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Vicenza, 21 giugno 2012 - Anno 3 n. 6

Futuro Nazionale Futuro Nazionale - Periodico di approfondimento e dibattito politico

Registrato presso Tribunale di Vicenza - Registro periodici n. 1.234 del 30.08.10 Editore: Giorgio Conte - Direttore responsabile: Giancarlo Andolfatto - Direttore editoriale: Marco Bonafede Redazione: Vicenza Corso Fogazzaro, 234 - Prodotto e stampato in proprio - Futuro Nazionale è scaricabile dal sito www.giorgioconte.it

FINI IN CAMPO BENTORNATO PRESIDENTE 5 PROPOSTE CHOC E TOUR PER L’ITALIA

Ufficio di presidenza FLI 6 giugno 2012: “Ho le idee chiarissime sul da farsi. Dall’Assemblea Nazionale dovranno emergere 5 proposte choc, destinate a spaccare” per arrivare poi ad una convention dei mille in settembre e ad un grande tour di Fini per l’Italia. “Io ho le idee chiare, basta piangersi addosso. Vi chiedo, nell’Assemblea Nazionale del 30 giugno, di tirare fuori cinque idee choc sulle quali coinvolgere la pubblica opinione. Idee, sulle quali è doveroso l’embargo, che non dovranno essere il gioco a chi la spara più grossa ma sulle quali arrivare a settembre ad una grande assemblea dei mille per una certa idea dell’Italia”. Ma Fini ha spiegato chiaramente che l’assemblea dei mille dalla quale emergerà “un nocciolo di programma elettorale di FLI” dovrà essere “senza di voi iscritti, ma con mille persone nuove”. “O le idee vengono fuori o vi accontentate delle mie. Se vi va bene ok, sennò amen. Io mi impegnerò in prima persona, ed a settembre inizierò un tour nel Paese perché non possiamo rimanere con il nostro merito di aver fatto cadere Berlusconi, ma dobbiamo dare una fisionomia culturale a Futuro e Libertà, sulla quale riusciremo a perimetrare le nostre future alleanze.”. Fini ha anche invitato a tenere conto della precarietà del quadro politico generale. “Nessuno sa con quale legge elettorale si andrà al voto a maggio ed è probabile che rimarrà il maggioritario ma ragionare adesso di alleanze è un dibattito fine a se stesso, un spaccare il capello in quattro, che porta solo frustrazione e confusione. Noi dobbiamo invece rilanciare il progetto costitutivo di FLI, tornare alla fase in cui ci prefiggevamo di lanciare un’idea dell’Italia vista da destra e in questo senso abbiamo davanti una prateria.”.

CINQUE PROPOSTE CHOC?

Ora sta a tutti noi raccogliere la sfida In un periodo che non ho esitato a definire “di mezzo”, FLI sembrava alla ricerca di una nuova identità, per offrire un approdo innovativo a chi di destra era stato e a chi avrebbe voluto esserlo, senza però trovare stimoli e le necessarie convinzioni. Una nuova concezione di destra, moderna e laica, attenta e sensibile ai temi della libertà di coscienza, della legalità e dei diritti civili. L’articolo di Marcello Veneziani sul Secolo d’Italia del 4 giugno scorso, che parte dall’assunto della conclusione dell’epoca di Berlusconi e Fini, rappresenta uno sterile tentativo, fuori tempo massimo, di chiamata a raccolta e di ricostruzione di tutto il cd. arcipelago della destra, che in questi anni ha conosciuto una vera diaspora. Ma il punto è un altro: di quale destra si tratta? Il presunto ritorno alla destra di antica memoria interrompe forse quel ciclo e quel percorso

di Giancarlo Andolfatto

ECCO LE PRIME QUATTRO

Il presidente a Pietrasanta ci ha invitato a pensarci come movimento, non più come partito: ritengo intendesse anche nei modi, non solo nel nome. Ora ci chiede delle proposte choc: ecco, anche costo di sembrare ripetitivi, le nostre da Bassano del Grappa. PER FAVORIRE L’INGRESSO DEI GIOVANI NEL MONDO DEL LAVORO - Puntare sul regime dei cosiddetti contribuenti “minimi” innalzandone la soglia a 55 o 75 mila Euro/anno, limiti che dovrebbero essere due nuovi scaglioni di reddito. Togliere il limite temporale di permanenza nel regime ed allargare le categorie di lavoratori che vi possono accedere. L’imposta sostitutiva poteva rimanere all’originario 20% e non serviva portarla al 5% per indorare la pillola dell’inasprimento apportato ad un regime che era sembrato il più illuminato delll’intero panorama tributario italiano, fuori campo IVA, senza studi di settore e con pagamento delle tasse per semplice differenza tra ricavi e

costi di esercizio. PER FAVORIRE LA COESIONE SOCIALE - Introdurre il servizio di protezione civile obbligatoria. Si tratterebbe di un part time: quattro ore dal lunedì al venerdì, per i diciottenni inoccupati o non agli studi, per un massimo di un anno da svolgersi in Comuni, Ospedali, Case di riposo o ditte private del luogo, a fronte di 400 Euro/mese retribuite nella forma del lavoro occasionale accessorio. Le ditte potranno chiedere ulteriori sei mesi di impegno, a fronte della successiva assunzione. Fine settimana di esercitazioni e mobilitazione in caso di pubbliche calamità. PER FAVORIRE LA FAMIGLIA - Donne in pensione a domanda, una volta raggiunta l’anzianità minima di un tempo. PER FAVORIRE LA FAMIGLIA E GLI ANZIANI - Togliere pensioni di invalidità, reversibilità, assegni di cura ed accompagnamento, vitalizi e prebende varie per assicurare a tutti gli ultra 65enni, 1.000 Euro/mese

(Monti sta solo togliendo gli assegni di invalidità) e garantire la differenza in caso di ingresso nei Centri di Servizio o Case di riposo per motivi di salute. I nonni tornerebbero a fare i nonni e nei Centri di Servizio socio assistenziale si troverebbero posti vuoti o, meglio, riservati solo a chi ha effettiva necessità di assistenza cui la famiglia non può far fronte. Demagogico? Quando mai? La prima proposta è a costo zero. La seconda costerebbe allo Stato solo le retribuzioni dovute per il servizio nei Comuni. Al costo della terza si oppone il sicuro beneficio che essa avrebbe per la coesione famigliare, almeno fintanto che vorremo considerare la famiglia, il perno della nostra società. L’ultima dimostrerebbe il rispetto che l’Italia deve a chi l’aveva costruita e ce l’aveva consegnata così bella, varia, onesta, rispettosa e rispettata. Occorre un atto di coraggio, ma non servono rivoluzioni, quanto rivoluzionare le Istituzioni.

che hanno caratterizzato la stagione rivoluzionaria sulla quale si è cimentata Futuro e Libertà? Il momento politico richiede certamente un supplemento di analisi non solo sulle nostre radici -che costituiscono il fondamento

di un percorso politico- ma anche e soprattutto di aprire lo sguardo sugli scenari del domani che interessano di più le giovani generazioni, le quali soffrono un mercato del lavoro killer, che ammazza i sogni e preclude ogni possibilità di guardare al futuro con fiducia. La politica di oggi, e più concretamente quella del domani, deve affrontare temi cruciali: non deve proporre, ma disporre soluzioni concrete alle difficoltà dei tempi moderni. In questo contesto l’Ufficio di presidenza che si è tenuto il 6 giugno non ha determinato una svolta a destra, di cui non c’era alcuna necessità semplicemente perché nessuno aveva mai virato dall’altra parte, ma ha ribadito che la rottura con il sistema berlusconiano nasceva dalla necessità di ripartire proprio da dove il PDL, di cui eravamo pure i fondatori, aveva miseramente fallito: con quel bagaglio di valori che avevamo sempre ricondotto a un certo modo di essere e di dichiararci di destra. Ora però si tratta di distinguere tra il tentativo di mettere in atto un’operazione nostalgica, con una sorta di richiamo della foresta, e il percorso per un centrodestra moderno e libero da logiche padronali. Possiamo oggi riprendere questo percorso con chi ha usato ogni mezzo per annientarci politicamente? La vicenda dello scippo del Secolo d’Italia, sottratto a chi come Flavia Perina lo aveva trasformato in uno strumento fuori dal coro urlante della “tifoseria milanista”, rimane non solo una ferita, ma una questione aperta che sarà la cartina di tornasole della genuinità di

chi intende riprendere un cammino; perché è del tutto evidente che un nuovo percorso va intrapreso. Dovremo riprendere un confronto con vecchi e nuovi amici, dovremo ricercare nuove aggregazioni ma soprattuto un progetto da offrire a un paese che soffre e che ha affidato il suo futuro all’Europa. Il nostro sostegno al governo Monti, che alimenta anche tra di noi un malcontento diffuso verso l’unica, ancorché amara, medicina possibile, si può argomentare solo in questo modo: il futuro dell’Italia è in Europa, piaccia o meno, perché fuori dall’Europa l’Italia non ha un futuro. Anche il popolo greco, quello che più di ogni altro avrebbe ragioni per scagliarsi contro l’UE, solo pochi giorni fa ha affidato il paese al partito più europeista. L’intervento di Fini ha chiarito che si apre una nuova fase, che guarda a diverse prospettive. Ed è ancora di più atteso, auspicato e richiesto -in ogni circolo, in ogni coordinamento provinciale o regionale- il suo preannunciato intervento all’Assemblea Nazionale del 30 giugno prossimo. Si riparte quindi da quel filo che con coraggio e coerenza ha collegato lo spirito di Mirabello, di Bastia Umbra e di Milano. Non solo suggestioni ma occasioni vere, in parte sprecate, che hanno coinvolto tanta gente animata dalla speranza e dall’impegno per una nuova politica. All’interno di quella “certa idea d’Italia”, che dovrà e saprà dare identità culturale e politica a Futuro e Libertà, il Presidente Fini ancora una volta guarda avanti, preannunciando 5 “proposte choc” -così le ha definite- destinate a spaccare lo scenario e a costituire il fondamento per un programma elettorale che sia un progetto per l’Italia. L’ampia “prateria” che Fini ci indica quale terreno fertile sul quale seminare, ci permetterà di rilanciare il partito, di recuperare un’identità politica offuscata da tanti errori commessi e ricostruire la nuova destra del patriottismo repubblicano. Sta a tutti noi, ancora una volta, raccogliere la nuova sfida. On. Giorgio Conte


Futuro Nazionale

21 giugno 2012

La bacchettata

di Nicola Giangregorio - FLI Bassano del Grappa

E’ ORA DI DIRE BASTA

di Marco Bonafede

Spending review? Un nostrano taglio alle spese Basta, è ora di dire basta. Non si può più tollerare che mentre nel paese le entrate fiscali sono al massimo storico, l’economia è ferma, e gli unici a pagare sono i pochi lavoratori rimasti ci sia una classe politica ed un sottobosco dirigenziale che continua a percepire stipendi lontani dalla realtà. E’ arrivato il momento di mettere da parte termini anglosassoni, c’è bisogno di una scossa al cuore di questo paese. Io amo la mia Patria, e sono disposto a lottare per essa, sono disposto a sacrificarmi per essa, vediamo quanti saranno disposti a fare altrettanto. Le famiglie sono in estrema difficoltà, i poveri crescono, i giovani sono senza lavoro e non riescono a godere del diritto di farsi una famiglia ed avere dei figli; e cosa succede in Italia: nulla. Allora dimostriamo, di essere veramente diversi da chi parla e basta, dimostriamo che la politica non è solo un modo per arricchirsi, facciamo un bel taglio nostrano e lineare. Cominciamo con l’affermare, per il bene delle nostre famiglie e dei nostri figli, alcuni principi fondamentali, con effetto immediato, da estendere in tutto il Paese: in tutti i comuni Italiani il Sindaco e gli assessori non potranno

avere emolumenti superiori alla normale busta paga di un operaio, e proporzionata alle ore di lavoro svolte. Tutti i consiglieri e assessori regionali, non potranno avere uno stipendio che supera i tremila euro al mese, anch’esso proporzionato alle ore di lavoro svolte, rimborsi per pasto non superiori ai 15,00 euro. Incentivazione del trasporto pubblico; eliminazione dei rimborsi ai gruppi consiliari; eliminazione di tutti i cda degli enti strumentali; riduzione fino al 60% delle retribuzioni dei manager con riorganizzazione del personale già operante all’interno degli uffici regionali o utilizzo di quello proveniente dalla chiusura delle province. Con altrettanta fermezza, a livello nazionale, si dovrà chiedere sin da subito l’azzeramento dei rimborsi ai partiti, minimo rimborso per i referendum, il completo ed immediato ridimensionamento di tutte le spese superflue e non coerenti con la situazione socio-economica del paese, riconducibili al funzionamento della macchina amministrativa nazionale. Inoltre sarà nostra cura svolgere un opera di contrasto agli sprechi che continuano ad esserci nella gestione dell’Europarlamento, per una

razionalizzazione necessaria ad aiutare paesi che oggi si trovano a rischio fallimento. La maggior parte di questi risparmi saranno convogliati in un fondo costituito per aiutare le imprese che assumono i giovani, e per le famiglie in difficoltà attraverso l’istituzione del regime dei minimi. Chiaramente, quello fin qui esposto, dovrà essere, come principio di buon senso che investirà anche tutte le cariche parlamentari ed europarlamentari, contenuto nel manifesto elettorale di Futuro e Libertà per l’Italia e dovrà essere, per tutti coloro che si presenteranno alle prossime elezioni, oggetto di un patto non contrattabile con gli Italiani. Questo dovrebbe essere oggi il nostro manifesto, siamo un paese in guerra con il debito pubblico che ci opprime, con la corruzione dilagante, con un le banche che ci opprimono e speculano sulle nostre disgrazie. Siamo un paese che ha bisogno di un periodo di coprifuoco, qualcuno ci potrà etichettare come populisti, ma questi saranno in malafede. Qualsiasi buon padre di famiglia è conscio che questa è l’unica strada percorribile per poterci ritrovare in una Italia che è e sarà bellissima. Vai su: www.listepulite.it

di Sara Zanon

FUTURO e Libertà è il nome Spesso la parola FUTURO non ci fa dormire la notte e con le parole bisogna stare attenti, perché fanno la realtà. La parola futuro spesso non ci fa dormire la notte. Proviamo a manometterla (e vediamo cosa succede ai nostri sogni?), sperando che con questa operazione di rottura e ricostruzione, si possa coglierne il senso. Un passo indietro: la parola manomissione ha due significati in apparenza molto diversi. Nel primo significato essa è sinonimo di alterazione, violazione, danneggiamento. Nel secondo, che discende direttamente dal diritto romano (manomissione era la cerimonia con cui uno schiavo veniva liberato), essa è sinonimo di liberazione, riscatto, emancipazione. La manomissione delle parole include entrambi questi significati. “Facendo a pezzi” la parola fu-

turo possiamo scoprire come essa sia stata alterata, e violata da un’incapacità generalizzata di progettare. Si può ambire a salvare l’Italia senza cambiare il modo d’immaginare la politica del futuro? Spesso l’abbiamo attesa, questa politica dl futuro; l’abbiamo sperata, analizzata, evocata, annunciata. E quante volte abbiamo l’obiettivo a portata di mano, ma non riusciamo a realizzarlo, perché non sappiamo cosa dobbiamo aspettarci, ma soprattutto come dobbiamo comportarci per il nostro futuro? La politica segue percorsi carsici, mentre il suo “futuro” dovrebbe essere il momento in cui riappare in superficie e si riappropria del proprio destino e del proprio significato. I partiti, ci dicono i sondaggi, sono oggi al minimo storico dal punto di vista del consenso e della credibilità. Mai come oggi la politica è priva di futuro, perché incapace di talenti. Le ideolo-

gie ed i modelli di riferimento, uguali per tutti e privi di idee nuove e belle, risultano insufficienti. C’è sempre un nemico da identificare, e un salvatore, un leader salvifico che trasforma l’etica in morale. La storia del potere si ripete, ma il futuro non sempre segue. Esso non indugia su copioni, non vive di farse o commedie. Uscire dalla spirale del passato non significa dimenticare o rubricare. Forse significa semplicemente “liberare”. Nel rimontare la parola futuro, possiamo, infatti, liberarla e liberarci dai vincoli delle convinzioni verbali e dei non significati. Solo dopo questa operazione, potremo usare la parola futuro per raccontare storie. E anche progetti politici. Sara Zanon Sull’argomento (non sul Partito...): Futuro, di Marc Augè, Bollati Boringhieri editori.

NUOVA ITALIA In uno slancio - tutto politico? - il Presidente Monti ha rinunciato ad impegnare il proprio Governo nella riforma della cittadinanza per i minori figli di stranieri. Il tema “esula dal mandato” ed è troppo politico per essere affrontato da un governo tecnico, con il rischio di far deflagrare la maggioranza che lo sostiene. Peccato, Presidente... peccato perché senza la Lega in maggioranza ci eravamo illusi che potesse essere più semplice affrontare un tema che, purtroppo, sta invece scivolando fuori dall’agenda politica. Peccato, Presidente, perché se avesse fatto una visita ad Arzignano (VI) - ricco distretto della concia - le avrebbero spiegato che il 44,4% dei pupi nati nel 2011 hanno entrambi i genitori stranieri e che se si considerano le coppie miste la percentuale supera abbondantemente il 50%. Peccato, Presidente, perché se avesse ascoltato il sindaco (PdL) della ricca cittadina veneta (26.000 abitanti di cui quasi il 22% stranieri) le avrebbe detto che l’integrazione è un fiore all’occhiello. Un’identità che mescola esperienze, lingue e culture diverse ma che - parola dell’assessore alla sicurezza, Lega Nord - “ha trovato un buon equilibrio”. Il tema delle seconde generazioni, signor Presidente, è più attuale di quanto si creda; tema politico, certo, ma che anche il suo governo dovrebbe avere il coraggio di affrontare. Perché la Nuova Italia è già nelle nostre città.

ESSERE PIU’ CIVILI NON COSTA NULLA di Michele Beozzo In Italia, l’ultimo dei paesi dell’Unione Europea assieme alla Grecia a non aver risolto (ma nemmeno affrontato seriamente...) la questione del riconoscimento delle coppie omoaffettive e dove si considerano le proposte di legge contro l’omofobia in contrasto con i principi costituzionali, è difficile andare oltre alla forma, quanto mai -come in questo tema- nemica della sostanza. Ci vengono però in aiuto alcuni recenti dati ISTAT che disegnano una società che riconosce i diritti civili alle persone omoaffettive, ma con distinguo e, cosa ben peggiore, ancora con pesanti retaggi discriminatori. Il 62,8% degli intervistati ritiene giusto riconoscere alla coppia omosessuale convivente gli stessi diritti di una coppia sposata ma solo il 43,9% ritiene giusto che si possano sposare; un 20% si dice anche favorevole alle adozioni. I dati ci mostrano poi che il 61,3% ritiene gli omosessuali molto o abbastanza discriminati e sarebbero il 74,8% gli Italiani che non considerano l’omosessualità una malattia o una minaccia per la famiglia; il 73% non considera poi l’omosessualità “immorale”. Anche se il 56% invita i gay ad essere più discreti per farsi meglio accettare, solo il 29,7% pensa che sia meglio non dichiararsi. Sono poi contrari ad un insegnate gay nelle scuole elementari il 41,4% del campione mentre il 28,1% ritiene che un gay non possa fare il medico, con anche un 24,8 degli intervistati che considera i gay inadeguati al ruolo politico. Infine il 40 % dei gay si è sentito discriminato, a scuola o nel lavoro come nella ricerca di una casa. Questi i dati, interessanti, che ci disegnano un’Italia divisa sull’argomento e a tratti contraddittoria. Il cammino per il superamento di timori e pregiudizi è iniziato, ma il percorso è ancora lungo e difficile. Il Presidente della Camera dei Deputati on. Gianfranco Fini, rifacendosi all’art. 3 della Costituzione, ha osservato che “l’azione contro l’omofobia deve tradursi nella condanna in tutte le sedi, non solo di ogni forma di violenza come è ovvio, ma anche di ogni atto di prepotenza e di ogni provocazione capace di alimentare la cultura dell’intolleranza; e questo è assai meno scontato.”. Una lezione di diritto costituzionale prima ancora che di civiltà, che sottolinea un impegno da sempre concreto. E’ tempo di agire per colmare le distanze sociali che costituiscono la discriminazione quotidiana per oltre 3 milioni di cittadine e cittadini Italiani, oltre i facili slogan elettorali (Bersani) e i tiri fuori porta (Cassano). Qualcuno potrebbe osservare che le priorità dell’Italia sono diverse rispetto al riconoscimento dei diritti civili delle persone omosessuali: ma a differenza di altre necessità del Paese, queste riforme civili alle casse dello Stato non costerebbero nulla. Essere più civili, anche in tema di diritti, non costa nulla.


21 giugno 2012

Futuro Nazionale

Il condominio (della politica)

di Ilaria Brunelli

L’impegno prima delle alleanze

RIVOLUZIONE GENERAZIONALE di Veronica Rigoni

In Italia, in poco più di dieci anni, abbiamo raddoppiato il debito pubblico e promesso pensioni molto generose. E lo si è fatto non tanto per costruire infrastrutture, migliorare la qualità dell’istruzione o dei servizi, ma per pagare pensioni d’invalidità - spesso non dovute-, creare posti pubblici -spesso inefficienti - concedere baby pensioni e cedendo ad interessi di breve respiro. Oltre a questo viviamo in un Paese gerontocratico dove l’età media della classe dirigente si aggira intorno ai sessant’anni, non solo in politica ma anche nel mondo delle professioni e dell’università Questa combinazione di altruismo privato e di egoismo pubblico è diventata un freno molto forte alla crescita del Paese e rappresenta una pesante ipoteca sul nostro futuro. Non possiamo quindi meravigliarci se molti giovani hanno un’opinione negativa del proprio Paese e provano sentimenti di rabbia, diffidenza e noia tanto da allontanarsi del tutto dalla vita politica. Gli ultimi anni possono poi essere intitolati “la gestione del declino”: non vi è infatti traccia alcuna di una politica di crescita, così la generazione post muro di Berlino, la sta andando a cercare molto semplicemente all’estero. Siamo bloccati da troppo tempo su queste ovvietà che tolgono ossigeno alla speranza. Ma ogni labirinto ha e deve avere una soluzione: serve un atto di coraggio generazionale, dove ognuno scelga e si impegni. Serve che la rabbia venga sfogata in una proposta collettiva e non in un vaffa-day. Il sentimento di collera lo conosciamo tutti bene e lo abbiamo già somatizzato; non occorre urlare e mandarci a quel paese, serve trovare soluzioni da scrivere nel “foglio del come”. Mi rivolgo ai giovani, ma non solo: dobbiamo cercare di insediare una rivoluzione generazionale, uno stato d’animo che alteri gli attuali sistemi, che trasformi l’oggi per poter parlare di domani. Questo mutamento può avvenire solo attraverso un ricambio generazionale, con il coraggio e la preparazione di quarantenni, trentenni e ventenni, non più lasciati in sala d’attesa ma resi protagonisti a 360 gradi. Cosa accadrebbe se un’intera generazione si unisse, non contro qualcuno, ma per costruire qualcosa? Veronica Rigoni Generazione Futuro Vicenza

In un condominio ci sono 20 appartamenti. Per mantenerlo decoroso l’amministratore dello stabile distribuisce le spese mensili in questa maniera: 6 appartamenti pagano per tutti, di cui 3 in maniera consistente, 14 appartamenti vengono spesati completamente e, tra questi ultimi, 5 ricevono addirittura dei soldi extra. Nella spesa sono inclusi lo stipendio (sostanzioso) dell’amministratore e dei suoi dipendenti. Le 6 famiglie lavorano alacremente per garantire il pagamento mensile, nella speranza che prima o poi le altre 14 comincino a lavorare e a pagare la loro quota. In realtà, nonostante gli sforzi, il condominio lentamente degrada, perché molti dei 14 appartamenti buttano al vento i soldi ricevuti. I tempi peggiorano ma l’amministratore, sempre in forma e con una nuova costosissima auto, continua imperterrito a pretendere la quota mensile e siccome deve riparare tubazioni e infissi degli altri 14 e fare i regali di Natale ai suoi dipendenti, aumenta le spese. I capofamiglia continuano a pagare: ogni tanto qualcuno alza la voce ma poi si siede a tavola con l’amministratore e

si fa tranquillizzare con una pacca sulla spalla e l’invito a contribuire alla buona causa. Le 6 famiglie iniziano a saltare i pasti per risparmiare qualcosa in più ma così facendo hanno meno forze per lavorare e nel complesso la situazione familiare peggiora. A tutto questo si somma il fatto che l’atteggiamento degli altri 14 non cambia e il condominio è sempre più decadente al punto tale che il quartiere si domanda quando crollerà lo stabile. L’amministratore per tutta risposta rincara la quota mensile ancora una volta. Le mogli, con i pochi soldi rimasti in casa, non riescono più a pagare le bollette e a comprare i libri di scuola ai più piccoli. Alcuni figli decidono di andare a vivere altrove in cerca di fortuna. Un giorno il figlio di una di queste famiglie non ce la fa più e lo trovano appeso in cantina con un biglietto di addio. Fine della storia. Cosa pensate di quell’amministratore? E cosa pensate dei 6 capifamiglia che supinamente pagano senza pretendere maggiore equità e giustificando l’amministratore in nome di una ipocrita solidarietà (o, meglio, in

UN MESE, UNA DATA: 2 Giugno

nome di una ancora più ipocrita convenienza politica)? Le figure rappresentate dall’amministratore e dalle varie tipologie di condomini credo siano chiare. E credo che ciascuno di noi sappia con orgoglio riconoscersi nelle sei famiglie che pagano regolarmente, metafora di coloro che versano regolarmente tasse, imposte e balzelli. L’amministratore è la (triste) metafora della classe politica, eletta per rappresentarci e difendere i nostri diritti. Invece cosa fa? Perde tempo in sterili polemiche di partito anziché lavorare uniti per uno stesso obiettivo: impegnare sul territorio le risorse prodotte per garantire vita dignitosa alle persone e prosperità alle aziende. La discordia, la litigiosità partitica ricade negativamente sui cittadini e getta discredito alle istituzioni, dividendo gli animi proprio quando è necessaria maggiore coesione. Basta con litigi e rivendicazioni! Mettiamo da parte fazzoletti verdi e simboli di partito e impegniamoci per ottenere maggiore giustizia ed equità. In caso contrario la classe politica avrà fallito, tutta, indistintamente, corresponsabile della crisi nella nostra terra.

di Simona Sclocchi

Saremmo Nazione ...senza polemiche Se il grado di maturità di un popolo si misura dalla capacità di riconoscersi nei simboli della propria nazione e nel concetto stesso di patriottismo, allora noi Italiani siamo messi proprio male! Dalla polemica scatenatasi contro la festa nazionale del 2 giugno emerge chiaramente quanto siamo frammentati, pronti a inveire contro lo Stato resosi colpevole di non aver annullato le celebrazioni della Repubblica, avvertite dai più come una mancanza di rispetto per le popolazioni colpite dal sisma in Emilia. Peccato perché, invece di rincorrere l’ennesima e sterile polemica, abbiamo perso un’altra occasione per mostrare ciò che tutte le altre nazioni hanno ormai acquisito rispetto a noi: un forte senso di sé e un radicato orgoglio patriottico. Onorare la nostra festa nazionale significa rinsaldare - attraverso i simboli - il nostro essere comunità, il nostro senso d’appartenenza e significa anche portare rispetto a chi si è impegnato, proprio in quei giorni, per portare soccorso agli sfollati. Mai come in questa circostanza sarebbe stata apprezzata una riflessione sul nostro Paese perché quel 2 giugno del ’46 gli Italiani non solo scelsero la Repubblica con il referendum, ma elessero

anche l’Assemblea che scrisse la nostra Costituzione. Ebbene, non vogliamo indagare tutte le differenti sensibilità dei padri costituenti, né rievocare la sua lunga gestazione; vogliamo invece proporre una riflessione sul valore di ogni singola parola che in essa è contenuta e di quanto bisogna riappropriarsene, perché la Costituzione parla di noi, della nostra unicità, delle

nostre aspirazioni. Ma, d’altro canto, per parlare di Costituzione bisogna conoscerla, e soprattutto bisogna amarla, due cose che noi Italiani abbiamo dimenticato. La Costituzione ha bisogno del nostro impegno, del nostro spirito perché in essa c’è la nostra storia, il nostro passato ma anche il nostro futuro. In essa c’è la lezione dei padri

costituenti, c’è alla base la tutela della persona e dei suoi diritti: è la nostra leva per sollevare il mondo. In quella fervida stagione costituente i partiti vennero chiamati ad una funzione di mediazione e di raccordo tra le diverse istanze pre-politiche; e oggi più che mai il compito dei partiti è ancora raccogliere le differenti istanze della società, disciplinarle e organizzarle e portarle al confronto con le altre, non limitandosi ad una veste teorica ma elaborando politiche per il futuro, ricordandoci sempre di quei valori fondamentali e inalienabili. Piero Calamandrei ci insegna che: “Ovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione”. Il 2 giugno del 1946, il 2 giugno di ogni anno, il 2 giugno sfilando anche per l’Emilia Romagna, anche se qualcuno non vuole festeggiare. Simona Sclocchi Sull’argomento: Piero Calamandrei Lo Stato siamo noi Editrice Chiarelettere


Futuro Nazionale

21 giugno 2012

IL CASO VENETO

Lega e politica sanitaria Quando il ras locale assume i vizi del nazionale Il progetto di quella Lega che anche oggi minaccia l’Aventino, dileggia ed insulta i rappresentanti del Governo e della maggioranza che lo sostiene, è miseramente fallito. Certo, è fallito sotto i colpi dei diamanti di Belsito e di Rosy Mauro, delle paghette e delle lauree dei ragazzi del capo, dei finanziamenti più o meno occulti, ma è fallito soprattutto politicamente, negando il motivo stesso delle ultime pseudo battaglie federaliste. E’ fallito perché è diventato il più centralista dei partiti, e non si tratta solo del centralismo romano con i suoi tentacoli verso le grandi aziende di Stato ma, soprattutto, di quello che potremmo chiamare il “centralismo locale”. Cos’è? E’ quel modo di gestire la cosa pubblica da parte dei presidenti delle regioni e dei sindaci tipico delle cosiddette prima e seconda repubblica. La gestione della sanità nel Veneto, è uno degli esempi più chiari e sconfortanti. Il 70% del bilancio delle regioni italiane è dedicato alle spese sostenute per la sanità, lasciamo quindi immaginare gli interessi intorno a questo argomento. Ma la Sanità è anche e soprattutto, potere di nomina e consenso elettorale e di conseguenza lotta intestina fra i

partiti della maggioranza ed al loro proprio interno. In questi giorni, peraltro, si sta discutendo in Consiglio Regionale il nuovo Piano Socio-Sanitario che dovrebbe cambiare le regole dell’intera organizzazione sanitaria in Veneto, dalle schede ospedaliere alla gestione dell’attività territoriale e l’analisi del testo meriterebbe un dibattito ampio ed approfondito anche all’interno di FLI. Fin dall’inizio del “ventennio Galaniano” la gestione della Sanità veneta è stata in mano ad un manipolo di amministratori che hanno deciso su chi dovessero essere i manager sanitari che dovevano succedersi alla guida delle Ulss, in base ad appartenenze politiche del momento, conoscenze personali e fondi per le campagne elettorali più o meno dichiarati. Dai primi anni a guida Forza Italia, si è passati alla Lega Nord, vera padrona della Sanità veneta da un decennio, ormai. L’odierna amministrazione leghista, infatti, ha confermato l’importanza del controllo della Sanità, pretendendo l’assessorato di competenza. Eccoci al punto focale delle questione: in queste ultime settimane, infatti, si sta consumando una battaglia tutta

interna alle anime della Lega Nord veneta, non sui contenuti del nuovo piano sociosanitario, come sarebbe utile ed auspicabile aspettarsi, ma per decidere chi governerà la Sanità della nostra Regione nei prossimi anni, con uno scontro senza quartiere tra il governatore Zaia ed il sindaco di Verona, Tosi. Insomma, i soliti e mai sopiti intrighi di Palazzo fra chi considera la politica come una questione di partito, di corrente o addirittura personale. Perché, se passa la linea Zaia, significa che le strutture socio-sanitarie del veronese subiranno la stessa sforbiciata di quelle delle altre province, altrimenti significa che saranno stati Tosi e Coletto a prevalere e non certo per il principio dell’equità per tutti i cittadini, ma per la supremazia in Veneto del partito secessionista. Se è vero che la scelta, anche in una materia tecnica come quella socio-sanitaria, deve rimanere in capo alla componente politica, è necessario arginare la deriva partitica che tende ad infiltrarsi in tutti i gangli della società, anche e soprattutto in quelli in cui c’è in gioco la salute delle gente. I direttori generali delle Ulss devono continuare ad essere nominati dal Presidente della Giunta, ma all’interno di una lista formulata da una commissione di esperti, già accade in alcune regione come l’Emilia-Romagna, formata da persone universalmente riconosciute come al di sopra delle parti, non sospettabili di legami personali o partitici, massimi esperti in organizzazione sanitaria. Per rafforzare il ruolo degli Enti Locali - appaiono infatti ormai superate le Conferenze dei Sindaci a livello di singole Ulss - si dovrebbe, invece, pensare ad un’unica Conferenza per l’intero territorio provinciale, con la possibilità di atti vincolanti per le decisioni di Giunta e Consiglio Regionali. La Sanità veneta è rimasta un’eccellenza che viene invidiata: nessuno può permettersi di gestirla in modo iniquo per esigenze che esulano dal bene del cittadino e pensando solo all’interesse di partito. Enzo Giordino Futuro e Libertà per l’Italia Vicenza

PIU’ PRATICA E MENO TEORIA La tornata elettorale appena conclusa ha portato in evidenza come sia sempre più necessario che la politica si ri-sintonizzi sulle stesse lunghezze d’onda di coloro che, entrando con la matita nella cabina elettorale, decidono le sorti del nostro Paese. Stando vicini ai nostri candidati, è stato facile osservare come il momento di difficoltà economica abbia incrementato la richiesta di risposte concrete. Imprenditori, cittadini, anziani, famiglie, tutte queste categorie chiedono alla politica di non perdere tempo. Tutte queste persone non seguono -e non sono interessate a seguire- le scelte sui nomi, sui modi, sulle “filosofie” che provengono dagli ambienti centrali. Non che le prospettive siano meno importanti dei contenuti, perché una buona nave non va da nessuna parte senza rotta, ma il punto centrale è che non si può decidere dove andare senza mettere in cantiere nave e marinai. È innegabile che l’ondata di avversione a questa politica (che non piace definire antipolitica, perché sono politica anche le controproposte) derivi da un profondo scollamento dovuto alla mancanza di risposte, di proposte e di contatto con i cittadini, come dalla mancanza di buoni esempi, dall’esacerbarsi di profondi scandali e ruberie che portano a disprezzare, a torto, la classe politica nella sua interezza. E di fronte a questo scollamento ha preso piede un movimento, rispettato e da rispettare, che prende voti dicendo di avere programmi e proposte. Sottolineo “dicendo di” perché molte volte queste proposte sono a dir poco campate in aria, comuni a tutti i partiti o, come dice un famoso comico, manca la pagina del “come”. Per questi motivi dobbiamo impegnarci a riconoscere l’importanza di creare un contenitore più grande di Futuro e Libertà, senza perderne l’identità. Arriviamo dal PdL, quello che doveva essere il partito del centrodestra italiano, il partito dei moderati (sic!) e riformatori che -la storia ce l’ha mostrato- si è spento in un flop. Arriviamo, cioè, dall’idea di mettere insieme più forze per creare qualcosa di più grande. Questa idea, giusta, di non combattere per il “poco per cento”, non deve però portare a (ri)fare errori di cui pentirsi. Sempre per il principio che dobbiamo rivolgerci ai possessori di quella matita e non, solamente, agli addetti ai lavori, Futuro e Libertà non si deve sciogliere: uno scioglimento porterebbe forse gioia agli addetti ai lavori ma confusione agli elettori che non ci votano perché abbiamo o meno un nome bello, ma sempre più e sempre più giustamente, per i programmi e le proposte che prospettiamo loro. Dobbiamo investire più tempo nel definire cinque, dieci punti principali, seguendo il nostro bel manifesto, seguendo i grandi, grandissimi, pensatoi che abbiamo (composti da gente preparata e capace) e correndo a spiegare queste proposte chiare, semplici, efficaci alla gente, per cercare poi di fare del proprio meglio per il bene di questo nostro, amato Paese.

Giovanni Furlanetto Futuro e Libertà per l’Italia Venezia

Futuro Nazionale Giugno 2012  

Periodico di approfondimento e dibattito politico

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