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Anno V N. 23 13.06.2009 www.filotea.info

Filotea

I CRISTIANI E LA FATICA DI PENSARE

Se noi risolviamo i problemi della fede col metodo della sola autorità, possediamo certamente la verità, ma in una testa vuota! (San Tommaso) Con un altro titolo e un prezzo più accessibile, sarebbe stato uno di quei libri che è meglio leggere. Parliamo di liturgia, di qualcosa che, ben vissuto, dà un senso pieno all’esistenza. Il libretto in questione è pubblicato da Pazzini editore, si intitola La riforma liturgica e il Vaticano II. Quale futuro?, raccoglie due interventi, del liturgista Andrea Grillo e del monaco camaldolese Matteo Ferrari. Quale futuro per la riforma liturgica? La provocazione di Grillo non è certo campata in aria: “La riforma, segnata dal Concilio Vaticano II, è appena cominciata”. Non nel senso che occorre rimetterci mano, ma nel senso che non è ancora compiuta, deve ancora diventare forma di vita, deve dare forma a tutto quello che facciamo, che pensiamo, che viviamo nell’esperienza ecclesiale. Già, perché la forma liturgica si è ridotta ad una cosa esteriorissima, che non conta nulla, da sopportare per alcune decine di minuti. La liturgia non è uno spettacolo! (un titolo di questo genere forse è sembrato troppo aggressivo all’editore). Lo è stato per molto tempo, e lo è ancora, in una chiesa considerata un’agenzia di servizi che dispensa sacramenti oppure una chiesa vissuta come una setta. La liturgia viene spiegata come esperienza comunitaria, come tempo festivo da vivere per dare senso all’esistenza, come esperienza per capire chi siamo. Non è l’argomento in questione, ma Grillo non si lascia scappare l’occasione per una frecciata, ben mirata e con un pizzico di ironia, al Motu proprio di papa Benedetto XVI, che riporta in vigore il rito romano antico nel-

Punto di vista

La liturgia non è uno spettacolo l’edizione del 1962: quel rito, per volontà di papa Giovanni XXIII, doveva essere strutturalmente provvisorio, in attesa della riforma conciliare, che da lì a poco abrogherà quel rito provvisorio. A volte basta sapere le cose per capire la realtà, non prenderla troppo sul serio e saperci fare una risata. Il contributo di Ferrari si concentra su un interessante discorso di Lercaro, cardinale di Bologna durante il Concilio Vaticano II e protagonista della riforma conciliare. Un discorso che ben fa capire come la riforma è nata prima di tutto dalla vita di fede di chi questa riforma l’ha attraversata con la propria vita, come si attraversa - verrebbe da dire - nella fantascienza, lo stargate, una porta che scaraventa su altri universi e cambia la vita. Filotea


In libreria Ferruccio Pinotti-Udo Gumpel, L’unto del Signore, Bur, 2009, 11,00 euro Di Berlusconi molto è stato detto e scritto. Ma pochi si sono soffermati sull’intreccio di rapporti che lo legano al mondo cattolico. In queste pagine, Pinotti e Gümpel ripercorrono l’avventura del Cavaliere in una prospettiva originale, che ne illumina i lati oscuri caricando di nuovo senso le sue scelte politiche. Partendo dai suoi primi passi di imprenditore, l’inchiesta racconta la vera storia della Banca Rasini e dei suoi soci, analizza le connessioni con Calvi e Sindona e le operazioni offshore, e ricostruisce le origini della Fininvest, con il suo complesso e inestricabile gioco di scatole cinesi. Attraverso preziose testimonianze inedite, rilegge la nascita di Forza Italia, i rapporti con l’Opus Dei e CL, lo scambio di favori con la Curia, i legami con i nuovi cavalieri della finanza bianca, fino all’involuzione teocon sui grandi temi bioetici e alle battaglie in favore della famiglia. Una “santa alleanza” unisce i due poteri forti del nostro Paese, che sembrano non poter più fare a meno uno dell’altro. Johan Huizinga, Morte e religione nel Medioevo, Rizzoli, 2009, 4,90 euro Un mondo in crisi, la malinconia di un ordine infranto, di una società sgretolata, di antiche divinità che muoiono. Il Medioevo di Huizinga è un invito a uscire da schemi convenzionali per trovare inconsuete chiavi di lettura a fenomeni apparentemente immutabili, come la

morte. “Morte e religione nel Medioevo” batte solenne, nelle parti qui raccolte, su questo motivo, ricorrente nella cultura medioevale: “paura della vita”, “negazione della bellezza e della felicità”, “ribrezzo per la vecchiaia, per la malattia”. E Chiara Frugoni precisa che, per arrivare ad afferrare la natura di questa ossessione, occorre domandarsi “che cosa significhi passare dalla rappresentazione del morto, nella sua individualità, a quella della Morte, proiezione di un sentimento collettivo di angoscia e di ineluttabilità”. Allora sarà inevitabile interrogarsi su quanto sia lontana questa condivisione dai nostri privatissimi meccanismi di rimozione. E se è vero che “ogni epoca desta in noi maggior interesse quando vi troviamo una promessa del futuro”, questo libro sarà una chiave per comprendere l’attonita inquietudine dei tempi moderni nei confronti della morte. Urs Gasser-John Palfrey, Nati con la rete. La prima generazione cresciuta su Internet. Istruzioni per l’uso, Rizzoli, 2009, 12,50 Piccoli maghi del computer e grandi campioni di videogiochi, adolescenti che si parlano chattando, condividono musica e immagini, aprono blog e si costruiscono nuove identità. La tecnologia, che per noi resta solo una risorsa, per i nostri figli è il paese in cui sono cresciuti. I nati dopo il 1980 sono a tutti gli effetti born digitai, nativi digitali. Ciò non significa soltanto una familiarità connaturata con le mille declinazioni della tecnologia, ma una diversa percezione e visione del mondo. Come concepisce se stesso un ragazzo che può reinventarsi in mille avatar? Quali sono le nuove frontiere dello spazio privato per una generazione che pubblica on line in tempo reale ogni minimo mutamento del suo umore? Quali sono i nuovi baluardi del pudore se sul web si condividono con chiunque amicizie, nuovi amori e crisi sentimentali?


Di che cosa parliamo, quando parliamo di... “tradizione”

Yves Congar: “La tradizione sarebbe la coscienza della Chiesa”.

La tradizione si sviluppa nella storia Come sempre accade nella storia del cristianesimo, la vita e il pensiero di cristiani consapevoli precedono di gran lunga i cambiamenti nella dottrina ufficiale, che stenta a stare dietro la vita ricca del popolo di Dio. Abbiamo parlato di tradizione nel corso della storia, arrivando al Concilio Vaticano II. Ben prima di questo evento, alcuni teologi, che pagheranno chi più chi meno le loro idee, concepivano la tradizione per quello che oggi può essere liberamente concepita da tutti, senza rischiare di incorrere in qualche censura. Parliamo di Yves Congar, teologo francese che ha arricchito la vita e il pensiero cristiani negli anni precedenti al Vaticano II, al quale ha dato un grosso contributo. Di tradizione Congar parla prima e durante il Concilio, nei due testi, La tradition et les traditions, La tradition et la vie de l’Eglise.

La tradizione è chiaramente vista come un qualcosa che si sviluppa nella storia. Non può essere una trasmissione meccanica di un deposito che giace inerte. Implica che un oggetto passi da un possessore all’altro, da un essere vivente ad un altro essere vivente. Ciascuno mette qualcosa di se stesso in quel che riceve. Il messaggio apostolico è destinato a qualcuno che viva di questo messaggio. E non si tratta di una fedeltà al messaggio puramente intellettuale, basata su un ragionamento. Quello che caratterizza l’esperienza cristiana e che i padri della chiesa non si sono mai stancati di ripetere, soprattutto i più mistici, è che la conoscenza deve calarsi nell’esistenza, un’esistenza che avviene nella storia. La tradizione, insomma, comporta un aspetto di sviluppo ed uno di conservazione.


Dei verbum II,7 “Questa tradizione, che trae origine dagli apostoli, progredisce nella Chiesa sotto l’assistenza dello Spirito Santo: infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, cresce sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro, sia con la profonda intelligenza che essi provano delle cose spirituali, sia con la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale, hanno ricevuto un carisma certo di verità. La Chiesa cioè, nel corso dei secoli, tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa giungano a compimento le parole di Dio”. La Scrittura da sola non basta Di tradizione si parla in uno degli ultimi documenti del Concilio Vaticano II, uno dei più rivoluzionari per la chiesa cattolica, anche se il meno mediatico. Il documento è la costituzione Dei verbum del 1965, sulla Parola di Dio, che, dopo secoli di ignoranza imposta, torna centrale nella vita dei cristiani. I padri del Vaticano II avevano cominciato a riflettere sul rapporto tra Bibbia e tradizione nella sessione del 1962, nella discussione sullo schema De fontibus revelationis, che vide confrontarsi in maniera drammatica le due correnti, conservatrice e innovatrice. Per alcuni storici, la settimana dal 14 al 21 novembre 1962 rappresenta una svolta per l’intero Concilio: si chiude la teologia postridentina e si apre una nuova fase per la chiesa. I padri conciliari si trovarono a votare uno schema preparatorio in cui si parlava di duplice fonte di rivelazione, Scrittura e tradizione, non contemplata dal Concilio di Trento. Non riuscendo a raggiungere i due terzi dei votanti, papa Giovanni XXIII intervenne di autorità e rimandò tutto ad una commissione mista, che si appoggiò ad una sottocommissione di periti, tra cui Congar e Ratzinger. Il testo arrivò nel 1964 ai padri, che chiesero

si chiarissero: le cause del progresso della tradizione, il rapporto tra Scrittura e tradizione, e il fatto che è la tradizione a far conoscere l’intero canone dei libri biblici, concetto molto caro a Congar. Nel 1965 fu approvata la Dei verbum. La tradizione viene intesa come eredità globale che la Chiesa ha ricevuto dagli apostoli: espressa in modo speciale nelle Sacre Scritture, non si esaurisce in esse, ma comprende anche le tradizioni, la fede, la vita del popolo di Dio. Da trasmettere, dunque, non è solo la dottrina, ma anche la vita e il culto, tutta la realtà viva della Chiesa, che è attiva e dinamica, sotto l’assistenza dello Spirito Santo: i soggetti chiamati in causa sono lo Spirito Santo, tutti i credenti e il magistero. Alla testimonianza dei padri della chiesa viene riconosciuto un ruolo importante nello sviluppo della tradizione. Viene poi detto espressamente che è la tradizione a far conoscere alla Chiesa l’intero canone dei libri sacri: questi testi sono Scrittura, perché la tradizione li ha trasmessi come tali, altrimenti sarebbero rimasti letteratura di un popolo in un determinato tempo storico. La Scrittura, insomma, da sola non basta, conta anche come è stata recepita dalla Chiesa lungo tutta la storia.


Viviamo la Parola di Dio

Corpo e sangue di Cristo - Dov’è la mia stanza?

Es 24, 3-8; sl 115; Eb 9, 11-15; Mc 14, 12-16. 22-26

[Dal sito www.tiraccontolaparola.it]

“Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Sta per essere arrestato e ucciso il Maestro. I suoi non lo sanno, non se ne accorgono, sono troppo concentrati su loro stessi per vedere – davvero – ciò che sta per succedere. Gesù, invece, ha ormai piena consapevolezza che tutto volge al termine, che sta per compiere il dono più grande, il dono della sua stessa vita. Servirà? Capirà, l’uomo, che Dio lo ama liberamente, senza condizioni? Saprà l’uomo, infine, arrendersi all’evidenza di un Dio donato? Si avvicina la Pasqua: Gesù sa che non riuscirà a celebrarla con i discepoli. Decide di anticiparla, chiede ospitalità ad uno sconosciuto. In quella stanza al primo piano, sul monte Sion che sovrasta la città, di fronte al Tempio, Gesù sta per dare l’addio ai suoi discepoli, facendo loro il regalo più grande: la sua presenza eterna. “Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Partecipi Non sappiamo neppure il nome del tale il cui servo sceso ad attingere acqua incrocia in città i discepoli del Nazareno che lo seguono per chiedere al proprietario una stanza per celebrare la Pasqua. Gesù, però, considera sua quella stanza. Sua, perché vi resterà per sempre. Sua, perché chi accoglie il Maestro, anche senza saperlo, anche senza consapevolezza, si vede trasformare la vita. Proprio come accade nelle nostre spente assemblee domenicali. Tiepidezze Dio, il misericordioso, mi ha dato molte gioie nella vita. Una di queste è il potere conoscere molte comunità, sparse nei quattro angoli dell’Italia, e di pregare con loro. Ho partecipato ad assemblee di comunità vivaci, coraggiose, a veglie di preghiera intense, a messe piene di gioia e di emozione. Raramente. Più spesso, partecipo a delle messe fiacche, tiepide, distratte, spente, esasperanti. Quante volte incontro degli amici che, avvicinatisi al Signore, convertiti alla e dalla Parola, faticano a nutrire la propria spiritualità in grandi città piene di chiese e povere di fede! Quante volte, io stesso, in vacanza, ho partecipato con dolore e insofferenza a celebrazioni raffazzonate, frettolose, senza preghiera! Gesù, però, sceglie di fare “sue” anche quelle stanze. Non ha la puzza sotto il naso, il Signore, si adatta. Ha voluto con sé, nel momento più faticoso della sua vita, i suoi dodici poveri apostoli. Poveri e fragili come noi, instabili e lunatici come noi. “Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”.

Conversioni Partecipiamo con costanza e forza alle nostre celebrazioni, anche se sbiadite. Se possibile, mettiamoci in gioco per cambiarle, per renderle più gioiose, accoglienti, oranti. Addobbiamola, la stanza alta, rendiamola accogliente al meglio delle nostre forze e delle nostre possibilità. Ma se ciò non è possibile, pazienza. Se si adatta Gesù, noi non ci adatteremo? Viviamo tempi difficili, tempi in cui la fede è messa a dura prova. Penso al dolore di tanti sacerdoti che si ritrovano a donare la loro intera vita per annunciare il vangelo e si ritrovano a fare i funzionari davanti a comunità pagane nei fatti, se non nelle abitudini! Oggi celebriamo il Mistero della presenza reale, concreta, attuale, salvifica di Cristo nell’Eucarestia: il Rabbì si rende accessibile, incontrabile, si fa pane del cammino, diventa cibo per l’uomo stremato. Rabbrividisco di fronte alla poca fede mia e delle nostre comunità. Poca fede Il problema è semplice: la nostra fede è poca, ridotta al lumicino. E allora la Messa è peso, fatica, incomprensione. Ma se crediamo che il Maestro è presente, al di là della povertà del luogo e delle persone, tutto cambia. L’Eucarestia diventa il centro della settimana, la Parola celebrata ritornerà in mente durante il lavoro e lo studio. E l’incontro con Cristo Eucarestia, con questo corpo dato, cambia inesorabilmente il modo di vivere, di pensare, di amare. È vero: c’è gente che fa il bene senza bisogno di andare a Messa. Ma per me, cristiano, il Bene deriva dall’incontro con Cristo. È vero: la preghiera può essere personale. Ma l’incontro della comunità ci fa sentire ed essere Chiesa. È vero: non tutte le omelie brillano per attualità e concretezza. Ma è la Parola al centro, non la sua spiegazione. È vero: la domenica è il giorno del riposo. Ma il riposo è affare di cuore, non di sonno. Concludo con una citazione straordinaria dei martiri di Abitene. Scoperti a celebrare l’Eucarestia, il governatore romano, indulgente, promise loro di avere salva la vita, a patto di non ritrovarsi più. Risposero: “Non possiamo fare a meno di celebrare il giorno del Signore”, e si fecero uccidere. Animo, resistenti nella fede, il Signore ci chiede di metterci in gioco. “Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”.


Idee per mettersi in viaggio Settimane bibliche di spiritualità al monastero di Bose www.monasterodibose.it 29 giugno - 4 luglio Gli addii e la passione nell’evangelo secondo Giovanni con GIANCARLO BRUNI, monaco di Bose 6 - 11 luglio Evangelo secondo Giovanni con DANIEL ATTINGER, monaco di Bose 13 - 18 luglio Evangelo secondo Luca con SABINO CHIALÀ, monaco di Bose 20 - 25 luglio Giobbe con LUCA MAZZINGHI, presbitero, biblista di Firenze

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Filotea n. 23 13.06.09  

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