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Coordinamento Donne Fisac Piemonte 22 maggio 2012

La Giunta Cota e le Donne

La giunta Cota, nell'autunno 2010, ha approvato un protocollo che consentiva l'ingresso nei consultori familiari pubblici solamente alle associazioni “pro vita”. A questo attacco all'autodeterminazione delle donne, alcune realtà femminili e femministe (prima fra tutte la “Casa delle Donne di Torino”) decisero di reagire presentando un ricorso presso il Tribunale Amministrativo Regionale contro l'introduzione di questo provvedimento. Dopo la prima sentenza del TAR che accoglieva, seppur parzialmente, il ricorso della Casa delle Donne contro il vergognoso tentativo di dare riscontro alle promesse elettorali del Presidente Cota a favore dei cattolici fondamentalisti e antiaboristi pro-life, Movimento per la Vita, ecco che solamente dopo 3 giorni la Giunta aveva pronto un nuovo atto amministrativo che andava a modificare ed ad integrare il requisito oggetto del ricorso che di fatto apre le porte al privato sociale cattolico nei luoghi pensati, nati e sostenuti dalle lotte femministe degli anni 70, ovvero i Consultori. La Casa delle Donne e alcune giovani donne hanno prontamente presentato un secondo nuovo ricorso al TAR che ha, purtroppo, avuto esito negativo. Il Coordinamento Donne FISAC Piemonte ha appreso con sgomento e grande sconcerto il vero e proprio attacco che la Regione Piemonte sta portando avanti contro tutte. Il TAR non ha ritenuto di dover entrare nel merito ma si è limitato a valutare la titolarità dell’Associazione e delle donne singole a presentare il ricorso. Ebbene, nella Sentenza possiamo leggere che per il Tribunale Amministrativo Regionale, la Casa delle Donne, pur essendo associazione che da oramai 30 anni si occupa di tutelare le donne e la loro salute, non ha titolo né interesse diretto a presentare ricorso: per tale motivo viene rigettato. Le donne singole che hanno affiancato la Casa nel ricorso, pur essendo giovani ed in età fertile, non essendo ‘gravide’ o ‘già madri’ non hanno titolo né interesse diretto a presentare ricorso, pertanto anche il loro ricorso è stato giudicato inammissibile.


Ci chiediamo allora, se è vero che i consultori sono dei luoghi nati, pensati e voluti da e per le donne, TUTTE le donne, chi e ‘quale categoria di donne’ è titolata e ha l’interesse diretto a decidere e ricorrere contro un atto amministrativo che può solo aprire un colpevole e inaccettabile varco verso l’abolizione e la distruzione di quella legge, la legge 194/78, risultato vittorioso di una durissima lotta del movimento femminista negli anni 70? Ma la Giunta della nostra regione non si è fermata qui ed esattamente il primo giorno lavorativo utile e successivo alla Sentenza ultima del TAR, in Commissione per il Bilancio, ha immediatamente presentato un emendamento alla legge di Bilancio per stanziare i soldi per un Fondo che eroghi un contributo di 250€ mensili (tramite una carta prepagata e mensilmente ricaricata dalla regione) alle donne che dimostreranno di essere in difficoltà economiche e che, essendosi recate c/o i Consultori per eseguire una interruzione di gravidanza, dimostreranno di non voler più abortire, ricevendo questo a partire dal terzo mese di gravidanza, tanto per essere sicuri che non cambi idea, e fino al diciottesimo mese di vita del/della neonato/a: un vero e proprio sostegno alla maternità, già ma questo sostegno non è per la maternità di tutte anche quelle che fin dall’inizio scelgono di diventare madri, anche se sono in difficoltà economiche, solo per chi inizialmente sceglie l’IVG (Interruzione Volontaria di Gravidanza) e successivamente cambia idea… e questa non è ideologia?! Naturalmente nell’emendamento non è stato reso noto quale sarebbe stato l’ente che avrebbe erogato mensilmente la quota, né tanto meno quale documentazione avrebbe dovuto fornire la donna per dimostrare la propria condizione economica, ma certo è che le donne avrebbero dovuto sottoscrivere una sorta di ‘promessa’ a non voler più abortire, controfirmandola!!! Iter che ci sembra molto simile ad una schedatura! Il modello sanitario preso a riferimento dalla Giunta Cota è quello della vicina regione Lombardia che ha già un fondo identico - Fondo Nasko. D’altra parte in Lombardia la sanità pubblica da anni vede danneggiato ed indebolito sino all’estremo il carattere pubblico, usurpandolo continuamente di quelle risorse che vengono dirottate verso gli enti privati finanziati attraverso il sistema di accreditamento e che in Piemonte sta prendendo sempre più piede… ma non sarebbe meglio investire, potenziare e migliorare la sanità pubblica anziché pagare enti e cliniche private per svolgere quelle richieste ed esigenze che il pubblico non riesce più a soddisfare? Un cane che si morde la coda!! Per ora, almeno in Piemonte, questo mostruoso ed ignobile fondo non avrà seguito poiché lo scorso 4 maggio l’articolo 26 della legge finanziaria, provocatoriamente chiamato “politiche per la famiglia”, che prevedeva l’istituzione dello stesso, è stato abrogato; la Giunta, vista l’urgenza di Coordinamento Donne Fisac Piemonte

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approvare il bilancio e la mole degli emendamenti depositati, ha scelto per la cancellazione dell’articolo… Riteniamo, però, che l’attacco è solo rimandato in attesa di momenti e tempi migliori, quindi l’attenzione anche su questo fronte non possiamo allentarla ! Infatti è ancora pesantemente presente la proposta di legge n. 160, il cui intento è la definitiva distruzione dei consultori pubblici, una legge contro le donne. Questa legge, che dovrà essere discussa, con l'istituzione di questo fondo sarebbe stata praticamente già approvata per quanto riguarda l'aspetto economico. Se le reali intenzioni della Giunta del Piemonte fossero volte alla tutela della salute e delle donne, ci chiediamo: perché i Consultori, anziché diventare luoghi di controllo per le donne, non vengono potenziati, sostenuti e migliorati? Tutte noi sappiamo benissimo con quali strumenti, in quali condizioni e quali sono i tempi di attesa per poter accedere a questo prezioso servizio. Perché si cerca di far stanziare in fretta e furia i fondi e le risorse economiche per istituire un fondo come questo (e parliamo di 5 milioni di euro!) mentre la Legge Regionale 16 sui Centri Antiviolenza e Case Rifugio, già approvata da anni, non è ancora stata finanziata? Ed infine, per quale motivo una donna, in un momento delicato come quello di una gravidanza, deve essere soggetta a pressioni ideologiche e non può essere libera di pensare, scegliere e decidere autonomamente se e quando essere madre ed essere sostenuta in ogni caso, qualsiasi decisione prenda? Perché merita il sostegno in quanto madre e non in quanto donne? Dov’è finita la libertà di scelta, l’autonomia decisionale della donna? Dov’è finita la laicità delle Istituzioni? Non possiamo fare altro che continuare a tenere alta l’attenzione, creare spazi di discussione, dibattiti, riprendendo e facendo Nostra, una mobilitazione che richiederà un grande impegno e sforzo da parte di tutte noi… NOI DEL COORDINAMENTO DONNE FISAC PIEMONTE CI SIAMO!

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Femminicidio

La lingua italiana si evolve continuamente. Cresce e cambia adattandosi ai mutamenti sociali, economici e culturali degli Italiani. Un neologismo, coniato da qualche anno, ci dà il senso della prepotenza con cui un dramma sta investendo la nostra società: femminicidio. Il termine sta ad indicare l’uccisione delle donne in quanto donne, una violenza di genere che va riconosciuta come tale; e pertanto, va analizzata con un’ottica di genere. Gli omicidi e le violenze degli uomini sulle donne non sono uguali a quelli perpetuati sugli uomini: hanno radici culturali e sociali diverse. La donna viene violata, cancellata, eliminata perche vuole essere sé stessa e non quello che il suo partner, suo padre, la società maschile vuole che lei sia. Viene punita perché non rispetta il ruolo che la società patriarcale le ha assegnato, subalterno a quello dell’uomo. La donna deve essere controllata, assogettata psicologicamente, economicamente, culturalmente, politicamente, fisicamente. E se disattende le aspettative dell’uomo, deve essere annientata. Questa violazione dei diritti umani nei confronti di metà della popolazione mondiale viene commessa quotidianamente, anche nel nostro civilissimo paese. Ogni giorno leggiamo di una fidanzata, una figlia, una compagna uccisa da un uomo a lei vicino. E i media etichettano come amore criminale o omicidio passionale gesti che con l’amore e la passione non hanno nulla a che fare. Con le loro azioni, o meglio inazioni, le istituzioni si rendono complici di questi crimini, perchè la loro causa principale è la mancata rimozione dei fattori culturali, sociali ed economici che li rendono possibili. Secondo il World Economic Forum l’Italia occupa il 74° posto per gender gap (disuguaglianza di genere) a livello mondiale. Le pari opportunità restano spesso solo enunciate, una bella teoria scarsamente messa in pratica. Un primo passo verso la soluzione del problema è riconoscerlo come emergenza sociale, chiamandolo con il suo nome: femminicidio. Un secondo passo può essere quello di firmare l’appello pubblico promosso dalla CGIL e da altre associazioni per chiedere al Parlamento, al Consiglio dei Ministri e alla Società Civile di porre fine a questo orrore. http://www.petizionepubblica.it/?pi=P2012N24060 Perché essere indifferenti significa essere complici di queste violenze.

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News Coordinamento Donne FISAC Piemonte 2011-05-22