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Rivista di Pesca a Mosca

Rivista bimestrale a pubblicazione online registrata presso il Tribunale di Modena il 09/07/2009 prot. n째1963

LA PRIMA RIVISTA ITALIANA DI PESCA A MOSCA ONLI

n째17


INE GRATUITA

OTTOBRE-DICEMBRE 2012


Direttore Responsabile Baroni Franco Direttore Editoriale Mondini Alberto Petri..Heil l!!! Roberto Furlan

BFFI Moreno Borriero

Grafici Mondini Alberto Bagagli Daniele

Coordinatore Redazionale Magliocco Massimo Ninfa di Effimera Alberto Mondini

Il Kennet su Benham Estate Moreno Borriero

Lancio o Mosca ?? Michele Malagugini

Capitolino ...ma non capitolato Gabriele Zingaro

Collaboratori Castellani Luca Borriero Moreno Bailey Philip Distribuzione WEB Pubblicazione Bimestrale Registrazione Presso il Tribunale di Modena n° 1963 del 09/07/2009 Rivista Gratuita Pubblicità Alberto Mondini Tel. 3318626216 e-mai:flyfishing1949@gmail.com

Tutti i Diritti Riservati FFMagazine www.ffmagazine.com


Peccato

Massimo Magliocco

Quando sono venuto a sapere della chiusura di Fly fishing, la rivista pam di cui insieme al nostro direttore editoriale Alberto Mondini ed altri, sono stato fondatore, sono rimasto molto dispiaciuto e immediatamente mi sono rifatto la domanda che mi pongo già da un po', ma da noi in Italia, le riviste pam cartacee, che prospettive hanno ? Bella domanda, se si pensa che le spese di stampa sono quelle che incidono di più sul costo totale e che se non arrivi ad avere un tot di abbonati ti "uccidono" compromettendo un po' tutto, dalla qualità alla realizzazione del progetto. Io non so quale sia stata la causa della chiusura di Fly fishing ma quando una testata chiude e' comunque una sconfitta che oltre a toccare l'editore, per chiari motivi, tocca gli articolisti che come sempre, oltre a metterci la faccia su quello che scrivono, sono l'elemento fondamentale senza il quale una rivista non potrebbe esistere. So che probabilmente ci sarà qualcosa di nuovo prodotto dagli stessi collaboratori di ff e credo che punteranno sull'online, che e' la nuova frontiera. Già l'online, spernacchiato a destra e a manca quando decidemmo di provare. In effetti da noi tutto ciò che si preannuncia come "novità" viene sempre visto con sospetto e dubbio senza pensare che all'estero la cosa e' ormai normale da anni, ma si a come siamo fatti, pronti a criticare e a rimangiarci tutto nel giro di poco....come e' successo con la nostra rivista che secondo alcuni ben pensanti avrebbe dovuto chiudere dopo pochi numeri mentre come sappiamo e' un vero e proprio punto di riferimento per tutti i pam da molti anni. Noi nel nostro piccolo, abbiamo fatto questa scelta "costretti" dall'impossibilità di poter investire nel cartaceo ma non tutti i mali vengono per nuocere se si pensa che ad oggi, essendo stati i primi in Italia, arriviamo a casa di oltre 4.000 lettori che ci seguono senza spendere un centesimo. Colgo l'occasione per dirvi che la nostra redazione ha pronto un nuovo format che sarà riempito da articoli firmati da "gente" qualificata che farà sicuramente acquistare qualità al già ottimo prodotto. Per concludere colgo anche l'occasione di fare un grosso in bocca al lupo anche a nome di tutta la redazione di FFMagazine, alla probabile nuova rivista che nascerà poiché credo che come ormai l'Ipad sta affiancando, speriamo senza sostituirlo, il libro, anche un prodotto di nicchia come una rivista pam deve avere una sua collocazione moderna e pratica da affiancarsi alle riviste cartacee.


PETRI HEIL !!! Roberto Furlan


Vacanze finite, anzi probabilmente quando leggerete queste righe, saranno già dimenticate, ma perché non ricordare le lunghe giornate, il sole e l’ultima bollata al buio o semplicemente iniziare a pensare a quelle del prossimo anno? Da qualche anno trascorro le mie vacanze nella splendida valle Defereggental in Austria. Per raggiungerla basta percorrere la val Pusteria seguire le indicazioni per Anterselva, superare il passo Stalle ( 2000 mt.) e si è arrivati. Appena superato il passo, vedrete alla vostra sinistra un lago, con acque cristalline, il suo nome è Obersee. E’ un lago che sembra creato proprio per la pesca a mosca, soprattutto quella in dry fly. Il sentiero che lo costeggia, dà la possibilità di lanciare praticamente dovunque senza complicazioni. A onor del vero c’è un piccolo tratto dove la montagna scende a perpendicolo, ma, sempre restando sul sentiero (che corre vicino alla riva ), si riesce ad operare senza complicazioni.


L’ acqua è molto limpida e vi permetterà di avvistare i pesci che perlustrano le rive alla“costante” ricerca di cibo. Ho volutamente usato la parola”costante”perché le bollate sono costanti durante tutto l’arco della giornata, anche se nel tardo pomeriggio normalmente sono destinate ad intensificarsi. Ci troviamo in un posto da cartolina e non solo per noi ma anche per gli amanti della montagna, quindi vi capiterà durante la vostra uscita di incontrarne qualcuno che passeggia lungo le sponde,ma non sono molti e non danno fastidio e poi verso le cinque del pomeriggio spariscono rendendovi l’ unico essere umano a godersi il lago. I pesci presenti sono trote fario ed iridee, salmerini e anche temoli, che però, pur avendo visto qualche esemplare girovagare nel sottosponda, non sono mai riuscito nell’intento di catturarne uno. La taglia media non è eclatante, anche se vedrete alcuni esemplari di notevoli dimensioni. Trovare la mosca giusta è fondamentale, ma non pensate che


trovata, le catture siano a ripetizione, anzi il più delle volte vedrete il pinnuto salire, come si dice in gergo. “a candela “ per poi rifiutare la nostra insidia fermandosi a guardarla per qualche istante per poi ritornare da dove era venuto. Comunque non pescherete mai l’acqua, ma avrete a disposizione parecchi pesci da tentare nell’arco di pochi metri. Vi posso assicurare che la giornata passerà in un baleno. Questo lago è situato a 2000 mt. e anche nel mese più torrido dell’ estate, la temperatura non sarà mai eccessiva e al mattino e alla sera vi consiglio un pile leggero. Nelle ore centrali della giornata il bacino viene accarezzato da una lieve brezza, che però non pregiudicherà la vostra azione di pesca, poi nel pomeriggio il lago torna ad essere piatto come piace a noi. L’ OBERSEE è un lago abbastanza facile, a patto di destreggiarsi con lanci lunghi con attrezzature leggere. Normalmente io uso come canna una 9 piedi per coda ¾, che vi permetterà di opporre meno resistenza e forare la su nominata brezzolina. Il finale è la parte più importante di tutto il nostro armamentario, dovrà essere intorno ai 5/6 mt. con la parte di potenza molto lunga mentre il tip sarà dello 0/14 e anche 0/12 con una lunghezza di un 1.20 mt circa. Un consiglio che vi vendo così come me l’ hanno venduto è di strofinare il tip con dell’erba per sgrassarlo il più possibile, per poter permettergli di affondare leggermente. Ho notato che la maggior parte dei rifiuti è causata proprio dai riflessi creati dal finale stesso sull’ acqua. Come artificiali, funzionano molto bene, durante il giorno, piccole formichine e piccoli plecotteri grigio scuro, su ami del 18, mentre verso sera delle sedge marron scuro su ami del 14/12. Non si vive di sola pesca e se nella pausa pranzo vorrete fermarvi e mangiare un boccone c’è un ristorantino proprio sulla sponda del lago, con cucina tipica autriaca e una buona selezione di grappe e dal costo non proibitivo. Per i permessi, dal costo di 26 euro, basta proseguire per la strada da cui si è arrivati fino al


paesino MARIA HILF presso la famiglia TROGER. Sono gentilissimi anche se non parlano italiano, ma si fanno in quattro per capirvi, compreso quello di chiamare una vicina di casa che invece l’ italiano lo parla molto bene, quindi state tranquilli. Per la logistica, la signora TROGER gestisce un piccolo,ma carino Bed&Breakfast proprio a Maria Hilf e per i suoi ospiti pescatori suo marito mette a disposizione una barca per poter pescare al centro del lago, io non l’ ho fatto, ma quando ho visto cosa si scatenava in mezzo al lago mi sono mangiato le mani, “a buon intenditor…” Per gli amanti non solo della pesca, ma anche della natura in genere, non dimenticate un paio di binocoli: non è raro che sulle montagne circostanti, all’ imbrunire, si possano avvistare stambecchi e cervi e quando la notte diventa padrona della valle scendono al lago ad abbeverarsi. Grazie per avermi seguito sin qui e vi lascio con un vecchio detto “provare per credere”. TROGER KATRIN MARIA HILF 61 9963 St. Jakob/Def e-mail haus.troger@gmx.at


BRITISH FLY FISHING INTE


ERNATIONAL 2012 Moreno Borriero


Il Fly Fishing Masters si è internazionalizzata. L’impegno di Massimo Magliocco e del suo team nella penetrazione della patria della PAM con il lancio all’Italiana, sta portando i suoi frutti. Il Regno Unito ha diverse acque da pescare dai reservoir ai piccolissimi torrenti gallesi. Naturalmente ci sono anche i Chalk Stream con le loro lentissime acque silenziose. Paradossalmente anche in queste acque è utile l’applicazione del lancio all’Italiana. Massimo Magliocco e la sua squadra ci hanno creduto e la loro perseveranza, le dimostrazioni e la presenza in loco hanno portato ai primi corsi e ora sono giunti alla formazione dei primi istruttori Inglesi. Le persone che hanno deciso di diventare istruttori FFM, hanno compreso l’importanza della tecnica di lancio all’Italiana. Infatti quando gli istruttori hanno dimostrato i lanci antidragaggio, alcuni hanno espresso la loro ammirazione lanciando delle grida di apprezzamento – Yeees, yees, YEEES!


Per questo motivo la scuola non può più mancare al BFFI e quest’anno, oltre al consueto stand, gli istruttori FFM hanno tenuto al BFFI alcuni stage per i PAM inglesi. Le dimostrazioni si sono conseguite per due giorni interi e naturalmente da tutto questo sono scaturite le iscrizioni ai prossimi corsi. Ho avuto il piacere di vedere questi neo-lanciatori all’opera con alcune canne in bambù – una Gladstone, una Moran e le mie. La qualità della loro tecnica è eccellente e ne vedremo di belle tra qualche anno. Presso lo stand della FFM si esponevano le canne Atomsix, il magnifico costruttore di canne inglese che produce e monta le canne progettate da Massimo Magliocco. Oltre a questo era presente anche lo spagnolo Maxia Rods con il quale Massimo collabora attivamente nella progettazione di ottime canne in grafite. Il mio stand era accanto a quello della scuola, e oltre ad esporre le mie canne in bambù, ho tenuto una serie di dimostrazioni di costruzione di mosche con CDC – un materiale che solo pochi apprezzano in Gran Bretagna. La fiera BFFI è soprattutto incentrata sulla costruzione delle mosche sul podio c’erano una sessantina di tiers da tutto il mondo e il livello degli artificiali è altissimo! La fiera merita di essere visitata se non altro per vedere all’opera i grandi nomi mondiali. I due giorni non sono stati solo di lavoro. Nei momenti di riposo l’atmosfera conviviale è stata come sempre bellissima e le risate non sono mancate! Essere alle fiere con Massimo Magliocco, Alberto Mondini, Franco Baroni e Arduino Sabbatini è uno spasso, speriamo di riconfermare per il 2013!


Ninfa

di


Effimera Alberto Mondini

Amo: Akita del 12 Corpo: Lana Beige Torace: Struzzo e Pavone Sacca alare: Fagiano Ali: Due piume del sottoala di Fagiano Testa: Due tungsteno del 25 e 20


edizioninuma.com


Quanta importanza ha veramente nella pesca a mosca? E quanto la mosca che stiamo utiliz


e il lancio

zzando?

Mala

Disquisizioni (e confessioni) semiserie di un pescatore (lanciatore) in cerca d’autore (e di identità). Quante volte vi sarà capitato di leggere o discutere in merito all’argomento a cui il titolo del presente articolo fa riferimento? E quante volte vi sarà capitato di sentenziare che contano più il lancio o la presentazione, che l’artificiale in se, per essere poi smentiti alla prima occasione? Chiarisco subito un punto: faccio parte dell’irriducibile schiera dei pescatori/lanciatori. Non per nulla, oramai diversi anni fa, scelsi di intraprendere il “sentiero oscuro” del lancio ed entrare a far parte di una Scuola (l’FFM), decisione per la quale tutt’ora non mi pento e che, invece, mi ha permesso in più occasioni di confrontarmi con i più titolati e talentuosi pescatori a mosca Italiani e stranieri. Ad ogni buon conto, proprio a causa della mia “fissazione” per il lancio e nella convinzione che, oltre a questo, in pesca conti di più il cosiddetto “senso dell’acqua”, non ho mai curato molto l’aspetto “costruzione” delle mosche, accontentandomi di utilizzare artificiali molto semplici e veloci da realizzare e, quindi, assolutamente spartani e privi di dettagli. Solo ultimamente, grazie ad un caro amico (Filippo Calore) appartenente al stesso Club di cui anch’io faccio parte (Fly Club Padova), ho cominciato ad incuriosirmi al mondo degli insetti e dei microinvertebrati più in generale e, di conseguenza, al mondo del “fly tying”. Ma torniamo “a bomba”, così capirete il motivo per cui ho deciso di scrivere quest’articolo: Qualche domenica fa, per la prima volta da quando pesco a mosca, ho dovuto arrendermi davanti all’evidenza, ovvero che, perlomeno in quell’occasione, il lancio e la presentazione non avrebbero influito sull’esito dei miei tentativi mirati alla cattura di due grossi temoli e che solamente la scelta dell’artificiale avrebbe potuto fare la differenza tra il successo e l’insuccesso. La situazione era la seguente: mi trovavo a pescare nel tratto No Kill di un meraviglioso torrente delle Dolomiti: l’Ansiei.


L’acqua era di un limpido che più limpido non si può, mentre il tempo, meteorologicamente parlando, era dei più favorevoli: bassa pressione, temperatura sui 14 gradi ed ogni tanto due gocce di pioggia giusto per gradire. Ad un certo punto, finalmente, scorgo due bei temoli intenti a ninfare sul fondo di una piccola buca profonda non più di 60 centimetri, larga circa un metro e lunga un paio di metri. “Ci siamo”, penso avvicinandomi, “ed è talmente evidente e frenetica la loro attività, che catturarli sarà un gioco da ragazzi!” Detto fatto, dopo aver provveduto a montare la solita ninfa di fiducia, costruita su un amo barbless del 16, testina rossa in tungsteno, corpo in fagiano e toracino luccicante, mi avvicino lentamente, ed effettuo il primo lancio. Le condizioni di luce e limpidezza dell’acqua mi permettono di scorgere chiaramente il mio piccolo artificiale scendere sul fondo della buca e di controllarne tutta la passata. “Ecco… ecco… adesso abbocca…” penso tra me e me, mentre la ninfa si avvicina al primo dei due temoli. “Dai… dai… ecco…. Niente! Niente… cavoli! Non l’ha neanche degnata di uno sguardo! Forse non l’avrà vista… Boh? Riprovo” Questa volta, però, lancio un pochino più a monte, per assicurarmi che i pesci abbiano tutto il tempo per scorgere la mia insidia. Lancio perfetto,… la ninfa scende,… passata perfetta,… Nulla! Ancora una volta nulla! “Vabbè, proverò ad insistere un altro po’ e semmai cambierò ninfa” E così faccio. Insisto, insisto e insisto ancora. Cambio una ninfa, una seconda, una terza, una quarta… Poi passo a cambiare le dimensioni degli artificiali: prima piccolissime, poi più vestite, poi decisamente più grandicelle ma… Nulla, nulla e ancora nulla! Insomma, una dopo l’altra metto alla prova tutto il mio repertorio di ninfe da temoli di cui mi sono sempre vantato e frutto di tanti anni di esperienza. Ma evidentemente, come spesso si usa dire (forse più per


riempirsi la bocca che altro) “l’esperienza non è mai abbastanza” e “non si è mai finito di imparare!”. Ed oggi i fatti mi stanno dimostrando che questi modi di dire non sono solo semplici luoghi comuni. Ad un certo punto, oramai preso dallo sconforto, decido di fermarmi e di sedermi a pensare. Scelgo un bel sasso che mi dia modo di osservare la buca con il suo “prezioso contenuto” e mi piazzo bello comodo. E loro, i temoli, sempre lì a ninfare. Ogni tanto si spostano. Di poco però. Un po’ più in su, un po’ più a destra, un po’ più a sinistra… e continuano imperterriti a mangiare… a mangiare. Cristo ma quanto mangia un temolo? “Mangiano? Caspita! Ma è ovvio, scemo che non sono altro! Come ho fatto a non


pensarci prima? Continuano a mangiare… A mangiare cosa?” E finalmente mi rendo conto che, per l’abitudine di prestare attenzione solo al lancio e alla presentazione, fino a quel momento il mio comportamento è stato del tutto meccanico e non razionale. Il comportamento di un robot! Di uno stupido robot! Così, pian piano, comincio a prestare attenzione a quali sono gli insetti che passano in acqua…, quali ninfe vivono sotto i sassi e, servendomi di un fazzoletto di cotone bianco bloccato tra due pietre, mi arrabatto in qualche maniera per catturare quel che trasporta la corrente. Insomma mi metto a fare semplicemente quello che ogni buon pescatore a mosca dovrebbe fare, prima di cominciare a pescare; quello che tante volte mi sono trovato a suggerire come un approccio corretto alla PAM, magari accompagnando qualche giovane amico alle prime armi. Ed io, stupido, con tanti anni di esperienza alle spalle, davo per scontato che… Vabbè va, andiamo avanti che è meglio. Così finalmente scopro che ogni tanto l’acqua trascina con se delle piccole ninfe di colore molto scuro, quasi nero direi. “Sono ninfe di effimera”, sentenzio, da quello scarso di entomologo che sono. “Mannaggia, se ci fosse Filippo… Almeno mi potrebbe dare delle dritte… E comunque, adesso vediamo un po’ se nelle mie fly box…” “Qui no. Qui nemmeno… Ecco, forse qui…” E così, dai meandri del mio gilè da “fighetto”, spunta una scatola di mosche che non ricordavo nemmeno di avere. Contiene mosche che hanno contraddistinto il mio periodo Dadaista. Mosche (anzi sarebbe più corretto chiamarle artificiali, perché dell’insetto non hanno praticamente nulla), che costruivo qualche anno fa, contro il concetto classico di “imitazione”. Mosche minimaliste. Mosche in controtendenza con il mondo della PAM. Insomma, detto tra noi, delle vere e proprie schifezze! E tra queste spunta la “nerina”. La nerina: un amo ricoperto solo con filo di montaggio nero. Un abbozzo di conicità per quello che dovrebbe essere il corpo ed un leggero rigonfiamento per il torace. All’epoca costruivo la nerina, la beigiolina, la giallina, la ramina, la rosina… (ammappete, direte, che gran fantasia di nomi!)


Mosche tutte uguali. Solo filo di montaggio e due fibre strappate dalla coda di fagiano ad imitazione di una pseudo sacca alare, il tutto legato su ami a gambo dritto del 16, del 18 e del 20. Unica differenza tra i vari modelli: il colore. Ne macinavo a decine, una dietro l’altra, per riempire in fretta le mie fly box. Ninfe e piccole emergenti (praticamente pescavo solo con ‘sta roba) che dovevano bastarmi per affrontare un’intera stagione di pesca. E mentre son lì, intento ad osservare le mie ninfe Dadaiste contenute nella mia vecchia scatola portamosche, penso alle parole dell’amico Filippo (l’entomologo di prima), in occasione di una meravigliosa serata al Club, lo scorso inverno, dedicata, appunto, al mondo degli insetti: “Nemmeno la più realistica delle vostre imitazioni” sentenziava Filippo “assomiglierà mai ad un insetto vero! Nemmeno lontanamente! Scordatevelo!” “Sì, però… Questa nerina qui… Sì, insomma, a me, veramente, sembra che assomigli molto alle ninfe che ho appena catturato. E’ molto esile, semplice… La siluette è identica…Vuoi vedere che stavolta Filippo si sbaglia…” E così, dopo molti anni dall’ultima volta, torno a legare la nerina al mio finale. E mi riavvicino alla “buca maledetta” per effettuare un primo lancio. Stavolta le ridotte dimensioni ed il colore molto scuro dell’artificiale non mi aiutano a scorgere la passata della ninfa sul fondo della buca, ma la sensazione è quella di aver fatto le cose per bene. Ed infatti non passa un secondo che scorgo la punta della coda di topo bloccarsi di colpo. Ferro! “C’è! Stavolta c’è!” grido felice e sorridente come bimbo che scarta i regali il giorno di Natale. Dopo un breve combattimento, sicuramente facilitato dalle ridotte dimensioni della pool in cui sto pescando, il mio sudato temolo è nel guadino. Lo osservo compiaciuto e nello stesso tempo con rispetto. “Mi hai fatto impazzire sai?” gli dico “pensavo di fregarti subito e invece ho dovuto faticare parecchio


per convincerti ad assaggiare la mia mosca. Ma ora è tempo di ritornare in acqua” E dopo averlo slamato con cura, bagnandomi preventivamente le mani, il mio amico fugge via con un guizzo, andando ad infilarsi sotto un sasso, al riparo. Sono felice. Però non sono ancora del tutto soddisfatto. Adesso voglio vedere, anzi, capire se quello che mi è appena successo è solo frutto del caso o anche della logica. E mi appresto a lanciare nuovamente la mia insidia in acqua. Il secondo temolo è sempre lì, ed anche il primo, quello che ho appena catturato e liberato, sta pian piano ritornando al suo posto. Secondo lancio. La ninfa scende dritta sul fondo (immagino, perché non la vedo), mentre io mi preoccupo solo di controllare la passata. Di osservare la punta della coda, poiché non sto utilizzando nessun tipo di segnalatore d’abboccata. Ad un certo momento, nello stesso identico punto di prima, la coda torna a bloccarsi. Ferro e… “Caspita, c’è anche questo! C’è davvero!” esclamo ad alta voce. Questa volta il combattimento dura un pochino più a lungo. Il pesce è leggermente più grande ed è riuscito ad infilarsi in una piccola corrente. Ed infatti, riesce a slamarsi. “Per la miseria! Vabbè dai… L’importante, è aver capito che stavolta l’imitazione, più del lancio o della presentazione, faceva la differenza. E devi ricordartelo anche in futuro Mala. Capito? Mai dar nulla per scontato” E mentre rimugino, osservo il temolo che mi è appena scappato tornare verso la sua buca, esattamente nel punto in cui si trovava pochi istanti prima. E, manco a dirlo, ricomincia subito a ninfare. “Vuoi vedere che…” Neanche il tempo di pensarlo e lancio ancora. Ve la faccio breve. Stavolta ho dovuto fare qualche lancio in più per convincere il “ragazzo” a salire, ma alla fine è salito. Eccome se è salito. Alla faccia di tutte le regole scritte e mica scritte che un pesce punto non abbocca più! E se consideriamo che lo stesso pesce, inizialmente scettico e diffidente nei confronti di tutte le mie imitazioni, dalla “nerina” in poi ha dimostrato l’esatto


contrario, che conclusioni dobbiamo trarre? Ho riflettuto a lungo su questa cosa, al punto che ho deciso di scrivere quest’articolo sia nell’intento di dare a voi lettori la possibilità di uno spunto di riflessione in più, sia, più egoisticamente, perché volevo capire bene “se” il mio attuale modo di interpretare la pesca a mosca fosse ancora rappresentativo degli ideali che un tempo mi spinsero ad intraprenderne il cammino, oppure no. La prima, più ovvia e, forse, anche la più banale delle conclusioni alle quali sono giunto è la seguente: soprattutto quando peschiamo in ambienti molto frequentati, i pesci, a forza di dai e dai, possono abituarsi alla vista delle più clas-


siche imitazioni (e qui mi riferisco, ad esempio, agli oramai comunissimi “ferri da stiro” piombati con testine in tungsteno più o meno colorate che ben poco hanno dell’insetto… Su Marte magari…), riconoscendole e rifiutandole alla grande e rendendo l’azione di pesca più un “esercizio tecnico” che un piacere in se per se. Possibile rimedio: rivalutare le vecchie lezioni di entomologia come si faceva un tempo nei Club, e curare di più l’aspetto costruzione, per dare maggiori chance alle nostre uscite di pesca e, magari, ricominciare a frequentare acque ed itinerari meno blasonati, alla ricerca di quel po’ di rusticità che può esservi rimasta. La seconda, invece, più che una conclusione è una conferma: la conferma che la pesca a mosca è una disciplina (o sport, attività ludica o come caspita preferite chiamarla) grazie alla quale chi ha la fortuna di praticarla può vivere mo-


menti, se non unici, sicuramente “particolari”. Momenti particolari come ritrovarsi seduti sulla riva di un fiume, a scambiare quattro chiacchiere con un “temolo” che non ne vuole sapere di farsi catturare. Cose da pazzi? Forse. Ma scommetto che qualche volta è capitato pure a Voi. E comunque sia, cari Amici, evitate di commettere anche Voi l’errore che commisi io quella Domenica. L’errore di sentirmi arrivato, di dare tutto per scontato. Un errore a causa del quale avevo smesso di sognare, di usare la fantasia. Rovinereste tutta la magia che la pesca a mosca è in grado di farvi vivere ma, soprattutto, perdereste l’occasione di rimanere bambini ancora per un po’. L’occasione per continuare a giocare. Perché la pesca a mosca, alla fin fine, è pur sempre e solamente un gioco. Ciao Mala


Il Kennet su Benham

http://www.rodsonrivers.com/fishing-uk/the-south/berkshire/the-park-


Moreno Borriero

Estate

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A giugno di quest’anno si è tenuto il MAC 2012. Dal 2010 esiste in Inghilterra un Club che si chiama MAC (Moreno Appreciation Club) fondato da due cari amici Tony Mair e Roger Tribe, che è riservato ai possessori di canne in bambù costruite dal sottoscritto. Ho l’onore infatti di esserne il Presidente Onorario. Lo scopo è di riunirsi ogni anno e di fare una pescata in qualche bel fiume con le canne in bambù di mia produzione. Tony Mair e Roger Tribe hanno pensato all’organizzazione, e avremmo pescato il Usk a Brecon per due giorni. Roger mi ha chiamato alcuni giorni prima della partenza suggerendo un’anteprima insieme a lui sul Kennet di Benham Estate dove Roger è socio del “consortium”, e dove ogni anno può accompagnare un numero limitato di ospiti. Ho avuto l’onore di essere uno di questi soci! Roger Tribe, che è un caro amico ed è un gentiluomo inglese, fiero proprietario di una delle mie canne mi ha prelevato all’aeroporto e ha offerto di ospitarmi a casa sua dove avremmo degustato una bella cena preparata dalle sapienti mani di sua moglie Penny. Il giorno del mio arrivo, Roger era lì ad aspettarmi e purtroppo il mio volo è arrivato con un’ora abbondante di ritardo. Quindi quando siamo atterrati non c’è stata la solita strombettata con un annuncio in Inglese cockney declamando “ un’ulteriore volo Ryanair che arriva in orario”! In ogni caso ci siamo incontrati e dopo avere caricato il mio bagaglio in macchina, siamo partiti alla volta di Benham Estate attraverso il quale scorre il Kennet. Ad ogni miglio, cresceva la mia emozione al pensiero di poter finalmente pescare in uno dei famosi Chalk Streams dell’Inghilterra, patria della pesca a mosca come la conosciamo oggi e del modo che mi hanno insegnato a suo tempo – solo mosca secca e rigorosamente a salire. Al nostro arrivo sono sceso per aprire un imponente cancello in ferro battuto e abbiamo costeggiato un laghetto artificiale pieno di anatre e cigni bianchi. Poi all’improvviso è apparso l’antico maniero di Benham. Un palazzo imponente ma allo stesso tempo elegante. Roger mi ha detto che è in vendita per sei milioni di sterline. Gli ho chiesto se questa somma includeva il fiume ma non è così. Peccato, risposi scherzando, allora non mi interessa! Dopo esserci cambiati e montato le canne, ci siamo diretti in uno dei rami secondari del fiume.


Spot


Il Sottoscritto con una fario del Kennet


Il Maniero


Roger mi ha raccontato che questi canaletti erano stati scavati dai prigionieri di guerra francesi durante la guerre Napoleoniche, per portare acqua ai prati dove ancora oggi pascola una mandria di Angus spettacolari. La mia emozione cresceva di minuto in minuto, ma dopo un’oretta sono scivolato per cercare di staccare una mosca che si era impigliata in un ramo, e cadendo ho troncato la mia tre pezzi in bambù appena sopra la prima ferrula. Niente paura, l’avrei potuta riparare al mio ritorno a casa e per fortuna avevo portato diverse canne per esibirle al BFFI, quindi andai in cerca di Roger per le chiavi della macchina. Fatto questo, Roger mi ha raggiunto e abbiamo deciso di interrompere per il pranzo al tradizionale capanno dei pescatori in riva al Kennet a pochi metri dal parcheggio delle macchine. Roger aveva preparato alcune insalatone gustosissime, le immancabili patatine e una paio di birre dal nome appropriato alla situazione!! Dopo pranzo e dopo un buon caffè ci siamo diretti verso un ramo principale del Kennet. Inizialmente non si vedeva muovere nulla, ma all’improvviso ho visto saltare una trota che sarà stata una sessantina di centimetri. Questo è stato l’inizio di un pomeriggio fantastico. Dapprima lentamente, ma poi l’attività si è susseguita in modo imponente. Non ho mai visto così tanti insetti svolazzare in un singolo momento. Baetis di tutte le misure, Sedge e chi più ne ha più ne metta. I pesci non erano facili ma con le mie imitazioni in CDC - quelle che uso di solito per le trote difficili - salivano come fossero pagate. Ne ho agganciate 3 o 4 (perfino un cavedano), ma non sono riuscito a salparle, o perché mi mancava il guadino con il manico lungo o semplicemente perché si slamavano. In un rigiro ho visto passare il barbo più grosso della mia vita. Sarà stato 70 cm con le sue belle pinne rosse! Dopo un’ulteriore tazza di caffè ci siamo spostati nel tratto superiore del fiume dove avevo visto bollare una bella trota. Decisi allora di passare dalle CDC ad una Sedge su amo #14 in pelo di cervo, che ho lanciato leggermente a monte. Il passaggio normale mi ha regalato solo un rifiuto. Ho rilanciato e ho fatto pattinare lentamente la


Sedge. La trota è salita imponentemente, colpendo la mia imitazione con forze. Il combattimento è stato duro ma la mia 7’ 2” ha fatto un buon lavoro. Roger mi ha aiutato a salparla con il suo guadino a manico lungo (un must nei Chalk Streams). Era una bellissima trota fario che appoggiai gentilmente sull’erba per la foto di rito, e chiesi a Roger di farmene una perché raramente c’è qualcuno con me. A questo punto mi sentivo appagato e mi misi a sedere su una delle classiche panchine da Chalk Stream a contemplare il fiume assorto nei miei pensieri. Guardavo Roger pescare con la sua 7’2” che gli avevo costruito nel 2010 e lo vidi mentre agganciava una bella preda che impegnò Roger per diversi minuti. Mi avvicinai per aiutare con il guadino, ma la trota, molto esperta, fece un ultimo rush per la liberta e strappò il finalino di Roger. A questo punto ci siamo messi a pescare insieme per fare buio, e abbiamo notato una trota di notevole dimensioni che bollava appena al di là degli arbusti che sui Chalk Streams vengono lasciati crescere lungo la sponda, per poter tranquillamente camminare senza spaventare il pesce. Prima ci ha provato Roger e poi io ma nessuno dei due, nonostante l’aver cambiato diverse mosche è riuscito ad agganciare l’espertissima preda che pareva non chiudere la

Roger con alle spalle il capanno del pescatore


Roger all’opera


Una bella cattura del Kennet


Uno scrcio del Kennet


bocca sulle nostre mosche. Ci faceva impazzire perché quando bollava usciva con tutta la testa, grande quanto il mio pugno. Dopo questa sconfitta si era fatto tardi ed entrambi soddisfatti da una bellissima giornata di pesca passata in perfetta armonia decidemmo di andare a casa di Roger. Già ci pregustavamo i manicaretti preparati da Penny, la moglie di Roger, che poi avremmo accompagnato da diverse bottiglie di ottimo vino Italiano e Spagnolo mentre ci raccontavamo le avventure di pesca. Riluttanti ci siamo trascinati a letto perché l’indomani ci dovevamo alzare presto per andare ad incontrare gli altri soci del MAC, per pescare sul fiume Usk nel Galles. Ma questa è un’altra storia.

Altra fario del Kennet


Capitolino‌ma n


non capitolato Gabriele Zingaro

L’Aniene scorre a ridosso della capitale, attraversandola per poi immettersi nel Tevere; è il fiume classificato a salmonidi per eccellenza della Provincia di Roma. Spesso maltrattato ed abbandonato al suo destino, è comunque un fiume vivo che offre ottimi spunti a patto di rispettare i ritmi che la natura impone durante l’anno, scegliendo bene lo spot di volta in volta.


L’alta valle dell’Aniene era già celebre ai tempi degli antichi romani quando, per godere appieno della bellezza che il paesaggio offre. E’ il caso di Nerone che a di quella che era una vera e propria dimora privilegiata. Il fiume da sempre ha offerto coltura e gli acquedotti; a fare da cornice ad un quadro storico già di per sé rilevante di Santa Scolastica). A partire dall’abitato di Jenne fino a quello di Castel Madama il fiume offre svariati s conditio sine qua non è la perfetta conoscenza del momento esatto in cui recarsi in u Non di rado anche solo a distanza di pochi chilometri è facile imbattersi in situazioni e hanno dimostrato che anche la livrea delle trote autoctone che abitano la valle camb Il periodo in cui si ha la maggiore attività da parte dei salmonidi è dal tardo giugno a rimento puramente indicativo, ma pur sempre valido. Gli insetti di maggior rilievo son tis in generale, le Ecdyonurus Torrentis e Venosus, le Caddis e sporadiche mosche d di imbattersi in piccole schiuse di plecotteri di misura medio-piccola come l’Isoperla con l’arrivo delle prime perturbazioni autunnali, le formiche alate escono allo sc


, alcuni dei personaggi più facoltosi dell’epoca, vi costruirono le proprie ville a monte di Subiaco vi costruì la sua, oggi meta di turisti bramosi di vedere i ruderi o un’ottima portata, facendo sì che questa venisse sfruttata sin dal principio per l’agrie, nel medioevo gli ordini benedettini costruirono diversi monasteri (bellissimo quello

spot, che a seconda del periodo dell’anno, possono regalare emozioni importanti. La un determinato tratto piuttosto che in un altro. e schiuse completamente diverse fra loro. Addirittura recenti studi condotti da biologi bia a seconda della zona in cui vivono, non solo del fondale del fiume. a fine agosto; le piene o la scarsità dei livelli durante la stagione rendono questo rifeno: la Serratella Ignita (presente con diverse generazioni durante la stagione), le Baei Maggio (Ephemera Danica) dalle dimensioni modeste. A fine stagione può capitare a Grammatica o soprattutto la Leuctra Fusca; durante il mese di settembre invece, coperto attivando in superficie trote anche di importante pezzatura.


Alto Aniene

Bella trota mediterranea


Mayfly dell’Aniene

Aniene a jenne


Aniene Madonna della pace


Innegabile ammettere che la pesca più divertente e redditizia è quella durante i coup estivi, quando le schiuse a volte molto copiose fanno diventare il fiume un banchetto aperto per le fario. Tuttavia anche la pesca in caccia o a ninfa possono regalare ottime soddisfazioni, se eseguite in maniera concentrata ed attenta. Negli assolati pomeriggi primaverili o estivi, infatti, una sedge od una Royal Wulff fatte scivolare con maestria fra le fronde sulla sponda difficilmente passeranno inosservate, così come una ninfa ben manovrata nelle correnti più profonde potrà convincere anche i pesci più apatici all’aggressione del’imitazione. Le dimensioni delle fario non sono mediamente da record (25/30 cm), per questo capita solo una o due volte durante una stagione generalmente di catturare trote di 40-45cm. La cosa che rende l’Aniene così affascinante è che alle suddette misure arrivano solo trote assolutamente autoctone, che da portare a riva sono tutt’altro che facili; selettive e potenti ripagano degli sforzi fatti per catturarle. Il vero dramma di questo fiume è che spesso viene maltrattato in primis proprio dai cosiddetti “pescatori” (bracconieri sarebbe il termine corretto) che, muniti anche di esche ed attrezzature non consentite a causa dei controlli cronicamente assenti, fanno una mattanza vera e propria di trotelle inesperte di 15/20 cm anche a pesca chiusa. Non bastasse ciò, negli ultimi anni alcune aziende hanno provveduto ad avvelenare parte del basso corso uccidendo ovviamente non solo le trote, ma anche gli invertebrati ed altre specie di pesci come cavedani, barbi e soprattutto lamprede, ormai sempre più rare. Sentire pescatori più anziani che narrano di come il fiume fosse un tempo (30 anni fa circa) pieno non solo di trote di oltre due chilogrammi di peso, ma anche di gamberi di fiume (oggi praticamente estinti), deve far riflettere su quanto di buono è stato bruciato nell’ultimo trentennio con un prelievo indiscriminato ed una trascuratezza totale del fiume, anche da parte delle istituzioni.


Trota originaria giallona

A caccia tra i monti simbr


Dun asciuga le ali

Autuctona


Aniene mola vecchia


Si sono fatti centinaia di discorsi, proposte, idee sul fiume per eccellenza da salmonidi della Provincia di Roma…eppure non è cambiato nulla. Esiste un “no-kill”, anzi è il caso di dire esisteva, nel corso alto, abbandonato a se stesso ed ai soliti bracconieri; ogni progetto per salvaguardare l’Aniene si è scontrato non solo con la carenza di fondi, ma anche con l’ignoranza della gente che non capisce l’importanza (persino turistica se vogliamo) del fiume e della valle. Ogni inizio stagione si assiste ad immissioni scellerate di trote “pronta pesca” qualche giorno prima dell’apertura (il che si ripete generalmente a maggio con un minore quantitativo) che dopo qualche ora finiscono nei cestini di pescatori, o presunti tali, che fanno viaggi avanti ed indietro alla macchina con buste


Baetis

Madonna dlla pace


piene di trote (il limite SAREBBE 6 catture pro capite) senza ovviamente alcuni ritegno. Forse questo è il male minore però. Le trote VERE dell’Aniene ormai sembrano saperlo, scappano, si nascondono, hanno delle tane inarrivabili e nella stragrande maggioranza dei casi fino a giugno non si trovano mai fuori, ovvero quando quelle “pollo” sono finite tutte (o quasi) nei congelatori degli "indigenti" pescatori. Per quel che riguarda l’attrezzatura l’utilizzo di una canna 7,6’ per coda 3 aiuterà a risolvere la maggior parte delle situazioni, agevolando la pesca in caccia e, allungando fino 4,20mt il terminale, rendendo possibile l’azione durante il coup serale. Il concetto da capire per avere successo sull’Aniene è capire che non occorre lanciare su tutte le singole bollate ed in ogni punto del fiume; ingannare trote da 20/25 cm è spesso davvero facile, mentre farlo con trote di taglia rilevante potrebbe non esserlo. Come se non bastasse la caratteristica di questi pesci è quella che pur non essendo molto selettivi in caso di rifiuto difficilmente continuano a bollare con regolarità; spesso mi è capitato di dover tornare 3-4 volte in uno spot per poter ingannare una determinata trota di taglia che nelle occasioni precedenti dopo un rifiuto aveva cessato, impaurita e sospettosa, l’attività. Come si evince anche dal video allegato al presente articolo la teoria che porto avanti è quella di pochi lanci ma buoni, cercando inizialmente di individuare attentamente la dimensione della trota Ecdyonorus


(ignorando possibilmente le più piccole) e soprattutto l’atteggiamento che adotta in bollata. Le mosche da utilizzare sono quelle ben visibili nelle foto, Klinkhamer, Elk Hair Caddis, Parachute di colore chiaro e soprattutto in estate a fine schiusa le red spinner, sia parachute che palmer rendono alla grande; le misure delle imitazioni come in molte altre parti d'Italia decrescono con l'avanzare della stagione calda, si parte da una misura #14 ad inizio giugno, per finire con un #18/20 a settembre. Il No-Kill per chi decidesse di confrontarsi con l’Aniene deve essere ben fisso nella mente, prima ancora di uscire da casa per recarsi sul fiume; nel terzo millennio nessuno riuscirà mai a portare tesi convincenti circa la necessità di uccidere le trote, data la scarsità ed il rischio di perdita del ceppo puro della fario nostrana. Spesso i moschisti sentono questo discorso come un qualcosa di alieno, come se riguardasse solo altre tecniche di pesca. In realtà conosco molti pescatori con la coda di topo che amano uccidere anche solo i pesci di maggiori dimensioni catturati, convinti di arrecare poco danno, ignorando invece la possibilità che si possa trattare di esemplari riproduttori. Così come siamo evoluti in accessoristica e materiali da pesca, dobbiamo evolverci anche da questo punto di vista, escludendo la voce “uccisione del pescato” dal nostro vocabolario alieutico. E l’Aniene non fa eccezione anzi, a causa del bracconaggio frequente questa regola morale vale ancora di più, non solo per noi ma per tutti coloro che pescano con le esche naturali o a spinning. La bellezza della valle, del fiume e delle trote che lo popolano rendono necessario un intervento necessario a salvaguardare l’integrità di un corso d’acqua che comunque merita una visita dagli amanti della pesca a mosca. I pescatori si lamentano, non lo rispettano, lo ignorano; eppure lui scorre da millenni in quella valle sopravvivendo ed adattandosi e regalandoci emozioni spesso inaspettate. Il tutto a 50km dalla capitale, mezz’ora di auto da Roma a dimostrazione del binomio indissolubile che si è creato tra la Città Eterna ed il suo fiume immortale da salmonidi, l’Aniene. Scorcio



ffmagazune n° 17