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ARCHITETTURE DI FIORELLA D'ERRICO

Roma, Febbraio - Maggio 2011


(all rights reserved - marchio SIAE)


ricordi come reliquie eterne di morti – al fondo della terra una chiesa abitata dai venti


Questo pensiero di carne fatto come parete e il silenzio in ognuna come un tempio: costruiamo immagini ex voto lasciati al tempo.


Lontano, come fosse chiaro il mondo appartiene ai corpi appena indovinati, su per le vetrate. Alle linee cosĂŹ perfette: senza pietĂ per una redenzione.


L’esatta posizione degli oggetti dopo un calore d’aria e di ombra - di sbieco, alla rinfusa amorosa ché l’amore, almeno, quasi mai è dritto non va cambiata. Preserviamo così il candore di un’architettura nata senza progetto campata in cielo e in terra come la sagrada familia. Tutto quindi resta intoccato come è stato toccato: nell’attimo che non ci sei io colgo il senso, ti passeggio dentro.


Porta il peso, se puoi covare le ferite come fosse un viaggio a lato, fra angoli di vento nessuna pietra vedrai che cada pietosa dai fianchi delle linee che tu stesso hai tracciato. Ripieghi i veli, cospargi di sale le palpebre: pure, il ricordo cresce come una malapianta senz’acqua nÊ terra, come il bianco incorrotto dei muri nelle stanze lasciate vuote.


E quando poi si scende nel cavo di uno spazio segreto ami la copertura come il suo interno le braccia gli occhi li riconosci come la strada riconosce il ponte il volto sa del nome ed è quello dal vuoto sconfinato raccolgo me come l'ansa tenera di un vaso sotto il tuo tetto.


Copro gli occhi posso sentire il dolore lungo le navate dal mare bianco delle vittime dall'altare come le macchie nei prati scuri (tutto fu costruito per abbatterlo questa la nenia cantata a sera, piano)


Mangia se stessa la vita dietro i muri lì si nasconde la parte più turpe di lei ne fuoriesce il grido e il sangue corre verso la fine. Accosta il tremito della tua pelle, ascolta: imparerai quanto la verità è più vera se celata da una finestra che recita la calma.


Dall'arco limpido verso le vetrate qualcosa del mare è trascorso sorveglia i muri al fianco del percorso scorri il greto che l'acqua scava fino al volto nascosto, piÚ segreto dell'inverno appena morto dove nasce la radice erosa oggi il sole riconosce il suo posto


Vedo la terra tra le giunture del cemento e il suo peso contro il mio peso lieve come una sposa di antica vedovanza. Amare è questa unione mancata nella nera assenza.


Sulle lapidi distese alla memoria decido se attendere o passare quel che resta nel viaggio dopo le porte chiuse.

Di una chiesa conosco la linea lungo le arcate rifilate al sole e il quieto slargo alla fine. Entra, non pregare ascolta perché il silenzio della sera insegue l'ombra e non c'è un verso per tornare alla storia di chi è morto solo insieme agli altri. Santi rifugiati dentro le navate in fila, acque per dissetare i marmi mille parole incise ai muri da decifrare nel buio delle candele anni - secoli - trascorsi lievi come reliquie di corpi  alla deriva.


Riconoscersi nello spazio dire: qui mi vedo calma, come da un vetro poter contare i passi indietro fino all'origine e adesso. Manca un luogo che prenda me tra le mani come un figlio - un nascondiglio indelebile di gesti amati.


La mappa del mattino il risveglio nei contatti impercettibili a braccia e occhi: costruisco dentro la storia degli altri inventandoli dal modo in cui si fingono addormentati sui sedili filtrati dai vetri Vedi, alla fine questo è il desiderio esistere con loro in un punto del mondo anche oggi.


Sebbene fosse solo silenzio fra il grido del vento e le pareti sembrò avesse un peso - vano come fondamenta: lo spegnersi lungo dell'eco la trovò seduta intenta al solito ascolto nulla presagiva il tuono


Come fossi padrona della sabbia ho i miei castelli sepolti in fondo dietro casa li curo a ore impensabili tasto il terreno molle di peso le sue forme recise, appena appassite.


"O semplicemente siamo predestinati al male, e la vita è solo fatta di tregue dove sostiamo per non odiare e non colpire?" Antonella Anedda

A mia discolpa posso (a)scrivere poco. Lascerei indietro le stanze, questa stanchezza consapevole di tracce antiche. Ma non so mai partire e prendo in cambio la colpa su me come una crepa, per sempre alla luce chiusa dei muri poi muove la notte come intonaco nelle fessure


Prima della razionalità del sole, subito dopo i vapori deformanti della vita, alle finestre si vedono le sole impronte umane: sono scampoli dei letti vivi le lenzuola e le camicie hanno ancora le forme del tumulto che i cassetti calmeranno. L'imperfezione consolante delle tracce è cosa fragile - a cancellarla, un attimo e di questo costruiamo il nostro giorno.


A casa ritrovo parole piccoli sedimenti nascosti in me da bocche metropolitane da occhi che attendono fermate le spargo come abiti in disordine fra le ante e i cassetti - qualcuna resiste anche al fuoco della sera. Ciò che è detto ha una vita nella voce del mondo - una ragione rotonda, perfetta.


Dà i una casa alla disperazione lascia che i muri ne prendano l'impronta di odore rappreso - il suo filo di ragno. Parla a lei notte e giorno come fosse una compagna sullo sfondo, silenziosa e presente, l'immagine di un viso senza ritorno. Forse non è letale il veleno a piccole dosi - forse la morte diventerà normale.


Non datemi pane né acqua né un tetto né un letto né un buco non voglio asilo né braccia strette intorno al collo non voglio respiro lasciatemi libera apolide senza meta come sono ché ho cercato abbastanza un posto un cielo una stanza un mio qualsiasi pianeta dove sentirmi altra o me stessa non avesse importanza


Sei cosĂŹ sereno che moriresti adesso felice del tuo luogo perfetto e fermo esattamente dove ti hanno messo non desideri il viaggio, le scoperte dormi avvolto nelle coperte e siedi come un gran saggio sulla punta estrema io invece cerco e mi abbatto, io sono un'anima in pena

Architetture  

Poesia italiana contemporanea

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