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magazine Ci occupiamo di conflitti, periferie, volti, storie che c’imbrattano diventando libere di essere raccontate.

First Line Press Magazine anno 1 | numero #3

Rivista curata dalla redazione del sito internet firstlinepress.org Redazione giornalistica Lorenzo Giroffi Andrea Leoni Domenico Musella Flavia Orlandi Giuseppe Ranieri Natascia Silverio Illustrazioni Hobo Progetto grafico e layout Domenico Musella In copertina Illustrazione di Domenico Musella In quarta di copertina Banner di Marta Ghezzi

First Line Press è una testata giornalistica regolarmente registrata presso il Tribunale Civile di Santa Maria Capua Vetere - Autorizzazione n. 810 del 24/10/2013

Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale

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editoriale | #3 LAVORARE COSÌ STANCA

Ci permettiamo di storpiare un titolo di Cesare Pavese per introdurre di questo nostro numero. Nei secoli ci sono state digressioni filosofiche, lotte sociali e modellamento degli spazi, sempre in funzione del rapporto tra uomo e lavoro. Tutto ciò perché in un modo o nell’altro, oltre ogni etichetta che ha provato anche a sbarazzarsi o ad esorcizzare tale rapporto (stacanovismo, decrescita, fordismo, utilitarismo, precarietà, stabilità, ecc), in qualsiasi tipo di società, il fardello del lavoro diventa un qualcosa che va a plasmare l’identità di un essere umano, in particolar modo nel suo rapporto con gli altri. Per quante critiche potrebbero muoversi verso tale meccanismo, “Lavorare così stanca” non vuole di certo avventurarsi in tale ambito speculativo. Con questo numero vi proponiamo un ventaglio di storie che sono sicuramente paradigmatiche dei diritti sempre più smaterializzati nel nuovo rapporto uomo-lavoro. Si è passati dalla schiavitù, a fare i sacrifici per lavorare, da chi ha la possibilità, economica e sociale, di poter lavorare (sobbarcarsi datori di lavoro che non pagano, ma regalano prestigio o comprare corsi di formazione per un lavoro futuro), fino alla nuova schiavitù dei disoccupati/ricattati. La ricerca sul mercato del lavoro di Istat Italia, che ha raccolto i dati del 2014 fino al mese di aprile, riporta numeri funerei: dal 1977 sono i peggiori. La disoccupazione per gli under 25 è al 46%, con un picco spaventoso al sud: 60,9%. In pratica in Italia 3,487 milioni di persone non lavorano, senza considerare quelle che lavorano senza che il proprio impiego possa garantire autosufficienza e dignità. Il mercato del lavoro odierno che abbiamo descritto in questo numero è una rappresentazione di quanto sia difficile mettere i colpevoli davanti alle proprie responsabilità, perché rinchiusi in complesse matrioske, ma anche di come i lavoratori, in questo limbo, possano comunque ancora organizzarsi e trovare nuove forme di lotta. Troverete un dossier sul sistema delle cooperative e della logistica in Italia, emblema di una commistione di potere politico e sindacale che piega sempre le classi più deboli. Ma nuovi soggetti, come i migranti/lavoratori (Andrea Polzoni ne mostra alcuni delle campagne in un suo portfolio), stanno proponendo nuove strategie di contrasto che possano richiedere il rispetto di un contratto nazionale troppe volte barattato con scuse illogiche. Nel numero c’è anche un reportage da Porcia, che vi racconterà quello che è stato un sogno produttivo italiano ormai in declino e pieno di ricatti: quello dell’Electrolux. Segue un articolo su come i lavoratori del mercato dei fast food, dal Nord America all’Africa, fino all’Europa, stiano organizzando una protesta comune contro lo sfruttamento di queste grandi corporation. Il numero continua la propria tela grazie ad una chiacchierata nei Paesi Baschi. Un insegnante che lavora trasmettendo un aspetto importante della propria identità: l’idioma. Un libro/inchiesta del collettivo Clash City Workers ed un’intervista a loro ci chiarirà alcuni aspetti importanti del sistema lavoro in Italia. Questo numero è incorniciato dalle vignette di Hobo. La pagina culturale è molto ricca. Il Medio Oriente e tutto quello che lì è stato lavoro storico/ archeologico, in questi ultimi anni ha visto un progressivo deterioramento e saccheggiamento. A chiudere un articolo che mette in fila alcuni quesiti sul lavoro nel campo artistico. Il tema del nostro numero 3, il primo della nuova periodicità di FLP Magazine che da ora sarà bimestrale, non è estemporaneo. Rappresenta anche uno step di avvicinamento verso la mobilitazione dell’11 luglio a Torino: occasione per manifestare il malessere per disoccupazione, austerity e tanto altro.


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sommario | #3 FABBRICA

DOSSIER LOGISTICA

CULTURA/

Tregua Electrolux

E COOPERATIVE/1

MEDIO ORIENTE

Natascia Silverio

Viaggio nell’Interporto di Bologna

I beni culturali arabi alla prova delle presunte “primavere”

pag. 4

Lorenzo Giroffi

pag. 20

pag. 36

CLASSI E LAVORO

DOSSIER LOGISTICA E COOPERATIVE/2

TERZA PAGINA

Se “otto” ore vi sembran poche... Andrea Leoni

pag. 8

RETAIL INDUSTRY Il panino indigesto

Giovanni Andriolo

Cooperazione allo sfruttamento

Professione artista. Gioie e miserie di un giovane talento – I parte Monia Marchionni

Domenico Musella

pag. 40

pag. 23

DOSSIER LOGISTICA E COOPERATIVE/3 IKEA: istruzioni per l’uso

Flavia Orlandi

Francesca Ioannilli e Giulia Page da Commonware

pag. 13

pag. 28

PAESI BASCHI

FOTOGALLERY

Lavorare per resistere

Migranti nell’agricoltura italiana

Giuseppe Ranieri

Foto di Andrea Polzoni

pag. 17

pag. 31

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flp magazine FABBRICA

Tregua Electrolux Conclusa a caro prezzo per gli operai la vertenza simbolo della crisi industriale italiana. Ma cosa succederà dopo il 2017? Natascia Silverio

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on è ancora mezzogiorno quando, davanti ai cancelli della portineria nord, si cominciano a vedere gli operai in divisa blu che si affrettano a varcare i cancelli e a timbrare il cartellino per l’inizio del secondo turno in fabbrica. Qualche minuto dopo, quelli del primo turno attraversano di nuovo i varchi per tornarsene a casa. Siamo a Porcia, un piccolo comune a tre km da Pordenone. Qui si trova uno degli stabilimenti italiani dell’Electrolux, multinazionale svedese che, come recita il sito internet aziendale, è “uno dei leader mondiali nel campo degli elettrodomestici per uso professionale, con una vendita di oltre 40 milioni di prodotti ogni anno, a clienti in 150 Paesi del mondo”.

In questo piccolo paese del Friuli Venezia Giulia si producono in particolare lavatrici mentre negli altri impianti di Forlì, Susegana (Treviso) e Solaro (Milano) a farla da padrone sono frigoriferi, lavastoviglie, forni e piani cottura. Oggi, 19 maggio, è un giorno particolare e delicato: all’interno della fabbrica i rappresentanti sindacali hanno

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tenuto le prime assemblee per spiegare in dettaglio ai lavoratori gli accordi discussi quattro giorni fa presso il Ministero dello Sviluppo Economico e successivamente approvati dal Governo a Palazzo Chigi, con la firma dello stesso premier Matteo Renzi. Seduti al tavolo delle trattative c’erano vari ministri e viceministri, i segretari generali di Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm, i presidenti delle quattro Regioni in cui hanno sede le fabbriche Electrolux ed i vertici dell’azienda.

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Porcia e il territorio del pordenonese rappresentavano un polo d’attrazione per tutti in quanto sede delle più grandi industrie italiane nel settore manifatturiero»

L’umore degli operai che staccano dal primo turno non è alle stelle, molti di loro sono così arrabbiati da non volersi fermare neanche per raccontare com’è andata la prima assemblea.

«Non ho partecipato all’assemblea, è da molti anni che non lo faccio», spiega un’operaia. Chiedo il perché. «Perché non so ancora per quanto siamo stati venduti», è la risposta. In lei, come in tanti altri, prevale la rassegnazione. Un gruppo di tre operai ghanesi afferma di aver assistito alla spiegazione degli accordi, per loro è meglio quanto è stato deciso, piuttosto che rimanere senza lavoro, oppure continuare con uno stipendio ridotto. Il Ghana era fino a pochi anni fa il Paese di maggior provenienza dei lavoratori di origine straniera dell’Electrolux di Porcia: sembra che l’azienda si recasse nello stesso Paese africano per cercare lavoratori. Porcia e il territorio del pordenonese rappresentavano infatti un polo d’attrazione per tutti, in quanto sede delle più grandi industrie italiane nel settore manifatturiero. Quella che è diventata oggi Electrolux ha una lunga storia di radicamento in Friuli: nel 1916 Antonio Zanussi fondò un’azienda a conduzione


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ne e presidio permanente da parte degli operai, in sit-in davanti alla fabbrica di Porcia ed alle altre fabbriche italiane Electrolux, contempla: l’aumento della produttività per alcuni impianti; la riduzione del 60% dei permessi sindacali; il taglio di 5 minuti di pausa durante i turni, scongiurando però almeno la chiusura; la diminuzione dei salari. L’accordo rappresenta probabilmente solo una pausa, un compromesso che permetterà di andare avanti fino a tutto il 2017, salvo eventuali ed ulteriori sorprese. Ma cosa accadrà in seguito? «Per garantire il futuro, abbiamo voluto fortemente tutte le garanzie del Governo e della Regione Friuli Venezia Giulia», mi spiega Gabriele Santarossa, membro della RSU (Rappresentanza Sindacale Unitaria) della UILM (Unione Italiana Lavoratori Metalmeccanici) di Porcia.

familiare che portava il suo nome. Sotto la guida del figlio Lino nel secondo dopoguerra, la Zanussi ottenne fama a livello mondiale nel settore degli elettrodomestici, per poi essere acquistata nel 1984 dal gruppo svedese.

prattutto per quanto riguarda Porcia, è diventata infatti l’emblema della crisi industriale del nostro Paese, ottenendo anche parecchia risonanza nei principali media.

«Questo perché non facciamo affidamento sulle garanzie di Electrolux, che condiziona sempre qualsiasi suo impegno all’andamento del mercato. L’impegno del Governo serve, visto che è prevista una sorta di verifica semestrale sulla tenuta degli accordi, con la presenza anche della Regione. Ci sembra la forma massima di garanzia ottenibile in questo momento; infatti, anche se il mercato non reggesse in maniera adeguata, l’azienda si deve comunque adoperare per mantenere l’occupazione. Electrolux ha assunto l’impegno formale di creare 150 posti di lavoro, reintegrando a Porcia lavorazioni che adesso sono in Polonia, in Cina o altrove. In alternativa ha promesso di condurre al suo interno un’azienda non ancora specificata, che dovrebbe rioccupare queste persone. C’è ancora riserbo a riguardo e su questo abbiamo chiesto un’ulteriore tutela da parte del Governo. Contiamo che questi impegni funzionino».

Il gigante svedese si è ritrovato dunque in perdita e per non delocalizzare i suoi stabilimenti in Polonia e in altri Paesi, in cui aveva fatto investimenti, non sempre saggi, chiedeva una serie di provvedimenti che, tra gli altri, prevedevano la riduzione del 40% del salario, fino ad arrivare alla possibilità di chiudere lo stabilimento di Porcia. Tutto questo per tagliare il costo del lavoro, rendendo di nuovo competitivo il prezzo del prodotto finito e portandolo Gabriele, oltre a far parte della RSU ai livelli delle aziende della multinazio- dal 1991, è a sua volta un operaio di linea, che lavora sulle catene di monNegli ultimi anni però, l’azienda sta nale all’estero. taggio dove vengono assemblate le latrattando male i suoi operai e nelle sue Alla fine, ciò che è stato firmato a vatrici. Mi racconta cosa tutto questo logiche di profitto non ci mette nulla di sentimentale. La recente vertenza, so- Roma, dopo molti mesi di mobilitazio- significhi quotidianamente. I suoi lavoratori, nel corso delle proteste degli ultimi sette mesi, esibivano lo striscione “Noi siamo la Zanussi”, per ricordare, forse con un po’ di nostalgia, il grande valore che questa fabbrica ha rivestito per Porcia e per l’intero nordest italiano: in tanto tempo non si era sviluppata solo la manifattura, anche il design industriale creativo aveva fornito opportunità d’impiego a numerose persone.

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«Di norma vengono prodotti in totale 642 pezzi al giorno, se si fanno turni di 8 ore con un determinato regime di pause. I pezzi diminuiscono quando i turni sono di sei ore. Un operaio di linea quindi ripete gli stessi movimenti per più di 600 volte al giorno.

menti di difficoltà, che permette loro di distribuire il lavoro, ma anche di ottenere incentivi da parte del Governo.

«Qui la produzione riguarda solo le lavatrici. Una delle innovazioni che dovrebbe portare volumi aggiuntivi è un nuovo modello di lavasciuga che monta un componente particolare, la pompa di calore. Così si evita di asciugare la biancheria utilizzando la resistenza che consuma una grande quantità di energia. Stando alle dichiarazioni di Electrolux, il modello dovrebbe essere uno dei primi del suo genere ad essere immesso sul mercato, e dovrebbe aiutare la ripresa. Essendo poi un prodotto ad alto valore aggiunto - quindi ad alto margine di guadagno, stiamo parlando di apparecchiature che costano più di mille euro - si creerebbe quindi un’opportunità per lo stabilimento di Porcia».

La produzione di una tale quantità di pezzi può causare danni alla salute, in particolare all’apparato muscoloscheletrico, come confermano molti operai che, essendo da molti anni in fabbrica, hanno dovuto subire operazioni ai tendini. I 5 minuti che verranno sottratti alle pause, come previsto dagli ultimi accordi, hanno sicuramente un peso significativo in questo senso. Dal 5 maggio abbiamo ripreso con i turni di sei ore. Essendoci poco lavoro, l’azienda può cambiare regime dalle 8 alle 6 ore e viceversa con un preavviso di una settimana. Se aumentassero le richieste produttive, non è escluso che si torni alle 8 ore. Gli straordinari sono ormai L’azienda ha fatto anche delle mosun ricordo di almeno 5-6 anni fa». se sbagliate, investimenti all’estero che non si sono rivelati troppo oculati. GaLa riduzione dei turni a sei ore rap- briele ce li racconta. presenta la concretizzazione del famo«Electrolux comprò qualche anno so “contratto di solidarietà”, strumento utilizzato dalle aziende italiane in mo- fa, pochi mesi prima della rivoluzio-

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La recente vertenza, soprattutto per quanto riguarda Porcia, è diventata l’emblema della crisi industriale del nostro paese, ottenendo anche parecchia risonanza nei principali media»

ne, il gruppo egiziano Olympic. Dalle notizie che ci arrivano, in quel luogo lo stabilimento non sta funzionando come ci si aspettava. Non si può dire che i vertici Electrolux siano stati dei grandi strateghi. Si è anche investito in Ucraina per puntare al mercato russo. In questo modo si intendeva bypassare i costi doganali. Poco tempo dopo sono state chiuse le frontiere e quindi è stato impedito anche l’accesso a quel mercato. Sono tutti investimenti che comportano perdite di milioni di euro. Qualcuno afferma anche che Electrolux abbia

PORCIA (PORDENONE) | Presidio ai cancelli della fabbrica, 1 Maggio 2014. Non è presente nessun operaio perché tutti si sono recati alla manifestazione per la Festa dei Lavoratori, indetta dai sindacati nella vicina Pordenone(Foto Natascia Silverio)

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scatenato gli eventi dell’ultimo periodo per ottenere soldi dal Governo italiano, al fine di compensare le perdite subite in Egitto ed Ucraina, ma bisogna dire che non sono voci confermate.

Non dico che viviamo con maggior soddisfazione il fatto che si sia riusciti a raggiungere una tregua, perché io la chiamo così. Tuttavia lo considero un momento necessario per riprendere fiato e riflettere su quello che stiamo facendo. Riflettere insieme ai lavoratori, perché con loro abbiamo condiviso un percorso faticoso. In totale penso che abbiamo fatto almeno un mese di scioperi, a un certo punto ho cominciato a perdere il conto. Abbiamo chiesto un impegno enorme a tutti quanti. Tregua… ma nel frattempo sicuramente Electrolux continuerà a mettere in atto i suoi piani. Immagino che fra tre anni, se non cambia qualcosa di sostanziale nel sistema economico generale, ci troveremo a fare i conti con nuove condizioni che verranno poste. Né il sindacato, né i lavoratori potranno essere da soli a gestire tali sfide, perché con le promesse di Electrolux non si fa strada. Avevamo già sottoscritto a marzo dell‘anno scorso un accordo che doveva garantire almeno fino al 2017 alcune condizioni, per poi constatare che, neanche dopo sei mesi, quegli impegni non erano stati mantenuti. Una delle azioni più importanti è stata quindi riuscire a coinvolgere il Governo ai massimi livelli sulla gestione di questo tipo di problemi. Non è più possibile lasciare i lavoratori da soli, perché così non pos-

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Se poi accettiamo anche la proposta di ridurre ulteriormente i salari per salvare l’economia, allora acconsentiamo anche alla riduzione in schiavitù di migliaia di italiani»

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OPERAI | All’uscita del primo turno di lavoro nello stabilimento Electrolux di Porcia, lunedì 19 maggio 2014 (Foto di Natascia Silverio)

siamo che subire quelle che sono scelte considerate inevitabili. Il fatto che un’azienda debba andare a produrre dove ci guadagna di più rappresenterebbe un dato scontato per una certa mentalità. Così facendo, allora si dà anche per scontato che in Italia non ci siano più posti di lavoro, che la manifattura scompaia. O si cambia questo modo di pensare, che rappresenta anche un paradigma utilizzato dai politici e dagli esperti di economia, oppure non ci sono alternative per la parte più debole dell’attività lavorativa in Italia. Trovo un risultato straordinario il fatto che siamo riusciti a respingere l’attacco sul salario. C’erano state anche dichiarazioni dei politici a riguardo che affermavano che era giusto fare dei sacrifici per salvare il lavoro. Se avessimo accettato un condizionamento di questo genere, nella diga si sarebbe aperta una falla, in cui si sarebbero infilate tutte le aziende italiane. Già con i livelli di salario attuali gli operai del nostro Paese sono ai minimi livelli in Europa. Se poi accettiamo anche la proposta di ridurre ulteriormente i salari per salvare l’economia, allora acconsentiamo anche alla riduzione in schiavitù di migliaia di italiani. Credo First Line Press

che questa sia l’utopia di qualche industriale e politico italiano, che vede con nostalgia gli anni in cui si poteva svalutare la lira riuscendo a rendere i prodotti Made in Italy competitivi; non potendo più svalutare la moneta, ora si svaluta il lavoro degli operai. La perdita della consapevolezza di essere una “classe”, un gruppo, diventa così un elemento di debolezza anche nelle lotte che sosteniamo».

Nei giorni che sono seguiti alla mia visita, i 1200 operai dell’Electrolux di Porcia hanno espresso il loro parere sugli accordi di Roma in un referendum tenutosi in fabbrica. Il 79% ha optato per il sì, che è prevalso anche negli stabilimenti di Forlì, Susegana e Solaro. Lacrime e sangue, dunque, per un compromesso che dovrebbe essere il migliore possibile. Le conseguenze però ricadono sempre sulle spalle dei lavoratori e la conferma viene non solo dall’Italia, ma anche dalla Francia: proprio in questi giorni presso lo stabilimento di Revin sono in corso tensioni tra operai ed Electrolux. �

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Se “otto” ore vi sembran poche... Una chiaccherata con il collettivo Clash City Workers, autori del libro Dove sono i nostri edito da La Casa Usher Andrea Leoni

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e si parla di lavoro non potevamo far a meno di tirar in ballo il collettivo Clash City Workers, autore del libro che scientificamente, ma anche chiaramente e semplicemente, spiega la composizione della classe oggi, il punto di vista dei lavoratori, dei proletari, di “quella maggioranza che non dispone di rendite o mezzi di produzione, ma che per sopravvivere è costretta a lavorare, ovvero a vendere a qualcuno, in cambio di denaro, il proprio tempo, le proprie energie e le proprie capacità”. Abbiamo raggiunto telefonicamente un’attivista del collettivo, per rileggere cosa sta accadendo oggi, considerando anche l’affermarsi del governo Renzi. Com’è nato il libro?

«Il libro nasce dall’esigenza di andare a vedere, al di là della narrazione e dei racconti, ma anche oltre la percezione soggettiva, che noi ad oggi abbiamo della classe, qual è la composizione del mondo del lavoro in Italia. Quali sono le percentuali degli occupati in

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Italia, di che cosa si occupano, che tipo di lavoro fanno e quindi sostanzialmente andare a vedere attraverso i dati, non solo osservando attraverso percezioni soggettive individuali (se uno abita in una grande città incontra un certo tipo di lavoratori, chi invece sta nei piccoli centri altri), al fine di valutare com’è composto il lavoro in Italia. La finalità è ovviamente quella di intervenire su questo mondo in un duplice modo. Da una parte fare inchiesta, dall’altra organizzare le lotte. Abbiam cercato di vedere quali sono i settori lavorativi più caldi e quali quelli che potrebbero surriscaldarsi in futuro. Lo scopo del libro non è di tipo speculativo e accademico, ma ha un fine concreto da un punto di vista politico. Riteniamo sia importante perché individuando e comprendendo la composizione di classe in Italia può esser più semplice, almeno si spera, intervenire, coordinare le lotte e cercare di comporre quel tessuto che un po’ si è parcellizzato, soprattutto sul piano politico, ma anche su quello della rappresentanza e sul versante sindacale.

Il libro è così composto: una prima parte metodologica, nella quale noi cerchiamo di individuare la centralità della contraddizione capitale/lavoro, quindi in qualche modo sarebbe la parte in cui cerchiamo di indicare a chi si occupa di politica ed a quelli che si preoccupano di provare a cambiare l’esistente un metodo di lavoro sperimentale, sul quale noi stiamo provando ad interventire. Non offriamo un pacchetto preconfezionato. Quello che però proviamo a dire è che mai come in questo momento in Italia la contraddizione primaria, al di là di tante altre contraddizioni che sono anch’esse certamente fondamentali (penso a quella della casa come a quelle ambientali), secondo noi è quella capitale/lavoro. Cioè sostanzialmente quella che riguarda il processo di maggior precarizzazione del mondo del lavoro e l’ipersfruttamento. Quindi cerchiamo di introdurre questo nella prima parte del libro, perché secondo è la contraddizione con cui dobbiamo necessariamente aver a che fare. Poi nei vari capitoli andiamo a studiare pezzo


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dopo pezzo la struttura produttiva italiana: nel primo capitolo andiamo a ragionare su un primo “mito”, un primo racconto, secondo noi poco fondato per quanto riguarda la struttura produttiva italiana: quello secondo il quale l’Italia vivrebbe un periodo di fortissima deindustrializzazione. E lo andiamo a vedere, confrontandoci con i dati dell’Istat, utilizzati dall’Unione Europea e prodotti dalla controparte, la borghesia».

fare questo parallelo, utilizzando dati più recenti di Ocse, Istat, Eurostat, che vanno tra il 1971 e il 2011. In qualche modo abbiamo incrociato vari studi e siamo andati a vedere come era composta la forza lavoro in Italia nel 2011 e come lo era nel 1971. In più diciamo che il 1971 per me è stato un anno importante durante il quale c’è stata un’estrema centralità nel dibattito politico di quello che è il comparto del lavoro legato all’industria: si parla della figuAvete menzionato anche i dati forni- ra dell’operaio, assoluto protagonista ti da Intesa San Paolo... da un punto di vista politico. E noi abbiamo provato a capire se oggi questa «Intesa San Paolo è uno dei no- figura è sostituita da figure differenti o stri punti di partenza e lo utilizziamo se invece il panorama è più complesso. come tale perché, come dicevo prima, vorremmo superare l’idea della “narQuello che abbiamo messo a verifirazione” per produrre una fotografia ca è l’idea per cui il settore dei servizi oggettiva della realtà. Intesa San Paolo, sarebbe in una fase di assoluta crescita in particolare, da questo punto di vista (che poi è la base del mito per cui saci ha involontariamente aiutato perché remmo in un periodo di deindustriaha fatto un lavoro che noi probabilmen- lizzazione) e quella per cui si parla – e te, anzi sicuramente, con le nostre forze secondo noi a torto – di economia itanon avremmo potuto fare. Il suo “La ter- liana come ormai votata al terziario. zializzazione dell’economia europea: è Ebbene abbiamo verificato che questa vera industrializzazione?“, in cui già dal crescita del terziario è effettiva, ma antitolo in qualche modo si desume la do- dando ad analizzare i dati disaggregati, manda che per noi è centrale. In questa forniti da Intesa San Paolo, constatiamo inchiesta Intesa San Paolo prende i dati che in realtà il terziario di cui si parla in forma disaggregata, quindi sostan- altro non è che quello dei servizi legati zialmente più nello specifico di quan- all’impresa. Per cui in qualche modo è to noi possiamo fare semplicemente vero che c’è uno sviluppo del terziario, leggendo la percentuale degli occupati ma certamente non nella direzione delnei vari settori, li scompone e lo fa non la Svizzera o del Lussemburgo, bensì soltanto per quanto riguarda quelli ita- strettamente connesso all’industria. liani, ma anche per le altre principali Per fare un esempio, le esternalizzaeconomie europee: Francia, Germania, zioni di tanti comparti che prima erano Inghilterra e Italia. È interessante an- annoverati nel numero dei lavoratori che come in questo studio ci sia conti- dell’industria (per esempio quelli delle nuamente un paragone con due anni in pulizie, quelli che si occupavano della particolare (vengono messi in relazio- logistica, dello spostamento del prone due momenti): nello studio del 2007 dotto non finito, ecc), quando il processi fa un confronto con il 1971, ossia gli so di esternalizzazione non era ancora anni ‘70. Anche noi abbiamo provato a maturo, parliamo all’inizio degli anni First Line Press

’70, erano annoverati tra i lavoratori dell’impresa, dell’industria. Oggi diventano lavoratori dei servizi. Lo stesso vale per tanti altri lavoratori che sono strettamente connessi alla produzione materiale: chi si occupa dell’implementazione tecnologica, piuttosto che delle telecomunicazioni. Ciò che andiamo a sostenere nel primo capitolo è che se sono cresciuti dei servizi non sono certo quelli legati al turismo o alla finanza, ma quelli dell’impresa. Ciò secondo noi si combina ad un altro tipo di ragionamento, quello sul quale ci stiamo focalizzando adesso e che riguarda la reinternalizzazione: abbiamo avuto modo di verificare che esiste un tentatativo rilevante di riportare i centri produttivi all’interno dell’Occidente (definizione per altro superata), contrastando un altro mito che è quello per cui tutta la produzione è spostata fuori dagli Stati Uniti d‘America, dall’Europa e in generale dalle economie più avanzate). Quello che leggiamo dai dati è esattamente il contrario: è in corso una reinversione del processo e ci trovia-

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Siccome quelli a cui vendiamo tempo e forze ne vogliono sempre di più, fino a consumarci, solo se sappiamo bene su chi siamo [...] possiamo sperare di non morire di fame e di fatica» (estratto dal libro)

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imponendo e vorrebbero massicciamente imporre anche in Italia. Come si possono rileggere anche le rivolte turche?

mo in un momento di forte reinternalizzazione. Tanto per fare un esempio negli Stati Uniti il cavallo di battaglia dell’amministrazione Obama è stato Select USA. Un piano di reindustrializzazione in cui, carta alla mano, si offre ad investitori la possibilità di “riportare un’impresa a casa”. Il discorso proposto è “fate attenzione, è inutile che andiate ad investire in Cina o in India, noi vi offriamo delle condizioni migliori”. Ovviamente queste condizioni migliori sono fondate sullo sfruttamento, per molti aspetti un processo simile a quello che sta producendo il Governo Renzi in Italia e che prima di lui hanno prodotto Enrico Letta e Mario Monti. In particolare quest’ultimo, secondo la filosofia del “tornate a investire nel nostro Paese, a produrre in Occidente perché poi, non vi preoccupate, a tener buoni i lavoratori ci pensiamo noi, ad abbassare la pressione fiscale sull’impresa ci pensiamo noi, poi vi agevoliamo, facciamo in modo che per voi imprenditori ed industriali sia più conveniente tornare a casa ad investire”». Meccanismo simile a quello che ha portato alla tragedia nella miniera di Soma, come avevate spiegato in un vostro lavoro sulla Turchia, da voi definito come “un caso da manuale dell’applicazione delle “riforme” neoliberiste. Manovre che stanno

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«Il metodo è stato esattamente lo stesso. Abbiamo visto un fenomeno che era quello delle mobilitazioni legate a Gezi Park. Di fronte a quelle manifestazioni ci siamo interrogati e ci siamo detti “com’è possibile produrre quel livello di conflitto? Com’è stata possibile la diffusione di ciò?” Piuttosto che andarci a soffermare sull’intervista al singolo manifestante, sull’impressione che lui aveva avuto sul comportamento della piazza, abbiamo fatto un passo indietro, abbiamo visto qual è stato il processo di trasformazione della Turchia dal 2001 ad oggi. Nel 2001 avevamo una Turchia devastata dal punto di vista economico: un PIL al 9,4%, un’inflazione che viaggiava quasi al 70% (una cifra astronomica se pensiamo che in Italia in quel momento eravamo al 3% e la media europea si aggirava intorno al 2,5%). In altre parole un Paese in ginocchio. Ma cosa succede in Turchia e perché secondo noi la questione è particolarmente interesante per poi capire la situazione italiana di oggi? Succede che Recep Tayyip Erdoğan (che è diventato poi il simbolo e l’uomo-motore di questo processo di trasformazione) altro non fa che andare a svendere le condizioni presenti, ma anche quelle future, dei lavoratori turchi per attirare investimenti. Tant’è che oggi ci capita

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Non è tanto la grandezza della piazza o la violenza dello scontro, ma l’incidenza nella sfera di produzione della ricchezza ad aver dato a chi si mobilità una potenza enorme» (estratto dal libro)

molto più spesso di vedere sull’etichette delle magliette “made in Turkey”: praticamente dalla compagnia Zara è tutto fatto in Turchia, perché tutto quello che Erdoğan ha fatto è stato prima creare un forte consenso politico, mantenendo contemporaneamente un’impostazione neoliberista e un riferimento all’immaginario dell’Islam. A ciò ha poi accompagnato delle riforme molto concrete, aggressive ed impopolari, per cui alla fine degli anni 2000 è riuscito a rispettare punto dopo punto il programma imposto dal Fondo Monetario Internazionale. In particolare quello che lui è andato a disciplinare è stata tutta la normativa in materia di impresa: riforma del mercato del lavoro, liberalizzazione e privatizzazione di tutta una serie di settori. Questi sono due dei punti più importanti dei primi anni 2000. Vediamo il collegamento con quanto successo a Soma: per quanto possa sembrare un volo pindarico, se si vanno ad analizzare gli appelli dei sindacati che nel dopo tragedia hanno indetto le manifestazioni molto partecipate, le responsabilità sono chiare: il problema è stato il processo di privatizzazione, ma anche l’accelerazione dei tempi di estrazione. Non dimenticando tutto il sistema di corruzione per cui, pur di agevolare queste imprese private, in questo caso proprio la miniera di Soma, non si facevano controlli, non ci si occupava minimamente né delle condizioni dei lavoratori, né tantomento della loro sicurezza. Ciò che dobbiamo dire su Soma è che non si tratta di omicidi bianchi, di morti bianche come le chiamiamo in Italia: il conto dei morti è una sorta di effetto collaterale, è una cosa contenuta nel calcolo, è una cosa che “ci sta”. In un conto che è solo di carattere economico. In questo senso il collegamento tra le riforme di Erdoğan e quello che è accaduto è abbastanza stretto, perché la deregolamentazione generale del mercato del lavoro sul piano della riforma contrattuale e sul piano della sicurezza ha una ricaduta molto concreta sulla vita dei lavoratori. In Turchia poi l’altro processo che è stato assolutamente portato avanti da Erdoğan è quello della riduzione all’impotenza del sindacato, per cui senza


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La loro [quella dei contadini, operai di tutti i tipi, muratori, impiegati, trasportatori, facchini...] è una conflittualità temibile, perché continua, endemica, diffusa» (estratto dal libro)

neanche troppo pudore, nella stessa propaganda che il governo turco ha fatto per attrarre investimenti, si è parlato anche dell’assenza di problemi dal punto di vista sindacale, promettendo che non ci dovrebbe mai essere una grande contrapposizione con i lavoratori. Questo perlomeno è quello che lui auspica. La cosa inquietante è che evidentemente sul piano degli investimenti questo meccanismo ha funzionato, perché l’economia turca è cresciuta. Quello che noi immaginiamo per l’Italia è che se questo processo non viene ostacolato o invertito succederà qualcosa di simile. Su cosa si va a giocare l’ipotetica uscita dalla crisi dell’Italia? Solo su questo? Sul peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori italiani? E in ciò il piano Marchionne ha a mio avviso la pietra miliare, anzi se volessimoo utilizzare termini forse poco consoni a questa classe, Marchionne è stato avanguardia della borghesia mondiale, visto che ciò su cui ha puntato è stato lo sfruttamento dei lavoratori. È stato colui che ha affermato: “Basta sindacato, al tavolo si siede solo chi firma. Basta scioperi per ciò che attiene alla democrazia in fabbrica ed alle modalità del lavoro, quello di cui possiamo parlare è solo esclusivamente la questione salariale. Ossia ci può essere una variazione sul piano salariale: potete guadagnare un po’ di più o un po’ di meno, ma in sostanza tutto il resto della vostra vita, come la possibilità di essere rappresen-

tati sindacalmente, lo decido io”. E in questo quadro sia il tour mondiale di Monti, sia il Jobs Act di Renzi, sia anche l’accordo sulla rappresentanza del maggio scorso, sono assolutamente in linea. Il cerchio che si chiude: sempre meno democrazia sul posto di lavoro, sempre più sfruttamento. In questo senso quella che offre la crisi non è tanto una prospettiva di desertificazione del tessuto produttivo italiano, teoria per cui si dice spesso: siamo destinati ad esser sempre più disoccupati ed a non avere più lavoro. Piuttosto il futuro e l’intervento politico sulla crisi sembrano rivolti al maggior sfruttamento, unito naturalmente a condizioni sempre peggiori per la rappresentanza sindacale e la democrazia nel posto di lavoro.

volta in volta settori diversi da un punto di vista generazionale e da un punto di vista economico. Per esempio, la prima grande questione della flessibilità in entrata secondo noi è strettamente legata agli 80 euro. Mi spiego meglio: tende a precarizzare il lavoro perché non c’è l’obbligo di assunzione e si allunga il periodo dell’apprendistato. Ciò rappresenta una “mazzata” ai giovani e a chi entra nel mondo del lavoro. Noi pensiamo anche alla questione del tirocinio obbligatorio. La proposta di Renzi, ai fini del curriculum, è di rendere obbligatorio una sorta di nuovo servizio civile, di cui ha parlato molto nell’ultimo periodo».

Quella che lo stesso Renzi ha chiamato la “leva per la difesa della paQuindi arriviamo al Jobs Act di Ren- tria” zi: cosa sta succedendo? «Si, dialetticamente è anche tutto «Secondo noi l’operazione di Renzi sommato bravo: lo propone come saè votata a questo tipo di obiettivo: da crificio per la nazione, dicendo:”Noi un lato quello di aumentare ulterior- non impariamo nei banchi di scuola”, mente la precarietà, dall’altro quello come sempre ponendosi come uomo di abbassare i salari. Per far ciò Renzi del fare. “Che stiamo a fare un anno mette in atto un meccanismo piuttosto in più a scuola? Facciamo piuttosto furbo: il Jobs Act inizialmente sembra- questo tirocinio che ci insegna cose va (o perlomeno se ne parlava così) una concrete”. Ora sappiamo tutti benissiriforma complessiva sul mercato e sul mo. È lavoro non retribuito, ma lui te mondo del lavoro. Invece Renzi lo ha lo propone in questi termini. Questo, “spacchettato” in tanti decreti legge: la precarizzazione in ingresso, il proadesso è stata approvata la prima parte lungamento degli anni di precariato, D.L. 114. Ciò ha permesso di colpire di sono tutti elementi per cui si capisce FABRIANO | Sciopero nazionale dei lavoratori di Indesit Company contro la delocalizzazione dell’azienda all’estero. Polizia in difesa dello stabilimento - (Foto di Andrea Leoni)

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ed ipersfruttamento. Secondo me siamo solo agli inizi e Renzi sembra aver messo il piede sull’acceleratore anche rispetto ai precedenti governi Letta e Monti: non si taglia più qua e là, ma si fa una riforma strutturale che riguarda la precarizzazione, il lavoro a termine, l’uscita e soprattutto gli ammortizzatori sociali. Infatti, come già annunciato, la riforma della cassa integrazione e l’abolizione della stessa cassa integrazione sembrano essere nell’orizzonte delineato da Renzi». � Per acquistare Dove sono i nostri scrivi all’indirizzo mail dovesonoinostri@gmail.com

come Renzi attacchi i giovani con il leit motiv:”Meglio fare un lavoro sottopagato o un lavoro anche non retribuito, come il tirocinio obbligatorio, piuttosto che non fare niente. Intanto ti inserisci nel mondo del lavoro, impari a fare delle cose, poi sicuramente troverai un posto migliore”. In realtà questa precarizzazione non sembra aver a che fare soltanto con i giovani, perché bisogna affiancarci una precarizzazione anche in uscita dal mondo del lavoro: Renzi è stato il primo ad affermare l’inutilità dell’articolo 18. E prospetta possibilità di licenziamento molto più facili. Ciò che accade è che anche a 50 anni puoi ritrovarti con quelle condizioni di flessibilità dell’entrata nel mondo del lavoro, che nei racconti del premier sembrerebbero riguardare soltanto dei diciottenni neodiplomati. L’idea è quella di una precarizzazione totale che però mediaticamente riesce a tenere molto bene, grazie al contentino degli 80 euro. A chi vanno? Non vanno ai disoccupati e neanche ai pensionati. Servono a compensare una determinata base sociale, ma soprattutto servono alla strategia mediatica più complessiva. Io credo che si possa ancora parlare poco di dove andrà a parare il Jobs Act, perché c’è ancora molto da vedere in questo processo di precarizzazione

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per approfondire | La terziarizzazione dell’economia europea: è vera deindustrializzazione? www.group.intesasanpaolo.com/scriptIsir0/si09/contentData/view/wp_luglio2007.pdf?id=CNT04-000000001D5EF&ct=application/pdf SelectUSA http://selectusa.commerce.gov/ Sindacalismo scussione

sociale.

Appunti

per una di-

www.dinamopress.it/news/sinda-

calismo-sociale-appunti-per-una-discussione

Chi

è colpevole del massacro di Soma Turchia? Cronaca di una morte annunciata www.clashcityworkers.org/ internazionale/1430-chi-e-colpevole-delmassacro-soma-turchia-cronaca-morte-annunciata.html in

Turchia, incidente

strage di minatori: omicidio, non http://firstlinepress.org/turchia-

strage-di-minatori-non-incidente-omicidio/

Cosa sta succedendo in Turchia e cosa c’entra con noi. Un’analisi e alcune considerazioni www.clashcityworkers.org/documenti / analisi /1007- cosa - sta - succedendo - in turchia-e-cosa-centra-con-noi.html “Guerra preventiva” al conflitto. Un’analisi dell’accordo sulla rappresentanza del 31 maggio www.clashcityworkers.org/documenti/analisi/1050-analisi-accordo-rappresentanza-31-maggio-guerra-preventiva-alconflitto.html Dal precariato al volontariato. Sulla riforma del terzo settore www.clashcityworkers. org/documenti/commenti/1428-dal-precariato-al-volontariato-riforma-terzo-settore.html [Pomigliano] Per ricordare Maria, continuare la lotta! www.clashcityworkers.org/ documenti/articoli/1443-pomigliano-ricordare-maria-continuare-lotta.html Faq: JobsAct istruzioni per l’uso! www.indipendenti.eu/blog/?p=30834 ‘Today we resist’: celebrating Gezi one year later http://roarmag.org/2014/05/todaywe-resist-celebrating-gezi-one-year-later/


flp magazine RETAIL INDUSTRY

Il panino indigesto Le lotte dei lavoratori Mc Donald’s dagli Stati Uniti al resto del mondo. E la vertenza è globale. Flavia Orlandi

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on succede solo da Mc Donald’s. Succede da Walmart, succede nei magazzini di Amazon, succede un po’ in tutta la retail industry, il settore che oggi negli Stati Uniti d’America offre il maggior numero di posti di lavoro: negli anni ‘70 c’era la General Motor, oggi ci sono i grandi magazzini.

Cosa succede? Lo sfruttamento dei lavoratori e la spinta al ribasso dei loro diritti e del loro costo, allo scopo di mettere sul mercato un prodotto di scarsissima qualità, ma dal prezzo incredibilmente basso. Un cane che si morde la coda, dato che quel prodotto è destinato proprio a quelle classi che hanno a disposizione salari limitati. Classi il cui diritto alla salute è negato, sia nel momento in cui lavorano sia in quello in cui consumano.

Sul piano del lavoro infatti in questi settori il part time è la forma contrattuale dominante, e a ciò si aggiungono turni variabili, la cui comunicazione avviene all’ultimo momento, pause lavoro praticamente assenti a fronte di un ritmo produttivo da fabbrica dickensiana. E poi il sistematico sabotaggio di qualsiasi forma di organizzazione sindacale, realizzato con licenziamenti, ma anche con trasferimenti da uno store all’altro, con l’assegnazione di turni

“Il valore della forza-lavoro includisumani, con il ricorso alla spionaggio del dissenso tramite crumiri, con il ri- de il valore delle merci necessarie per la riproduzione del lavoratore e per la catto degli immigrati illegali. perpetuazione della classe operaia. Ma Sul piano del consumo invece le il capitale, nel suo smisurato e cieco immerci prodotte sono sofisticate e “adul- pulso, nella sua voracità da lupo mannaterate”. Walmart può permettersi prez- ro di pluslavoro, usurpa il tempo neceszi competitivi non solo per i bassi costi sario per la crescita, lo sviluppo e la sana del fattore lavoro, ma anche perché le conservazione del corpo. Ruba il tempo merci provengono molto spesso dalla che è indispensabile per consumare aria Cina e la qualità è bassissima, così come libera e luce solare. Lesina sul tempo dei lo è la sicurezza del prodotto. Si tratta pasti e lo incorpora dove è possibile nel di un meccanismo ormai diffusissimo processo produttivo stesso, cosicché al e globalmente capillare: con le grandi catene di distribuzione che vanno a sostituire la piccola distribuzione dei negozi, la piccola borghesia scompare e le Un’ampia fetta di differenze di classe aumentano. Un’ampia fetta di popolazione, che comprenpopolazione, che de i lavoratori della retail industry (ma comprende i lavoratori non si limita a quelli), sopravvive con della retail industry stipendi al di sotto del livello di pover(ma non si limita a tà e per farlo compra merci scadenti che rendono la qualità della vita molto quelli), sopravvive con bassa. Sebbene questa tendenza vada stipendi al di sotto del radicalizzandosi, non si tratta di certo livello di di una novità della nostra epoca. Karl Marx aveva già parlato di questo fenopovertà e per farlo meno ne Il Capitale, non limitandosi a compra merci descrivere la spaccatura dell’umanità scadenti che rendono nelle due classi degli oppressi e degli la qualità della vita oppressori, ma descrivendo anche le conseguenze di questo fenomeno sulle molto bassa» merci prodotte, sempre più adulterate:

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lavoratore vien dato il cibo come a un puro e semplice mezzo di produzione, come si dà carbone alla caldaia a vapore, come si dà sego e olio alle macchine. Quindi il capitale non ha riguardi per la salute e la durata della vita del lavoratore, quando non sia costretto a tali riguardi dalla società. (...) Al lamento per il rattrappimento fisico e mentale, per la morte prematura, per la tortura del sopralavoro, il capitale risponde: dovrebbe tale tormento tormentar noi, dal momento che aumenta il nostro piacere (profitto)?” E Marx prosegue descrivendo alcuni casi di adulterazione studiati da Chevallier, un chimico francese a lui contemporaneo, quali quella dello zucchero, del sale, del latte, del pane, dell’acquavite, del vino, della cioccolata e della farina. Chissà quante ne conterebbe oggi Chevallier nei panini di Mc Donald’s, nelle patatine e nel pollo fritto. Cibo prodotto all’interno di una catena di montaggio globale, che schiaccia verso il basso il costo di produzione: alcune “spie” interne alle aziende sostengono che un singolo panino con hamburger costa a Mc Do-

nald’s circa 42 centesimi. Tuttavia non è questa la sede per un approfondimento di tipo igienico-sanitario sul re dei fast food, basterà accontentarsi del costo del prodotto per farsi un’idea della qualità dello stesso. E d’altronde bisogna riconoscere che il cliente del Mc Donald’s è generalmente consapevole di ingerire un cibo non sano: ciò che lo ha convinto nella sua scelta d’acquisto sono piuttosto il prezzo basso e il sapore. Peccato che la fragranza della carne non sia tanto opera di pascoli montani, quanto dell’inserimento di “profumi” e aromi artificiali prodotti da un’apposita sezione ricerca dell’azienda, sempre all’avanguardia in questo ramo. Così come all’avanguardia è la sezione marketing, che studia il packaging del prodotto e l’arredamento degli store: i contenitori “aderenti” per i panini mirano a farli sembrare più grandi, quelli piccoli delle patatine a farle strabordare e dare un senso di “urgenza” al consumo. Il concept Mc Donald’s è indubbiamente ben studiato e ripreso da molte altre catene di fast food. E la conseguenza è che oggi la parte della popolazione più povera dei paesi occidentali è quella che soffre di obesità, di malattie car-

FAST FOOD | Clienti (Foto da Flickr di Lynn Friedman)

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La campagna Fight for fifteen che focalizza la protesta non solo sul generico miglioramento delle condizioni di lavoro, ma anche sull’aumento della retribuzione»

diovascolari, di diabete. Ed è la stessa parte che sopravvive grazie al “debito al consumo”, ossia all’utilizzo di prestiti contratti allo scopo di sostenere le spese di vita quotidiane, non sempre affrontabili con il solo stipendio. Eppur qualcosa si muove tra i lavoratori di queste grandi catene. Cosa più importante sembra si sia giunti alla consapevolezza che una lotta dei lavoratori contro un’azienda multinazionale, non può che avvenire attraverso una serie di proteste globali convergenti. Le prime sono partite negli Stati Uniti, a New York nell’estate 2012. Qui c’è stato un walk out, ossia una interruzione del servizio concordata tra i lavoratori, che hanno abbandonato il posto di lavoro e sono scesi nelle strade in presidio. A novembre nuove proteste e poi l’anno successivo nasce la campagna Fight for fifteen che focalizza la protesta non solo sul generico miglioramento delle condizioni di lavoro, ma anche sull’aumento della retribuzione: negli Stati Uniti la paga di un “McJob” si aggira intorno agli 8 $ l’ora, e la protesta vorrebbe portarla a 15. Potrebbe sembrare fin troppo ambiziosa la richiesta del quasi raddoppio del costo della forza lavoro, ma bisogna ricordare che negli Stati Uniti il welfare è più ridotto rispetto all’Europa, in particolare la sanità non è pubblica, e sebbene oggi la riforma realizzata da Barack Obama obblighi i datori di lavoro a pagarla ai propri impiegati full time, questo ha solo generato la proliferazione di contratti part time. Negli


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USA | Proteste a Delaware del 23 Maggio 2014 (da Flickr tcd123usa)

Usa la paga minima federale è di 7,25$ l’ora, mentre secondo il Bureau of Labour Statistics quella media è di 12,71. Quindi gli impiegati dei fast food sono tra le categorie di lavoratori peggio retribuite.

Ma non è così dappertutto. Il movimento Fight For Fifteen parla ad esempio di come la situazione in Australia sia ben diversa. Nella terra dei canguri gli impiegati dei fast food ricevono in media 17,98$ australiani all’ora, che corrispondono a 16,38 $ americani. Inoltre hanno malattie e ferie pagate, nonché la sanità pubblica. Forse non è un caso che l’Australia sia il Paese occidentale che ha avvertito in maniera minore la crisi, ma comunque non è l’unico che riesca ad offrire condizioni

di lavoro migliori di quelle statunitensi. alto livello di turn over dei lavoratori, nonostante per molti quello al Mc DoPer quel che riguarda il lavoro nei nald’s non rappresenti più un impiego fast food si potrebbero delineare tre di passaggio. Infine ci sono i Paesi più diversi standard nel mondo: al primo poveri dell’Asia, dell’Africa e dell’Ameriposto per la qualità ci sono Paesi come ca Latina. Gli Stati Uniti rientrano nella la Danimarca, la Norvegia, la Svezia e seconda categoria, ma a quanto pare ad la stessa Australia nelle quali i lavora- un livello basso della stessa, dato che lo tori sono organizzati attraverso gran- stipendio degli impiegati deve essere in di “Unions”, ossia strutture sindacali. grado di pagare l’assicurazione sanitaLe paghe arrivano ai 20 $ all’ora e le ria. Inoltre la massiccia presenza nella condizioni di lavoro sono abbastanza filiera di immigrati, spesso clandestini, buone. Recentemente anche in questi rende i lavoratori ulteriormente ricatPaesi si sono tenute proteste contro il tabili dalle compagnie. colosso delle patatine, ma sono state La protesta sviluppatasi negli Stati indette per solidarietà verso i lavoratori di altre parti del mondo. A seguire Uniti si è propagata nel resto del monvengono gli altri Paesi europei e dell’A- do, producendo iniziative in più di 100 merica Latina più ricchi, dove le condi- città. La mobilitazione è stata preceduzioni di lavoro peggiorano e persiste un ta dall’incontro internazionale 1st Iuf First Line Press

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International Fast Food Workers MeeFAST FOOD | (Foto da Flickr di A_minor) ting tenutosi il 5 e il 6 maggio a New York, e organizzato dallo IUF (International Union of Food, Agricultural, Hotel, Restaurant, Catering, Tobacco and Allied Workers’ Associationism) ossia il sindacato mondiale della filiera alimentare. In questa occasione varie delegazioni internazionali hanno avuto l’opportunità di confrontarsi e decidere delle linee comuni per la protesta. Il primo appuntamento fissato è stato per il 15 maggio scorso: in questa occasione si sono tenute mobilitazioni, presidi, proteste e cortei in circa 100 città in tutto il mondo. 33 paesi tra cui Pakistan, Marocco, Brasile, Nigeria, Sudafrica, Belgio, Giappone, India, Indonesia, sembrava previsto per l’1 maggio 2014, Irlanda, Argentina, Thailandia, Malawi ma poi è stato rimandato al 31 diceme Corea del Sud. bre 2014. Se le aziende del settore dei pubblici esercizi non saranno più vinAnche in Italia ci sono state prote- colate a tale modello, si aprirà la posste: a Roma, Milano, Torino, Firenze, sibilità di una nuova contrattazione al Venezia, Bologna e altre ancora. Nel ribasso dei diritti dei lavoratori, se non nostro Paese la paga oraria per il livello della creazione di una sorta di regolapiù diffuso della catena, il quarto, è di mento aziendale a cui attenersi. 7,6 € l’ora, e nonostante sia più bassa di quella statunitense, al netto dei servizi Inoltre nel corso del 2014 in Camsociali pubblici, è comunque migliore. pania si sono tenute alcune vertenze Tuttavia questa categoria di lavoratori legate alle specifiche problematiche si trova ad affrontare in questo periodo dei punti Mc Donald’s locali ed in paril problema del venir meno del CCNL ticolare in opposizione all’italiana Na(Contratto Collettivo Nazionale di La- poli Futura. Questa azienda è partner voro) Turismo, comunicato da Fipe, la al 50% di Mc Donald’s Italia nella geFederazione nazionale delle aziende stione di 9 ristoranti campani: due ad dei pubblici esercizi di cui fa parte an- Afragola, due a Pompei, due a Napoli, che McDonald’s. Inizialmente il recesso uno a Casoria, uno a Salerno e uno a Nocera. In teoria la partnership permetterebbe a Mc Donald’s Italia di lavarsi le mani riguardo la gestione del personale, così come delle proteste che Negli Usa la paga questa genera, scaricate totalmente su minima federale è di Napoli Futura. In questo caso le contestazioni nel napoletano sono partite a 7,25$ l’ora, mentre seguito dell’annullamento unilaterale secondo il Bureau da parte dell’azienda degli accordi sotof Labour Statistics toscritti precedentemente col sindacato UILTuCS. Senza tale tutela sarebbero quella media è di diventati più semplici i trasferimenti 12,71. Gli impiegati dei lavoratori da un ristorante all’altro. dei fast food sono Dal momento che in questo territorio tra le categorie di la maggior parte degli impiegati Mc Donald’s sono donne con figli e non più lavoratori peggio studenti, il trasferimento molto spesso retribuite» si traduce nelle automatiche dimissioni del lavoratore ed è quindi un potenzia-

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le strumento di ricatto, se non un modo per ridurre il personale senza addossarsene il licenziamento. Sono gli stessi lavoratori a sospettarlo: in questo modo si possono eliminare in maniera “pulita” gli impiegati con maggiori scatti di livello ed anzianità di servizio, per sostituirli con giovani meno pretenziosi e dal contratto breve, permettendo così un notevole risparmio nei costi della forza lavoro. A questa prospettiva parte del personale è però insorta: il 7 febbraio passato per tre giorni c’è stato lo sciopero dei lavoratori della Napoli Futura a cui ne sono seguiti altri due il 23 e il 30 marzo. L’assenza di una parte del personale ha messo in crisi l’azienda, che nel corso delle giornate di protesta è stata costretta a chiudere il Mc Drive ed ha suscitato solidarietà tra molti clienti. Alla fine il quarto sciopero programmato per l’1 aprile è stato annullato: l’azienda Napoli Futura ha accettato di sedersi al tavolo delle trattative insieme ai sindacati e all’Assessorato al Lavoro della Regione Campania. Mc Donald’s invece era assente e invisibile come solo una multinazionale esperta sa essere in questi casi. L’accordo ha prodotto la garanzia di tutela rispetto ai livelli occupazionali nei 6 tra quei 9 ristoranti in cui i dipendenti erano a rischio licenziamento. Una vittoria che dovrebbe portare speranza tra i lavoratori costretti a subire: se c’è unità e tenacia è ancora possibile difendere i propri diritti e le proprie posizioni. Anche se voglioni farci credere il contrario. �


flp magazine PAESI BASCHI

Lavorare per resistere Quando il lavoro diventa uno strumento per affermare una identità sociale, politica e nazionale. La storia di un insegnante della propria lingua: il basco. Giuseppe Ranieri

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Per me è un atto d’amore verso la mia lingua, il mio paese, Euskal Herria, e verso la mia famiglia»

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l giorno d’oggi, spesso e volentieri, lavoro è sinonimo di sfruttamento, alienazione, mancanza di garanzie e di diritti, oppure in alternativa, di spasmodico inseguimento della sola sussistenza, ma alle condizioni appena elencate.

Fortunatamente, non tutto il mondo è paese e ci sono ancora delle eccezioni. Come ad esempio quella di Carlos, un uomo sulla quarantina dai tratti somatici straordinariamente somiglianti a quelli di Lenin. Scambiandoci quattro chiacchiere, oltre all’aspetto fisico, mi accorgo ben presto che anche nelle idee politiche e sociali è simile al rivoFirst Line Press

luzionario russo. Carlos è un basco di Donostìa, nome basco di San Sebastian e come ogni basco che si rispetti è dotato di una determinazione e di una tenacia fuori dal comune. Ho avuto la fortuna di conoscerlo tramite amici comuni durante il mio primo viaggio in Euskal Herrìa. È stato il primo basco con cui mi sono rapportato direttamente e mi ha fatto capire la tempra del suo popolo, che, sebbene inizialmente “ruvido”, una volta fatta breccia nel loro cuore, sarai sempre uno di famiglia. Le sue grandi passioni sono la politica, la Real Sociedad (la squadra di calcio locale) e l’indipendenza del suo popolo.

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«Per me è un atto d’amore verso la mia lingua, il mio paese, Euskal Herria, e verso la mia famiglia. I miei nonni conoscevano l’Euskera ma non lo parlavano con i figli, quindi andò perdendosi negli anni. Mio fratello e io lo abbiamo imparato e reintrodotto in famiglia. È una cosa della quale andiamo molto fieri. D’altra parte questo è un impegno serio nei confronti del mio Paese, che ti dà anche la possibilità di aprirti al mondo, di vivere un’altra realtà: la nostra. Pensi che il lavoro che stai svolgendo sia più importante per la conservazione di una memoria storica, del passato, o come impulso verso il futuro?

E’ proprio in nome di quest’ultimo che si sviluppa la sua attività lavorativa: Carlos insegna la lingua basca, l’euskera, agli adulti presso l’Istituto AEK (Alfabetatze Euskalduntze Koordinakundea); una scuola popolare che “si occupa della normalizzazione dell’euskera” come ama ripetere Carlos, perché il mantenimento in vita di quest’idioma è una delle principali battaglie condotte dal popolo basco per affermare la propria diversità, la propria autodeterminazione e la propria ostinazione a lottare fino alla fine per la

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D’altro canto, non possiamo costruire una nazione basca senza il suo tratto distintivo, identitario, che è la lingua basca»

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loro causa; proprio come quegli scogli su cui si infrangono le onde dell’oceano nella Baia di San Sebastian, che resistono a millenni di corrosione. Nello stesso modo il popolo basco ha resistito nel corso degli anni alla messa al bando dell’euskera da parte del regime franchista, durato ininterrottamente almeno fino alla metà degli anni’60. Popolo che resiste alle ondate di violenza e repressione che ciclicamente si abbattono sulle organizzazioni indipendentiste e sulla popolazione in generale, così come riesce a resistere e a protrarre il suo spirito indomito resistendo a tutte le tendenze della globalizzazione. Da quanti anni insegni Euskera?

«Sono già 20 anni che insegno agli adulti. La mia organizzazione, AEK – Insegnamento di Euskera agli adulti – è attiva circa da 40 anni, sotto diverse forme».

«Come dicevo prima, la lingua per me ha un legame forte con il passato, con la mia famiglia, con l’ambito sentimentale. Però l’Euskera è una lingua viva, che è andata modernizzandosi e che oggi guarda al futuro. D’altro canto, non possiamo costruire una nazione senza il suo tratto distintivo, identitario, che è la lingua basca. Gli stessi baschi si riferiscono a se stessi come euskaldunak, che letteralmente significa “coloro che possiedono l’Euskera” e quando parlano della loro terra la chiamano Euskal Herria, “il paese dell’Euskera”. Tutto gira attorno alla lingua, la ultima pre-indoeuropea che resta in Europa, la più antica». Credi che fare un lavoro nel quale credi e che ti piace, ti conferisca un privilegio, considerando la situazione che viviamo oggi, con un costante aumento della disoccupazione? «Ovviamente sono un privilegiato. Sono molto orgoglioso e considero il mio come un “lavoro militante” anche se la paga è davvero bassa».

Quante persone partecipano ai corsi? C’è ancora molta gente che parla Euskera? Anche i giovani mantengono viva la tradizione?

«Per darti un’idea concreta, con ciCosa significa, per te, insegnare Euskera? fre reali, dovrei avere sottomano i dati.


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C’è stato un genocidio culturale e ancora oggi Spagna e Francia si oppongono all’uso dell’Euskera. Dobbiamo continuare nella nostra lotta»

Sono già tanti anni che lavoriamo per recuperare la lingua. Oggi, il 35 per cento della popolazione conosce la lingua. Quelli che poi la usano sono meno. Uno dei nostri obiettivi è proprio questo: chi conosce la lingua, inizi ad utilizzarla. In ogni caso, il cammino verso una situazione normalizzata è ancora lungo. C’è stato un genocidio culturale e ancora oggi Spagna e Francia si oppongono all’uso dell’Euskera. Dobbiamo continuare nella nostra lotta».

«Non vogliamo l’Europa del capitale. Vogliamo una Europa della gente e dei lavoratori. Il capitale vuole tenere tutto sotto controllo e sottomettere i cittadini. Vogliamo avere una nostra dimensione come popolazione e non sottometterci al capitale e alle multinazionali».

Facci un saluto in Euskera per i nostri lettori: «Besarkada iraultzaile bat. Gora herriak! (Un abbraccio rivoluzionario. W Il popolo!)» �

Qual è la relazione che hanno o che hanno avuto istituti simili con le istituzioni locali e nazionali? Il governo di Madrid ha mai creato problemi? ci».

«Come dicevo, continua a ostacolar-

Come vedi la situazione attuale nel Paese Basco? Quali credi che siano le prospettive per il futuro? «Personalmente, come indipendentista della sinistra rivoluzionaria, vedo che la società basca non crede in un futuro all’interno della Spagna. Per questo motivo vuole ottenere il suo diritto a decidere. È un principio democratico: l’autodeterminazione. Abbiamo imboccato la strada giusta e sono ottimista». In un mondo nel quale si vogliono abbattere le barriere tra gli Stati e creare organismi sovranazionali, quale può essere il motivo della lotta per l’affermazione e la indipendenza di Euskal Herria?

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Viaggio nell’Interporto di Bologna Regno della logistica italiana e fortezza dei diritti conquistati da un nuovo soggetto lavorativo Lorenzo Giroffi

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aporalato: non è solo affare di campagne e sud Italia. Il settore della logistica, sempre più fondamentale nel capitalismo decentralizzato, ha vissuto e vive pezzi di sfruttamento. Abusi che cozzano con i contratti nazionali e con i diritti del lavoro. La resistenza a tutto ciò trova un posto simbolo nell’Interporto di Bologna, assemblaggio di magazzini e rotaie per trasporto merci. Un luogo che è snodo per tante aziende che imballano e pre-

parano le ramificazioni di merci di ogni genere. Entrando in questo immenso e grigio posto si leggono le insegne delle più grandi compagnie italiane ed internazionali: ARTONI; SDA; DHL; TNT; BARTOLINI; FERCAM.

famoso tempo della crisi, in cui sindacati, aziende e governi si accordano sempre più per abbassare le garanzie per i lavoratori. Tuttavia una felice controtendenza. Karim mi mostra i singoli magazzini e per ognuno ci sono storie di abusi che tiene nei suoi ricordi, affinIn questi enormi magazzini, al cui ché non si torni più indietro. Le violenesterno si alternano container e gros- ze viaggiavano su binari multipli: fisici, si tir, lavorano centinaia di operai che psicologici, lavorativi. preparano consegne, gestendo il commercio su gomme e rotaie. «I capi settore utilizzavano anche i bastoni per costringere a ritmi più Lo sfruttamento da queste parti si serrati e minacciare. Le buste paga traduce anche nel risveglio delle co- non erano veritiere e molte volte non scienze dei lavoratori, dunque rischia- rispettavano l’orario effettivo. Si era re un vero e proprio blocco, dato che costretti a lavorare ventiquattro ore questo settore riguarda la mobilità di su ventiquattro. Molti dormivano nei merci che necessitano di un trasporto camion. Prima del 2008 c’erano anche a volte celere per deperimento, altre per date strette di viaggi. Dunque se i lavoratori della logistica scioperano, si spezza un anello fondamentale della catena economica contemporanea. Se i lavoratori della

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Percorro l’Interporto di Bologna in compagnia di Karim Baklou, facchino di una delle aziende che opera qui. Lui è stato protagonista della lotta che, partita dal 2008, ha portato ad un grosso riscatto in termini contrattuali e di dignità. Forse un paradosso nel

logistica scioperano, si spezza un anello fondamentale della catena economica contemporanea»


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BOLOGNA | Uno scorcio su alcuni magazzini dell’Interporto (Foto Lorenzo Giroffi)

molti lavoratori in nero, ai quali era ri- ti magazzini facevano lavorare fino a diciotto ore. Altra opzione di sfruttaservato solo cibo». mento era quella che se dopo tre ore Karim mi racconta della lotta, ma di lavoro la merce era terminata si rianche della sua terra, il Marocco, perché spedivano i lavoratori a casa, per poi i lavoratori dei magazzini in quest’In- richiamarli se eventualmente fosse terporto al 90% provengono dal Nord subentrato un nuovo carico, chiedenAfrica: Marocco Tunisia ed Egitto, ma do in tale maniera una disponibilità di anche Pakistan e Bangladesh. Migranti ventiquattro ore su ventiquattro. Ritore sfruttamento lavorativo vanno di pari nando ai postulati del contratto, questo passo per Karim. Un criterio per le as- non è a chiamata, ma si tratta di fissi, sunzioni è stato sicuramente inglobare quindi inerenti solo ai turni di lavoro e personale non in grado di decifrare i non a disponibilità, altrimenti il salario sarebbe diverso. Invece, nonostante il diritti da reclamare. contratto nazionale, i facchini lavorava«Agli operai non è stato mai garan- no anche il sabato e la domenica, senza tito un corso d’italiano e ciò ha sicura- alcun supplemento nella busta paga. mente costretto le persone straniere Quando c’era una maggiorazione delall’isolamento. Non si dispone della lo stipendio non era reale rispetto alle dimestichezza necessaria con leggi e ore lavorative in più, ma si utilizzavano escamotage utili ad aggirare i controlli lingue locali». di Guardia di Finanza ed Ispettorato al Il contratto nazionale prevede otto Lavoro. Sulla busta paga venivano inore di lavoro, poi il singolo lavoratore serite voci non di straordinario, ma di può decidere o meno se andare oltre “trasferta Italia” o “mensa”. Questo per i il proprio turno e fare gli straordinari. più fortunati, ma, mediamente, tutti gli Qui all’Interporto, e non solo, in mol- straordinari semplicemente non erano First Line Press

pagati. Non si trattava solo di umiliazione da salario. Alla SDA sono state realizzate riprese nascoste che ritraevano il capo settore, con un bastone tra le mani, che minacciava i lavoratori: insulti e maltrattamenti erano routine. Una violenza che non trovava ripari

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Agli operai non è stato mai garantito un corso d’italiano e ciò ha sicuramente costretto le persone straniere all’isolamento. Non si dispone della dimestichezza necessaria con leggi e lingue locali»

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nelle voci sindacali.

«All’Ispettorato del Lavoro non ci rispondevano, mentre le più grosse sigle sindacali ci consigliavano di custodire un lavoro che comunque ci garantiva anche cinquecento euro mensili. Noi però uniti iniziammo ad organizzarci in sciopero, bloccando la merce, piazzandoci sui binari, fermando i mezzi, facendo danni per molte migliaia di euro. Compatti poi abbiamo continuato a richiedere i nostri diritti, a volere il rispetto del contratto nazionale. Siamo riusciti a far sì che i capi logisti, colpevoli di abusi, venissero cacciati e ad oggi tutti i magazzini rispettano il contratto nazionale: dalla Fercam alla Dhl. Dal 2008 al 2013 siamo riusciti a conquistare i nostri diritti e soprattutto la nostra dignità». L’Interporto si riempie della notte che cala e dei lampioni che tengono viva la nebbia. Karim ripensa al suo Marocco ed agli inganni subiti da tanti suoi connazionali, arrivati qui speranzosi. Mi parla del fratello e del suo tentativo di non farlo partire per l’Italia, anche se conscio che le sirene attrattive del sogno lavorativo sono troppo suadenti. «Più volte gli ho spiegato di lasciar stare, perché qui la crisi è profonda e le proposte che arrivano nel nostro Paese per far lavorare in Italia sono fasulle. In Marocco girano molti contratti lavorativi italiani. Naturalmente sono a

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Alla SDA sono state realizzate riprese nascoste che ritraevano il capo settore con un bastone tra le mani che minacciava i lavoratori: insulti e maltrattamenti erano routine»

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BOLOGNA | Karim, protagonista delle lotte dei facchini (Foto Lorenzo Giroffi)

pagamento e le persone son disposte a sborsare anche diecimila euro per un contratto di lavoro, visto che vengono garantiti 1200 euro mensili, con tredicesima e quattordicesima. Facendo due conti, sono tutti abbagliati dalla possibilità di ripagare il debito in 3-4 anni e poi iniziare a guadagnare. Nella realtà dei fatti poi non è così e ci si ritrova incastrati in una realtà da sfruttati. Questa dinamica fa comodo a questo settore, che vuole assoldare sempre più persone poco esperte di leggi e soprattutto estranee al tessuto sociale italiano, perché più deboli». La logistica ha il proprio vertice nelle cooperative, che si diramano dalla grossa compagnia fino alle piccole società che hanno ricevuto le concessioni. Così i lavoratori, in questo caso i facchini, si ritrovano a trattare materiale di un grosso marchio, come ad esempio Ikea, ma nella sostanza sono dipendenti di società appaltanti che gestiscono la logistica. Ciò vuol dire una centrifugazione dei referenti. Se manca lo stipendio o se la busta paga è errata, a chi rivolgersi? Alla casa madre o alla

società appaltante? Questo grosso limbo crea le famose scatole cinesi, che incastrano molti diritti degli operatori in questo settore. Inoltre i sindacati giocano al ribasso ed il contratto nazionale vale sempre meno, perché non più utilizzato come faro per molte assunzioni. Infatti molti lavoratori sono costretti a firmare accordi lontani dai diktat del contratto di riferimento: appalti, subappalti, contratti, subcontratti. L’Interporto di Bologna è però un bel controcanto a tutto ciò, perché, con la spinta di questo nuovo soggetto lavorativo (migranti qualificati e consapevoli dei propri diritti-doveri), si sono trovati gli strumenti per aggregare ed esigere le più naturali legittimazioni di dignità. �


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DOSSIER LOGISTICA E COOPERATIVE/2

Cooperazione allo sfruttamento Dalla logistica all’università, da Bologna al resto d’Italia, il «sistema delle cooperative» spinge al ribasso salari e diritti. Ma i lavoratori sviluppano un nuovo modello di lotta. Domenico Musella

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ooperativa dovrebbe essere una bella parola. Richiama valori universalmente condivisibili: il mettersi insieme per lavorare al bene comune, una maniera alternativa e più egualitaria di pensare l’economia e la società. Nel passaggio dalla teoria alla pratica, tuttavia, come sempre, qualcosa cambia. E così in Italia da un po’ di anni esiste un vero e proprio “sistema delle cooperative”: un meccanismo che si adatta perfettamente alla scelta politica ed economica di rendere il lavoro sempre più instabile e precario e i lavoratori sempre più deboli e inermi.

Con Gigi Roggero del laboratorio dei saperi comuni Hobo, che incontriamo a Bologna con parte della redazione di First Line Press, proviamo a capirci qualcosa di più. «Si può individuare nel sistema delle cooperative uno dei nodi centrali delle forme di abbassamento del costo della forza lavoro, di smantellamento del welfare, di riduzione dei diritti, di precarizzazione selvaggia del

lavoro». A società che hanno la forma di cooperative, spesso riunite in consorzi, si affidano multinazionali come l’Ikea, grandi aziende della logistica, ma anche enti pubblici come le università, per i loro servizi, o i comuni, per esempio per l’assistenza alle fasce più deboli.

Con la scusa di non essere grandi enti o aziende, tali cooperative impongono contratti con paghe più basse di quanto i contratti nazionali prevedono; non garantiscono diversi diritti quali il pagamento totale di infortunio, malattia, festività, permessi, Tfr, tredicesima e quattordicesima; non consentono la libertà di scegliere il sindacato; obbligano ad orari e turni di lavoro massacranti, non pagando gli straordinari. Il tutto, non di rado, accompagnato da buste paga che non corrispondono al vero. Si tratta del cosiddetto dumping contrattuale: un abuso di accordi e norme che porta ad uno sfruttamento della manodopera sempre più sistemaFirst Line Press

tico, per contenere al massimo il costo del lavoro ed essere slealmente competitivi sul mercato.

Grazie al meccanismo dell’appalto o del subappalto, l’affidamento della gestione del personale ad una coopera-

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Il sistema delle cooperative in Italia è centrale per l’abbassamento del costo della forza lavoro, lo smantellamento del welfare, la riduzione dei diritti, la precarizzazione selvaggia del lavoro»

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ALL COOPS ARE BASTARDS | Un’illustrazione della campagna contro Legacoop (Foto di Hobo Bologna)

tiva fa sì che per i lavoratori sia anche più complicato ribellarsi, a causa della conseguente «smateralizzazione della controparte», ricorda Roggero. «L’altro personaggio del conflitto non è chiaro, non sono chiari i responsabili contro i quali rivendicare i propri diritti. Le cooperative iniziano un appalto con un committente, poi magari cambiano nome e scaricano le responsabilità l’una sull’altra. Quando determinate cooperative diventano scomode, vengono scaricate dall’azienda principale e ne vengono fatte entrare altre, con nomi diversi ma che in realtà appartengono sempre alla stessa “famiglia”, allo stesso giro di persone».

ma cooperativa e alle “scatole cinesi” si aggiunge la commistione con partiti politici, istituzioni, sindacati e relativi circuiti sociali e mediatici: è così che questo dispositivo di sfruttamento assume i contorni di un “sistema” aggressivo, che ha come principale bersaglio, di fatto, il lavoratore.

A seconda del contesto regionale cambiano solo i colori e gli attori, ma il dispositivo è lo stesso. In Lombardia, ad esempio, le “coop” gravitano attorno a Comunione e Liberazione ed ai loro referenti politici e sindacali, ovvero quello che fino a poco fa era il centrodestra berlusconiano e che ora appare diviso in due parti, non si sa quanto La questione diventa ancora più in conflitto. In Emilia-Romagna le complessa quando all’abuso della for- “coop” sono invece storicamente lega-

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te al triangolo costituito sul versante economico dalla Legacoop (Lega delle Cooperative, che ha come affiliati principali la Coop Adriatica nella grande distribuzione, il consorzio Granarolo nel ramo alimentare e la Camst nella ristorazione); sul versante sindacale dalla Cgil e su quello politico dal Partito Democratico. In poche decine di anni, in queste terre, gli “eredi” dello schieramento politico chiamato a difendere gli interessi di quel lavoro simboleggiato dalla falce e dal martello sono passati a rappresentare il capitalismo più becero. Quello che insegue ciecamente il profitto, sacrificando i lavoratori e i loro diritti; quello che è al governo, che fa parte del “potere costituito” e controlla


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A seconda del contesto regionale cambiano solo i colori e gli attori, dalla galassia del centrodestraComunione e Liberazione a quella PD, ma il dispositivo è lo stesso»

vano; comuni, prefetti e governi hanno criminalizzato le proteste, cercando di ostacolarle puntando a spostare l’attenzione sul piano dell’ordine pubblico, con denunce strumentali, fogli di via etc. Così facendo, è stato più facile per i lavoratori “unire i puntini” e individuare le molteplici facce di un avversario che è però unico. Ed è stato possibile portare il conflitto dal contesto locale a quello nazionale, e dal piano della singola vertenza sindacale a quello della lotta propriamente politica contro un blocco di potere più generale.

Per comprendere nel dettaglio le un sindacato, in larga parte asservito, e falle del meccanismo, possiamo prendei media accondiscendenti. dere in considerazione due esempi concreti di lotte “No Coop”, che hanBologna, che una volta era “la ros- no tra i loro teatri principali Bologna sa”, è oggi un po’ il quartier generale di e l’Emilia-Romagna: da un lato quella un sistema ormai generalizzato in tutta dei facchini della logistica e dall’altro Italia, orientato a quell’istituzionalizza- quella dei lavoratori dell’Università di zione della precarietà e dello smantel- Bologna. lamento dei diritti del lavoro che sono diventati la linea politica generale del In entrambi i casi, una strategia vingoverno da tempo. L’esecutivo Renzi lo cente è stata quella di bloccare la momostra in maniera evidente: Giuliano bilità, delle merci come delle persoPoletti, ex presidente di Legacoop, è ne. Il capitalismo post-fordista vive sul oggi il ministro del Lavoro. Ma anche movimento di quello che si produce tra Maurizio Lupi, esponente lombardo di grandi “poli” che smistano e poi venComunione e Liberazione, ha il suo po- dono. E così la protesta dei lavoratori sto nel governo, nell’altrettanto strate- delle cooperative della logistica, in congico dicastero delle Infrastrutture. Il si- testi come la Granarolo, l’IKEA o l’Interstema delle cooperative, in tutte le sue porto di Bologna, è diventata efficace e sfumature, guida anche politicamente il Paese.

Non mancano però dei punti deboli in questo sistema, e lo sa bene chi da qualche anno sta portando avanti delle lotte molto dure contro le cooperative. Uno di questi è il palesarsi così netto del “fronte comune” formato dai membri di questo sistema, ovvero le cooperative, le istituzioni, i sindacati confederali, il governo nazionale. Ogni volta che i lavoratori hanno provato a ribellarsi, tutte queste componenti hanno remato compattamente nella stessa direzione, a difesa di questo modello di sfruttamento: Cgil-Cisl-Uil non hanno mosso un dito rispetto ad accordi che esse stesse hanno firmato con le “controparti”, né si sono opposte quando sono stati licenziati i lavoratori che protesta-

vincente quando si è deciso di bloccare fisicamente l’entrata e l’uscita delle merci dai magazzini. Arrecando danni molto pesanti alle cooperative come alle più grandi aziende committenti: il blocco della distribuzione di una sola giornata ai magazzini Esselunga è arrivato a far perdere anche 300 mila euro all’azienda, mentre nel caso dell’IKEA di Piacenza, che smista mobili anche verso il Medio Oriente, le braccia incrociate e i picchetti dei facchini hanno ritardato a catena la partenza di treni e navi verso est. Nell’ateneo bolognese bloccare l’ingresso alle sedi universitarie, concentrate perlopiù in via Zamboni, ha causato una vera paralisi dell’Università. Grazie ad essa i lavoratori della Coopservice, appaltatrice di molteplici servizi (dall’assistenza informatica, al supporto alla didattica, al servizio biblioteche), hanno potuto farsi sentire e aprire un tavolo di trattativa. Altro punto sensibile del sistema delle cooperative, come del capitalismo contemporaneo, è il danno di immagine al marchio. Il picchettaggio ai magazzini e poi ai punti vendita IKEA, per sensibilizzare anche i clienti della multinazionale svedese, ha allarmato a tal punto i vertici da inviare direttamente dalla Svezia un dirigente a trattare con lavoratori e cooperative. La campagna di boicottaggio dei prodotti Granaro-

NO COOP | Infografica a cura dell’Assemblea studenti/esse lavoratori/rici precari/e Bologna

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lo è stata altrettanto importante nella strategia di lotta dei facchini. Situazione analoga si è verificata ancora una volta nell’università felsinea, che con la mentalità dell’ateneo-azienda ha visto nella mobilitazione permanente di studenti, precari e lavoratori forti rischi per il “brand” Alma Mater, e quindi una potenziale diminuzione di “utenti” ed ha quindi aperto un tavolo di discussione.

Il parallelo tra le lotte della logistica e quelle dell’università non è casuale: il loro trait d’union è proprio il comune avversario, ovvero il blocco di potere omogeneo che ruota attorno alle cooperative. «La lotta in UniBo si è immediatamente collegata con le lotte della logistica, che sono diventate il modello di una lotta più complessiva contro il sistema delle cooperative», sottolinea ancora Gigi Roggero. «Strategico è stato riconoscere uno spazio comune, dato dalla materialità delle condizioni di sfruttamento e delle lotte».

tando il magazzino. Il settore della logistica è infatti centrale per il capitalismo contemporaneo, che si fonda sulla distribuzione delle merci. Con Aldo Milani, coordinatore nazionale del sindacato SI Cobas, sigla protagonista delle rivendicazioni nel settore della logistica, proviamo a contestualizzare queste condizioni di sfruttamento e questo modello efficace di azione dei lavoratori.

«Nel comparto della logistica il meccanismo delle cooperative è stato finora il modo migliore per rendere più flessibile la forza lavoro, al costo più basso possibile. In Italia infrastrutture e trasporti sono molto più ridimensionati rispetto ad altri Paesi, quindi l’unico modo per le aziende italiane di essere concorrenziali sul mercato è quello di ridurre al minimo il costo della forza lavoro». La manodopera impiegata in questo settore, in Italia, ha poi la caratteristica di essere prevalentemente immigrata: avere a disposizione migliaia di persone in cerca di lavoro arrivate Si può arrivare a dire che il luogo massivamente e in un breve periodo del conflitto capitale-lavoro, che una nelle metropoli significa per le aziende volta era la fabbrica, oggi sta diven- poterle sfruttare senza problemi. «Fuo-

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ri uno, dentro un altro. Questi lavoratori sono stati trattati come limoni – afferma Milani –: spremuti il più possibile e poi buttati via». Da non sottovalutare sono poi altri due aspetti. Uno è la presenza della criminalità organizzata: «I più grandi consorzi di cooperative hanno chiaramente rapporti con la mafia, lo vediamo. Tramite il controllo delle cooperative della logistica si ripuliscono capitali sporchi mafiosi, mettendo a disposizione ingenti somme anche per le grandi aziende committenti, che non riescono più ad ottenere facilmente liquidità dalle banche». L’altro aspetto riguarda i sindacati confederali che, pur avendo essi stessi firmato con la controparte il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) del settore, «prendono i soldi dai padroni, dalle cooperative», rappresentando un ostacolo più che un supporto alle rivendicazioni dei lavoratori. Venendo alle condizioni di sfruttamento, queste sono le stesse di molti altri ambiti lavorativi. Vale a dire: salari dimezzati rispetto a quanto previsto dal CCNL; buste paga false; orari, turni e ambienti di lavoro poco umani; man-


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cato riconoscimento di un’ampia serie di diritti e precarietà assoluta, possibile soprattutto grazie alle “scatole cinesi” delle coop. Si aggiunga a questo un rapporto di caporalato simile a quello delle campagne o dell’edilizia in altre parti della penisola, che spesso sfocia in violenze di vario tipo e nei molteplici ricatti cui sono sottoponibili in generale i migranti in Italia, soggetti ai documenti di soggiorno e a leggi e pratiche discriminatorie.

Dal 2008 ad oggi, i facchini della logistica in molte periferie delle grandi città italiane (nel centronord ma non solo) sono i protagonisti di un vero e proprio “ciclo di lotte” contro questo dispositivo di sfruttamento. Dal nord-est (Verona e Padova), all’area metropolitana di Milano, ai poli di Bologna e Piacenza, questi lavoratori hanno alzato forte la voce. Si è trattato dei dipendenti di quelle cooperative alle quali big della logistica (come Tnt, Dhl, Gls, Bartolini, Artoni) e della grande distribuzione (come Bennet, Esselunga, IKEA) hanno affidato i servizi di circolazione delle merci, esternalizzandoli. Una lotta organizzata dal basso, fatta di assemblee, scioperi, picchetti, che ha conosciuto momenti di alterne vicende e livelli molto duri di scontro con la controparte, ovvero il blocco compatto fatto da aziende, cooperative, sindacati confederali, istituzioni e forze dell’ordine. Un processo lungo e faticoso, costato

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Il luogo del conflitto capitale-lavoro, che una volta era la fabbrica, oggi è il magazzino. Le lotte della logistica sono diventate il modello di una lotta complessiva contro il sistema delle coop»

determinazione e sacrificio, provvedimenti disciplinari e attacchi personali, ma che in molti casi ha ottenuto ottimi risultati: salari adeguati alle normative, migliori condizioni di lavoro, lavoratori reintegrati, caporali licenziati. In alcune situazioni i rapporti di forza sono cambiati a tal punto che i delegati SI Cobas, esclusi pregiudizialmente dal tavolo delle trattative sul Contratto Nazionale, lo hanno addirittura superato in meglio. Hanno raggiunto accordi diretti con le aziende committenti più vantaggiosi per i lavoratori, successivamente fatti valere anche nei confronti delle cooperative. Aldo Milani, prendendo come esempio una delle prime lotte, quella ad Origgio (Varese) nel 2008, sottolinea: «L’elemento più importante è stata la partecipazione alla lotta di lavoratori di 17 diverse nazionalità, che precedentemente erano invece gli uni contro gli altri, spesso anche in maniera razzista. Si è sviluppato un coinvolgimento di “classe” di centinaia di facchini, insieme al SI Cobas e ad attivisti di varie esperienze, anch’essi prima divisi, e si è creato un coordinamento. Poi il conflitto si è ampliato a raggiera nel settore, attraverso conoscenze dirette di altri facchini e passaparola». Altro nodo essenziale, «per mantenere alto il livello di rivendicazione e di scontro, è stata la volontà, fin dall’inizio, di non limitare l’azione alla singola lotta aziendale, ma di allargare il discorso al sistema economico, allo Stato, al governo». Con parole d’ordine come lotta, unità e solidarietà, un pezzo importante della forza lavoro di questo Paese è riuscito a uscire dall’invisibilità.

che non siano i primi passi di un’opposizione su scala nazionale all’intero sistema delle cooperative e al suo modello di sfruttamento. Da quelle parti si comincia già a leggere uno slogan emblematico: All Coops Are Bastards. �

per approfondire | La rivoluzione nei poli della logistica di Anna Curcio e Gigi Roggero, Uninomade http :// www . uninomade . org / la - rivoluzio ne-nei-poli-della-logistica/ No Coop – Dalla logistica all’università Anna Curcio e Gigi Roggero, Commonware http://commonware.org/index.php/ cartografia/325-no-coop di

La lotta ai tempi dell’Ikea di Clash City Workers http://clashcityworkers.org/images / pdf / download / lotta - tempi - ikea - ccw . pdf

Intervista al SI Cobas, Berlino 2014, YouTube www.youtube.com/ watch?v=8yCV90CUngg

In questo momento a Bologna l’importante lotta della Granarolo sembra stia per concludersi positivamente per i facchini e il tentativo in atto è quello della generalizzazione e dell’allargamento di queste mobilitazioni. In una sorta di “circolo virtuoso”, i facchini della logistica stanno condividendo saperi, esperienze e pratiche con i lavoratori dell’università. A loro volta questi ultimi stanno supportando la mobilitazione dei dipendenti delle cooperative sociali, sempre legate a Legacoop, che fanno da supporto alle scuole. Chissà First Line Press

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IKEA: istruzioni per l’uso Un contributo dal nostro media partner Commonware Francesca Ioannilli e Giulia Page [In questi giorni si stanno svolgendo in tutta Italia e non solo iniziative di boicottaggio al colosso svedese IKEA, in solidarietà ai 33 lavoratori del deposito di Piacenza sospesi (di cui 21 successivamente licenziati) per la loro attività sindacale. Questo è un primo testo di inchiesta, dal vivo della settimana che ha aperto la nuova fase di lotta all’IKEA di Piacenza.] Quando ci si ritrova – almeno una volta nella vita – a montare i mobili IKEA si pongono, in genere, due problemi: le istruzioni in svedese (che, se non fosse per le immagini e per l’intuito, uno penserebbe di aver scambiato uno sgabello per una lampada) e qualche vite mancante. Le informazioni riguardo la vertenza apertasi nei giorni scorsi all’IKEA di Piacenza sono, per certi versi, molto simili: le parole non aiutano e qualche pezzo manca. Durante le 48 ore di “tregua armata” – come la definisce il quotidiano “La Libertà” di Piacenza – della settimana seguita a quella dei picchetti, abbiamo deciso di sentire direttamente la voce della protesta davanti ai cancelli del più grande deposito IKEA del Sud Europa, durante i continui blocchi, cortei e presidi.

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La mattina del 6 maggio il primo picchetto; lavoratori del magazzino si trovano, insieme a studenti e militanti di collettivi e centri sociali arrivati anche da Bologna e Modena, di fronte ai cancelli per bloccare il flusso delle merci perché 33 di loro sono stati sospesi per aver attuato un blocco interno (20 giorni prima).

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La protesta era iniziata come forma di solidarietà ad uno dei lavoratori del magazzino, “declassato” dalla sua mansione di carrellista a quella di facchino»

La protesta era iniziata come forma di solidarietà ad uno dei lavoratori del magazzino, “declassato” dalla sua mansione di carrellista a quella di facchino. Più complessivamente, nel magazzino, la cooperativa che gestisce in subappalto il lavoro per IKEA agisce al di fuori della legalità: non rispetta il contratto di lavoro, impedisce le assemblee interne, non paga straordinari e giorni di

malattia, solo per riportare le più gravi inadempienze, dunque la protesta è innanzitutto contro lo sfruttamento e per la dignità.

Non è davvero la prima volta che ci troviamo all’alba per un picchetto, eppure sembra esserlo: quando si arriva al polo logistico di Piacenza la sensazione è sempre quella di un luogo popolato solo da macchine, dove gli edifici sono enormi e brutti, dove per gli esseri umani non c’è posto, o forse si spera sia così. Invece no: di esseri umani ce ne sono, e anche tantissimi, chiusi nei magazzini chilometrici e squadrati. Quello dell’IKEA è il primo a comparire, con il colore tipico della multinazionale, giallo su blu: a spezzare la normalità, i colori delle tantissime bandiere piazzate lungo il percorso che porta al presidio. Il bianco su rosso del Si Cobas, il rosso su bianco del No Coop. Siamo in tanti, più di 50 tra studenti, precari e lavoratori con i 33 sospesi. Ci si passa il tè e le brioche; si ride e si chiacchiera in un’atmosfera gioiosa, che sembrerebbe quasi paradossale, se non si sapesse che la serenità deriva da quell’unione di chi condivide da tempo la stessa condizione di sfruttamento e fino ad oggi non ne ha mai potuto parlare, di chi si è reso conto che lottando


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uniti si può vincere e cambiare le cose.

Incontriamo subito uno dei tesserati Si Cobas che prende parte alla lotta: lui non è fra i 33 sospesi, ma lavora per la stessa cooperativa, la San Martino, che ha emesso i provvedimenti disciplinari. Il magazzino IKEA, ci spiega, è diviso in due reparti: DC1 e DC2. Le mansioni svolte nei due reparti sono identiche: carrellisti, facchini, retrattilisti. La differenza fondamentale sta però nella gestione: il DC1, infatti, è gestito dalla cooperativa Sigest, il DC2 dalla San Martino. Cooperative diverse, quindi, ma stesse mansioni, e, soprattutto, stesso committente, l’IKEA: i lavoratori del magazzino DC1, quello della Sigest, però sembrano essere soddisfatti delle loro condizioni di lavoro. Retribuzione, malattia, carichi di lavoro; tutto sembra essere tranquillo, all’altro capo dello stesso edificio. Nel DC2, invece, a pochi mesi dal rinnovo dell’appalto vinto dalla cooperativa San Martino, esplode la protesta. Il nuovo appalto, per entrambi i reparti è dell’ottobre 2013. La Sigest entra nel reparto DC1, la San Martino prosegue l’attività già avviata negli anni precedenti nel DC2. Al momento dell’ingresso, ad entrambe le cooperative viene presentata dal sindacato Si Cobas una piattaforma di rivendicazioni. Il Si Cobas ad IKEA vanta un forte radicamento. È l’esito della lotta e della vittoria tra il 2012 e il 2013 per il reintegro dei facchini sospesi per attività sindacale, una lotta durata diversi mesi contro il Consorzio CGS e le cooperative San Martino, Cristal ed Euroservizi, che all’epoca gestivano il magazzino. Nell’ottobre del 2012, infatti, 107 la-

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Di esseri umani ce ne sono, e anche tantissimi, chiusi nei magazzini chilometrici e squadrati»

voratori erano PROTESTA | Facchini davanti ad un punto vendita IKEA (Foto sicobas.org) stati licenziati per uno sciopero effettuato nel mese di giugno. Uno sciopero che denunciava l’iniquità delle retribuzioni, i continui atti intimidatori e le vere e proprie “liste di proscrizione” stilate dai responsabili del magazzino. E i lavoratori, stanchi di dover sempre abbassare la solo sulla base delle ore previste per testa, avevano invertito la rotta, lot- contratto), i giorni di malattia retributando insieme contro tali condizioni di iti (una malattia che inizia di venerdì è lavoro. La richiesta, sopra tutte, era (e ben diversa da una che inizia di lunedì), resta) il rispetto del contratto collettivo e gli stessi provvedimenti disciplinanazionale che, per quanto non piena- ri emanati dalla cooperativa nei primi mente soddisfacente, resta comunque giorni di maggio. uno strumento di garanzia e tutela del lavoro. Dopo la vittoria conseguita nel Così, quando ad uno dei lavoratori, gennaio del 2013, il contratto, secon- carrellista tesserato Si Cobas, quel ludo quanto stabilito dall’accordo tra le nedì viene impedito di svolgere le sue parti, doveva essere applicato gradual- normali mansioni, parte immediatamente a tutti i lavoratori, fino alla co- mente la protesta dei colleghi che, in pertura del 100%. Ad oggi, il contrat- solidarietà, interrompono l’attività di to nazionale è applicato solo ad una un intero settore. Il trascorrere dei 20 minima parte dei lavoratori; e questa, giorni tra l’accaduto e la sospensione, in gran parte, costituisce la differenza comunicata o con un sms o con una tra le condizioni dei lavoratori Sigest e telefonata da un numero privato alle 5 quelli di San Martino. del mattino del giorno stesso, fa pensare ad una scelta più politica che necesIl secondo punto nelle rivendicazio- saria. ni è quello più “politico” e delicato: viene chiesta “agibilità e libertà di associaE poi c’è il lavoro in sé: stancante, zione sindacale, la consultazione con i stressante, totalizzante. Parliamo con lavoratori prima della firma (da parte dei facchini: hanno tutti tra i 24 e i 30 di qualsiasi sindacato) di qualunque anni e una pettorina blu con scritto accordo, e la sottoscrizione degli accor- “Cooperativa San Martino”. Sono spesdi soltanto previa approvazione della so costretti da necessità a fare due, maggioranza dei lavoratori”. Verrebbe tre o addirittura quattro ore di straorda sorridere di fronte a queste riven- dinario, oltre alle 8 ore giornaliere da dicazioni, se non fosse che i lavoratori contratto: solo così riescono a superare raccontano di aver chiesto di poter con- la soglia dei circa mille euro al mese. vocare un’assemblea per confrontarsi e “Come faccio ad avere una vita fuori dal chiedere chiarimenti alla cooperativa lavoro? Torno a casa, sono stanco, la riguardo alla mancata applicazione del schiena a pezzi, e voglio solo dormire”. contratto: l’assemblea non gli è stata E le possibilità di socialità, di distrazioconcessa. E poi il Tfr (che non è calcola- ne, non sono nemmeno semplici sul poto sul monte ore effettivamente svolto sto di lavoro: le pause sono due, quella dai lavoratori, straordinari inclusi, ma breve da 10 minuti per il caffè a metà First Line Press

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Come faccio ad avere una vita fuori dal lavoro? Torno a casa, sono stanco, la schiena a pezzi e voglio solo dormire»

Il giorno dopo sui giornali si descrive come guerriglia armata il tentativo di chi voleva solo farsi ascoltare e gridava “non ho paura che mi picchiate, non ho più nulla da perdere”. L’allarmismo della procura piacentina è stato confermato dalle identificazioni e perquisizioni subite da chi si era presentato da altre città: dal verbale rilasciato (a malincuore...) emerge che quello che si cercava nelle auto e negli zaini erano “armi e strumenti di effrazione”.

Mantenere l’opinione pubblica lontana dalla questione è l’obiettivo, confermato anche dalla scelta di percorso autorizzato della procura che costringe il corteo di domenica 11 maggio, che denuncia le violenze della polizia davanti i cancelli del deposito IKEA, con oltre 1000 persone, a passare ai confini della città. La vicenda non deve attraTutti questi racconti ci fanno capi- versare il centro. re che la vicenda all’origine delle sospensioni è solo la goccia che ha fatto Arrivati all’inizio del “corso”, una traboccare il vaso. A rendere l’episo- delle due principali vie della città, la dio ancora più calzante per il “teatrino celere si schiera, i manifestanti per dell’assurdo” che ha luogo all’interno non alimentare ulteriori sproloqui dei dei magazzini della logistica è quello giornali semplicemente cambiano strache succede nei giorni immediatamen- da, consapevoli che i loro cori possono te successivi. I lavoratori attuano il comunque superare il muro di scudi blocco delle merci, con l’aiuto dei fac- che sempre viene messo di fronte alla chini che lavorano in altri magazzini richiesta di diritti. Data la crisi, IKEA del piacentino, del Network Antagoni- come tutte le imprese low cost ha prosta Piacentino e delegazioni da Bologna fitti crescenti, ma quello che non si vuol del collettivo Hobo e dei centri sociali far sapere ai possibili acquirenti è la Crash e Guernica di Modena. La moda- vera condizione all’interno dei magazlità della controffensiva è nota, è quel- zini, dove vengono prodotte le merci la che i facchini in mezzo Nord Italia fonte di guadagno. Il sistema delle cohanno mostrato nel corso degli ultimi operative già messo a nudo all’interno anni: bloccare i cancelli è l’unico modo di altri magazzini della logistica vuole che si ha per uscire dall’invisibilità. Ma mantenere quella parvenza di mutuaè la risposta delle forze dell’ordine che lismo, di sostegno per i lavoratori per lascia perplessi. Ancora una volta quel- cui è nato e che di fatto è oggi diventato lo che è stato il tentativo di rimozione solo sfruttamento legalizzato. La condi un picchetto operaio viene riportato troparte in questione è caratterizzata come uno scontro causato da “violenti” come le altre da contratti al ribasso, e non si parla delle manganellate, dei orari e ritmi di lavoro inaccettabili, gas lacrimogeni (ne sono stati lanciati totale indifferenza nei confronti delle almeno una decina) e degli insulti. Alla richieste dei soci, che da questo appelcontroparte i “facinorosi” hanno ri- lativo ottengono solo il dimezzamento sposto con del jogging per i campi che della busta paga. circondano il magazzino, seminando la celere e tornando davanti al cancelLe rivendicazioni dei lavoratori lo del modulo 9, dove erano partite le IKEA sono le stesse di quelle dei lavocariche. ratori di Coopservice (che a Bologna turno e la pausa pranzo di 30 minuti. E nelle restanti 6-7 ore si corre, si lavora ininterrottamente per rispettare i ritmi di produzione: ognuno ha il suo, a seconda della mansione, e uno dei lavoratori, con fare misterioso, ci dice che “i modi per farti correre ce li hanno”.

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hanno aperto un percorso di lotta per migliorare le condizioni salariali e del lavoro) e dei consorzi legati a Legacoop, come il consorzio SGB, quello coinvolto nella lotta contro il colosso Granarolo: sono le richieste di chi non vuole sottostare alle regole di un sistema che chiede di lavorare di più per essere pagati sempre meno: lavori per vivere, ma poi una vita non ti è possibile. La controparte è IKEA, affiancata dalla cooperativa San Martino, che gestisce in subappalto il reparto DC2. Complici ne sono anche la procura, che per fermare i blocchi e mantenere l’ordine pubblico di fronte alle richieste dei lavoratori dispiega “l’esercito”; gestire il problema equivale a manganellare, sfruttare l’apparato burocratico con denunce e minacce di “fogli di via” a chi partecipa alla lotta. Come sempre accade ė spalleggiata dai media, che attenti solo al ricavato non si preoccupano di riportare mezze verità, con titoli accattivanti, si sono soffermati sulle conseguenze dei blocchi e solo velatamente sulle cause; del resto, come riportato più volte sui giornali “Piacenza ha bisogno di IKEA”.

Questi sono i responsabili diretti, ma indirettamente, anche chi sceglie di non informarsi ed è indifferente a quello che gli succede intorno deve sentirsi chiamato in causa. Quella nata come vertenza specifica ė lo specchio di una condizione di precarietà, che se già non stiamo vivendo presto ci caratterizzerà, quindi partecipare al tentativo di cambiare il presente coincide con il riappropriarsi del proprio futuro. «L’onda prima o poi colpirà anche te, ma devi tentare di fermarla prima altrimenti hai già perso». Così ci risponde un lavoratore IKEA, dopo avergli spiegato perché ci trovavamo ancora davanti ai cancelli. � L’articolo è online anche sul sito di Commonware http://commonware.org/index.php/cartografia/386- ikea-istruzioniper-uso


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Migranti nell’agricoltura italiana Andrea Polzoni

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n Italia il lavoro bracciantile del comparto agricolo è ormai quasi integralmente prodotto dai migranti che vengono sfruttati e cooptati nei giri di caporalato, a volte mediato dai loro stessi connazionali.

Nell’Agro Pontino c’è una presenza massiccia e consolidata di lavoratori sikh immigrati dal Punjab, nel nord dell’India. Sono circa 30 mila, prendono 5 euro l’ora e lavorano anche 12 ore al giorno.

In altre parti d’Italia sono i giovani africani a portare avanti l’agricoltura in tante regioni, come la Calabria per gli agrumi, Basilicata e Puglia per i pomodori, ma anche in Campania Sicilia e centro-nord.

I proprietari terrieri italiani vedono Ci sono stati diversi casi di mancato Sono stati spesso vittime di razi prodotti agricoli sottopagati e vengo- pagamento e aggressioni contro questi zismo oltre che di sfruttamento, ma no strozzati dalla grande distribuzione lavoratori, notoriamente pacifici affida- hanno anche saputo lottare e ribellarsi rifacendosi con lo sfruttamento della bili e dignitosi. come a Rosarno nel 2009. � manodopera. First Line Press

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NELLA PAGINA PRECEDENTE | Puglia: la raccolta dei meloni

IN QUESTA PAGINA, IN ALTO | Sabaudia: le prolungate posizioni chine producono problemi alla schiena e all’addome IN QUESTA PAGINA, IN BASSO | Sabaudia: un caporale sovrintende al lavoro dei braccianti

NELLA PAGINA ACCANTO, IN ALTO | Sabaudia: un capo operaio sikh controlla il lavoro dei braccianti NELLA PAGINA ACCANTO, IN BASSO | Sabaudia: la raccolta delle rape

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IN ALTO | Puglia: la raccolta dei meloni

IN BASSO | Basilicata: dopo una giornata di lavoro un giovane si raccoglie in preghiera

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IN ALTO | Rosarno

IN BASSO | Sabaudia

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I beni culturali arabi alla prova delle presunte “primavere” Dal Maghreb alla Siria, passando per Egitto e Iraq: qual è lo stato del patrimonio storico-artistico a seguito delle rivolte? Intervista all’archeologo Paolo Brusasco Giovanni Andriolo

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rofessor Brusasco, una prima domanda astratta dal contesto: ritiene possibile che un popolo sia danneggiato dalla distruzione o la mercificazione del suo patrimonio culturale?

metterne al sicuro il retaggio culturale, ma la loro stessa esistenza, dal momento che purtroppo spesso le guerre sono finanziate in maniera significativa dal contrabbando delle antichità trafugate. Emergenza umanitaria e salvaguardia culturale quindi coincidono, sono due «Certamente sì. Proprio questo è il aspetti della stessa realtà. Sarebbe un punto: bisogna abbandonare la visione grave e imperdonabile errore scindere i obsoleta che i beni culturali rappresen- due problemi». tino semplici oggetti, “pietre prive di vita”, la cui distruzione non interessa il Nel suo libro Tesori Rubati un capitolo presente e gli eredi attuali del passato. è dedicato ai danni che hanno subito Al contrario, presente e passato sono le- i beni archeologici dei paesi coinvolgati in maniera inscindibile: come spie- ti nelle cosiddette primavere arabe go nel mio libro, i beni culturali sono a partire dal 2011. Il titolo è emblel’espressione diretta dell’animo umano, matico, “Primavera araba e autunno dei delle passioni e della vita di quegli uo- beni culturali”: ce lo spiega? mini che li hanno creati. Quindi forgiano le coscienze delle odierne popolazioni «Il processo di democratizzazione che continuano a fruirne. Si pensi, per cui miravano i rivolgimenti politicoesempio, al valore sociale, aggregativo, sociali che definiamo “primavere arabe” delle antiche moschee o delle chiese ha toccato un nervo scoperto delle varie bizantine che vengono tuttora “vissute” società del Medio Oriente: il rapporto dai popoli mediorientali. La loro distru- conflittuale, e in molti casi dettato da zione è una perdita incalcolabile per il motivi di propaganda ideologica, che tessuto sociale moderno. Di più: salva- esiste tra patrimonio culturale e identire i beni culturali dei popoli minacciati tà nazionale. Le distruzioni e i saccheggi da guerre e rivolte equivale non solo a occorsi dalla Tunisia alla Libia, dall’E-

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gitto alla Siria, per tacere dell’Iraq, sono espressione tangibile di questa imposizione ideologica del retaggio nazionale da parte di regimi che facevano un uso sin troppo spregiudicato dell’archeologia. In molti casi, il filtro del regime si è imposto tra i cittadini e il loro passato come una lente deformante. Tuttavia, senza un sincero anelito di identificazione col passato, la primavera, il “rinascimento del pensiero”, si è trasformata in un “autunno della cultura” dove le antiche icone vengono percepite dalle masse come simboli di regime da decostruire e razziare». Partiamo dal primo paese coinvolto nelle rivolte, la Tunisia: in che modo è stato danneggiato il patrimonio artistico locale?

«Accanto alle mafie e ai comuni saccheggiatori, troviamo in Tunisia la mercificazione del patrimonio culturale da parte del deposto regime di Ben-Ali e dei suoi notabili: tesori sottratti a siti archeologici e musei – come un centinaio di reperti di epoca romana mancanti dal museo del Bardo, una delle più antiche


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Poco dopo inizia la rivolta in Egitto, uno dei paesi più famosi al mondo per il suo patrimonio archeologico: quali i danni principali?

BEIRUT | Monumento ai martiri (Foto di Adrián Carreras Rabasco)

istituzioni museali africane e ricchissimo di mosaici romani e cristiani. Tuttavia, per merito del funzionario Fathi Bejaoui dell’INP (Istituto Nazionale del Patrimonio), la Commissione nazionale di indagine, diretta dal noto archeologo Azedine Beschaouch - nuovo ministro dei Beni culturali e della Salvaguardia del patrimonio - ha sequestrato una collezione di oltre 200 reperti, tra i quali si contano splendide colonne e superbi fregi marmorei di età romana, reimpiegati nell’arredo della lussuosa villa al mare della figlia dell’ex presidente. Purtroppo, anche a Cartagine – la “delenda Carthago” di Catone il Censore –il celeberrimo sito punico, ricostruito dai romani nel 146, dopo la terza guerra punica, si è assistito a un dissesto dell’archeologia: la città è stata interessata da un piano di sviluppo urbanistico del tutto incontrollato, che ha visto la fioritura nella sua area perimetrale di sontuosi quartieri residenziali, abusivamente edificati nel ventennio di governo dai massimi dirigenti del Paese. Vanificando quindi gli sforzi di archeologi come Azedine Beschaouch, che con uno scavo decennale negli anni settanta del Novecento ne aveva permesso l’inserimento nella lista dei siti Patrimonio mondiale dell’UNESCO nel 1979».

«In Egitto, dopo un periodo iniziale di transizione in cui le distruzioni erano decisamente più limitate, si deve purtroppo registrare un’ accelerazione esponenziale dei saccheggi in questo ultimo anno, parallelamente al deteriorarsi delle condizioni di stabilità politica. L’UNESCO è recentemente intervenuta lanciando un appello, di concerto con le dogane internazionali e l’Interpol, per intercettare centinaia di reperti depredati da siti archeologici e musei. In particolare, di estrema gravità sono le razzie avvenute al Mallawi National Museum di Minya, 300 chilometri a sud del Cairo, distrutto e derubato da bande criminali il 14 agosto 2013. I danni sono catastrofici: sottratti oltre mille reperti archeologici che datano dall’Antico Regno al periodo islamico. Il peggiore assalto a una istituzione museale dopo il saccheggio dell’Iraq Museum di Baghdad nell’aprile 2003, dove sparirono oltre 15000 preziosi oggetti. Inoltre mafie specializzate nel contrabbando di antichità operano impune-mente in siti dell’importanza di Saqqara, Abusir, Abu Rawash, Beni Suef, e molti altri ancora, con tonnellate di tesori egizi depredati e trasferiti temporaneamente in nascondigli sicuri, in attesa di essere messi in commercio. Secondo Carol Redmount, la direttrice della missione dell’Università californiana di Berkeley, nell’importante sito di El Hibeh, del Terzo Periodo Intermedio, è attiva una banda criminale armata di stampo mafioso (in connivenza con la polizia locale) che impiega bulldozer e dinamite alla ricerca dei preziosi corredi d’oro della necropoli dell’ XI secolo a.C., distruggendo anche il tempio cittadino e i principali insediamenti urbani. Né è risparmiata dai saccheggi da parte degli abitanti del vicino villaggio di Sheikh Abada anche la celebre Antinoe, edificata nel 130 d.C. nel Medio Egitto dall’imperatore romano Adriano in onore del suo favorito Antinoo, sul Nilo, in prossimità del luogo in cui il giovane trovò la morte».

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Situazione più complessa in Libia, dove più che di rivolte si è trattato di guerriglia con successivo bombardamento della NATO: brevemente, quali sono i danni? «Il rapporto dell’UNESCO, unitamente a informazioni pervenutemi dal collega, archeologo libico, Hafed Walda consigliere del Dipartimento di Antichità della Libia - registrano un incremento considerevole dei saccheggi dei siti archeologi e quindi del traffico illegale di opere d’arte, soprattutto a opera di bande armate provenienti dai confini con il vicino Egitto. Per arginare il fenomeno Walda prospetta un programma di cooperazione internazionale e di addestramento dei quadri del Dipartimento di Antichità della Libia. Meno drammatica la situazione invece per quanto riguarda i danni militari diretti dovuti al bombardamento della NATO e la supposta costruzione di una base mi-litare da parte del regime di Gheddafi nell’antica Leptis Magna e Sabratha, fiorentissimi centri punico-romani». Nel caso egiziano e libico ci sono stati esempi di azioni popolari rivolte alla protezione del patrimonio? Quali?

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Il processo di democratizzazione cui miravano i rivolgimenti politicosociali ha toccato un nervo scoperto: il rapporto conflittuale, e in molti casi dettato da motivi di propaganda ideologica, che esiste tra patrimonio culturale e identità nazionale»

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«Sì, in situazioni sporadiche ciò è avvenuto. Caso emblematico è il cordone umano di oltre duemila persone che si era formato in piazza Tahrir nelle prime ore dopo il saccheggio del Museo del Cairo, la notte del 28 gennaio 2011, durante le iniziali insurrezioni popolari in Egitto. Un immenso scudo umano a protezione del santuario dell’archeologia egiziana, segno di fermo e sincero attaccamento popolare al retaggio faraonico rappresentato dall’istituzione. Ma anche in Libia ci sono segnali che la popolazione collabora con gli specialisti del Dipartimento nella difesa del patrimonio culturale. Del resto, testimonianze in questo senso, anche se meno palesi, sono manifeste anche in Iraq e in Siria».

tano quindi scudi culturali dietro i quali l’esercito nazionale e la varie fazioni di ribelli si nascondono per sferrare l’ennesimo attacco all’avversario in un vicendevole scambio di successive accuse. È un modo per delegittimare agli occhi del mondo - che ben conosce l’importanza storica di questi monumenti - l’avversario politico del momento. Questa spettacolarizzazione della guerra è certo stimolata dall’era digitale di Internet che permette una immissione in presa diretta delle immagini più raccapriccianti. Non è forse questo uso strumentale dell’archeologia una dimostrazione tangibile della valenza attualizzante e simbolica dei beni culturali?»

Brevemente, quali gli altri danni al Questo conferma che le popolazioni patrimonio dei siriani? stesse sono consapevoli dell‘importanza del patrimonio culturale? «Impossibile enumerarli tutti, siamo nell’ordine di migliaia di siti danneg«Sì. Soprattutto in quei villaggi ubi- giati: si tratta di un disastro epocale, cati in prossimità dei siti archeologici, pari, se non superiore, a quello dell’Iraq dove la popolazione ha servito come durante e dopo la seconda guerra del maestranze di scavo nelle missioni in- Golfo del 2003. Parlano i puntualissimi ternazionali, abbiamo una risposta di rapporti e le immagini del Dipartimento sincera difesa del retaggio culturale, che di Antichità Siriano (Dgam), aggiornati è anche una rilevante fonte di reddito all’aprile 2014, e vari blog specialistiper tali popoli». ci, come quello del gruppo di espatriati siriani Le patrimoine archéologique syPassiamo alla Siria. Lei ci parla del rien en danger. Tutti e sei i siti dichiacaso della moschea Omayyade di rati Patrimonio Mondiale dell’UmaniAleppo come esempio di strumenta- tà dall’UNESCO sono stati trasformati lizzazione del patrimonio a fini pro- in teatro di scontri - la città vecchia di pagandistici da parte di entrambe le Aleppo, Damasco, Bosra, Palmira, il parti, governo e antigovernativi: ci Krak dei Cavalieri con il Castello di Salaspieghi. dino e gli antichi villaggi romano-bizantini della Siria del Nord - e in luoghi di «Lo splendido minareto della mo- saccheggi di tesori archeologici (Palmischea Omayyade di Aleppo, edificato nel ra soprattutto). Inoltre, in aggiunta alle 1094 d.C. dal principe selgiuchide Malik ormai note razzie dei mosaici romani Shah e Patrimonio mondiale dell’uma- nel sito ellenistico di Apamea, avvenunità per l’UNESCO, è stato abbattuto te già nel 2011-2012, va registrato un nell’aprile del 2013 dai colpi di morta- incremento sistematico dei saccheggi io e dalla bombe dell’esercito di Assad, a partire dal 2013-2014 - depredazioni per snidare i cecchini ribelli che si erano che secondo il direttore del Dgam Abdul asserragliati nella moschea. Un copione Karim “sarebbero perpetrate da mafie che si ripete in molti monumenti e siti internazionali provenienti dall’Iraq, dal che sono strumentalizzati ai fini della Libano e dalla Turchia”. In particolare, propaganda delle parti in guerra. In Si- due centri di primaria importanza come ria, purtroppo, gli straordinari castelli Mari e Dura Europos, sul medio Eufrate crociati, le chiese bizantine, le antichis- siriano, sono vittime di spoliazioni ad sime moschee e i siti archeologici sono opera di bande di terroristi armati (dai utilizzati come campi di battaglia, diven- 300 ai 500 uomini)che, nel primo, han-

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In Egitto si deve purtroppo registrare un’accelerazione esponenziale dei saccheggi in questo ultimo anno. L’UNESCO è recentemente intervenuta lanciando un appello, di concerto con le dogane internazionali e l’Interpol, per intercettare centinaia di reperti depredati da siti archeologici e musei»

no razziato e obliterato gran parte delle meraviglie architettoniche del palazzo amorreo mariota del III-II millennio a.C., mentre a Dura – lo splendido snodo commerciale in cui convivono tratti ellenistici, partici e romani – l’80% dell’area archeologica ha subito devastanti saccheggi che spaziano dai Templi di Bel, di Azzanathkona, di Artemide, di Adone e di al-Hamiya alla casa di Lysias all’agorà e alle terme, dalla sinagoga alla domus ecclesiae cristiana. Assai recente, inoltre, il fenomeno iconoclastico della distruzione sistematica da parte di gruppi islamici estremisti come Isis (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) degli idoli pagani: proprio come i Buddha di Bamiyan vennero fatti esplodere dai talebani in Afghanistan nel lontano 2001, le icone della tradizione dell’arte figurativa ellenistico-romana e cristiano-bizantina della Siria sono annichilite con colpi di mortaio e dinamite, in nome di una intransigente, quanto non filologica, revisione del Corano. Per esempio, a soffrire maggiormente sono stati i bei rilievi scolpiti con motivi animali che decoravano la necropoli romana di Shash Hamdan, nella provincia di Aleppo, ma


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Mohamed Negm | (Foto da Flickr di AslanMedia)

anche le tombe rupestri di età romana ad al-Qatora, con le statue intagliate sul fianco della valle ridotte in miseri frammenti. Ma assai inquietante è, infine, un fenomeno nuovissimo: l’installazione di campi di addestramento terroristici all’interno di celeberrimi siti archeologici come la città protosiriana e amorrea di Ebla del III-II millennio a.C. –scoperta da Paolo Matthiae dell’Università La Sapienza di Roma; o ancora nel Castello di San Simeone stilita, un venerabile luogo di culto della cristianità siriana. E

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Assai recente, inoltre, il fenomeno iconoclastico della distruzione sistematica da parte di gruppi islamici estremisti come Isis (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) degli idoli pagani: proprio come i Buddha di Bamiyan vennero fatti esplodere dai talebani in Afghanistan nel lontano 2001»

anche la costruzione di gallerie sotterranee nella città vecchia di Aleppo (Patrimonio UNESCO) da parte di terroristi ribelli, che minacciano di far esplodere la celebre cittadella medievale minandone le sostruzioni. Uno scenario quindi apocalittico che difficilmente potrà restituire ai siriani, e a tutta l’umanità, la ricchezza di uno dei patrimoni culturali più straordinari di ogni tempo e luogo». Esistono movimenti o organizzazioni di sensibilizzazione al tema della protezione del patrimonio culturale siriano?

«In questo scenario di instabilità e guerra, il Dgam siriano sta facendo del suo meglio per cercare di salvare il salvabile. Ma non è facile. Di concerto con il piano Emergency Safeguarding of the Syrian Heritage project lanciato dall’UNESCO lo scorso 1 marzo 2014, con una sovvenzione dell’Unione Europea di 2,5 milioni di euro, il Dgam ha promosso già a partire dal 2013 una campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica nazionale e internazionale sul tema dell’importanza di salvaguardare il patrimonio culturale della Siria, non solo per i siriani ma per l’intera comunità internazionale. Un piano che sta già dando i suoi frutti, con migliaia di cittadini siriani che collaborano fattivamente con i funzionari del Dgam per la tutela di siti e musei, ma che deve necessariamente essere implementato a livello politico First Line Press

con una cessazione delle ostilità e con un monitoraggio da parte delle dogane e dell’Interpol per frenare il flusso di reperti archeologici che sono regolarmente contrabbandati attraverso le frontiere del paese. A questo proposito, desidero chiudere con un appello: tutti noi possiamo contribuire a fermare lo scempio dei saccheggi, evitando di acquistare oggetti siriani commercializzati sui siti telematici o nelle case d’asta: per esempio, una stele neoassira del IX secolo a.C., scavata illegalmente a Tell Sheikh Hamad, l’antica Dur-Katlimmu, è stata sequestrata dai funzionari del Dgam e dell’Interpol in una pubblica asta tenutasi da Bonhams a Londra, lo scorso 3 aprile 2014. È questa la via da seguire». �

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Professione artista. Gioie e miserie di un giovane talento I parte Monia Marchionni

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uanto è difficile per un giovane artista riuscire ad entrare nel sistema dell’arte? La si potrebbe definire una mission impossible... L’impresa è rischiosa, il cammino è lungo e per la maggior parte dei casi porta ad un sicuro fallimento. Le difficoltà iniziano subito, da quando un ragazzo fresco di diploma superiore e con attitudini artistiche comunica alla famiglia la ferma intenzione di andarsene di casa per iscriversi all’Accademia di Belle Arti. Lui avverte già le prime diffidenze in quegli sguardi scettici che ostacolano, contrattano e infine accettano con riserva la sua scelta, considerandola una vera perdita di tempo e sperpero di denaro, cercando di evitare al figlio delusioni e giorni frustranti pieni di silenzio e voglia di riscatto all’insegna della creatività. Perché la “vita d’artista è una vita da cani, senza una lira per settimane...” come cantava in una vecchia canzone il buon Sergio Cammariere e se non si è assolutamente certi di avere il talento e l’ostinazione per intraprendere questa strada, allora meglio rinunciare fin da subito, perché si parte già vinti. In Italia ci sono circa cinquantamila persone che si dichiarano artisti, ma per esserlo davvero bisogna entrare nel sistema dell’arte e ciò implica avere una galleria potente, che ti possa rappresentare. Vuol dire lavorare con curatori e critici di punta, ave-

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re dei collezionisti che investono sul tuo lavoro – sono loro che determinano l’andamento del mercato con le proprie scelte – partecipare alle fiere d’arte e essere pubblicati sulle riviste di settore più note. Di quei cinquantamila artisti arriveranno al successo una decina scarsa e purtroppo alcuni di talento rimarranno al palo per diversi motivi, tra i più comuni la difficoltà di autofinanziare la propria ricerca nell’attesa della grande opportunità o semplicemente perché nonostante i successi e i premi vinti hanno smesso di crederci.

Andy Warhol, visionario precursore dei tempi, già negli anni Sessanta era di questo avviso, lo si legge nel libro “Pop” in cui spiega nel modo più semplice cosa serve ad un artista per farcela: “Per avere successo come artista bisogna esporre in una buona gal-

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In Italia ci sono circa cinquantamila persone che si dichiarano artisti, ma per esserlo davvero bisogna entrare nel sistema dell’arte»

leria. È soprattutto una questione di marketing. Si vuole comprare qualcosa che aumenterà di valore e l’unico modo per farlo è affidarsi ad una buona galleria che trovi l’artista, lo promuova e faccia sì che il suo lavoro sia mostrato nel modo giusto alla gente giusta. […] Non importa quanto sei bravo, se non ti promuovono nel modo giusto, il tuo nome non sarà tra quelli che verranno ricordati”.

Le domande che ogni giovane dovrebbe farsi per capire se l’arte è la sua strada - quella che Damien Hirst definisce “la grande arte che non si può evitare, che ti blocca sui binari e che tocca chiunque” - dovrebbero essere: “Il mio lavoro è talmente intenso da scuotere la gente...sono interprete del mio tempo?” E ancora “Ci sono delle lacune imbarazzanti nella mia cultura? Ho vissuto lo zeitgeist di New York, Londra, Berlino, Parigi per assorbire quell’esplosione artistica, quella gigante bolla multiculturale che Michelangelo Antonioni definirebbe il nuovo “blow up”?”. Non è un caso se Mark Kostabi in un’intervista dica che per avere successo basterebbe rispettare sei semplici regole: “fai grande arte; abita a New York; frequenta party; sii professionale; abbi una tua storia; trova dei bravi artisti che lavorino al posto tuo”. Dimenticate dunque l’artista bohémien chiuso


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Abbiamo chiesto a Giancarlo Politi, fondatore e storico direttore di Flash Art, la rivista d’arte contemporanea più influente in Italia, di dare qualche consiglio ai giovani che vogliono intraprendere la carriera. Nel suo stile pungente e senza retorica ci regala un ritratto disincantato dell’Italia. Cosa deve fare un giovane artista per promuovere il proprio lavoro?

ARTE | Un’installazione neon al Middlebury College nel Vermont, Usa (Foto di MTSOfan da flickr.com)

nel suo studio che odora di trementina e olio, non è un ritratto veritiero, questo cliscé appartiene ad altri secoli che non rispecchiano il nostro. Oggi l’artista è sì interprete sensibile che riesce a cambiare il suo modo di vedere una linea, dunque in grado di regalare un’esperienza all’osservatore, ma è soprattutto promotore di se stesso. Si avvale di assistenti in studio, ha un suo ufficio stampa, non ripudia le nuove tecnologie, tiene workshops e corsi universitari, è una persona di grande cultura e lui stesso collezionista. Ma cosa più importante, ha grande tenacia

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Per avere successo come artista bisogna esporre in una buona galleria. È soprattutto una questione di marketing. Non importa quanto sei bravo, se non ti promuovono nel modo giusto, il tuo nome non sarà tra quelli che verranno ricordati (Andy Warhol)»

e non molla mai, è all’altezza del ruolo che ha ottenuto all’interno della società e fa in modo di stringere le giuste collaborazioni. Ritornando a Damien Hirst, ad esempio, ancora studente alla Goldsmiths College incaricava gli amici di andare a prendere in moto o in taxi personalità come Norman Rosenthal per portala alle sue prime mostre e molti secoli prima Leonardo Da Vinci, appena trent’enne artista affermato e alla ricerca di nuovi stimoli, inviò a Ludovico Sforza quello che oggi si potrebbe definire un curriculum, una lettera d’assunzione in cui elencava tutte le sue doti. Conquistò così il duca con il progetto della macchina bellica, la bombarda. Ciò che fin qui è stato scritto potrebbe far storcere il naso al lettore e mi rammarico se così fosse, perché non è un punto di vista, bensì una testimonianza per esperienza diretta di cosa vuol dire avere un obiettivo nella vita e perseguirlo con tutte le forze, di cosa vuol dire sentire l’arte come unica necessità e non riuscire a vivere di arte, di conquistare anno dopo anno un certo riconoscimento senza però uscire ancora dall’anonimato. Le gioie e le miserie di un giovane talento sono amiche fidate della quotidianità. La paura di svegliarsi una mattina e capire di essere stati lasciati al palo per aver smesso di crederci è il peggior inganno che ci si possa infliggere.

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«Raggiungere la più alta qualità possibile, confrontarsi assiduamente con i propri colleghi e cercare una galleria che possa rappresentarlo. Ma come si fa a trovare la galleria? Occorre tanta fortuna e molta determinazione e perspicacia. Attraverso internet, ma soprattutto grazie alle fiere: capire quale può essere la galleria affine al proprio lavoro. Quindi visitarla (mai in fiera) inviare documentazione. E Buona fortuna». Cos’è che invece non dovrebbe mai fare per non rischiare di “bruciarsi”? «Partecipare a mostre o premi di basso profilo e inutili. E se si è ambiziosi, mai esporre in gallerie amatoriali».

Quante probabilità ha di farcela un’artista di talento che opera in provincia? Tu conosci degli artisti che pur vivendo lontani da Milano o Roma ce l’hanno fatta? «A mio avviso le possibilità sono minime, quasi inesistenti. Diciamo del 5%. Personalmente non conosco alcun artista che vivendo e operando in periferia sia riuscito ad emergere. Mi auguro ci possano sempre essere delle eccezioni». Come può un artista non ancora entrato pienamente nel mercato riuscire a sopravvivere con il proprio lavoro? «Tutti gli artisti italiani, ad eccezione di una ventina, non sono autosufficienti, dunque sono mantenuti da mamma e papà, dalla fidanzata che lavora, oppure debbono cercarsi un lavo-

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ro. D’altronde Julian Schnabel faceva il livello di incultura e di clientelismo che lavapiatti a New York…» le hanno sempre caratterizzate, non abbiano mai rappresentato un riconoQuali sono gli attori del sistema scimento. In Italia lo Stato sa fare solo dell’arte che determinano il succes- danni. Dunque meglio se sta tranquilso di un giovane artista? lo». «La qualità del lavoro direi. Poi i critici e curatori che lo seguono. Ma soprattutto le gallerie e i collezionisti. E naturalmente i media che danno visibilità al lavoro».

I concorsi artistici, mi riferisco solo ai più noti, andrebbero aboliti oppure sono un buon trampolino di lancio?

«Io ritengo che alcuni premi, quelli Cosa pensi delle accademie italiane riconosciuti come i più seri, siano una rispetto a quelle anglosassoni/ame- buona opportunità per mettersi in eviricane? denza per qualsiasi artista. Ma questi premi sono pochissimi. Gli altri sono «Le Accademie d’arte italiane sono delle vere prese in giro». un vero disastro. Ostaggio di artisti frustrati e falliti, sono istituzioni obsolete, Quali pensi che siano le gallerie itasenza qualità. Gli stessi direttori, direi liane più attente alla giovane arte? tutti, sono artisti inesistenti che dovrebbero andare in pensione. Nelle Ac«In questo momento nessuna. Per cademie anglosassoni insegnano tutti sopravvivere tutte le gallerie debbono gli artisti più interessanti: da Damien rivolgersi al mercato, dunque tutte, chi Hirst a Peter Halley, da John Baldessarri più chi meno, si affidano al mercato sea Gerhard Richter, a suo tempo Joseph condario. E tutte, vicino all’artista gioBeuys. E in Italia? Solo mediocri pittori vane, propongono opere di Calzolari, in cerca di un posto di lavoro statale». Bonalumi, Castellani, Dadamaino…»

Qual è l’approccio dell’Italia nei con- Quando un artista dovrebbe renderfronti dell’arte contemporanea, cosa si conto che sta vivendo solo un’illufa per favorirne la crescita e la divul- sione? gazione? «Tutti gli artisti vivono un’illusione. «Io credo che le istituzioni, grazie al Per qualcuno, il sogno si realizza, per altri, il 99.9%, resta una chimera».

«

Le Accademie d’arte italiane sono un vero disastro. Ostaggio di artisti frustrati e falliti, sono istituzioni obsolete, senza qualità. Gli stessi direttori, direi tutti, sono artisti inesistenti che dovrebbero andare in pensione (Giancarlo Politi)»

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La II parte nel prossimo numero di FLP Magazine


First Line Press ha iniziato la sua avventura nel novembre 2012, un modo diverso di raccontare le storie dal mondo e dall’Italia. L’abbiamo fatto proponendo documentari (uno sui nuovi metodi repressivi in Europa “Repressione ai tempi della recessione” e l’altro sulla situazione dei prigionieri politici nei Paesi Baschi “Odissea Basca”), vari videoreportage (sul caso Veolia da Londra; sui manifestanti spagnoli per l’università pubblica; sul lavoro degli immigrati in Italia, sugli intricati scenari egiziani, sulla situazione curda, su problemi ambientali italiani), reportage fotografici (dagli scontri ad Atene a quelli di Roma, dal Kurdistan all’Egitto, fino alla Cisgiordania ed alle manifestazioni studentesche italiane) e un quotidiano approfondimento su cosa succede nel mondo. La collana di ebook di First Line Press comprende al momento tre titoli: Latitudini dell’immaginario: memorie e conflitti tra la Jugoslavia e il Kosovo (una lettura dei conflitti nei Balcani sullo sfondo della dissoluzione della Jugoslavia, che fa della ricercaazione il tessuto connettivo tra memoria e comunicazione); Vene Kosovare (racconti di come sia vissuto il Kosovo, un Paese sparito dai racconti mainstream ed in cui sono presenti ancora i silenzi dell’esclusione) e Idropoli (percorso per tutta la penisola di domande sui meccanismi economici che, a seguito dal referendum del giugno 2011, avrebbero dovuto intaccare il sistema idrico italiano). Gli ebook sono disponibili nell’area download del sito www.firstlinepress.org.

Ci puoi trovare … sul nostro sito: www.firstlinepress.org su twitter: @FirstLinePress su facebook: First Line Press su youtube: www.youtube.com/user/FirstLinePress

First Line Press Magazine#3/LAVORO  

Con questo numero vi proponiamo un ventaglio di storie che sono sicuramente paradigmatiche dei diritti sempre più smaterializzati nel nuovo...

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