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RASSEGNA STAMPA

PINEDA “PINEDA”

DEAMBULA records 2011


SETTIMANALI

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ULTRASUONATI MAFALDA ARNAUTH FADAS (Universal/Egea)

7

Andare un po’ più in là dei concetti di spazio e tempo come realtà immarcescibili serve a comprendere meglio il passato e di conseguenza le trasformazioni in atto. Gettare uno sguardo lucido alla cronologia, alla storia, ai suoi personaggi così come sono stati narrati, come arrivano a noi, può aiutare a capire, dice Arnauth, se «il fado carico di storia, memoria e saudade mi ha portato alle voci, o se le voci cariche di anima, vita e cuore al fado». La chanteuse lisboeta propone questa chiave di lettura nel suo ultimo album, Fadas, una rivisitazione di fado popolari resi celebri da grandi interpreti femminili del passato, Amalia Rodriguez, Herminia Silva, Celeste Rodriguez, Beatriz da Conceição. C’è il violoncello, il sopros e la fisarmonica a colorare la tavolozza dei timbri degli strumenti dell’organologia tradizionale; e la vis interpretativa della cantante che rende merito a brani come Vira da minha rua. (g.d.f.)

HAN BENNINK/FABRIZIO PUGLISI/ERNST GLERUM LAIV (Bassesferec)

8

Un concerto del novembre 2006 (nella rassegna romana «Instabili Forme Sonore») diventa cd e restituisce l’intesa empatetica fra i due maestri olandesi e il pianista italiano. Le sezioni improvvisate collettivamente confluiscono con naturalezza in brani di Monk (Epistrophy, Crepuscule with Nelle) e nell’epico African Flower di Ellington. La batteria di Bennink guida sotterraneamente il trio, alternando pulsazione impeccabile a invenzioni ritmico-timbriche, ben assecondata dal contrabbasso di Glerum mentre Puglisi interagisce e suggerisce, conduce e segue in un’originale dinamica di interplay. Un gioiello. (l.o.)

R.L. BURNSIDE ROLLIN’ & TUMBLIN’ (Wolf)

8

Lo attendevamo. Con qualche mese di ritardo, slittando quindi come pubblicazione nel 2011, giunge il «nuovo» di R.L. Burnside. Sembra fare il paio con l’uscita dello scorso anno di McDowell. Le incisioni in essere sono in buona parte inedite: album che consta di venti tracce, inclusa un’intervista a The Role a cura di H. Folterbauer. Il boss della Wolf Records, al contempo autore delle registrazioni e produttore del tutto, incontrando il bluesman delle Hills compie un superlativo lavoro di ricerca. Tre diverse sessioni (1975, 1989, 1991), che fissano nel tempo delle esibizioni in solo per R.L. davvero ottime. Un disco di puro hill-country blues, emozionante e intenso. Da avere ad ogni costo. (g.di.)

CAVALERA CONSPIRACY

❙ ❙ MONDOEXOTICA❙ ❙

FRANCO PIERSANTI

Improvvisamente le orecchie divennero api, i suoni nippo-fiori

8

HABEMUS PAPAM (Universal)

Habemus papam è la sesta colonna sonora firmata dal raffinato Franco Piersanti, per un film di Nanni Moretti. Una cifra e dei suoni inconfondibili che ne fanno il compositore ideale per esprimere le inquietudini e i dubbi di Melville (un incredibile Michel Piccoli), il papa in crisi esistenziale. Registrato al Forum Music Village a Roma con un’orchestra tradizionale, il cd contiene quattordici temi realizzati dal compositore per il film e in coda all’album, Todo camia della cantante argentina Mercedes Sosa, che fu il simbolo della resistenza contro la dittatura militare. Sono quindi musiche solenni, con dissonanze, «zoppicamenti» ritmici e sospensioni drammatiche coadiuvate da temi a volte più leggeri (La notte dei cardinali) o ironici e solari (Gli allenamenti e La pallavolo). Da non perdere.(g.lu.)

Francesco Adinolfi Partiamo con Marble Tunes (ChinChin rec. Artcore AC 2062/Audioglobe; 2011), terzo disco dei JoJo Effect,progetto tedesco che ruota intorno alla cantante Anne Schnell. Il giro è quello di Club Des Belugas e Tape Five, ovvero un accolita trasognata e ruvida, bossa nova e electro swing, nu jazz e nu lounge: quanto di più efficace le mutazioni post-Generazione Cocktail offrano oggi. Anche gli ospiti rimbalzano da un disco all'altro e qui ritroviamo Brenda Boykin, Bajka o Iain Mackenzie. Ovviamente tra i progetti esistono differenze sostanziali. I JoJo Effect fungono da ideale cerniera, tenendo dentro le divagazioni jazz dei Club Des Belugas e le galoppate elctro swing dei Tape Five; ne diventano una sintesi sofisticata e garbata. Tra i brani spicca l'insistenza sixty di Go Go Girls e il remix irresistibile di I'm An Old Cow Hand (Billy The Kid Mix), la classica cowboy song di Bing Crosby. I JoJo Effect nascono nel 2005 da un'idea di Schnell e dei produttori Kitty the Bill e Jürgen Kausemann (le due menti della Chinchin). Nel 2008 arriva il disco Ordinary Madness e cominciano le collaborazioni vocali. Il nuovo cd contiene anche rielaborazioni e remix di cose uscite in passato. OCCHIO agli Slow Motion Replay, gruppo giapponese di cui fanno parte i dj/produttori Kenichi Yanai (alias Soul Source Production, tre album nel cassetto, remix di Jackson 5 e Earth Wind & Fire), Shinya Kusumoto e Takuya Ishibashi. Hanno appena debuttato con Heavy Duty [/CORSIVO](Soulab rec. 2011) che si apre proprio con Think

PINEDA PINEDA (Deambula records)

7

Better, singolo uscito lo scorso agosto, divertente rielaborazione post chill out di The Champ, il classico library (1968) di Alan Hawkshaw, campionato nel tempo da una sequela di hip hopper: De La Soul, Eric B & Rakim, Big Daddy Kane ecc. Stavolta lo spettro di inclusioni sonore si amplia incorporando soul, bossa, acid jazz. Dalla rutilante e go go jazz, Ragged Mustang, si scivola verso la bossa delicata di Tropical Forest. Irresistibile Wandering Man, un cocktail di breakbeat e vocalese. Racconta il gruppo: «Heavy Duty è come una sgambettata in un giardino giapponese colmo di fiori danzanti; che le tue orecchie si trasformino in api». La stessa etichetta ha appena pubblicato The Golden Sessions (Soulab rec.;2011), debutto degli Weeland & The Urban Soul Collective. È un album nu soul, elegante e decompressivo. Su tutto spicca la voce di Esther

Cowens. Debuttano anche i Lonsdale Boys Club, trio londinese di base proprio a Lonsdale road. Si presentano con il singolo Light Me up (Rocky Bay rec. 001; 2011), un effervescente mistura di indie pop, punk e disco. Sono tre dj e hanno già remixato Wombats e Gorillaz. Tra le scoperte della settimana merita una menzione speciale Stand by for Adverts (Trunk JBH039CD; 2011), spettacolare raccolta di jingle pubblicitari, sonorizzazioni e incursioni jazz di Barry Gray, autore britannico di indimenticabili sigle tv come Stingray, Spazio 1999, Thunderbirds ecc. Tra i momenti più rilevanti i suoni per uno spot dedicato a un lavatrice spaziale e quelli per un cereale alla banana. Si tratta di materiali inediti, realizzati tra il 1958 e il 1965, dunque la fase più folle e sperimentale del musicista. Un disco-documento. www.myspace.com/francescoadinolfi

Di Moltheni, al secolo Umberto Giardini, abbiamo detto più volte su queste pagine, considerandolo tra i più ispirati esempi del nuovo cantautorato italiano. Quello che non immaginavamo è che potesse avere una seconda anima, lontana anni luce dall'intimismo delle sue ballate, un'anima che si ascolta in questo progetto di cui fa parte insieme al sodale Floriano Bocchino e al vero artefice del lavoro, Marco Marzo Maracas. Il progetto prende il nome di Pineda così come il disco d'esordio, che per il momento esce solo su vinile - il cd è previsto per settembre -, e ci dice di un sound che sta - quasi - a metà strada tra il rock psichedelico e progressivo degli anni Settanta e il post-rock anni Novanta. Diciamo «quasi» perché in realtà è il primo dei due generi a prevalere nei sette brani di un disco davvero azzeccato e sorprendente. (b.mo.)

BARBARA RAIMONDI CONTIGO EN LA DISTANCIA (Autoproduzione)

7

Non ha ancora trovato la sua vera finestra di visibilità Barbara Raimondi, ed è un peccato: dalla sua ha una voce duttile e luminosa, e nessun birignao jazzistico di maniera, di quelli che stancano al secondo brano. Questo, il suo quinto lavoro, registrato a Londra, è tutto dedicato a canzoni sudamericane in lingua spagnola e portoghese, e si avvale della presenza della incantevole chitarra del brasiliano Roberto Taufic, ascoltato anche al fianco del grande Guinga, e Enzo Zirilli alle percussioni, un vero cesellatore di ritmi ben noto nel mondo jazz. Magnifica la versione di Alfonsina y el mar. Per contatti: barbararaimondi.com. (g.fe.)

FRANCESCA ROMANO

GARY LUCAS & GODS AND MONSTERS

NORTH MISSISSIPPI ALLSTARS

Negli anni Novanta i Sepultura avevano sbaragliato il campo con una formula innovativa in un genere che, pur nelle sue mille sfumature, di innovazioni ne ha sempre regalate poche, il metal. Artefici di quel sound che univa ritmiche tribali e della tradizione sudamericana ai classici chitarroni pesanti erano i fratelli brasiliani Max e Igor Cavalera. Una dolorosa lite fece sì che le loro strade si divisero con il primo a fondare i Soulfly. Qualche anno fa la riappacificazione e la reunion in questa nuova formazione della quale fanno parte bassista e chitarrista degli stessi Soulfly e un nuovo album, Inflikted, al quale oggi segue questo Blunt Force Trauma. Recensire un disco così è forse fin troppo semplice. Non c’è nulla che non sia stato detto e fatto in precedenza dai due, reiterazione a più non posso dei cliché già in uso, e quindi, chi li ama continuerà ad amarli senza se e senza mentre, gli altri, più critici, si astengano pure. (b.mo.)

THE ORDEAL OF CIVILITY (Knitting Factory)

Records)

La grandezza di alcuni musicisti è la loro imprendibilità. Guizzano come palline di mercurio da un termometro rotto, credi di afferrarle e invece i guizzi si moltiplicano. Gary Lucas è un Signor Mercurio per eccellenza: uno che trovate sui palchi assieme a Roswell Rudd, ma che poi ha scritto con Jeff Buckley alcune delle più belle canzoni dell'ultimo ventennio. È stato il chitarrista di Captain Beefheart, ma atre volte lo trovate solo all'acustica, o interessato alla ambient music, o alle note classiche. Questo è il suo supergruppo, prodotto da Jerry Harrison dei Talking Heads. Un labirinto frastornante e piacevolissimo tra sferzate psichedeliche e twang rock, ricordi della New York «no wave» e funk, country blues e quant'altre frattaglie assortite potete riuscire a concepire. (g.fe.)

Bene. Anzi benissimo. Questo è un disco d'eccellenza. Dove la formazione fa scintille ed è in forma strepitosa. Una sessione realizzata in un festival nelle Hills nel giugno 2010. Dieci brani in cui in mezzo alla propria gente, a poche miglia da casa, i nostri scrivono una pagina memorabile. Dieci incisioni che sanno di Kimbrough, Burnside, Turner & Dickinson family. Dove la maturità del leader band Luther, è a vertici altissimi. Le liriche sono evocative di storie degne di un griot del West Africa, il suono pulsa e sanguina passione. Selezionarvi uno o più brani per presentare il disco? No, sarebbe un ingiustizia. Vale tutto, Prendetelo. (g.di.)

Sono ormai parecchi i premi vinti da Francesca Romano nel campo della musica d'autore, dopo gli esordi più propriamente rock con il gruppo Zeroincondotta: due volte al Festival Musicultura, uno al De André. A proposito di Faber: Cristiano De André l'ha voluta nel tour intitolato al padre, e per questo disco (il secondo da solista) co-firma uno dei brani più intensi, Il demone, giusto in chiusura del cd. Sono soprattutto ritratti di donne inquiete, tratteggiati con una scrittura a mezza strada tra visionarietà e dettaglio quotidiano, le storie di Francesca Romano: che ha dalla sua una vocina da streghetta intelligente molto, molto rock. Gli arrangiamenti a volte stringono in un angolo testi e voce: meriterebbero più vuoti e più silenzio, i brani che scrive Francesca. (g.fe.)

OMARA & CHUCHO

SPINDRIFT

OMARA & CHUCHO (World Village)

CLASSIC SOUNDTRACKS VOL. 1 (Xemu Records)

FRESHBEAT

LUPE FIASCO

STORYTELLERS (Autoproduzione/Vibrarecords)

LASERS (Warner Bros)

Stefano «Freshbeat» Tomasi (1983) è un produttore hip hop trentino e Storytellers è il suo album d'esordio. Quindici basi calde e lineari piene di soul con vari rapper a metterci la voce per raccontare una storia (vedi il titolo). Tra tutte le vicende messe in rima spiccano quella psichedelica di Lord Madness, divertente, e quelle di formazione di Amir e di Pensie - rispettivamente sulla folgorazione di un ragazzino per il writing e sul sogno infranto di una promessa del calcio. Un album che mette in luce un producer di talento ma soprattutto in cui l’hip hop prodotto in Italia vuole dimostrare di saper raccontare: intento non da poco per un genere che da queste parti gira troppo spesso a vuoto. (l.gr.)

Lupe Fiasco rapper «duro e puro» (o quasi) adorato dai fan, ha messo mano a questo cd anni fa. Ma, dicono i bene informati, ha dovuto scendere a compromessi con la sua major. Eppure nonostante la ricerca di suoni decisamente alla moda, l'uso qua e là dell'inflazionato autotune, i dodici pezzi funzionano benissimo, decisamente una spanna sopra la media del genere. Fra gli ospiti anche John Legend impegnato nella conclusiva Never Forget You. (s.cr.)

Abituati, nella musica cubana, a grosse formazioni e talvolta a un retorico barocchismo orchestrale, fa un effetto strano (e straniante) ascoltare un duo scarnificato canto/tastiera fra la Portuondo e Valdés (rispettivamente 82 e 70 anni) che mette quasi a nudo virtuosismo e sensibilità di due veterani e grandissimi artisti; poi l'effetto si tramuta in sorpresa nell'udire l’Avana di son, rumba, bolero, cha cha cha, in sensuale camerismo, alla stregua di un vocal and piano jazz dalle romantiche rimembranze, tra un classico Babal ayé di Lecuona e citazioni persino dai classici Beethoven e Rachmaninov. (g.mic.)

Non prende l’eccellenza dei voti questo disco solo perché contiene materiale scritto e/o pubblicato in precedenza. Ma è estremamente interessante, non fosse altro perché determina un punto di arrivo e di ripartenza per la formazione statunitense allo stesso momento. Il combo capitanato dal chitarrista Kirkpatrick «KP» Thomas è in giro dalla seconda metà dei Novanta e dopo diverse evoluzioni, ha finalmente stabilizzato la line-up. La miscela di psichedelia, suoni western e reminiscenze di classic rock della west coast rende quindi al meglio. Aggiungete una innata capacità di produrre suoni degni della miglior colonna sonora morriconiana, e il gioco è fatto. Originali, bravi e trasognati. (g.di.)

BLUNT FORCE TRAUMA (Roadrunner/Warner)

6

6

GNU GNU SOMETHING (Bonsai/Egea)

7

Flauto, violino, viola e violoncello. Strumentazione alquanto inconsueta per un campionario di pezzi tra pop e rock. È l'orchestrazione base del quartetto italiano (collaborazioni che vanno dagli Afterhours a Gino Paoli...) che rivisita in maniera originale e mai stucchevole dodici brani quanto mai lontani fra loro per atmosfere e intenti. Si va dalla jacksoniana Beat it alla battistiana Una giornata uggiosa approdando, udite udite, alla magniloquenza dei Muse in Undisclosed Desires. (s.cr.)

7

7

LIVE IN THE HILLS-THE OFFICIAL BOOTLEG (Song Of The South

LEGENDA

8 7

LO SPECCHIO (Moletto/Edel)

7

7

NO JOY

ORCHESTRA IN-STABILE DIS/ACCORDO

GHOST BLONDE (Mexican Summer/Cooperative Music)

LIVE IN HAMBURG (Fitzcarraldo Records)

MUNFRA' (Felmay)

Debutto per il duo femminile con base mobile tra Montreal e Los Angeles. Il loro stile guarda a quella scena che è stata ribattezzata noise-pop e che ha come linee guida una miscela di garage rock e shoegaze ma con botte di psichedelia dettate soprattutto da un suono ovattato e riverberato. Feedback e energia vanno a ripescare ricordi della Seattle grunge ma ciò che rende Ghost Blonde appetibile sono le semplici melodie che Jasmine White-Glutz e Laura Lloyd (questi i nomi delle due leader che si fanno coadiuvare da due maschietti alla base ritmica) riescono a tirar fuori con grazia e un'estetica puramente pop. (b.mo.)

Big band essenziale (solo tredici elementi) codiretta da Francesco Guaiana alla chitarra e da Luca Lo Bianco al basso elettrico (autori pure delle cinque lunghe improvvisazioni), che, nella scelta del nome e in quella politico-culturale, riprende forme e contenuti dell'ormai celeberrima Italian Instabile Orchestra di Pino Minafra. Lo schieramento è chiarissimo: nel booklet, a firma Tupac Amaru (sovrano inca che ispirò movimenti rivoluzionari nell'America latina degli anni Sessanta-Settanta), si racconta di lotte, viaggi, condivisioni («i nostri fiati parlano di pietra, di qualunque memoria avida di sete»); e nel cd si ascolta la ripresa del free storico aggiornato ai nostri difficili tempi. (g.mic.)

Un respiro ritmico concitato, un po' come succedeva in una bella canzone di De André introduce la nobile campitura popolare della melodia della title-track, melodia che poi va ad assestarsi nella cadenza serrata di un folk rock d'annata. È l'inizio di Munfrà, «Monferrato», nuovo lavoro degli Yo Yo Mundi. Ancora una volta, in uno sciagurato mondo di piccole patrie egoiste, rivendicare con sapienza e orgoglio le proprie radici come chiavi d'accesso a tutto il mondo (e qui gli ospiti sono innumerevoli) è cosa bella e giusta, il rovescio esatto di quanto vorrebbero farci credere gli schiumanti «fora di ball». «Siete riusciti in alcuni momento a toccare l'antico che è come toccare il futuro», scrive Paolo Conte nella prefazione. Sottoscriviamo. (g.fe.)

6

YO YO MUNDI

7

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stefano crippa gianluca diana grazia rita di florio guido festinese luca gricinella gabrielle lucantonio guido michelone brian morden luigi onori

16) ALIAS N. 22 - 4 GIUGNO 2011

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MENSILI

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01 feb 2011 - “Ho voluto sentire di nuovo sulla pelle e sulle braccia l’emozione che si riceve quando si fa il musicista, e per farlo mi sono rigettato su uno strumento che in realtà non era il mio”: così Umberto Giardini spiega le motivazioni che stanno dietro alla chiusura definitiva del progetto Moltheni, conclusosi la scorsa estate dopo ormai 10 anni con il tour “Ingrediente novus 2010”. Da qui riparte la sua nuova avventura musicale, una “rinascita artistica” che lo vede ancora una volta (successe già con gli Hamilton, nel 1986) dietro alla batteria con i Pineda, formazione strumentale residente a Bologna che include anche due suoi ex-compagni di band, Floriano Bocchino e Marco Maracas. Tutto parte da esigenze prettamente artistiche ed umane, che l'artista sintetizza così: “Un desiderio, la volontà di rimettermi in gioco rimanendo in ambito musicale, e di portare avanti ciò che più mi piace fare nella mia vita cioè suonare”. Le registrazioni per l’album, che uscirà in versione cd e vinile a primavera inoltrata, inizieranno verso la fine di febbraio a Milano, presso le Officine Meccaniche di Mauro Pagani, sotto la supervisione di Antonio “Cooper” Cupertino. “Sarà un concept-album per il semplice fatto che non è né un EP né un album come siamo abituati a definire, bensì un discorso concettuale, in cui la struttura dei brani non prevede testi con strofe o ritornelli ma solo flussi di musica”, ha spiegato l'artista: “Vorremmo rivoluzionare tutto ciò che viene rappresentato dall’idea di canzone, ottenendo un risultato diverso rispetto a quello che solitamente in Italia ci si aspetta”. Saranno molte saranno le influenze artistiche presenti nel lavoro, che si baserà fondamentalmente su due correnti musicali, ci spiega Umberto al telefono: “Il progetto strizza l’occhio in maniera evidente e voluta a certi progetti dei primi anni ’70 legati al prog e alla psichedelia, oltre che alla scena post-rock di inizio anni ‘90 a Chicago, ad esempio ai primi Tortoise”. E’ una scelta piuttosto coraggiosa e forse unica in Italia quella di un artista che raggiunge un discreto livello di riconoscibilità e di pubblico, e abbandona tutto per buttarsi in un esperimento di questo genere: “Compiere un percorso simile vuol dire un po’ darsi la zappa sui piedi anche da un punto di vista economico, in Italia uno non lo farebbe mai… Considerata la necessità di soldi che ha la nostra razza latina”. Poi, guardando con franchezza alla quasi totale assenza di spazio per questa scena alternativa, soprattutto nel nostro Paese, Umberto puntualizza: “Noi ce ne freghiamo perché l’ambiente legato alla musica indie, quindi al mercato di cui inevitabilmente anche noi finiremo per far parte, ci ha particolarmente stancato, siamo un progetto annoiato dalla discografia alternativa italiana, abituata a propinarci sempre gli stessi nomi”. Per questi motivi il progetto Pineda è nato un po’ in maniera ironica, una provocazione per sbeffeggiare i soliti nomi tra cantautori e band che da anni hanno il loro (secondo lui spesso immeritato) spazio sui portali e sulle riviste specializzate italiane, senza che nessuno possa spodestarli. “Registreremo l’album in maniera molto parsimoniosa e attenta, quindi ci aspettiamo di fare un disco d’esordio molto bello, credo che non tutti si accorgeranno della grandezza di questo lavoro sia per un semplice e giustificatissimo gusto, non tutti possono amare certe sonorità, sia da un punto di vista oggettivamente pratico”. Su un eventuale recupero della propria carriera solista, l'artista precisa: “Tornerò al 100%, ma io credo che questa sia una parentesi che durerà almeno intorno ai 3 anni; il discorso Moltheni però è definitivamente chiuso. Umberto Giardini probabilmente riprenderà in mano la chitarra e proseguirà quello che ha seminato

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Shake: Pineda

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giovedì 26 maggio 2011

Pineda

Per gli artisti che volessero inviarci materiale da recensire: Mandate una e-mail a grandipalledifuoco@gmail.com descrivendo il vostro sound, allegando biografia, foto... vi indicheremo l'indirizzo del redattore che fa per voi. Altrimenti caricate i brani direttamente sulla vostra pagina soundcloud o su un qualsiasi altro server esterno. Per quanto riguarda i registi, la procedura è la stessa... mandate una e-mail con tutti i dati occorrenti e vi forniremo il recapito più consono al quale spedire il materiale oppure caricate il file su youtube o dove più vi aggrada. Per qualunque altra comunicazione e/o in altro ambito artistico, l'indirizzo, è sempre lo stesso... grandipalledifuoco@gmail.com

C’era grande attesa per l’uscita di questo primo lavoro, targato Pineda, attesa mista a curiosità, inutile negarlo, principalmente per “il batterista”... Moltheni che ritorna a battere sulle pelli (Nel 1986 infatti, assieme all'amico Andrea Medori aveva fondato appunto in veste di batterista gli "Hamilton", che poi diverranno "Hameldome", gruppo rock con venature punk con repertorio in lingua inglese)... e le dichiarazioni da lui rilasciate, relative alla scena indie italiana, che avevano fatto molto discutere. Senza ricamarci troppo su, parliamo di questo album, perchè in primis è un ottimo album, rigorosamente di soli suoni, in cui i nostri aggiornano per così dire, un sound tipicamente anni 70, in piena era progressive quindi, Emerson, Lake e Palmer, i Soft Machine, tanto per fare qualche nome, colorando il tutto con trame psichedeliche mai invasive, senza tralasciare ovviamente le sonorità attuali, con i primi Tortoise come gruppo di riferimento... ma sono molteplici i riferimenti e i numi tutelari della band, che vede Marco Marzo Maracas, Floriano Bocchino e appunto Umberto Giardini (Moltheni), dare alle stampe per DeAmbula Records, questo promettente esordio, ricco di suggestioni, di immagini gioco forza e soprattutto di ricerca... che sia interiore, spirituale o semplicemente musicale, poco importa... in quanto il viaggio dei Pineda inizia sotto i migliori auspici e noi ci auguriamo per il futuro che si parli di più dei Pineda in quanto tali e non della band dove il batterista è Moltheni. Speriamo casomai che il grande Umberto Giardini, torni a regalarci il suo talento, anche sotto forma di Moltheni. “Give Me Some Well-Dressed Reason”: apertura alla Doors di Riders

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Novità dal sito: “Pineda-pineda” piu' altri 2 nuovi post

Oggetto: Novità dal sito: “Pineda-pineda” piu' altri 2 nuovi post Mittente: In Your Eyes Ezine <info@iyezine.com> Data: Thu, 16 Jun 2011 13:05:42 +0000 A: nora.bentivoglio@gmail.com

Novità dal sito: “Pineda-pineda” piu' altri 2 nuovi post

Pineda-pineda Destroyer-kaputt Strange Corner-tutto In Un Momento

Pineda-pineda Posted: 15 Jun 2011 09:00 PM PDT Umberto Giardini (Mr Moltheni) si era ritirato dalle scene, mettendo fine al suo progetto solista e bistrattando la scena musicale italiana (criticando fortemente artisti e critici). Ma a quanto pare era solo un arrivederci. A un anno di distanza, in compagnia di Marco Marzo Maracas e Floriano Bocchino, ritorna in veste di batterista, in una nuova band, i Pineda. Per noi sette nuove canzoni strumentali, in bilico fra psichedelia, reminescenze sixties e sperimentalismi.

Destroyer-kaputt Posted: 15 Jun 2011 09:00 PM PDT Questo disco mi ricorda un mio caro amico, una persona molto elegante, intelligente e brillante, al contempo molto dandy e lascivo, vizioso e un po' cazzone, senza preoccupazioni in testa. Ecco, questo è Destroyer, alias Dan Bejar, chansonnier canadese, già leader dei New Pornographers.

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(R)ESISTO DISTRIBUZIONE A cura di:

Simone Benerecetti

DESTROYER-KAPUTT A cura di:

Massimo Argo

Abbiamo contattato i...

Riviera Summerfes Riviera Summerfest -...

mio caro amico, una persona

occupa di distribuzione di

molto elegante, intelligente e

dischi in formato digitale ed in

brillante, al contempo molto

formato CD fisico. Tramite (R)esisto, ogni band avrà la

dandy e lascivo, vizioso e un

possibilità di caricare e vendere la propria musica sui

po' cazzone, senza

migliori e-store digitali (Amazon, iTunes, NokiaMusic,

preoccupazioni in testa. Ecco,

Napster…) ed allo stesso tempo, nell’apposito store di

questo è Destroyer, alias Dan Bejar, chansonnier canadese, già leader dei New Pornographers.

[continua / read more]

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24 Maggio 2011

16 Giugno 2011

MARK SULTAN LIVE A cura di:

Drink To Me

Questo disco mi ricorda un

Distribuzione, struttura che si

disco.

Il 4 giugno al Rivie...

16 Giugno 2011

Da pochi mesi è nata (R)esisto

(R)esisto, sarà possibile vendere fisicamente il proprio

TILT

Lubna Barracuda

LIVE REPORT “MARK SULTAN” – ROMA- 11 MAGGIO 2011- MUZAK. Sono solita archiviare i files di King Khan e soci sotto la voce “Garage revival”, per una questione di comodità, quando invece chi conosce questo artista e le sue numerose collaborazioni sa benissimo che si tratta di qualcosa di molto più complicato, che non è facile liquidare sotto un’unica etichetta. L’idea di

PINEDA-PINEDA A cura di:

Francesco Cerisola Umberto Giardini (Mr Moltheni) si era ritirato dalle

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scene, mettendo fine al suo

InYourEyesEzine

progetto solista e bistrattando

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la scena musicale italiana (criticando fortemente artisti e critici). Ma a quanto pare era

566 people like InYourEyesEzine.

solo un arrivederci. A un anno di distanza, in compagnia di Marco Marzo Maracas e Floriano Bocchino, ritorna in veste di batterista, in una nuova band, i Pineda. Per noi sette nuove canzoni

Sergio

Arianna

Massimo

Decima

strumentali, in bilico fra psichedelia, reminescenze

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Pineda 2011 Deambula records Giuseppe Celano

Umberto Giardini, ormai ex Moltheni, confessa di sentire il bisogno impellente di uscire dall’asfittico panorama indie italiano sfruttando questo nuovo progetto il cui moniker è Pineda. La formazione strumentale, che include due suoi excompagni, Floriano Bocchino e Marco Maracas, ha scelto le Officine Meccaniche di Mauro Pagani, come scena del delitto. “Pineda” uscirà in vinile e cd, sotto la supervisione di Antonio “Cooper” Cupertino, e sarà un concept-album legato ai flussi fdella coscenza, musica per essere suonata senza trappole, né paletti autolimitanti. Serrato dietro alla batteria Umberto produce un rock progressivo simpatizzante King Crimson ma più accostabile alla roba tanto cara ai Motorpsycho. Che non ci sia niente di nuovo all’orizzonte è riscontrabile dall’opener ”Give Me A Dress” che viaggia su un riff ossessivo e circolare, con rari cambi di tempo. Chitarre deragliate, in avanti, su pianoforte martellante creano ”Dominio”, seconda traccia del disco che procede imperterrito sugli scenari illuminati dal precedente passaggio. L’autore spiega di voler rivoluzionare l’idea di canzone come viene rappresentata oggi ma in realtà il tentativo riesce solo a metà. Niente di fantasioso o dissacrante, “Pineda” è un album decente, senza grandi guizzi né fratture compositive che faranno urlare al miracolo. Reminiscenze post-rock, scuola Tortoise, e l’occhio attento a Fripp non bastano a raggiungere la tanto agognata rivoluzione stilistica. Ci provano con ”If God Exist”, il brano più interessante dell’album, una take di suoni ghost e atmosfere dilatate, che prende forma dopo i primi cinque minuti trasformandosi in una ballata eterea, con chitarra floydiana. Possiamo però riconoscere a Giardini la scelta coraggiosa di mollare tutto ciò che è stato il suo background e imbarcarsi in una nuova avventura, totalmente distaccata dal passato. Le ultime due tracce ”Twelve Unverse” e ”Touch Me” sembrano rispettivamente rubate dai riff degli Ac/Dc e Doors. Buona l’idea di usare questo progetto come una provocazione per sbeffeggiare i soliti nomi dal successo immeritato che ammorbano portali e riviste specializzate, sulla lunga distanza insomma Pineda si rivela un disco onesto, ben suonato, impegnato a cercare una strada propria che per ora stenta a rivelarsi.

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E’ uscita l’edizione limitata di Pineda, nuovo progetto di Moltheni | Music and Free Time

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E' uscita l'edizione limitata di Pineda, nuovo progetto di Moltheni

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DeAmbula Records ha presentato ieri, martedì 31 maggio 2011, l’uscita in vinile (12” edizione limitata) del primo lavoro del progetto Pineda. Il gruppo è rappresentato da Marco Marzo Maracas, ideatore del progetto, Floriano Bocchino e Umberto Giardini (ex-componenti Moltheni). Il disco è incentrato su sperimentazioni musicali strumentali profumate di psichedelia e progressive, facendo tornare in mente Tortoise e Explosion in the sky, ma sfiorando quella luce che negli anni sessanta illuminò le coscienze di intere generazioni a partire da Doors fino ai Soft

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Machine. Registrato da Antonio “Cooper” Cupertino, presso le Officine Meccaniche di Mauro Pagani a Milano, Pineda (omonimo esordio della band bolognese) uscirà per l’etichetta indipendente DeAmbula Records. Marco Marzo Maracas / chirtarra Floriano Bocchino / Piano Rhodes

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Umberto Giardini / Batteria

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Hate TV - Recensione - PINEDA - Pineda

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Recensione 03/06/2011 PINEDA - Pineda (2011) De Ambula Records Posted By: anuar URL di riferimento: http://www.deambularecords.com/artists/pineda Tracklist: 1. Give me a dress 2. Domino 3. Human Behavour 5. If god exsist....+Lost in your arms 6. Twelve universe 7. Touch Me

Scontato, noioso, ovvio e pieno di retorica. Ecco cosa non vorrebbero mai sentirsi dire gli artisti. E in effetti così andrà, perchè non si può certo dire che questo lavoro sia anche solo uno degli aggettivi elencati. Un lavoro strumentale che trova la sua massima efficacia nell'ipnosi e qualche volta nel trip cervellotico senza la nauseante componente intellettualoide che, diciamoci la verità, può risultare stucchevole e a http://www.hatetv.it/articoli_detail.php?ID=1796

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Hate TV - Underground Music Magazine - Hate TV propone ogni giorno n…ografici, eventi, dalla musica indipendente ed alternativa italiana.

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Recensione 07/06/2011 EINSTÜRZENDE NEUBAUTEN @ Teatro Colosseo (TO) Autore: Martin Hofer

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INTERVISTA ai PINEDA (aka MOLTHENI)

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INTERVISTA ai PINEDA (aka MOLTHENI) Venerdì 22 Aprile 2011 09:15

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Moltheni riparte dai Pineda

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Moltheni riparte dai Pineda Scritto da Emanuele Brunetto il 04 luglio 2011 RECENSIONE | La nuova band del cantautore marchigiano propone un post-rock cinematografico ed interamente strumentale.

Sarebbe davvero ingiusto, da parte nostra, parlare dei Pineda solo ed esclusivamente come la nuova band di Umberto Giardini, noto ai più con lo storico pseudonimo di Moltheni. In primis perché, trattandosi appunto di una band, ci sono altri artisti (due per la precisione) a tessere la tela insieme al cantautore marchigiano. E in secondo luogo perché dell’esperienza musicale di Moltheni, nei Pineda, non c’è neanche l’ombra. Progetto interamente strumentale messo in piedi dal chitarrista Marco Marzo Maracas in compagnia del già citato Giardini e di Floriano Bocchino (anch’egli già nella band di Moltheni), i Pineda presentano con questo loro omonimo esordio sette tracce a cavallo fra i vari spunti “privi di voce” che hanno preso vita negli ultimi anni. A cominciare dal cinematografico trittico iniziale composto da Give Me A Dress, Domino e Human Behavour, in cui l’incedere richiama a tratti il sound dei Calibro 35, altra formazione nostrana che col cinema e le colonne sonore ha un rapporto più che stretto.

AUTORE

Emanuele Brunetto Email: emanuelebrunetto@gmail.com Età: 28 Sesso: M Regione: Sicilia Provincia: Catania

REDAZIONE USTATION MUSICA

C’è il math d’annata a là Tortoise di Touch Me, sessione ritmica marcata opera di Giardini (che s’impegna nei Pineda al drumming) e chitarre asfittiche nella parte centrale del pezzo. E poi la rumoristica If God Exist, He’s In The Deep: un po’ post, un po’ ambient, per un lungo sibilo di oltre quattro minuti che potrebbe essere opera degli ultimi This Will Destroy You, giusto per trovare ancora un punto di riferimento. Ma la palma di miglior brano del lavoro va senza incertezza alcuna a Lost In Your Arms While Outside In All The World, It’s Raining, in cui la dolcezza infinita del titolo fa il paio col languore del pezzo, uno di quelli che in versione live – c’è da scommetterci – fa tenere gli occhi chiusi a oltranza, fino a perdere l’equilibrio e la cognizione spazio-temporale. La siderale e in certi punti jazzata Twelve Universe chiude un album vario e trasversale nella sua proposta sonora, che

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segna la nascita di una band partita con i piedi per terra e il piglio giusto.

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PINEDA, “Pineda” (Deambula Records, 2011) Posted by Eleonora Ferri in Recensioni on 14. Jun, 2011 | 0 Comments

[ di Eleonora Ferri ] Sei pezzi strumentali e una comunione totale dei tre musicisti (tra cui Moltheni alla batteria): solipsismi da post-rock americano e barlumi brit prog dei primi anni ’70. Una piccola architettura musicale con un suo equilibrato fascino.

In evidenza

EDDIE VEDDER, “Ukulele Songs” (Universal, 2011)

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Moltheni è tornato, ma non chiamatelo così | Rocklab.it v4 beta

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Hold the Fight s/t Sound & Shape Now comes the mistery

Pineda (s/t) Tracklist: 01. Give me some well-dressed reason 02. Domino 03. Human behaviour 04. Touch me 05. If god exists, he's in the deep (part one); Lost in your arms, while outside in all the world, it's raining (part two) 06. Twelve universes

Umberto Giardini ha sette vite. Sì, perché Moltheni – questo il nome con il quale ha pubblicato sette album di eterea bellezza – si è reinventato di nuovo, ripartendo da zero. Il progetto Pineda debutta con un disco in edizione limitata in 12” che non è un ep e neppure un album vero e proprio. Le sei tracce sono state registrate presso le Officine Meccaniche di Mauro Pagani, sotto la supervisione di Antonio Cupertino. La “rinascita artistica” – così definita nelle parole dello stesso Umberto, da tempo in rotta con il panorama musicale indie italiano, ritenuto ormai asfittico e autoreferenziale – include anche due suoi ex compagni di band, Floriano Bocchino e Marco Maracas. Per una strana congiunzione astrale Umberto si è ritrovato dietro le pelli della batteria, come ai tempi dei suoi esordi. Non è certo un progetto semplice, né facile da ascoltare. Coraggioso e intenso, venato di psichedelia inglese – soprattutto i Pink Floyd barrettiani di A Saucerful of Secrets e quelli di Gilmour di Meddle e Atom Heart Mother – Pineda è un disco per palati fini. I sei brani sparigliano i canoni della canzone appoggiandosi alla forma libera del rock progressivo – c'è da credere che lo studio di registrazione di Mauro Pagani non sia stato scelto per caso. Pioggia, vento, ricordi d'infanzia, fumi lisergici: una fragranza diversa per ogni brano. L'apertura del disco è affidata a Give Me Some Well-Dressed Reason: quasi un funk, ruota intorno a un giro di basso ossessivo, intenso, da trance meditativa. Domino sembra un pezzo da colonna sonora dei polizieschi italiani anni Settanta, calda di groove, morbida e seducente. A volte vengono tratteggiati paesaggi carichi di pioggia, come accade nella lunga If God Exists (…), quasi sacrale, preziosa nei suoi ricami dolcissimi eseguiti, sembra, alla celesta. Tra nastri al contrario di beatlesiana memoria e una chitarra slide colta nel cuore di un blues acido, If God Exists ci prende per mano e ci accompagna verso orizzonti sconosciuti. E poco importa che in tutto il disco non ci sia una sola parola: non se ne sente la mancanza. Questa musica imperiosa, autosufficiente, si lascia apprezzare per i suoi umori capricciosi e, allo stesso tempo, delicati e carezzevoli. Un disco di chiaroscuri, di grigi, bianchi e neri. Un disco di contrasti violenti, come sono violente le emozioni che parlano direttamente all'anima. Incantevole.

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Aggiunto: 01-07-2011 Recensore: Laura Albergante Voto: Link Correlati: www.moltheni.org

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Pineda Pineda (DeAmbula Records 2011) di Stefano Fasti

Prendono di sorpresa questi Pineda. Il solo conoscere i nomi dei musicisti coinvolti in questa formazione (Marco Marzo Maracas, chitarrista e ideatore del progetto, Floriano Bocchino, alle tastiere e al piano Rhodes e Umberto Giardini aka Moltheni alla batteria) non aiuta a indovinare la direzione in cui soffia il vento. Ecco, lasciate ogni aspettativa di post-rock o voi che entrate. Nonostante il forte legame che lega Umberto Giardini alla “scena di Chicago” e la stima, mai celata, che lo unisce a John McEntire dei Tortoise, stavolta la strada intrapresa va ad impregnarsi di quel “liquido seminale” che i tardi anni Sessanta e i primissimi Seventies hanno prodotto in ambito Progressive. Forse sarebbe più lecito parlare della Scuola di Canterbury (leggi la filiazione più creativa e meno ridondante del Prog di quegli anni). E‟ la lezione proveniente da quella provincia del Kent che in questo disco sembra vivere di nuova linfa e di nuove idee: e così sonorità chiaramente riconducibili a Soft Machine, Gilgamesh, Hatfield & The North, National Health (al cui retaggio si riannoda Marco Marzo) stringono alleanza con la fazione più “matematica” e più affine al jazz sperimentale del post-rock statunitense (Tortoise, The For Carnation, Don Caballero, Windsor For The Derby). In realtà questo gemellaggio sonico era già tutto nel DNA di queste band dei Nineties: vedere dal vivo i Tortoise (momento in cui la loro esperienza si fa ben più esaltante e “grassa” rispetto ai perfetti, studiatissimi lavori in studio) spinge naturalmente a ricondurre la memoria verso ciò che gli Hatfield & The North avevano fatto vent‟anni prima. Nei Pineda non manca una matrice psichedelica in grado di innervare l‟intero lavoro e particolarmente evidente nelle chitarre. E‟ strano pensare come il post-rock, figlio di quella istanza post-punk di decapitazione dei cliché del rock, chiuda il cerchio facendo pace con alcuni tra i più geniali dei propri “padri putativi”, che pure dopo il „78 sembravo meritevoli solo di una epurazione culturale. Quando invece si spegne la verve rivoluzionaria, si compie quell‟autocritica necessaria a capire che non tutto ciò che è nuovo è davvero innovativo. E allora, a chi passa questa maturazione evolutiva si dischiude la grande possibilità di (ri)scoperta del proprio passato, delle avanguardie che furono e che necessitavano di essere approfondite prima di essere mandate al patibolo solo con l‟ignorante accusa di essere “vecchie”. Ecco, da una persona attenta come Umberto Giardini non poteva che esserci questa voglia di rimessa in discussione della propria identità, senza rinnegare nulla, ma ridando rilievo a ciò che davvero contava e conta. E ripartire da lì. L‟album è splendido ed è una gran gioia sapere che sia nato in Italia (in cui pure c‟è stata una tradizione progressive forse non così direttamente riconducibile a ciò che accadde a Canterbury, ma qualitativamente altissima… andatevi a ripescare le improvvisazioni live della PFM nei ‟70): da anni non trovavo questa profonda attenzione a quella musica strumentale che scaturiva attraverso intense jam e senza passare per il tramite di uno studio a tavolino. Mi verrebbe di chiamarlo rispetto, se non fosse per il senso di reverenziale timore a cui questa parola tende ad indurre: stavolta, paradossalmente, proprio a partire da un tale “rispetto” si genera una struttura sonora non così celebrativa o pedissequa nei confronti delle formazioni citate. Piuttosto viene compiuto questo necessario lavoro di rivisitazione senza cercare di trasporre suoni e idee semplicemente intercettandole e filtrandole attraverso l‟elettronica. Qui si suona e si suona veracemente! Dovessi parlare dell‟album in dettaglio, non tralascerei alcuna traccia: vi basti sapere che una traccia così "cerebralmente emotiva" come Touch Me (in grado di fondere perfettamente e sistematicamente le diverse anime dei Pineda), non la sentivo da tempo. Un disco, e un gruppo, davvero “Avant(i)-retrò”.

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Pineda – Pineda (2011 – Deambula Rec.) | Shiver

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PINEDA, “Pineda” (Deambula Records, 2011) | Kalporz

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PINEDA, “Pineda” (Deambula Records, 2011) Posted on 14. Jun, 2011 by Eleonora Ferri in Recensioni Share |

E’ tutto incentrato sulla strumentale ricerca e costruzione del Suono. Un “concept album”, come lo definisce lo stesso Umberto Giardini al secolo Moltheni AKA batterista dei Pineda. Le sei tracce contenute in questo album senza titolo, uscite a Maggio e registrate presso le Officine Meccaniche da Antonio “Cooper” Cupertino, sono l’ ultimo progetto collettivo dell’ex cantautore della scena musicale indipendente. Indipendente a sua volta da quella ufficialmente indipendente. Sì perchè Umberto Giardini, dopo aver chiuso lo scorso anno la lunga esperienza solista di http://www.kalporz.com/wp/2011/06/pineda-pineda-deambula-records-2011/

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Pineda, le nuove squame di Moltheni – M I X T A P E

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Pineda, le nuove squame di Moltheni

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Umberto Giardini, a.k.a. Moltheni, ha deciso di darci un taglio con il singer/songwriting. Almeno per adesso. Scelta dettata dalla volontà di reinventarsi dopo la saturazione artistica con 10anni di carriera da cantautore. Questa decisione appare però razionale e calcolata, per quanto possa sembrare strano rinunciare al proprio pubblico per passare ad un genere più di nicchia, come l’alternative rock. La nuova band, i Pineda, vede Umberto alla batteria, e con il primo EP presenta una serie di brani strumentali, palesemente ispirati al filone post-rock, quello dei Tortoise, ma anche quello più criptico e sporcato dei Mogwai.

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"Bay to Breakers", corsa da pazzi I pezzi sono spavaldi nel miscelare sonorità alternative acide di inizio anni ’90, psichedelia derivativa come quella centellinata dal baroque canadese dei primi incerti tempi e digressioni grind, forti dei precedenti efficaci osservabili (Zu).

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Come nella migliore tradizione del genere, la vivacità è mantenuta dal protagonismo di ogni strumento, cosa che fatta bene fa distrarre dalla componente datata del suono. Dimostrando di saper suonare come si deve, i Pineda disegnano delle geometrie ritmiche che fanno sentire la jazz-fusion praticare sodomia al blues.

Gionata Mirai con la dodici corde (http://mixtape.it/2011/06/07/gionata-

Come un Neffa al contrario, Umberto Giardini si lancia in un disco categorico e unilaterale. Ma sa che è solo un periodo. Moltheni è la, bloccato nella grafite come Ian Solo.

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Per adesso inebriamoci del suono convulso dell’estremismo musicale. Quello che osserviamo è sinceramente degno di nota.

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La peggio gioventù vol.3, intervista a Claudia Cucchiarato

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Pineda-pineda - Recensione | In Your Eyes Ezine

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recensione

Home > Recensioni > PINEDA-PINEDA

Pineda-pineda

16 Giugno 2011 A cura di: Francesco

Cerisola

Umberto Giardini (Mr Moltheni) si era ritirato dalle scene, mettendo fine al suo progetto solista e bistrattando la scena musicale italiana (criticando fortemente artisti e critici). Ma a quanto pare era solo un arrivederci. A un anno di distanza, in compagnia di Marco Marzo Maracas e Floriano Bocchino, ritorna in veste di batterista, in una nuova band, i Pineda. Per noi sette nuove canzoni strumentali, in bilico fra

Tag: strumentale sperimentale progressive

psichedelia, reminescenze sixties e sperimentalismi. Ad aprire l'opera ci pensa la fresca, rapida e fluente Give Me Some Well-dressed Reason che, tra chitarre, basso, tastiere, batteria e xilofono, scivola via frizzante e vivace in tutta la sua lunghezza (7 minuti). Domino, più viscerale ed espressiva, guidata dal dialogo fra chitarra e tastiera, si inoltra in ambienti retrò declinati in crescente esplosione, cedendo poi il passo a Human Behaviour che, nonostante la durata limitata (3 minuti e mezzo), coinvolge e conquista con i suoi suoni e le sue melodie. Touch Me, più tesa e vibrante, non lascia prender fiato, rituffandosi continuamente nella materia sonora con tumultuosi giochi ritmici di chitarra, basso e batteria (in sottofondo) e una seconda parte esplosiva e dirompente. If God Exist, He's In The Deep, invece, è la quiete totale, pacata, giocata su note bislunghe (drones?) a far da tappeto, mentre leggere sperimentazioni vi si adagiano sopra. Lost In Your Arms While Outside In All The World, It's Raining, prosecuzione del precedente pezzo, sempre su toni pacati, lascia sfogare tastiere e chitarra (in maniera molto tortoisiana). Infine, a concludere, ci pensa Twelve Universes che, recuperata la verve iniziale, rilascia scariche energetiche, ipnotizzando e trascinando l'ascoltatore nel suo magma sonoro.

TILT

Il 4 giugno al Rivie...

Drink To Me

Abbiamo contattato i...

Riviera Summerfes Riviera Summerfest -...

Il trio non delude. Se Moltheni in quanto solista non esiste più, possiamo ben consolarci con i Pineda. Certo, non sarà la stessa cosa (e magari qualcuno continuerà a restar deluso), ma la corposità di queste sette tracce è innegabile. Un disco che suona fresco, attuale e personale (nonostante i chiari riferimenti agli anni '60, ai Tortoise, agli Explosion In The Sky). Un disco ben costruito, ben suonato e dalle belle idee. TRACKLIST: 01. Give Me Some Well-dressed Reason 02. Domino 03. Human Behaviour 04. Touch Me 05. If God Exist, He's In The Deep 06. Lost In Your Arms While Outside In All The World, It's Raining 07. Twelve Universes

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Pineda: "Pineda" 06

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2011

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Immaginate inseguimenti densi di adrenalina sulle strade dei poliziotteschi anni 70, sottraete un po’ di sensualità funky, aggiungete le atmosfere malinconiche e dense di certo progressive di marca inglese e attualizzate il tutto con sonorità care al cosiddetto post-rock americano degli anni 90. Finito con le formalità e ora di togliere la maschera del gobbo (e un tantino viscido) recensore per parlare con l’entusiasmo del fanatico. Se questo "s/t" non riesci a non mandarlo in loop continuo dopo ripetuti ascolti giornalieri, o soffri di disturbi ossessivo- compulsivi o i Pineda sono tremendamente bravi. Non del tutto sicuro della prima, propendo con certezza per la seconda. Come puoi non entusiasmarti quando fanno strabuzzare occhi e orecchie per come in un crescendo di pathos portano "Give Me Some Well- Dressed Reason" dalle tastiere ipnotiche a un’esplosione di freddo e robotico funk, oppure quando ribaltano lo stereotipo post-rock inserendo tastiere e assoli di chitarra che dimenticata la malinconia iniziale fanno muovere il bacino sulle note di "Domino". Per poi passare al martellante incedere progressivo della bombastica "Touch Me". Lo splendore cinematografico della suite "If God exist He’s in the Deep / Lost in your Arms while outside in all the World It’s Raining" trascina l’ascoltatore verso la Colonna Sonora di un inseguimento ("Twelve Universe") le influenze progressive, funk e psichedeliche mutano e trasformano l’andamento della fuga in un crescendo di alti e bassi. Sei bombe strumentali che mixano a dovere e in parti uguali adrenalina cinematografica e malinconia. Ps: dire che alla batteria c’è Umberto Giardini aka Moltheni mi trasformerebbe nel bieco recensore che non sono. Qui ci sono solo i Pineda!

Montezuma: "Di Nuovo Lontano" Camion: "A Serenade For Yokels" Lilies On Mars: "Wish You Were a Pony" Bianco: "Nostalgina" Simona Gretchen: “Venti e Tre” Quakers and Mormons: "Evolvotron" Amplifier: "The Octopus"

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DeAmbula Records, 2011 Gli Osservatori Esterni su Facebook

Progressive / funk / post-rock

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Tracklist: 1- Give Me Some Well Dressed Reason

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2- Domino 3- Human Behavior Ida

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Pineda

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s/t DeAmbula records (2011) Pineda

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Ester Apa 21/06/2011

Pineda - 01. Give Me Some Well-Dressed Reason

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Tracce 01. Give Me Some Well-Dressed Reason 02. Domino 03. Human Behaviour 04. Touch Me 05. If God Exist, He's in the Deep (part one) Lost in Your Arms While Outside in all the World, it's Raining (part two) 06. Twelve universes

Il tempo che ritorna sereno dopo la burrasca. Premuto il tasto stand-by all'esperienza decennale dietro il moniker Moltheni, Umberto Giardini rimescola le carte del suo presente musicale, reinventandosi in un progetto sonoro che di nome fa Pineda e che prende letteralmente le distanze dell'albero genealogico della forma canzone all'italiana. La rimessa in gioco laterale con due fedeli compagni (Marco Marzo Maracas alle chitarre e Floriano Bocchino al piano Rhodes ), abbattendo barriere di ruoli e generi e mettendosi stavolta dietro una batteria per scandire il ritmo di una nuova stagione. Dimenticate per un momento la narrazione vocale, la modulazione interpetativa, i chiaroscuri, le zone d'ombra e "Lo Splendore Terrore", che hanno approntato un marchio a fuoco nella riconoscibilità e il pregio del musicista marchigiano. Perchè i Pineda si muovono su una traiettoria diametralmente opposta rispetto al vissuto moltheniano: ovvero quella di un progetto fieramente strumentale, che riesce a far duellare post-rock e prog, in modo insperabile. Interpreti magistrali di brani androgini, ora proiettati verso le ambientazioni sonore fatte di reiterazioni e lunghe code strumentali, ora verso allucinazioni musicali di matrice lisergica; arrivare al cuore di questi sei brani significa sintonizzarsi e lasciarsi trasportare da un flusso di trance musicale rigogliosa che è quella che il power trio tratteggia pezzo dopo pezzo in questo esordio famelico. Vorticose ascensioni di riff, livelli volumetrici di temperatura sonora, l'acutezza di stare il più lontano possibile da figure abusate, l'alternarsi fra fragili scorie chitarristiche, tessiturali e oceaniche e millimetriche esecuzioni intrise di compatezza e geometrie. L'uncino del suono è legato carnalmente al post-rock di scuola americana degli anni '90, fra John McEntire e i Tortoise, ma il basamento prospera sulla furia psichedelica, in costante ascesa verso il progressive di scuola Emerson Lake & Palmer. Produzione eccellente e un consistente anticipo in termini di dinamismo e intensità sonica, fanno di questo lavoro un sommovimento musicale, così ricco di stratificazioni e di tale rigore formale, da rimanerne piacevomente sbalorditi.

ALBUM/RECENSIONI:

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