopravvivere per millenni: la caccia e la pesca. Insomma, nella pesca a mosca c’era tutto: studio e percezione dei segreti della natura, creatività manuale, arte, abilità tecnica da acquisire e perfezionare per portare la sfida sempre più lontano e, prerogativa fondamentale che la differenzia dalla caccia, potenziale possibilità di liberare l’avversario vinto. Il volgare opportunismo che faceva maneggiare vermi e budella era trasformato in un gioco raffinato, elegante, difficile e creativo che esaltava conoscenza ed intelligenza per proporre una ben più difficile sfida ad un avversario altrimenti troppo facile da battere. Era tutto troppo bello e non poteva durare, del resto è così che in questa parte della galassia funzionano le cose.

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Il conflitto - Dagli anni ‘70 agli anni ‘80 il mondo della pesca sembrava, anzi lo era, diviso in due. Da una parte i pescatori “volgari”, che pescavano con tutto, più o meno rispettosi delle leggi, catturando di tutto ed ammucchiando cesti di pesce che venivano spesso gettati, nei fossi o nelle discariche, o regalati, e di nuovo nelle discariche... Pescatori che, tramite le associazioni “storiche” chiedevano sempre di più per catturare di più, dall’abbassamento delle misure minime all’apertura delle bandite alla riduzione dei periodi di frega all’innalzamento in quota delle acque a salmonidi all’apertura di infiniti “campi gara”. E dall’altra noi, pescatori a mosca, che ci ritevevamo superiori per cultura

alieutica (e non solo), che lottavamo esattamente per il contrario: aumento delle misure minime, limitazione del prelievo, riduzione delle tecniche e delle esche più “volgari” ed efficaci, maggior rispetto nelle zone e nei periodi di frega e, insomma, tutti quegli accorgimenti rivolti a rendere le acque più popolate di pesce di maggiore dimensione, era questo infatti il problema cronico dei nostri fiumi e torrenti. Per trent’anni, a parole, abbiamo sostenuto che il pescatore a mosca non è un essere superiore con la stessa ipocrisia di una superfiga che schernisce la propria bellezza dicendo che quella che conta è la bellezza interiore. Dimenticavo: i primi mangiavano


(o buttavano) il pesce, i secondi no, con una relativa percentuale trasversale di entrambi i ceti, perché di ceti si tratta, o meglio si trattava: nel primo era individuato il proletario con la bolognese oppure la bilancella, o l’impiegato figlio di operai o contadini, il secondo il fun-

zionario, l’imprenditore, il rampollo di buona famiglia, l’attuale yuppies pseudo-universitario con la canna in refendù di Hardy o Pezon & Michel, o Payne per i più ricchi. Insomma, chi pescava a mosca si sentiva più In, ed è inutile negarlo, giu-

In basso a sinistra, pesca con la bilancella: dove dovrebbe rifugiarsi un povero pesce quando tutto il corso d’acqua viene setacciato? Qui sotto, cestino ricolmo di pesce: ecco il vero, unico, fondamentale scopo dei pescatori pregni della “vecchia mentalità”, vecchia perché non più attuabile, ma solo per l’impoverimento dei popolamenti ittici.

sto o sbagliato che fosse. Erano tempi dove potevi riempire un libro di offese dialettali solo trascrivendo quello che ti dicevano i pescatori locali di ogni regione quando ti vedevano liberare un pesce staccandolo delicatamente da una Greenwell’s Glory. Oggi ti dicono le stesse cose se lo trattieni. Non so chi sia più stupido, ma una cosa è certa: nessuno si fa i cazzi suoi. È questa la vera tragedia dell’umanità, ma lasciamo perdere questa raffinata filosofia. Di quei tempi l’Albertarelli scrisse un emblemantico paragrafo nella sua ultima opera “L’amo e la lenza”. Il dialogo è con Piper, soprannome di un pescatore che aveva un negozio per pescatori e che era un po’ il suo mentore. Ve lo riporto... di nuovo. «Secondo me» aggiunse Piper «devi ancora perfezionarti bene con la bolognese perché finora io ti ho sempre visto pescare e non posso dire che peschi male, ma non ti ho mai visto fare dei grossi retini. Non hai ancora imparato a martellare i pesci per una giornata intera, a lavorare, come si dice, per il retino.» «Ma questo» osservai «non sarò mai capace di farlo perché per me la pesca non è come dici tu. Non so cosa sia, è qualcosa più forte di me ma quando ne ho presi quattro o cinque e so che posso andare avanti a prenderne ancora mi passa la voglia. Forse sono un po’ picchiato in testa ma ti giuro che è così.» «Va bene,» disse Piper «ognuno è fatto alla sua maniera, ma se vuoi diventare un bravo pescatore devi prendere i pesci.” Quando nei fiumi c’era ancora molto pesce ed io percorrevo le rive con la mia cannetta da spinning prima e da mosca dopo, ero sempre sconvolto dalla visione dei tanti pescatori che ammucchiavano chili e chili di pesce presi così, pasturando e catturando continuamente in una sorta di gara per riempire il cestino a più non posso. Una sola volta chiesi ad una coppia di pescatori che, lungo il Mincio dove io andavo a lucci, avevano predisposto un contenitore di plastica ormai pieno di barbi, cavedani, pighi e quanche piccolo bass, cosa ne avrebbero fatto di tutto quel pesce. Mi risposero che ne potevo prendere, per-

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Un tempo le rive dei fiumi erano assai popolate dai pescatori alla bolognese, tecnica di pesca di estrema efficacia che mirava a riempire il cestino in una sorta di gara all’accumulo capitalistico di pinnuti, che quasi sempre venivano buttati. Oggi è più facile vedere le cassette con ami, fili, piombi e galleggianti nei mercatini di antiquariato, anziché accanto ai pescatori lungo i fiumi.

ché lo avrebbero buttato, tanto ormai neppure i loro amici ne volevano più. Lo dissero come la cosa più ovvia del mondo, come, semplicemente, se questa fosse la procedura di default del loro cervello alieutico. Poco più a monte c’era un canneto e lo sfiorai con un piccolo ondulante, fui fortunato e presi un luccetto di circa un chilo, che liberai. Uno di quei tizi mi chiese se ero matto, non in modo offensivo, semmai scherzoso, ma lo chiese, e mi disse che invece di ributtarlo in acqua potevo aggiungerlo ai pesci del loro bacile, spiegando che i lucci sono belve fameliche e mangiano gli altri pesci. Davvero? Non lo sapevo - risposi il prossimo l’ammazzo di sicuro. Secondo la filosofia di Piper quelli erano di certo bravi pescatori, anche se secondo i principi della matematica, della statistica, in definitiva della natura, oppure del più banale buon senso (parlare di intelligenza sarebbe fuori luogo) tale razza - i bravi pescatori - si sarebbe certo estinta per ovvie leggi naturali. Un algoritmo positivo della selezione naturale. Ma si è estinta! Qual’è l’ultima volta che avete visto un pescatore alla bolognese? Trent’anni di lotta - Dopo almeno sei lustri di lotta con le associazioni di pesca tradizionali, nelle consulte, nei convegni, nelle assemblee, nei rapporti con le amministrazioni e gli assessorati

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delegati alla pesca dilettantistica, ecco che i risultati sono arrivati. Le misure minime sono finalmente aumentate, lottando ferocemente millimetro per millimetro, lo stesso per le quantità di capi trattenibili, ma soprattutto dove le associazioni Pam hanno ottenuto di più sono le famose ZRS, Zone a Regolamento Specifico. Tutti sappiamo cosa sono. Tratti, solitamente brevi, di torrente o La lotta per portare la pesca ad un maggior rispetto della natura, col fine di riavere fiumi più ricchi di pesce naturale, da catturare con tecniche meno cruente e contemporaneamente più raffinate e, in definitiva, assai più piacevoli, è stata lunga, ma qualche risultato è arrivato, spesso vanificato da altri problemi. I due principali interpreti sono stati certamente la Fipsas e l’Unpem, donne isteriche che lottano nel fango della vecchia mentalità Fips, che usa i fiumi come campi di gara anziché come entità naturali, vitali e strettamente connesse alla qualità della vita.

fiume dove la pesca è, o dovrebbe essere, gestita con norme sufficientemente restrittive per proteggere la naturalezza dell’ambiente e soprattutto la conservazione del popolamento ittico, che dovrebbe essere posto in condizione di riprodurre naturalmente ed in misura tale da automantenersi. Quindi importanti limiti nelle tecniche (mosca e talvolta spinning) e nel prelievo, spesso con permessi a pagamento le cui risorse dovrebbero essere reinvestite nell’ambiente, ed utilizzo totale o parziale del no kill. Ed eccoci al no kill.


una forma di rispetto per la vita in rapporto con la stupidità dell’uccidere per gioco o per altri motivi meschini. Liberare un pesce catturato nel fiume, per motivi di buonismo o pandemia culturale del no kill indiscriminato, per poi mangiarne uno d’allevamento imbottito di antibiotici (ma anche una bistecca o una coscia di pollo), la considero non solo un’ipocrisia, ma un’offesa all’intelligenza. E alla salute. Cibarsi di un pesce catturato è un rito antico quanto l’uomo e completa un suo imprescindibile ruolo nella natura, ma è anche un atto grave, per quanto vitale, da compiersi senza sprechi e con l’opportuno rispetto. E, per i credenti, ricordate che Cristo non ha mai applicato il no kill, i pesci li moltiplicava miracolosamente, cosa della quale oggi avremmo un bisogni illimitato. Pesca al siluro in Po. La disgraziata gestione dei fiumi ha fatto quasi scomparire le specie autoctone, sostituite (tra l’altro illegalmente) da specie allottone, con inevitabili, drastici cambiamenti nell’ecosistema. E nelle tecniche di pesca. Premesse sul no kill - Da quando iniziai a pescare a mosca pratico un inevitabile no kill dovuto a due fattori: il primo è quello legale; no kill o no, se la legge impone una misura minima e dei periodi di rispetto per motivi riproduttivi (del pesce...), ecco che il no kill vale comunque per tutti e questo da

sempre, non è una novità, nessuno, fin qui, ha inventato nulla. Anche se i due aspetti tra il rilasciare un pesce sotto la misura legale, oppure perché si è in un no kill, possano apparire profondamente diversi, sono invece assolutamente identici. Ribaltando il discorso, potremmo dire che tutte le acque sono no kill, ma in certune puoi trattenere certi pesci in certi periodi, se superano determinate misure. Il secondo è etico. Ardori giovanili a parte, non ho mai ucciso un pesce se non per scopi esclusivamente alimentari. Lo faccio solo di tanto in tanto. Non ho mai liberato pesci pervaso da commozione, mammismo o buonismo di qualunque genere, ma solo e sempre per

Pasturare per attrarre il pesce è una pratica che con la natura ha ben poco a che fare ed è funzione della quantità indiscriminata piuttosto che della qualità selettiva.

Perché no kill - La pratica della normativa no kill non è stata concepita perché l’umanità all’improvviso ha cominciato a voler bene ai pesci, ma per concretizzare la possibilità di catturare più pesci e soprattutto più grossi, senza depauperare il patrimonio ittico di un corso d’acqua, ed uscire così da quella situazione cronica di acque libere, ma vuote di pesce per quella mentalità ben espressa da Piper, il mentore di Albertarelli. Soprattutto in fiumi ben popolati anche le tecniche più difficili, la mosca in primis, possono dare soddisfazione, e solo la mosca consente di rilasciare pesce praticamente indenne. L’anello si chiude e, insomma, i conti tornano. Non v’è dubbio che oggi la pratica di rilasciare i pesci esuli dai tratti no kill istituzionali, infatti sempre più spesso questi vengono comunque liberati da ogni categoria di pescatori nei più diversi ambienti di pesca. Oggi se trattenete un pesce in acque libere è facile che un altro pescatore vi guardi male o si senta in dovere di dirvi qualcosa, a proposito della crudeltà su quella povera bestia. In realtà, quello che dovrebbe dire, anzi pensare, per essere coerente, potrebbe essere: – Guarda quello stronzo, porta via un pesce che avrei potuto prendere io.

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I problemi del no kill I pesci imparano - Ma non tutti i sapiens umanizzano i pesci, specie se questi, a forza di fregature memorizzate, non mangiano più le mosche artificiali. Pare infatti che il principale problema dei no kill sia il fatto che i pesci, specie i più grossi, non si facciano più ingannare dalle nostre imitazioni, non solo, ma quei pochi che abboccano non si difendono più, si lasciano trarre a riva e fotografare senza lottare. Che gusto c’è? Certo che se li aspettassero farina e olio rovente... E così i Pam, invece di congratularsi per la loro intelligenza, s’incazzano da matti perché non si divertono più e A destra: una conseguenza collaterale del no kill sembra essere quella di umanizzare i pesci, ai quali ora bisogna “voler bene”. In basso: nei no kill si vanno a “sforacchiare” le bocche dei pesci, che potrebbe essere vista come la dilagante moda dei piercing girata ai nostri amici pinnuti. Se andiamo lungo i fiumi per insidiare pesci sforacchiando loro la bocca, obbligandoli a inesorabili tira e molla fino a sfinirli, per poi trarli a riva per fotografarli mentre soffocano ed infine ributtarli in acqua non è perché vogliamo loro bene, ma perché ci divertiamo, in qualità di specie predatrice, a prenderli con la canna. E loro non si divertono di sicuro. Ma purtroppo nella lunga storia della nostra evoluzione dev’esserci stato almeno un primate che ha fatto cose ambigue con un’oca, forse un’oca egiziana, incrociata durante quella migrazione che dall’Africa portò gli ominidi in Europa attraverso le terre del Nilo: infatti l’uomo moderno deve condividere diversi geni con le oche, giacché tende a seguire mode e costumi senza pensare, semplicemente perché gli altri fanno così. Ecco che il no kill, pensato al fine di farci pescare in acque più ricche di pesce per amplificare quella parte di divertimento insito nella cattura a scapito di quello culinario, non avendo, noi oc-

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cidentali, problemi di fame, anche perché la pesca, oggi, è un lusso, non un mezzo per procurare cibo a buon mercato, il no kill, dicevo, è diventato una moda, una sorta di status symbol del pescatore evoluto, fino ad umanizzare il pesce che, secondo questi, dovrebbe essere ben contento di rimediare un piercing anziché un forno friggitorio. Se si parla di pesca sportiva anche il pesce dev’essere uno sportivo ed accettare di buon grado la partita con noi umani. Qual’è lo stronzo che ha il coraggio di accopparlo a randellate? Anche nel film “Alla ricerca di Nemo” una scuola per squali insegna che i pesci sono amici, non cibo, almeno finché uno non sente l’odore del sangue... Come pure lo squalo pentito di “Shark tale”. Se proprio siete affranti all’idea che quel pesciolino che avete liberato per pura umanità possa finire in padella per il gesto scriteriato e disumano di un altro pescatore, non dovreste andare a pescare, e limitarvi a mangiare melanzane, rapanelli e lasagne di soja.


vorrebbero ammazzarli, sostituendoli con altri, freschi di stupidità, ma sempre grossi.

Ed infine c’è l’aspetto più subdolo, quello che maggiormente contribuisce all’umanizzazione dei pinnuti.

Inquinamento ambientale - Ma i pesci che non abboccano sono problemi secondari, a monte c’è di peggio, come il fatto che la gestione no kill nacque, ma soprattutto venne propagandata, come mezzo di salvaguardia della naturalezza e dell’integrità ambientale, e la cosa avrebbe un senso se tale normativa abbracciasse una porzione significativa del bacino idrografico. Nella realtà applicativa, beh, lo sapete anche voi, si tratta quasi sempre di tratti brevi con pesce spesso d’immissione, specie quelli inaugurati da poco, dove per offrire immediata pescosità (e chi ha la pazienza di aspettare che il pesce riproduca e cresca spontaneamente?) si ripopola con pesce adulto, ovviamente d’allevamento. Ed ecco che il no kill funziona subdolamente alla rovescio: porta inquinamento genetico proprio dove si anelava al ripristino ambientale. Ma non starò a ripetere cose che conosciamo benissimo.

Praeda interruptus - Sussiste una differenza non di poco conto tra rilasciare un pesce perché obbligati da una normativa no kill, che abbiamo accettato, giacché siamo lì a pescare, e rilasciarlo di nostra spontanea volontà, rinunciando al diritto di sopprimerlo per cibarcene. Nel primo caso non possiamo uccidere, sappiamo bene che andiamo allegramente a sforacchiare cartilagini, palati, branchie e occhi. Sono forellini piccoli, è vero, inoltre gli ami non devono avere l’ardiglione, lo stesso guadino è strutturato, recita la pubblicità, per non danneggiare il muco del povero pesciolino. Ma è più che giusto, non potendo uccidere è meglio che il pesce sia rilasciato nelle migliori condizioni possibili. Nel secondo caso esercitiamo in modo totale il nostro ruolo di predatori: andiamo a caccia per catturare prede delle quali ci potremo cibare, poco importa se poi le liberiamo tutte, o quasi tutte. Siamo noi a decidere. Nel primo la nostra mente è ben consapevole che l’atto finale del predatore ci è vietato, siamo cacciatori inconsciamente frustrati fin dall’inizio. Crediamo che la sfida col pesce cessi nell’attimo in cui lo abbiamo in nostro possesso, ma in un altro luogo della mente subiamo lo strapotere di un altro predatore che ci priva della preda: la gestione no kill. Il nostro lato ragionevole sa che abbiamo vinto la sfida, che non abbiamo bisogno di mangiare quel pesce, che la nostra società meccanizzata non ci lascia certo morire di fame, non abbiamo davvero bisogno di quelle proteine, anche perchè con quello che ci è costato avremmo potuto portare tutta la famiglia al ristorante a far indigestione di ostriche e scampi ai ferri pasteggiando a Berlucchi. Ma in quell’altro luogo della mente siamo un leone al quale un branco di iene riesce a sottrarre la preda, solo che non lo viviamo così, per compensare questa frustrazione estrema non ci resta che umanizzare quella povera trotella: mangiare umani è tabù,

non siamo cannibali. Non tutti almeno, qualcuno infatti di tanto in tanto viene arrestato, quando trovano fegati umani nel suo frigo. Ma gli esagerati ci sono sempre stati. Nel secondo caso la nostra mente è consapevole che andiamo ad uccidere, è lei a decidere e nessun branco di iene ci sottrae la preda. Il nostro ruolo di predatori è completo, il ciclo si chiude. Non c’è neppure quello spasmodico bisogno di suggellare la cattura almeno con una fotografia, parziale compenso della frustrazione predatoria indotta nel no kill. Una nota: pare che si stia formando una sorta di movimento che propugna la pesca “touch & go” con mosche prive dell’intera punta, quindi non solo dell’ardiglione, ma di tutta la curva dell’amo. Ricordo che anni fa ebbi una chiacchierata con un abbonato che diceva di pescare senza punta nell’amo, poiché gli bastava il piacere di far salire il pesce e poi di togliere la mosca nell’attimo dell’abboccata. La pratico anch’io, quando vedo risalire un pesce troppo piccolo. Ma attenzione: gli animalisti potrebbero considerare crudele illudere poveri pesci affamati per poi sottrarre loro il cibo all’ultimo momento. Almeno eliminerebbe l’esibitiva pratica della foto di rito, e la rottura di palle di tutti quei pescatori che estraggono lo smartphone per farti vedere le loro prodezze. Ghettizzazione - C’è un altro aspetto da considerare tra i problemi indotti dal no kill così come praticato. I tratti similmente gestiti, anziché fungere da “polmoni” per far respirare meglio tutto il bacino idrografico, finiscono per diventare dei veri e propri ghetti a pesca artificiale facilitata, attraggono la maggior parte dei pescatori e, ovviamente, l’interesse delle associazioni che li hanno caldeggiati o di altre che vorrebbero gestirli, e tutte propongono gestioni “populiste”, per usare un termine alla moda, che si risolvono quasi sempre nel cercare di mantenere alta artificialmente la pescosità. Delle acque libere non s’interessa quasi più nessuno, quindi viene anche a cadere un anello fondamentale della catena ecosistemi-

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mente, accade anche ora, Per essere coerenti quindi, secondo questa logica, occorrerebbe trattenere senza alcun limite minimo o massimo, e poi cessare la pesca al raggiungimento della quota. Non sono sicuro, ma mi pare che in qualche bacino venga (o venne) fatto. Come vedete non sono conciliabili le norme no kill, il rilascio del pesce sotto misura, il principio di lasciarlo arrivare almeno alla prima riproduzione e l’evitare di andare a pesca a sforacchiare bocche. Quando non si riesce ad armonizzare un principio sulla base di regole c’è qualcosa che non va in quel principio. Inoltre è inevitabile che, dividendo le acque in due categorie, una maggioranza di acque più o meno “libere” e più o meno abbandonate a sé stesse con regole incapaci di garantirne il ruolo biologico ed un minimo di integrità Sopra: ecco tutto quello che abbiamo della famosa “legge quadro” nazionale che non è mai stata affrontata, è rimasto giusto “il quadro” e l’abbiamo messo in cornice. A sinistra: un altro problema del no kill è che molti club e associazioni locali lo propongono nelle bandite di pesca “tanto non fa danni, il pesce viene rilasciato vivo, gli elettori si divertono e la bandita resta tale...”. Danni invece ne fa, eccome, e le bandite sono indispensabili alla salute dei bacini idrografici.

ca, con inevitabile degrado dell’intero bacino. Ovviamente non è così ovunque, vi sono anche associazioni che perseguono criteri ben più oculati, ma una catena è pur sempre una catena, e la sua funzionalità è legata alla tenuta del suo anello più debole. Lotta animalista - L’ultimo problema, prerogativa del no kill, è che la pratica lascia una porta aperta non solo alle idiozie ideologiche degli animalisti, ma anche ad un concetto di più ampia portata che distingue l’andare a caccia e

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pesca per procacciare cibo (ed eticamente nulla da dire: questi atavismi sono riconosciuti ovunque, alla stregua delle religioni) dall’andare a “giocare” coi pesci sforacchiando loro la bocca. Che ci piaccia o no, che lo si trovi o meno logico, questo punto di vista non ha certo tutti i torti. Insomma: se volete bene ai pesci andate a giocare a tennis o a bocce, oppure mangiateli, ma non torturateli per puro divertimento. Ma nasce anche un’altra riflessione: dov’erano gli ambientalisti che vorrebbero abolire il no kill quale pratica sforacchiatrice quando si andava a pescare per trattenere la famosa quota, o almeno qualche pesce, ma si dovevano liberare tutti quelli sotto misura o di specie protetta? Non è la stessa cosa? Non si sforacchiavano tutti gli esemplari da rilasciare per legge? E questo, ovvia-


dell’ecosistema, ed una minoranza privilegiata, perché vanta molti interessati ed i conseguenti business, ma che a sua volta non rispetta l’ecosistema, bensì il binomio affari/politica facendo leva sulla voracità di una massa di pescatori frustrati, ma alla moda, si lascino parecchie porte aperte ai detrattori, tra animalisti, vegani, lega anticaccia (e pesca), ambientalisti & Co. No kill come scusa - Un ulteriore aspetto negativo del no kill è che, giacché si tratterebbe di una pratica che non intacca il popolamento ittico (in teoria), è stato dilatato a molti tratti di fiume che erano zone di ripopolamento, bandite totali, insomma, polmoni essenziali del

fiume. E così una regola nata per proteggere il pesce apre le porte proprio a quei tratti previsti per la protezione totale, tratti con pesce “facile” perché alieuticamente vergine, e che successivamente potrebbero diventare “zone trofeo” quando il pesce si adatta al no kill, per

Il frontespizio del sito web Unpem: l’Unione dei pescatori a mosca è praticamente l’unica associazione che in questi sei lustri ha condotto, o tentato di condurre, la battaglia per la divulgazione della Pam quale migliore sistema per salvaguardare i popolamenti ittici delle acque a salmonidi (e non solo quelle). Tutto ciò che di buono è stato ottenuto (innalzamento misure minime, riduzione della quota, tratti a gestione speciale e no kill in genere) è dovuto, al di là degli immancabili conflitti e polemiche, esclusivamente all’Unpem. poi essere magari ripopolati per aumentarne la pescosità, con decine e decine di Pam (bracconieri compresi) che percorrono rive fino a poco prima inviolabili. I buoni e i cattivi - Nella caccia e nella pesca, come in qualunque altra cosa di questo mondo, ci sono i buoni e i cattivi, dal pescatore talmente coscienzioso da porsi il problema etico di agire senza danneggiare la natura chiedendo ogni volta a sé stesso: “se facessero tutti così cosa succederebbe?”, fino al pescatore che se ne frega di ogni regola approfittando di tutto quello che può all’uAssembramento pammista nella riserva del Trebbia ripopolata con iridee e salmerini gigantoni (foto Pierluigi Grosoli). Sopra a destra: i cattivi sono sempre gli altri, vale a dire “chi non la pensa come me”, specie se non pesca no kill.

nico scopo di catturare a più non posso. È sempre stato così e lo sarà presumibilmente sempre. L’unico modo conosciuto per rapportarci con la natura in modo non distruttivo, ma soddisfacente per la nostra passione, è di imporre delle regole e punire chi non le osserva. La regola del no kill così come è concepita non funziona, almeno per quel famoso pescatore coscienzioso e per un buon tratto della scala di valori. Per di più il pescatore a mosca necessita (o almeno dovrebbe) di ambienti abbastanza integri, con accettabili popolamenti ittici e sfarfallamenti rapportati a quella qualità dell’acqua. La realtà non è così. Le più infime riserve no kill sono comunque frequentemente battute, i Pam ormai popolano cave, laghetti a pagamento e qualunque ambiente a pesca facilitata, e dilaga la tecnica di pesca col filo, che con la pesca a mosca ha ben poco a che fare. Questo nonostante tutti dichiarino che preferirebbero acque naturali. Ma allora come mai si continua con questo sistema? Beh, la storia e la nostra cultura poco ambientale, opportunista (o artistica se preferite...), di un popolo superficiale, individualista, per fortuna scarsamente indottrinabile, ma con infinita umanità potenziale che di tanto in tanto salta fuori, hanno portato a questo progressivo risultato di regolamenti a macchie di leopardo: uno stillicidio di tratti no kill, di concessioni, di centinaia di tessere per pescare nell’una o nell’altra regione, o provincia, o comune, passando attraverso diverse pseudo-associazioni nazionali, poi locali ed infine ai singoli club. Una parentesi importante: una sola cosa è certa: negli ultimi 40 anni tutto ciò che è stato fatto per salvaguardare (come s’è potuto) le acque a salmo-

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nidi, è stato fatto dai pescatori a mosca con le loro bistrattate associazioni. Chiusa la parentesi. Così in certi fiumi ti multano se trattieni un pesce, in altri ti multano se lo lasci andare, oppure se hai schiacciato male l’ardiglione, mentre pochi metri più a valle si pesca col verme o uno scarico abusivo distrugge il fiume sotto il naso del guardapesca che ti sta sequestrando l’attrezzatura per il cavillo di un regolamento, oppure in un fiume si pesca solo a mosca ed è proibito ripopolare con iridee, ma appena passato il confine regionale (o provinciale) ci trova un campo gara imbottito di rainbow prendi e getta. Forse è il momento di una gestione un po’ più globale, di principi generali e di un nuovo ordine di limitazioni. Sarebbe la famosa legge quadro che non è mai stata affrontata, mentre le leggi regionali, per accontentare questa o quella associazione o gruppo politico, sembrano a tratti concepite da dementi. È il momento delle proposte.

Proposta indecente Ricordate quando, negli articoli “Salto di qualità” in Fly Line 1/2002 e “1° Meeting Cdf” in Fly Line 3/2002 lanciai la proposta di una sorta di

Pamchisciotte lotta contro i mulini a vento dell’irragionevolezza. È arduo lottare contro la mentalità di “comoda rapina” praticabile in ambienti facilitati e falsificati, anziché far comprendere come ambienti naturali e ben gestiti potrebbero offrire una disciplina alieutica di qualità ben superiore, magari a discapito delle quantità artificiali di pesce d’allevamento di grossa dimensione (grafica Picasso & Fly Line).

Comitato di difesa dei fiumi trasversale a tutte le associazioni per salvaguardare l’ambiente fluviale dall’impatto antropico? Sembrava utopia fantascientifica, eppure progressivamente sono sorti numerosi comitati di difesa dei fiumi, più che altro a carattere locale, ma i collegamenti e gli scambi di esperienze tendono a divulgare sempre più la pratica. Quella proposta era rivolta alla difesa dall’antropizzazione (cementificazioni, scavi in alveo, centraline idroelettriche, dighe, inquinamenti, prelievi, Mdv non rispettato, ecc.), che interessano, o do-

Riserva turistica a pesca facilitata nel Trebbia: ecco il risultato, enormi iridee d’allevamento prese a streamer, perché aggrediscono qualunque cosa si muova in acqua, indifferenti alla presenza umana (foto Pierluigi Grosoli).

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vrebbero interessare, tutti i pescatori, mentre la gestione della pesca era lasciata fuori dalla porta: prima occorre difendere il fiume, solo dopo ci si può occupare di pesca. Ebbene, questa nuova proposta è relativa invece alla gestione alieutica delle acque a salmonidi, ma dilatabile anche alle acque vallive, almeno relativamente a pesci autoctoni di pregio, come il luccio. Occorre anche ricordare l’infinita frammentazione dei luoghi e delle regole: oggi il pescatore per pescare nelle varie regioni e nei diversi fiumi di queste necessita di innumerevoli permessi e licenze locali, e osservare regolamenti diversissimi e spesso conflittuali. Una vera bolgia. Che fare? Non riesco a pensare a nulla di più semplice di una licenza nazionale, ovviamente rilasciata dalle regioni che, nell’eventuale estensione per acque a salmonidi, contempli la possibilità di una quota annuale che sia possibile trattenere in tutto il territorio italico. Ad esempio 10 bollini da staccare, uno per pesce. Sono pochi? Va bene, facciamo 20 bollini da staccare, uno per ogni salmonide trattenuto, con indicata la data ed il luogo, da compilare immediatamente. Chi viene trovato con pesce senza la marcatura del bollino lascia la


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versalmente. - Motiverebbe la scelta di tecniche di pesca (mosca e spinning) meno dannose di quelle con esche naturali, stante la maggior pescosità acquisita. - Ridurrebbe la frammentazione e l’emanazione di regolamenti barocchi e/o demenziali (senza offesa) come oggi vediamo in diversi luoghi.

licenza al guardapesca, più la multa, e ci riprova l’anno dopo. Sarà sua facoltà trattenere o liberare il pesce. Questo sistema trasformerebbe tutte le acque a salmonidi in zone trofeo, con pochissimi pesci sopprimibili e tanti rilasci quasi fossero no kill. Le gestioni dei fiumi potrebbero continuare più o meno come oggi, un simile accorgimento limitativo non vieta certo di creare zone no kill, tratti di bandita totale, o quello che vi pare. O almeno che pare all’associazione, al club o al privato o pubblico gestore che sia. Come deroghe (l’Italia è il paese delle deroghe, lo sapete, vero?) si potrebbero ad esempio lasciare catturare le iridee, stante la volontà generalizzata - e legge in alcune regioni - di tornare alle specie autoctone, con l’obbligo di trattenerle, ma senza bollino, ma gli accorgimenti particolari saranno prerogativa delle problematiche locali. Poi sarebbe da rivedere il meccanismo dei campi gara, che non dovrebbero esistere in acque pregiate come legiferato in Emilia Romagna (dove però alla promulgazione di questa legge la zona a ciprinidi venne spostata a monte per consentire campi gara in acque effettivamente da salmonidi. Che volete? Fatta la legge...). In ogni caso io ritengo che i tempi siano maturi per interrompere la continua ed assurda frammentazione di licenze e permessi sempre più locali e normative sempre più strambe e conflittuali

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per progettare - finalmente - principi e norme meno dipendenti dalle esigenze dei pescatori e più dipendenti dalle esigenze dei fiumi. Una licenza nazionale che preveda di trattenere, quale norma fondamentale, in modo controllabile sempre ed ovunque, un limitatissimo numero di catture risolverebbe numerosi problemi: - Innanzittutto la pescosità delle acque, fattore che ridurrebbe fortemente lo spasmodico bisogno di ripopolamenti “pretesi” dai pescatori, promuovendo di conseguenza la fattibilità della riproduzione naturale, che potrebbe comunque essere sostenuta da ripopolamenti più qualitativi, magari imperniati su uova ed avannotti. - Tutte le acque diverrebbero una sorta di no kill “corretto” dove le problematiche indotte da questa gestione verrebbero attenuate fortemente da un seppur minimo prelievo. - Contemporaneamente tutte le acque diverrebbero parallelamente una sorta di “zona trofeo”, cioè il tipo di acqua considerato migliore in assoluto per il pescatore. - Priverebbe di senso le proteste degli animalisti, almeno in relazione al maltrattamento degli animali, poiché non si andrebbe più soltanto a sforacchiare poveri pesci, ma a praticare una vera e propria caccia di selezione, ben riconosciuta e motivata uni-

- Uniformando maggiormente regole e pressione di pesca si rispetterebbe molto di più l’ecosistema acquatico, poiché - troppo spesso dimenticato o sottovalutato - il sistema venoso dei fiumi non consta di una miriade di ambienti isolati, ma di grandi bacini idrografici all’interno dei quali la comunicazione è la regola.

A sinistra, gara di pesca alla trota, tutto in essa va a danno dell’ambiente: la pressione di pesca, gli inevitabili ripopolamenti-inquinamenti genetici, il considerare sport competitivo uccidere (o sforacchiare) animali e la maleducazione che la pratica comporta. Sotto: licenze e permessi pesca sembrano moltiplicarsi per chi non limita le uscite alla propria provincia.


(esisteranno sempre in ogni contesto), io credo che in fondo alla coscianza di ciascuno di noi viva davvero il desiderio di percorrere le rive di fiumi più naturali, anziché rimaneggiati e falsificati come ben sappiamo. La semplicità di questa proposta è tale che sarà altrettanto semplice adeguarla alle realtà locali. Si potrebbe ad esempio renderla attiva solo su pesci autoctoni e lasciare libera la pesca degli

Sopra e a destra: principali bacini idrografici dell’Italia ed il bacino del Po. In ciascuno le acque sono tutte collegate, interrotte solo dalle costruzioni umane: dighe e briglie, solo di rado dotate di impianti di risalita per la migrazione dei pesci. Finché i principi, le leggi e le regole non lo terranno presente non sarà possibile migliorare più di tanto la qualità delle acque e conseguentemente della pesca.

Danneggiando un fiume si danneggiano tutti i corsi d’acqua dello stesso bacino, poiché tutti, in misura relativa, ne risentono. I pesci migrano per alimentarsi e riprodurre, ed ogni norma che grava sul fiume dovrebbe tenerne conto. - Conferirebbe ai salmonidi quell’aureola di pesce pregiato che s’è persa nel tempo, pesci rari e preziosi da trattare in quanto tali, che vivono nelle difficili acque dei torrenti, a scarsa riproduzione e con nicchie ecologiche delicate e ristrette, i cui ceppi originari sono a rischio di estinzione. Questi, almeno, i presunti effetti principali. So bene che esistono realtà locali, specie in Italia, dove ogni “locale” ha una sua realtà, ma occorre rendere consapevoli i pescatori che la situazione alla quale si è arrivati, oltre ad essere già insostenibile, propone un futuro devastante. A parte gli stupidi irriducibili

allottoni, si potranno stabilire localmente dei range nelle misure, sia minime che massime, controllando ulteriormente il prelievo, e proteggere così le specie più a rischio. Bene, la palla ora passa al mondo Pam, ai commenti, alle valutazioni, alle intuizioni intelligenti come a quelle stupide (sicuramente le più divertenti, quindi inviatele, noi Pam del III millennio amiamo riderci addosso), coi suggerimenti consequenziali che potrete inviare in redazione per la rubrica dei lettori. Scrivete tutto quello che vi viene in mente: è più utile una critica costruttiva (o una demolizione motivata) che un insignificante “mi piace” da cliccare. Basterebbe portare questa proposta in una consulta regionale da parte di una delle nostre associazioni, e poi vedere che tipo di eco produce. Chissà, qualche assessore pazzo potrebbe prenderla sul serio.

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Pagina del pollo 45  

Pubblicato in Fly Line 4 di luglio/agosto 2014, l'articolo affronta le problematiche del no kill, offrendo un punto di vista su decenni di g...

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