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La fatica del metallo di Fiorella D'Errico


Roma, Maggio 2011 - in corso d'opera (marchio SIAE) fiorelladerrico.wordpress.com


Dobbiamo amare la vita perchĂŠ non ha ragione di dolersene sebbene sia dolore come quando si piega anche il metallo prima del taglio alla metĂ , nel corpo esso non sa quale potenza spezza un'anima di ferro


Tanta resistenza e questa schiena dritta in attacco cammina con le spalle al cielo non guardare che il vuoto vita morte amore inevitabili fiere da tenere stretti i tendini, sempre all'erta - come se - una preveggenza di scatto


Il verso che prende l'anima - in una giornata come questa spodestata dal sole verso il mare con le voci che sono il male minore e ti parli negli occhi dei cani il verso sarebbe corretto, tutto ben piantato una novitĂ assoluta sentirmelo dritto ramificato nel cuore, indolore


Devi essere lontano perchĂŠ ti arrivino le parole in differita come da una fonte antica, echeggiata da sentirne veramente il volo cosĂŹ mi distingui intorno e fuori la crudeltĂ del mondo tangente mai toccata - una piccola coda di suono.


Passo giorni che la parola è acqua, dispersa nei rivoli dell'aria: una pioggia mai presente. E mi colpisce dentro il tuono breve dei pensieri, eppure, sotto l'annuncio di tempesta, resta un mormorio quieto. Come il ruscello più profondo del fiume, e come il fiume, più profondo del mare. Il silenzio non è dato alla terra.

Vivo di promesse che fa il cielo raccolgo ogni ansito di me in un covo in attesa, al tuo ritorno un dono sarebbe fingere fermezza all'incrocio dei venti senza il tremito e questa tenerezza debole che indebolisce la pelle Tendimi con te sii forte finché si spezzerà il legame più forte - di noi conservi il sogno della voce da un capo all'altro, tra le voci morte.


Se sbagliare fosse concesso a noi, come lo è a dio, dovremmo redimerci.

(Ritornerà chi è stato ucciso)

Sia incisa la pelle tra le scapole e il collo nero di ombra, segno innocente per un'altra ombra l'assassino piega nel silenzio la sua schiena sulla schiena "duro il colpo svetta" ma non è fango novembrino non è memoria che conserva tutto termina lì - irragionevole qualcuno coprirà il corpo e il lenzuolo avrà impronte indelebili di sangue, lame, sterpi ignoti.


Anche nella sera a volte c'è bellezza, quando senza avviso cala il vento e l'albero di fronte resta solo. Come se contenesse il cielo, le immagini del giorno, gli occhi fugaci dei vetri, le musiche a stralci delle auto in corsa; tutto rivede e nasconde. L'ombra - per l'ombra incipiente - è una cupola rovesciata, un campo di maggio.

Al cospetto del silenzio interrotto il discorso alla coscienza ho ancora addosso frammenti di lessico congiunto in sintassi distruggerei anche quelli per tracciare un unico grido a parti scomposte, che dica l'amore di questo momento la fragile piccola vita e mai sentirsi manchevole amare ogni sera che viene amarla - non chiedere niente.


La casa era un'arca, tu la terra. Inventavi giochi che coprissero la solitudine.                                                                     (Primo ricordo dal mare)

Profili dorati e gli specchi la casa di legno, il frassino biondo attenta, attenta a non rompere il niente bambina di pane - dicevi dolcissima voce le scale appena lì fuori morivi ma non mi lasciavi in piedi malferma e tu che piangevi


Scrivo e mi stanco, divento la sedia legata alla finestra.

Forse era già come adesso tu che piegavi lo sguardo e questo senso di eterno ritorno quanto potrò ancora vivere la stessa preziosità custodita come raccolta di schegge dal vetro infranto Stiamo così, immoti alla bellezza posta nelle mani unite bagliore di uno stelo perché scrivere sia buono per la pace con le gambe piegate sotto il cuore vivo a tracciare vocali un adorno di vento, fugace


Qualsiasi vita, anche la più costante, ha una crepa. Come le migliori architetture, o come la curva imprevista nei metalli. Tutto reca in sé l'impronta dell'inizio, ed è incompiuto.

Post fata resurgo.

in questo letto vuoto del mattino ecco, i piedi toccano terra ed è tanto già solo la forza senza variazione volontà indossami non tutta, almeno il respiro confuso lascia nude le ossa sonno - prima veglia orfana infinita di madre e padre notte morta Se riuscissi a parlare parole conosciute da me - avrei risorto.


Per gli occhi chiusi nulla si consuma al lungo inverno. Lasciamo che il ricordo non sia un nome, e che svanisca al buio, come è nascosta la radice all'albero. FinchÊ il gancio non richiama il piede indietro, questo si convince d'esser libero, e le mani ancora sognano raccolta.

ora la pioggia è scesa e risalita le parole tornano alla bocca dopo un sogno dormirò anch'io per quest'aria serena il picco scioglie la neve spunta l'erba intorno nei campi la donna copre i seni con un mare di steli - ci sono frutti nei bacili Che mai si sfaldi il sonno dei vestiti a lutto.


C’è come un dolore nella stanza, ed è superato in parte: ma vince il peso degli oggetti, il loro significare peso e perdita. Amelia Rosselli

Dicono che fuori sia la guerra. Anche qui, in un piccolo mondo dalle feritoie dei fili - fisso nelle orecchie c'è il rombo anche qui nella scappatoia la lotta per la vita di sera i feriti stendono al fuoco ciò che resta. Vento pace sangue miele tra il sentirsi bambina e sparare anch'io come un cecchino Non devo guardare oltre: miro alla mia testa.


"Tutto costa: andarsene e restare."

nessuno chiuderĂ le porte e domattina il sole il letto le finestre avvolte nella nebbia spenta - tutto resti al sonno non nasce vento se ogni cosa dorme Tieni fermo il cuore, tieni fermo.

La fatica del metallo  

Roma, Maggio - Luglio 2011

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