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c’era una volta Daniele Sciuto _ Fondatore Find The Cure

“Qual è la buona novella di oggi?” con tono un po’ sarcastico, chiedevo puntualmente tutte le mattine ad Antonia, suorina indiana e infermiera della clinica per la quale lavoravo. Lei sorrideva timidamente, oscillando la testa come per dire no e iniziavamo il giro visite. Antonia era minuta, dalla carnagione scura, due occhiali rotondi e uno sguardo quasi sempre puntato verso il basso. Apparteneva alla congregazione delle Sorelle della buona Novella (Sisters of Good News) ed era molto più piccola e scura di tutte le altre suore indiane infermiere che popolavano la clinica. Non avrei mai immaginato che pochi anni dopo avrei avuto il privilegio di scoprire le profonde differenze tra quei due stati del sud dell’India, Kerala e Tamil Nadu, così vicini e al tempo stesso così distanti, le loro culture, le loro tradizioni, le loro differenze, e quel loro modo di ondulare la testa che a noi occidentali sembra un no, ma che invece racchiude un assenso, un misto di accoglienza, obbedienza, rassegnazione, un gesto ancestrale tipico del popolo indiano. Antonia era terribilmente precisa e non vi era turno pomeridiano che non finisse in ritardo pur di completare le terapie dei pazienti, fino a perdere l’ultimo treno per tornare a casa. Così una

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sera l’accompagnai io. Prima di scendere, prese fiato e per sdebitarsi mi invitò per una vera cena indiana. Tra un piatto di riso con anacardi, pollo speziato, pesce fritto e i silenzi timidi di Antonia, buttai sul tavolo una domanda, “Antonia, se nella vostra terra avete bisogno io sono disponibile a partire per darvi una mano, cosa ne pensi?”. La facevo di routine a tutte le persone che avevano contatti diretti con i paesi in via di sviluppo, domanda che spesso si perdeva in attesa di una risposta che non arrivava e la mia deduzione “si vede che non hanno bisogno”. La buttai lì, in attesa del secondo giro di pollo, lei ondulò la testa in orizzontale, e mi passò il pollo. Avevo trent’anni e questi “paesi in via di sviluppo” li avevo già incontrati nel mio cammino diverse volte. Durante il quarto anno di medicina ero stato in un ospedale in Ghana, anni dopo con il CNR in Nepal per la mia tesi in fisiologia d’alta quota e poi in Tibet come medico per la spedizione italiana all’Everest dal versante Nord. Ma degli alpinisti (bravi, bravissimi per carità) a dire il vero non mi interessava molto, o almeno non quanto quel campo profughi tibetano, rifugio di un popolo orgoglioso e fiero, costretto ad abbandonare la propria terra dopo l’invasione cinese, che pur di professare il proprio credo muoveva verso sud, in condizioni umane e sanitarie pessime. Poi il Madagascar, con un’associazione di amici a cui avevo rivolto la stessa domanda “se avete bisogno sono disponibile a partire, cosa ne pensate?” e mi era stato chiesto di farlo. Discorsi, paesaggi, cascate, sguardi, sorrisi, trasporti, pensieri, conoscenze, fatiche, paure, altipiani, tutto si deposita e si conserva in qualche parte del cervello, anche distante dalla memoria, e rimane li, in attesa del suo momento. Poi il telefono squillò, un numero sconosciuto, una voce profonda e lontana “sono Padre Jose, fondatore delle Sisters of Good News, noi saremmo felici di averti qui in India. Sei il benvenuto”. L’italiano era un po’ rigido ma chiaro, il tono accogliente. “Ho una sorella dottoressa, Sr. Celine, che gestisce un centro per malati di HIV, sarebbe felice di un tuo aiuto”. Non erano passate neanche 24 ore dalla cena con Antonia e questa volta la mia deduzione fu l’opposto: “si vede che hanno bisogno”. Comprai un biglietto per l’India, Hyderabad, capitale dell’Andhra Pradesh, né io né l’agenzia sapevamo con esattezza dove fosse né la sigla aeroportuale. Nel mese che passò tra l’acquisto del biglietto e la mia partenza, mi arrivarono una serie di mail da Padre Jose, targate India, portatrici di cattive notizie, che comprendevo solo in parte. Sr. Celine, mentre accompagnava un paziente, aveva avuto un bruttissimo incidente. La sveglia all’alba per il lungo viaggio, una piccola ambulanza, un colpo di sonno dell’autista e il frontale con un camion. Due morirono sul colpo, Sr. Celine dopo una settimana, nonostante tutti gli sforzi di Jose per trovarle un’ospedalizzazione adeguata. Il centro per HIV fu chiuso. Decisi di partire ugualmente. Hyderabad, poi Madras, Nanguneri, Kozhinjampara, ODC, Nantikotukur, Machillipatnam, Antarvedy, 4000 km di un’India rurale, povera, accogliente e affascinante. Per arrivare fino ad Eluru, la città di Padre Jose. Una casa grande, dalla forma quadrata, essenziale, intonacata di grigio e nessuna pittura. Dietro una pesante porta metallica vi era una grande atrio e nella parte destra un tavolino con quattro signori distinti in camicia che giocavano a carte. Uno si alzò, mi venne incontro, mi guardò negli occhi, mi abbracciò e mi disse “Welcome, benvenuto, sono Padre Jose”. Stessa voce, profonda, come il suo abbraccio. Poi tornò al tavolino, riprese il mazzo di carte e continuò imperturbabile la sua partita. Da quel giorno le nostre strade, in qualche modo, non si sono mai più separate. Arrivarono i monsoni, i più forti dal ‘77 e tutto fu sommerso. Strade, città, risaie, villaggi… tutto era bloccato. Andai sulle alture di Cintalapudi, accolto dalle Bethany Sisters che avevano un programma di salute primaria in 30 villaggi e una sola infermiera. Visitavamo dalla mattina fino alla sera e se non

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bastava anche fino al mattino successivo. Non volevo rientrare in Italia, c’era così tanto da fare in questo paese. Ma Jose non volle, “Va a casa, fai qualcosa e quando puoi ritorna”. Space Oddity di David Bowie era in modalità repeat nell’iPod mentre aspettavo a Lussemburgo la coincidenza del volo per l’Italia e quel “fai qualcosa” improvvisamente apparve chiaro, quel deposito nel mio cervello aveva probabilmente deciso che era il suo momento. Fondare l’associazione, il nome, lo statuto, il primo progetto, il conto bancario, cosa fare, chi contattare, quali passi muovere, tutto si susseguiva in maniera chiara e fluente. Immagini e volti, alcuni noti altri no. Si può chiamare intuito, memoria pregressa che unisce esperienze vissute, illuminazione, suggestione, non lo so: io, ad oggi, a quel preciso momento un nome non l’ho ancora dato. Il tornare, a questo punto, era diventato solo un cercare di mettere assieme i pezzi. Per primo i miei amici più cari, che per fiducia e un loro credo verso questi popoli decisero di provare insieme a me. Poi un mio amico panettiere fece 300 panettoni, un tipografo stampò cartoline natalizie senza tregua e senza contarle, e con un semplice filmato di foto dell’India cominciammo a raccogliere i primi fondi. L’ambulatorio rurale di Kozhinjampara era il progetto e 18.000 euro la meta. Ogni cena, ogni festa, ogni amico era un’opportunità per raccontare, coinvolgere e raccogliere fondi. Andavamo avanti senza tregua e senza fatica, ci piaceva e le cose belle non stancano. Ringraziavamo tutti per la fiducia e per credere in noi pur avendo in mano solo un terreno di piante da cocco. Il 22 dicembre 2006 dal notaio depositammo lo statuto e Find The Cure nacque. A fine gennaio 2007 controllai distrattamente per la prima volta il conto in banca e con enorme sorpresa vi trovai 25.000 euro. Da dove e da chi, non lo sapevamo neanche noi, almeno non così tanti. Ma poco dopo eravamo già in volo per l’India, prima missione FTC per iniziare gli scavi, la progettazione e, tra danze e riti tipici, depositare il primo mattone del primo progetto. L’esubero dei fondi decidemmo di usarlo subito per un secondo progetto, e fu scelta la casa per i malati terminali di Nanguneri, proprio lì, dove assistemmo una donna morente con un carcinoma epatico, nel caldo torrido di una chiesa in attesa del miracolo. Tornammo in Italia raccontando del nuovo progetto, più costoso questa volta, 40.000 euro. La storia si ripeté. A settembre vi erano più fondi di quelli necessari e a ottobre partì Mission II, il primo gruppo sanitario che andava a inaugurare l’apertura dell’ambulatorio di Kozhinjampara e a portare servizio medico. L’avanzo dei fondi decidemmo di usarlo per un pulmino che portava cibo ai senza casa della cittadina di Eluru. Bambini e anziani in condizioni di miseria che nessuno di noi aveva mai visto prima. Tornammo in Italia con un nuovo progetto. Stessa storia ancora una volta, ancora una volta e ancora una volta. Così presero vita tutti i progetti che sono in questo libretto, uno dopo l’altro, prima in India, ma poi arrivò la piccola Viky che ci portò in Uganda, e Manoj in Tanzania, e Mons. Mazzolari in Sud Sudan, e il terremoto ad Haiti, e poi il container di biciclette in Costa d’Avorio, la siccità in Kenya e in Mali e infine il Guatemala. E’ stata dura? No. O forse sì, non mi ricordo. E’ che quando ti volti indietro vedi solo le cose belle, come se sacrifici e rinunce avessero un peso infinitamente più piccolo rispetto a tutto il resto. E di cose belle ce ne sono state così tante che spero che questo libretto, con le sue immagini, i suoi colori, i suoi volti lo possa raccontare meglio di quanto possa fare io con le parole. Più volte in questi anni mi hanno chiesto “ma che cosa è Find The Cure?”...

-continua5


Cinque anni salutari. 6


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Dedicato a un amico. Oggi ho fatto un sogno. Tornavo quaggiù dopo anni e camminavo per le strade di questi villaggi. Non c’era più sofferenza, non c’era più ingiustizia. Poi mi sono svegliato…era solo un sogno. Ora mi alzo e vado a fare quel poco che mi è consentito fare perchè questo non resti solo un sogno. (Blog FTC, 12 Marzo 2008) 9


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Sono un dottore missionario fratello comboniano di Napoli, da 15 anni in Sud Sudan. Da 10 anni dirigo un ospedale missionario sperduto nella savana a 80 km da Rumbek, nel piccolo villaggio di Mapuordit, creato dagli sfollati che scapparono da Yirol quando fu conquistata dagli arabi nel 1991, durante l’ultima guerra civile. E’ molto difficile trovare medici e personale paramedico qualificato che voglia venire a lavorare in questo posto così isolato. Di Sud Sudanesi neanche a parlarne, sono pochi e restano nelle poche grandi città della nuova nazione che solo da poco è diventata indipendente: grande 3 volte l’Italia ma senza un solo chilometro di strade asfaltate fuori dalle città…. Ricevo aiuto da una Università Cattolica Slovacca che mi manda medici a rotazione per brevi periodi, ma a volte ci sono dei periodi vuoti. Così ero rimasto da solo come chirurgo ad inizio 2010, quando dovevo andare all’assemblea annuale dei missionari comboniani che lavorano in Sud Sudan, che si tiene a Juba ogni anno a gennaio. Ci tenevo proprio ad andare, sia per presentare il lavoro svolto dall’ospedale ma soprattutto per incontrare i miei confratelli, almeno una volta all’anno! Avevo già chiesto il favore di sostituirmi a vari chirurghi che in passato lo avevano fatto, ma invano. Avevo ormai perso la speranza di andare all’assemblea (non potevo lasciare l’ospedale senza chirurgo) quando una sera mi telefona il vescovo di Rumbek, il compianto Mons. Cesare Mazzolari, dicendomi che aveva appena conosciuto in Italia il responsabile di una Onlus di Sa-

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vona con un nome strano, inglese, che lavorava nel campo sanitario e che avrebbe mandato non uno ma una equipe di 3 medici/infermieri a sostituirmi per quasi un mese, e tutto a loro spese! E’ nata così la collaborazione del nostro ospedale con Find The Cure, ormai quasi triennale, caratterizzata non solo dal ricevere un aiuto tempestivo e professionalmente competente sia in personale sia in ausili sanitari e farmaci, ma sopratutto da quella che definirei “una calorosa amicizia“, non solo con me ma con tutto il personale Sudanese e non dell’ospedale e della missione. Quando arriva il team di FTC è sempre una festa, allegria, sia in ospedale sia in missione, nonostante il caldo terribile della stagione asciutta e il tanto lavoro in condizioni precarie. L’ultima volta che sono venuti sono stati realmente grandi, direi quasi eroici, non esagero: nonostante la guerra tribale tra i Dinka e i Jur (l’ospedale è situato proprio al confine tra queste due tribù) fosse appena scoppiata e gli sfollati si erano rifugiati nel recinto della missione e dell’ospedale, i 5 del team di FTC hanno deciso di restare e di consentirmi lo stesso di andare a Juba, dove mi aggiornavano quotidianamente via e.mail sul numero di feriti da arma da fuoco che arrivavano in ospedale… Il fatto che 5 giovani khawaja (termine arabo per dire “bianco”) restassero e con allegria ha incoraggiato anche il resto del personale qualificato Ugandese e tutti i locali non qualificati Sudanesi a restare, persino i caschi blu delle Nazioni Unite


(che invece venivano a visitarci per pochi giorni o poche ore…) si sono meravigliati e si sono congratulati con FTC e con tutti noi della missione per non aver chiuso l’ospedale in quel momento così difficile. Ora che il 16 settembre 2011 la pace è stata ufficialmente firmata tra Dinka e Jur quei giorni sembrano solo un lontano ricordo, ma l’ospedale ha superato quella dura prova grazie anche alla presenza gioiosa di FTC. Devo menzionare almeno un’ altra pronta risposta da parte di FTC ad un mio appello urgente. A marzo 2010 il nostro ospedale è stato improvvisamente inserito da parte dell’OMS e del Ministero della Salute Sud Sudanese nella lista dei centri di riferimento per il trattamento dell’AIDS con la terapia antiretrovirale. All’epoca c’erano solo altri 4 ospedali in tutto il Sud Sudan autorizzati e sostenuti dal governo per fornire la terapia antiretrovirale, tutti statali. Per noi era un grosso passo in avanti, significava non solo avere le medicine e test gratis dal governo (attraverso un programma sponsorizzato dal Global Fund e supervisionato dall’OMS) ma anche avere in donazione costose macchine per il laboratorio (per la conta automatica dei CD4, dell’emogramma etc) e perfino un grosso generatore, oltre ai salari per pagare i circa 10 lavoratori (di cui 3 qualificati non Sudanesi) che avrebbero lavorato nel centro. C’era però una condizione da rispettare: dovevamo noi costruire rapidamente un ampio edificio in muratura degno di ospitare un centro HIV/ART di riferimento a livello nazionale. Feci un appello a tutti i benefattori e amici dell’ospedale e anche questa volta i primi

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(e unici) a rispondere furono gli amici di FTC: in soli 6 mesi l’edificio con 6 stanze era pronto ed arredato ed attualmente il programma consente la sopravvivenza in buone condizioni di oltre 70 pazienti sotto terapia antiretrovirale a vita, mentre oltre 8.000 clienti sono stati testati per l’HIV (di cui 184 positivi). Che dire a conclusione di questa bella storia di incontri vissuti e di solidarietà? Tutto avvenuto per caso? Sarà anche un caso che il responsabile di FTC ha lo stesso nome di San Daniele Comboni, fondatore di noi missionari Comboniani e primo vescovo cattolico del Sudan nel 1876? Noi missionari crediamo molto alla Provvidenza…. Augurissimi di cuore a tutti gli amici di FTC per il vostro sesto anniversario da tutti noi (pazienti, personale, missionari) di Mapuordit! Buona Strada! Vostro con amicizia e stima, Fratel Rosario Iannetti, Direttore Sanitario Mary Immaculate Mapuordit Hospital


Blackbird singing in the dead of night Take these broken wings and learn to fly All your life. You were only waiting for this moment to arise. Blackbird singing in the dead of night Take these sunken eyes and learn to see All your life. You were only waiting for this moment to be free. Sono parole di una canzone dei Beatles del 1968. Parole accompagnate da una chitarra, una voce e due mani che battono a ritmo. Parole semplici che parlano di un Merlo che canta nel cuore di una notte, di ali spezzate e voglia di volare. Occhi infossati e voglia di vedere...... e attesa di quell’istante per risorgere e sentirsi liberi. Sono parole che mi spediscono un nodo in gola in un istante al pensiero di quanti qui in Haiti, come il Merlo, sono persi, sofferenti, incatenati dal giogo della povertà e miseria. Dimenticati ai bordi del fiume della vita con quel canto strozzato e spezzato in gola e aspettano, giorno dopo giorno. Aspettano e sperano che qualcuno ascolti il loro canto e li aiuti a trovare una resurrezione e la libertà. E per fortuna che ci sono ancora persone che sanno come ascoltare questo canto. Non conosco tutti i giovani e meno giovani che formano FTC (Find The Cure) ma in qualche modo sono sicuro che rispecchiano un po’ la semplicità, affabilità e onestà di Daniele Sciuto, il Fondatore che ho conosciuto “per caso” attraverso un amico comune e che ha passato un paio di settimane qui nella ‘mia’ missione a Porto Principe, Haiti. Avevamo bisogno di una mensa in ognuna delle due scuole per dar da mangiare ai nostri 1300 bambini con un po’ più di dignita, e senza troppe complicazioni, Daniele,

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per conto di FTC, ha accettato di finanziarne la costruzione e così in pochi mesi ecco che furono costruite le mense. Ora è una gioia restare ad osservare i bambini mentre mangiano a tavola, con piatto e cucchiaio, tutti insieme in allegria e con quegli occhioni vivaci e svegli. E’ una vera melodia osservarli. Quello che a me piace molto di FTC (e non lo dico per arruffianarmi i loro favori in futuro!!!) è quella semplicità, generosità, quel modo diretto di ascoltare un bisogno e di tendere una mano senza troppe complicazioni di sorta. FTC è un gruppo di giovani che una volta si chiamavano benefattori o volontari...quelli che andavano in terra di missione mossi da uno spirito di carità e di altruismo. Quelli che andavano a loro spese, condividendo gioie e difficoltà della vita semplice delle missioni. In un mondo dove ormai per aiutare il prossimo bisogna unirsi a delle vere e proprie ‘holdings’ della carità, un vero e proprio settore nel mondo del lavoro.....è bello sapere che ci sono ancora dei giovani con questo ‘spirito missionario’ pieno di semplicità, generosità e vero altruismo. E poco importa se non saremo certamente noi a ridare un senso di resurrezione o libertà alla nostra gente, ma per qualche istante possiamo udire il loro canto che spezza le catene che li lega al giogo della miseria. Blackbird fly...blackbird fly...into the light of dark black night...Vola Merlo....vola...nella luce di questa notte buia... Maurizio, Fondazione LAKAY MWEN, Haiti


Il futuro fondatore-presidente di Find The Cure aveva già incontrato più volte faccia a faccia le dure realtà di vita del terzo e quarto mondo, in posti lontani e diversi come il Madagascar, Tibet, Nepal, Ghana, etc. Tuttavia tutto ciò non sembrava abbastanza, ed era rimasto con una sensazione di sospensione che qualcosa di più lo aspettava; un senso di irrequietezza nel non sapere quale esattamente fosse il ruolo destinato. “Nulla accade per caso,” come un vecchio prete americano, riabilitato dall’alcolismo, un giorno mi disse ”qualsiasi cosa sia accaduto, è accaduto, ed è accaduto esattamente nel modo in cui doveva accadere”. Sei anni fa, più o meno in questo periodo, il dott. Daniele si trovava nuovamente al punto di partenza, dove niente sembrava chiaro, quei punti nella vita dove ci si sente di voler rompere dalla routine quotidiana, un anno sabbatico, dove riprendere in mano il senso della vita. A questo punto un piccolo suggerimento nel suo orecchio “perché non andare in oriente, dove ci potrebbero essere dei saggi..” Così partì in cerca di… Lui disse al vecchio uomo, quando lo incontrò finalmente, che era un buono studente, che non avrebbe dimenticato nulla, e gli chiese di insegnargli tutto poichè voleva imparare il possibile. Ma il vecchio pazzo che aveva incontrato era un uomo di poche parole, quasi muto, eccezione fatta per quando doveva raccontare storie e aneddoti, e ne aveva una per ogni occasione. Lui disse “Un anziano, camminando sulla spiaggia, notò una ragazzina che raccoglieva le stelle marine e le gettava in mare. L’anziano, per curiosità 18

chiese alla ragazzina perché faceva cosi. “Queste vengono lasciate sulla spiaggia dalla bassa marea. Se non le ributto in mare -rispose la ragazzina- moriranno tutte sulla spiaggia, quando sorgerà il sole”. “Ma, ci sono migliaia di stelle marine su questa spiaggia: non puoi salvarle tutte. Sono troppe! E questo succede su centinaia di altre spiagge lungo la costa, non puoi cambiare le cose!” gridò l’anziano. La bambina chinò il suo sguardo sulla stella che aveva in mano, e gettandola in mare rispose: “Almeno per questa farò la differenza tra la vita e la morte”. Il vecchio dovette chiudere la sua bocca. Tutta la confusione era scomparsa dalla mente del cercatore e disse a se stesso “E’ vero, il mio intervento non risolverà tutti i problemi, ma certamente farà la differenza per quelli che tocco. E basta. Questa è una ragione più che sufficiente per diventare completamente dedicato a questa attività”. Lui voleva farlo immediatamente, pronto a cancellare il suo biglietto di ritorno, ma il vecchio uomo non voleva. Controvoglia si congedò dal guru e cominciò il suo rientro. All’aeroporto di Amsterdam, durante la lunga attesa, aveva molto tempo per ripensare a tutto ciò che era accaduto, alle parole sentite dal vecchio e da ciò che aveva visto. Molto simile a Gautama Buddha, che ricevette l’illuminazione nella quiete sotto l’albero, nello stesso modo e inaspettatamente Daniele ha avuto la sua illuminazione. In un attimo tutto divenne chiaro, aveva visto quello che andava fatto e il come. Il resto è storia di cui tutti voi siete testimoni in prima persona.


Si dice che un seme di bamboo impiega dai tre ai cinque anni per germogliare, ma per tutto quel tempo non rimane inattivo sottoterra. Prima che qualsiasi segno di vita appaia in superficie, il nascente bamboo è impegnato sotto terra a costruire una complessa rete di radici. Poi improvvisamente la prima foglia appare, e nel giro di poche settimane può crescere fino all’altezza di 16 metri. Il seme di Find The Cure è stato piantato nella fertile mente di Daniele, anni fa, da qualche parte in Africa o in Asia. Forse ha impegnato anni per germogliare, ma non è stato immobile, e quando è finalmente venuto alla luce, con tutta l’ampia rete di amici sinceri ha impiegato poco tempo per raggiungere la sua piena altezza, e raggiungere traguardi oltre l’immaginazione. Nel breve arco di sei anni i frutti sono visibili ovunque, attraverso gli oceani. Gli appunti di uno dei suoi amici più cari, possono dare un’idea della complessa personalità del nostro presidente: “In lui ho sempre trovato un ottimo ESEMPIO: una persona da seguire, da cercare di imitare, da provare a ‘superare’ ma per il solo desiderio di migliorarsi. Nei suoi comportamenti, nel suo modo di pensare, di parlare e di agire, nelle sue scelte, nelle sue azioni, forse direi anche nei suoi (pochi) sbagli, ho sempre riscontrato un’assoluta coerenza ed una totale dedizione. Find The Cure è una realtà talmente bella ed importante che lui ha il dovere di fare in modo di garantirle il futuro più lungo e più solido possibile, cercando di trasmettere (per quello che sarà in grado di dare e per quello che noi tutti saremo in grado di assimilare) le sue capacità, le sue motivazioni, le sue idee, i suoi obiettivi, il suo pensiero.”

Tutti noi siamo orgogliosi di essere parte di questo gigante albero, e in questa felice occasione colgo l’opportunità di congratularmi con il Dott Daniele e tutti i suoi collaboratori e supporter, senza la solidarietà dei quali, non avremmo potuto fare molto nonostante le buone intenzioni. Mentre ci sentiamo giustamente orgogliosi dei traguardi, non fermiamoci a riposare sul passato ma tendiamo verso il futuro ancora più decisi, per triplicare nei prossimi sei anni. Che i posteri, senza dubbio, possano dichiarare con fermezza che la vita per molti è diventata più vivibile grazie a Find The Cure. Ad Multos annos.

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Correva l’anno 2007 quando incontrai per la prima volta Find the Cure. All’epoca mi trovavo a Calcutta, in India, ero volontario da qualche mese per un’associazione che si occupava di educazione e sostegni a distanza. Il mio inglese era ancora maculato di francesismi senegalesi e il mio entusiasmo era alle stelle per essere sopravvissuto al mio primo monsone indiano! Decisi di attraversare l’intero continente indiano, da nord-est a sud-ovest (migliaia di kilometri, abitate da centinaia di lingue e culture diverse) con l’intento di andare ad incontrare un certo dottor Daniele Sciuto e altri volontari compaesani, le cui gesta echeggiavano (online) anche nella lontana Calcutta, la “Cittá della Gioia”! C’é chi percorre le strade dell’India per trovare la pace, chi se stesso, chi la combinazione di entrambi. Io, le stavo attaversando per trovare...... un dottore ligure! Find the Doctor! Si, lo ammetto, poco poetico e probabilmente poco entusiasmante come preambolo di un’avventura esotica, eppure quella mia scelta, quel mio viaggio e quel nostro incontro hanno avuto un significato molto importante e hanno attivato un destino impensabile. Il team di Find the Cure si trovava a Khozinjampara, un piccolo paese tra il Kerala e il Tamil Nadu, una regione molto bella del sud dell’India, tra le palme, i templi e i colori intensi dei sarees delle donne. Una beatitudine bucolica che faceva a pugni con la realtá di povertá e ingiustizia della popolazione. Quella popolazione, che stava ricevendo cure mediche gratuite da Find the Cure, era stata esclusa

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dall’esplosione economica dell’India e non aveva accesso ad alcuna cura medica o a farmaci. Mi fermai con loro per tutta la durata della missione ad amminare la loro energia e la loro determinazione che non rivelava mai alcun segno di cedimento. Rientrai a Calcutta (dove rimasi per altri 3 anni), molto contento del viaggio ed entusiasta dell’incontro, senza sapere tuttavia se in futuro, sul mio percorso, avrei incontrato ancora FtC. Il futuro di allora é il presente di oggi: un nuovo continente, l’Africa, un nuovo paese, il Kenya e due missioni di Find the Cure fatte insieme tra le terre Samburu! La prima in una zona semi arida del Nord, per portare l’acqua alla popolazione di Lodungokwe attraverso la costruzione di un acquedotto. La seconda per effettuare campi medici ancora piú a nord, nelle aree remote al confine del Lago Turkana, dove osano viverci solo una manciata di inarrestabili missionari, un paio di manciate di comunitá di pastori semi-nomadi in ancestrale conflitto tra loro e una miriade di mosche! Avevo viaggiato in quelle aree durante la grave siccitá (la piú grave degli ultimi 60 anni!) che aveva colpito il Corno d’Africa nel 2010 e 2011, per effettuare una distribuzione di cibo e di integratori alimentari a donne e bambini (quelli maggiormente denutriti). In quel periodo la situazione era drammatica: non pioveva da 2 anni, non c’erano pascoli verdi per gli animali e quindi neanche il latte, che costituisce l’alimento principale (quasi unico) delle popolazioni semi-nomadi del nord del Kenya. I capi di bestiame decimati e le vittime della carestia aumentavano tragicamente di giorno in giorno. Di fronte a


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una realtá cosí drammatica, non c’era altra scelta possibile se non quella di agire subito: terminata la distribuzione di cibo di emergenza, decisi di attivarmi per la costruzione di un acquedotto che potesse risolvere in maniera definitiva e sostenibile le sofferenze di circa 8000 persone della comunitá di Lodungkwe, la piú colpita tra le aree che avevo visitato. La risposta di amici, famigliari e donatori fu straordinaria e inaspettata. Find the Cure fu uno dei primi ad aderire al mio appello: nel giro di poche settimane stavamo giá organizzando la prima missione esplorativa di Daniele, alla quale ne seguí una seconda dopo meno sei mesi arricchita dalla presenza speciale di Elena e Desiré! Due missioni certamente indimenticabili, ognuna per motivi, ricordi ed emozioni diverse. Due missioni che hanno raggiunto i risultati prefissati nonostante gli ostacoli e i numerosi imprevisti (lo scoppio degli scontri inter-etnici tra i Samburu e i Turkana nelle nostre aree di intervento, episodi di banditismo sul nostro percorso, il nostro veicolo inghiottito dal fiume per piú di venti ore, ecc.). Due missioni che hanno sancito una sintonia di intenti non solo con Daniele, ma con lo spirito e lo stile di Find the Cure: un cocktail di solidarietá, avventura, sobrietá e determinazione, mirato al raggiungimento di risultati concreti! Due missioni che mi hanno avvicinato molto a Find the Cure e che mi hanno fatto conoscere il suo valore: un’associazione fatta di giovani dottori e infermieri molto motivati che lavorano duramente in Italia e nel mondo per debellare il virus dell’indifferenza alle contraddizioni del mondo. Un’associazione che con la

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sua musica riempie le piazze insegnando a non cedere al canto ammaliatore delle sirene dell’egoismo, anzi, ad unire le voci di solidarietá in un coro di denuncia e condanna alle ingiustizie della povertá e della fame dell’India, del Kenya, del Guatemala, del Mali (e di tutti quei paesi nel sud del mondo che ancora non sanno che FtC sta per arrivare!). Un’associazione che con i suoi libri e le sue fotografie fa viaggiare i suoi lettori in giro per il mondo, e gli permette di vedere la realtá con altri occhi, quelli di chi si impegna per cambiarla. Il risultato piú bello che abbiamo raggiunto con FtC in Kenya va ben oltre l’acquedotto e i campi medici. Il risultato piú prezioso é infatti l’aver creato un gruppo di persone provenienti da tutti i continenti che ha lavorato insieme alla comunitá Samburu, lanciando un messaggio di unione e solidarietá forte, in una terra dimenticata da tutti, da ormai troppo tempo, o forse da sempre. L’intervento piú importante é stato vaccinare i nostri pazienti contro un fatalismo passivo tipico di chi ha perso la voglia di lottare. Aver loro iniettato un senso profondo di speranza, il cui unico effetto collaterale é di ridare il coraggio di vivere e di sognare... Grazie Daniele e Grazie Find the Cure Con affetto Marco


Non sempre il coraggio ruggisce. A volte è una voce silenziosa che alla fine del giorno dice “Proverò ancora domani”.


I Run For Find The Cure Loano 2009

24h di Finale Ligure Le Manie 2008

Start Find the Bike Finale Ligure 2009 Mostra “Design Vs Poverty� Asti 2010

Mostra Sud Sudan FestAfrica 2011 Balla Coi Cinghiali Bardineto 2009

Balla Coi Cinghiali Bardineto 2011


Balla Coi Cinghiali Bardineto 2010

Il Miglio Marino Pietra Ligure 2011

24h di Finale Ligure Le Manie 2009

Motor Village Torino 2008

Concerto di Natale Scuola Suzuki Torino 2011

Balla Coi Cinghiali Bardineto 2010

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24h di Finale Ligure Le Manie 2011

Balla Coi Cinghiali Bardineto 2011

Festa dei Gumbi Toirano 2009

Balla Coi Cinghiali Bardineto 2008

Balla Coi Cinghiali Bardineto 2010

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24h di Finale Ligure Le Manie 2010


Cucinando per “A Sud di nessun Nord” Asti 2011

24h di Finale Ligure Le Manie 2008

Compleanno Officina della Solidarietà Ceriale 2010

Balla Coi Cinghiali Bardineto 2011

Cairo Medioevale Cairo Montenotte 2011

Festa dei Gumbi Toirano 2008

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I Run for Find The Cure Loano 2011

Il Miglio Marino Pietra Ligure 2011

I torneo Rugby pro Find the Cure Asti 2011 Compleanno Officina della SolidarietĂ Asti, Diavolo Rosso, Asti 2011

Cairo Medioevale Cairo Montenotte 2011

Festa dei Gumbi Toirano 2008


Meglio accendere una candela che maledire l’oscurità .


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Mare calmo.

Dopo sei giorni di tempesta i pescatori non erano poi così felici. Oggi comunque non avrebbero trovato il pesce desiderato. Il mare agitato dei giorni scorsi avrebbe tenuto lontano i pesci più pregiati, avrebbe reso infruttuoso il lavoro di una giornata e poi, comunque, la stanchezza fisica e mentale dell’attesa del risultato della pesca e del clima mite li aveva logorati molto più del lavoro stesso. Intervennero gli anziani. Il pensiero di chi aveva inziato da poco quel lavoro fatto di pazienza, pochi guadagni, molta fatica, era di smettere, lamentandosi prima di farlo, era di criticare chi aveva spinto a farlo, anzi, peggio, era di guardare chi poco prima aveva ammirato e copiato nello stare solo a guardare il mare. Come se presto ti avrebbe reso orgoglioso e fiero, anche se non ricco, grazie ad una giornata piena di frutti di mare, di gioia, di risa, di amicizia anche nel gelo e nel bagnato di un’acqua salata che non diventerà mai dolce. Così fu. La pesca fu grande, il risultato divenne maestoso. Quel giorno divisero anche il denaro utile alle loro famiglie, a quelle di chi aveva avuto meno fortuna, bevvero fino al mattino il vino di chi aveva scelto altri lidi per vivere e aspettarono il giorno dopo con immensa ambizione e speranza. Ma quei vecchi esempi non cenarono con loro. Rimasero a guardare il mare, convinti che sarebbe potuto cambiare ancora. (da Considerazioni di Fine Estate _ Riflessioni Find The Cure)


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Che cos’è I RUN FOR FIND THE CURE? E’ un progetto sportivo che raggruppa trasversalmente atleti di tutti i calibri, età e locazione geografica con l’idea di correre per una motivazione in modo da lasciare una traccia umanitaria e non solo atletica. Un team sportivo unito nell’intenzione di farsi portavoce di valori forti e di dedicare il tempo e la fatica di una competizione, di un allenamento e di una gara per un pensiero o una causa, che possano far crescere e al tempo stesso che sensibilizzino chi osserva e lo coinvolgano. Da qui il sottotitolo “Io corro ma non scappo”. Quali sono le finalità di I RUN FOR FIND THE CURE? Tante. 36

1. Creare un team che possa partecipare a gare famose e meno famose, nazionali e internazionali, vestendo la maglia appositamente disegnata per questo progetto: sul retro, infatti, sono stampati alcuni dei valori ai quali ispirarsi, in modo che tutti, sia gli atleti sia il pubblico, possano trarre motivazione. 2. Creare gare speciali dedicate interamente allo spirito di solidarietà. 3. Creare collaborazioni con gare famose per la loro bellezza e il loro spirito e parteciparvi sia come atleti sia come progetto. 4. Creare un fondo speciale dove vengano convogliati tutti i fondi raccolti da dedicare a un progetto umanitario scelto di anno in anno. 5. Creare una linea sportiva di abbigliamen-


to e accessori tecnici I RUN FOR FIND THE CURE sulle necessità degli atleti. 6. Crescere costantemente sulle proposte degli atleti stessi. Come si inizia a far parte di I RUN FOR FIND THE CURE? Iniziare è facile e senza effetti collaterali. Per far parte del team basta : - procurarsi uno qualsiasi dei “pacchetti uniforme” I RUN FOR FIND THE CURE - lasciare una mail di contatto e le generalità - seguire le istruzioni. Le uniformi e anche tutto il materiale tecnico fanno parte del progetto “FAIR WEAR”, (in-

dossa onesto) un progetto dentro il progetto: sono disegnate direttamente da atleti I RUN FOR FIND THE CURE e prodotte in India dal sarto locale Govintharaj della FTC Factory, che da anni supporta lavoratori locali in difficoltà economiche.

N.B. I RUN FOR FIND THE CURE non si sostituisce a un’associazione sportiva, ma è una motivazione in più per correre. Sono possibili personalizzazioni delle maglie per squadre e società sportive, e collaborazioni in eventi. http://irunfor.findthecure.it 37


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Anche la salita piÚ ripida, dall’alto, somiglia tanto ad una discesa.

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Riposa se devi, ma non arrenderti.

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Non esistono uomini straordinari, ma uomini normali che fanno cose straordinarie


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chi siamo? (siamo solo noi)

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1. ERIKA FILIPPONE / 2. MICHELA GIROLA / 3. ENRICO GANDOLFO / 4. CARLO JODICE / 5. ANNALISA LONGOBARDO / 6. FRANCESCA ALAI / 7. SARA VERGANO / 8. ANDREA CAPPELLINO / 9. SABRINA ROSSI / 10. BARBARA LEFFE / 11. ANDREA RIVA / 12. VINCENZO CARUSO / 13. ROBERTO PIROMALLI / 14. ELENA SPADONI / 15. DORANNA RAITERI / 16. PATRIZIA ANGELUCCI / 17. ROBERTA PISANI / 18. STEFANIA LANARO / 19. GRAZIA MUSELLA / 20. ROMINA MERIGGI / 21. SANDRO PRETE / 22. CHIARA VITALI / 23. MONICA PIANA / 24. STEFANO BALDO / 25. FABRIZIA MARINO / 26. PAOLA TOMALINO / 27. ANNA MORONI / 28. GIULIA GRASSO / 29. ANNA MORITTU / 30. FRANCESCO FASSONE / 31. SERGIO OLIVOTTI / 32. FABIO GRECO / 33. LUCA MUSELLA / 34. ROBERTA TROCCOLI / 35. SARA RIVAROLI / 36. ARIANNA BRIOZZO / 37. PAOLA PIZZI /38. PAOLO AONZO / 39. SERGIO CALABRESE / 40. GIORGIA BOZZELLO VEROLE / 41. PAOLO LUPI / 42. SIMONE RIVOI-


RE / 43. MARISA PEROTTI / 44. LAURA BELLORA / 45. PAOLA SACCHETTI / 46. NICOLETTA SANDRONE / 47. ILENIA GALLO / 48. GABRIELE TUMINELLO / 49. GAIA MILITERNO / 50. MARCO VERGANO / 51. MARIANGELA MUSSO / 52. MURIEL MURMELLO / 53. DANIELE SCIUTO / 54. RACHELE RAINERO / 55. FILIPPO BIANCHI / 56. ESTER RUGGIERO / 57. ERIKA LUZZO / 58. ANDREA COLLIDÀ / 59. DOMENICA SANTALUCIA / 60. PAOLINO MORIONDO / 61. MONICA PREZIOSI / 62. SILVIA FERRARIS / 63. FRANCESCA GRILLO / 64. DESIRÈ MARANGON / 65. NICOLETTA MAINERI / 66. ALFREDO SCIUTO / 67. ALESSANDRA RICOSSA / 68. ELEONORA BIASIN / 69. FABRIZIO LUSSO / 70. CLAUDIA VIBERTI / 71. FRANCESCA LAVEZZARI / 72. MARCELLA MANGO / 73. MATTEO ZANIBONI / 74. SIMONE PIRO / 75. DOLORES MORITTU / 76. SILVIA SOLAINI / 77. MARIANNA BOLLA / 78. MARIELLA SANGUINETTI / 79. ILARIA BADINO / 80. ANTONELLA CANADÈ / 81. MARTINA PERRONE. 47


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ecCo Silvia Ferraris

Parlare di questi sei anni non è certo cosa semplice…e poi Presi ha emanato il diktat “non più di una paginetta”. Ma come si fa a spiegare un pezzo di vita in una paginetta? Trooooppo difficile. Mi viene in mente la recensione che il sig. Baricco ha fatto del libro “Open” di Agassi…critica il lieto fine, quello dove l’atleta apre una scuola per bambini in difficoltà. Baricco scrive: “Volontariato. Tutti felici. Sipario. Io non ci credo. A me risulta che la ricerca del senso è una sorta di partita a scacchi, molto dura e solitaria e che non la si vince alzandosi dalla scacchiera e andando a preparare il pranzo per tutti. E’ ovvio che occuparsi degli altri fa bene, ed è un gesto così dannatamente giusto e anche inevitabile, necessario. Ma non mi è mai venuto da pensare che potesse centrare con il senso della vita.

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Temo che il senso della vita sia estorcere la felicità a se stessi, tutto il resto è una forma di lusso dell’animo, o di miseria, dipende dai casi”. Peraltro è anche possibile che mi sbagli. Boh e chi lo sa, chi può dirlo se si sbaglia o no… io, in questi anni, mi sono posta molte domande… Quello che faccio lo faccio davvero per gli altri? O più per me stessa? Per dare un senso a tutto? Per perdonare un latente senso di colpa? Forse entrambe le cose…è peccato? Di certo Find the Cure ha stravolto la mia vita, molto più di quanto potessi immaginare. Mi ha fatto conoscere la responsabilità. La prima cosa. La responsabilità nei confronti di chi ha creduto in noi, di chi si è affidato a noi, in fondo un gruppo di ragazzi inesperti su cosa volesse dire mettere su un’associazione, farci entrare dei volontari, dei progetti, raccogliere fondi… Responsabilità nei confronti di me stessa, di quelli che erano e sono ancora i miei principi e non per ultimo i miei sogni. Ma tutto è venuto da sè, sempre per quella sorta di “spinta” che è stata motore di Find the Cure, una spinta quasi misteriosa e sconosciuta, invisibile e nello stesso tempo potente, fatta di tante persone che in maniera differente ci hanno permesso di proseguire su questa strada non sempre facile. Le missioni all’estero sono state fondamentali per la mia crescita, ma molto di più è stato quello che è accaduto qui, in Italia. In pochi a partire all’inizio e poi sempre qualcuno in più, qualche idea in più, la volontà di mettere a disposizione le proprie capacità a favore dell’associazione e poi il desiderio di avere delle sedi, dove incontrarci e incontrare il mondo esterno, i corsi di medicina tropicale per sopire un po’ quel senso di inadeguatezza, panettoni e colombe da confezionare, magliette da piegare, incontri nelle scuole, eventi, tutti i week end impegnati e pure i giorni in settimana perché ci sono le sedi da tenere aperte. Così tanto in questi sei anni che mi chiedo come abbia fatto a starci tutto. Parole parole e ancora parole, per spiegare, per raccontare. E imparare. E sbagliare. E le persone. Alcune mi hanno sfiorato e sono state importanti comunque in questo percorso, altre sono entrate come uragani nella mia vita, donandomi l’energia giusta per non mollare, anche quando mi sono sentita tanto stanca di combattere contro un qualcosa che si avvicina molto ai mulini a vento di Don Chisciotte e di questo non smetterò mai di ringraziare… ma non so bene chi. Forse Dio. Quando non si sa tanto scrivere si ricorre a citazioni di chi sa fare meglio di noi…io non sono da meno e così vi riporto poche righe di un’intervista a Niccolò Fabi, dove si parla di amore, di un amore universale e grande che tanto ho trovato in questa grande famiglia che si chiama Find the Cure. Così ora che abbiamo visto tanta vita, dunque tanta morte e tanta vita, tanto tutto, siamo pronti. A chiedere “ma dove corrono tutti? A dire “verranno a cercarci le cose che abbiamo ignorato” a promettere che ci sarà sempre una cometa da seguire, un maestro da ascoltare. Bisogna solo ricordarsi che ogni volta che l’amore si è nascosto, o l’hai trovato eppure non l’hai detto, non è mai tardi per farlo. Per dire tutte le parole che ti son rimaste in testa e ripartire senza lasciare dietro niente. Ecco.

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Collana di libri pensati, voluti, elaborati e prodotti da FIND THE CURE per raccontare il mondo, i popoli, la vita, e tutto ciò che porta messaggi di cultura e solidarietà .

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MAMMA VADO A VIVERE IN ITALIA. Tratto da una storia vera, la loro. 20 storie vere, 20 protagonisti, 20 paesi diversi. Una meta lontana: l’Italia. Gli intrecci del destino, le sofferenze, le difficoltà, il coraggio di chi ha lasciato la propria terra per una nuova vita, nella provincia di Savona. La vera storia raccontata da chi ha vissuto tutto questo, con l’orgoglio e la serenità di chi è consapevole del lungo viaggio chiamato immigrazione. (prefazione di Hamid Ziarati)

STORIE DI VOLPI E CONDOR Favole e fiabe del mondo per “Dipingiamo il futuro”. Dal tema “Popoli in Movimento” inizia il viaggio tra le fiabe e favole del mondo, illustrate da oltre 1.500 bambini che hanno scoperto le culture e le tradizioni di popoli lontani.

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STORIE DI LEPRI E LEONI Ricetta: prendi un progetto dal nome “Dipingiamo il loro Futuro, aggiungi 20 scuole materne di Genova e una del villaggio di Msolwa in Tanzania, mescola delicatamente favole africane e disegni, aggiungi impegno, passione e solidarietà e otterrai “STORIE di LEPRI e LEONI”, un bellissimo libro di favole.

DESIGN VS POVERTY Una raccolta/catalogo di 94 poster nell’anno europeo per la lotta alla Discriminazione sociale. Tema dei poster sono le povertà: accanto alle forme tradizionali di estrema indigenza dei paesi del terzo mondo, se ne stanno manifestando di nuove anche nei paesi una volta considerati immuni al problema. Progetto Find The Cure & Desing Vs Poverty

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MULTIVITAMINICO PER LO SPIRITO (dott. Jose Kaimlett, dott. Daniele Sciuto) 150 storie, favole, aneddoti commentate singolarmente da Fr. Jose Kaimlett per fermarsi a riflettere, a sorridere e dare forza allo spirito. Da assumere quotidianamente. Non presenta effetti collaterali.

C’ERA UNA VOLTA L’INDIA CHE C’E’ ANCORA… Un libro fotografico ma non solo…. 80 scatti e frammenti di brani tra i piu’ significativi della letteratura indiana, ci fanno entrare in punta di piedi in questo Paese straordinario e magico. Tutte le immagini contenute nel libro sono scatti di volontari di Find the Cure durante le missioni in India.

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Calendari


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perchE’? Elena Spadoni

Nel dicembre 2006, io e le mie amiche fummo invitate ad una serata di presentazione di un’associazione umanitaria, agli esordi della sua attività: Find the Cure. Decidemmo di andare, spinte dalla curiosità e dal desiderio di trascorrere una serata un po’ diversa. Beh, da allora la mia vita iniziò a percorrere una strada inaspettatamente differente. La semplicità, passione e familiarità dei racconti e progetti del fondatore, Daniele, accese in me la possibilità di rendere concreto un obiettivo che avevo da tempo: rifare un’esperienza di missione. Già in passato, nel 1999, andai per due mesi in Repubblica Centrafricana come volontaria infermiera, un’esperienza unica e incisa nel mio cuore! Bene, come dicevo, da quella serata FTC entrò nella mia vita e

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continua a farne parte tuttora. Perché? Perché credo profondamente che la vita ha un senso quando la dedichiamo agli altri; viverla in funzione di se stessi, in modo egoistico perde il suo valore essenziale. Ogni individuo è libero di scegliere come dedicarsi agli altri, in base alle esperienze, alle capacità, al tempo a disposizione, alle possibilità e alla predisposizione…tutto qui...ma l’importante è agire e farlo con il cuore! Io sono infermiera e metto a servizio degli altri la mia professione. Non devo mantenere nessuno se non me stessa e metto a disposizione il mio tempo e denaro. Non c’è nulla di eroico! Perché ci sono popoli che per innumerevoli motivi non hanno le stesse possibilità di accesso alle cure, all’istruzione, all’acqua, al cibo. In questo caso non mi chiedo perché! Metto azione! Si costruisce una scuola o una maternità, si sostengono i bambini in un orfanotrofio, si dà cibo a chi non può procurarselo, si programma un intervento chirurgico che migliorerà il decorso di una vita. Con Find the Cure non cambiamo le sorti di nessun popolo, non si vuole inculcare nessun insegnamento di vita, ma essere presenti laddove non è mai arrivato nessuno o pochi, anche solo per dare quella considerazione degna ad ogni essere vivente. Con questa interrelazione le persone sono stimolate ad agire, ad alzarsi da sole, a sperare, a credere nel loro grande potenziale umano. Può sembrare utopico, ma non lo è! L’esempio delle donne di Boloukouroni, un villaggio del Mali, dove abbiamo costruito un pozzo, che con l’arrivo dell’acqua hanno deciso di creare un orto in comune per tutto il villaggio. Da cosa nasce cosa. Dall’azione nasce azione. Dall’entusiasmo nasce entusiasmo. Perché amo l’Africa per i suoi visi sorridenti, i colori della natura, per i canti allegri, nonostante la povertà. Ho imparato ad amare l’India per la sua spiritualità, l’eleganza delle donne, la calma delle persone nel traffico caotico. Popoli completamente differenti da noi nella visione della vita, nella gestione del tempo necessarie da comprendere per creare un contatto e costruire qualcosa insieme. Differenze che ti accorgi essere preziose! Daisaku Ikeda, maestro buddista scrive: “Gli esseri umani vivono sostenendosi l’un l’altro. Questo modo di vivere è corretto perché tutti provano gioia, sia chi offre aiuto, sia chi lo riceve. Quando hai un carico troppo pesante, non restare lì seduto a guardarlo, chiedi aiuto agli altri. Così offri loro la possibilità di gioire aiutando un’altra persona. D’altra parte, se vedi qualcuno che porta un peso enorme, tendi la mano con entusiasmo per aiutarlo”. Find the Cure è frutto della fiducia di ogni sostenitore senza la quale non si sarebbe potuto realizzare nessun progetto. La forza di un gruppo è avere uno scopo comune; tante persone diverse nel corpo, nei comportamenti, nel carattere, nella cultura ma con un unico obiettivo: fare qualcosa per gli altri. E allora affronti tutti i problemi interpersonali, il senso d’impotenza, i tuoi limiti, superi la stanchezza e il calo d’entusiasmo ricordandoti la motivazione per cui lo stai facendo. In questi sei anni Find the Cure è cresciuta tanto ed io con lei.

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felpa no-cap. INDIA

canottiera INDIA


manica lunga UNIVERSAL

manica corta LOGROテ前


manica corta PERICOLO

manica corta INDIA


grembiule, pirofila, guanto KITCHEN

felpa donna LOGROテ前


manica corta ALAI

manica lunga I RUN FOR FIND THE CURE


manica tecnica da corsa I RUN FOR FIND THE CURE

manica corta donna LOGROテ前


manica corta donna LOGROテ前

felpa bimba INDIA

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manica corta uomo INDIA

felpa uomo UNIVERSAL

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10.5429

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COSTRUZIONE DISPENSARIO PER EROGAZIONE CURE SANITARIE DI PRIMO LIVELLO. MEDICINA GENERALE E PICCOLA CHIRURGIA. FARMACIA INTERNA.

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10.5429

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COSTRUZIONE STRUTTURA ADIBITA AD ACCOGLIERE PAZIENTI IN STADIO TERMINALE PER SOMMINISTRAZIONE TERAPIA ANTALGICA, SUPPORTO PSICOLOGICO. ACCOGLIENZA DEI FAMIGLIARI. ALLESTIMENTO MOBILIO INTERNO ALLA STRUTTURA.

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ACQUISTO FURGONE E AVVIO DEL PROGRAMMA DI DISTRIBUZIONE QUOTIDIANA DI PRANZO E CENA A FAMIGLIE PARTICOLARMENTE INDIGENTI, PERSONE CON GRAVI DISABILITÀ, ANZIANI ABBANDONATI, SENZATETTO. AL 2011 NE USUFRUISCONO 80 FAMIGLIE NELLA PERIFERIA DI ELURU.

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COSTRUZIONE DELLA STRUTTURA PRONTA AD ACCOGLIERE CIRCA 80 BAMBINI, ALCUNI ORFANI MA PER LO PIÙ PROVENIENTI DA FAMIGLIE FORTEMENTE DISAGIATE. COMPOSTO DA: UNA CUCINA, UN REFETTORIO, DUE DORMITORI, UNA SALA STUDIO, DUE STANZE PER LE VIGILATRICI E UN AMPIO PORTICATO ESTERNO.

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Amiamo non nelle grandi ma nelle piccole cose fatte con grande amore. (Madre Teresa di Calcutta)


E tu cosa faresti se ti fiorisse all’improvviso la terra sotto i piedi?

Find The Cure. Vogliamoci bene.


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TRASFERIMENTO MEDICO ACCOMPAGNAMENTO E SUPPORTO BAMBINA CARDIOPATICA 18 MESI DA UGANDA A ITALIA - INTERVENTO CARDIOCHIRURGICO PRESSO OSPEDALE ITALIANO SPECIALISTICO E FOLLOW UP.


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DOPOSCUOLA PER BAMBINI FIGLI DI ANALFABETI ETNIA TAMIL. DOPOSCUOLA PRESSO 12 VILLAGGI PER DUE ORE AL GIORNO CON INSEGNANTI LOCALI E SUPPORTO MATERIALE DIDATTICO.

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COSTRUZIONE SCUOLA CON CRITERI EDILI PER ACCREDITAMENTO DA PARTE DEL GOVERNO DELL’ANDHRA PRADESH COMPOSTA DA 8 CLASSI SU DUE PIANI. INSEGNAMENTO SCOLASTICO PER 320 ALUNNI SCUOLA ELEMENTARE E SUPPORTO MATERIALE SCOLASTICO.

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ACQUISTO BENI DI PRIMA NECESSITA’ POPOLAZIONI TERREMOTATE. SPEDIZIONE PERSONALE VOLONTARIO PER ACQUISTO SUL TERRITORIO BENI DA DISTRIBUIRE DIRETTAMENTE ALLE POPOLAZIONI DANNEGGIATE DAL SISMA.

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TRASFERIMENTO MEDICO ACCOMPAGNATO IN REGIME DI EMERGENZA DA TANZANIA A ITALIA DOPO SEVERO TRAUMA MANO DESTRA DURANTE ATTACCO DI BRIGANTAGGIO. INTERVENTO CHIRURGICO ORTOPEDICO PLASTICO PRESSO OSPEDALE ITALIANO SPECIALISTICO E FOLLOW UP.


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RACCOLTA BICICLETTE USATE, PREPARAZIONE E SPEDIZIONE TRAMITE CONTAINER. SDOGANAMENTO DIRETTO. DISTRIBUZIONE BICICLETTE IN LOCO A STUDENTI PROVENIENTI DA AREE RURALI DISTANTI DAL CENTRO SCOLASTICO.

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COSTRUZIONE SCUOLA PRIMARIA E SECONDARIA CON CRITERI PER ACCREDITAMENTO DA PARTE DEL GOVERNO TANZANIA, COMPOSTA DA 20 CLASSI SU DUE PIANI. INSEGNAMENTO SCOLASTICO PER 300 ALUNNI E SUPPORTO MATERIALE SCOLASTICO.

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COSTRUZIONE SCUOLA CON CRITERI EDILI PER ACCREDITAMENTO DA PARTE DEL GOVERNO DELL’ANDHRA PRADESH COMPOSTA DA 10 CLASSI SU DUE PIANI. INSEGNAMENTO SCOLASTICO PER 450 ALUNNI SCUOLA ELEMENTARE E SUPPORTO MATERIALE SCOLASTICO.


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COSTRUZIONE MENSE SCOLASTICHE PER EROGAZIONE DI PASTI DURANTE ORARIO SCOLASTICO PER DUE SCUOLE DANNEGGIATE DAL TERREMOTO. EROGAZIONE PASTI PER 900 STUDENTI.


COSTRUZIONE CLINICA HIV/AIDS. DIAGNOSI E TERAPIA ANTIRETROVIRALE. SUPPORTO ATTIVITA’ CHIRURGICA.

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COSTRUZIONE ORFANOTROFIO COMPOSTO DA REFETTORIO, DORMITORI E SALA STUDIO PER 80 BAMBINI. ACCOGLIENZA BAMBINI ORFANI O PROVENIENTI DA FAMIGLIE INDIGENTI IMPEGNATE IN ATTIVITA’ LAVORATIVE RURALI QUOTIDIANE. SUPPORTO SCOLASTICO PRESSO SCUOLA CON INSEGNAMENTO LINGUA INGLESE.


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COSTRUZIONE ORFANOTROFIO COMPOSTO DA REFETTORIO, DORMITORI E SALA STUDIO PER 150 BAMBINI. ACCOGLIENZA BAMBINI ORFANI O PROVENIENTI DA FAMIGLIE INDIGENTI IMPEGNATE IN ATTIVITA’ LAVORATIVE RURALI QUOTIDIANE. SUPPORTO SCOLASTICO PRESSO SCUOLA CON INSEGNAMENTO LINGUA INGLESE.


COSTRUZIONE ORFANOTROFIO COMPOSTO DA REFETTORIO, DORMITORI E SALA STUDIO PER 80 BAMBINI. ACCOGLIENZA BAMBINI ORFANI O PROVENIENTI DA FAMIGLIE INDIGENTI IMPEGNATE IN ATTIVITA’ LAVORATIVE RURALI QUOTIDIANE. SUPPORTO SCOLASTICO PRESSO SCUOLA CON INSEGNAMENTO LINGUA INGLESE.


COSTRUZIONE NUOVA MATERNITA’ ADIACENTE DISPENSARIO RURALE A SUPPORTO DELLA COMUNITÀ DI MEENTHULLI.

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COSTRUZIONE DEL SECONDO OSTELLO PER ACCOGLIENZA BAMBINI.

PIANO NUOVI


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COSTRUZIONE POZZO CON POMPA PERISTALTICA PER TRASPORTO ACQUA A LUNGA DISTANZA; CISTERNA DI STOCCAGGIO E SISTEMA DI TUBATURE PER RAGGIUNGIMENTO SCUOLA, DISPENSARIO, MATERNITÀ E TRE PUNTI PUBBLICI DEL VILLAGGIO.


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il mio naso Andrea Collidà Non mi sono mai fermato a pensare a ciò che è stato fatto in questi anni, alla bontà eventuale di ciò che avevo scelto seguendo il sogno di un altro perchè non ho ancora deciso di fermarmi. Come spesso in questi anni mi è capitato, non ho cambiato direzione perchè Find The Cure non ha cambiato ma solo aumentato la sua di direzione. Pensando alle foto, riguardando le facce di chi c’è di chi è passato lasciando un segno non solo in noi penso ai chilometri percorsi in macchina, in aereo e con tanti altri mezzi a volte di fortuna, ma l’unica che considero ancora molto presente è la mia. Per me che da piccola comparsa in questo grande teatro itinerante di uomini, donne e bambini travolti dalla scenografia di FTC, vivere e credere è restare aggrappato al sogno di un altro, che come per magia mi ha tirato per i piedi senza togliermi i calzini e mi ha insegnato che la fortuna non va gettata ma coltivata. Perchè un giorno finisce e allora capisci cosa vuol dire non averla mai posseduta. Sempre fino al mio naso, sempre diritto e possibilmente dove si tocca. Grazie di ogni singolo istante, in attesa del prossimo.

il granchio Marco Vergano Nel 2008, in viaggio tra Eluru e Kozhinjamphara, Padre Jose rompeva la monotonia delle lunghe ore sulla strada con il suo inesauribile repertorio di “short stories”. Ad un certo punto ne raccontai una a lui, una delle poche che ricordavo a memoria. Poco dopo, accolti dai bambini e dalle Sisters di Nantikotukur, dove avremmo sostenuto un progetto di ampliamento della scuola, osservai Padre Jose raccontare quella stessa storia ad una moltitudine di bambini attenti, seduti intorno a lui in religioso silenzio. O almeno mi sembrò che fosse la mia, dato che non capivo quasi una parola di telugu. Quel pomeriggio pensai ai bambini, alla scuola, al nostro impegno e a cosa ci aveva portato fin lì. La storia non è mia, ma è un frammento delle Lezioni americane di Italo Calvino. Mi piace perché parla di fiducia, di pazienza e di essenzialità. Recita così: “Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno d’un granchio. Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e d’una villa con dodici servitori. Dopo cinque anni il disegno non era ancora cominciato. ‘Ho bisogno di altri cinque anni’ disse Chuang-Tzu. Il re glieli accordò. Allo scadere dei dieci anni, Chuang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto”.

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SUPPORTO MENSILE SCUOLA MEDIA E SUPERIORE ISTITUTO TECNOLOGICO “EL RODEO” CITTÀ DEL GUATEMALA PER MATERIALE DIDATTICO E SALARI CORPO DOCENTI.


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COSTRUZIONE MATERNITÀ VILLAGGIO DI KASSARÒ. INSTALLAZIONE POMPA AD IMMERSIONE ALIMENTATA A PANNELLI SOLARI NEI VILLAGGI DI KASSARÒ E NAFADJ-CORO, E POZZO NEL VILLAGGIO DI BOLOKOUROUNI.


FORNITURA ED ALLESTIMENTO RADIOLOGIA CON SVILUPPATRICE DIGITALE PRESSO OSPEDALE RURALE DI MAPUORDIT IN SUD SUDAN.


COSTRUZIONE SCUOLA CON CRITERI EDILI PER ACCREDITAMENTO DA PARTE DEL GOVERNO DELL’ANDHRA PRADESH COMPOSTA DA 10 CLASSI SU DUE PIANI. INSEGNAMENTO SCOLASTICO PER 450 ALUNNI SCUOLA ELEMENTARE E SUPPORTO MATERIALE SCOLASTICO.

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ATTIVITA’ MEDICA CON ALLESTIMENTO DI AMBULATORI MOBILI IN AREE RURALI. VISITE E TERAPIE MEDICHE GRATUITE.


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PROGRAMMA DI ADOZIONE A DISTANZA PER SUPPORTO SCOLASTICO, ALIMENTARE E MEDICO DEI BAMBINI OSPITI DEGLI ORFANOTROFI.


PROGRAMMA DI SUPPORTO PER SPESE MEDICHE E CHIRURGICHE DEI MALATI SELEZIONATI PERSONALMENTE DURANTE I MEDICAL CAMP.


COSTRUZIONE CLINICA HIV/AIDS. DIAGNOSI E TERAPIA ANTIRETROVIRALE. SUPPORTO ATTIVITA’ CHIRURGICA.

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Govintaraj lo abbiamo conosciuto sei anni fa a Tiruppur cercando un modo per dare lavoro a qualche sarto locale. Lui è il fabbricante della maglie FTC. Le prime erano un enigma, in dimensioni e stampa, non vestivano né gli indiani né gli italiani. Lavorando al suo fianco è diventato sempre più bravo e i nostri ordini sono più cospicui. A novembre 2010 siamo stati con Govintaraj diversi giorni per seguire con attenzione tutti i processi di produzione, dal filo di cotone alla maglia finita di FTC, per conoscerne con esattezza ogni passaggio e per essere sicuri che sia qualitativamente ed eticamente valido, in mezzo a una società fatta di multinazionali che abusano di questi paesi. Abbiamo imparato molto ed in particolare che: • Il cotone grezzo viene portato a dei grossi mulini che ne producono il filo. • Il filo viene unito e intrecciato da grosse macchine in una ma152

tassa gigante. • La matassa viene colorata in acqua bollente scaldata da una caldaia che brucia noci di cocco. • La matassa viene poi lavata per uniformare il colore e appiattita prima sotto rulli caldi che tolgono le pieghe e poi sotto rulli spinosi che ne tolgono le impurità. • La matassa viene tagliata con forbici enormi su modelli di cartone e mandata a stampare. • Dopo la stampa finisce in forni a temperatura elevata che rendono la stampa adesa al tessuto e, per le tinte vintage, che a noi piacciono tanto, nuovamente lavata. • Fase finale: etichettare, piegare, stirare e imbustare. Govintaraj fa la parte del taglio cucito, seppur giovane, lui è il mastro sarto, per tutto il resto corre da una factory all’altra per far fare gli altri passaggi. Ci sono tracce FTC in ognuna. Si sono dimostrati tutti molto felici di incontrarci e terribilmente ospitali. Sono tanti piccoli artigiani che si danno

una mano l’uno con l’altro. Con l’avvento delle multinazionali a Tiruppur padroneggiano quelli che hanno grandi ordini, tutte le piccole e medie factory stanno fallendo. Ma Govintaraj e il suo gruppo di artigiani procede e noi ne siamo felici. Siamo felici di vederlo nella sua nuova factory, piccola ma ordinata, con tutti i suoi operai. Uomini e donne, nessun bambino. Molto vero ciò che dice il Dalai Lama, che ogni volta che indossiamo un abito dovremmo pensare a tutto il lavoro e la cura che c’è dietro. Così abbiamo raccontato questa storia, in modo che ogni volta che indossiamo la maglia FTC sia più facile avere questo pensiero, oltre alla consapevolezza che il ricavato porta avanti i progetti umanitari in corso. La maglia FTC è esattamente come avremmo voluto che fosse, nell’idea e nello spirito di produzione. GRAZIE per vestire la solidarietà fuori e dentro.


COME TANTI ING SEPPUR DI DIME ME DIVERSE, LA UNA STESSA CA IRE AIUTI PER TU CHE NE HANNO NASCE COSÌ L’O SOLIDARIETÀ, U UN CONTENITOR ORIZZONTI LONT TE APERTE, PER NAGGI IN GRADO : POICHÈ UN ING SOLO GIRA A VU


GRANAGGI CHE, ENSIONI E FORAVORANO PER AUSA: COSTRUUTTI COLORO BISOGNO. OFFICINA DELLA UNA STRUTTURA, RE AMPIO DAGLI TANI E LE PORR UNIRE INGRAO DI PRODURRE GRANAGGIO UOTO. OFFICINA DELLA SOLIDARIETÀ CERIALE / p.zza Lombardia, 13 ASTI / via Q. Sella, 27

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sbaglio o ho sentito uno sparo? 3.4.2011 Sud Sudan

Ore 1.00 della notte. Per metà dormi, per metà con il piccolo asciugamano ti asciugi la fronte dal sudore. Senti un colpo, forte, come un petardo. Poi un altro. Sbaglio o ho sentito uno sparo? No, non puo’ essere, pensi a tutto quello di altro che potrebbe essere. Poi un altro e poi una raffica. Cazzo e’ uno sparo. Ti siedi sul letto di colpo, ti vesti immediatamente, ti infili le scarpe che avevi deposto nell’angolo della stanza da riutillizzare solo il giorno della partenza al posto dell’infradito, perche’ se c’e’ da correre sei piu’ veloce, ed esci dalla casetta per capire cosa succede. Ho i piedi gonfi dal caldo pensi per un’ attimo, le scarpe mi fanno quasi male. Nel buio della notte senti tanti spari, e grida. Strano, il cuore ti batte piu’ veloce, anche se non hai paura ma a sentire quel rumore il cuore batte piu’ veloce. Strano, i rifugiati che dormono nel piazzale non sembrano spaventati come l’altro giorno al falso allarme dell’arrivo dei Jur. Qualcosa non torna. Forse e’ un rito. Forse sparano in aria e urlano e mangiano e bevono per prepararsi alla battaglia come nelle migliore tradizione dei dinka. Mentre fuori ascolti gli spari e le urla pensi

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tre cose. Uno, che non sei protetto da niente e da nessuno, non hai da nasconderti, niente qui può fermare un arma da fuoco, e se succedesse qualcosa non puoi che correre o pregare, e pensi a tutti loro che vivono questa situazione da anni nelle loro capanne. Due, ti viene una morbosa attrazione verso l’epicentro del fuoco, pensi a questi dinkoni che ballano, urlano, sparano in aria, a prepararsi per uno scontro tribale, e senti una voce che dice, si voglio vedere cosa succede, voglio partecipare anche io, voglio andare dove c’e’ l’azione, non voglio starmene chiuso. Tre, ti dici non fare il cretino, mi tengo pronto qui, che tra poco ci verranno a chiamare per i primi feriti della battaglia da medicare. Aspetti, aspetti, aspetti. Nessuno arriva. Gli spari e le urla terminano e spariscono. Torna il sonno e riposi di un riposo superficiale. La conferma arriva con il mattino. Tutti hanno sentito. Non era un sogno. I dinka hanno assaltato il mercato bevuto e mangiato per prendere le forze e sono andati in battaglia a dare una lezione ai Jur. La certezza arriva poco dopo con un ragazzo dinka con ferita da arma da fuoco alla mano e torace. Lo portiamo subito in sala, il torace e’ ok, solo una scheggia, la mano dobbiamo amputargli un dito. Pensiamo il primo di una serie, invece primo e ultimo. E gli altri? Rosario ci aveva raccontato che nei loro scontri il numero di feriti e’ molto basso perche’ la maggior parte sono morti. Ore 23.00 della notte dopo. Senti un colpo, forte, come un petardo, ma molto forte come se fosse vicino. Sbaglio o ho sentito uno sparo? Andrea pensa eccoci ci risiamo, Ilenia fa pipì in un catino per non uscire dalla stanza, un piccolo rifugiato corre a spegnere la luce al Presi nella stanzetta di internet. Una quiete strana. Aspetti, aspetti, aspetti. Poi niente spari e niente urla. Torna il sonno e riposi di un sonno superficiale. Ore 11.00 del mattino dopo. Durante il giro in ospedale senti un colpo, forte, ma davvero molto vicino. Sbaglio o ho sentito uno sparo? Tutti cominciano a correre e a urlare, pazienti, parenti, staff, tutti corrono, si agitano e urlano. Tutti gli uomini cominciano a correre nella direzione dello sparo. Madit, il nostro autista sbuca su una moto con un mitra a tracollo in direzione epicentro. “Ma Madit….??? Madit dove vai…?” Andato. Amos, infermiere della sala operatoria, tolto il camice a cavallo della sua bicicletta inforca un arco e frecce e va verso l’epicentro. “ Amos, dove cazzo vai, sei un infermiere di sala tu, per dio….Amoooooos..” Andato. C’e’ chi corre con un kalashnikov, chi con un macete, chi con una lancia, chi con arco e frecce. C’e’ tutto il paese. Noi guardiamo dai cancelli dell’ospedale attoniti e increduli. Infermieri abbandonano i reparti, persino la donna che prepara il the che qui e’ un rito inalienabile, e’ scappata. Aspetti, aspetti, aspetti. Nulla si sente. I primi ritornano, contenti di aver fatto la loro presenza sul fronte del pericolo, un po’ insoddisfatti per non aver potuto fare di piu’. Tutto finito, si riprende la routine. Dove ervamo rimasti? Chi c’e’ da visitare? Amos posa l’arco e torna in ambulatorio per favore.. [ Daniele Sciuto ]

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il buco del mondo, il centro del mondo 8.3.2010 Haiti

Siamo rientrati. A questo giro è parecchio difficile scrivere qualcosa. Qualcosa che abbia senso, che abbia una testa e una coda, un inizio e una fine, o almeno un verso. E’ faticoso, eppure non è mai stato faticoso scrivere. Ma forse è solo la stanchezza, che dopo due giorni è ancora nelle gambe e nella testa. Scriverò poco per adesso, vi lascio le immagini, perché so, che chi ci segue ha occhi che sanno guardare. Da quando abbiamo messo piede a Santo Domingo, la parola Haiti negli occhi di chi ascoltava si trasformava in dollari. La corriera grossa, quella che trasporta i turisti, non l’abbiamo potuta prendere. Sanno che i bianchi prendono quella corriera, e alla dogana bloccano tutti e tutti i bagagli e chiedono tasse. Si, chiedono tasse sugli aiuti umanitari. La comunità internazionale ha deciso che il governo di Haiti non è in grado di gestire tutta l’enormità di fondi che sono arrivati. Quindi la gestiscono loro e le grandi ONG. “ A si”, dice il governo Haitiano, “voi ci tagliate fuori, e allora noi tassiamo le entrate così qualcosa prendiamo”. Via, iniziano il braccio di ferro. Chiuse tutte le dogane, controlli su tutto e tasse su tutto. Container che si accumulano, file interminabili, aiuti sempre più lenti e bloccati. 15.000 dollari per ognuno dei nostri borsoni con i farmaci, volevano. Piano B allora. Preso pulmino scassato, tipicamente haitiano, con soli haitiani e Masengo che passa inosservato ed io, un po’ molto meno. Strappate tutti le belle etichette Find The Cure Medical Aid dai borsoni e messi in sacchi neri con tanto di nastro vecchio. 11 ore di pulmino. Urla, grida e confusione alla dogana, un diversivo, ma alla fine i borsoni passano. Si sfiora la lite, spintoni, urla, per 5 pulciosissimi dollari. Port au Prince, è quello che è, lo sapete, fior di giornalisti e fotografi sono venuti qui a tentare il loro posto nella fama. E’ rotta, ammaccata, in maniera irregolare, case distrutte a fianco di case integre, sembra più l’esito di un bombardamento che un terremoto. In ogni area verde o piazzale ci sono tendopoli, ma non quelle montate in abruzzo, sono un ammasso di teli di plastica tirati uno sull’altro, una babele di colori e povertà estrema. Non puoi sbagliarti dove sono i campi dei senza casa, l’odore di urina lo senti a distanza di due isolati, poi compare il campo. Qualche doccia e latrina chimica comune è posta fuori ai bordi. Vivono li, panni stesi, fornelli e dignità, anche se è una condizione

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alla quale nessun essere umano dovrebbe essere costretto a vivere. E chissà per quanto tempo. Ma la città brulica di vita, tutto scorre nel caos insieme alle macerie come se nulla fosse. Montagne Noire, dove siamo noi, è alla periferia della città, subito sopra Petionville. Stiamo con Elien, Haitiano, maestro di voodoo da tre generazioni. La sua è una casa popolare, arroccata ad alveare in mezzo a case popolari, costruita con quel finto cemento che il terremoto ha tirato giù con facilità. La sua no però, è rimasta su. Non ci sono rubinetti, l’acqua arriva nei bidoni e ci si lava nel cortiletto insieme a tutti. La lattrina è fuori, con vista sui tetti di lamiera delle baracche sottostanti. Ci lascia la sua stanza e lui dorme in una stanza del suo piccolo tempio vodoo. Ci sono altre tre famiglie che hanno perso la casa che adesso sono ospiti li. Dormono sotto una tettoia, anche i più piccolini. E’ duro, scomodo, ma si vive con loro, si mangia con loro, ci si lava con loro, si fa cacca alla latrina con loro, si diventa amici con loro ogni giorno. Il riso da comprare e distribuire non riusciamo a trovarlo, è tutto nei magazzini delle ONG, c’è una gara a chi è più potente, chi fa più cose, chi ha più materiale, ma alla gente haitiana sembra che non arrivi niente. Ci rivolgiamo a una grossa associazione, sappiamo che ne hanno tanto, chiediamo di poterne comprare un po’ perché dobbiamo portarlo nell’entroterra dove nessuno va. Ci fanno perdere tre ore, tante parole, tanti passaggi da un responsabile all’altro, vogliamo riso, ci dicono che ci possono dare caramelle per i bambini. Caramelle? Ma siamo venuti qui per dare da mangiare, la gente ha fame. Lasciamo stare, niente nomi comunque, meglio così, c’è di mezzo anche l’Italia. Una soffiata ci fa trovare il riso in un negozio di periferia. Affittiamo un camion, compriamo 60 sacchi da 25 kg, (1250 goods, 33 dollari, a sacco) 5 sacchi di zucchero, e 10 scatole di olio. Copriamo tutto con dei teli, ci sono predoni per le strade, che attaccano i camion con il mangiare. Poi via verso l’entroterra. Haiti significa “Terre alte”, e comincio a capirlo. La strada sale ripida, abbandona la vista della città per aprire un paesaggio di montagna fatto di pietra. La strada è sconnessa, e intendo tanto sconnessa, corre lungo un crinale. Dopo tre ore il camion si ferma, un guado troppo profondo. Dalla montagna, come per un richiamo cominciano a scendere, uomini donne e bambini, ci sono tutti intorno, prendono un sacco a testa, alcuni due, e i borsoni dei medicinali e ci incamminiamo su per il fiume. Tre ore di cammino nel fiume, poi tre ore di cammino in salita. Noi siamo sfiniti, è notte fonda, per fortuna una bella luna illumina il sentiero. Loro con i sacchi da 25 kg sulla testa rallentano per aspettarci. All’una di notte arriviamo alla meta: il villaggio di Belfontain. Sono tutti li ad aspettare nel buio. Sembrano tanti, mi stringono la mano, quasi increduli che siamo arrivati fino lassù. Un pentolone di acqua bolle già su un fuoco fatto di legna, subito cucinano il riso. Tutti insieme. Lo mangiano come se fosse il piatto più buono del mondo. Raschiano il fondo fino all’ultimo chicco. Se potessi farvi un regalo di ringraziamento, vorrei regalarvi per un attimo la vista di questa cena, varrebbe più di tutte le mie parole. Cari amici, che ci avete dato le donazioni da portare ad Haiti, quando vi chiederanno “cose avete fatto per Haiti” potete rispondere con orgoglio “abbiamo portato cibo e farmaci alla popolazione di Belfontain” credetemi, ditelo pure senza timore, e soprattutto chi conosce Haiti vi farà occhi stupiti e meravigliati. Sono il primo medico che mette piede da sempre a Belfontain. Non pensavo neanche io, ho solo seguito Elien, è lui che ha chiesto aiuti per questa gente, è qui che lui è nato, non lo ha dimenticato e continua ad aiutarli il più che può. Il giorno dopo visite tutto il

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giorno, fino al buio, e distribuzione del riso, per famiglie per numero di persone. Poi il giorno dopo di nuovo, in un altro villaggio. “Grazie” mi dice l’anziana del villaggio stringendomi una mia mano con due delle sue, “arrivederci, ma non su questa terra”. Sono il primo medico che vede in 70 anni, difficilmente pensa di vedermi ancora. A volte è difficile, la gente davanti al cibo diventa aggressiva, si litiga, si picchia. Ma il contatto che si crea durante le visite mediche fa si che si crei un’atmosfera di stima e aiuto reciproco. E tutto va bene. Non c’è traccia di aiuti umanitari in tutto l’entroterra, eppure la terra ha tremato anche qui, eppure le case sono cadute anche qui, eppure qui sono ancora più isolati e sprovvisti di tutto. Sembra un posto non adatto all’uomo, fatto di pietre, impervio. Ma vivono, e sono in tanti, migliaia, famiglie e madri con un sacco di figli. E camminano su e giù per questi sentieri come se fosse pianura, con un sandaletto o magari scalzi. Camminano per andare a prendere l’acqua 40 minuti più in basso, per trovarsi, per raccogliere le patate dolci o le banane. Questo è il popolo Haitiano, e quando dopo quindici giorni lo estraggano da sotto le macerie, in televisione si vede che alza le braccia in segno di vittoria. Perchè è un popolo duro, che sembra ostile, ma è forte, ha ricacciato l’esercito di Napoleone, con papà Salinas ha preso la sua indipendenza, e ha fatto da esempio a molti. Ma questo fa paura. Fa paura all’occidente,e soprattutto all’America. Haiti deve rimanere povera. Si è sparsa la voce, che una piccola scheggia impazzita della macchina degli aiuti umanitari vive con gli haitiani e con loro sta portando aiuti alle popolazioni dell’entroterra. Così ci chiamano alla radio di Port au Prince, Kreyol 106.5, Un’ora di intervista su come è la situazione dell’entroterra. “Che messaggio volete lanciare al popolo di Haiti?” mi chiede alla fine Samba El, lo speaker “Che Haiti capisca che è un momento importante questo, nonostante la disgrazia, che ha tanti riflettori puntati, che non pensi solo ai dollari, dollari, dollari, perché finiranno presto, ma pensi a costruire il paese per un futuro forte e indipendente. Forza, buon lavoro”. Ma mentre lo dico non ci credo neanche io, non per gli haitiani, ma per tutti questi attorno che gli hanno invaso l’isola sotto il nome di aiuti umanitari. Abbiamo girato tutti i giorni, a piedi, in motorino, in pullman, con camionette, nei mercati e per le strade centrali, ma non abbiamo mai incrociato un bianco. Ma dove sono tutti i bianchi? Dentro i fuoristrada, centinaia di centinaia di fuoristrada nuovi di pacca fiammeggianti intasano le strade di Port au Prince. Nei supermercati a fare la spesa, quando fuori il mercato delle donne pullula di materiale e i soldi andrebbero direttamente alla famiglia, nei locali notturni dove la birra locale Prestige costa 1500 goods, 6 dollari, nelle comode roccaforti dove si gioca a salviamo il mondo. Ma lasciamo stare, non è questo il momento di parlarne. Comunque, affitto di camion, acquisto, carico e distribuzione di riso, altri 60 sacchi, e visite mediche, così tutti i giorni. Fino a tardi, fino alla fine dei giorni, fino alla fine dell’ultimo dollaro che ci è stato donato in Italia con il preciso incarico di spenderlo per la gente terremotata. Lo abbiamo fatto, contro ogni mia aspettativa personale, ed è stato faticoso, ma è stato forte. E l’ultima notte, finite le visite alle due del mattino il popolo haitiano si scioglie, e ci consegna un certificato di onore e merito per l’aiuto alla popolazione haitiana. Ma abbiamo fatto poco. Forse è il come. Ci circonda e a turno stringono prima la destra e poi la mano sinistra incrociandole. Merci. E i tamburi vodoo vecchi di 300 anni cominciano a suonare, fino all’alba, fino ad accompagnarci alla corriera. Per questa sera e per questi giorni insieme, anche se limitati, per questa gente, anche se poca, per noi ospiti in questa terra anche se solo in due, la fame e il terremoto sono stati lontani. [ Daniele Sciuto ]

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mi chiamo isacco sono un uomo semplice 10.11.2010 India

In macchina da Eluru verso Hyderabad. Macchina stracarica dei borsoni del primo gruppo, in rientro, che è in treno, di scatole di farmaci del secondo gruppo che è in arrivo, in aereo. Il fidato Isacco ed io. L’India rurale passa dai finestrini ma non ha ancora smesso di catturare la mia attenzione. D - Quanti anni hai Isacco? I -Non lo so Daniel Son, sono nato in un piccolo villaggio vicino a Chintalapudi, da famiglia povera. Mio padre era muratore, mia madre lavorava nei campi. Poi un giorno mia madre così tanto dolore alla pancia, per ventiquattro ore, ma tanto dolore, ma continuava ad andare nei campi a lavorare. Dottore del villaggio diceva non è niente, dottore di ospedale costava troppo e non potevamo andare. Così tanto dolore, poi è morta improvvisamente. Avevo sette anni. Mio padre cominciava a bere, ma tanto bere, mattina a sera, poi è morto. Morto per il troppo bere. Io e mio fratello rimasti soli, un poco di tempo siamo stati dai nonni, ma non riuscivano a dare da mangiare a noi. Così siamo stati messi in un ostello governativo. Cattivo mangiare, cattivo odore, cattivo latrina, tutto cattivo li Daniel son. Poi mi ha preso la sorella di mia padre. Ma lei aveva già nove figli. Un po’ sono riuscito a studiare alla scuola governativa, ma poi mi ha mandato a lavorare. I suoi figli veri studiavano, io per mangiare dovevo lavorare. Così mattina presto dopo piccola colazione portavo nove bufali nella foresta per pascolare tutto il giorno. Se stagione era buona, quella dei frutti, mangiavo il mango o il gowa dagli alberi, se non era buona, mangiavo un po’ di riso la sera quando tornavo a casa. Ogni tanto mattina invece mi metteva sulla strada dove passano per prendere piccoli lavoratori e andavo a raccogliere i fagiolini, a pelare manghi, a trasportare il riso, tante cose. D - Ma c’era un lavoro che non ti piaceva, che al mattina speravi di non fare?

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I - No Daniele Son, io bene, tutto bene, no problema, facevo quello che dovevo fare. Prendevo 10 rupie al giorno. Ma desideravo studiare, ma non era possibile, e allora desideravo fare il meccanico. Sono andato poi finalmente a fare il garzone da un meccanico. La famiglia di sorella di mio padre non mi dava più cibo e allora facevo da garzone e come paga avevo il pranzo e la cena. Così osservavo tutto, pulivo le macchine, i freni, le macchie di olio. Osservavo e portavo i caffè e il the ai clienti. Osservavo e salutavo tutti e portavo le sigarette ai dipendenti. Tutti piaceva Isacco. Io tutto bene, tutto preciso Daniel son. Dormivo nella bottega del meccanico, quando lui chiudeva, chiudeva anche me dentro e io dormivo fino a mattino. Al quarto giorno di ogni settimana ritornavo alla casa per cambiare i vestiti. Tutti piaceva Isacco, Isacco ha perso i genitori. Poi grande amico del mio padrone aveva trattori e i campi. Voleva Isacco per imparare a guidare i trattori. Lui anche piaceva Isacco. Mio padrone ha detto vai, e io sono andato da nuovo padrone. Lui aveva due trattori e due guidatori anziani. Mi ha dato a loro. Loro piaceva tanto bere e fumare. Così tutti i giorni andavo per loro a comprare. Tornavo con una latta di benzina da 25 kg sulla testa, in una mano una bottiglia di wisky e nell’altra brandy, in tasca sigarette e bidi. Ma loro piaceva Isacco, comprava e non diceva niente. Poi quando loro ubriachi dicevano Isacco guida tu. Io molto paura Daniel son, tutto trattore tremava, io ancora piccolo, non avevo i baffi. Ma guidavo e imparavo, io molto prudente, loro sempre ubriachi e spericolati. Io non bevevo, mio padre e il suo alcool lo ricordo sempre. Poi padrone molto contento di me, io guidavo trattore, guidavo motorino, guidavo prudente. Lui ha comprato nuova macchina per lui, e voleva Isacco come autista. Io diventato autista. D - Era un buon padrone? I - Medio, Daniel Son, lui mi dava soldi giusti, pochi, per un autista, e mi faceva lavorare per tre. Dormivo su una stuoia fuori in veranda. Ma adesso avevo un lavoro. Dopo una settimana, tutti sapevano Isacco ha un lavoro e ho avuto una offerta di matrimonio. D - Da chi? I - Da figlia di sorella di fratello. D - Chi..? I - Hai sorelle Daniel Son? D - No I - Mettiamo che tu hai sorella, la madre di lei ha sorella, che ha una figlia. D - Chi..? I - Se sorella di madre di tua madre ha una figlia, da lei ho avuto D - Scusa Isacco, forse mi stai dicendo, la figlia della sorella di tua madre, tua cugina, giusto? I - Si mia cugina. Aveva quindici anni lei. Io appena diciotto. Non avevo ancora i baffi. Un pomeriggio ci hanno fatti incontrare. Mezz’ora seduti una vicino all’altra. Siamo stati in silenzio. La prima volta che ho parlato con mia moglie è stato la prima notte di nozze. Matrimonio piccolo, eravamo in tre coppie quel giorno in chiesa. Matrimonio comune. Poi siamo andati a vivere in una piccolissima casa del governo. Il padre del villaggio che ci ha sposato piaceva molto Isacco. D - Ti è piaciuta subito tua moglie quando l’hai vista? I - Isacco tutto bene, molto bene Daniel Son. Lei bene. Mia vita cambiata tanto con moglie. Sempre mangiare, vestiti puliti, casa a posto. Noi bene. Io lavoravo. Mia moglie pregava tanto, primo figlio voleva maschio, chiedeva Dio. E’ arrivato Pravin. Poi pregava e chiedeva era uguale per secondo. Dopo 18 mesi è arrivato Raji Kumar. Poi pregava e chiedeva femmina, dopo 18

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mesi è arrivata Preshna. Bambini sempre piangevano, sempre malati, sempre diarrea. Guariva uno e si ammalava l’altro. Dottore diceva dovete mangiare cibo buono, e bere acqua buona e comprare medicine. Ma non avevamo soldi per fare tutto questo. Bambini sempre malati. O Daniel son, periodo davvero difficile. Mia moglie tanto pregava, Dio fai avere un buon lavoro a mio marito. Poi un giorno il padre che mi ha sposato, lui piaceva Isacco, mi ha detto di andare ad Eluru, un padre suo amico P. Thomas, cercava un autista. Mattino presto preso bus e andato a Eluru con lettera di raccomandazione. Altri due autisti erano li per la prova. Loro più ben vestiti, loro dalla città. Padre P. Thomas, mi ha chiesto, io ho detto guido soprattutto trattori e solo ogni tanto la macchina. Lui piaciuto subito, forse sincerità. Mi ha dato chiavi e detto fai il giro del piazzale. Salito su una vecchia Fiat. Io tanto paura, non conoscevo quella macchina. Un minuto di silenzio appena seduto. Nel mio cuore ho pregato, Dio fai andare tutto bene. Sono diventato l’autista di P. Thomas. Mi hanno dato una stanza dove vivere, hanno fatto venire la mia famiglia e messo nella loro scuola i miei bambini per studiare. Isacco e famiglia molto felice. Tutto andava bene. Molto bene. Portavo P. Thomas dove voleva, conoscevo strade e posti nuovi. Faceva tante opere buone. Tutto andava bene, molto bene. Poi una mattina la notizia, P. Thomas è morto in un incidente. In ambulanza mentre andava in ospedale perché non stava bene. Un camion in contromano. Io piangevo, tutti piangevano. D - Scusa Isacco di che incidente parli? C’era qualcuno con lui? I - C’era una suora medico, e un seminarista, stavano andando in ospedale a Hyderabad al mattino presto. D - Un flash mi attraversa la memoria. Ricordo di quell’incidente. Ricordo delle mie prime mail con padre Jose, del mio primo viaggio in India, degli accordi per andare a dare una mano a sua sorella, suora e medico di un centro di malati di HIV. Ricordo poco prima della mia partenza della terribile notizia, dell’incidente in ambulanza, un camion in contromano e forse un colpo di sonno, e tutti e tre morti. La sorella, un padre e un seminarista. Ricordo la decisione di partire lo stesso. Ricordo le mail di un dolore forte e dignitoso di un Jose che non conoscevo ancora. Ho ricordato con commozione, ma non dico nulla, sorpreso di come i destini e le strade degli uomini si intrecciano. I - Daniel Son? D - Si Isacco? I - Ti sto annoiando? D - No Isacco, ero solo sovrappensiero. Continua per favore. I - Tutti piangevamo tanto. Io non sapevo del mio futuro. Adesso Isacco perde di nuovo tutto. Ma Padre Jose ha detto Isacco può venire da me, io viaggio tanto, mi sarà di aiuto. E’ così è stato. Io guido, i miei bambini studiano tutti e tre, mia moglie ci accudisce. Il resto della storia tu sai, dopo un mese sei arrivato tu. Mio primo Dio è padre Jose, mio secondo Dio è Gesù. Primo Dio io ho visto, secondo no, ma io lo so Daniel Son. Adesso ho tanti amici di Italia di Find The Cure che piacciono tanto Isacco e giriamo India e facciamo cose buone. Mia vita è buona. Io sono felice. Tutti coloro che sono venuti in missione in India hanno conosciuto Isacco, visto km e km di India dai finestrini mentre lui guida in un traffico apparentemente senza regole. Tutti gli hanno detto “Isacco you are a good driver”e lui ha sempre risposto con un timido sorriso e la testa che ondeggia “No, I’m not a good driver, I’m only a simple man”. [ Daniele Sciuto ]

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il mare si ritira 24.10.2008 India

“Con quali emozioni parti? Quali invece porti a casa?” E’ una delle domande che abbiamo proposto ai FINDERS. La rivolgo a me, ora. Sono sbarcato in India con il bagaglio leggero (attrezzatura a parte!): la necessità di stupirsi e un occhio particolare per farlo, quello della mia camera. Subito si dissolve l’immaginario alla lonly planet: paese dei balocchi, tavolozza dei pittori, bellezze murarie e secolari e femminee e statuarie. Non ne vedo traccia, sento solo un eco lontano. Il primo stupore però è tutto dell’India, i suoi occhi sbarrati mentre mi aggiro, bianco, buffo ed esagerato con telecamere e microfoni in spalla mi fanno sentire inadeguato e ridicolo come una scoreggia ad un funerale. Seguiamo i FINDERS come segugi sguinzagliati da mamma curiosità: a volte discreta, più spesso invadente, al limite dell’inopportuno. Ma siamo qui per questo. Ascolto discorsi, osservo sudori, gesti e occhi e non credo ai miei: anche loro sembrano un’ennesima contraddizione come tutto ciò che mi circonda. Li vedo. Una piccola spiaggia, tra conche e scogli c’è un lembo di terra. Di poca spiaggia che arranca e fa suonare le acque. Eccoli! Ma che fanno?! Come i proverbiali illusi ramazzano il mare! Vorrei andare lì e svegliarli: afferrargli le spalle e gridargli quanto è inutile il loro sforzo; possibile che non vedano quanto è vasto il mare? No. Aspetto. Non sono poi così coraggioso. Tutta quella determinazione fa un po’ paura. Devo spostarmi perché da qui sono in controluce e io ne vedo solo le sagome. Indaghiamo un po’. Dai lati della conca riesco a intravederne i lineamenti, i nervi che si tendono, il sudore che gocciola. Non si fermano, continuano a ramazzare il mare. Ma lui sembra riprendersi il terreno tolto come mi aspetto. Mi avvicino e cosa vedo? Sorridono pure! Si, devono essere completamente pazzi. Non mi vedono da qui. Forse dall’acqua si accorgeranno di me e riuscirò a fermarli. So che non sono quelle acque, le mie sono lontane. Per il caso o non so, ma il mio mare è distante. Tento quindi di cavalcare un’onda e sbracciando mi avvicino. E da qui mi stupisco. Cos’è quel lembo di sabbia bagnata ora al sole? Prima non c’era ne sono sicuro. [ Simone Rivoire ]

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cercasi pietre per mordiroccia 14.08.2010 Tanzania

Sono passati più di 10 giorni dal nostro arrivo a Msolwa, ad oggi la missione sembra occupata: Siby è out causa postumi malaria, dopo aver rinforzato le difese contro intrusi (la notte scorsa qualcuno è entrato per rubare una bici e poco altro) stasera Esther e Vince hanno cucinato all’italiana e ci siamo ritrovati noi 4 a consumare a tavola. Colpo di stato silenzioso, un’altra stranezza. Hanno colpito, facile e immediato, nell’ordine: il luogo (con il rosso, il verde ed il nero a gridarti nelle pupille la loro satura presenza), le stelle (non l’avrei mai detto, ma l’altra chiappa del planetario è così ricca di luci che può causare vertigini sei stai troppo col naso all’insù), la risata di Manoj (riesce davvero a sdrammatizzare ogni cosa, come se Omar Simpson ti leggesse la tua cartella clinica) che credo sia il motivo per cui oggi qui certe cose funzionino, in questi giorni ci manca molto, e l’energia dei bambini: è incredibile, nonostante si nutrano di riso, patate e mais, sembrano in ottima forma, corrono scalzi ovunque come se avessero pneumatici ai piedi, ballano senza musica come se non potessero farne a meno. Somiglierebbero a quelli occidentali solo quando hanno la malaria. Peccato che succeda, spesso. C’è dell’altro. Soprattutto domande, che arrivano di continuo, le accumuliamo silenti durante la giornata per mischiarle in una seduta di analisi collettiva, la sera. Le news di radio Msolwa oc-

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cupata: Vince ha trovato la sua criptonite, gli ci sono voluti 2 giorni per fare 8 buchi (non riesce a perdonarselo) e come in un videogioco infinito per ogni tubo del lavandino che ripara (se ne è rotto un altro) vince 3 sister che in un agguerritissimo indy-english lo stordiscono con nuovi urgenti lavori di bricolage. Eredita le lezioni di disegno da Andrea. Si trasforma da Super Mario a teacher. Infaticabile ma a rischio crampi. Esther trasuda tenacia, non si arrende neanche di fronte alla carta swaili, dà lezioni di teatro, inglese e italiano; ma soprattutto cerca di capire: è lei che chiama i ragazzi per nome, che scopre le dinamiche tra le classi, le diversità tra i sessi. Da “antropologa teatrale” è la testa di ponte in una società tutta da decifrare. Babu Alfred, come viene qui chiamato, ha dell’indispensabile. La sua pazienza e la sua umiltà riportano tutto ad una dimensione reale, familiare, gestibile, qui dove i punti di riferimento sono veramente pochi. Indulgente con orde di bambini, insieme ad Esther si porta sulle spalle la prematura defezione di Chiara, li cattura declinando un semplice foglio di carta in dieci giochi diversi. Fatica teatrando, si taglia anche lui nell’impresa (qui sì titanica) di mettere le zanzariere. Libero. Dal canto mio subisco il senso di inutilità del far di tutto un po’ (un’altalena, una zanzariera, un’intervista, a ciclo continuo e casuale) e gli effetti collaterali del Lariam. Ci chiediamo quali possono essere i bisogni prioritari e perseguibili (sanitari a parte) qui, dove manca tutto. Non è facile dare una risposta. Perché a questo deserto di cose e possibilità si aggiunge la difficoltà di interpretare gli sguardi, i confini del consentito. Poi mi accorgo che i bambini spesso imitano più che inventare: quando ci rubano l’avvitatore questo non diventa ne scettro, ne pistola, ne altro. Rimane avvitatore, fedele alla Black & Decker. Ce lo prendono dalle mani per bucare una tavoletta. Dalle lezioni di teatro viene fuori che c’è timore nell’ immaginare. Conosciamo un ragazzo piuttosto sveglio del villaggio (il suo inglese è ottimo e ci fa da interprete in altre interviste). Ci svela certe abitudini tribali, ci dice molto sulla solitudine dei bambini. E’ acritico nei confronti delle importazioni occidentali, delle multinazionali (che qui si sono già prese molto). Ripone tutta la sua speranza nei libri di scienze (pochi) e della bibbia (una). Ci chiede poi un’opinione sui motivi della situazione Tanzana. Viene ora in mente che, forse, ciò che non è mai incoraggiata ne dalla famiglia, ne dalle scuole (che dettate dall’urgenza Istruzione puntano su dottrine certe) è l’immaginazione. Qui tutto sembra collegato alla realtà o al futuro in perfetto stile capitalistico. Ma quante storie, fantastiche, vengono raccontate ai più piccoli? Quante scuole comprendono le fiabe, la letteratura del grottesco, dell’assurdo, dell’avventura? Ovviamente non lo so. Ma ho visto pochi bambini giocare con un tappo di sughero come se fosse un omino molto piccolo e se potessi azzardare un bisogno sarebbe il diritto alla Fantasia oltre che all’Istruzione. Perché credo è la Curiosità a muovere il mondo, a diventare iniziativa: per realizzare qualcosa che non c’è devo prima poterlo immaginare. E credo che la curiosità si allena con la fantasia, con il diritto a pensare e a credere nei bianconigli, oltre che con l’Inglese e la Biologia. Per questo credo che ci sia estremo bisogno di vecchi e nuovi Mordiroccia, Atreiu, lillipuziani e cappellai matti, Signori degli anelli, Baroni di Munchausen e Giochi di ruolo, di Arsenali delle Apparizioni, ombre cinesi, fumetti e di Isole che non ci sono. [ Simone Rivoire ]

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le facce della pioggia 15.11.2010 India

Quante facce ha la pioggia? Per la maggior parte di noi quella della noia, per altri della malinconia, per alcuni è il piacere di sentirla battere sul tetto, meglio se si è in un letto caldo. Per altri ancora ha la faccia della rabbia, per la saltata Domenica al mare, a volte è l’accidente di qualche contadino se si trasforma in grandine. Qui la storia è diversa. La pioggia incessante sui finestrini del treno deve essere la stessa che entra nelle ossa di quanti, durante i medical camp, ci hanno chiesto un “pain killer”. 5° volta in India, missione in due atti. ATTO 1°: la siccità del Tamil Nadu È la storia di chi si alza al mattino presto, intorno alle 4 e non sa se l’acqua gli basterà fino a sera. Per i più fortunati c’è una cisterna di acqua piovana, poco utile se non piove. La si può riempire acquistando l’acqua dalle autobotti, una volta alla settimana. Un lusso. Oppure si aspetta che da qualche villaggio arrivi la notizia: c’è acqua! E allora contenitori di varie dimensioni vengono riempiti fino all’orlo e si torna a casa sollevati, almeno per un po’. Saari e Doti cotti al sole aspettano di essere lavati, forse qualcuno di loro avrà la fortuna di incontrare sister Rossella ed il pozzo che vuole scavare per il villaggio. ATTO 2°: la pioggia dell’Andhra Pradesh È la storia di chi si alza al mattino presto, intorno alle 4 e non sa se alla sera potrà dormire in un letto asciutto o peggio se troverà ancora la sua capanna. La pioggia scende copiosa, solo che lo fa nel momento sbagliato. I monsoni dovevano finire ad Agosto. Siamo a Novembre. Sari e doti bagnati aspettano il sole che tarda ad arrivare. Forse qualcuno di loro avrà la fortuna di incontrare padre Thomas e una coperta che li possa scaldare. Grazie di cuore al gruppo di Mission VIII, “enorme” come dice il dr. Patata, a Presi e alla sua sorpresa da togliere il fiato, a fr. Jose, perché la sua casa ci fa sentire a casa, a tutti i missionari e alle sister e all’India, per l’ennesima emozione. Enorme. [ Silvia Ferraris ]

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dedicato ai missionari 16.4.2011 Sud Sudan / Kenya

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Quando arrivi a Rumbek, in Sud Sudan, quello che vedi dall’aereo sono i tetti di paglia dei tukul e alberi, che ostinati crescono in una terra che sembra generare solo sassi. Non è un gioco bizzarro della tua vista, anche quando esci dall’aereoporto…tukul e terra. Niente altro. Rumbek ti sembra un villaggio, il mercato un posto dove pare impossibile trovare qualcosa. Mapourdit come sarà? Uguale, tukul, terra e alberi ostinati. Il mercato? Beh al venerdì si fa a gara per guadagnare un posto sul Land Rover che torna a Rumbek, al mercato… A Mapourdit, Rosario, fratello-chirurgo Comboniano, vive in una piccola casetta in legno ma pare che i tukul siano più freschi. Davanti l’ospedale, a pochi metri, le capanne del villaggio. Ogni giorno in ospedale, 365 giorni l’anno, per anni. Sotto la doccia, rigorosamente in lamiera, nel cortile, di solito si porta un mangiacassette e ascolta Pino Daniele, da buon napoletano. Dopo anni di ascolto la cassetta si è rotta. L’ultima sera, suoniamo, con una chitarra saltata fuori da chissà dove, qualche pezzo di quella cassetta. Ci pare commosso. E poi ha la caffettiera italiana. Queste sono le concessioni per un missionario come Rosario a Mapourdit. Quando arrivi a Nairobi provi quasi una sensazione di fastidio. Dove sono i tukul? Dall’aereo case, palazzi, magazzini, strade asfaltate. Ok, potrà esserci povertà, ma non sarà mai peggiore di quella di Mapourdit. Lì i bambini muoiono di fame. Poi andiamo a Korogocho, un susseguirsi di case in lamiera avvolte da fumo e odore pungente. Non è lo slam più grande, Kibera è quello maggiore, ma Korogocho è quello più vicino alla grande discarica che raccoglie tutta la monnezza di Nairobi. Qui i bambini non sembrano morire di fame. Nella discarica trovano tante cose, raccolgono ferro e lo vendono. Da quando l’aeroporto di Nairobi scarica i propri rifiuti lì, possono trovare cibo, anche per i bambini dello slam che non hanno il coraggio di vivere nella discarica. Già, alcuni di loro ci dormono, respirano i fumi della discarica e sniffano colla. Penso si debba fare così se vuoi sopravvivere alla grande discarica di Korogocho. Paolo e Stefano sono due missionari Comboniani, vivono in mezzo allo slam, tra la gente. Come Rosario. Il loro compito è togliere i bambini, non dalla strada, ma dalla discarica, creando un alternativa. Vivono in una piccola casa, sui muri murales colorati con messaggi di speranza e una bacheca, in cucina, con foto ricordo dell’Italia. E’ stato troppo poco il tempo trascorso, ma forse anche loro hanno una cassetta preferita e la caffettiera italiana. L’africa non è solo questo. E’ giusto. L’africa è bellezza estrema. Ma è anche questo e loro eroi ai miei occhi, alberi ostinati. Per tutti i Rosario, Stefano, Paolo del Mondo: tenete duro e prendetevi cura anche un po’ di voi. Che il nostro abbraccio vi arrivi e in qualche modo vi protegga. [ Silvia Ferraris ]

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saluti e baci

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foto: Nicolò Puppo


-continua da pag.5...Ed io non ho trovato risposta migliore che raccontare davanti ad una platea fatta di bambini silenziosi e attenti degli orfanotrofi in India o di infermieri dell’ospedale di Mapuordit scosso dagli scontri tribali, o di studenti sorridenti della scuola di Msolwa in Tanzania, o di bambini stipati nelle calde tende dopo il terremoto di Haiti, questa storiella di Jose: “C’era una volta un re che per mettere alla prova i suoi sudditi, un giorno depose un grosso macigno nel bel mezzo di una strada. Sotto il masso mise una saccoccia piena di monete d’oro e si nascose dietro un albero ad osservare. Arrivò un primo mercante che vedendo il masso che ostruiva il passaggio cominciò ad imprecare e ad inveire contro il re per il modo in cui teneva le strade, poi girò il suo carro e tornò indietro. Arrivò un soldato, che vedendo il sasso cominciò a tirare calci e a sputare e a lamentarsi contro il re e contro tutti, scavalcò il masso e passò oltre. Lo stesso fece una coppia di cavalieri, di damigelle e tutti quelli che passarono quel giorno. Al tramonto, un uomo semplice con un piccolo carretto carico di frutta, vedendo il masso, accostò e cominciò a spingerlo a fatica, un po’ alla volta. Dopo un bel po’ di tempo e altrettanta fatica, riuscì a spostarlo, trovò sorpreso il sacchetto con le monete d’oro e in quel momento sbucò fuori il re, lo ringraziò e gli disse di tenere la ricompensa poiché era l’unico che aveva provato a liberare la strada”. Così anche noi proviamo ad essere come quell’uomo semplice, senza lamentarci, demoralizzarci, incolpare qualcuno per come vanno le cose o aspettare che vadano meglio, ma cerchiamo di crescere nella istintiva consapevolezza di provare a fare tutto quello che ci è possibile per risolvere il problema, per trovare una soluzione, per trovare una cura. O almeno provarci. Oggi piu’ che mai vorremmo ringraziare tutti coloro che hanno creduto in quel terreno di piante di cocco e, giorno dopo giorno, ci hanno sostenuto e hanno provato a spostare il masso. Daniele Sciuto

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Find The Cure 6 Foto: D. Sciuto, Archivio Find The Cure Grafica e impaginazione: Sergio Olivotti Un grazie sincero a Filippo Mangione (Cartiere Fedrigoni) e Simone Privitera (Totalprint Genova) per aver reso possibile la stampa di questo libretto sostenendone i costi tecnici.

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