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LA PAGINA DEL POLLO

Fronti di guerra: il torrente ESTRATTO DALL’USCITA DI FLY LINE 4/2006

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L A PAGINA DEL POLLO L

a pagina del pollo è una rubrica a sorpresa che costituisce un vero e proprio corso di apprendimento Pam. Ma attenzione, tutti i concetti sono controcorrente, l’unico punto di vista considerato è quello della razionalità animale, senza offesa, specie perché l’ho scritta io. Qui vengono snobbati gli aspetti puramente bipedi quali: consumismo, protagonismo, esibizionismo, vanità, egocentrismo, moda, ecc. Insomma, ci siamo capiti. Se non siete principianti è meglio non leggere il seguito. Qui si mira a creare macchine da guerra senza orpelli attrezzistici o ammennicoli mentali. Si va al sodo. A tal fine la lettura è severamente proibita a: a) tutti i commercianti di articoli da pesca b) tutti i giornalisti ed editori di pubblicazioni Pam c) tutti coloro che hanno già catturato una trota in misura d) tutti coloro che si ritengono segretamente fenomeni La lettura è invece obbligatoria per: a) tutti coloro che hanno già catturato una trota in misura, ma se la sono mangiata b) tutti coloro che hanno catturato trote sotto misura, ma le hanno mangiate lo stesso c) tutti coloro che continuano a misurare le trote

Fronti di guerra:

il torrente

Tecniche e strategie per la pesca a mosca in torrente. É una silenziosa guerra dei nervi quella della Pam in torrente, come le battaglie ad alta tecnologia, dove radar, sensori laser, metodi di occultamento ed azioni rapide ed improvvise sono i presupposti del successo. Dal Pam che striscia tra le ortiche a quello che si limita a stare basso dietro i macigni a quello che percorre il torrente come se fosse l’uomo invisibile, le strategie sono varie ed assai personalizzate, ma una cosa è certa: i sensori delle trote sono sempre attivi ed i loro mezzi di difesa sono perennemente in allarme rosso. Un passo nella ghiaia, un falso lancio nel campo visivo, un’ombra, un luccichìo, un’imprecazione, scendere in acqua rumorosamente, ed ecco che nel mondo alieutico scatta l’allarme: solo le trotelle sprovvedute rimarranno a tiro, e quelle che, memori dei pranzi in allevamento, vi verranno incontro sorridendo. 2


“... Massi levigati biancheggianti sotto il sole, fredde zone d’ombra, tappeti di muschio...” In più ci mettiamo una vecchia Hardy con mulinello Dallari, giusto per migliorare l’armonia.

Roberto Messori

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n torrente – Sono un pollo reo confesso, abbandonato dal maestro sulla riva di un torrente, che faccio? In questa putt… puntata parliamo della pesca in torrente, ma di torrenti ce ne sono tanti, di svariate misure e morfologia, incassati tra pareti di roccia ed enormi macigni, o tra rive erbose e boschi di conifere, che scorrono in letti ampi e poco variabili, oppure tra sassi e continue cascatelle, con lunghe piane ed ampi ghiareti o con la prelazione di profonde buche alternate a brevi rapide. Non fa nulla, scegliete quello che vi pare, l’importante è che

non sia grande e sia abbastanza variabile. Insomma, il torrente descritto da Mario Albertarelli come: “Niente zanzare. Massi levigati biancheggianti sotto il sole, fredde zone d’ombra, tappeti di muschio, vecchi tronchi dalla corteccia marcia affioranti, limpide correnti che gorgogliano su un fondo di ciottoli giallastri e lucidi o spumeggianti cascate, e ancora cupi ristagni d’acqua azzurra dietro i grandi roccioni di granito purissimo…” Sono quasi certo di averlo già citato in Fly Line, da qualche parte che non ricordo, fa niente, è solo per capirsi meglio. Gli altri ambienti li affronteremo più avanti, in future… puntate.

Prima di tutto – Giunti sulle rive del torrente, l’ambiente certo più facile, prima di tutto occorre montare la canna, adattare un finale, scegliere la tecnica di pesca ed infine la mosca. Il principiante, di solito, indovina tutto al volo, poiché alieuticamente è un semplice ed i suoi ragionamenti sono inconsapevolmente gli stessi dei pesci. Il maestro lo sa ed è per questo che lo ha abbandonato: per paura delle figuracce e della terrificante fortuna del principiante. È un maestro in gamba, ma adesso tocca al pollo. Il rumore del fiume, l’odore della vegetazione, gli effluvi della natura attivano i suoi meccanismi animali e, se

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non ha già la testa inquinata da slogan commerciali, fa tutto bene. Il suo problema è che non lo sa ed in pesca l’incertezza sta con l’avversario. Qui cercheremo di aiutarlo confortandolo nelle sue scelte e cercando di evitargli quelle troppo infelici. Vogliamo che si diverta. Prima occorre stabilire con che tecnica di pesca si comincia. Di regola il Pollo non si è ancora fossilizzato sull’una o l’altra tecnica: mosca secca, sommersa o ninfa, pertanto sceglierà quella che al momento trova più facile, sia per la sua scarsa esperienza che per la situazione del fiume. Naturalmente per retaggio culturale priviligerà la mosca secca, giacchè associa tre caratteristiche inconfutabili: è più facile, fa più “figo” e comunque diverte di più allietando il senso più significativo: la vista. Siamo perfettamente d’accordo con lui: anche il nostro consiglio è di iniziare sempre a pescare con la mosca galleggiante, con o senza bollate, con o senza insetti in giro e, soprattutto, con o senza sfarfallamenti. Ovviamente occorre che la condizione dei livelli lo consenta; ad inizio stagione potrebbe

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essere praticamente impossibile o chiaramente insensato affrontare con mosche galleggianti un torrentone quasi in piena con pesce ancora segregato presso le tane o nei fondali. Potrebbe esistere un’eccezione. Una volta assistendo ad un corso di lancio per istruttori sentii protestare due milanesi scandalizzati che loro non avrebbero mai insegnato a lanciare con la mosca secca se non dopo un tirocinio con la sommersa di almeno due anni, come si faceva evidentemente al loro club. Forse erano stati allevati dalle suore ed il primo rapporto sessuale poterono espletarlo dopo sposati e solo per figliare. Comunque, tornando a noi, se provenite dalla stessa preparazione pammistica siete esonerati per due anni dal dover iniziare ogni uscita con la secca. E sposatevi in fretta. Stabilita la tecnica di pesca occorre predisporre il finale. È questo il vero problema pollastrico e ad esso dedicheremo alcuni paragrafi, essenziali quanto sufficienti. In torrente occorre fissare tre parametri: la lunghezza totale, la lunghezza

del tratto terminale (tip) ed il diametro di questo. Ecco uno spettro di scelta del tipo “pochi concetti, ma chiari” che va bene nel 90% delle situazioni. Nel restante 10 %, probabilmente, avreste fatto bene a rimanere a casa. Sul diametro non c’è storia, ecco un criterio a prova di bomba per legare dry fly, si sceglie tra due sole misure del tip: - Ø 0,16 mm con acque ancora alte o comunque veloci e generalmente mosse. - Ø 0,14 mm con acque basse, a tratti moderatamente veloci e superfici moderatamente increspate o poco mosse. In torrente io non scendo mai sotto il Ø 0,14: voi naturalmente fate come vi pare. Ed ecco un criterio a prova di bomba per utilizzare wet fly: - Ø 0,18 mm con la mosca sommersa nella maggior parte delle situazioni, estendibile a 0,20 mm con mosche voluminose e/o acque alte e/o pesci grandi, oppure 0,16 nelle condizioni opposte. Io non scendo mai sotto lo 0,16:


voi, naturalmente… In ogni modo con lo 0,18 si fa tutto. In torrente, qualunque torrente, dal Rio delle Pozze all’Idrija, io porto solo tre bobine per cambiare il tip; 0,14; 0,16 e 0,18. Ed a volte solo una: lo 0,16. Lunghezza del finale - Questa scelta importante, di regola relativa all’ambiente ed alla forza del vento, è bene venga interpolata con l’abilità del principiante. Tre o quattro lustri fa la Pagina precedente: il Leno di Terragnolo, affluente dell’Adige. Qui sotto: alto Baca, affluente della Soca. Il torrente può presentare morfologie assai diversificate, dalle rapide alternate a cascate, con grandi macigni, profonde buche e canyon, alle lunghe piane dove spesso il pesce bolla tre metri troppo in là, su rive in ghiaia dove l’onda d’urto (vedi oltre) è devastante. Le tecniche per affrontarlo sono le stesse della guerriglia moderna, contro un esercito super tecnologico: sensori laser, segnalatori di movimento, campi minati.

regola era semplice: finale lungo come la canna o poco più e tip di 55/60 centimetri: erano i famosi finali a nodi di Riccardi utilizzati dai più. Oggi vanno ancora bene, ma solo nelle bufere di vento, oppure per pescare con mosche sommerse, se non vi ritenete troppo raffinati, od obsoleti. Oggi la regola aggiornata potrebbe essere: con dry fly usate un finale lungo da una volta e mezzo a due volte la canna. Con wet fly finale lungo da una volta a una volta e mezzo la canna. Lasciamo stare i centimetri, la canna è il sistema di misura perfetto: agganciando la mosca all’anellino ferma-mosca presso l’impugnatura, è facile verificare la lunghezza del finale e confrontarla con questi semplici parametri. Lunghezza del tip, mosche secche: da ottanta centimetri ad un metro e venti, relativamente alla mosca da lanciare. Mosche voluminose e/o con probabile effetto elica lo richiedono più corto e di maggior diametro, e viceversa. Se scelte necessarie impongono terminali lunghi e mosche che all’utilizzo denotano effetto elica, a volte inaspettato, dovete

semplicemente lanciare più “morbido”, meno velocemente insomma, riducendo al minimo i falsi lanci, che è sempre una bella cosa, e se siete TLTisti ipervelocizzati il problema è tutto vostro. Lunghezza del tip, mosche sommerse: da 60 a 90 centimetri, pena non riuscire più a percepire svariate abboccate, 90 cm comunque sono già tanti, siete sempre polli insomma. Io non sarò pollo, forse, ma taglio a 70 cm al massimo. Composizione del finale – Per molto tempo le formule dei finali sono state parificate dagli americani alla formula della Coca Cola, dagli orientali ai mantra del Nirvana, dagli europei al trucco per pagare meno la benzina, da quelli di Corleone ai pizzini e dai giapponesi all’acciaio delle katane. Un mistero insomma. Eppure di misterioso c’è ben poco. Le scelte consigliate sono due, una economica (piano A) ed una dispendiosa (piano B), ecco quella economica, il piano A: procuratevi i nylon in bobine da 100 metri nei diametri dal 45 al 20, nylon più economico possibile e morbi-

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Qui a sinistra: Pam a processo variabile (vedi testo), la pesca è iniziata da poco e le precauzioni, pur non eccessive, sono parzialmente attivate, ma osservare dall’alto la buca è già un rischio per i sensori visivi del pesce più esperto. Pagina successiva: Pam tipo “mai farsi venire il ginocchio della lavandaia” (vedi testo), siamo alla fine della giornata e le scorte di energia precauzionale sono esaurite. Se a lato della briglia c’era una trota selvatica o rinselvatichita, di certo ci sarà anche la prossima volta: è un caso perfetto di no kill preventivo.

dissimo, che resti steso dopo una “stiratura” senza massacrarsi le falangi, poi tre bobine di quello che ritenete “supertosto” in funzione di quanto credete alla pubblicità (nello speciale Attrezzature del 2002 li trovate quasi tutti testati senza pietà, con tabelle delle tenute dichiarate e reali, con e senza nodi e con vari nodi, da non perdere), i diametri per il tratto terminale insomma: 18, 16 e 14, e fatevi i finali da voi con questa semplicissima formula: cm/ø 150/45 – 40/40 – 30/35 – 25/30 – 25/25 – 20/40 – 100/16. Totale m 3,90. Circa una volta e mez-

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za una canna da 9 piedi se il torrente è grande o aperto, per torrenti contenuti e canne corte riducete i 150 cm del tratto di potenza (il ø 45) fino alla lunghezza opportuna. Ora siete affrancati dai negozi per almeno un paio di stagioni, al massimo vi occorrerà qualche bobina del tratto terminale. E dovete saper fare i nodi. Questo finale vi consentirà di pescare senza problemi e nelle migliori condizioni possibili nel 95% dei casi. Se nel lancio i nodi causano di tanto in tanto parrucche del finale (il tratto terminale si blocca nei nodini nel caso di tailing

loop, per tutti frequentissimo) non dovete disperare, il fatto ha i suoi vantaggi e ve ne accorgerete nel caso B. Infatti se i nodi fanno un po’ da appigli, fanno anche “da fermo” per il nylon, che non scorrerà fino a stringere le spire della parrucca, come accade più facilmente nel caso B, con finali conici. Se il sintomo persiste rivedete un po’ la tecnica di lancio e ricorrete al medico. Insomma, nel caso A avrete qualche aggancio in più in caso di tailing loop, ma districherete facilmente le parrucche, nel caso B avviene il contrario, meno agganci, ma più nodini nel terminale e parrucche inestricabili. Non avvilitevi, nessuno al mondo ne è esente. I grandi della Pam ne sono vittime quanto noi: nelle dimostrazioni di lancio lanciano bene, ma sono su prato e senza mosca, inoltre alla fine dello show prendetevi la briga di contare i nodini nel finale: vi occorrerà una calcolatrice. Finale, tra l’altro, ben più semplice, corto e robusto di quello usato in pesca. I grandi quando pescano non lanciano, ma pescano e l’istinto prevale, fanno come tutti: il timing decade e gli agganci non si contano. I grandi s’incasinano e imprecano come tutti, sono grandi solo perché scrivono il contrario, oppure scrivono la verità e diventano comici e simpatici, sempre di successo.


Caso B. Ecco la scelta meno economica: comprate i finali in nylon, conici, in negozio, ad esempio di 12 piedi con ø terminale medio, circa 0.18, e poi aggiungete, come sopra, un tratto terminale di buon nylon. Per correggere la lunghezza totale accorciate o allungate (con 0.45) il tratto di potenza. Per far questo basta trovare ad occhio un punto dove il finale originale conico ha un ø circa dello 0.45, tagliarlo ed inserire la “prolunga”. Passaggio dry/wet e viceversa – Se pescando a secca decidete di passare alla sommersa dovete accorciare il tratto terminale per portarlo a 70 cm circa, se il finale è ancora troppo lungo, accorciate il tratto di potenza: le lunghezze totali

le avete lette poc’anzi. E viceversa per passare dalla sommersa alla secca. Ed ora passiamo alla pesca. IL PAM CHE NON DEVE CHIEDERE, MAI La pesca – A questo punto, a finale finalmente deciso e preparato, dovrebbe rimanervi ancora un po’ di tempo per pescare prima che faccia buio. Ecco come agire. Sono cose che sapete già, che avete letto e sentito mille volte, ma se state leggendo queste righe evidentemente non è bastato. Sulle rive del fiume siete in guerra e al fronte l’avversario può essere

più vicino di quanto credete, pertanto, montata la canna, se non avete già rovinato il posto con atteggiamenti di disturbo, effettuate i primi lanci da dove siete, presso le zone d’acqua più vicine, quelle dove di solito vi andate a collocare per lanciare. Muovetevi poco, anzi fatelo da fermi: se vi siete preparati in modo discreto qualche trota si sarà rimessa a bollare, se aveva smesso. Se al primo lancio un grosso pesce prende la mosca, ma vi scappa perché non ve l’aspettavate, iniziate a piangere: quella sarà una giornata dura, infatti per le leggi di Murphy non sarà il primo di una lunga serie, ma l’unico, o comunque il più bello di una magra giornata. I consigli generali sono i soliti: en-

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trate in acqua meno possibile poiché i sassi smossi sono deleteri per il rumore, d’altra parte sono deleteri anche dalle rive, dove inoltre siete più visibili e dovete cercare di celarvi quanto possibile, non fate mai passare finale e coda sopra la zona da sondare, riducete i falsi lanci al minimo, eccetera. Tutte cose trite insomma. Ma passiamo ai consigli particolari, alla vera etologia predatoriale. Al Pam che non deve chiedere mai. Ma che cosa? Ecco alcuni mai. Mai farsi venire il ginocchio della lavandaia: questo identifica il Pam che deambula come se visitasse bancarelle in un mercatino, camminando regolarmente nell’acqua finchè non ha freddo

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ai piedi, oppure sulle rive, ma senza precauzioni, come se fosse l’uomo invisibile. Questo Pam sfoggia sempre wader perfetti, non c’è pericolo di vederlo inginocchiato per nascondersi al pesce o addirittura avanzare sui gomiti come fanno i veri fresh water killer. Prede probabili: trotelle da 5 a 16 centimetri oppure di recente immissione. Prede improbabili: tutte le altre. Per lui le trote sono sorde ad ogni rumore e vedono solo le mosche artificiali, ma solo se lui stesso le vede benissimo, quindi utilizza esclusivamente artificiali HiVis (alta visibilità). Probabilmente alle spalle ha una solida esperienza di pescatore a fondo con campanellino.

Ha un lancio standard e ad esso adegua i propri spostamenti. Si porta a tiro della zona da sondare esclusivamente in funzione della comodità e possibilità di lancio e si stupisce se poi, in quella passata perfetta, non sale una trota. Si stupirebbe ancor più se salisse, ma non gli capita di frequente e mai con trote selvagge, se queste non sono completamente deficienti. Il problema è che questo capita sempre più spesso, del resto per le trote i torrenti stanno diventando una sorta di manicomi: vivere in essi comporta un crescendo di disagi esistenziali. Il Pam Mai farsi venire il ginocchio della lavandaia nell’avanzare lungo un torrente ha lo stesso effetto di un


carro armato T54 nei confronti della fanteria nazista, o di un panzer Tiger nei confronti della fanteria dell’armata rossa, insomma, non potendosi difendere attivamente i fanti scappano difilato in ogni buco di bomba, tana o nascondiglio possibile. Il carro armato avanza, ma non vede mai nessuno cui sparare. Dopo un po’ l’equipaggio pensa che non ci sia nessuno. Tutt’al più resta fuori qualche sprovveduto, o civili inermi ed erroneamente fiduciosi. Civili di semina pronta bomba. Mai star fuori dall’acqua: è il Pam che per prendere pesci crede di dover stare perennemente dentro il loro ambiente. Ritiene di essere meno visibi-

Una trota di torrente categoria “not bad” in attesa di cibo alla deriva, ripresa da lontano con un 400 mm. Quanto affermato nel capitolo “Onda d’urto”, che leggerete tra poche pagine, non sono solo considerazioni deduttive, per quanto confortate dall’esperienza diretta, ma il frutto di osservazioni dall’alto di Pam in azione. Infatti in tre importanti occasioni mi è capitato di percorrere scoscesi sentieri a causa di alte rocce che, sulla mia riva, impedivano sia la pesca che il procedere, ebbi così modo di osservare, come già scrissi anni fa, l’azione del mio compagno, che poteva continuare a pescare sulla riva sgombra, ed il comportamente delle trote nelle buche più a monte. La possibilità si rivelò straordinaria. Si era in un torrente dell’Appennino, una riserva privilegiata, ricca di pesce (fario), ma battuta dai soci della riserva e da eventuali invitati, si potevano trattenere alcuni capi. Le trote erano presenti in buon numero ed in tutte le classi di età, ed erano piuttosto smaliziate, almeno le piu grosse. Da un sentiero alto circa 15/20 metri quasi a strapiombo sul torrente, nascosto dal sottobosco di betulle ed altre essenze, potevo osservare le buche a monte del mio compagno e le trote che ospitavano. Era una giornata fortunata ed in quella fase nel torrente vi era un livello di attività assai vivace. Potevo vedere il comportamento delle trote, che è quello descritto tra poco, e l’azione di pesca del mio compagno. Al suo avvicinarsi alle buche, con scarse precauzioni e passi nella ghiaia che udivo persino io, nonostante il rumore del torrente, al quale poi ci si abitua, le trote più grosse si allontanavano scomparendo lentamente, quando era quasi a tiro se ne andavano anche le medie, così rimanevano catturabili solo le più piccole. Imparai più cose in quella mezz’ora (verificate nelle due occasioni d’osservazione che seguirono anni dopo) che in tutta la mia precedente esperienza. Sapete com’è: dimentichi ciò che senti, ricordi ciò che vedi ed impari quello che fai. Non c’è niente da fare, l’esperienza pratica di una deduzione teorica è mille volte più potente per evolvere.

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e acustica. Io ad esempio cerco sempre di camminare, a secco o a mollo, fuori dalle zone di ghiaia, preferendo, a secco o a mollo, solidi macigni o rive terrose. I passi nella ghiaia sono terrificanti e fanno scomparire pesce del quale non saprete mai nulla. Mai stare celati: consigliare di star nascosti è un suggerimento strano e impopolare per un pescatore col senso dello spettacolo come il Pam. V’è mai capitato pescando a risalire, rigorosamente in mezzo al torrente, di vedere all’improvviso un montanaro a pochi

le e qui non ha tutti i torti, poiché stare a valle si è già più bassi delle superfici delle pozze più a monte e inoltre in acqua si è ancora più bassi, i nani potrebbero essere grandi pescatori, ma non se ne vede mai uno, forse stavano troppo bassi e in acqua si respira male. Ma i rumori dei passi in acqua sono come le sirene prima dei bombardamenti: tutti nei rifugi! Il fatto è che i passi fuori dall’acqua sortiscono lo stesso effetto, anche se acusticamente, forse, appena più attenuato, ma lo diciamo solo perché la fisica ci insegna che nell’acqua i rumori si propagano più velocemente e quindi più lontano. Tuttavia è un buon motivo per dubitarne, insomma, potendo scegliere, tendete a star fuori dall’acqua quanto possibile. D’altra parte dopo aver speso 600 Euro per un paio di wader e 200 per gli scarponi con che coraggio si cammina lungo le rive? E i rovi? Sapete che i moderni psicanalisti stanno studiando la psicosi da rovo, dilagante nel mondo Pam dall’avvento dei wader traspiranti? In ogni modo anche qui occorre valutare, star fuori dall’acqua perché nel liquido elemento i rumori si propagano più velocemente è relativo: ad esempio camminare su una riva ghiaiosa produce certamente più rumore che non stare in acqua calpestando solo grossi macigni

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Ecco le tre categorie di trote: qui sopra, trotella sottomisura o comunque “taglia spanna”, più un fastidio che altro. Al centro: trotella categoria “not bad”, in torrente già interessante. All’estrema destra: la vecchia volpona di una buca, all’inizio della carriera. É stata fortunata, è ancora lì.

anziché ghiaia, magari con suole di feltro. Insomma, è il casino che si fa a far danno, e occorre farne meno possibile, sia fuori che dentro l’acqua. Occorre saper valutare quando è meglio avvicinarsi ad una postazione stando bassi dentro l’acqua oppure procedendo sulla riva. Non state in acqua solo perché avete gli stivali: il tempo delle pozzanghere è passato, lasciatelo ai vostri figli, se hanno meno di 5 anni. Pertanto ribadisco: tra acqua e riva state dove pensate di disturbare meno valutando vista

metri da voi, mimetizzato tra il fogliame, che lascia filtrare la canna tra i rami per far scivolare un verme in una buca? Quasi quasi vi infilavate il suo cimino in un occhio, oppure sbattevate il naso nei suoi vecchi stivaloni Superga. Questo tipo non ha mai avuto il senso dello spettacolo. Io conosco un Pam che ha perennemente gli stivali rovinati sulle ginocchia, i gomiti sbucciati o le magliette bucate sui gomiti e le punte degli scarponi spelacchiate se non bucate. In tor-


rente si muove come Schwarzenegger in Predator, strisciando tra il fogliame, senza emettere un rumore, come se le trote potessero all’improvviso emergere dall’acqua sparando all’impazzata. Non molla un attimo, il suo atteggiamento è da combattente vietcong, la sua discrezione da terrorista arabo che sale in autobus e la sua fanatica determinazione da talebano. Fu lui a riscoprire che in quel torrente non c’erano solo trote di 15 cm come da anni ritenevano tutti. Stare nascosti, chinati, quasi strisciando tra i sassi, anzi a volte facen-

altrimenti. Non solo, ma da dietro un albero, osservando una pozza dove una bella trota sembra cibarsi tranquilla, non sarà difficile vederla sparire di lì a poco. Cos’è successo? Vi siete sporti troppo? Avete mosso un ramo, prodotto un luccichìo, un rumore, un’ombra, oppure le vostre onde mentali predatorie sono state avvertite dall’istinto del timoroso animale e trasformate in inquietudine? Difficile a dirsi, ma la prossima volta fate come “il brutto” nel film “Il Buono, il brutto e il cattivo”: invece di chiacchierare sparate: “Quando si spara si

spara, non si chiacchiera”. Insomma, affrettatevi a lanciare. Studiate in tempi rapidissimi come affrontare quel pesce senza disturbarlo: scoprirete che è difficilissimo, se è davvero grosso. Dopo svariati insuccessi ho raggiunto qualche risultato con una tecnica demenziale che a suo tempo definii “La mosca invisibile” (Fly Line 3/91, mosca cieca dovette sembrarmi troppo stupido come titolo, ma sarebbe stato più identificativo). Il giochetto è praticabile con discreto successo nei torrenti ben conosciuti. Consiste nel lanciare da valle stando nascosti e senza vedere la superficie

dolo, cercando di fare poco rumore e di scomparire all’istante come gli aborigeni nel film Carabina Quigley è faticoso, molto faticoso. Viene male di schiena, i muscoli delle gambe si saturano di acido lattico, ci si riempie la faccia di ragni pelosi, spesso ci si ortica orribilmente, la vostra manicure vi chiederà cosa avete fatto alle mani e vostra moglie coltiverà sospetti terribili, ma è solo così che prenderete trote vere nei torrenti dove da lustri sembrano scomparse. Se non lo sono davvero, ma non lo imparerete mai

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dell’acqua ove arriverà la mosca, nelle buche o in qualunque punto ove si intuisce la presenza di una bella trota, quelle ideali sono le piccole pozze profonde tra i macigni, spesso alla base di una cascatella, specie se già sapete che ospita un bell’esemplare. Si lancia quindi, si conta 1001, 1002, 1003, 1004 e poi si ferra. Se c’è c’è, se non c’è non c’è, mica sempre va bene. A volte avreste dovuto fermarvi a 1003, a volte arrivare a 1005, e altre volte al casinò avreste dovuto scegliere il rosso. Sì lo so, a qualcuno lascierà l’amaro in bocca, cedere una parte del successo al caso non è del tutto appagante, fate così; se vincete alla lotteria non ritirate il premio e il senso di insoddisfazione passerà subito. Non è una cosa folle se conoscete e ricordate la morfologia del torrente, e magari ricordate dove avete visto quel bel pesce, oppure quel tratto dove non prendete mai una trotella e che di certo ne ospita una grossa. Giunti in prossimità senza far rumore, altrimenti tutto è inutile, lanciate prima di arrivare a vedere la superficie dell’acqua. Se c’è un pesce in caccia si muoverà subito e tre o quattro secondi saranno il suo tempo standard per abboccare. Provate. Processo variabile – È il mio caso. Io comincio come vietcong, ma senza eccessi, poi pian piano viro, durante la giornata, verso il “mai farsi venire il ginocchio della lavandaia”. Insomma, verso sera la fatica si accumula, l’entusiasmo si smorza e si diventa più tolleranti anche verso l’avversario. La giornata in pesca riproduce la vita, s’inizia saltellando tra i sassi e si termina trascinandosi faticosamente con le vertebre a pezzi e lucidità quasi azzerata. Gli ultimi lanci vengono realizzati in buche dove il pesce, se c’è rimasto, è perché è preoccupato per la vostra salute. Onda d’urto – La verità è che il vostro incedere nel torrente è anticipato da una sorta d’onda d’urto a più stadi. Ecco come funziona. Il camminare nella ghiaia, sia dentro che fuori dall’acqua, il volteggio della coda, le varie perturbazioni indotte da ombre, fruscii, scaquii, schiamazzi (generalmente sono imprecazioni), cellulari che suonano, mulinel-

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li rumorosi, abiti sgargianti, luccichii di parti metalliche o del finale, spruzzi del volteggio, eccetera allarmano il pesce in un raggio di ampiezza variabile entro il quale dette perturbazioni si disperdono progressivamente. Il problema è che i pesci posseggono sensori diversificati in senso inversamente proporzionale: i più grossi percepiscono le perturbazioni più minute, mentre i più piccoli solo quelle maggiori. Ovviamente i più grossi le percepiscono tutte, ma alle più minute, quando il Pam è ancora ad una trentina di metri o più lontano, si allarmano e si

allontanano dalle posizioni di caccia per rientrare in tana. Facciamo quindi il caso di una grossa buca nel torrente dove la padrona della pozza sta più a monte, nella situazione privilegiata del flusso di cibo, poco dietro una paio di trotelle marca “not bad” si alimentano a loro volta in seconda istanza e più indietro ancora, a fine buca, vi sono le trotelle più o meno sotto misura che raccolgono gli avanzi. Le pedate sconsiderate del Pam trenta metri a valle vengono percepite dalla volpona in testa al gruppo, che


Ecco, nella foto a sinistra, rappresentata l’onda d’urto a più strati attivata dal Pam che procede in torrente. I sensori dei pesci più in gamba, del tipo “vecchia volpona”, si attivano col giallo, quelli della categoria “not bad” si attivano nel campo verde e le trotelle della categoria “spanna” in quello rosso. Ovviamente è solo un’idealizzazione grafica, ma offre un’idea di ciò che succede pescando a risalire in torrente. Un Pam con istruttore vietcong ed il ginocchio della lavandaia sarebbe, probabilmente, occultato dietro l’albero sulla roccia spaccata, e da qui lancerebbe la mosca, con la canna bassissima, nella buca a monte del grosso macigno a piramide circondato dall’acqua. E neppure io, fotografo, vedrei nulla.

le ha già sperimentate più volte collegandole a brutte storie e se ne va dalla pozza. Le trote not bad sono contente, poiché ne occupano la postazione, ma quando il Pam arriva ad una ventina di metri lo avvertono anche loro ed a malincuore si allontanano, e magari avevano già il dubbio. Alle trotelline ora arriva più alimento e sono più contente, la concorrenza è scomparsa e non si sono ancora chieste il perché, ma arriva anche il pescatore che ora è a tiro della buca. Se non commette errori grossolani alle trotelle arriva una mosca artificiale

e la più svelta, o la più stupida, resta fregata mentre le altre scappano. Se se la cava forse collegherà la defaiance delle sue colleghe maggiori a quella brutta avventura e così avrà già una probabilità in più di diventare “vecchia volpona” a sua volta, oppure finisce in padella, misura minima o no. Da parte sua il Pam si glorifica del suo successo, e si rammarica che nel torrente non siano rimaste che miserabili trotelle. La sua onda d’urto allontana il pesce vero prima che lui possa insidiarlo o almeno vederlo. Se quel Pam fosse stato Charly

(così i marine chiamavano i vietcong), forse la volpona non lo avrebbe avvertito e se la morfologia ambientale fosse stata tale da lasciare al nostro Charly buone chances per tentare almeno un primo (ed unico) lancio utile forse la trota avrebbe passato un guaio. O almeno una delle due fario not bad. Per fortuna di Charly ce ne sono pochi, ed hanno tutti il ginocchio della lavandaia e il gomito del tennista. Chiarita la tecnica del movimento, vediamo ora dove e come lanciare la mosca nelle varie condizioni. Tecnica di pesca, sommersa – Con la sommersa si pesca ovviamente a risalire con le solite precauzioni (vedi mai stare celati) lanciando la o le due sommerse subito a monte di qualunque zona interessante, indi si tiene la coda in leggera tensione recuperando con la sinistra col sistema che certamente qualcuno vi avrà insegnato. Io recupero circa un metro/un metro e trenta con la sinistra e formo un

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anello fermando la coda tra l’indice e il medio della sinistra, il secondo anello tra medio e anulare e così via, finite le dita finiti gli anelli, ma a quel punto ho recuperato circa 4 metri, più altri tre alzando la canna, se non basta ricomincio con una seconda serie di anelli. Al rilancio se ne rilascia uno alla volta, ed ogni tanto s’imparrucca la coda: fa parte del gioco. Con mulinelli a leva (tipo Vivarelli e similari) si possono “recuperare” gli anelli col mulinello, questione di gusti. Altre volte i lanci in torrente sono così corti che basta una “bracciata” ed il sollevamento della canna. Ma perché recuperare? Occorre conservare tensione nella lenza per avvertire le abboccate, guai ad allentare la coda, o a non recuperare. È la tecnica meno invasiva, poiché i falsi lanci sono quasi azzerati. Si può lanciare direttamente nei flussi delle cascatelle, che affondano l’artificiale, ed iniziare a mettere la coda in tensione. Detta tensione non deve trascinare a valle la mosca, ma un minimo influenza, più il minimo è minimo e meglio è. La lunghezza del finale è fondamentale per percepire le abboccate ed in particolare la lunghezza dell’ultimo tratto con la mosca, che non dovrebbe superare i 70/80 cm al massimo, a meno che tutto il finale non sia già abbastanza corto, circa come la canna o poco più. Ricordate che più l’ultimo tratto è lungo e sottile più la sommersa apparirà naturale, ma più difficile sarà percepire le prese del pesce. Occorre un buon compromesso e le lunghezze suggerite sopra lo garantiscono. In torrente la pesca a sommersa è una sorta di compromesso tra la pesca a secca e la pesca al tocco, apparirà strano detto così, ma è la realtà. Con pesca al tocco s’intende il verme, ma cos’è la “ninfa alla polacca”? Verme a parte. In effetti si pesca esattamente come con la secca, ed i principianti puri faranno bene a ricordarlo, ma con il vantaggio di non doversi più preoccupare per il dragaggio: sott’acqua le mosche non creano scia visibile, almeno per quanto ne possiamo sapere. Ne guadagna anche il disturbo, poiché se la percezione delle abbocate è tattile, non abbiamo più bisogno di osservare la superficie a tutti i costi e possiamo stare più nascosti, inoltre il finale sommerso è in pratica

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invisibile. Tecnica di pesca, secca – A parte la precisione necessaria per far arrivare la mosca nei posti stimati interessanti, che per il pollo globale potrebbe già essere una tragedia, il vero e quasi unico problema della pesca a mosca secca in torrente a risalire è il dragaggio. A chiacchiere potrei dimostrarvi che in ogni situazione c’è un sistema col quale si fanno miracoli, o un lancio speciale che risolve tutto, ma dovrei rinnegare tutta la mia esperienza reale per inventarmene una fantascientifica più falsa delle cheppie di Saturno. Insomma, potrei raccontarvela, passando per fenomeno, ma mi confonderei tra i 15.000 fenomeni Pam italici. A proposito, il numero di Pam italici pare oggi stabilito attorno alle 15.000 unità, me compreso. Più voi, i polli aspiranti fenomeni. Il trucco per diventare femomeni? Scrivere di come risolvete con un lancio speciale un problema che non può risolvere nessuno,

voi compreso. La pesca con dry fly in torrente è quindi solo un problema di dragaggio. Un lancio teso che deposita la mosca in una zona d’acqua a differente velocità di un qualsiasi flusso in cui cade la lenza (lenza = coda + finale) innesca immediatamente il dragaggio della mosca. L’unica possibilità concessa è di cercare con vari sistemi di far insistere o derivare l’artificiale il più a lungo possibile in quel tratto d’acqua ove vogliamo lanciarlo. Ecco qui alcuni dell’elenco infinito dei lanci speciali: il lancio a zig zag, il raggruppato, lo stoppato, il curvo, il sagomato, il ribaltato, ecc. In pratica ogni scorcio di torrente o fiume potrebbe generare un nuovo lancio speciale e nuovi fenomeni Pam. La realtà è diversa. La realtà è: si fa come si può. Ed in effetti è possibile attenuare i problemi del dragaggio, ma è impossibile risolverli definitivamente. Dove un lancio teso concede alla mosca due secondi di deriva, un lancio


Sotto : un’iridea ha abboccato. Non è neanche male e molti Pam sarebbero abbastanza contenti. Il grande vantaggio è che i sensori di movimento delle trote di allevamento sono stati rimossi durante la cattività.

più malizioso potrebbe portarli a 5 o 6, forse 8 o addirittura 10, se le circostanze lo permettono, ma 10 secondi sono una mostruosità. Con un lancio curvo? Occorre una curva talmente ampia e molle della coda che in caso di ferrata è raro essere efficaci inoltre si fa passare la coda in zone del torrente che forse sarebbe bene non disturbare. Lo stesso con raggruppamenti rilevanti del finale. Provate a contare 1001, 1002, 1003… i secondi che l’imitazione passa in acqua in un lancio curvo e sappiatemi dire fino a che cifra arrivate, in torrente. In effetti non serve neppure tanto, se un bel pesce c’è abbocca in fretta. Ma che significa un lancio curvo? Significa che per far cadere la mosca nel punto voluto di lanci curvi bisogna farne diversi, con le note conseguenze relativamente al disturbo del pesce, il lancio curvo è sempre un lancio estremamente impreciso. E raggruppato? Significa che per far cadere un metro o più di finale in una zona ristretta assieme alla mosca quella mosca sarà seguita o preceduta da un gomitolo di nylon, con le note conseguenze. Finale sagomato? Lanci veloci? Ho visto infiniti lanci dei sedicenti TLTisti sparare mosche in acqua a 300 metri al secondo con la mosca piantata sulla superficie o addirittura rimbalzante, circondata da un alone di spruzzi provocaQui sopra ecco una fario in agguato nel fondale ti dal finale. Qualcuno crede di un torrente, si tratta dell’orrido dell’Astico, e la ancora nella posa delicata o foto è stata scattata da Armando Piccinini, Pam è un concetto superato? esperto di immersioni in acque dolci. Potrebbe È vero, talvolta la batessere possibile, con una buona organizzazione, tuta provoca un’abboccata, finalizzare immersioni allo scopo di osservare dispecie col cavedano, del rettamente il comportamento del pesce a pois rossi resto anche le sedge hanno all’approssimarsi di un’onda d’urto. originato la mania del “pat-

tinamento”, ma fate una considerazione: che razza di trote vengono catturate con queste tecniche geniali? Vecchie volpone, marca not bad o trotelline dalle tre dita alla spanna? E se erano grosse, da che allevamento venivano? Lancio ribaltato? Quelli che ho visto fare io erano fantastici: lanci in origine tesi, Pam che ribalta a monte una porzione della coda, inevitabilmente prossimale alla canna, parte rimanente della coda che subisce un’ovvia trazione, mosca trascinata all’indietro, dragaggio istantaneo. È una cosa strana, il ribaltato con la mosca secca. Insomma, attenuare il dragaggio è sempre un compromesso. Potremmo analizzare le varie possibilità, ma nel provare a contarle in trenta metri di torrente sono arrivato a sedicimilaventitrè. Facciamo così: scremiamo ferocemente lasciando molto al buon senso ed alla vostra presunta comprensione. In qualche punto per fare galleggiare la mosca tre o quattro secondi di più si potrà far cadere parte del finale e/o della coda sui sassi, sulla vegetazione riparia o sulla riva. In un altro punto un lancio curvo vero e proprio (realizzato effettuando un loop largo ed orizzontale con spinta debole per far cadere la mosca senza distendere tutta la lenza) si potrà tenere l’artificiale alle estremità della pozza di una briglia in barba alle correnti radiali, anche qui per 4, 5 o 6 secondi, se va bene, ma 6 secondi sono già un miracolo. In un altro ancora un finale reso impossibile o quasi da stendere allungando in eccesso il tratto terminale può far cadere la mosca dietro un macigno e la coda nell’inevitabile flusso di corrente: 3 secondi guadagnati. Un lancio più lungo del bersaglio verso l’alto e poi stoppato e portando il cimino quasi a terra può far scendere la mosca deponendo la coda fortemente a zig-zag nella lama al di là della corrente o dietro un macigno. Ancora 3 secondi? La pesca a mosca è un problema di secondi, forse hanno ragione i carpisti, che stanno lì per ore e ore e non c’è niente che draga. Anche nel sesso certi secondi sono importanti, per caso qualcuno ha un buon lancio rallentato da suggerire?

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Fronti di guerra - Il torrente  

Svelati tutti gli accorgimenti, le tecniche, le strategie, l'attrezzatura, le mosche, i finali per chi ama pescare a mosca in torrente.

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