FitMed n°12

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Fit med

online

Anno 2 numero 12 - dicembre

La rivista online per i professionisti del settore

FOCUS

MALATTIE NEURODEGENERATIVE e attività fisica

Parkinson giovanile: è vietato nascondersi Alzheimer café: ha senso parlare di cura?

Il rapporto fra demenza e attività fisica Tai Ji Quan e malattia di Parkinson La malattia di Parkinson Percorsi e metodi riabilitativi

PEC: Propriocettività, equilibrio, coordinazione


ANNO 2 N°12 DICEMBRE 2010 Fitmed online è una rivista mensile di aggiornamento che si rivolge a imprenditori, manager, opinion leader, professionisti che operano nel mondo del fitness, benessere, prevenzione e salute. Propone articoli riguardanti metodiche di allenamento, rieducazione funzionale, alimentazione, prevenzione e benessere, marketing e management. Editore Alea Edizioni di Alessandro Lanzani via G. Sapeto, 5 - 20123 Milano Redazione e uffici via P. Orseolo, 3 - 20144 Milano tel. 0258112828 - fax 0258111116 fitmed@professionefitness.com redazione@professionefitness.com Direttore responsabile Alessandro Lanzani alanzani@professionefitness.com Redazione Mia Dell’Agnello mia@professionefitness.com - int. 212 Progetto grafico Stefano Frattallone Impaginazione Anita Lavoce Pubblicità Alessandro Lanzani alanzani@professionefitness.com Hanno collaborato a questo numero Roberto Benetti, Maurizio Ronchi, Marco Gibin, Jacopo Masera, Federico Polimene, Fulvio Zecchinello Autorizzazione del Tribunale di Milano n. 578 del 20.12.93. L’Editore e l’autore non potranno in alcun modo essere responsabili per incidenti o danni provocati dall’uso improprio delle informazioni o delle immagini contenute nel materiale ricevuto; inoltre non necessariamente le opinioni pubblicate rispecchiano il pensiero dell’editore. Il materiale (testi, immagini e disegni) pervenuto in redazione non verrà restituito, anche se non pubblicato e viene considerato libero da diritti. La riproduzione del materiale apparso su Fitmed online in qualsiasi forma e per qualsiasi scopo non è consentita se non dietro richiesta scritta e firmata dal direttore responsabile e dall’editore. Per eventuali controversie il Foro di competenza è quello di Milano.

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CORSI DI FORMAZIONE E AGGIORNAMENTO PROFESSIONALE

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NEWS

FOCUS: MALATTIE NEURODEGENERATIVE E ATTIVITÀ FISICA 4

IL RAPPORTO FRA DEMENZA E ATTIVITÀ FISICA: una review sugli studi internazionali a cura della redazione

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ALZHEIMER CAFÉ: HA SENSO PARLARE DI CURA? di Mia Dell’Agnello

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LA MALATTIA DI PARKINSON Percorsi e metodi riabilitativi

sommario

RUBRICHE

di Mia Dell’Agnello

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PARKINSON GIOVANILE: È VIETATO NASCONDERSI di Mia Dell’Agnello

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LA PRATICA DEL TAI JI QUAN nella malattia di Parkinson di Roberto Benetti

ALLENAMENTO E REHAB 34

PEC: PROPRIOCETTIVITÀ, EQUILIBRIO, COORDINAZIONE. Seconda parte di Maurizio Ronchi con la collaborazione di Marco Gibin, Jacopo Masera, Federico Polimene, Fulvio Zecchinello


malattie neurodegenerative e attività fisica

con link di approfondimento

Demenza e attività fisica:

una review sugli studi internazionali a cura della redazione

Link a malattia di Alzheimer è la più diffusa causa di demenza nella popolazione anziana e la sua incidenza aumenta con l’avanzare dell’età, con un culmine fra i 65 e gli 85 anni. La demenza di Alzheimer oggi colpisce circa il 5% delle persone con più di 60 annia e in Italia si stimano circa 500mila ammalati. Alois Alzheimer, neurologo tedesco, fu il primo che, nel 1907, ne descrisse i sintomi e gli aspetti neuropatologici, caratterizzati da placche amiloidi e viluppi neuro-fibrillari presenti nel tessuto cerebrale. L’identificazione di queste anomalie è possibile solo con l’autopsia; per questo è possibile solo fare diagnosi di “probabile” malattia, tramite alcuni test specifici, clinici e neuropsicologici. Tranne che per una limitata percentuale di casi di origine genetica, la sua eziologia è definita

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multifattoriale. Il decorso, nonostante la presenza di variabili individuali, è abbastanza comune e caratterizzato da tre fasi. Fase lieve: - deficit memoria a breve termine - disorientamento nello spazio - difficoltà nella risoluzione di problemi quotidiani - cambiamenti di personalità e alterata capacità di giudizio Fase moderata: - difficoltà nell’eseguire le normali attività quotidiane (alimentarsi, vestirsi, lavarsi) - agitazione psico-motoria - disturbi del sonno - difficoltà nel riconoscere familiari e amici Fase grave: - disturbo di espressione e comprensione del linguaggio - inappetenza e dimagrimento

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- incontinenza - totale dipendenza dagli altri I fattori di rischio non modificabili sono: l'età avanzata, storia familiare di demenza, e la presenza del genotipo dell'apolipoproteina E 4 allele. Diversi studi sono stati compiuti per individuare l’esistenza di fattori di rischio modificabili, che consentano di attuare un intervento preventivo e/o contenitivo della malattia. Partendo dal presupposto che la malattia di Alzheimer rappresenta una delle principali fonti di morbilità e mortalità nelle società di via di invecchiamento e che a tutt’oggi non esiste una cura, sarebbe importante riuscire a individuare delle strategie per ridurre il rischio o ritardarne l'insorgenza, e rallentarne il decorso. Un fattore di rischio modificabile pare essere


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rappresentato dal livello di istruzione: più è alto, più si rende disponibile una specie di “riserva cognitiva” spendibile sotto forma di strategie compensatorie quando ha inizio il declino mentale. Alcuni studi riconoscono in episodi pregressi di depressione o stress una correlazione con l’insorgenza della demenza senile, così come esposizioni ambientali e occupazionali (collanti, pesticidi e solventi) possono indurre un significativo aumento del rischio di malattia di Alzheimer. Diversi studi hanno collegato l'attività fisica alla malattia di Alzheimer, e quasi tutti hanno dimostrato una significativa relazione inversa tra attività fisica e declino cognitivo, anche se non sempre i risultati hanno mostrato un’associazione significativa. Da una recente revisione è emerso che 20 su 24 studi basati sulla popolazione hanno mostrato un legame tra attività fisica e riduzione del rischio di demenza o declino cognitivo. Dal punto di vista organico, l’esercizio fisico può preservare la funzione cerebrale in quanto migliora il flusso sanguigno cerebrale e la consegna di ossigeno; stimola la crescita dei fibroblasti nell'ippocampo, riducendo la perdita di tessuto cerebrale. L’ippocampo è l'area del cervello più sensibile al danno ischemico, ed è anche una delle prime aree del cervello a essere colpita dalla malattia di Alzheimer. Studi sperimentali eseguiti sui ratti supportano la teoria per cui l'attività fisica svolgerebbe un ruolo di protezione d e l l a struttura e della funzione

cerebrale. Rispetto ai topi adulti inattivi, i topi adulti attivi hanno ridotto l'accumulo cerebrale di sottoprodotti neurodegenerativi, implicati nella patogenesi della demenza soprattutto a livello dell'ippocampo. Link

IL FRAMINGHAM STUDY Uno studio che può vantare una prospettiva longitudinale unica è il Framingham Study, che ha seguito la popolazione della città di Framingham, Massachusetts, dal 1948, indagando i fattori di rischio cardiovascolare. A partire dal 1975, è stato utilizzato anche per il monitoraggio delle prestazioni cognitive, con la somministrazione di una batteria di test neuropsicologici a 3.349 partecipanti, in quel momento senza demenza, e successivamente valutati ogni 2 anni. Dal 1986 è stato introdotto un sondaggio per calcolare un indice di attività fisica quotidiana (PAI) sulla base del tempo speso per svolgere attività fisica: da leggera (come camminare), a moderata (incluse attività quotidiane come lavori di casa o salire le scale), a sport leggeri (come il golf o bowling), fino ad attività pesanti (lavori domestici impegnativi, o fare esercizio fisico intenso come il jogging). La popolazione per questo studio, quindi, comprende 1211 partecipanti inizialmente senza sintomi di demenza, suddivisi in cinque gruppi in base al livello di attività fisica, dalla più bassa (Q1) alla più alta (Q5). In oltre due decenni di follow-up, 242 partecipanti hanno sviluppato demenza (di cui 193 malattia di Alzheimer). I ricercatori hanno verificato che i partecipanti che praticavano da moderati a forti livelli di attività fisica avevano un rischio circa il 40% più basso di sviluppare qualsiasi tipo di demenza. Inoltre, le persone che avevano riferito i più bassi livelli di attività fisica avevano il 45% di probabilità in più di sviluppare qualsiasi tipo di demenza rispetto a coloro che avevano riportato Link

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maggiori livelli di attività.

LO STUDIO DI ERIC LARSON Uno degli studi maggiormente citati in letteratura è quello condotto dai ricercatori del Group Health Cooperative di Seattle e della University of Washington, coordinati da Eric Larson, e pubblicato sugli Annals of Internal Medicine. Obiettivo di questo studio prospettico di coorte è determinare se la pratica di un regolare esercizio fisico sia associato a un ridotto rischio di demenza e malattia di Alzheimer. 1740 persone di età superiore ai 65 anni senza sintomi di demenza e dotate di elevate prestazioni cognitive, sono state seguite negli anni misurando la frequenza di esercizio, la funzione cognitiva, la funzione fisica, la depressione, le condizioni di salute, le caratteristiche dello stile di vita, e altri potenziali fattori di rischio per la demenza (per esempio, l'apolipoproteina E 4); la valutazione per la demenza è stata eseguita ogni due anni. Il livello di esercizio fisico è stato valutato chiedendo ai partecipanti il numero di giorni alla settimana in cui hanno svolto ciascuna delle seguenti attività, per almeno 15 minuti, nell’anno precedente l’indagine: passeggiate, escursioni, ciclismo, fitness, ginnastica, nuoto, acqua gym, stretching, o altro esercizio. Quindi, le persone che hanno svolto attività motoria per almeno 3 volte la settimana sono state classificate come “gruppo di esercizio fisico regolare”. La funzione fisica è stata valutata in base alla prestazione ottenuta in quattro test di performance: - il tempo per percorrere 10 metri a piedi; - il tempo per passare 5 volte dalla posizione seduta a quella eretta; - prova di resistenza in equilibrio; - forza di presa della mano dominante. A ogni test è stato attribuito un punteggio da 0 a 4; il PPF punteggio finale equivale alla somma dei punteggi per le 4 prove, da 0 a 16.

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La funzione cognitiva è stata valutata utilizzando il CASI, un modello che fornisce una valutazione quantitativa di attenzione, concentrazione, orientamento, memoria a breve e a lungo termine, capacità di linguaggio ecc. Sono state altresì valutate la depressione, le condizioni di salute, le caratteristiche dello stile di vita (fumo, consumo di alcol e assunzione di integratori dietetici). I partecipanti allo studio sono stati seguiti dal maggio 1994 all'ottobre 2003, con un follow-up medio di 6.2 anni. Di 1740 partecipanti, 1185 sono rimasti senza demenza, 158 hanno sviluppato demenza (107 la malattia di Alzheimer, 33 demenza vascolare e 18 altri tipi di demenza); 121 si sono ritirati e 276 sono deceduti. Dopo circa 6 anni, il tasso di incidenza di demenza è stata di 13 per 1000 persone/anno per i partecipanti che hanno svolto attività fisica 3 o più volte la settimana, rispetto al 19,7 per 1000 persone/anno per coloro che esercitavano meno di 3 volte la settimana. L'interazione tra esercizio e la performance-based funzionalità fisica è risultata statisticamente significa-

tiva (P = 0,013). Inoltre, è stata rilevato un rallentamento della progressione della malattia nei soggetti che durante lo studio avevano manifestato i primi sintomi della patologia. Lo studio non ha valutato in modo preciso quantità, intensità e durata dell’attività fisica, pertanto non è possibile definire esattamente un effetto dose/risposta, che si presume potrà essere materia di studio per ricerche successive. In ogni caso, questi risultati sono coerenti con le osservazioni di studi precedenti in cui si apprezzano gli effetti positivi di attività motoria anche di modesta entità. Inoltre, la forma delle curve di sopravvivenza (figura 1) indica che l'esercizio fisico non impedisce la demenza, ma potrebbe essere associato a un ritardo della sua comparsa. Se questi risultati sono confermati, gli anziani possono avere un motivo in più per praticare attività motoria, anche quando comincia a ridursi la funzionalità di base. Questi risultati sono confermati da studi sperimentali eseguiti con persone anziane sane, che dimostrano come un programma di condizionamento fisico mi-

Figura 1. Le persone che hanno esercitato o più volte 3 a settimana avevano una maggiore probabilità di essere privo di demenza rispetto a coloro che esercita meno di 3 volte alla settimana

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gliori le funzioni cognitive superiori (in genere funzione esecutiva, memoria e funzione visuospaziale), le cui modificazioni rappresentano in genere i primi segni e sintomi della malattia di Alzheimer.

ANCORA CONFERME Altri studi hanno dimostrato che mantenersi fisicamente attivi può rallentare il declino cognitivo. Link Nell’”Asia Aging Study Honolulu” è stato evidenziato che uomini anziani che avevano camminato più di 2 miglia al giorno avevano un rischio del 40% inferiore di contrarre la demenza rispetto a coloro che camminavano distanLink ze più brevi. Lo studio Health, Aging and Body Composition Study di Deborah E. Barnes, professore assistente di psichiatria presso la University of California e ricercatore in geriatria presso il San Francisco VA Medical Center, e colleghi, ha confrontato i cambiamenti nei livelli di attività fisica, nei livelli di efficienza cognitiva e composizione corporea per un periodo di 7 anni su un campione di 3.075 anziani fra i 70 e i 79 anni. I partecipanti sono stati classificati sedentari (0 minuti alla settimana), bassa intensità (meno di 150 minuti a settimana) o alta (150 minuti alla settimana o più). La funzione cognitiva è stata valutata utilizzando il 3MS test (Modified Mini-Mental State Examination-revised è un breve test cognitivo progettato per rilevare la compromissione cognitiva, spesso utilizzato in Canada e USA. Una volta considerate le altre variabili (età, sesso, razza, educazione, luogo di studio, diabete, ipertensione, fumo, consumo di alcool e 3MS punteggio basale), i ricercatori hanno scoperto che il tasso medio di declino mentale è stato di 0,62 punti/anno in coloro che sono stati costantemente sedentari; 0,54 punti/anno nei soggetti con livelli di attività fisica in calo; 0,44 punti/anno nei pazienti con livelli di attività altalenante; 0,40 pun-


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ti/anno in coloro che hanno mantenuto alti livelli di attività motoria. "Abbiamo scoperto – ha dichiarato Deborah Barnes - che gli adulti anziani sedentari non solo avevano, all’inizio dello studio, i livelli più bassi di funzione cognitiva, ma che avevano subìto il più rapido tasso di declino cognitivo… Il declino cognitivo è stato più veloce anche nei soggetti che, durante tutti il periodo dello studio, hanno diminuito costantemente il loro livello di attività fisica". Secondo i ricercatori, gli anziani sedentari che hanno iniziato nuovi programmi di esercizio aerobico durante lo studio, hanno sperimentato un miglioramento della funzione cognitiva, in particolare della capacità di elaborare informazioni complesse velocemente. "Gli individui sedentari dovrebbero essere incoraggiati a impegnarsi in attività fisica, almeno occasionalmente – continua la Barnes – mentre le persone che già praticano attività fisica dovrebbero essere incoraggiate a mantenere o ad aumentare i loro livelli di attività".

ALZHEIMER EUROPA: LINEE GUIDA Link

10 esercizi per le persone con demenza e per chi li assiste Le istruzioni vanno scandite lentamente, con chiarezza e con calma. Il malato e l’istruttore siedono uno di fronte all’altro in una stanza ben aerata e fanno insieme gli esercizi. Si consiglia di cominciare con 3-4 esercizi, ripetendoli 10 volte. Poi si intensifica gradualmente il programma. La durata degli esercizi non deve superare i 20 minuti. Se il malato li svolge volentieri, si possono ripetere due volte al giorno, variandone la serie. È importante incoraggiare pazientemente il malato. Per rendere gli esercizi più divertenti, si può tenere un sottofondo musicale. I primi risultati si hanno dopo tre settimane, sia per il malato sia per chi lo assiste. Ideato e scritto dal Dr. Hanna Jedrkiewicz. Disegni di Krystyna Lipka-Sztarballo.

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con link di approfondimento

Alzheimer café:

ha senso parlare di cura?

di Mia Dell’Agnello mia@professionefitness.com

a malattia di Alzheimer non è guaribile, è degenerativa e le funzionalità perse non possono essere riacquisite; dunque, che senso ha parlare di riabilitazione funzionale? L’intervento non farmacologico è fondamentalmente indirizzato a rallentare il decorso della malattia, un intervento di tipo conservativo perché i sintomi si manife-

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stino il più tardi possibile. Il livello di “cura”, inteso come il “care” anglosassone (ovvero “prendersi cura, avere attenzione”), è di tipo “psicosociale”, perché la sua finalità è mantenere le capacità cognitivo comportamentali attraverso l’utilizzo di differenti percorsi e tecniche, che poggiano tutte su di un principio fondamentale: non ci si concentra su ciò che non c’è più,

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ma si dà valore a ciò che c’è ancora. Il miglioramento delle condizioni di vita del paziente passa attraverso l’accettazione e soprattutto la valorizzazione di ciò che lui è, in quel momento della vita, a quel punto della malattia. Se si prescinde da questo, nel vano tentativo di rincorrere funzionalità perdute, ogni intervento non potrà che essere una sconfitta. Questo ti-


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po di azione, oltre a rallentare il decorso degenerativo della malattia, contiene in sé un valore prezioso, che innesta un circolo virtuoso fondamentale per il benessere del paziente. Infatti, al deterioramento cognitivo concorrono due fattori, spesso di pari importanza: il primo è chiaramente la malattia stessa, con l’alterazione delle funzioni cerebrali; il secondo è rappresentato dal contesto psico-sociale in cui si trova il malato. Quasi sempre anziano, spesso solo, consapevole dei suoi insuccessi, il malato di Alzheimer tende a chiudersi sempre di più in se stesso, restando intrappolato in un atteggiamento apatico e depresso. La possibilità di ristabilire una relazione positiva ed efficace con l’ambiente, spesso porta con sé il miglioramento di aspetti motori, cognitivi e affettivi, e fornisce l’occasione di risvegliare delle capacità residue, non attaccate dalla malattia in sé, ma dall’incapacità di affrontarla.

puntamento settimanale, della durata di due ore, mix di momenti conviviali e formativi, che si svolge in una struttura pre-esistente sul territorio: associazioni, cooperative, circoli cral, ma anche bar veri e propri. L’associazione Al Confine Onlus nel 2007 ha aperto, presso la sede del Circolo Arci Métissage di Milano, un Alzheimer Café: abbiamo intervistato il presidente Silvana Botassis, medico di medicina generale.

ALZHEIMER CAFÉ Il primo Alzheimer Café è nato in Olanda nel 1997, dal progetto dello psicogeriatra olandese Bere Miesen. Tra gli obiettivi principali, indicati dallo stesso Miesen, informare sugli aspetti medici e psicosociali della demenza e prevenire l’isolamento dei malati e dei loro familiari, condividendo senza vergogna la propria esperienza. Gli Alzheimer Cafè non sono tanto dei luoghi veri e propri, quanto “situazioni”; sono dei punti di incontro e aggregazione per pazienti e care giver, per portare la cura della malattia anche fuori dalle strutture sanitarie. Lì si discute di nuove terapie, di possibilità di intervento, lì si confrontano esperienze personali, ma anche si propongono tecniche di supporto, quali la terapia della reminiscenza, la psicodanza, la logopedia e la musicoterapia. In genere si tratta di un ap-

- Gli Alzheimer Cafè sono diversi per origine e natura: o nascono come derivazione diretta di asl, o di centri sociali e culturali, o associazioni di malati. L’idea che li accomuna tutti è di non occuparsi della malattia, ma della salute, uscendo dalle strutture sanitarie, prescindendo dalla diagnosi e promuovendo la persona; ogni progetto è poi declinato nelle forme pù svariate: da dove nasce il vostro Alzheimer Cafè? Vent’anni di medicina sul territorio mi hanno convinta che la salute per tutti, ma soprattutto per i vecchi, non sta nell’assenza di malattia, ma soprattutto nelle qualità delle relazioni. In questi 20 anni la medicina è cambiata, e dal curare i malati siamo arrivati all’ossessione della diagnosi precoce. Così mi sono trovata, come medico di famiglia, in

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una situazione in cui non riuscivo più a fornire una risposta ai bisogni essenziali dei miei pazienti, soprattutto di quelli più anziani, che sono bisogni di comunicazioni, di vicinanza, di un benessere conquistato nelle limitazioni che la vecchiaia impone. La medicalizzazione della vecchiaia non fa che peggiorare le condizioni delle persone anziane e quindi ho sentito forte la necessità di fare qualcosa per promuovere le relazioni dove non ci sono: per questo è nato l’Alzheimer Cafè, per combattere la solitudine e l’isolamento, anche di chi non ha necessariamente la malattia, anche di chi ha una famiglia. Del nostro gruppo fanno parte sia persone cognitivamente integre, ma che magari hanno problemi di disabilità motoria e di solitudine, sia persone che si trovano al grado estremo di disorientamento spazio-temporale e di disintegrazione della memoria, recente e remota. - Come è strutturato il vostro intervento? Attualmente proponiamo due pomeriggi alla settimana: il primo gruppo lavora con il metodo Validation, che è basato sull’ascolto empatico e sulla convalida delle emozioni. Il che non vuol dire dare sempre ragione a chi ci sta davanti, ma legittimare quello che lui sta vivendo: l’atteggiamento consolatorio è una delle cose più terribili per chi sta male, perché non lo legittima nella sua sofferenza, negandola. Il secondo pomeriggio è dedicato, in modo alterno, a un’attività teatrale per anziani, e alla danzamovimentoterapia. Il gruppo Validation è strutturato in tre momenti diversi. I primi 30/40 minuti sono di colloquio su un tema, proposto dall’operatore, che ha sempre un forte impatto emotivo, per aiutarli a far emergere quelle emozioni che fuori di qui loro comprimono: paura, rabbia, tristezza, ansia che, non trovando mai un ascolto legittimatorio, ma il più delle vol-

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te consolatorio, gli anziani hanno imparato a nascondere. All’inizio non è stato facile, perché tutti volevano parlare e nessuno ascoltava, ma poi, poco per volta, la gara “a chi stava peggio” si è trasformata in solidarietà ed è nato un gruppo di amici. Successivamente dedichiamo 20 minuti all’attività motoria e gli ultimi 20 sono un momento conviviale. Nel gruppo Validation abbiamo attribuito dei ruoli, scelti secondo le inclinazioni e le storie di ciascuno, e che danno un po’ il valore di quella persona nel gruppo. Abbiamo una signora responsabile dell’attività motoria, perché è iscritta a un corso di ginnastica per la terza età ed è lei a coinvolgere tutto il gruppo. L’esecuzione è da seduti, in cerchio, lavorando sulla respirazione e su tutti i gruppi muscolari. Poi ci alziamo in camminata libera, ogni tanto utilizziamo delle immagini e poi giochiamo con una palla di gommapiuma. Il movimento ha sicuramente una validità a livello fisico per mantenere livelli di mobilità articolare e di tono muscolare, ma ha soprattutto una grande funzione relazionale e ludica; è un momento scherzoso e gioioso che consente di liberare le energie intense mosse nel dialogo e farle circolare in un modo più rilassato. All’altro appuntamento pomeridiano, dedicato all’attività teatrale e alla danzamovimentoterapia, accogliamo persone anche molto gravemente deteriorate. Nelle lezioni di danzamovimentoterapia, guidate da Simone De Padova, educatore dell’associazione La Tela, attraverso lo stimolo musicale e l’evocazione di immagini molto semplici si stimola il movimento di ciascuno non secondo uno schema precostituito, ma in modo che ognuno trovi il suo movimento, il suo ritmo, la sua espressività corporea e la sua modalità di accostarsi alla corporeità dell’altro. Il movimento come strumento di comunicazione non verbale acquista un valore enorme per chi ha difficoltà di espressione verbale.

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- Quali sono requisiti necessari per partecipare all’Alzheimer Cafè? Non esistono criteri quantitativi o qualitativi rigidi. Cerchiamo più che altro di capire quali siano i bisogni della persona per verificare se possono essere soddisfatti dall’inserimento nel gruppo oppure no. Fondamentale è il bisogno di contatto con gli altri: se questo manca, non sussistono le premesse necessarie. Altre volte, ci sono persone che hanno la necessità di muoversi continuamente, oppure molto compromesse nella capacità verbale: in questi casi, sono invitate a frequentare solo il pomeriggio della danzamovimento e il gruppo del teatro. Anche la posizione dei familiari è importante, perché il familiare tende a vedere il lato perdita, non il lato ancora vitale, perché è quello che lo fa maggiormente soffrire e quindi o nega la perdita o l’assolutizza. - Se ciò che si è perso non lo si recupera più, parlare di rieducazione funzionale è del tutto fuori luogo? Nell’Alzheimer le funzioni motorie sono le ultime a venir meno anzi, molto spesso i malati camminano tantissimo anche negli stadi avanzati della malattia; forse si può parlare di rieducazione funzionale in senso lato, perché nel momento in cui tu recuperi una certa consapevolezza corporea, usi meglio quello che hai di residuo, in modo più efficiente. Soprattutto parlerei di attivazione di benessere. Teniamo presente che tutte le persone anziane hanno un rapporto conflittuale con il proprio corpo: un corpo pesante, per certi aspetti abbandonato e dimenticato, e per altri fin troppo presente, invadente nelle sue limitazioni. Il corpo, che fino a un certo punto della loro vita è stato veicolo di relazioni, ora ne rappresenta l’ostacolo, e quindi viene percepito come nemico. Vivere un momento di benessere corporeo rappresenta anche un momento di riconciliazione

con il proprio corpo, riappropriazione di una dimensione vitale, gioiosa e liberatoria. - Sei soddisfatta dei risultati ottenuti? Sono molto felice, ma non soddisfatta, perché vorrei aumentare il numero dei partecipanti, e soprattutto perché vorrei che da qui partissi un’ulteriore diramazione di rete, per lavorare dentro i condomini in cui queste persone abitano; una rete condominiale che possa essere promossa da loro, perché possano sentirsi protagonisti di un cambiamento sociale secondo un’immagi-

ne che loro hanno ancora dentro (esperienze abitative in cui c’erano maggiori possibilità di condivisione con i propri vicini, complici anche le stesse strutture architettoniche, tipo le case di ringhiera). Vorremmo anche potenziare delle attività intergenerazionali coinvolgendo i bambini, perché rispetto agli anziani hanno ritmi diversi, ma complementari e gli uni hanno bisogno degli altri. Purtroppo questa è un’infanzia poco educata alle relazioni. Crediamo che questo incontro tra generazioni sia vitale per i vecchi, ma anche per i bambini e per i govani, per non far crescere generazioni senza radici.

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AL CONFINE ONLUS L’Associazione Al Confine Onlus nasce dalla consapevolezza dei confini rigidi (a volte vere e proprie barriere) che la cultura occidentale contemporanea ha creato all’interno della società, interrompendo di fatto quel libero scorrere di rapporti che nelle società tradizionali costituiva la base della solidarietà, della trasmissione di saperi e della convivialità: confini che separano le generazioni, ma anche le diverse condizioni biologiche, emotive, mentali e sociali definendo chi è sano e chi è malato, chi è produttivo e chi no, in sostanza chi è dentro e chi è fuori dai parametri di “normalità” generalmente riconosciuti. Un confine netto quindi tra membri attivi e passivi della società, “confinati” appunto questi ultimi al ruolo di fruitori di servizi impersonali confezionati per loro da “esperti”, svuotati perciò di ogni competenza su se stessi, oggetti di provvedimenti anziché soggetti della loro esistenza. Ci sentiamo perciò interpellati a rispondere portando il nostro contributo, in sintonia con diverse voci della cultura contemporanea, alla sperimentazione di pratiche che consentano la promozione della dignità della persona umana in ogni situazione esistenziale, riconoscendone il ruolo di soggetto della propria esistenza e delle proprie relazioni, restituendole competenza attraverso il potenziamento di tutte le risorse di cui il soggetto è depositario, favorendo lo scambio relazionale tra diverse componenti della società civile. Ci siamo quindi rivolti alla vecchiaia come tema in cui si incrociano e si concentrano molti stereotipi contemporanei, e insieme come ambito in cui riscoprire e valorizzare molta ricchezza umana spesso inespressa. E al rapporto tra generazioni come luogo privilegiato per la sperimentazione di nuove pratiche di convivialità. I soci fondatori dell’associazione provengono da una lunga esperienza nel campo delle professioni di aiuto, in contesto sanitario o educativo, e hanno maturato attraverso la loro esperienza professionale l’esigenza di sottrarre all’ambito strettamente sanitario la prevenzione e la cura del deterioramento cognitivo, negando la rigida equivalenza tra salute e assenza di deficit, alla ricerca di nuovi modelli di salute possibile, fondati sulle risorse presenti e sul reciproco scambio.

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Substantia nigra

La malattia di Parkinson

Percorsi e metodi riabilitativi di Mia Dell’Agnello mia@professionefitness.com

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escritta per la prima volta da James Parkinson nel 1817, è la seconda malattia neurodegenerativa più diffusa, dopo quella di Alzheimer. Si tratta di una sindrome extrapiramidale i cui sintomi principali sono: - rigidità muscolare; -lentezza a iniziare ed eseguire i movimenti (acinesia e bradicinesia); - tremore a riposo (scompare quando si compiono movimenti volontari). Per formulare la diagnosi di malattia di Parkinson devono essere presenti almeno due di questi sintomi. Nelle fasi più avanzate della malattia possono comparire difficoltà nel mantenimento della postura eretta e dell'equilibrio, disturbi urinari, stipsi, depressione, problemi respiratori, difficoltà del linguaggio. I sin-

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tomi hanno quasi sempre un andamento fluttuante, con variazioni importanti all’interno della stessa giornata. La malattia ha un’insorgenza media a 55 anni, è più comune sopra i 60 anni, ma molti casi sono diagnosticati intorno ai 40 anni, o anche al di sotto; il tasso di incidenza aumenta notevolmente con l’età. Non potendo riconoscere una causa nota, viene indicata un’eziologia multifattoriale, in cui interagiscono componenti ambientali, occupazionali e genetiche. Alcuni studi associano la malattia di Parkinson a lesioni cerebrali, in particolare traumi accompagnati da emorragia, ma questo è un fattore eziologico non ancora definitivamente accertato. Un fattore chiave nello sviluppo del morbo di Parkinson è la mancanza di dopamina, un messaggero chimico

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utilizzato dalle cellule del cervello per comunicare tra di loro e, nel caso specifico del Parkinson, per regolare i movimenti volontari del corpo a livello della sostanza nera mesencefalica. Non esiste una cura per la malattia di Parkinson, ma diversi trattamenti possono controllarne i sintomi. Il primo obiettivo della terapia farmacologia è ripristinare i livelli di dopamina e ristabilire le normali funzioni dei circuiti cerebrali, calibrando il trattamento sui bisogni individuali dei soggetti.

LA RIABILITAZIONE FUNZIONALE Si discute spesso quanto sia importante l’attività motoria per i malati di Parkinson e sono stati svolti numerosi studi per evidenziarne l’efficacia. Attualmente vi è


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un largo consenso sull’utilizzo della riabilitazione come supporto alla terapia farmacologia e diversi studi evidenziano i benefici della riabilitazione soprattutto rispetto alle attività della vita quotidiana e l’abilità del cammino. I risultati, sebbene singolarmente confortanti, sono difficilmente confrontabili, vista la variabilità di terapia farmacologia e di intervento motorio utilizzati; per questo, risulta ancora difficile presentare prove inconfutabili, scientificamente validate. In tutti gli studi, tuttavia, si sottolinea il fatto che la terapia fisica gode di un’enorme vantaggio: non ha effetti collaterali. Link La terapia fisica interviene sulle principali cause di compromissione e comprende misure per diminuire la rigidità e aumentare l’ampiezza dei movimenti (ROM), nonché per migliorare il controllo posturale, l’equilibrio, la resistenza e l'andatura. Per migliorare lo schema del passo si utilizzano esercizi di deambulazione a base allargata, superamento di ostacoli, stimoli visivi, uditivi e propriocettivi (dondolarsi per superare il freezing o fare un passo indietro prima di iniziare il cammino) per iniziare e mantenere il movimento. Uno stile di vita attivo è particolarmente importante, perché i malati di Parkinson tendono ad adattarsi alle modificazioni indotte dalla malattia riducendo la quantità e la varietà di attività fisica al di là del processo patologico (declino da disuso). Evidenze cliniche sottolineano, infine, l’efficacia dell’esercizio finalizzato a un’attività (gesto sportivo) per la programmazione motoria: la pratica di attività sportive e ludiche, inoltre, ha risvolti molto positivi dal punto di vista sociale e relazionale. Agli inizi di quest’anno è stata pubblicata sulla rivista The Cochrane Library una revisione di studi inLink ternazionali effettuati per valutare l’efficacia di trattamenti riabilitativi con tapis roulant in malati di Parkinson. Nella revisione sono

stati inclusi otto studi, per un totale di 203 pazienti. I risultati confermano che la riabilitazione con l’utilizzo di tapis roulant migliora sia la velocità di marcia, che lunghezza della falcata, mentre il numero di passi al minuto (cadenza) non ha registrato variazioni consistenti. Tuttavia, i risultati devono essere interpretati con cautela perché non vi è omogeneità tra le caratteristiche dei pazienti, né tra i protocolli utilizzati. Inoltre, non si sa quanto questi miglioramenti possano mantenersi nel tempo. Al XIII Congresso Mondiale sulla Malattia di Parkinson e i Disturbi del Movimento, svoltosi a Parigi lo scorso anno, sono stati presentati i risultati di uno studio del dr. Giuseppe Frazzitta e dell’equipe del laboratorio di Diagnostica e Rieducazione Neuromuscolare dell’IRCCS Fondazione Maugeri di Montescano (PV). Il lavoro riassume nel titolo i termini dell’indagine: “Il trattamento riabilitativo della deambulazione nei pazienti con Malattia di Parkinson e freezing della marcia: confronto fra due protocolli riabilitativi che utilizzano cues visivi e uditivi associati o meno a treadmill training”. Gli studi compiuti finora avevano avvalorato percorsi rieducativi o con l’ausilio di stimoli visivi, o con l’utilizzo del treadmill, ma sempre utilizzati separatamente. In questo lavoro, sono stati confrontati due gruppi di 20 pazienti affetti da malattia di Parkinson di età media 71 anni: il primo è stato sottoposto a trattamento riabilitativo “classico” (camminare su un percorso definito da linee orizzontali accompagnati da uno stimolo audio per scandire il ritmo del cammino); il secondo è stato sottoposto a un protocollo sperimentale con locomotor training (20 minuti al giorno per 4 settimane, a velocità di scorrimento progressivamente crescente). Il locomotor training è un tapis roulant completato da uno stimolo acustico (che suggerisce il ritmo di marcia) e da un display, su cui è visualizzato un

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obiettivo da raggiungere e la forma dei piedi in marcia. Quando, durante la marcia, l’immagine del piede si sovrappone correttamente alla forma-obiettivo, appare sullo schermo un feedback positivo; in caso contrario, il paziente viene invitato a modificare l’andatura. Sono stati valutati diversi parametri e i riscontri più importanti dal punto di vista clinico si sono visti nel test che misura quanti metri compie un soggetto in 6 minuti. I pazienti del gruppo che ha utilizzato il locomotor, al termine del trattamento, percorrevano in 6 minuti 351 metri, all’incirca la stessa distanza che percorre un soggetto sano della stessa età; in media 130 metri in più rispetto ai risultati ottenuti prima del trattamento. Il miglioramento del primo gruppo (trattamento tradizionale) è stato di soli 57 metri in più. Dai dati preliminari del follow up, si evince che l’efficacia della riabilitazione con locomotor training si protrae per un periodo di circa 10 mesi. Inoltre, a un anno dall'inizio dell'esperimento, la malattia non è progredita.

DANZATERAPIA: IL TANGO ARGENTINO All’ultimo Congresso Internazionale della malattia di Parkinson e Disturbi del Movimento è stato presentato uno studio, condotto da Giovanni Albani (Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione presso l'Università di Torino e Istituto Auxologico Italiano) e colleghi, sull’utilizzo del Tango Argentino come strumento riabilitativo nella malattia di Parkinson. 10 pazienti con i rispettivi partner hanno preso lezioni di tango di un’ora per due volte la settimana e, con l’ausilio di un DVD appositamente creato, si sono allenati a casa, un’ora al giorno 5 giorni alla settimana. "Il DVD include una serie di movimenti di danza tango ritenuti utili per i pazienti, se-

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lezionati da un comitato scientifico di neurologi, maestri di tango, pazienti, bioingegneri, fisioterapisti, psicologi", ha spiegato il dottor Albani. Lo studio è stato condotto su pazienti a uno stadio medio della malattia, quando il tronco comincia a flettersi in avanti, con l’avvio di perdita di riflessi posturali; in conseguenza di ciò, aumentano gli episodi di caduta, con rischio di fratture e immobilizzazioni poi faticosamente recuperabili. Dopo 5 settimane di tango, sono state eseguite le misurazioni delle diverse funzionalità utilizzando la Unified Parkinson's Disease Rating Scale (UPDRS). Gli effetti positivi rilevati hanno riguardato soprattutto gli aspetti meno sensibili alla terapia dopaminergica o neurochirurgia: il discorso, la postura e l'andatura, con un significativo miglioramento della cadenza del ciclo del passo e una riduzione della postura flessa di anca e pelvi. Perché proprio il tango argentino? A spiegarlo sono i due maestri, Monica e Giorgio Proserpio, nell’introduzione al DVD: “Il tango argentino è una danza particolare. È una danza di coppia, ad abbraccio chiuso, che consente una libertà creativa praticamente illimitata. A differenza di altre

danze, che contano un determinato numero di figure standard, il tango argentino è invece un colloquio fra i due partner, una comunicazione continua delle varianti che l’uomo propone alla donna… Il lavoro che richiede questo ballo si può definire estremamente “mentale” a significare come i ballerini debbano stabilire una forte connessione fra la volontà di fare il movimento ed il corpo che deve eseguirlo. Di conseguenza la concentrazione deve raggiungere livelli altissimi, perché il ballerino e la partner possano l’uno comunicare, l’altra recepire i movimenti che si desiderano eseguire. Questa particolarità rende adatto il tango a un uso sperimentale in malattie motorie, come il Parkinson, che richiedono il recupero di automatismi motori perduti. Parados-

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salmente, infatti, la mancanza di schematicità di questa danza così libera impone, di base, una rigorosa istintività motoria, indispensabile per riuscire a innestare sopra di essa, le varianti continue attraverso le quali si sviluppa questo dialogo della coppia. Non dobbiamo neppure dimenticare… la relazione della Link coppia e delle coppie con le quali si condivide un’esperienza e una passione, accompagnati da una musica coinvolgente; elementi stimolanti da un punto di vista relazionale ed emotivo, che sicuramente non possono essere dimenticati nell’ottica della ricerca di un beneficio sì motorio, ma anche, non meno importante, psicologico”.

DANZATERAPIA: DANCE FOR PD

Il Mark Morris Dance Group è una Link compagnia di danza moderna di fama internazionale che, da più di nove anni, propone corsi di danza per le persone con Parkinson e i loro caregivers. L’idea che questi malati, con le loro difficoltà a compiere anche i gesti più semplici, possano trarre giovamento da una disciplina così impegnativa dal punto di vista motorio, può sembrare un paradosso. Eppure, David Leventhal, ballerino del Mark Morris e direttore del “Dance for PD” (Programma di danza per il


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foto by Kar Wai Ng

Parkinson), non la pensa così. Al contrario, le persone con malattia di Parkinson – sostiene - hanno molto in comune con i ballerini, perché devono costantemente imparare a muoversi. Per questo il coinvolgimento cognitivo di un ballerino malato di Parkinson è lo stesso di un ballerino professionista. Una delle più grandi sfide per i pazienti di Parkinson è di cominciare volontariamente il movimento: è la decisione di muoversi che è la più compromessa, e non è la capacità di eseguire effettivamente l'azione. Per esempio, il paziente di Parkinson può essere in grado di prendere una palla se gli viene lanciata contro all’improvviso, ma non è in grado di decidere di lanciare la palla. L'idea è che la danza assume i movimenti volontari, così difficili per le persone con il Parkinson, e li trasforma in movimenti più istintivi. Movimenti in reazione a una familiare melodia al pianoforte, per esempio, o movimenti di mirroring del maestro, o i movimenti memorizzati di una routine coreografica. Nella danza, gran parte dell’impegno è finalizzato al far apparire naturale e facile ciò che invece è estremamente difficile. I ballerini professionisti, dal canto loro, possono essere ottimi insegnanti, perché per imparare complicate sequenze di movimenti, utilizzano metodi e strategie cognitive sviluppati in centinaia di anni. E, nonostante lo sfor-

zo, conoscono molto bene il piacere del movimento. Ecco, riassunti dall’associazione in punti, i motivi per cui la danza è vantaggiosa per le persone con malattia di Parkinson: - La danza sviluppa la flessibilità e infonde fiducia; - è prima di tutto un'attività stimolante, che collega la mente al corpo; - la danza rompe l'isolamento; - utilizza movimenti graziosi per richiamare immagini; - la danza concentra l'attenzione sugli occhi, sulle orecchie e sul tatto, come strumenti per assistere il movimento e l’equilibrio; - aumenta la consapevolezza di essere un’unità in cui tutte le parti del corpo sono nello spazio; - la danza racconta storie e stimola scintille di creatività; - la base della danza è ritmo; l'essenza della danza è la gioia. I corsi si svolgono un giorno alla settimana, per 75 minuti, con un andamento simile alle sessioni di danza tradizionali. Gli insegnanti spesso rubano pezzi e bocconi dalle danze che loro stessi eseguono e li modificano per questa classe di ballerini “speciali”, con l’intento di farli lavorare sui problemi specifici, come il freezing, o la difficoltà di compiere due movimenti contemporaneamente. L’idea è quella di rafforzare quelle vie di contatto del cervello, oppure di crearne di nuove, utilizzando

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foto by Kar Wai Ng

modalità di accesso diverse; è lo stesso fenomeno che si verifica nelle persone che soffrono di balbuzie: quando cantano, smettono di balbettare. Ivan Bodis Wollner, direttore del National Parkinson Foundation di Brooklyn, volendo attribuire una validità scientifica alla danza terapia, fa riferimento alla plasticità del cervello e alla possibilità, con i giusti stimoli, di creare nuovi percorsi neurali. Bodis Wollner ritiene che la danza può contribuire a sviluppare questa capacità, e che il lavoro del Mark Morris Dance Group rappresenta un esperimento importante; per questo motivo è da poco partito un progetto di ricerca per valutare i benefici della danza per il Parkinson, tramite uno studio randomizzato. Attualmente la “Dance for PD”, attraverso una rete di partner e collaboratori, è praticata in oltre 40 comunità in tutto il mondo.

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con link di approfondimento

Substantia nigra

Parkinson giovanile: è vietato nascondersi

di Mia Dell’Agnello mia@professionefitness.com

l Parkinson non è solo una malattia della terza età: degli oltre 200 mila malati in Italia, circa il 5% ha vissuto l’esordio della malattia prima dei 40 anni. A questa cifra si deve poi aggiungere il “sommerso”, ovvero quei giovani malati a cui il Parkinson non è ancora stato diagnosticato. La mancata diagnosi è da imputare a due motivi fondamentali: il primo è la disinformazione, perché la maggior parte delle persone considera il Parkinson una “malattia dei vecchi”; il secondo è la difficoltà di riconoscere i sintomi. Infatti in giovane età la patologia, almeno

by Jvanv

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inizialmente, presenta delle manifestazioni differenti rispetto all’esordio in età matura: il classico tremore è spesso assente, mentre compaiono un senso generale di stanchezza e un semplice “impaccio” emilaterale dei movimenti, con rallentamento dei riflessi. Il Parkinson giovanile evolve più lentamente e non comporta necessariamente un’aspettativa di vita ridotta. Piuttosto, il problema maggiore, in caso di esordio precoce della malattia, riguarda proprio il decorso prolungato, che costringerà a convivere con una presenza molto, molto ingombran-

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te. Qualità, dosaggi, tempi e modalità di somministrazione della terapia farmacologia diventano in questi casi ancora più importanti, per mantenere la qualità della vita al più alto livello possibile e, di conseguenza, il rapporto collaborativo fra medico e paziente risulta fondamentale e imprescindibile. Altrettanto importanti sono la terapia fisica e l’esercizio motorio.

MISS PARKINSON Michela Cancelliere, classe 1959, aveva trentanove anni quando si sono manifestati i prodromi della malattia. I medici so-

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no arrivati alla diagnosi corretta do- corpo, partendo dall’arto inferiopo quattro anni, passando attraver- re sinistro. Ma non è tutto: a queso una “sindrome da stress post sto si accompagna la rigidità dei traumatico”, seguita da una “sin- muscoli che parte dalla cervicale drome depressiva compulsiva” e per poi scendere alle spalle e couna successiva “sindrome extrapi- sì via. Il risultato è una specie di ramidale”. Quattro anni in cui, oltre automa che, se riesce, si muove alla progressione fisiologica della come uno zombie e, come se malattia di Parkinson, Michela ha non bastasse, ogni tanto si blocdovuto sostenere il peso di queste ca. Si blocca di fronte a dei picdiagnosi, che l’hanno portata a ri- coli ostacoli, alle porte, ai pascoveri psichiatrici, all’assunzione di saggi stretti, se incontra qualcupsicofarmaci e soprattutto a non no che interrompe il suo cammivolersi più bene. Per questo, quan- no, costringendolo a deviare”. do “finalmente” è arrivato il verdetto, malattia di Parkinson giovanile, la prima reazione è stata, per assurdo, di soddisfazione: “In bilico fra la disperazione assoluta e la voglia di combattere più agguerrita che mai, era però tanta la soddisfazione di possedere una certezza che prevalse la seconda”. Comincia così un percorso tutto in salita fatto di volontà, conoscenza, ottimismo, ironia, perdono e accetta- Nella foto: Michela Cancelliere zione, che l’ha portata a riappropriarsi della sua vita, ma non solo. Perché i risultati raggiunti DA MISS… A MISSIONE sono stati così importanti che Come spesso succede, soprattutto Michela ha voluto mettere la sua quando si ha a che fare con le paesperienza a disposizione degli tologie cronico-degenerative, una altri, tramite un libro autobiogra- volta compiuto il ciclo di trattamenfico e numerose partecipazioni a ti fisioterapici prescritto dal medico, convegni sulla malattia, per co- il paziente interrompe totalmente municare a tutti che condurre l’attività fisica, anche se gli vengono una vita “normale” si può, anche assegnati dei “compiti motori” da con il Parkinson. Inoltre, grazie al- svolgere in autonomia. Come si è la sua formazione di insegnante di visto, lo svolgimento di un’attività educazione fisica e alla sua passio- motoria per il malato di ne per lo sport, sta sperimentando Parkinson è fondamentale per nuove modalità di attività fisica per preservare una buona qualità persone affette da Parkinson. Chi della vita, tanto più che i migliomeglio di lei, che vive sulla propria ramenti acquisiti sono gradualpelle e nella propria anima i disagi mente persi con la sospensione della malattia? “…prima inizia a dell’esercizio. Se la fisioterapia è tremare il mignolo della mano si- essenziale, vero è che, per sua nistra, poi anche l’indice e il tre- stessa natura, viene vissuta dal more si diffonde a tutta la mano. malato come un intervento teraQuindi si diffonde piano a tutto il peutico, con tutte le implicazioni

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(anche psicologiche) che questo comporta: è difficile entrare in un ambulatorio fisioterapico pensando “che bello, ora mi muovo un po’ e mi diverto…” Forse, se si riuscisse a sganciare l’attività motoria dal contesto sanitario, proponendola non come “percorso terapeutico”, ma introducendola nello stile di vita della persona, si potrebbero ottenere grandi risultati. Per questo Michela ha ideato un protocollo per i malati di Parkinson da svolgersi in palestra, un mix di attività studiate specificatamente per le necessità fisiche, e soprattutto psicologiche, delle persone. M i s s i o n e Parkinson: di cosa si tratta? È una mia iniziativa, nata dalla sintesi fra le mie conoscenze tecniche e la mia esperienza con la malattia e dalla volontà di studiare qualcosa che potesse far sentire queste persone “normali”. Io ho 51 anni e in 14 di Parkinson ho sperimentato sulla mia pelle quanto faccia bene verificare di essere in grado di stare insieme agli altri e di fare le stesse cose che fanno gli altri. Missione Parkinson è una lezione di 60 minuti strutturata su tre differenti tipologie di attività fisica (20 minuti ciascuna). Ingrediente fondamentale è la musica, che dona serenità e suggerisce il ritmo. Il disturbo principale della malattia è il bradicinesia, cioè la lentezza del movimento, oltre alla perdita di coordinazione motoria: la musica può allenare entrambi i due fattori. La prima parte della lezione è di Gravity Pilates; con questo attrezzo è possibile lavorare con tutta la muscolatura stando sempre in posizione orizzontale o inclinata, con la schiena in scarico e, soprattutto,


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Nella foto: Michela Cancelliere

evitando la deambulazione, che per il “Park” è l’abilità più difficile da controllare. È un attrezzo che possono utilizzare tutti, anche le persone anziane che hanno già perso la mobilità e che quindi si muovono in carrozzina. Una volta posizionati sulla macchina, riescono a svolgere tantissimi movimenti e questo li riempie di soddisfazione: anche dal punto di vista psicologico è fantastico. Ho utilizzato come base dei protocolli preesistenti, modificandoli in modo da calibrare gli esercizi e adattarli alle singole esigenze. A questo primo progetto hanno preso parte 2 gruppi di 7 persone (dai 40 agli 80 anni), seguiti da 2 insegnanti, con la collaborazione dei caregiver e di una dottoressa. Le sessioni di Gravity si svolgono in un ambiente protetto, una sala piccola, con illuminazione adeguata. La seconda parte della lezione è di fitness e si utilizzano le attrezzature standard, sia cardio che isotoniche. Le macchine isotoniche si utilizzano ovviamente in scarico, e servono più che altro per riportare le articolazioni alla mobilità fisiologica; offrono il grande vantaggio di garantire delle posizioni bloccate, dando la possibi-

lità di lavorare in sicurezza e in autonomia. L’esecuzione degli esercizi deve essere lenta, composta da un numero di serie e ripetizioni ridotto, e pause più dilatate. L’unico problema è stato quello di modulare le mie richieste al loro entusiasmo, perché se all’inizio chiedevo di fare 3 serie da 5, loro ne facevano 3 da 10; allora ho imparato a calibrare le mie richieste tenendo conto del loro “eccesso” di volontà. Delle macchine cardio la preferita è il tapis roulant, utilizzato anche in salita con un’inclinazione fino al 5%, a velocità 1.8, che simula una passeggiata lenta; i “Park” riescono a portare bene il passo e a controllare la posizione delle spalle, perché con le mani possono attaccarsi. Il caso più grave che ha partecipato al progetto, un uomo di 80 anni sulla carrozzella, veniva piazzato di peso sulla cyclette, dopo di che lavorava in autonomia, e pedalava da solo: era un uomo felice. L’ultima parte, psicologicamente meno impegnativa, ma che richiede più concentrazione perché lavora sulla coordinazione, è la “Pdance”, una forma di ginnastica con la musica eseguita su una sedia. Sembra strano, ma

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in questa posizione si può fare di tutto, coinvolgendo tutti i gruppi muscolari. Quando poi i partecipanti hanno preso confidenza con il movimento e il ritmo, e seguono di più la coordinazione che non l’esercizio in sé, li faccio alzare e la sedia diventa un appoggio per eseguire slanci, passi ecc… sono anche riusciti a ballare il Rock ‘n Roll! L’ultima lezione ho osato a tal punto che li ho fatti alzare dalla sedia, sedere per terra (esecuzione per tanti di loro difficilissima) e ritornare in stazione eretta da soli, di modo che potessero imparare a rialzarsi autonomamente dopo un’eventuale caduta. I risultati sono stati di grande soddisfazione, soprattutto a livello psicologico: si sono divertiti come pazzi! Durante la PDance, che svolgevamo in una sala molto grande, anche i caregiver hanno partecipato spontaneamente alla danza, creando un coinvolgimento emotivo molto bello e molto forte. - Momenti on e momenti off. Nel tuo libro si legge: “Durante i momenti on si può chiedere tutto, il soggetto può svolgere qualsiasi attività. Quando l’effetto dei farmaci comincia a sfumare, devono essere adeguate anche le ri-


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chieste”. Come modulare farmaci e attività fisica? I dosaggi e gli orari di somministrazione sono il punto cruciale della malattia, un percorso che dura anni e che necessita di continui aggiustamenti. Non ci sono studi ben precisi riguardo a come l’attività fisica possa interferire con l’assunzione di farmaci, però io sono abituata a monitorarmi molto e prendo nota di tutte le modifiche importanti. Recentemente ho scritto questo appunto, che riassume un po’ tutto: quando mi fermo, mi viene il Parkinson. Se mi fermo la mia terapia non funziona, perché è calibrata su di un corpo sempre in movimento, su ritmi molto serrati, anche se non stressanti: quindi l’implicazione è evidente. Quando un parkinsoniano sedentario comincia a praticare attività fisica, ha inizialmente bisogno di una maggiore copertura farmacologica; ma il movimento induce il corpo a produrre di più: si tratta solo di innescare il meccanismo. Senti, io non sono un neurologo, però ho fatto questo ragionamento: - io non produco dopamina; - la dopamina è prodotta dalla substanzia nigra encefalica, ma anche dalle ghiandole surrenali; è un precursore dell’adrenalina e della noradrenalina (è una sostanza intermedia nella biosintesi dell'adrenalina) e tutt’e tre sono catacolamine;

- quindi, tutto ciò che stimola la produzione di adrenalina fa aumentare la produzione di dopamina, ovvero - siamo sicuri che il movimento va in quella direzione. Anche l’attività fisica, di conseguenza, deve essere dosata e monitorata tanto che, quando io faccio molto movimento in più rispetto al mio standard, rimango sovra dosata. D’altra parte ho sperimentato che quando sento che sono a fine dose (i motivi che possono interferire sui dosaggi sono tantissimi e spesso imprevedibili), quando comincio a sentire il blocco (inizia una rigidità al collo, che poi scende), mentre gli altri si siedono, io inizio a muovermi, eseguendo esercizi complessi (ruota, verticale…). Non passano dieci minuti che mi passa tutto: perché mi aumenta il metabolismo! In me funziona così ed è da 10 anni che lo sto sperimentando. - Missione Parkinson è adattabile a qualunque l’età e a qualunque stadio della malattia? Il protocollo è per tutte le età e per tutti gli stadi della malattia, sicuramente consigliato in caso di Parkinson giovanile, anche se sono proprio loro le persone più dure a convincersi, soprattutto se manca un vissuto sportivo. Io con il Parkinson ho acquisito una sensibilità propriocettiva amplificata

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al massimo, perché sono sempre pronta ad ascoltare il mio corpo, e i sintomi della malattia che devo tenere sotto controllo: io scio meglio adesso rispetto a quando non ero malata! - Alcuni studi dimostrano che l’esercizio fisico finalizzato a una specifica attività (la pratica di uno sport) è più efficace sia in termini di programmazione motoria, che per le valenze ludiche e ricreative in esso contenute: quali possibilità ci sono per un malato di Parkinson di svolgere un’attività sportiva vera e propria? Nel libro racconti della tua esperienza con il nuoto, un piacere inizialmente negato dalla rigidità effettiva del tuo corpo e, successivamente (una volta intervenuta la terapia farmacologia), dalla paura di essere colta in acqua da rigidità improvvisa. Poi lo sblocco… È un obiettivo che tutti possono raggiungere? Certo che è possibile conciliare le attività sportive. Io sono testimonial della malattia per una casa farmaceutica e fra i testimonial (io sono l’ultima arrivata) c’è una maratoneta tedesca di 50 anni. Non è che non passi i momenti duri, anzi,


malattie neurodegenerative e attività fisica Link quelli se vuoi sono importanti per ricordarti che ce l’hai anche tu il Parkinson, però li superi, con volontà. Ci sono tante persone sportive che hanno questa malattia e nessuno nemmeno se ne accorge! A me piacerebbe che si esponessero, così come ho fatto io, perché potrebbero essere di stimolo agli altri. Anche chi non ha un vissuto sportivo alle spalle può iniziare con il Parkinson a praticare attività sportiva, ovviamente seguita, dosata, monitorata e, soprattutto, senza pretendere performance eccessive dal proprio corpo. - Che cos’hai in programma per il prossimo anno? Riprenderò Missione Parkinson, per due ore un pomeriggio la settimana con gruppi molto ristretti, di 4/5 persone. Mi farò dare uno spazio nella palestra che già mi ha ospitato, il Centro Sportivo Merone, un centro privato che mi ha messo a disposizione, gratuitamente, 3 sale contemporaneamente per svolgere il mio protocollo con la collaborazione del direttore Marco Saoncella, istruttore fitness, nuoto, aquagym e Gravity. È una palestra molto bella, con una piscina 25 mt, una sala fitness attrezzatissima, due sale corsi, e propone tantissime attività e servizi, ivi inclusa la riabilitazione. Purtroppo non è un centro convenzionato con

l’Asl e questo è un vero peccato, soprattutto pensando a una collaborazione protratta nel tempo. Un altro progetto che ho intenzione di realizzare è centrato sulla conoscenza della malattia, un punto veramente fondamentale, che al momento è lasciato alla libera iniziativa dell’individuo: i neurologi il Parkinson non te lo spiegano e in una malattia neurodegenerativa cronica non puoi accontentarti di quella visita neurologica ogni due mesi (se va bene) per 20 minuti, mezz’ora. Le problematiche che ruotano intorno al Parkinson sono sempre le stesse: l’accettazione della malattia, la conoscenza, il rapporto difficile con il medico e il monitoraggio. Io ho in mente un evento che ha per titolo “La scuola per pazienti professionisti”. A febbraio ci sarà un incontro a cui parteciperanno 7 neurologi, 6 pazienti e 2 psicologi per affrontare queste tematiche: per la prima volta neurologi e pazienti lavoreranno gomito a gomito, e da questo incontro ne uscirà un manuale, “Il paziente professionista”, che spero di pubblicare entro giugno dell’anno prossimo. Se la malattia è un disequilibrio, io oggi ho trovato l’equilibrio nel disequilibrio e quindi sono, di fatto, guarita. Io non mi considero una malata di Parkinson, io mi considero Michela Cancelliere, con il Parkinson.

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MISS PARKINSON STORIA DI UNA DONNA CHE NON SI È MAI ARRESA Edizioni San Paolo

Il morbo di Parkinson colpisce in Italia oltre 220.000 persone. Il malato di Parkinson si trova a dover affrontare movimenti involontari eccessivi, blocchi motori improvvisi, tremore e rigidità, difficoltà di parola, depressione e allucinazioni. Erroneamente si crede che la malattia accompagni i disturbi della vecchiaia, in realtà, in Italia 10.000 pazienti hanno meno di 45 anni e nella maggior parte dei casi la patologia insorge prima dei 60 anni. Questa è la storia di Michela, insegnante di educazione fisica superattiva, che scopre un giorno, dopo una diagnosi sbagliata, di essere affetta dal morbo di Parkinson, una malattia cronica che toglie progressivamente autonomia a chi ne è colpito. Invece di deprimersi, Michela coglie la malattia come occasione di una nuova vita nella quale ricominciare a vivere in modo diverso da prima. Un racconto in prima persona bellissimo e di grande potenza umana. Michela Cancelliere, nata a Monza nel 1959, si è laureata all’I.S.E.F. di Milano nel 1981, e attualmente insegna educazione fisica al Liceo scientifico “Galilei” di Erba. Qui racconta la sua storia, che vuole dare un messaggio positivo e ottimista.


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con link di approfondimento

La pratica del Tai Ji Quan

nella malattia di Parkinson

di Roberto Benetti benetti.roberto@fastwebnet.it

a premessa doverosa e fondamentale per affrontare una disciplina di qualunque tipo non appartenente alla nostra sfera culturale, è quella di acquisire informazioni precise e rigorose circa la storia, la filosofia, lo “spirito”, la “scienza” che ne sta alla base. Quando si parla di Tai Ji Quan manca spesso questo approccio, lasciando spazio il più delle volte a informazioni acquisite in maniera superficiale e strumentale allo scopo che uno si prefigge di raggiungere con la pratica di detta disciplina. In tal modo si perde di vista quello che essa è veramente,

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sulla base della storia e dell’effettivo utilizzo nel suo paese di origine: la Cina. Così si spiega perché, negli ultimi 40-50 anni di diffusione del Tai Ji Quan in Occidente, si siano sviluppate e abbiano preso piede tendenze che ne hanno spesso travolto i principi. Il Tai Ji Quan è un’Arte Marziale della tradizione cinese, dove per “Arte” si intende il tendere alla perfezione del gesto e per “Marziale” lo sviluppo di una naturale autodisciplina, innanzitutto corporea, poi emotivo-percettiva, infine mentale-spirituale. Tai Ji è il principio che genera i due op-

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posti Yin e Yang; Quan è l’applicazione marziale del principio Tai Ji. Il gioco degli opposti è sempre presente nel Tai Ji Quan: duro e morbido, movimento e quiete, velocità e lentezza si alternano armoniosamente in un continuo mutamento. Il Tai Ji Quan è un sistema integrato di allenamenti che riguarda l’aspetto fisico, energetico e mentale, che esplica i suoi effetti benefici a livello fisico, sciogliendo le articolazioni e rinforzando il corpo; a livello energetico, sviluppando un maggiore vigore interno; a livello mentale, aumentando la capacità di attenzione


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e di concentrazione. L’applicazione di un metodo rigoroso e scientifico nell’insegnamento e nella trasmissione del Tai Ji Quan consente di cogliere ed elaborare il principio della disarmonia interiore per poi, attraverso opportuni esercizi guidati, “regolare” e “tarare“ il proprio sistema-uomo per avvicinarsi sempre più all’armonia. Il principio di base nel movimento Tai Ji riguarda il concetto di sfericità (o rotondità) del gesto, ovvero lo sviluppo nello spazio di qualunque movimento corporeo. Gli esercizi di base (“Nei Gong” in cinese, che può essere tradotto come “lavoro interno” o “ginnastica consapevole”) sono studiati in rapporto alla visione sistemica della sfera: presenza di un asse centrale, sviluppo attorno a esso dei tre piani dimensionali nello spazio e relative coppie di forze (alto-basso, avanti-dietro, destra-sinistra). L’applicazione metodica in ogni segmento corporeo di questo principio costruisce lentamente il processo di consapevolezza del gesto. Si passa dunque dalla logica del prodotto o del risultato (saper fare un gesto, un esercizio) alla logica del processo (conoscenza del procedimento di come eseguire un gesto e capirne la correttezza in base al principio della polarità) al fine di sviluppare una maggiore consapevolezza del proprio essere.

PRATICA Senza entrare nello specifico della malattia di Parkinson da un punto di vista medico, le difficoltà motorie e di equilibrio di una persona affetta da questa malattia sono gli aspetti che risaltano maggiormente. La pratica del Tai Ji Quan (TJQ) come sopra definita, nella costante ricerca della rotondità e armonia del gesto, presenta delle caratteristiche che la rendono particolarmente indicata per le persone affette da tale patologia. Una metodologia orientata ad affrontare principalmente l’aspetto motorio consente di raggiungere comunque un obiettivo. È sicuramente riduttivo se guardiamo alle grosse potenzialità che la pratica del TJQ comporta per l’aspetto emotivopercettivo e mentale, ma consente di essere operativi in tempi rapidi per migliorare la funzionalità di semplici attività che il malato di Parkinson deve espletare nella vita di tutti i giorni. La pratica si svolge quasi sempre in stazione eretta, quindi la percezione del piede è fondamentale per poter sviluppare quella stabilità che consenta di muoversi nello spazio mantenendo l’equilibrio del proprio centro. L’uso di scarpe morbide e basse è altamente raccomandato per poter sentire il terreno: un albero si sviluppa forte e ritto in alto grazie a potenti e stabili radici, ma le radici devono affondare nella terra, non nel-

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la gomma! Attraverso opportuni esercizi di sensibilizzazione dei piedi si comincia a capire/esperire il concetto di centro di equilibrio che viene poi esteso, con specifici esercizi, ai segmenti corporei fondamentali che regolano la statica del corpo umano: ginocchia, anche/bacino, zona lombare, torace, zona cervicale/occipitale. Il lavoro differenziato e orientato alle singole parti del corpo viene sviluppato con esercizi specifici sui 3 piani fondamentali, lavorando prima per forze contrapposte (alto-basso, avanti-indietro, destrasinistra) e poi seguendo percorsi circolari e spiraliformi. La differenziazione ha il suo completamento con un processo di integrazione attraverso le figure e le movenze tipiche del TJQ, dove la lentezza diventa mezzo per la ricerca costante del centro di equilibrio sia in fase statica che dinamica. Progressiva-


malattie neurodegenerative e attività fisica

mente si sviluppa una maggior consapevolezza corporea attraverso un opportuno processo trasformativo del movimento fisico accompagnato da una costante presenza mentale. Ciò consente di affrontare il classico blocco motorio tipico del malato di Parkinson, spostando l’attenzione alla funzione del movimento piuttosto che al movimento stesso. Tale approccio alla disciplina comporta che non esistono “malati”, ma individui con maggiore o minore libertà di azione o di elaborazione dovuta a impedimenti di natura interna od esterna che limitano la pratica di una qualsivoglia disciplina. Questo metodo di lavoro consente di uscire dalla logica frustrante del non riuscire a comandare il proprio corpo nell’eseguire un determinato movimento, situazione tipica del malato di Parkinson, e, attraverso la logica del processo, ovvero dei piccoli passi, di raggiungere comunque un risultato corretto parametrato alle proprie possibilità del momento. Il gesto lento, misurato e di ascolto tipico del TJQ consente una “mappatura” del proprio sistema integrato corpo-energia-mente, attraverso la ripetizione di movimenti corporei che si sviluppano con forze opposte nei tre piani fondamentali. Ogni lezione tiene

conto dei criteri esposti ponendo l’attenzione a due momenti fondamentali nella pratica del TJQ: la ginnastica consapevole adatta a tutti, anche a coloro che hanno problemi di deambulazione, e l’applicazione della ginnastica nel movimento attraverso delle camminate tratte dalle movenze del TJQ che, combinate assieme, danno luogo a quella che si chiama “Forma”. Al termine di un gruppo di lezioni (circa 1 volta al mese) sono proposti esercizi semplici da eseguire a casa, con l’aiuto dei famigliari, senza controindicazioni. A questo proposito il coinvolgimento dei famigliari è particolarmente raccomandato. I benefici principali riscontrati sono: - miglioramento della postura generale - migliore percezione delle forze sia in posizione statica che in movimento - sviluppo di una maggiore consapevolezza - maggior sicurezza nel movi-

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mento nello spazio - maggiore equilibrio o minor probabilità di perderlo - maggiore autostima - minore senso dell’handicap - maggiore chiarezza mentale.

STUDI Si sono sviluppati negli ultimi anni una miriade di studi e ricerche riguardanti gli effetti del TJQ sulla malattia di Parkinson. Dalla quantità e dalla provenienza di queste ricerche, si osserva come il mondo medico a livello internazionale cerchi di dare una spiegazione scientifica all’innegabile condizione di benessere e miglioramento percettivo del proprio stato che la pratica del TJQ esercita sui malati. Riporto a esempio due studi. Tai Chi improves balance and Link mobility in people with Parkinson disease, Madeleine E. Hackney and Gammon M. Earhart del Dipartimento di Neurologia e Neurobiologia, Washington University School of Medicine, St. Louis, MO, U.S.A., 2008. Si tratta di uno studio pilota che esamina gli effetti del TJQ sull’equilibrio, il movimento e la mobilità nelle persone affette dal


malattie neurodegenerative e attività fisica

Link

Parkinson. Sono stati selezionati trentatre malati e divisi casualmente in due gruppi: uno che pratica TJQ e l’altro di controllo. I risultati hanno evidenziato un miglioramento generale nel gruppo che pratica TJQ, dall’analisi di alcuni test significativi come il Berg Balance Scale, UPDRS (Unified Parkinson's Disease Rating Scale), Timed Up and Go (test per misurare la mobilità fondamentale), camminata da sei minuti, e camminata all’indietro. Tutti i praticanti di TJQ hanno migliorato la sensazione globale di benessere. La conclusione dello studio è stata che il TJQ è una forma di esercizio appropriato, sicuro ed efficace per coloro che sono affetti dalla malattia di Parkinson a livello medio o moderatamente grave. Tai Chi Chuan in the Management of Parkinson’s Disease and Alzheimer’s Disease, Klein PHong Y: Tai Chi Chuan. State of the Art in International Research. Med Sport Sci. Basel, Karger, 2008, vol 52, pp 173-181 (DOI: 10.1159/ 000134298). In quest’articolo sono fornite alcune raccomandazioni su come insegnare e praticare TJQ adattato per

i malati di Parkinson e Alzheimer. Da varie ricerche emerge come la pratica del TJQ è ampiamente riconosciuta come attività complementare nei malati di Parkinson, anche se esistono pochi risultati scientifici certi sugli effetti del TJQ sul Parkinson. Impressioni cliniche: la lentezza e la regolarità ritmica degli esercizi basati sull’attività funzionale, la stimolazione interna degli organi, l’atteggiamento flessibile del corpo, gli effetti dell’allenamento sui centri di equilibrio e in generale gli effetti benefici dei movimenti del TJQ hanno rilevanza clinica soprattutto per i malati di Parkinson, svolgendo attività di prevenzione delle cadute (riducendo la probabilità di cadute rovinose), riducendo il tremore e controllando l’attività motoria. La raccomandazione sia per i malati di Alzheimer sia soprattutto per i malati di Parkinson in stato medio o avanzato è quella di praticare degli esercizi “strategici” adattati, tratti dai movimenti del TJQ, facendoli diventare parte integrante delle attività quotidiane.

CONSIDERAZIONI Per ottenere buoni risultati con il Tai

Ji Quan, sono necessari: - personale docente preparato e qualificato sia dal punto di vista tecnico che metodologico-didattico; - buone capacità relazionali in ambienti di insegnamento specifici - approccio scientifico alla disciplina; - pazienza con se stessi e fermezza nell’applicare i principi del Tai Ji Quan; - chiarezza di linguaggio e capacità di comunicare per metafore. Il linguaggio verbale usato durante le lezioni deve stimolare la capacità di ascolto e di esecuzione consapevole del movimento. L’importante per il malato non è tanto il “ricordare” i movimenti o una sequenza, quanto il “fissare” i Principi che stanno alla base dei movimenti fondamentali del corpo umano nello spazio in modo da renderli parte integrante (“normali”) del proprio vivere quotidiano. Dopo anni di pratica e di esperienza d’insegnamento, questi studi e gli innumerevoli altri effettuati confermano la mia valutazione personale sulla pratica del TJQ con i malati di Parkinson: il movimento corporeo consapevole aiuta la mobilità, l’equilibrio, il senso globale di benessere, la chiarezza mentale in coloro che lo praticano siano essi “malaLink ti” o “sani”.

ROBERTO BENETTI Pratica Tai Ji Quan da 25 anni e lo insegna da 15 in Italia e all’estero. Dal 2006 partecipa al progetto regionale “Volere è potere” in collaborazione con l’Associazione Vicentina Malattia di Parkinson, insegnando Tai Ji Quan ai malati. È docente di “Principi e Tecniche applicative del Tai Ji Quan” presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Padova nel corso di Laurea Magistrale di Scienze e Tecniche dell’attività motoria preventiva e adattata.

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OPERATORE DI FITNESS METABOLICO La Scuola di Professione Fitness e Galdus (provider nazionale per la formazione ECM) hanno realizzato una partnership che permetterà di acquisire crediti formativi per ogni singola giornata di corso. Sono 35 milioni i soggetti portatori di sindrome metabolica in Italia: questo corso è strutturato per formare operatori dell'attività fisica che possano interagire con essi. Una significativa prospettiva economica, uno sguardo importante aperto sul benessere, la prevenzione e il miglioramento della qualità di vita individuale e sociale. Il corso si propone di specializzare i discenti nel servizio di personal trainer metabolico. Il personal metabolico saprà gestire in sicurezza e con successo i soggetti sedentari e affetti da diabete, ipertensione, obesità, ipercolesterolemia, ovvero la sindrome metabolica. Il corso contiene numerosi strumenti assolutamente nuovi e originali e consente di conseguire, attraverso un percorso di 5 giornate, la certificazione di Operatore di Fitness Metabolico.

A CHI È RIVOLTO? Fisioterapisti, massofisioterapisti, istruttori di fitness, personal trainer, laureati in scienze motorie, dietisti, infermieri, infermieri pediatrici, medici chirurghi, educatori professionali, assistenti sanitari.

REQUISITI I requisiti sono soprattutto di natura tecnico-relazionale, con conoscenze dal punto di vista anatomico e fisiologico. Indispensabile è essere desiderosi di implementare il proprio bagaglio professionale, con la prospettiva e l'entusiasmo di trasferire nuove conoscenze ai soggetti più fragili dal punto di vista psicofisico.

PROGRAMMA Prima giornata La sindrome metabolica e il fitness metabolico; inquadramento dei soggetti sedentari dal punto di vista epidemiologico e fisiologico. Il metodo degli ope-

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ratori di fitness metabolico. Fitness terapia medicalizzata e fitness metabolico come stile di vita motorio proposto dall’operatore motorio. Soluzioni teorico pratiche. Seconda giornata Diabete, ipertensione, obesità, ipercolesterolemia: l’inquadramento delle patologie della sindrome metabolica in funzione dell’attività motoria. Ruolo del medico e dell’operatore metabolico. Terza giornata Il soggetto metabolico, il sedentarismo, la malnutrizione, la fragilità motoria, la capacità funzionale da eccesso, l’anamnesi metabolica. Quarta giornata I test di misura per soggetti metabolici per forza, resistenza, mobilità e coordinazione; il nuovo approccio dei fix di misura. Come evitare il rischio acuto per prevenire il rischio cronico. Soluzioni operative. Ginnastica in modalità uno a uno, uno a pochi e uno a molti. Quinta giornata Metodologia della proposta motoria, il tempo motorio, la gestione del rapporto con il soggetto metabolico; linee guida di comportamento alimentare, il diario metabolico, l’alfabetizzazione motoria del soggetto metabolico. Il diario motorio e il passaporto metabolico. Elementi di promozione e marketing sociale sul territorio.

VUOI SAPERNE QUALCOSA DI PIÙ? Esami: Al termine del percorso formativo delle 5 giornate, è prevista una giornata di esame con discussione di una tesina concordata con il relatore, per il conseguimento della certificazione di Operatore di Fitness Metabolico, rilasciata da Professione Fitness. Quanto dura: 5 giornate da 8 ore Quanto costa: 150 euro (Iva esclusa) per ogni singola giornata. Dove: presso Galdus Società Cooperativa, Via Pompeo Leoni, 2 Milano Quando: 8 e 22 febbraio - 8 e 22 marzo - 5 aprile Iscrizioni e informazione: contattare la segreteria organizzativa di Galdus: Eleonora Pedroli - pedroli@galdus.it Tel 0249516000 - Fax 0249516279 www.galdus.it

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Master di tre giorni, accessibile preferibilmente a personal trainer, diplomati Isef e laureati in Scienze Motorie, fisioterapisti e medici. Questo master fornisce tutte le conoscenze necessarie per ottimizzare la prestazione attraverso il massaggio e per guidare l’atleta verso il pieno recupero funzionale da eventi traumatici acuti e cronici. - Aspetti fisiologici e meccanismo d’azione del massaggio. - Indicazioni e controindicazioni. - Periodizzazione e finalità del massaggio sportivo. - Esame del paziente - Tecniche del massaggio - Trattamento del rachide cervicale, del tronco, del bacino e degli arti. Dove e quando: Milano, a partire da sabato 26 febbraio Quanto dura: 3 giornate Orario: 10.00-13.00,14.00-17.00 Quanto costa: 290 euro per iscrizioni entro il 30 dicembre; 330 euro per iscrizioni entro il 30 gennaio; 370 euro per iscrizioni successive; + 30 euro di iscrizione alla scuola, validità annuale. Prezzi Iva inclusa.

Saper analizzare e comprendere la postura di un soggetto è la tappa obbligata per elaborare un programma di allenamento davvero “personal”. Con questo stage vi impadronirete di uno strumento pratico di grande accuratezza, con uno sguardo alla psicologia. - Dal neonato all’anziano: la formazione e l’evoluzione delle curve rachidee. - La postura fisiologica del soggetto - Appoggio plantare ed effetti posturali. - Gli effetti del sistema muscolo-connettivale sull’apparato scheletrico. - Individuare le asimmetrie mediante la valutazione posturale. - Contrazione, contrattura e retrazione muscolare. I test. - Muscoli agonisti, antagonisti e sinergici. - Esercitazioni pratiche di gruppo. Dove e quando: Milano, sabato 20 febbraio Orario: 10.00-13.00 e 14.00-17.00 Quanto costa: 120 euro entro il 30 dicembre; 150 euro entro il 30 gennaio; 180 euro (Iva inclusa) dopo tale data; + 30 euro di iscrizione alla scuola, validità annuale. Prezzi Iva inclusa.

STRETCHING EVOLUTO

COMPOSIZIONE CORPOREA e ANTROPOPLICOMETRIA

Lo stretching è in continua evoluzione. Non è più semplice allungamento muscolare, ma mobilità fine e globale, con particolare accento sugli aspetti neurofisiologici. - Neurofisiologia: approfondimento - Tessuto connettivale e rigidità articolari. - Definizione di contrazione isometrica di tipo eccentrico. - Ruolo della respirazione nello stretching olistico. - Influenza dell’allungamento sulla postura. - Individuare e trattare i trigger points. - Valutazione e miglioramento della mobilità cervicale. - Valutazione e miglioramento della mobilità lombare. Dove e quando: Milano, sabato 5 marzo Orario: 10.00-13.00,14.00-17.00 Quanto costa: 120 euro per iscrizioni entro il 30 dicembre; 150 euro per iscrizioni entro il 30 gennaio; 180 euro dopo tale data; + 30 euro di iscrizione alla scuola, validità annuale. Prezzi Iva inclusa.

Obiettivo della giornata di formazione è di fornire i contenuti pratici e teorici della misurazione corporea. La valutazione della composizione corporea è uno strumento utile per programmare e monitorare il lavoro fisico e gli obiettivi. È anche uno strumento di fidelizzazione perché aiuta il personal trainer a instaurare una relazione professionale di credibilità ed efficienza con i propri assistiti. - Cos’è l’antropoplicometria. - Procedura delle misurazioni plicometriche; rilevazioni e descrizione dei punti di repere per le pliche. - Rilevazioni e descrizione delle circonferenze. - Body Mass Index (BMI). Dove e quando: Milano, sabato 19 marzo Orario: 10.00-13.00 e 14.00-17.00 Quanto costa: 120 euro per iscrizioni entro il 30 dicembre; 150 euro per iscrizioni entro il 30 gennaio; 180 euro dopotale data; + 30 euro di iscrizione alla scuola, validità annuale. Prezzi Iva inclusa.

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FITNESS METABOLICO formazione a distanza l corso a distanza per operatore di fitness metabolico permette di raggiungere obiettivi operativi altamente specialistici, fornendo le basi necessarie teoriche e pratiche per realizzare percorsi motori personalizzati in sicurezza per la sindrome metabolica: - ipertensione e malattie cardiovascolari; - soprappeso e obesità; - diabete; - artrosi e osteoporosi. Il corso si sviluppa in un'opera composta da un volume + 8 DVD multimediali con contributi tecnici: - audio mp3 con registrazioni e approfondimenti verbali; - video con filmati didattici e tecnici; - immagini a supporto dei testi; - testi con documenti interi o recensiti; - presentazioni con grafici e tabelle. ATTENZIONE: I DVD SONO FRUIBILI SOLO SU PERSONAL COMPUTER E NON SU MACINTOSH

I

CONTENUTI Strumenti tecnici • Accreditamento istituzionale: “attività motoria come prevenzione sociale”. • I soggetti metabolici: definizione delle principali parole chiave; sedentarismo e malnutrizione da eccesso, stili di vita. • Alfabetizzazione motoria, Fitness metabolico e Fitness terapia: tre livelli per un nuovo stile di vita. • Equilibrio funzionale, allenamento funzionale: la grande gara della vita quotidiana. • Fitness metabolico e diabete. • Fitness metabolico e obesità, sovrappeso, anoressia e bulimia (strategie integrative nel centro fitness). • Fitness metabolico e ipertensione, malattie cardiovascolari.

• Fitness metabolico e apparato locomotore: artrosi e osteoporosi. • Classificazione, approccio psicologico e fidelizzazione del soggetto metabolico. • Classificazione e approccio dei soggetti sedentari, motori, sportivi, e agonisti. • Selezione e abstract della più recente bibliografia scientifica internazionale sul fitness metabolico. • Aspetti di marketing e gestionali: come si vende il fitness metabolico e con quali “pacchetti servizio”. • Formazione per lo staff di vendita: inquadramento generale.

Step operativi • Inquadramento del soggetto e anamnesi metabolica: un metodo di sicurezza per l'operatore e il soggetto metabolico; • gli strumenti di misura: dai test tradizionali dello sport ai Fix metabolici specifici; il tempo zero; • le misure sicure per la gestione dei metabolici; • strumenti di lavoro e unità motorie metaboliche; • programmazione dell'attività motoria; • insegnamento dell'attività motoria; • strumenti di fidelizzazione: il passaporto metabolico;

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Docente: Alessandro Lanzani Quanto costa: 720 euro Iva inclusa. La quota comprende: l'iscrizione alla scuola, l'opera completa + 1 Workshop tecnico + l'esame finale (a Milano) per conseguire la certificazione. È possibile ottenere più certificazioni con la stessa opera: per qualsiasi ulteriore informazione contattare la segreteria corsi al numero 02.58112828 o consultare il sito internet:

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MODALITÀ DI ISCRIZIONE

Ogni corso prevede un esame finale al quale potrai accedere frequentando almeno l’80% delle lezioni teoriche. Il voto che otterrai sarà espresso in centesimi: 60/100 è la votazione minima necessaria per ottenere il diploma rilasciato da Professione Fitness e riconosciuto da Uisp sport per tutti, comitato di Milano, ente di promozione sportiva riconosciuto dal CONI. A ogni master, frequentando almeno l’80% delle lezioni, otterrai un attestato di partecipazione rilasciato da Professione Fitness e riconosciuto da Uisp sport per tutti, comitato di Milano, ente di promozione sportiva riconosciuto dal CONI. Ogni stage è un’iniziativa monotematica di una giornata al termine della quale otterrai un attestato di partecipazione rilasciato da Professione Fitness e riconosciuto da Uisp sport per tutti, comitato di Milano, ente di promozione sportiva riconosciuto dal CONI.

La quota di partecipazione ai corsi comprende il materiale didattico, l’accesso alle lezioni e il diploma o attestato di partecipazione. Per iscriverti puoi venire di persona presso la nostra sede amministrativa in via Orseolo n°3 a Milano, oppure puoi scegliere una tra le seguenti modalità: • Versamento sul conto corrente postale n°26993204 intestato ad Alea Edizioni - via Sapeto 5, 20123 Milano • Bonifico bancario sul conto corrente n°48054 intestato ad Alea Edizioni- Banca Popolare di Milano Ag. 7 –IBAN IT 43 Q 05584 01607 00000 0048054; in entrambi i casi è necessario inviare via fax la fotocopia del versamento postale o del bonifico bancario segnalando il nome dell’iniziativa scelta, i dati personali, il codice fiscale, un recapito telefonico ed e-mail al fax n° 02.58111116. • Assegno bancario non trasferibile intestato ad Alea Edizioni, da inviare, unitamente al nome dell’iniziativa scelta, i dati personali, il codice fiscale, un recapito telefonico ed email, tramite posta prioritaria a Professione Fitness via Orseolo 3 - 20144 Milano.

SEGRETERIA ORGANIZZATIVA Per ogni informazione la nostra segreteria organizzativa è sempre a tua disposizione. Ci trovi presso Professione Fitness in via Orseolo, 3 Milano. Il nostro numero di telefono è 0258112828, fax 0258111116, e-mail infoscuola@professionefitness.com. La fermata più vicina della metropolitana è MM S. Agostino sulla linea verde. Ci trovi dal lunedì al venerdì, dalle 9.00 alle 18.00

ANNULLAMENTI E RINUNCE La Scuola di Professione Fitness si riserva il diritto di annullare le iniziative in programma qualora non si raggiunga il numero minimo di iscritti, provvedendo in tal caso al rimborso totale delle quote già corrisposte. In caso di rinuncia, la Scuola di Professione Fitness provvederà al rimborso parziale della quota corrisposta secondo le modalità indicate nel sito www.professionefitness.com

I NOSTRI DOCENTI Alessandro Lanzani Direttore scuola Francesco Capobianco Responsabile scuola Davide Fogliadini Massofisioterapista, personal trainer Edoardo Lanzani Medico ortopedico, esperto in rieducazione funzionale Davide Girola Medico, esperto in riabilitazione cardiologica Roberto Dagani Laureato in scienze motorie, massofisioterapista Andrea Scala Laureato in scienze motorie, personal trainer,

Serenella Lattanzio Avvocato, esperta in normative tributarie Luca Mazzotti Dottore commercialista Andrea Medici Preparatore atletico, esperto in osteopatia Gianni Montagna Trainer, esperto in alimentazione e integrazione Andrea Gianesella Laureato in scienze motorie, Presenter di discipline musicali Francesca Degasperi Presenter di discipline musicali Corrado Ceschinellli Sociologo, naturopata, preparatore atletico ed esperto in comportamenti alimentari

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Cosa serve per diventare personal trainer? Partendo da un’analisi storica della professione, il libro risponde a questa domanda illustrando le competenze tecniche, psicologiche, commerciali e manageriali che il professionista deve possedere.

Il manuale richiama le nozioni teoriche per affrontare l’utilizzo dell’elettrostimolazione in allenamento sportivo, riabilitazione ed estetica. In appendice sono fornite tavole di posizionamento elettrodi ed esempi di schede personalizzate.e.

Francesco Capobianco (Cap.4 ‘Personal trainer come libero professionista’ a cura di Paola Bruni Zani )

Alea Edizioni 2001 - pag. 240 Euro 26

Fabio Aprile e Fabio Perissinotti Alea Edizioni 1998 - Pag. 128 E 20,66

PERSONAL TRAINING BUSNESS

PUNTI MOTORI DI ELETTROSTIMOLAZIONE

Questo lavoro pone una lente d’ingrandimento sulla professione del personal trainer. Dall’analisi delle potenzialità di mercato al management e alla comunicazione fino ad arrivare all’organizzazione gestionale dell’impresa PT, il testo si propone di avviare trainer esperti e non a un percorso di successo. Daria Illy Alea Edizioni 2002 Pag. 128 - Euro 21

Per la corretta applicazione dell’elettrostimolazione è fondamentale conoscere con precisione e accuratezza i punti motori. Avere una mappa precisa permette un allenamento senza effetti collaterali non solo nei distretti più conosciuti, ma anche a livello di tibiali, peronei, trapezi, obliqui e cuffia dei rotatori.. Alessandro Lanzani Alea Edizioni 1999 Pag. 128 - E 20,66

ELETTROSTIMOLAZIONE NUOVE FRONTIERE

PREPARAZIONE ATLETICA IN PALESTRA Come effettuare all’interno del centro fitness una preparazione atletica che miri non soltanto al benessere fisico, ma che proponga esercizi con i sovraccarichi per la muscolatura specifica dello sport, con un occhio particolare all’esecuzione e alla richiesta energetica il più possibile simili al gesto sportivo. Maurizio Fanchini Alea Edizioni 1999 Pag. 192 - Euro 25,82

Il volume mette in risalto le metodiche di allenamento con l’utilizzo dell’elettrostimolazione, facendo riferimento alle variazioni metaboliche, agli indici di fatica ed alla modulazione dei parametri che condizionano l’allenamento. Sono inserite un’ampia parentesi sulla riabiltazione associata all’elettrostimolazione e una valutazione sulle possibili utilizzazioni nell’immediato futuro. Fabio Aprile - Fabio Perissinotti Alea Edizioni 2001 Pag 144 - E 20,66

FREE METHOD BIKE

CROSS TRAINING

Il free method bike è una metodica di allenamento su bicicletta stazionaria che ha come obiettivo principale il voler dare strumenti e mezzi per programmare e arricchire nel tempo un’attività motoria clinica. L’intento è quello di guidare i lettori ad un uso razionale dell’attività, adattandola a tutte le età, per il raggiungimento del benessere psico-fisico.

L’analisi del cross training, degli effetti e delle sue potenzialità, potrebbe costituire la nuova frontiera dello sport di vertice e dello sport sociale. La sfida è lanciata, l’avventura comincia, sperando di ritrovarci numerosi su questo percorso.Cos’è il cross training? I diversi tipi di allenamento incrociato e gli adattamenti.

Roberto Carminucci , MariaLuisa Quinci Alea Edizioni 2001 Pag. 144 - Euro 20,66 -

Simone Diamantini Alea Edizioni 1999 pag. 128 Euro 16

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Propriocettività,

Coordinazione

Equilibrio,

PEC

Seconda parte

di Maurizio Ronchi con la collaborazione di Marco Gibin, Jacopo Masera, Federico Polimene, Fulvio Zecchinello passivattiva@libero.it

li esercizi propriocettivi di prevenzione, basati sulla progressiva capac i t à d i re s i s t e re a g l i squilibri, stimolano la muscolatura in modo da evitare delle contrazioni isolate (o ritardate), sollecitando gruppi o combinazioni di gruppi muscolari, dove la ripetizione dell’esercizio fa acquisire sicurezza, rapidità e precisione al gesto atletico-sportivo (1). È passato molto tempo da quando Sherrington nel 1906 coniò il

G

termine “propriocettività”, e ora sembra finalmente chiaro l’intento e l’importanza primaria che questo concetto ha per la vita sportiva e non di un’atleta. Bisogna riconoscere il grande apporto che gli studiosi e i ricercatori hanno fornito alla scienza dell'allenamento e alla riatletizzazione da Sherrington a oggi. La figura 1 rappresenta il sistema propriocettivo, e illustra come si relaziona la capacità esterocettiva (i recettori che ricevono gli stimoli esterni),

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con quella enterocettiva (i recettori che rilevano i movimenti interni del corpo). Il Sistema Nervoso centrale, in base a queste informazioni, finalizza la propriocettività in base a cui si realizzano sia le modulazioni muscolari necessarie all'equilibrio statico, che le coordinazioni necessarie al movimen-to. La condizione propriocettiva deve essere allenata con continuità per far sì che la rilevazione degli stimoli e la risposta conseguente sia pronta ed ef-


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ficace, specialmente durante una performance sportiva: questa è la prerogativa dei programmi PEC e di questo lavoro. Riprendo lo studio di Sforza et al. "Nel mondo di Ovalia" (2) che indica come i traumi acuti, quelli articolari e in modo speciale del tratto cervicale, possono avere effetti anche catastrofici sulla vita e sulla qualità della vita di uno sportivo o di un atleta professionista. Durante la pratica sportiva del rugby, per esempio, le continue e ripetute sollecitazioni delle strutture muscolari, ossee e legamentose della colonna cervicale - e non solo possono superare le capacità di compenso dell'organismo per la stabilità funzionale. È pertanto necessario che per la pratica di attività, sia professionistiche che amatoriali, dove sono coinvolte delicate strutture del corpo, sia previsto un adeguato allenamento con esercizi di potenziamento della muscolatura. Lo specifico training per la propriocezione sarà invece utile per il recupero della stabilità funzionale dei giocatori, ma soprattutto per prevenire un danno più o meno importante.

PREVENZIONE Nella mia attività di bodyworker sportivo, lavoro per lo più con atleti di sport di contatto (arti marziali, rugby) o estremi (alpinismo, skyrunner, free&ice climbing), e cerco di incanalare la loro attenzione sull’importanza dei prog r a m m i p e r l a p re v e n z i o n e . I “miei” ragazzi della prima squadra del Seregno Rugby sono quasi tutti studenti universitari, con una imminente carriera da professionisti o imprenditori nel mondo del lavoro. Mi preme fare capire che questi programmi preventivi non “rubano tempo” a quelli per la tecnica di specialità, ma nascono per la salvaguardia della loro salute, per non "giocarsi" il futuro sportivo e la vita sociale. Faccio presente che non tutte le discipline sportive permettono

l'uso di protezioni, pertanto sono i diversi staff che devono mettere in atto programmi e allenamenti dedicati alla prevenzione. È ormai riconosciuto che sia il lavoro per la fase di preparazione o di riatletizzazione, che il rapporto tra gli operatori dello staff medico e tecnico, debba essere globale e sinergico. Non ha più senso un lavoro compartimentale chiuso, dove i diversi programmi sanitari e quelli di specialità sportiva siano fini a se stessi: questa sinergia per il mantenimento o il ripristino funzionale, fatta di esercizi motori muscolo-articolari per l’equilibrio e la coordinazione, di potenziamento svolto in palestra e di allenamenti specifici, per completezza deve prevedere anche un costante lavoro sul corpo dell'atleta con l'ausilio delle tecniche di bodyworks. Da questi primi anni duemila emerge, secondo i risultati di alcuni studi e r i c e rc h e n e l s e t t o re S p o r t s Med&Rehab, l'efficacia del contributo offerto da questi trattamenti manuali a completamento di quell’ottica di globalità per la preparazione atletica e la tutela della salute durante la pratica dell'attività sportiva. La mia lunga esperienza in questo campo mi ha portato a considerare che in un programma PEC, dove gli esercizi sono impostati per il posizionamento-riposizionamento articolare per il recupero del senso di posizione e percezione del movimento (3), sia necessario predisporre un programma parallelo di bodyworks per un continuo check muscolo-articolare e di feedback dall’atleta. Si deve predisporre l’atleta al ripristino dell’autocoscienza, affinché possa recepire il maggior numero possibile di stimoli afferenti, da quelli di pura percezione, tattili e visivi, a quelli biomeccanici, movimenti articolari e cinetica del movimento. Ecco come il lavoro dello sportbodyworker, essendo prettamente manuale di contatto fisico, tramite l’utilizzo di va-

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Figura 1. tratto da

http://www.profeet.co.uk/f_scProprioception.asp/

Gli esercizi di propriocettività, equilibrio e coordinazione, non sono esclusivi per il movimento del corpo, ma come dice il caro professor Dal Monte, perfino nella capacità di raggiungere il massimo possibile di immobilità! Nel tiro a segno o in quello con l’arco, infatti, l'immobilità assoluta costituisce il presupposto per avere una "piazzola di tiro" la più efficiente possibile, allo scopo di centrare il bersaglio. In questo caso viene utilizzata una tavoletta a cuscino d’aria, utile per acquisire una prima confidenza con gli esercizi di equilibrio.

Esercizio multifunzionale surf su una barra o asta del bilanciere: equilibrio, coordinazione e propriocettivo per caviglie e pelvi. I mm. Ischiocrurali lavorano sul piano laterale per stabilizzare il ginocchio, propedeutico per le attività con bruschi cambi di direzione: sci, snow-board, pattinaggio, sport di palla e corsa.


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rie tecniche di massaggio e manipolazione mio-fasciale, mobilizzazione articolare e stretching, possa predisporre al meglio l’atleta e constatare de visu gli sviluppi e i miglioramenti ottenuti con un programma PEC.

RIATLETIZZAZIONE

La tavoletta a mezza sfera di appoggio di varie misure permettono di incrementare o meno l’instabilità. Ottenuta una buona padronanza bipodalica, si prosegue in monopodalico per ottenere il massimo equilibrio statico. La fase successiva diviene dinamica per la coordinazione, si eseguono varie figure a sequenza di movimento o, per aumentare la difficoltà, si simulano i movimenti del "tai chi".

Diversa instabilità su differenti tavolette: si cerca un appoggio di carico instabile (tavoletta a cuscino d'aria) contro l'altro appoggio per la ricerca dell'equilibrio della tavoletta a sfera.

Sappiamo che, in base a specifici studi anatomici condotti sul tessuto connettivo (4), un trauma lesivo comporta anche un’alterazione della fascia muscolare, con possibile danno ai meccanocettori presenti nel tessuto (5) e quindi, di riflesso, un’errata percezione degli stimoli propriocettivi con conseguente imprecisa o ritardata reazione di adattamento. Un riequilibrio fasciale tramite differenti tecniche, tra cui la manipolazione che svolge un release delle aderenze fra le fibre collageniche del tessuto connettivo (6), ne consente, assieme alle tecniche PEC, un ottimale recupero funzionale e globale. Così come viene eseguita dallo staff medico durante la prima delicata fase fisioterapica rieducativa, anche per quella successiva di riatletizzazione post-terapeutica, il bodyworker dovrà testare "prima e dopo" le sedute di lavoro, la condizione fisica dell'atleta attraverso il controllo del tono e trofismo muscolare, del ROM muscolo-articolare e di ogni eventuale scompenso posturale. Mi soffermo brevem e n t e s u l R O M m u s c o l a re . Generalmente, come protocollo, l'operatore di turno esegue i vari test per la verifica del range of m o t i o n a r t i c o l a re , s i a a t t i v o (aROM) che passivo (pROM): bene! Ma è molto importante anche il controllo di quello muscolare, ossia lo spazio/percorso che il muscolo occupa durante il cambio di stato morfologico tra le fasi di relax, contrazione e allungamento. Sempre Stecco et al. evidenziano come un’anomalia nel-

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l’escursione muscolare, dovuta a una formazione di tessuto fibroso nell’interfaccia mio-fasciale debba essere al più presto normalizzata e corretta con le tecniche di manipolazione, per il ripristino fisiologico del movimento. La figura del bodyworker viene quindi in aiuto nell'eseguire questa preventiva mappatura muscolare del corpo dell’atleta all’inizio del percorso PEC. La palpazione e i vari test di ROM andranno a sommarsi all’anamnesi e ai riscontri posturali/funzionali dello staff medico-terapeutico, per ottenere una visione globale della condizione fisico-atletica e così mettere a punto un programma di lavoro il più efficace possibile. Melegati et al. descrivono come momento fondamentale per la prevenzione, che la valutazione della flessibilità e della forza muscolare avvenga prima dell'inizio della stagione agonistica (3). Con questo bodycheck, fatto di test e manualità di palpazione profonda, l'operatore è in grado di rilevare la presenza di debolezza-insufficienza o diversità di tono-tensione tra le diverse strutture mio-fasciali, o di deficit di scorrevolezza tra gli strati tissutali. Queste condizioni possono essere in grado di viziare i normali schemi posturali, statici e motori. Corradini et al. hanno riscontrato una maggior frequenza di infortuni per gli atleti che avevano evidenziato, nei test iniziali, uno squilibrio posturale e che successivamente manifestavano anche una difficolt à d i re c u p e ro f u n z i o n a l e ( 7 ) . Durante la mappatura muscoloarticolare, l’operatore deve tenere informato l’atleta su come stia trovando e valutando il suo stato fisico. Deve inoltre spiegare gli schemi motori che si metteranno in atto durante il programma di lavoro, in previsione di allentare le tensioni emotive del rifarsi o del sentir male, affinché riprenda coscienza delle proprie capacità gestuali, of-


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fuscate dal forzato stop da infortunio. Si deve avere e si deve dare all’atleta, la sicurezza che la sua condizione fisica sia sufficientemente adeguata alle esigenze più o meno impegnative di un training PEC.

NOTE 1. Faverio D.: La propriocettività e la pallacanestro - www.preparazioneatletica.it 2. Sforza C., Corradini C., Grassi G . , B o r g o n o v o L . , Tu rc i M . , Galante D., Shirai Y., Ferrario V.F.: Nel mondo di Ovalia Sport&Medicina, 6 , nov./dic. 2008 (per gentile concessione dell’autrice) 3. Melegati G. et al.: Riabilitazione d e l l e Te n d i n o p a t i e : E v i d e n z e Cliniche - 2003, 32-45 4. Stecco A., Masiero S., Macchi V., Porzionato A., Stecco C., De Caro R., Ferraro C.: Le basi anatomiche del danno propriocettivo negli esiti di distorsione della cavig l i a - E u r. J . R e h a b 2 0 0 8 ; 4 4 suppl. 1-to n°3 5. Stecco A.: Nuovi approcci riabilitativi nel trattamento dell’instabilità della caviglia - atti dei lavori del I° Convegno sulla Manipolazione Fasciale, CMS Vicenza, 2009 6. Stecco A., Masiero S., Stecco C., Ferraro C.: Il trattamento riabilitativo dell’instabilità funzionale dolorosa negli esiti di distorsione d i c a v i g l i a - E u r. M e d . P h y s . 2009;45 suppl. 1 to n° 3 7. Corradini C., Cappadonia C., Parravicini L., Gattoronchieri V., Di Domenica F.: Lo sviluppo muscoloscheletrico nei giocatori di rugby under 17 - atti del Congresso Nazionale AMIR 2008 La ricerca scientifica applicata al rugby del XXI secolo, Milano, 2008 www.hsantalucia.it/ 29. Ronchi M.: Tecnica passivattiva nello scollamento mio-fasciale: arti inferiori - www.sportemedicina.it/, 2008

MARCO GIBIN Laureato in Fisioterapia e Riabilita-zione presso l’Università degli Studi di Milano, riabilitatore per patologie cerebrolesive e ortopediche presso l’Associazione “Nostra Famiglia” IRCCS “Eugenio Medea”, riabilitatore per patologie ortopediche e neurologiche presso Mosaico Home Care srl, studente in Osteopatia presso S.O.M.A. School of Ostheopatic Manipula-tion, fisioterapista - staff medico Seregno Rugby.

JACOPO MASERA Laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Pavia, Orto-dontista e Gnatologo, 2003-2005 Istruttore Corso Clinico di Ortodon-zia presso l’Ospedale di Cittadella, 2003-2005 Consigliere Nazionale “Atm Ortopedic Society”,diploma SIMOC Osteopatia e terapia manuale c/o GUNA Milano, in corso Master in Osteo-patia c/o Università di Milano Bicocca, medico sociale - staff medico Seregno Rugby.

FEDERICO POLIMENE Personal trainer, istruttore di Bodybuilding & Fitness CSEN, istruttore FIDAL, massaggiatore tesserato FIR, massaggiatore - staff medico Seregno Rugby.

FULVIO ZECCHINELLO Laureato in Scienze Motorie presso l’Università Statale di Milano, qualifica di massaggiatore sportivo presso CSEN, allenatore di 1° livello FIR(Federazione Italiana Rugby), preparatore atletico FIR, allenatore di base per il calcio FIGC, educatore 1° livello CONI, coordinatore progetto “ Rugby Educativo Scolastico”, prof. di Educazuine Fisica, preparatore atletico - staff tecnico Seregno Rugby.

MAURIZIO RONCHI Massaggiatore sportivo non terapista libero professionista, docente di Sportbodyworks e Tecnica Passivattiva membro. Staff medico Seregno Rugby - Massaggiatore tesserato FIR, Associazione Mani-polazione Fasciale Associazione Italiana Taping Kinesiologico

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Alcuni test di mobilizzazione del ROM articolare per valutare l’eventuale carenza di un muscolo rispetto agli altri, possibile causa di disequilibrio funzionale. In ordine: mobilizzazioni per la caviglia (tibiotarsica); mobilizzazioni articolari per l'anca (coxo-femorale); mobilizzazioni per il tratto cervicale


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GLI ITALIANI E LA SALUTE: ANNUARIO ISTAT 2010 Nel mese di novembre l’Istat ha pubblicato, come da 130 anni a questa parte, l’Annuario statistico italiano. L’annuario offre un ritratto sintetico e aggiornato del Paese, suddiviso in aree tematiche di rilievo per la vita pubblica nazionale: economia, pubblica amministrazione, ambiente, evoluzione demografica, dinamiche sociali… Nel capitolo 3, dedicato a sanità e salute, è proposta l’indagine sullo stato di salute degli italiani, ovvero su come le persone percepiscono il proprio stato di salute, sulla presenza di patologie croniche, stili di vita e alcuni consumi sanitari. La percezione dello stato di salute rappresenta un indicatore globale delle condizioni di salute della popolazione; è rilevato utilizzando un quesito standardizzato a livello internazionale, basato su cinque modalità di risposta (molto bene, bene, né bene né male, male, molto male). Nel 2010 più del 70% della popolazione residente in Italia ha espresso un giudizio positivo sul proprio stato di salute. Ovviamente, all’aumentare dell’età le prevalenze decrescono: tra le persone anziane scende al 38,8% tra i 65-74 anni, fino a raggiungere il 22,2% tra gli ultra settantacinquenni. Un altro importante indicatore per valutare lo stato di salute di una popolazione è la diffusione di patologie croniche, soprattutto in un contesto, come quello italiano, caratterizzato da un alto tasso di invecchiamento della popolazione. Il 38,6% dei residenti in Italia ha dichiarato di essere affetto da almeno una delle principali patologie croniche rilevate (scelte tra una lista di 15 malattie o condizioni croniche). Le patologie cronico-degenerative sono più frequenti nelle fasce di età anziane, anche se già nella classe 55-59 anni ne soffre più del 57% e tra le persone ultrasettantacinquenni la quota sfiore l’87%. Le malattie o condizioni croniche più diffuse sono: l’artrosi/artrite (17,3%), l’ipertensione (16%), le malattie allergiche (9,%), l’osteoporosi (7%), bronchite cronica e asma bronchiale (6,1%), diabete (4,9%). Il 39,4 della popolazione ha fatto uso di farmaci nei due giorni precedenti l’intervista; le quote di consumatori aumentano con l’avanzare dell’età: dopo i 55 anni oltre la metà della popolazione ne fa uso, fino a raggiungere l’86% tra le persone di 75 anni e oltre. La prima causa di decesso è per malattie cardiovascolari, seguite dai tumori (il 30% del totale dei decessi) e, al terzo posto, dalle malattie del sistema respiratorio. La geografia della mortalità per causa ha una particolare caratterizzazione territoriale che vede le regioni del Mezzogiorno con i livelli sostanzialmente più bassi per i tumori, mentre nel Nord e al Centro la mortalità per queste cause è più elevata della media nazionale (tranne che nel Trentino-Alto Adige). Per quanto riguarda invece le malattie del sistema circolatorio la geografia che si osserva è più variabile. Famiglie e aspetti sociali vari: la pratica sportiva Nel 2010 il 22,8% della popolazione di 3 anni e oltre dichiara di praticare nel tempo libero uno o più sport con continuità, mentre il 10,2% lo pratica in modo saltuario. Le persone che, pur non praticando un’attività sportiva, dichiarano di svolgere qualche attività fisica (come fare passeggiate per almeno 2 chilometri, nuotare, andare in bicicletta) sono il 28,2%.; la quota di sedentari è pari al 38,3%. Le quote più alte di sportivi continuativi si riscontrano nella fascia d’età tra i 6 e i 17 anni e in particolare tra i maschi di 11-14 anni (66,2%), mentre per l’attività sportiva saltuaria le percentuali più alte si hanno tra le persone tra i 18 e i 19 anni (18%). Con l’aumentare dell’età diminuisce l’interesse per lo sport (sia esso continuativo o saltuario), mentre aumenta quello per le attività fisiche: a partire dai 25 anni, infatti, la quota di persone che svolge qualche attività fisica aumenta in modo continuo, per poi decrescere di nuovo nelle età più anziane. L’analisi di genere mostra delle forti differenze: i livelli di pratica sportiva sono molto più alti fra gli uomini, mentre fra le donne risulta più alta la quota di coloro che svolgono qualche attività fisica. L’analisi territoriale mostra come la pratica sportiva e l’attività fisica diminuiscano man mano che si scende da Nord verso Sud.

h t t p : / / w w w. i s t a t . i t / d a t i / c a t a l o go/20101119_00/contenuti.html

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OMS E OSTEOPATIA Il mese scorso l’OMS, dopo diversi anni di lavoro, ha pubblicato le linee guida per la formazione in osteopatia. Il percorso di studi è di 4 anni, full time, per accedere al quale è necessario un diploma di scuola superiore; un totale di 4.200 ore di lezioni con 1.000 ore di pratica clinica in una struttura osteopatica. Una seconda tipologia formativa è dedicata a che ha già un titolo formativo nell’ambito della salute e vuole prendere la specializzazione in osteopatia; il programma di studi è lo stesso del percorso completo, ma potrà variare in base alla formazione e alle esperienze cliniche del singolo studente. Il programma di studi è stato descritto dettagliatamente, con materie e ore dedicate. Questo documento, che sarà presto disponibile anche in lingua italiana, sarà fondamentale come riferimento in tutti quei paesi (Italia compresa) in cui l’osteopatia non è stata ancora regolamentata.

www.osteopatiacivitillo.com/userfiles/file/OMS%20Osteopatia.pdf

PER GLI APPASSIONATI DI PILATES Compatta, easy to use, la Spring Unit è la nuovissima attrezzatura che Pilatech ha studiato per coloro che non hanno grandi spazi, ma vogliono essere costanti nell’allenamento Pilates anche a casa propria. Spring Unit è di piccolo ingombro, semplice da montare e funzionale nell’uso, progettato per essere facilmente collocato in qualsiasi ambiente anche su una piccola parete o su una colonna. Dotato di cinghie e molle che si agganciano a una rotaia metallica, con questo attrezzo è possibile eseguire gli esercizi del programma di allenamento della Cadillac. Spring Unit esiste anche in versione Pro, è alta 2 metri e 10 cm e ha una serie di accessori che la rendono più completa, la rotaia su cui scorre il cursore è più lunga, perché in alto è collocato un aggancio per le molle con le quali eseguire le trazioni verso il basso, mentre nella parte bassa è posizionata una barra in legno usata come impugnatura. Le avanzate tecnologie e il controllo su tutta la filiera di produzione, garantiscono sicurezza, qualità, eco compatibilità.

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GRANDE MANUALE ILLUSTRATO DI PILATES Recentemente pubblicato da red! edizioni, il Grande Manuale Illustrato di Pilates è un corposo volume che presenta la tecnica dalle origini fino agli sviluppi odierni, fornendo informazioni complete per approcciarla. Propone il Mat Work, il lavoro a corpo libero, con tutti i livelli e le numerose varianti e i programmi con i piccoli attrezzi: il Magic Circle e la Step Barrel. Sono inoltre descritte alcune tra le più frequenti patologie ortopediche e applicazioni specifiche accompagnate da indicazioni sulla scelta degli esercizi più appropriati. Anna Maria Cova, l'autrice, pioniera del metodo Pilates in Italia, vanta un'esperienza sul campo più che ventennale. L'integrazione della sua formazione in fisioterapia l'ha portata a elaborare l'impostazione originaria della tecnica, arrivando a una naturale evoluzione definita metodo CovaTech Pilates. Il Grande Manuale Illustrato di Pilates si rivela un libro adatto sia a professionisti del settore, per i quali rappresenta una "summa" della tecnica, sia al pubblico in quanto strumento utile a comprendere cosa è realmente il metodo Pilates e come praticarlo al meglio.

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Acqua e nutrizione

LIBRI ALLENAMENTO IN ACQUA E NUTRIZIONE - LIBRI ALLENAMENTO IN ACQUA E NUTRIZIONE

ACQUANTALGICA L’acqua offre la possibilità di facilitare la ripresa funzionale motoria: da questo punto di vista la piscina è una struttura sportiva cui deve essere riconosciuta una grande valenza a carattere rieducativo e riabilitativo. Il volume propone una sorta di educazione al movimento corretto in presenza di mal di schiena. Il libro contiene una sessantina di proposte fra esercizi e tecniche di “nuoto antalgico”. Andrea Altomare - Alea Edizioni 2000 Pag. 128 - Euro 21

COMPOSIZIONE CORPOREA L’attenzione ai problemi della forma fisica è importante per la sua componente sanitaria di prevenzione. L’attività all’interno del centro fitness necessita di un continuo controllo dei risultati, per cui diviene essenziale poter certificare tramite protocolli la qualità del servizio reso alla clientela. Il manuale intende suggerire metodiche semplici e di basso costo per la valutazione della composizione corporea. Sergio Rocco Alea Edizioni 2000 Pag. 128 - Euro 21

TOTAL FITNESS IN ACQUA

INTEGRATORI PER L’ATLETA

Roberto Conti, professionista affermato del fitness, trasferisce in questo volume tutti i segreti per realizzare lezioni di fitness in acqua: protocolli, metodi, differenziazioni delle classi. Un manuale efficace, serio e completo per gestire tutte le opportunità del fitness in acqua.

Una dietetica razionale negli sport può contribuire a migliorare la condizione fisica e psichica. Il volume considera la categoria degli integratori suddividendoli secondo le finalità preminenti: plastiche, energetiche o di reintegro.

Roberto Conti - Alea Edizioni 2004 pag. 128 Euro 21

Giovanni Posabella Alea Edizioni 1999 Pag. 144 - Euro 21

PLAYAGYM Una disciplina ginnica innovativa, creata appositamente per la spiaggia, propone esercizi specifici sviluppati in armonia con l’ambiente marino. In questo volume sono raccolte le informazioni relative all’insegnamento della ginnastica in spiaggia e ai benefici psicofisici che da questa si possono trarre.

Tiziana Scalambro Alea Edizioni 2002 pag. 160 - Euro 21

L’ALIMENTAZIONE DELL’ATLETA 1 - GUIDA PRATICA Partendo dai fondamentali aspetti teorici della fisiologia e della scienza alimentare, sono fornite indicazioni per stabilire il fabbisogno calorico quotidiano dell’individuo e programmarne l’alimentazione. Immancabile una sezione sull’integrazione e una serie di consigli sul comportamento da adottare in occasione di una gara. Ubaldo Garagiola Alea Edizioni 1998 pag. 128 - Euro 23,24

L’ALIMENTAZIONE DELL’ATLETA 2 - TABELLE

TRAINING IN ACQUA Il libro affronta in prima analisi i principi del movimento in acqua, spiegando dettagliatamente i fattori che condizionano la prestazione. Nella seconda parte esplora le diverse possibilità di allenamento delle qualità motorie con e senza attrezzi, facendo riferimento a più discipline sportive. .

Paolo Michieletto Alea Edizioni 2000 pag. 192 Euro 26

Il secondo volume è l’applicazione pratica dei principi teorici delineati nel primo. Vengono trattati dettagliatamente alcuni esempi di alimentazione personalizzata per atleti agonisti e amatoriali, frequentatori di palestre, soggetti in sovrappeso, giovani sportivi e over 60.

Ubaldo Garagiola Alea Edizioni 1998 pag. 96 - Euro 16

FITNESS IN ACQUA Partendo dagli esercizi di base per tutti i distretti muscolari, il libro affronta le diverse metodiche d’allenamento in acqua, tra cui l’aerobica, le arti marziali, lo step e la kick boxe. Grazie a numerose fotografie e schemi di lezione, il volume si caratterizza per un forte taglio pratico. La parte finale è dedicata alle competenze dell’istruttore di fitness in acqua. . Paolo Michieletto e Giada Tessari Alea Edizioni 2004 - pag. 224 Euro 26

IL BENESSERE POSSIBILE L'autore analizza aspetti fondamentali della nostra esistenza: consapevolezza come fondamento del benessere, alimentazione funzionale per la salute, attività fisica per la migliore condizione di forma. Il testo approfondisce temi importanti di alimentazione (come impostare i pasti, allergie e intolleranze alimentari ) e allenamento (attività fisica per uno stile di vita sano e come modello educativo, corsa e tonificazione). Corrado Ceschinelli, Alea Edizioni 2008 pag 200 Euro 25

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Salute e rehab

LIBRI SALUTE E REHAB - LIBRI SALUTE E REHAB - LIBRI SALUTE E REHAB - LIBRI SALUTE

CASI CLINICI IN PALESTRA

MAL DI SCHIENA

In ognuno dei 5 volumi si inquadrano le principali patologie dell’apparato locomotore. Per ognuna di esse sono de-scritti anamnesi ed esame obiettivo motorio, sono individuati i traguardi da raggiungere, sono tracciate le linee gui-da del protocollo di lavoro attraverso gli esercizi consigliati e quelli da evitare

Il volume affronta il tema del mal di schiena in modo davvero esaustivo. Nella prima sezione guida il lettore al corretto utilizzo della colonna nella vita quotidiana e nella pratica sportiva. La seconda parte raccoglie invece approfondimenti sulle patologie e sui meccanismi del dolore lombare.

VOLUME 1: Sindrome della schiena dritta e scoliosi – Spondilolisi con listesi – Agenesia del pettorale – Lussazione acromion claveare – Cifosi e petto carenato – Petto scavato – Paralisi ostetrica – Poliomielite – Frattura di calcagno – Frattura di gomito – schiacciamento di un disco intervertebrale – Artrosi d’anca – Lussazione di spalla – Rottura del retto femorale Alessandro Lanzani - 1994

VOLUME 2: Calcificazione del tendine del sovraspinato - Correzione di varismo tibiale Grave artrosi vertebrale - Strabismo di rotula Ernia del disco in un culturista - Periartrite scapolo omerale - Artrosi di spalla grave Lombarizzazione della 1° vertebra sacrale Rifrattura di gamba - Dismetria degli arti inferiori - Rettificazione del tratto cervicale - Ginocchio recurvato - Ernia discale intraspongiosa - Piede cavo - Artrosi d’anca - Pseudoartrosi

Alessandro Lanzani - 1997

VOLUME 3: Rottura del menisco del ginocchio - Weight lifters syndrome - Condropatia di rotula Lombalgia in discopatia L5-S1 - Rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio - Recidiva di distorsione della caviglia - Pubalgia - Instabilità di spalla - Postumi di frattura di gomito - Distorsione della colonna cervicale - Frattura di omero in un body builder - Piede piatto - Lombarizzazione della 1° vertebra sacrale - Rottura del tendine d’Achille - Calcificazioni della tibiotarsica

Claudio Corno Alea Edizioni 2001 pag. 256 - Euro 26

IL DOLORE CERVICALE Il manuale offre un’ampia panoramica delle patologie più comuni nell’individuo adulto: la cervicalgia. Il volume è diviso in tre parti: la prima, dedicata all’anatomia, alla fisiologia articolare e alla biomeccanica del tratto cervicale. La seconda, dedicata alle sindromi dolorose più comuni. Infine la terza parte che comprende alcune schede pratiche di utilizzo in palestra contenenti gli esercizi più idonei in relazione alla sintomatologia dolorosa. Claudio Corno Alea Edizioni 2003 pag. 128 Euro 21

IL CORPO INDIVISIBILE

Riccardo Gambaretti - 1998

La vecchiaia non è una malattia. La ginnastica per anziani non è uno sport. L’autore psicomotricista Giovanni Ghidini illustra come strutturare un corso di ginnastica per la terza età muovendosi fra fisiologia ed emotività, anatomia e psicologia motivazionale, rieducazione funzionale e programmazione dell’attività.

VOLUME 4: Doppia frattura vertebrale da schiacciamento - Frattura con deformazione a cuneo di L1 - Rachi-schisi cervicale Emilombarizzazione subtotale di S1- Rottura e sintesi del tendine rotuleo - Doppia spondilolistesi con artrosi vertebrale - Grave artrosi di ginocchio - Ipertrofia reattiva delle spine tibiali Rettificazione cervicale con grave artrosi - Lacerazione del tendine distale del bicipite brachiale Frattura di clavicola - Conflitto subacromiale in donna anziana - Rifrattura di ulna - Osteotomia di bacino in artrosi d’anca - Lesione dei legamenti della caviglia

Giovanni Ghidini e Alessandro Lanzani Alea Edizioni pag. 112 – Euro 21

Edoardo Lanzani - 1998

CRESCERE CON LO SPORT

VOLUME 5: Concussione coxofemorale e postumi da trauma - Calcificazione sottodeltoidea in periartrite scapolo omerale - Degenerazione del sovraspinato -Frattura tipo colles di radio Protrusione discale L5 - S1 - Rettificazione del tratto lombare in soggetto giovane - Ernia espulsa L3 - L4 - Frattura comminuta di tibia Polifrattura costale e frattura clavicolare Sindrome cervicale del manager stressato Frattura del malleolo esterno - Spalla del tennista - Modificazione a cuneo del passaggio lombosacrale - Frattura esposta di gamba - Os acetaboli - Pinzatura del tendine del sovraspinato

Davide Fogliadini, Alessandro Lanzani - 2005

Le attività fisiche praticate in età giovanile contribuiscono allo sviluppo armonico dell’organismo, a patto che l’attività mo-toria sia corretta e adeguata alle caratteristiche psicofisiche del ragazzo e alla sua particolare fase evolutiva. Il volume vuole essere un supporto a completamento del bagaglio tecnico e professionale di ciascun operatore sportivo che si trova a contatto con la realtà dell’allenamento giovanile. Antonio Maone Alea Edizioni 2000 Pag. 160 - Euro 26

Pag. 128 Euro 21 ogni volume Offerta: tutta la seria (5 volumi) a 84 Euro

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LIBRI SALUTE E REHAB - LIBRI SALUTE E REHAB - LIBRI SALUTE E REHAB - LIBRI SALUTE Vuoi consultare il sommario e leggere il primo capitolo? Clicca sul libro che ti interessa! MASSAGGIO SPORTIVO

CARDIOLOGIA E FITNESS

Il testo propone tecniche manuali per il trattamento efficace della micro-traumatologia dei tessuti molli nello sportivo. I capitoli a carattere puramente pratico descrivono la conformazione dei tessuti connettivi, le interazioni tra il danno tessutale, l’infiammazione e gli eventi riparativi.

Partendo dai fondamenti della fisiologia cardiovascolare, l’autore accompagna il lettore dalla pratica clinica alla valutazione funzionale e psicosomatica del cardiopatico e alla periodizzazione dell’allenamento, spiegando con precisione gli effetti della terapia farmacologica sulla performance.

Roberto Dagani Alea Edizioni 2002 pag. 128 - Euro 21

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FISIOLOGIA APPLICATA AL FITNESS TRATTAMENO MIOFASCIALE PER LO SPORTIVO

Il manuale affronta in maniera concisa ma esaustiva la fisiologia del corpo umano, con particolare riferimento all’influenza dell’esercizio fisico su organi e apparati. Il manuale è anche uno strumento didattico e di autovalutazione per il professionista del fitness e costituisce strumento fondamentale per la programmazione del training.

Il manuale espone in maniera chiara ed esaustiva le tecniche manuali per il detensionamento miofasciale a indirizzo sportivo. L’ampia documentazione iconografica chiarisce ogni dettaglio di posizionamento e intensità del massaggio.

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100 QUIZ – 2 VOLUMI

Roberto Dagani Alea Edizioni 2005 pag. 128 - Euro 21

Un metodo che consente di appropriarsi della materia trattata in modo veloce, coerente e duttile allo stesso tempo, attraverso domande diversificate, piccoli trabocchetti logici, immagini con didascalie incomplete. Un efficiente mezzo di verifica che, dove evidenzia lacune di conoscenza, permette subito di colmarle, grazie alle informazioni mirate e accurate che corredano le risposte. In ogni volume: 100 quiz di anatomia e biomeccanica dell’apparato locomotore, 400 risposte e 400 commenti alle risposte.

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VOLUME 1 Ipertensione - Patologie respiratorie ostruttive croniche - Low back pain Obesità - Patologie cardiache infantili

Alessandro Lanzani e Laura Boggero Alea Edizioni 2005 pag. 112 – Euro 21

VOLUME 2:

L’ESERCIZIO ISOCINETICO

Coronaropatie - Artrite reumatoide Patologie renali - Gravidanza - Fibrosi cistica Alea Edizioni 1999/2000 - pag. 144 Ogni volume Euro 24

Il manuale dopo alcuni cenni di anatomia e fisiologia muscolare, analizza i vari tipi di contrazione e tutti gli aspetti dell’esercizio isocinetico con i relativi protocolli di test e allenamento nel soggetto sano, nell’atleta e nel soggetto patologico, sia a scopo valutativo che rieducativo, con esemplificazioni riportate in appendice.

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G. S. Roi, S. Respizzi, P. Buselli Alea Edizioni 2a edizione 1998 - Pag. 160 - Euro 26

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