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L’articolo che state per leggere, “Fly Line - L’ultimo baluardo” è pubblicato nell’uscita di gennaio-febbraio 2018, esattamente la 192a rivista del 33° anno di pubblicazione. Esso descrive una rapida carrellata temporale in 4 atti sull’evoluzione della pesca a mosca dagli anni ‘70 ad oggi, con una ipotetica proiezione sul futuro. Lo scopo è di proporre Fly Line, attualmente in seria difficoltà, quale “baluardo” a difesa della pesca a mosca come l’abbiamo conosciuta nei tempi più entusiasmanti di questa disciplina, tempi ancor’oggi ben vivi, ma a rischio di inquinamento allo stesso modo dell’ambiente naturale.


Fly Line l’ultimo baluardo Roberto Messori

Molti lettori in questi giorni hanno definito Fly Line “l’ultimo baluardo”, la domanda è: resisterà abbastanza per mantenere in vita la Pam come l’abbiamo vissuta finora?

P

er Fly Line il 2018 rappresenta il 33° anno di vita, l’età biblica alla fine della quale il pensiero corre fastidiosamente alla crocifissione.

Fase uno, anni ‘80

La rivista nacque nel 1986 per sostenere e divulgare la pesca a mosca, periodo nel quale la pesca dilettantistica era un passatempo importante per un popolo che vive lungo i versanti e nelle valli di due straordinarie catene montuose, una che incornicia tutto il Nord del Paese ed una che lo percorre in tutta lunghezza. E in ogni valle c’è un fiume. Sempre in quel tempo l’unica grande pianura era solcata da fiumi favolosi come il Ticino, l’Adda, l’Adige, il Brenta, il Piave, mentre più ad Est le sorgive dell’anfiteatro morenico rappresentavano un vero miracolo della natura per i pescatori. I fiumi ci sono ancora, naturalmente. Si pescava con tutto, con l’unico fine di riempire il cestino, con limiti assolutamente inadeguati sia di pesci asportabili che di misure minime. Era la cultura dell’epoca. Ricordate? Mario Albertarelli la chiamava “lavorare per il cestino”. Era normale camminare in pianura lungo gli argini dei fiumi e vedere

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i numerosi pescatori che riempivano bacinelle di ciprinidi che venivano spesso gettati nei fossi, mentre nei torrenti i pescatori al tocco tenevano dieci trote di 18 centimetri. Dieci trote... alla volta. Gli unici che se ne rendevano conto e lottavano per difendere i fiumi da una pressione giudicata insostenibile erano i pescatori a mosca. E la nostra tecnica garantiva la possibilità di liberare i pesci non trattenuti con danni minimi, giacché nessun pesce ingoia un’esca finta. La pesca a mosca rappresentava un sistema raffinato, elegante, pulito, difficile se vogliamo, capace di dare grandi soddisfazioni con poco danno e profonde conoscenze dell’ambiente acquatico grazie alla sua interazione col mondo entomologico. Un mondo che sappiamo trasformare in arte. Sembrava perfetta per difendere all’unisono i fiumi ed una fantastica passione. É in quest’ottica che Fly Line iniziò la sua avventura.

Fase due, anni ‘90

In tutti questi anni Fly Line ha accompagnato l’evoluzione della pesca a mosca, è difficile valutare l’entità del suo contributo, ma certamente ne è stata

un potente catalizzatore. La sua strategia è molto semplice e non è mai variata: parlare della pesca a mosca in tutti i suoi aspetti secondo due direttrici: verità ed approfondimento. In ciascuna delle 191 uscite mi sono sempre chiesto, prima di portarla in tipografia: “C’è qualcosa in questa rivista che potrebbe migliorare le cose?”. Poteva essere una tecnica di lancio, un modo di ripopolare, un antico dressing riscoperto, un sistema di gestione... Non sempre mi sono risposto positivamente, e certamente ho commesso molti errori. Ho avuto sostenitori e detrattori, ma sono i secondi ad avermi insegnato la cosa più importante: apprezzare i primi. E sono sempre stati i primi a farmi


sulla ninfa, ed ecco che Fly Line abbandona gli artificiali più sacri. Un articolo sulle canne per coda 10 e c’è chi insorge perché quella non è pesca a mosca... Ora si dice che la rivista non accetta la ninfa appesantita, dimenticando che ancora negli anni ‘90 gli articoli “Ninfa in coppia” e “Ninfe negli abissi” insegnavano proprio quelle tecniche, delle quali non si sapeva ancora nulla. Fly Line ha spaziato a 360° parlando di pesca al bass, al luccio, alla carpa, al barbo, alla cheppia oltre vent’anni fa. Quello che si critica non è neppure la pesca col filo, semplicemente si puntualizza che non è pesca a mosca con la coda di topo, come non lo è la pesca col buldo. Affermare che la rivista disapprova la ninfa appesantita è falso, è diffamare senza conoscere. Parallelamente alla divulgazione

Sopra: fase uno, siamo alla fine degli anni ‘70, la pesca a mosca si distingue dalle altre tecniche per il volteggio della coda, elemento che a quel tempo stupiva molti pescatori che non la conoscevano affatto (da Fly Line 3/1986). A destra: pesca al tocco nello stesso periodo, tre trote agganciate in contemporanea, la lenza ovviamente non si vede. Sotto: torrente, insetti, trote e solitudine... notare gli errori più gravi, ed è dagli errori che s’impara. Tranquilli, non racconterò le vicissitudini di 32 anni di pubblicazioni, chi legge Fly Line la conosce, gli altri possono andare nel menu “ESTRATTI” del sito e leggere una campionatura degli articoli: si faranno un’idea abbastanza precisa della rivista.

In questi sei lustri la pesca a mosca in Italia è cresciuta parecchio, pur tra tutte quelle questioncelle tipiche della specie umana, ma anche qui non starò a dilungarmi, i detrattori ci sono sempre in ogni contesto, e più un’idea è positiva, più i detrattori si accalorano. Un articolo di dressing di dry fly, ed ecco che la rivista critica la ninfa, uno

della Pam sono migliorate molte cose a livello di gestione: il no kill si è diffuso al punto che sono addirittura emersi aspetti negativi che non s’immaginavano neppure, e naturalmente la sua applicazione non sempre è rivolta alla rinaturalizzazione ambientale, talvolta serve fini egoistici e commerciali, promuovendo ripopolamenti geneticamente devastanti. Le misure minime sono progressivamente aumentate ed è diminuito il numero dei salmonidi trattenibili. Sono tutte conquiste altamente positive, peccato che parallelamente la qualità dei fiumi sia altrettanto progressivamente diminuita per quelle cause antropiche che da sempre cerchiamo disperatamente di contrastare. Ma è così, la vita è una lotta infinita tra bene e male, e tutti sono convinti di essere i buoni.

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brano negozi di informatica: se non sei un garista specializzato osservi stupito centinaia di prodotti senza capire a cosa servono, ed il garismo Pam sta facendo lo stesso con noi: via le canne da 7’ a 9’ e dentro le 12’ da ninfa, via la coda e dentro il filo. La vera pesca è quella alle presunte novità: quelle sì che sfarfallano in continuazione. Le riserve turistiche, una volta fumo negli occhi per i Pam, ora sono le più frequentate, dove ci si assiepa gomito a gomito per far razzolare ninfe sul fondale come una volta facevano i pescatori alla bolognese coi bigattini. Perché? Ma perché anche la trota è un bene di consumo, si paga e se ne vogliono prendere a più non posso. Si

Sopra, fase due: la pesca a mosca comincia a diffondersi e ad essere apprezzata sia per il fascino che per il potenziale ambientalista. La gente ormai la conosce e non si stupisce più di tanto, se qualcuno si ferma ad osservare è per la bellezza del gesto. A destra, fase tre: consumismo.

Fase tre, nuovo millennio

Parlare della fine della guerra fredda (sostituita da innumerevoli guerre calde) e della globalizzazione sembra di partire da un po’ troppo lontano, ma temo sia la realtà dei fatti: il mondo è dominato da un consumismo sempre più sfrenato. Vendere, vendere e comprare, comprare e vendere: ecco l’assillo di tutti, dalla nazione più potente al più piccolo negoziante, un assillo talmente pressante che non ci lascia neppure il tempo di chiederci se non ci stia sfuggendo qualcosa. C’è per caso qualche altro piacere nella vita oltre a quello di ordinare online l’ultimo grido in fatto di smartphone o di ninfe al tungsteno? La gita fuori porta di un tempo... Avete mai osservato il parcheggio di un outlet la domenica? Io ci vedo un’umanità disperata che non sa di esserlo. I sacchetti delle patatine vengono resi più rumorosi possibile, perché il loro scricchiolio suggerisce al cervello una maggiore croccante freschezza in-

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vogliando il desiderio: siamo diventati come i cani di Pavlov, che agitando un campanellino reagivano aumentando la salivazione. Un tempo il negozio Pam era il luogo d’incontro, dei consigli, dei progetti, degli acquisti, ora sta scomparendo sostituito dagli E-commerce. Ce ne sono ancora, di negozi, semmai si va a provare la canna, poi la si ordina online. I giubbini di pesca sono ricoperti di ammennicoli, marchi e sponsor, il garismo ha dominato ogni disciplina alieutica sostituendo la roubasienne alla bolognese, i market di pesca sem-

è tornati a lavorare per il cestino, ma senza cestino, c’è il no kill, con guadino anti-muco per non danneggiare il pesce, povera massa biotica d’allevamento a genetica modificata. E tutto passa attraverso la cruna dell’ago del consumismo, tutto è studiato per farci comprare: guai se non si catturasse facile!

Fase quattro, il futuro

Alla fase uno c’era da un lato la massa dei pescatori con tutte le tecniche e dall’altra lo sparuto nucleo dei Pam, alla fase due lo sparuto nucleo è cresciuto diventando significativo, alla fase tre


Sopra: Pavlov ed il suo povero cane, inconsapevoli antesignani della psicologia del consumo. Anche noi siamo legati da fili (invisibili, che è peggio), mentre sofisticati strumenti di mercato ci inducono l’acquolina in bocca. A destra: serve una spiegazione?

la disciplina alieutica, tutta, è stata progressivamente invasa dal consumismo a discapito della naturalezza ambientale e della purezza della passione. Come sarà la fase quattro? Io credo che la fase quattro rappresenti una sorta di ritorno alle origini. Si ricomincia dalla fase uno, ma in una società meccanizzata dominata dalla rete con tutto ciò che ne consegue, che è difficile da prevedere perché lo stiamo sperimentando. I pescatori a mosca veri sono tornati ad essere uno sparuto nucleo di “raffinati puristi” che anelano a ricercare nella pesca la sua essenza primordiale, quella che dinnanzi a tutto pone la sfida col pesce, con l’ambiente, con i misteri del fiume, da ricercare in solitudine o con pochi amici lungo le rive di torrenti non falsificati dai no kill pronta pesca, che impiegano tutte le tecniche possibili, ma portando l’insidia con una consistente lenza atta a volteggiare. Io credo che siamo tornati ad essere pochi, poiché parte di noi e dei pescatori generici approdati alla pesca a mosca, pescando esclusivamente col filo, costituisce in realtà una nuova cate-

goria ancora bisognosa di un nome, assai simile alla pesca col buldo che lancia mosche di superficie grazie al peso del galleggiante piombato, come chi “ribalta” ninfe piombate lo fa grazie al peso di queste. Niente da vergognarsi, come per lo spinning, ma non è pesca a mosca, disciplina ben caratterizzata dal volteggio di una lenza lungo la quale è distribuito il peso. Esistono poi numerose tecniche per le situazioni ove non si batte chiodo ed occorre raggiungere fondali profondi con ninfe adeguate, tecniche che ho impiegato innumerevoli volte e che che sono state ben descritte alternativamente in Fly Line, che non ha mai avuto alcuna remora nei confronti di queste esche, se lanciate con la coda di topo. Oggi Fly Line continua a scrivere per chi pesca a mosca e desidera un’informazione tecnica, storica, futurista o letteraria che sia, ma approfondita, scevra da rapporti commerciali ed alla continua ricerca di cose nuove da raccontare. A volte ci azzecca, altre no, ma di certo ci prova. Il concorrente più spietato è il web, dove l’informazione è fantasticamente istantanea e quasi sempre superficiale, ma è lo stesso web che abitua a preferirla così: costa molta meno fatica intellettuale, pressante richiesta della psicologia di massa. Ma arriviamo alle conclusioni. Fly Line non è la rivista di Roberto Messori, ma la vostra, è la rivista dei pescatori a mosca. Saranno questi a deciderne la vita e l’evoluzione o la scom-

parsa. Molti mi scrivono di resistere perché è l’ultimo baluardo, ma è il gruppo che il baluardo difende a determinarne la forza con la sua partecipazione. La rivista è finanziata dai lettori, pertanto chiedo a tutti coloro che si riconoscono pescatori a mosca a tutti gli effetti di sostenerla con l’abbonamento, sempreché apprezzino ancora la carta stampata. Qualche anno fa sembrava che tutta l’editoria libraria finisse negli eBook, oggi s’è visto che è stato in buona parte un fuoco di paglia, anche se bruciò tante risorse ed imprese. Può darsi che anche l’editoria periodica di qualità, dopo l’estinzione provocata dal web, manifesti un ritorno.

La storia del nostro pianeta è costellata di estinzioni, ma la vita è sempre riesplosa. L’importante è che non si estinguano fiumi e insetti, ma le proiezioni indicano proprio gli insetti come futuri dominanti del pianeta. In effetti, anche se l’umanità se ne ciba sempre di più, non li mangeremo mai tutti. Affinché Fly Line continui la sua opera di divulgazione ed approfondimento, scevra da interferenze commerciali, ideologiche o politiche, ma obbediente solo a quegli aspetti della nostra disciplina che rispettano le leggi della natura, chiedo a tutto coloro che le riconoscono qualche merito di abbonarsi. Da parte mia cercherò nuovi canali che consentano ai lettori di interagire maggiormente e facilmente con le scelte redazionali, così da aprire le pagine ad eventuali nuove esigenze, purché in quell’ottica di base che ricerca, nei confronti dell’ambiente naturale, soprattutto l’armonia.

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Fly line l'ultimo baluardo  

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Fly line l'ultimo baluardo  

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