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copertina di Fly Line 2/2016

Le 5 giornate di Somerset Roberto Messori

Questo articolo è tratto dall’uscita di Fly Line n. 2 di marzo-aprile 2016


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Le

giornate

dall’Angler’s Club of NY al Fly F Foto di sfondo: Times Square a NY.

Roberto Messori

Creazione di Paul Rossman.

Le marche di birra proposte nel bar della fiera.

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Cartoline d’epoca di gentili dame pescatrici.


e di Somerset

Fis hing Show di Somerset

Classiche wet fly da trota.

L’esigenza di espansione del mercato e la necessità di globalizzare le collaborazioni hanno portato la delegazione di Fly Line nel cuore pulsante della tradizione pammista Usa. Ora, anche Theodore Gordon è dei nostri. 57


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omerset, New Jersey, mezz’ora d’auto da New York, salvo le ore di punta, 29, 30 e 31 gennaio 2016: tre giorni di full immersion nella storia antica, moderna e futura della pesca a mosca made in Usa, questo hanno comportato i cinque giorni che Alberto ed io ci siamo sobbarcati per presenziare al Fly Fishing Show, una sorta di fiera itinerante che, tra gennaio e marzo, delizia gli appassionati facendoli viaggiare tra Denver, Malborough, Somerset, Winstom-Salem, Linnwood e Pleasanton. Noi abbiamo scelto Somerset, nel cuore della cultura pammista dei Catskill, che sta alla cultura mondiale di noi psicopatici di peli e piume come i chalk stream del Sud dell’Inghilterra stanno alla cultura europea della medesima classe patologica. Nessuno si offenda: io ci sono dentro in pieno e da sempre. Ormai è una frase fatta quella che ripeto a chiunque mi chieda di cosa mi occupo: – Faccio l’editore di pubblicazioni per una branca di psicopatici che anziché andare dall’analista preferiscono andare lungo i fiumi armati di ami rivestiti di peli e piume per catturare pesci. Qualcuno ammette di non conoscere questa malattia, allora aggiungo: – Non è malattia, ma una cura, e funziona benissimo. Non avevo mai visto New York. Nei miei quattro viaggi in Usa, da tre settimane ad oltre il mese di permanen-

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za, con l’unica eccezione di alcuni giorni a Los Angeles per portare Carlotta a Disneyland ed agli Universal Studios, mi sono sempre tenuto a rigorosa distanza dalle metropoli. Montagne rocciose, interminabili deserti di canyon, altopiani densi di fiumi e infiniti trasferimenti sono le cose che ho visto e vissuto negli Stati Uniti. Poi, nell’infuriare della battaglia mediatica tra Los Angeles e New York, combattuta a colpi di film e telefilm, la curiosità ha fatto capolino e la voglia di camminare in mezzo ai grattacieli tra Times Square e Wall Street ha preso sempre più consistenza. L’ho fatto, anche se privo di cappello da cow boy e Glock calibro 45 alla caviglia.

Aggiungo anche due colpi di culo: all’arrivo ero appiccicato al finestrino quando l’aereo, in pieno sole nel primo pomeriggio, ha percorso l’ultimo avvicinamento a quota di grattacielo lungo tutta Manhattan, poco a Est della città, fino alla statua della Libertà, ed ero sempre dal lato del finestrino al ritorno, nel percorso inverso, la sera, con la città illuminata.

Anglers’ Club of NY

Alberto è Alberto Calzolari, collaboratore di Fly Line, parla l’inglese come l’italiano, mentre io lo parlo come Totò lo parlava nel film Totò, Peppino e la malafemmina. Grazie ad Alberto, amico di Gregory Belcamino, socio ed ex presidente dell’Anglers’ Club of New York, eravamo invitati a pranzo nella sede del Club, vecchissimo, famoso ed esclusivo club fondato nel 1909. Sveglia alle 6, poi taxi, treno, camminata e metropolitana ci hanno portato fino al Club giusto per l’ora di pranzo. È con la camminata, per metà svoltasi underground tra una stazione e l’altra della metro, che ho finalmente vagato, naso per aria, tra i grattacieli soleggiati ed un vento gelido, del resto, se lo ricordate, tutta la costa Est era appena uscita da una bufera di neve che aveva bloccato ogni attività, compresi, citavano le cronache, diecimila voli. Al Club è d’obbligo la cravatta, Alberto mi aveva avvertito: – Metti in valigia giacca e cravat-


ta, io la odio, ma lì ci vuole. Anch’io la odio. Quando all’Holiday Inn di Somerset, alle 6,30 del mattino, bussai alla sua porta per dirgli che la vecchia cravatta che mi ero portato (un ricordo di quando, doveva essere il 1970, lavorai come ispettore tecnico della Pace Assicurazioni) non potevo metterla perchè era stata mangiata dalle tarme, quasi tagliata a metà appena sotto il nodo, e che inoltre le mie camicie non potevo chiuderle al collo perché troppo strette, cose delle quali mi accorsi poco prima, mi rispose che lui invece l’aveva scordata, e che sarebbe bastata la giacca, compresi cosa significa avere un amico. I grattacieli, appena esci dalla stazione della metropolitana, sono altissimi, poi, via via che ci cammini in mezzo, accade uno strano fenomeno: diventano sempre più bassi. Accadde qualcosa del genere nel secondo viaggio nell’Ovest degli Usa, ricordando la potentissima impressione del primo viaggio, quando gli spazi sembrarono infiniti, successe che, nei viaggi che seguirono, si ridimensionarono parecchio, come le distanze percorse, quando per fare quattro lanci in un fiumiciattolo diventa normale viaggiare per due giorni. È vero, l’essere umano si abitua a

tutto, nel bene e nel male. Ricordate “Up”, il film d’animazione, dove la casetta di Carl Fredricksen viene fagocitata, nel corso degli anni, dai grattacieli? Beh, la sede dell’Anglers’ Club offre la stessa impressione, è una modesta palazzina di mattoni di due piani soffocata dalle infinite torri di acciaio e cristallo del quartiere finanziario, eccetto due, dall’undici settembre 2001. La sede è molto diversa dalle polisportive e dai centri sociali con saletta annessa dei nostri club. Divani e poltrone in pelle, mobili antichi o comunque in legno lavorato con classe, pareti ricche di dipinti con scene di pesca e stampe antiche, ovunque quadretti di mosche artificiali di questo o quel personaggio famoso, poi, sempre ovunque, attrezzature di pesca rare e di pregio, poi libri, tanti libri, libri dappertutto, libri rari e rarissimi antichi e moderni. Quelli più preziosi sono sotto chiave in librerie con inferriate. Hanno una curatrice per la biblioteca, una signora cortese che vi spiega come procede per la conservazione dei libri, ricostruendo copertine, costolature, rivestimenti in pelle, fregi dorati, rilegature, aggiungendo etichette in ottone, contenitori protettivi e... Non avete idea di cosa si possa o debba fare

per curare l’antica carta stampata. Con l’approssimarsi dell’ora di pranzo i soci sono via via aumentati. Tutti con la cravatta. Uno solo era senza, è entrato rapidamente tenendo con la mano i baveri della giacca accostati, ma io, che stavo all’erta, me ne sono accorto. È andato difilato nel piccolo locale adibito ai soprabiti, ha aperto un cassetto, ha estratto una cravatta e se l’è messa, uscendo sorridente, ritto e impettito. Solo Alberto ed io eravamo tragicamente senza. Credo che la mia tormentata psiche abbia assorbito un sorta di valenza sessuale collegata per qualche oscuro meccanismo alla cravatta. Gli uomini in cravatta mi hanno sempre intimidito, oppure infastidito, e se la mettevo io mi creava disagio. Eppure non è un capo pericoloso, ho visto infiniti film di donne e transessuali strangolati con una calza di nylon, ma mai con una cravatta. L’unico contatto verbale era sempre e soltanto con Gregory, che tutti chiamano Greg, il nostro anfitrione, solo un altro contatto si verificò. A tavola eravamo strettissimi, impossibile tenere i gomiti sul tavolo, non l’avrei mai fatto, ma è solo per dare un’idea, tutti attorno a un lungo e largo tavolo, alla mia destra

A fronte in alto, Greg Belcamino e Alberto Calzolari all’Angler’s Club of NY durante un loro precedente incontro, nel quale Alberto donò al Club una composizione con le sue mosche da salmone. Sotto, il sottoscritto a NY vittima di un Minions, che per la foto voleva cinque dollari, a Roma i legionari si accontentano di tre. Gliene ho dati due. Con la mano sinistra cercava un punto dove piantare un coltello. In questa pagina, a destra la sede dell’Anglers’ Club prima dell’esplosione della bomba e, a sinistra, una scena dell’attentato, nel 1975.

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un signore mi osservò per qualche istante, vidi bene lo sguardo al mio colletto, poi mi chiese se ero socio del club, dissi di no, che ero ospite, riportò subito lo sguardo nel suo piatto brontolando qualcosa che mi suonò come: – Ah, volevo ben dire. Anatra all’uvetta, polpettine di vitello in salsa di capperi, gustosissima, riso con strani germogli e calice di ottimo vino rosso hanno reso giustizia al fatto di avere cucina interna e cuoco fisso, rigorosamente con camice bianco e toque sul capo. Non aveva la cravatta, ma non è mai uscito dalla cucina. Foto niente, scordatevele, nel Club vige la ferrea proibizione di scattare foto. In Internet ce ne sono, guardatevi quelle. È lì che ho trovato quella di Greg e Alberto. Osservavo una vetrinetta con la serie di mosche originali che Theodore Gordon, il padre putativo della tradizione Usa pammista, nel 1890 ricevette da Halford, la osservai a lungo, non potendo fotografarle cercai almeno di fissarle ben bene nella mente. Gregory mi notò e raccontò la storia di quelle mosche. Il 24 gennaio 1975, all’ora di pranzo, una bomba esplose nella Fraunces Tavern, adiacente al Club, uccidendo quattro persone e ferendone una cinquantina. La bomba distrusse l’ingresso e la scala interna, le spesse mura salvarono i commensali del ristorante, ma i soci dell’Angler’s Club non furono altrettanto fortunati. Pare che la bomba fosse opera del FALN, una rappresaglia, poiché la CIA, l’undici gennaio dello stesso anno, uccise a Porto Rico diverse persone, sempre con una bomba, nel tentativo di eliminare due indipendentisti. Durante lo sgombero delle macerie un socio del club notò un riquadro sfasciato dentro un secchio assieme ad altri calcinacci che un pompiere stava per buttare, andò a verificare e si accorse che era la vetrinetta delle mosche originali di Gordon, che così furono fortunosamente salvate. La canna, ovviamente in bambù, purtroppo, andò distrutta. Quando la tecnologia fotografica arriverà a riprendere le immagini fissate nella mente umana, potrò finalmente mostrarvele.

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Elisa la conoscete anche voi, apparve in copertina in Fly Line 6/2003. Ha la passione e la cultura dell’aceto balsamico, quello vero, l’acetaia che cura risale al 1927, per chi ciò possa significare qualcosa. Mi aveva procurato due boccette di questa delizia, una l’avremmo portata a Gregory, l’altra a Steve, l’agente in Usa della Partridge, che ci ospitò nel suo stand. Gregory è un uomo prestante, per non dire imponente, insomma, ha dimensioni Usa, un viso importante, un’età moderatamente avanzata, accenno di barba brizzolata e baffetti, pure brizzolati e, ovviamente, un perfetto completo scuro da uomo d’affari. Al club fu cortese, gentile e attento, una di quelle persone che sa metterti a tuo agio.

Sopra, Alberto Calzolari al posto di combattimento. Oltre che emissario, interprete e assistente alle trattative editoriali, era invitato in qualità di flytier e, di tanto in tanto, doveva legare qualche pelo a qualche amo. Sotto al centro, tra gli stand il sabato pomeriggio. Pagina a destra in alto, Ted in camicia hawaiana, al centro, bizzarra paletta di plastica per far fluttuare e vibrare gli streamer nel recupero. In alto a destra, il solo stand italiano presente in fiera: Massimo Tirocchi propone le sue canne in bambù refendu.

Lo rividi quattro giorni dopo a Somerset, in fiera, dove gli consegnai per la biblioteca del Club una copia de “Gli insetti di Fly Line”. Tutt’altro look: jeans larghi e piuttosto vissuti, o qualcosa del genere, camicia di flanella tipo boscaiolo canadese, felpa in pile di colore indefinibile, scarpe copiate dai pensionati italiani e cappellaccio a larghe tese. Niente cravatta. Ma in fiera, con una banale camicia scozzese, un maglioncino beige di lana con collo a V, calzoni di cotone pesante e scarponcini Timberland comprati in svendita diversi anni fa, ero certamente tra i più eleganti. Se fossi un genio, mi sarei fatto trovare in cravatta. Se siete ancora tra quelli che


pensano che i tedeschi non si sappiano vestire, almeno quelli della passata generazione, dovreste venire a vedere come si veste la gente qui, nelle fiere di pesca. Comunque Greg, cortese e a suo agio nei panni da market cinese come nel completo di Armani, era venuto a ringraziarci per l’aceto, anche a nome di sua moglie, deliziata da quel nettare, e a raccomandarsi di non passare da New York senza contattarlo, offrendosi come ospite per qualunque esigenza.

Fly Fishing Show

La fiera di Somerset al Garden State Convention Center è collocata in un capannone con circa 300 stand di espositori, 42 flytier, una vasca di lancio dove un addetto fa rispettare i 3 minuti concessi a chiunque per le prove di lancio (salvo i momenti delle esibizioni di lanciatori famosi), un bar ed un self-service. Tanto per dare un’idea, alla fiera di Vicenza nel reparto “mosca” gli stand erano circa 34, associazioni comprese. In compenso la gastronomia era a nostro vantaggio, a Somerset niente porchetta, né salsiccia di cinghiale, né salame felino, coppa di testa, soppressata, taleggio, Asiago, né Merlot, Cabernet, Prosecco o altre delizie che a Vicenza spuntavano continuamente in vari stand. Un hamburger, un hot dog o un triangolino di pizza comunque erano rimediabili. La birra invece era un problema: se non sapevi indicare esattamente marca e tipo potevi morire di sete, mai te l’avrebbero portata, così avevo studiato la lezione imparando bene la pronuncia della Samuel Adams. Dove non l’avevano lasciavo perdere. Le attrezzature, le offerte di pesca dei lodge, l’atmosfera, la grande attenzione al passato, gli stand di libri antichi e moderni, gli scambi di idee, l’osservazione dei lanciatori (gente comune e “professionisti”), gli stand di cose vecchie (per loro sono antiche), ma soprattutto le lunghe file di tavoli dove si alternavano i flytier, tutto trasmetteva sempre e comunque, al di là del business, catalizzatore della situazione, una grande armonia tra la pesca a mosca del passato e quella “moderna”. Lo so, l’osservazione non è di facile interpretazione, ma ci provo.

Le fisse che abbiamo noi Pam, qui, nel Paese del sole, dell’aceto balsamico, della porchetta e del Lambrusco, là non le hanno. Nessuno tira una riga tra chi pesca a mosca secca e chi a sommersa, tra chi usa la 7’ per coda 3 e chi la 9’ per coda 5, tra chi prova la Tenkara e chi insiste a Valsesiana, tra chi usa mosche in plastica e chi rigorosamente pelo animale e piume (io tengo per pelo e piume, anch’io ho le mie debolezze), tra chi pesca a 18 metri perché più in là non ci arriva e chi pesca rigorosamente in tutto-coda. E tra chi pesca con la coda di topo e chi col filo, ma qui la riga ci sta, la matita ce la metto io. Avranno certamente anche qui tutte le loro menate, ma negli scambi di idee non te ne accorgi, e tutte le tue fisse vengono rispettate, anzi di più, vengono considerate. Solo dopo, semmai, pensano che sei strano. Qui, prima di guardarti storto perché fai una cosa anziché un’altra, cercano di capire, ti parlano, e chiedono, poi ti raccontano. Lo scambio di idee qui è la legge universale.

I libri

Ben Furimsky, organizzatore della fiera, rivende libri di pesca ed aveva un suo stand con esposti non un bel po’ di libri di pesca, ma una abnorme bibliote-

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ca di libri di pesca, divisi per argomenti e ripartiti in numerosi tavoli e scaffali. Io ho indugiato ad un tavolo con la dicitura “Entomology books” e mi sono messo a sfogliare pagine e pagine di quelli che mi sembravano più per entomologi che per pescatori. Sapevate che in Usa ci sono almeno una cinquantina di specie di effimere solo della famiglia Ephemerella? Qui abbiamo praticamente solo Serratella ignita, e fa ancora incazzare torme di pescatori. Jay Nichols della Stackpole Books, casa editrice con la quale stiamo studiando una collana da realizzare in sinergia, mi ha spiegato che al pescatore statunitense dell’entomologia non importa granché, e questa per me è stata la notizia migliore ricevuta in New Jersey dal secolo scorso ad oggi. Qui, i libri firmati dall’autore valgono di più. Nello stand di Ben erano quindi allestiti due tavoli dedicati agli autori delle ultime opere edite affinché gli acquirenti potessero farli firmare e scambiare quattro chiacchiere con l’autore. Uno di questi era Alberto Calzolari, giacché abbiamo presentato in fiera il suo ultimo (e primo) libro di racconti, Italian deeds and misdeeds, una raccolta di novelle che Alberto scrisse negli anni per la rivista “Castabout bulletin” del Catskill Fly Fishing Center and Museum (vedi: https://www.facebook.com/ CFFCM/posts/10154483974139972). Lo trovate in vendita nel sito di Fly Line, in lingua inglese. Al tavolo degli autori Alberto, per la verità, non è stato molto professionale, anziché colloquiare col pubblico ha dedicato parte del tempo a farsi insegnare da Ted Patlen il colpo di gomito col quale Dean Martin

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faceva roteare il cappello a larghe tese fino a infilarselo in testa. Ted Patlen è probabilmente la persona più simpatica ed espansiva conosciuta qui, perennemente sorridente ed esteticamente trasgressivo (è un eufemismo: come definireste uno che si dimentica sempre di radersi completamente e gira nel post-bufera di neve con una camicia hawaiana con due pappagalli?), venerdì sera ci ha portati ad una cena americano-calabrese (diversi personaggi conosciuti avevano origini italiane) organizzata da un gruppo di conoscenti suoi e di Alberto della comunità dei flytier. Siamo saliti in auto con lui, la cena era in un appartamento affittato per i giorni della fiera, qui molti hotel affittano appartamenti, Ted era convinto di sapere quale fosse, ma nei primi tre tentativi, dopo essere entrati in massa in tre alberghi diversi ed aver suonato allo stesso numero di camera (unico dato del quale era certo), una telefonata provvidenziale della moglie di Ted ha risolto la situazione.

Cast demonstration

Personaggi come Steve Rajeff, Lefty Kreh, Gary Borger, Bob Clouser, Joe Humphreys e diversi altri, divisi per specialità, si sono alternati nelle loro dimostrazioni di lancio nella vasca, allestita come le nostre, con una spanna d’acqua, lunga circa 30 metri, forse due di meno. Ne ho osservati alcuni per un po’, ma non li ho visti lanciare, non almeno come avrei immaginato. Capivo assai poco di quello che dicevano, ma una dimostrazione di lancio è una dimostrazione di lancio, non la presentazione di

un telequiz televisivo, mentre l’impressione era di avere a fronte uno showman in piena azione. Ho visto lanciare in modo patetico, davanti ad un pubblico in estasi, ma ho una spiegazione, o almeno ho cercato di darmela. Anni fa, molti anni fa, assistetti alle raccomandazioni che Mario Riccardi, a quel tempo direttore della scuola di lancio dell’Unpem, dava agli allievi istruttori. Io ero presente per la cronaca dell’incontro. Ricordo che raccomandò di non mostrare nulla del lancio, se non quello che gli allievi avrebbero dovuto fare di lì a poco. Pertanto niente lanci esibitivi per stupire i novellini, come amano fare tantissimi istruttori che smaniano per far vedere quanto sono bravi. Non so quanto siano bravi questi showman Usa, ma probabilmente seguono lo stesso principio di Riccardi, anche se di fronte avevano un pubblico generalizzato, non novizi sprovveduti. Oppure, in Italia siamo davvero tutti fenomeni.


Ricordo che il pubblico, quando il finale cadeva a circa 18 metri di distanza, rumoreggiava accennando con la testa come se avessero visto una sorta di miracolo. Nelle nostre fiere, anche se il santone del caso arrivasse a 40 metri, tutti i santoni presenti, cioè tutti i presenti, avrebbero avuto manifesti atteggiamenti patetici, friggendo per il bisogno di far vedere a loro volta quanto sono bravi. Non indugerò molto nelle mie teorie, ma penso che la differenza tra i fiumi Usa e quelli italiani, differenza in termini di gestione, purezza biologica, rusticità ed antropizzazione, racchiuda talune possibili spiegazioni del nostro infinito sgomitare e cazzeggiare, ma non tutte, le altre devono essere genetiche.

Ted Patlen

Ted e Bob Patlen, Ted è quello che non si ricorda gli alberghi delle cene e Bob è suo fratello, avevano uno stand da rigattiere pammista. Tra la moltitudine di cose curiose esposte in vendita c’era una Hardy Continental di 8’, la voglia della mia vita, ad un prezzo tra l’altro onesto, ma ormai la voglia mi è passata anni fa, poi una pagina in lega di piombo (o di zinco), pesantissima, per la stampa di un vecchio libro di mosche da salmoni, roba da archeologia tipografica, era in vendita a 350 $, bellissima, perfetta nell’incisione e nei testi speculari, un oggetto straordinario da mettere in cornice ed appendere in un punto importante, Alberto, adoratore fino al fanatismo di due cose: le antiche Pagina a sinistra in alto, neppure io ho saputo resistere alla fama esibitiva, complice Alberto che mi ha chiesto di mostrargli come monto la AK47 moderna versione dello squalo, l’essere acquatico più spartano e micidiale, invariato dal’Ordoviciano. Sotto, Gary Borger e Steve Rajeff si esibiscono nel lancio. In questa pagina in alto, Alberto e Ted Patlen al tavolo delle firme degli autori dei libri. Sotto a destra, impugnature ispirate ai barboncini.

mosche da salmoni e la cultura storica dei flytyer dei Catskill, ci ha smaniato sopra. Gli dissi: – Chiedi a Ted il prezzo, data l’amicizia lo metterai prima in difficoltà, ma poi lui metterà in difficoltà te. Pur riluttante chiese il prezzo a Ted. Ted sulle prime rimase un po’ a bocca semiaperta come se non avesse capito bene, poi passò alla faccia da pokerista, infine con enfatismo esordì con un: – Fifty dollars! Alberto non si aspettava una risposta del genere, pensava sì ad uno sconto, ma non ad un regalo. Ted gli ha chiesto 50 $ solo perché regalarlo sarebbe stato troppo imbarazzante per Alberto, ma era proprio di quello che si trattava. Ora Alberto, che ovviamente l’ha “comprata”, ha un bel debito morale, come il capo indiano delle Teste Piatte nei confronti di Jeremiah Johnson, nel film Corvo Rosso non avrai il mio scalpo, al quale diede sua figlia in sposa in cambio degli scalpi dei Piedi Neri dei quali Johnson voleva liberarsi. Per fortuna Ted è sposato. Io però rimasi fregato. Ero attratto da una bottiglia panciuta di vetro soffiato dei primi del secolo scorso, su un lato una sorta di bassorilievo mostrava un cacciatore nell’intento di spa-

rare, sull’altro un pescatore teneva un pesce per la coda. Anche per questa il prezzo non scherzava, ma avrei messo Ted in una situazione difficile. Non so cosa avrebbe fatto, uno sconto a livello di quello di Alberto o scontentato il suo amico? Lui era amico di Alberto, Alberto è amico mio, ma io non sono amico di Ted, ci siamo conosciuti in fiera, mentre Alberto frequenta il mondo internazionale dei flytier da almeno un paio di lustri. Insomma ho lasciato perdere, magari tra altri due lustri l’avrà ancora, se ci sarò ancora io, magari, chissà... È poi solo una bottiglia. Bella però.

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A sinistra, la bottiglia di vetro soffiato che avrei voluto comprare, si intravvedono il cacciatore ed il pescatore. Sopra, Kat Rollin, la cortese signore che monta senza attrezzi le salmon fly, in primo piano, sulla destra, un box da flytier, col primo cassetto sollevato, dell’inizio del secolo scorso. A destra, sopra, dipinti informali di Paul Rossman e, sotto, la trasposizione artistica nelle salmon fly: l’amo sostituisce la tela.

La paella

Alla cena americano-calabrese con caccia al tesoro della cucina è seguita una cena con paella. Alberto ed io credevamo che si sarebbe trattato sempre di una cosa fatta in casa, ma, sempre in auto con Ted, l’aver trovato il posto, un ristorante con cucina spagnola, al primo tentativo avrebbe dovuto metterci in guardia. Sapete quando si parte con una finalità, se cambiano i fattori è difficile riuscire ad adeguarsi in fretta e reagire di conseguenza. Un po’ come a pesca: un giorno fai una strage pescando con una certa mosca in un certo modo e, quando ci torni presumendo una replica, non vedi una coda. La nostra mente, avendo elaborato la paella da un paio di giorni, ed avendo mangiato una sola fettina di pizza in fiera, si era fossilizzata su quel piatto. Paella era il piatto tipico del ristorante spagnolo, ma con regolamento Usa: mezz’ora in un

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ingresso stipato dai clienti in attesa che tutto fosse pronto per prender posto ai tavoli. Più o meno come da noi negli uffici postali, o all’anagrafe, o dal medico. Gli unici due pirla ad ordinare la paella siamo stati Alberto ed io. Due tegami da caserma degli anni ‘70 ricolmi di riso scotto (non Scotti, scotto) completamente insapore, mescolato a pezzi di pesce, totani e gamberoni dello stesso sapore del riso, scotti pure loro. Niente sugo, solo un fondo di acqua insipida di bollitura. Il rifiuto è arrivato alla prima forchettata. Era immangiabile. Abbiamo passato la sera ad osservare i dodici Pam della nostra tavolata, come tutti gli altri commensali, sbranare con gusto enormi bistecche al sangue, mentre Ted, seduto alla mia sinistra, divorò con malcelato piacere un carrè d’agnello, uno dei miei piatti preferiti, sotto uno sguardo affamato ed uno stomaco vuoto in pena, entrambi miei.

Non so perché sia successa una cosa del genere, sia Alberto che il sottoscritto non manchiamo certo di esperienza, non ordinerei mai, ad esempio, alla Steck House di Jackson Hole lasagne alla bolognese, o tortellini in brodo al Matsuhisa di Beverly Hills, eppure ci siamo cascati. Che dire del ripetere i vecchi errori? Un po’ come se Barack Obama volesse riprendere la guerra in Vietnam. Potrebbe farlo, se ordinasse paella al ristorante spagnolo di Somerset, New Jersey.

Tradd Little

Little significa piccolo, ed era davvero piccolo il piccolo Little che costruiva salmon fly nel tavolo alla sinistra di Alberto, forse ho dimenticato di dire che Alberto aveva anche l’impegno di trattenere il pubblico al suo tavolo a colpi di penne e piume per montare mosche da salmone “antiche”, forse un giorno vi


racconterò il suo trucco per non lavorare troppo. Little, dicevo, era un bimbetto che avrà avuto nove o dieci anni, ma in grado di realizzare fully dressed salmon fly di rara perfezione. Le osservai bene, erano davvero perfette. Anche Carlotta, mia figlia, giusto circa a 9 anni, volle provare a montare una mosca, un semplice bruco in herl di pavone ed hackle palmer, la mosca più semplice che si possa immaginare, riuscì a farla, l’ho ancora, un vero obbrobrio. Poi ne fece altre, tutte dello stesso livello. Insomma, vedere quel bimbo magrino, smunto, piccolo per lo standard Usa a base di hamburger, patatine e burro d’arachidi, insomma, non vorrei dirlo, ma mi è sembrato strano. Avrei voluto scambiare con lui qualche parola, ma il mio inglese... Il piccolo ha osservato Alberto estrarre da un piccolo sacchetto un ciuffo di pelo per preparare un corpo in dubbing e gli ha chiesto, puntando il dito sul sacchetto: – What is that hair? Alberto glielo ha spiegato, poi ne ha raccontato l’utilizzo in determinati dressing, ha accennato alla sua nemesi storica e gli ha mostrato il montaggio. Il piccolo lo ha ascoltato rapito, ed appena finita la spiegazione ha puntato il dito sul sacchetto ed ha chiesto: – What is that hair?

Modi di vivere

Mark Susinno vive dipingendo quadri con pesci sott’acqua, in fiera aveva allestito un angolo nel suo stand dove dipingeva sotto gli occhi del pubblico. Partendo da fotografie subacquee riproduceva il pesce ambientandolo, realizzandogli attorno le caratteristiche dell’ambiente della sua nicchia ecologica. I prezzi? Da fuori di testa. Alan James Robinson vive procurandosi mappe delle zone di pesca dove inserisce pesci dipinti da lui, o selvaggina per i cacciatori, e proponendole in vendita a prezzi da fuori di testa.

Kat Rollin, una gentile ed affabile signora di mezza età vive costruendo mosche da salmoni realizzate rigorosamente a mano. Non ne ho chiesto i prezzi. Paul Rossman è un artista che vive realizzando mosche da salmoni come dipinti informali moderni, con forme, masse ed accostamenti cromatici assai simili ai suoi dipinti. Laureato all’accademia, formato come artista ed autore di numerosi libri sulle salmon fly, è passato dalla tela all’amo per creare le sue opere. La sua è una ricerca infinita nell’armonia e negli accostamenti cromatici dominati dalle piume d’uccello.

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Prezzi da fuori di testa. Vito DeVito, italoamericano di seconda generazione, eufemismo per precisare che parla solo inglese, è un artista che vive realizzando stampe, dipinti e sculture con scene di pesca, di caccia e di ambienti naturali, in fiera aveva esposto litografie realizzate con procedimenti tradizionali, partendo dalla pietra calcarea incisa specularmente. I prezzi? Da fuori di testa. Con prezzi da fuori di testa non intendo eccessivi o esagerati, semplicemente che in Italia potreste vendere opere come quelle descritte ad un amico che vi vuole molto bene, o ad una mamma che vi vuole incoraggiare, insomma, dubito fortemente che qui qualcuno di quei personaggi potrebbe vivere, pagare le tasse e mantenere una famiglia andando pure a pescare. Poi, pescare dove? Qualche tempo fa ad una manifestazione internazionale, non ricordo né dove né chi, forse a Monaco, vedendo-

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mi mostrare e spiegare gli aspetti fondamentali della tecnica di lancio ad un conoscente, mi disse che in Usa potrei vivere senza difficoltà replicando quello show negli opportuni circuiti. In Usa non lo so, ma qui cerco di evitare di lanciare in pubblico, ogni volta c’è qualcuno che vuole insegnarmi come si fa.

Flytier

Ai tavoli da costruzione presenziavano o si alternavano oltre cinquanta famous flytier, come recitava il cartellino che portavano al collo. In alcuni c’era solo tyer, non so se per modestia o perché di serie B, Alberto li conosce praticamente tutti, alcuni meglio di altri, con diversi è molto amico, poi, sapete com’è, rivedendosi regolarmente a distanza di mesi o anni si vengono a formare gruppi di amicizia, specie se alcuni hanno il senso dello spettacolo, si originano simpatie ed empatie ed infinite discussioni sulle mosche, sui costruttori

del passato, fioccano gli inviti a pesca e si moltiplicano le esperienze. Credevo che Alberto fosse un parlatore formidabile, quello che ho appurato è che lo sono tutte le sue conoscenze. Ho seguito Alberto per i primi giri tra gli stand ed i tavoli dei costruttori, ma ad un certo punto ho dovuto abbandonare, avete mai portato a spasso bassotto tedesco per fare pipì? Comunque mi sono reso conto che quello dei flytier è una sorta di setta internazionale, unita, ma aperta a tutti, affabile e rispettosa del vostro contributo alla Pam almeno quanto del loro, è un po’ come se mi avessero riaperto gli occhi su certi aspetti della vita quanto al suo fine.

Il fine della vita

Mi sono sempre chiesto se ho fatto bene a dedicare tanti anni alla pesca a mosca, sia per passione, e questo è imprescindibile, sia per averne fatto il mio lavoro. Forse avrei potuto studiare chi-


A fronte in alto a sinistra, l’artista Vito DeVito e le sue opere litogafiche. A destra, Alberto con Steve Silvero, agente della Partridge in Usa, ora Alberto lo è per l’Italia. Steve è stato il nostro grande appoggio in fiera, sia logistico che di amicizia ed affabilità, una persona davvero rara. Sotto, le carte geografiche rielaborate da Alan James Robinson con l’inserimento delle prede tipiche della zona. A destra, edizioni di libri rari, con prezzi che vanno, per questi esposti, da poche centinaia ad oltre 3700$. In questa pagina, sopra a destra, l’angolo dove dipingeva Mark Susinno. A destra, il libri in inglese di Fly Line in vendita nello stand di Bob Furimsky: Italian deeds and misdeeds e Cdc Evolution. Sotto: Alberto con Paul Rossman e Kat Rollin.

mica farmacologia e cercare medicinali per curare il cancro, oppure avrei potuto studiare fisica nucleare per cercare le fonti energetiche che avrebbero potuto salvare la specie umana in un prossimo futuro, una mia ricerca antropologica avrebbe potuto produrre un libro per far capire al mondo che la colpa delle guerre, di ogni guerra, è dei capi di stato, qualunque sia il tipo di governo, complici le chiese e i fanatici rosi dall’ambizione del potere e della ricchezza. E se avessi scoperto come eliminare, nel Dna, il gene della criminalità? Ma ora finalmente ho capito: il mezzo più potente per raggiungere questi scopi è promuovere la pesca a mosca. Ora so che questi fini non verranno mai raggiunti, ma che, di certo, ho scelto il mezzo più entusiasmante per perseguire un’utopia esistenziale. È facile provarlo. Avete mai letto di un adolescente che ha fatto una strage a scuola con la canna da mosca?

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