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Le prossime scadenze elettorali a Roma Tre pongono all’intero Ateneo una difficile sfida. Tanto più complessa perché si intreccia con l’applicazione della Legge 240 e con una crisi più generale dell’università pubblica nel nostro paese. Una crisi che è crisi di immatricolazioni, crisi finanziaria a seguito della riduzione del finanziamento pubblico, crisi di risorse umane a seguito del sostanziale blocco del turn over. Né si può sottacere a come questa crisi abbia assunto la forma anche di una crisi di autorevolezza a causa di una degenerazione oligarchica dell’autonomia universitaria e ad un eccesso di autoreferenzialità. In questo contesto di crisi generale Roma Tre ha visto una riduzione delle risorse dell’FFO, di circa 10 milioni. L’Ateneo continua a perdere posizioni in tutte le graduatorie nazionali e le difficoltà della sua ricerca è un fatto indiscutibile, a cui si aggiungono una perdita di coesione interna e di rapporto col territorio, l’assenza di un progetto complessivo e di un posizionamento autorevole nel sistema universitario nazionale. Può in questo contesto l’Università Roma Tre recuperare lo spirito originario della sua mission, ciò che ne fece un’università aperta e innovativa nel panorama dell’autonomia universitaria degli anni ’90 ? Questa è la sfida. Noi crediamo che questa sfida è alla portata di Roma Tre ma solo se l’Ateneo sceglierà di esercitare, senza infingimenti, una discontinuità nell’indirizzo politico che lo ha caratterizzato nella sua storia recente. L’Università Roma Tre ha bisogno di più democrazia e partecipazione, più rinnovamento, più solidarietà e coesione interna tra tutti i settori scientifico-disciplinari e tra tutte le componenti, ha bisogno di scelte coerenti con la sua natura di università pubblica e di un progetto unitario che la caratterizzi e le ridia nuovo slancio. Guardare a Roma con le sue università, i suoi enti di ricerca, i suoi beni artistici culturali, come “area metropolitana della conoscenza, della cultura e dell’innovazione”, significa proporre Roma Tre come uno dei soggetti promotori e degli snodi di un possibile“distretto della conoscenza”. Come ritrovare le ragioni di coesione, l’unità attorno a un progetto delle tante energie, risorse, eccellenze della nostra comunità scientifica e professionale? Maggiore democrazia, maggiore trasparenza, maggiore partecipazione, ricostruire l’agorà della nostra comunità e rifondarla su un grande patto solidale e democratico. O meglio due grandi patti solidali: un patto solidale e democratico tra le componenti della comunità universitaria: personale docente e ricercatore, personale tecnico amministrativo e bibliotecario, precari e studenti e un patto solidale e democratico tra aree e settori scientifico disciplinari. Guai se la campagna elettorale, anziché un luogo di confronto e di competizione democratica, diviene un luogo di divisione e inimicizia. Che si apra il confronto e la competizione elettorale democratica quindi, ma immaginando fin da subito, che, un minuto dopo la proclamazione dei risultati, si debba avviare anche concretamente un percorso di ricomposizione. Un capitolo importante della qualità della democrazia riguarda le relazioni sindacali. In un quadro di relazioni sindacali, altalenante tra positivi accordi integrativi e interruzioni unilaterali, troppo spesso le materie oggetto di diritto di informazione e concertazione sono state dilazionate nel tempo e/o evase. Il confronto con le OO.SS., come pure accade in altri Atenei, può riguardare e, a nostro avviso, deve, anche i grandi temi della governance, della programmazione, delle modifiche statutarie. E oggi non può non riguardare anche il tema del precariato nel suo complesso e le modalità di gestione e trattamento economico del personale non contrattualizzato. Un protocollo di relazioni sindacali che ampli (anche a queste) le materie oggetto di informazione, concertazione e confronto è un nostro obiettivo prioritario. Il contributo della CGIL e della FLC a questa importante scadenza per Roma Tre non si può limitare alle questioni “sindacali”, dove per queste si intende “contrattuali”. La CGIL è un grande sindacato generale e confederale che coniuga nella sua azione e nella sua proposta la tutela dei diritti e degli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, contrattualizzati e non, di ruolo e precari alla difesa del diritto allo studio, della funzione costituzionale e della natura pubblica dell’università. Un grande sindacato generale e confederale significa essere, come ci rammentava Bruno Trentin, un soggetto di cambiamento. E oggi la CGIL nel lanciare il suo nuovo piano per il lavoro pone la conoscenza, la ricerca, l’istruzione come volano di sviluppo e di benessere per il nostro Paese e per l’intera Europa.


INDICE

• Introduzione • Roma Tre

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• Democrazia e partecipazione

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• Le relazioni sindacali

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• Università pubblica • Per un patto solidale e democratico tra le componenti

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il precariato; il personale TAB

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il personale docente; studenti e diritto allo studio

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pari opportunità, welfare di Ateneo e patto generazionale

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• Un nuovo patto solidale e democratico tra aree scientifico disciplinari

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• Le risorse • La Cgil

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Le prossime scadenze elettorali a Roma Tre pongono all’intero Ateneo una difficile sfida. Tanto più complessa perché si intreccia con l’applicazione della Legge 240, in particolare con l’istituzione dei nuovi dipartimenti, lo scioglimento delle facoltà, l’introduzione del bilancio unico e con una crisi più generale dell’università pubblica nel nostro paese. Una crisi che è crisi di immatricolazioni, crisi finanziaria a seguito della riduzione del finanziamento pubblico, crisi di risorse umane a seguito del sostanziale blocco del turn over. Né si può sottacere come questa crisi abbia assunto la forma anche di una crisi di autorevolezza a causa di una degenerazione oligarchica dell’autonomia universitaria, ad un eccesso di autoreferenzialità, a forme di nepotismo. Doppiamente grave perché tali fenomeni sono stati strumentalizzati da chi in questi anni ha inteso attaccare e ridimensionare il ruolo dell’università pubblica nel suo insieme. Le responsabilità di alcuni, spesso in posizioni di rilievo, sono state usate contro la stragrande maggioranza di coloro che nell’università pubblica vivono, lavorano, e che tutti i giorni si impegnano con convinzione affinché la missione pubblica dell’istruzione universitaria sia perseguita.

Roma Tre In questo contesto di crisi generale Roma Tre ha visto una riduzione delle risorse dell’FFO, dal 2009 a oggi, di circa 10 milioni. Il bilancio di Ateneo ha ormai ridotti margini operativi e non è più in grado di sostenere ulteriori tagli ministeriali. Si è prodotta una riduzione dell’offerta formativa a seguito del turn over ridotto e del DM 17 che, tuttavia, nel 2011/2012 non ha comportato una diminuzione delle immatricolazioni. L’Ateneo continua a perdere posizioni in tutte le graduatorie nazionali e le difficoltà della sua ricerca scientifica sono un fatto indiscutibile, a cui si aggiungono una perdita di coesione interna e di rapporto col territorio, l’assenza di un progetto complessivo e di un posizionamento autorevole nel sistema universitario nazionale. Può in questo contesto l’Università Roma Tre recuperare lo spirito originario della sua mission, ciò che ne fece un’università aperta e innovativa nel panorama dell’autonomia universitaria degli anni ’90 ? Ossia un’università a misura di studente, che coniughi didattica di qualità e ricerca di eccellenza, con un rapporto forte col territorio, innovativa nei servizi e nell’amministrazione, partecipata e democratica nella sua vita istituzionale? Questa è la sfida. Noi crediamo che questa sfida è alla portata di Roma Tre ma solo se l’Ateneo sceglierà di esercitare, senza infingimenti, una discontinuità nell'indirizzo politico che lo ha caratterizzato nella sua storia recente. Del resto, la forte riduzione dei dipartimenti, da circa 40 a soli 12, segnala una geografia interna profondamente mutata. La norma della Legge Gelmini fissava in circa 40 docenti la soglia minima degli appartenenti, a Roma Tre la media è di circa 80. A doppia ragione, un cambiamento così radicale nelle strutture didattiche e di ricerca non potrà che avere anche nella guida politica dell’Ateneo una corrispondente oggettiva discontinuità. Con questo scenario la sfida di una governance più coesa e condivisa si pone con forza. E con maggior forza si pone nei dipartimenti, la cui riorganizzazione può costituire occasione di centralizzazione, di giunte non elettive e non rappresentative di tutto il personale docente e TAB, con il rischio della disattivazione di commissioni strategiche come le commissioni di programmazione. L’Università Roma Tre ha bisogno di maggiore democrazia, più partecipazione, più rinnovamento, più solidarietà e coesione interna tra tutti i settori scientifico-disciplinari e tra tutte le componenti, ha bisogno di scelte coerenti con la sua natura di università pubblica e di un progetto unitario che la caratterizzi e le ridia nuovo slancio. Guardare a Roma con le sue università, i suoi enti di ricerca, i suoi beni artistici culturali, come “area metropolitana della conoscenza, della cultura e dell’innovazione”, significa proporre Roma Tre come uno dei soggetti promotori e degli snodi di un possibile “distretto della conoscenza”, significa rinnovarne un ruolo europeo, dare una prospettiva forte a tutte le nostre aree scientifiche – da quelle scientifico tecnologiche a quelle umanistiche - , significa riconquistare un progetto che valorizzi il meglio della ormai ventennale storia dell’università Roma Tre. Roma Tre dovrà riprendere con più convinzione il suo radicamento nel territorio romano e dell’Italia centrale. E’ questa una premessa essenziale per rinsaldare la proiezione a livello europeo delle sue aree scientifiche. Un’università che guarda al mondo ma radicata nel suo territorio. Rafforzare l’internazionalizzazione partendo dal progetto, dalla mission e da qui definire i vari livelli di progettazione internazionale, di formazione, di scambio a tutti i livelli e coinvolgendo tutte le componenti, docenti, ricercatori, dottorandi, assegnisti, personale tecnico amministrativo e studenti; e pensare a Roma con le sue università come futura capitale europea dell’Erasmus.


Democrazia e partecipazione Le sentenze dei TAR di Torino e Genova dimostrano ciò che era già evidente, come la FLC aveva sostenuto: le modalità della scelta dei componenti del CdA è operata in autonomia dagli Atenei e tra queste modalità quella elettiva è legittima. Ora noi chiediamo, senza bisogno di aspettare eventuali appelli in Consiglio di Stato, che subito si dia seguito all’impegno assunto in Senato Accademico al momento dell’approvazione dello Statuto vigente modificandolo e ripristinando l’elettività del Consiglio d’Amministrazione secondo il dettato dello statuto approvato all’unanimità dagli organi collegiali ormai un anno fa e che fu poi modificato, sulla base delle osservazioni del MIUR, determinando divisioni e lacerazioni in seno alla commissione statuto e agli organi collegiali. Ma se ciò non fosse questo ci appare come uno dei punti qualificanti su cui esercitare una discontinuità da parte di un nuovo governo dell’Ateneo. Ma più democrazia e partecipazione significa anche e soprattutto, oltre le architetture istituzionali, un nuovo “comune sentire” dove il confronto, la critica, la discussione e il dissenso non siano vissuti con fastidio e con scarsa tolleranza, ma ricercati e riconosciuti come valori fondanti, come gli indicatori della sostanziale qualità della democrazia. Così spesso non è stato in questi anni. Governare i nuovi assetti e cogliere le sfide a livello locale e internazionale non sarà possibile senza il ripristino autentico e l’affermazione dei principi di democrazia interna e di partecipazione a tutti i livelli e in tutte le strutture; principi che devono essere garantiti ad ogni singolo individuo della comunità di Roma Tre. La produzione della conoscenza è per antonomasia attività critica e collettiva, tanto più efficace quanto più critica e collettiva; il senso della “democrazia scientifica” è esattamente questo. Un’università che perde questa caratteristica rischia l’impoverimento dei risultati della sua ricerca scientifica e la “liceizzazione” della sua didattica. Per questo, parlare di democrazia e partecipazione in un’università non può essere ridotto a discorso asettico sulla governance , sulle tecniche di autogoverno. E allora, ripristinare l’elettività del CdA, consolidare l’autonomia dei dipartimenti e la loro stessa gestione democratica, valorizzare la previsione statutaria di un bilancio sociale ma anche allargare la rappresentanza studentesca, dare rappresentanza, a tutti i livelli, dal Senato ai Consigli, alle diverse figure del nuovo precariato universitario, assegnisti, contrattisti, borsisti, riconoscere nello Statuto nuovi istituti di partecipazione aperti a tutte le componenti: delibere di iniziativa popolare, referendum consultivi, bilancio partecipato. Inoltre, superare con decisione l’attuale voto pesato del personale T.A.B. nelle elezioni del Rettore proprio in ragione di un principio generale di partecipazione, sinergia e valorizzazione dei rispettivi ruoli e competenze, e di coesione come strumento di rilancio. Infine, introdurre negli strumenti di governo nuove norme volte ad un efficace riequilibrio delle rappresentanze di genere secondo i principi di carattere generale chiaramente esplicitati nel vigente statuto di Ateneo. L’individuazione dei due componenti “esterni” nel CdA può costituire un’occasione di qualificazione del rinnovato progetto di RomaTre. Non una scelta quindi estemporanea, di due soggetti “qualificati”, secondo i requisiti generali previsti dallo Statuto, ma una proposta condivisa (definendone requisiti più stringenti con atto regolamentare) e coerente con le scelte, il progetto e gli obiettivi più complessivi del nostro Ateneo. Se la possibilità di reiterare i mandati rettorali, dalla FLC-CGIL in passato contrastata tanto a livello nazionale che locale, è oggi vietata dalla legge, andranno anche definiti meccanismi che favoriscano il rinnovamento e il ricambio di tutte le cariche istituzionali secondo un principio che le identifichi come servizio reso alla comunità e non come occasione di "occupazione del potere". Un capitolo importante della qualità della democrazia riguarda le relazioni sindacali.


Le relazioni sindacali Le relazioni sindacali, compresa la contrattazione, subirono nel periodo 2005/2007 un vero blackout che solo una forte iniziativa sindacale riuscì a interrompere. Contemporaneamente, a partire dal 2003/2004, dilagava un precariato fuori controllo, con quasi duecento co.co.co.. Solo nell’ottobre 2007 fu sottoscritto un importante protocollo d’intesa sul precariato, ma prima di quella data molti contratti, dopo rinnovi pluriennali, non furono confermati. Tuttavia, prima e dopo quel periodo a Roma Tre sono stati sottoscritti importanti e positivi accordi integrativi per il personale contrattualizzato. Rimane il fatto che, troppo spesso, le materie oggetto di diritto di informazione e concertazione sono state dilazionate nel tempo e/o evase. Ma soprattutto è mancato quel confronto preventivo sulle grandi scelte che può conferire alla concertazione il senso di un coinvolgimento di tutte le parti nella costruzione e nel perseguimento di obiettivi comuni. Mentre proprio i recenti incontri tra Amministrazione, OOSS e RSU sulla riorganizzazione dei dipartimenti ha mostrato le positive potenzialità di una vera concertazione. Il confronto con le OO.SS., come pure accade in altri Atenei, può riguardare e, a nostro avviso, deve, anche i grandi temi della governance, della programmazione, delle modifiche statutarie. E oggi non può non riguardare anche le modalità di gestione e trattamento economico del personale non contrattualizzato, di ruolo e precario. La Legge 240 ha di fatto sancito la delegificazione dello stato giuridico: troppe questioni decisive per le condizioni lavorative del personale docente sono affidate ai regolamenti interni d’ Ateneo (gestione scatti e “fondo per il merito”, retribuzione per la didattica non obbligatoria, reclutamento e carriere; reclutamento, condizioni e limiti delle diverse forme di personale non strutturato). Un protocollo di relazioni sindacali che ampli (anche a queste) le materie oggetto di informazione, concertazione e confronto è un nostro obiettivo prioritario.


Università pubblica La natura pubblica dell’Università è la principale garanzia affinché essa assolva alla sua funzione istituzionale di garantire, dotandosi di ordinamenti autonomi, la libera produzione della conoscenza e della ricerca scientifica, il libero insegnamento e il diritto di accesso, ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, ai gradi più alti degli studi. Sono in evidente contraddizione con questa prioritaria funzione, sancita dalla nostra Carta Costituzionale, quelle fondazioni strumentali di diritto privato il cui scopo non risulti chiaro e circoscritto, e sia viceversa concorrenziale con l’università pubblica. Maggiormente quando gli scopi dichiarati di tali fondazioni sono perseguibili dalle università attraverso i propri ordinamenti autonomi. Era questo il caso della fondazione proposta a Roma Tre nel 2010 (dalla FLC-CGIL con decisione contrastata) i cui scopi erano generici e nella loro genericità interamente perseguibili dall’istituzione universitaria in via diretta. Ipotesi di questo genere, di moltiplicazione di cariche e organi, di esternalizzazione di attività strategiche e di eccellenza, sotto qualsiasi forma, non possono rientrare nell’agenda di Roma Tre. Anziché discutere di fondazione, forse, nel 2010, si doveva cominciare a gestire la riduzione dell’FFO riqualificando le entrate, a cominciare dal potenziamento della progettazione europea e razionalizzando gli spazi. Piuttosto, la fondazione Maruffi va ricondotta al suo circoscritto scopo originario, di gestione di una quota specifica di patrimonio immobiliare, reinternalizzando le attività oggi affidategli. Mentre, probabilmente, fu un errore sciogliere la fondazione Mattiello, e sbagliammo come FLC-CGIL a non chiedere allora di riconsiderare quella scelta. Una fondazione, quella, nata con un chiaro e definitivo scopo solidaristico che avrebbe potuto consentire di allargare con maggiore facilità il welfare di Ateneo a precari, studenti, personale delle ditte esterne, di contribuire a progetti di solidarietà territoriale, di sviluppare ulteriori istituti di welfare. Per quanto riguarda le esternalizzazioni non esistono oggi le condizioni normative, di possibilità occupazionali (a causa del ridotto turn over) e finanziarie per avviare un percorso di reinternalizzazione dei servizi affidati all’esterno. Tuttavia le garanzie occupazionali e retributive devono essere rafforzate, salvaguardate le professionalità, esteso anche a questi lavoratori il sistema di welfare, riconosciute anzianità e professionalità quali titoli concorsuali. E non come accadde per il “servizio di sportelleria delle segreterie studenti” reinternalizzato senza neanche riconoscere i corrispondenti titoli concorsuali al personale che vi era impegnato da anni. I servizi esternalizzati nelle cooperative sociali non possono essere un ghetto, ma tali servizi e il personale in essi impegnato vanno pensati come una grande risorsa in un progetto di sviluppo comune. E’ in questo quadro di crescita delle garanzie e di pari opportunità che va riconsiderata una grande esperienza di solidarietà, qual è il rapporto con la cooperazione sociale. Rimane ferma, in un quadro di salvaguardia della natura pubblica dell’università e delle sue attività, la nostra contrarietà a ulteriori forme di esternalizzazione o di incremento del lavoro esterno. Crediamo, inoltre, che sostenere e difendere la natura pubblica dell’università e della sua funzione, oltre che nella coerenza delle grandi scelte, negli obiettivi e nella gestione dell’Ateneo, si possa esprimere in un ruolo attivo nel dibattito pubblico e nella dialettica democratica del paese. Se, da una parte, le università hanno diritto di dotarsi di ordinamenti autonomi, questi debbono pur sempre permanere nei limiti stabiliti dalle leggi; ciò costituisce un vincolo invalicabile per gli organi di governo e di gestione ma ciò, in nessun caso, limita la libertà di espressione e di critica degli stessi organi di governo. In questi anni i tagli al finanziamento, il blocco sostanziale del turn over, troppi provvedimenti hanno teso a sottrarre all’università il ruolo che le assegna la Costituzione, a ridimensionarla nei numeri e nelle funzioni. Troppa timidezza e, in alcuni casi, acquiescenza da parte della CRUI e di molti Rettori verso i tagli e la Legge 240. Per rilanciare le università pubbliche, a cominciare da Roma Tre, è necessario contribuire ad una grande campagna d’opinione per invertire la tendenza e tornare a investire nella formazione universitaria. Abbiamo bisogno di un’università unita nel difendere e rinnovare la sua funzione e natura pubblica, con una leadership autorevole che sappia proiettarsi all’esterno con un ruolo attivo.


Per un nuovo patto solidale e democratico tra le componenti Come ritrovare le ragioni di coesione, l’unità attorno a un progetto delle tante energie, risorse, eccellenze della nostra comunità scientifica e professionale? Maggiore democrazia, maggiore trasparenza, maggiore partecipazione, maggiore comunicazione e capacità di ascolto, ricostruire l’agorà della nostra comunità e rifondarla su un grande patto solidale e democratico. O meglio due grandi patti solidali: un patto solidale e democratico tra le componenti della comunità universitaria: personale docente e ricercatore, personale tecnico amministrativo e bibliotecario, precari e studenti e un patto solidale e democratico tra aree e settori scientifico disciplinari.

Il precariato Una volta per tutte bisogna prendere atto che, ormai da un decennio, al fianco del personale docente, del personale TAB e degli studenti, una quarta componente è entrata a far parte della comunità universitaria. Il lavoro a termine e le diverse tipologie contrattuali atipiche non costituiscono più una sorta di “gavetta” prima dell’entrata in ruolo, ma una forma di occupazione che affianca sempre di più quelle tradizionali, di ruolo. Per questo ai precari, siano essi tecnici amministrativi o ricercatori e docenti, va riconosciuta, pur nelle diverse articolazioni, pari dignità di “componente”, a cominciare dalla partecipazione democratica. Non è possibile che questi colleghi abbiano meno diritti, meno stipendio, meno tutele, nessuna rappresentanza e che addirittura siano invisibili e innominabili. L’esperienza positiva delle stabilizzazioni per il personale TAB a tempo determinato attraverso l’applicazione dell’art.22 del CCNL – che sono da completare - deve essere ulteriormente sviluppata con un tavolo di confronto permanente sul precariato. Il primo passo è un censimento di tutte le forme di lavoro e le tipologie contrattuali; partendo dai risultati del censimento sarà possibile distinguere, considerando le anzianità complessive tra le diverse forme contrattuali dei singoli lavoratori, tra precariato consolidato (e le relative forme e tempi possibili di stabilizzazione) e un sistema a regime. Per ogni tipologia di lavoro, dai co.co.co agli assegni di ricerca, vanno definite tutele, livelli retributivi e garanzie minime, tetti numerici e limiti temporali, così come occorre garantire il rispetto effettivo delle funzioni delle diverse tipologie, in particolare dottorandi e assegnisti, che devono essere messi in condizione di fare ricerca e pubblicazioni scientifiche e non di esser i “tappabuchi” della didattica. Ma lì dove siamo in presenza di precariato storico e consolidato che si avviino percorsi di stabilizzazione attraverso l’art.22 per i tecnici amministrativi e attraverso i contratti a tempo determinato, tenure-track (art. 24 comma 3 lettera b della 240 ) per i ricercatori, cominciando dai ricercatori a tempo determinato a scadenza nel 2013.

Il personale Tecnico Amministrativo e Bibliotecario La valorizzazione e la tutela delle professionalità del personale TAB deve continuare ad essere perseguita. La garanzia dell’attuale trattamento accessorio, che non può essere rimodellato in forma ulteriormente differenziata, rimane la principale forma tanto di tutela salariale in regime di blocco stipendiale e contrattuale, tanto di qualità del lavoro. Anzi occorre esplorare ogni strada, ogni possibile interpretazione normativa per implementarlo oltre il limite del 2010. Ma non basta, investire ulteriormente nella formazione, come strumento di crescita della professionalità e della qualità, incrementando le modalità di formazione non frontali e quindi non sottoposte ai tagli e vincoli finanziari, favorire la crescita del benessere organizzativo incentivando la positiva esperienza del telelavoro, lo sviluppo di politiche di conciliazione e di welfare di Ateneo, di pari opportunità. Riconoscere ad ognuno la dignità e la consapevolezza del proprio ruolo all’interno della comunità universitaria, fornendo le risorse e gli strumenti necessari per esercitarlo. Il completamento della riorganizzazione delle aree dirigenziali deve avvenire consentendo all’area bibliotecaria di dotarsi ed esprimere finalmente una figura apicale.


Il personale docente Per i professori ed i ricercatori di ruolo la fine di fatto dello stato giuridico avviato dalla legge 240 pone un problema di tutela delle condizioni di lavoro e retributive affidate ai regolamenti di Ateneo; basti pensare al regolamento per l’attribuzione degli scatti. Tali tutele non possono essere affidate solo agli organi di governo che per quanto rappresentativi - ammesso un CdA elettivo - hanno, proprio perché organi di governo, altre funzioni, responsabilità, obiettivi. E' su queste tematiche necessario aprire un tavolo di concertazione con le OO.SS.. Si tratta di avviare un confronto che assicuri parità di trattamento a parità di lavoro (non come oggi avviene con il Regolamento per la retribuzione della didattica ai ricercatori) e pari opportunità nella carriera, negli incarichi, negli incrementi stipendiali. E le pari opportunità si realizzano anche tramite spazi fisici idonei al lavoro di ricerca per tutti i ricercatori, possibilità di accesso alle riviste elettroniche più prestigiose ed alle banche dati di indicizzazione, gestione della mobilità tra le sedi dell'ateneo. Un discorso a parte va fatto per i ricercatori. Il piano straordinario per professori associati, nato dalla legge Gelmini per favorire la transizione dei ricercatori a tempo indeterminato nel ruolo di professori associati, ha finora prodotto a Roma Tre qualche bando di trasferimento e la chiamata di vecchi idonei. Il rischio che l'ateneo sta correndo è che nel momento in cui saranno concluse le procedure di abilitazione buona parte dei fondi a disposizione saranno stati già spesi ed i ricercatori abilitati entreranno in conflitto con le nuove assunzioni. Se si intende governare serenamente questo processo è necessario anzitutto distinguere tra "reclutamento" di ricercatori precari e "progressioni di carriera" di ricercatori già di ruolo, ed utilizzare per queste ultime la possibilità offerta sia dalla legge Gelmini (art. 24 comma 6), sia dal decreto interministeriale di gennaio 2012 ("Piano Straordinario per professori associati"). Un Ateneo capace di differenziare queste due politiche, armonizzandole ed esplicitandone con la massima trasparenza i criteri di applicazione, sarà capace di evitare tutti i potenziali conflitti che si intravedono all'orizzonte.

Studenti e diritto allo studio Nel quadro di questo nuovo patto solidale tra componenti uno spazio decisivo spetta alla componente studentesca. Anche in questo caso, come per i precari, si pone un problema di maggiore rappresentanza ma anche di condizioni di studio, di servizi offerti, di prospettive. Diritto allo studio e diritto al lavoro si accompagnano, combattere la dispersione universitaria, gli abbandoni, significa riqualificare l’orientamento in entrata dalle superiori e rafforzare quello in uscita verso il mondo del lavoro, rafforzare il servizio di tutoraggio, potenziare le borse di collaborazione. E diritto allo studio significa anche potenziare l’accesso libero al web nell’Ateneo, tornare a pensare le biblioteche come luogo aperto da promuovere e incentivare, anche incrementando e generalizzando la disponibilità dei libri di testo. Ma occorre soprattutto riprendere un confronto e una sinergia con l’Adisu e la Regione per dare finalmente una risposta all’altezza per le borse, per gli alloggi e per le mense. In questo senso lascia perplessi la scelta di costituire una Scuola di Alta Formazione (ASTRE) che prevede esenzione dalle tasse, alloggio e mensa per ottanta studenti senza specificare nelle forme di accesso il rapporto tra merito e condizione economiche. Ma difendere il diritto allo studio significa anche assumere l’impegno a non aumentare le tasse e i contribuiti studenteschi, rinunciando esplicitamente alla possibilità data agli Atenei dal recente decreto sulla spendingreview.


Pari opportunità, welfare di Ateneo e patto generazionale Un grande tema riguarda il patto solidale e democratico tra componenti, anzi forse ne rappresenta la cartina di tornasole. Il rilancio di una politica delle pari opportunità che si sviluppi sui terreni delle politiche di conciliazione e delle politiche di genere. È la misura del grado di civiltà e di coesione di una comunità e in quanto tale riguarda tutte le componenti. In questo quadro il welfare di Ateneo, la cui possibilità è prevista dell’art. 60 del CCNL, diventa uno strumento da potenziare e di cui attivare ulteriori articolazioni. Di asilo nido si è straparlato negli anni: una volta per tutte è ora di decidere. Noi, e non da oggi, siamo per realizzarlo, chiediamo impegni e atti conseguenti. Il welfare di Ateneo (rimborsi per i centri estivi, buoni libri, asilo nido) è strumento essenziale di coesione e solidarietà. Estendere il welfare ai precari è un imperativo etico prima che una questione di natura “sindacale”. Studiare le forme per estenderne alcuni benefici ai lavoratori delle ditte esterne e alle fasce più disagiate dei nostri studenti sono strade percorribili per un Ateneo che intenda dare un senso al suo essere “comunità”. Ma anche assumere l’impegno ad inserire in tutti i bandi di appalto clausole di salvaguardia dell’occupazione e clausole che impediscano forme di “dumping contrattuale” e prevedano la salvaguardia di livelli, retribuzioni e orari. Un’idea di solidarietà che guardi solo al personale di ruolo in realtà si chiama corporativismo e non ci appartiene. Ma un patto solidale e democratico non può non essere anche un patto generazionale. Dare il massimo possibile di qualità, di servizi, di orientamento ai nostri studenti, combattere la precarietà al nostro interno non basta, occorrono anche politiche generazionali attive. Premiare i giovani ricercatori di ruolo e non, favorire la crescita professionale del personale TAB più giovane che non può essere lasciato nella categoria meno elevata (B) pur detenendo un’idoneità concorsuale per una categoria superiore, rafforzare lo spazio nei PRIN e nella progettazione europea ai ricercatori e i docenti più giovani, intensificandone la già positiva partecipazione ai FIRB, favorirne la partecipazione a progetti internazionali. Infine, la natura democratica del patto che proponiamo non può che estrinsecarsi anche in un patto per un’azione di governo democratico e solidale rivolto a tutte le componenti della comunità universitaria. Nessuno/a deve sentirsi escluso/a.


Un nuovo patto solidale e democratico tra aree e settori scientifico disciplinari Roma Tre, come l’università italiana in generale, si è spesso divisa in scontri accademici, tra aree e settori scientifico disciplinari, tra facoltà, tra dipartimenti. Questa tendenza alla divisione è stata accentuata negli anni da una degenerazione oligarchica dell’autonomia universitaria che ha caratterizzato il nostro sistema universitario, dalla vecchia gestione “baronale” delle carriere alla gestione più complessiva degli Atenei, delle risorse umane e finanziarie. Degenerazione da cui Roma Tre non è rimasta immune. Oggi, questa tendenza alla contrapposizione rischia di trovare una rinnovata spinta oggettiva a causa della riduzione delle risorse. L’andamento dei PRIN, i flussi delle risorse esterne si indirizzano sempre nelle stesse direzioni; al resto dei settori scientifico disciplinari rischia di rimanere il ruolo di esamificio, con meno risorse, meno servizi, meno personale, più precariato. È l’Università a due velocità. Nell’ambito di un’università pubblica sempre più povera solo alcuni settori ed aree godono di finanziamenti e assunzioni. Si tratta di quelle aree e settori oggi trainanti nel quadro della ricerca e dell’innovazione nazionale ed internazionale. Questo modello di università a due velocità è un rischio oggettivo. Un’università che fa restare indietro chi non fa ricerca monetizzabile, che, pur producendo eccellenze culturali, non ha sponsor né aziende interessate. Questo modello di università a due velocità è un rischio che va contrastato con politiche attive e solidali all’interno e innovative sul territorio contrapponendogli il modello di “universitas” che meglio risponde a Roma Tre e alla sua storia. Che si istituisca sul conto terzi un fondo, non più come il vecchio prelievo per le spese generali a beneficio dell’amministrazione, ma un fondo di riequilibrio verso i settori d’eccellenza più penalizzati dal mercato, che si favoriscano i progetti PRIN a maggior grado di interdisciplinarietà, che si avvii una quota di progettazione europea con questa caratteristica. Un patto tra aree e settori scientifico disciplinari è anche un patto per il diritto alla ricerca. Un patto che impegna l’Ateneo a specifiche politiche di sostegno rivolte a quei settori della ricerca che possono risultare penalizzati dalla prevalenza delle sole logiche “di mercato” o che necessitano di risorse iniziali per assicurare lo start-up. Nessun ricercatore deve sentirsi emarginato. Un patto che calato nel rinnovato progetto di Roma Tre si concretizzi in una politica della ricerca che porti a sintesi progettazione nazionale e internazionale, interdisciplinarietà, internazionalizzazione. Guai se la campagna elettorale, anziché un luogo di confronto e di competizione democratica, diviene un luogo di divisione e inimicizia: chi vince governa e chi si era opposto “sotto botta” per sei anni ! Troppo importante è il ruolo dell’università pubblica per condurre il nostro paese fuori dalla crisi ! E troppo importante il ruolo che Roma Tre può giocare in questa significativa scommessa per permetterci, ancora, divisioni e contrapposizioni di cui spesso si perde il senso e la memoria delle ragioni. Che si immagini una competizione elettorale fondata sul confronto delle idee e dei progetti, condotta nel merito delle questioni, sulla capacità di sintesi, di riconquista della coesione interna e non sulla contrapposizione. Che si apra il confronto e la competizione elettorale democratica ma immaginando fin da subito, che, un minuto dopo la proclamazione dei risultati, si debba avviare anche concretamente un percorso di ricomposizione. Quindi, competizione democratica e confronto , questo ci auspichiamo possa succedere nei prossimi mesi. Dopo, a risultati conseguiti, si avvii il governo dell’Ateneo assicurando coesione e condivisione quanto più ampia possibile delle scelte. Per dare concretezza a questa prospettiva chiediamo l’impegno del nuovo Rettore a proclamare e a svolgere entro i 30 giorni successivi alla sua elezione gli Stati generali di Roma Tre.


Le risorse Avere un sogno non significa scrivere un irrealizzabile libro dei sogni. Ed allora il tema delle risorse viene in primo piano. Quando noi diciamo che “si può fare” abbiamo in mente un paese con un modello di sviluppo che torni ad investire in conoscenza, che recuperi le risorse tagliate e rifinanzi l’università pubblica per essere all’altezza degli obiettivi europei per il 2020: il 40% dei laureati (oggi l’Italia sfiora appena il 19%). Ma anche a parità di risorse è possibile dare gambe ad una nuova Roma Tre democratica e solidale. Le attuali condizioni del bilancio dell’Ateneo, con 10 milioni di tagli, pongono Roma Tre in una condizione di difficoltà: margini ormai ridotti all’osso e impossibilità di sostenere nuovi tagli. Ragione per cui desta grande preoccupazione la possibilità di un ulteriore ingente taglio all’FFO per il 2013. In questo contesto che solo 1%(ca.)delle entrate provenga dalla progettazione europea – incidendo negativamente sugli indicatori FFO della ricerca -, è un dato che fa riflettere sulle scelte fatte e su quelle da fare. Investire in formazione sulla progettazione europea, costruire uffici di dipartimento a questo dedicati, dotandoli di risorse e con un forte supporto centrale, sono una scelta non più rinviabile. Non solo Horizon 2020 ma anche il FSE, i PON, tutte le linee di finanziamento riconducibili alle attività dell’Ateneo. Che il conto terzi sia percentualmente fermo da anni a circa il 4% delle entrate costituisce un’altra area di intervento che può e deve essere migliorata per incrementare le entrate. In definitiva, potenziare complessivamente, a livello centrale e soprattutto di dipartimenti, l’attività di fund raising. Ma questa necessità finanziaria va calata dentro un progetto. Infatti, il progetto di fare di Roma Tre uno degli snodi fondamentali dell’ “area metropolitana della conoscenza” significa attivare altre risorse pubbliche e private, nazionali ed europee, e mettere in moto sinergie programmatico-finanziarie. Ma è anche vero che in questo quadro di bilancio occorre soppesare con attenzione le scelte di investimento. Alcune ultime operazioni del piano edilizio, al di là della valutazione di congruenza, pure non secondaria, impegnano per anni importanti risorse e rischiano di far salire il tasso di indebitamento. Il D.Lg. 49/2012 pone tetti e limitazioni conseguenti al tasso di spese per il personale e al tasso di indebitamento. Per quanto riguarda le spese per il personale RomaTre si colloca positivamente all’8° posto tra le Università pubbliche con il 64,32% di tasso di spesa per il personale. Viceversa l’attuale tasso di indebitamento di RomaTre è il 12,88%, collocando RomaTre al 57° posto nella classifica delle 63 Università pubbliche, ossia al 7° posto tra le 10 Università più indebitate. In ogni caso posizionando RomaTre nella fascia tra 10% e 15% del tasso di indebitamento, fascia all’interno della quale scattano limitazioni alla contrazione di nuovi mutui o di altre forme di indebitamento se non subordinatamente alla predisposizione di un piano di sostenibilità finanziaria sottoposto all’approvazione ministeriale. C’è da considerare tra le conseguenze di un tasso di indebitamento superiore al 10% la limitazione alla quota di turnover consentita oltre il 20% che pure spetta a RomaTre per la sua ridotta spesa per il personale. Anche sul versante delle spese per l’edilizia e per l’accensione di mutui sono possibili scelte diverse e aggiustamenti di quelle già compiute. L’attuale costo medio di costruzione sulle aree pubbliche in concessione è di circa 2.200 €/mq e per l’acquisto di queste aree, che ne sancisce in via definitiva la proprietà, Roma Tre gode di condizioni economiche particolarmente vantaggiose. Avviare e monitorare con continuità un piano pluriennale di sviluppo edilizio che preveda la dismissione degli immobili in affitto e l’avvio di nuove costruzioni solo sulle aree pubbliche già concesse a Roma Tre, o interventi di ristrutturazione dell’attuale patrimonio attraverso un processo di pianificazione pluriennale che prevede di accendere nuovi mutui solo contestualmente all’estinzione di quelli in essere. Escludere ogni ulteriore acquisto da privati considerando che i prezzi di mercato superano comunque il costo di costruzione sulle aree pubbliche in concessione. Ma anche una razionalizzazione dei criteri di utilizzo degli spazi tramite un monitoraggio continuo, nel tempo, dell’effettiva capacità di utilizzazione degli spazi assegnati e della dotazione strumentale, definendo, anche in termini di obiettivi, rapporti tra spazi per studenti, spazi per gli uffici, spazi per i docenti e spazi per i laboratori e i servizi agli studenti e sottraendo, quindi, le assegnazioni ad ogni forma possibile di discrezionalità.


La CGIL Il contributo della CGIL e della FLC a questa importante scadenza per Roma Tre non si poteva limitare alle questioni “sindacali”, dove per queste si intende “contrattuali”. La CGIL è un grande sindacato generale e confederale che coniuga nella sua azione e nella sua proposta la tutela dei diritti e degli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, contrattualizzati e non, di ruolo e precari alla difesa del diritto allo studio, della funzione costituzionale e della natura pubblica dell’università. Un grande sindacato generale e confederale significa essere, come ci rammentava Bruno Trentin, un soggetto di cambiamento. E oggi la CGIL nel lanciare il suo nuovo piano per il lavoro pone la conoscenza, la ricerca, l’istruzione come volano di sviluppo e di benessere per il nostro Paese e per l’intera Europa.


Per una Roma Tre democratica e solidale Per riconquistare un progetto innovativo e unificante Più democrazia, più partecipazione, più rinnovamento, più solidarietà e coesione interna

Discontinuità nell’indirizzo politico • Ripristinare l’elettività del CdA • Democratizzare la governance • No alla fondazione Difesa della natura pubblica dell’università Per un patto solidale e democratico tra le componenti

Un nuovo protocollo di relazioni sindacali • che ampli le materie oggetto di diritto di informazione e concertazione • che tuteli i diritti di tutti i precari • che valorizzi la professionalità e salvaguardi il trattamento accessorio del personale TAB • che garantisca le condizioni di lavoro e retributive del personale docente e ricercatore • che tuteli l’occupazione e i livelli retributivi del personale delle ditte esterne Per un welfare di Ateneo allargato e inclusivo Pari opportunità e patto generazionale Per una effettiva tutela del diritto allo studio Per un nuovo patto solidale tra aree e settori scientifico disciplinari o o o o

Autonomia e democrazia dei dipartimenti Diritto alla ricerca No alle guerre accademiche Si al confronto democratico sui contenuti Per una nuova Roma Tre Costruiamo gli Stati Generali dell’Ateneo Investire in Conoscenza o in ricerca di eccellenza o in internazionalizzazione

Gestione partecipata e condivisa del piano edilizio Per un’area metropolitana o della conoscenza o della cultura o e dell’innovazione Per una Roma Tre protagonista

Per un nuovo grande piano del lavoro e dei diritti

Per una Roma Tre democratica e solidale  

Per una Roma Tre democratica e solidale

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