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Università degli studi di Verona

FACOLTA' DI LETTERE E FILOSOFIA CORSO DI LAUREA MAGISTRALE IN STORIA DELL’ARTE

Tesina in Storia culturale e sociale della medicina Professore: Alessandro Pastore

La medicina in piazza: il ciarlatano medico, figura polivalente e controversa

Bigardi Valeria, VR354373

ANNO ACCADEMICO 2010-2011


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Indice

1. Introduzione…………………………………………………………………….…..p. 5 2. Il ciarlatano: da cerretano a incantatore di serpenti a venditore d’orvietano… p. 7 3. Stampa a basso costo e secreti inpiazza…………………………………………..p. 15 4. Teatro della medicina……………………………………………………...............p.19 5. L èlite medica con e contro la ciarlataneria………………………………..……p. 23 Tavole e illustrazioni………………………………………...………………….…….I-XVI Bibliografia…………………… …………………………………………………...…p. 39

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1. Introduzione

Nei limiti del presente lavoro, vorrei concentrarmi sulla figura del ciarlatano medico, figura certamente non priva di ambiguità e di aspetti contraddittori, che nel quadro di una straordinaria disponibilità –in tutto l’intero arco dell’Età Moderna e oltre- di diversi curatori, offre lo spunto per varie considerazioni. Dopo un’iniziale disamina del ruolo del ciarlatano, della sua nascita, delle sue contaminazioni e dei possibili legami con alcune tradizioni, vorrei– seppure brevemente per gli ovvi limiti imposti in questa sede- prendere in considerazione il fenomeno della diffusione di fogli volanti e di libercoli contenenti secreti medici, in connessione con la figura del ciarlatano. Si vuole poi sottolineare la relazione tra ciarlataneria popolare e mondo del teatro, nello specifico della commedia dell’arte. Il ciarlatano medico, personaggio un po’ guaritore-tuttofare, un po’ commediantecommerciante, esercitava un forte ascendente sulle folle attraverso le sue dimostrazioni da teatro di strada. Si trattava –come cercherò di mettere in luce più avanti- di una sorta di “teatro della medicina” 1 , un espediente che usava la messa in scena spettacolare per richiamare il pubblico e sollecitarlo a comprare i rimedi mostrati con tanta enfasi. Un altro aspetto che è emerso da questa ricerca – e che cercherò di toccare, almeno in parte, nell’ultimo capitolo- è un doppio fenomeno che vede da un lato, la tendenza, da parte dei rappresentanti della medicina ufficiale, a denunciare e a reprimere le attività abusive di questi medicastri ambulanti, dall’altra, invece, la disponibilità da parte degli stessi a rilasciare licenze e autorizzazioni (non senza in cambio l’obbligo di pagamenti e tasse). Del resto se da una parte, le autorità sono attente a mantenere fissa e rigida la scala gerarchica dei diversi operatori –il medico-fisico, il chirurgo maggiore, il barbiere-chirurgo, lo speziale- allo stesso tempo non vogliono eliminare la figura del ciarlatano di strada, necessaria per assicurare una risposta ampia alla forte domanda di cure. Ogni persona che si ammalava, aveva la possibilità di ricorrere ad un vasto repertorio di curanti, divisi tra medicina ufficiale e non, tra rimedi legittimi e rimedi di altro tipo -bizzarri, segreti, spacciati per miracolosi- in grado ad ogni modo di fornire a coloro che cadevano malati una speranza di guarigione. Esisteva, dunque, una pluralità delle risorse disponibili per le cure, nonché una sovrapposizione tra i molteplici campi terapeutici: la sfera istituzionalizzata della tradizione della medicina alta, la sfera ecclesiastica (sacerdoti, esorcisti, santi) a cui si aggiunge quella non ufficiale della “medicina                                                              1

Tale espressione viene utilizzata da Peter Burke, Il rituale dei guaritori, in Scene di vita quotidiana nell’Italia Moderna, trad. di Vittorio Giacopini, Laterza, Roma-Bari 1988, p. 276.

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popolare”, di cui fanno parte anche i ciarlatani, i cavadenti, i conciaossi di strada [TAVOLA I; TAVOLA II]. Sono ambiti molto diversi tra loro, è vero, ma che tuttavia non sarebbe giusto relegare in un sistema interpretativo dicotomico, senza possibilità di legami e scambi. Essi del resto intrattengono tra loro rapporti di dialogo, talvolta si pongono in competizione e non sempre –nella multiforme complessità di aspetti culturali e sociali che li contraddistinguesono delineabili con netta distinzione 2 . Di sicuro non è così definibile il confine tra medicina dotta e medicina popolare, tra conoscenze acquisite con l’esperienza, realmente valide, e incompetenza mascherata attraverso abilità oratorie, con il mero scopo di trarre facili guadagni e ingannare il pubblico.

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Per quanto riguarda la questione del “pluralismo medico” come possibilità ambia da parte dei pazienti di ricorrere ad una varietà di personaggi curanti, si rimanda a Ivi, pp. 259-277; David Gentilcore, Healers and Healing in Early Modern Italy, Machester University Press, Manchester and New York 1998, passim; a tale proposito si veda anche l’articolo di Pierroberto Scaramella, Medici confessori, medicina del corpo, medicina dell’anima, in “Studi Storici”, a. 40, Aprile-giugno 1999, n.2, pp. 613-627. L’articolo è accessibile nel sito http://www.jstor.org/stable/20566966.

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2. Il ciarlatano: da cerretano a incantatore di serpenti a venditore d’orvietano

Ma chi erano questi ciarlatani? Sicuramente si trattava –nella maggior parte dei casi- di persone prive di ogni qualificazione medica ufficiale 3 (ma comunque spesso almeno minimamente istruite) 4 che vendevano medicamenti di ogni genere: unguenti dalle proprietà miracolose, saponi benefici, antidoti potentissimi, elisir di lunga vita, scatolette contenenti polveri segrete. Venivano anche detti montimbanchi o saltimbanchi proprio perché salivano sopra sorta di semplici palchi poggiati su cavalletti, e da lì, facendo sfoggio di grandi conoscenze, imbonivano i fruitori, vantando la bontà e l’efficacia guaritrice dei prodotti esibiti. [TAVOLA III, TAVOLA IV]. L’eloquenza affabulatoria, peculiarità sicuramente non trascurabile e di primaria importanza nell’attività ciarlatanesca, consentiva al finto medico di commercializzare e promuovere il proprio rimedio, aspetto questo che ci porta ad avvicinare la figura del ciarlatano con quella del mercante, del venditore ambulante. Per attirare l’attenzione degli astanti, inoltre, all’improvvisazione verbale si accompagnava l’offerta con esibizioni di vario tipo: declamazione di storielle e filastrocche, messa in scena di vere e proprie rappresentazioni spesso con il supporto di compagnie teatrali, oppure simulazione di finzioni volte a stupire il pubblico. Non di rado troviamo ciarlatani mangiafuoco, giocolieri, prestigiatori di ogni tipo, e - nell’intento di unire lo spettacolo con il sentimento di terrore e stupore suscitato nel pubblico - incantatori e domatori di serpenti. L’abilità nel parlare come sorta di incentivo all’acquisto di questo o quel rimedio, ci rimanda alla stessa etimologia del termire “ciarlatano”, che diviene di uso corrente nel Seicento e fin da subito usato con accezione negativa: “ciarlatano”, dunque, deriva dal verbo “ciarlare”, cioè parlare a ruota libera, con intenti volti a blandire e a imbonire gli ascoltatori 5 . La parola è                                                              3

Gli scritti dei ciarlatani (volantini, suppliche per ottenere licenze, libercoli di rimedi, ecc…) talvolta fanno riferimento a studi universitari, ma ciò non significava il conseguimento del dottorato, che, come fa notare David Gentilcore, comportava una procedura al tempo ben distinta. A tale proposito si veda David Gentilcore, Il sapere ciarlatanesco. Ciarlatani, fogli volanti, e medicina nell’Italia moderna, in Maria Pia Paoli (a cura di), Saperi a confronto nell’Europa dei secoli XIII-XIX, Edizioni Ets, Pisa 2009, p. 378. 4 Sulla scrittura e livelli di alfabetizzazione cfr. Ivi, pp. 376-378. 5 Giorgio Cosmacini, Ciarlataneria e medicina, cure, maschere, ciarle, Raffaello Cortina, Milano 1998, pp. 2-3. Come sottolinea Cosmacini il ciarlatano è una sorta di chiacchierone che parla a vanvera di cose che spesso non conosce. Lo studioso riporta la definizione di Benedetto Varchi che nel suo dialogo sulla fiorentinità della lingua italiana intitolato l’Ercolano scrive: “questi verbi comincianti tutti dalla lettera C -cicalare, ciarlare, cinguettare, cingottare, ciangolare, chiacchierare e cornacchiare- si dicono di coloro i quali favellano non per aver che favellare, ma per non aver che fare, dicendo senza sapere che dirsi e insomma cose o inutili o vane, cioè senza sugo o sostanza alcuna”. Si veda anche, per quanto riguarda l’etimologia del termine, Sandro Piantanida, Ciarlatani, in Roberto Leydi (a cura di), La piazza, il Gallo grande, Milano 1959, p. 232. Un breve accenno, invece, in P. Burke, Il rituale dei guaritori…, p. 271, David Gentilcore, Malattia e guarigione, ciarlatani, guaritori e seri professionisti. La storia della medicina come non l’avete mai letta, trad. di Paola Pacciolla, Edizioni Controluce, Nardò 2008, p. 89.

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originaria dell’Italia e sembra sia stata utilizzata per la prima volta nel quindicesimo secolo dall’umanista e libraio fiorentino Vespasiano da Bisticci (1422-1498), tuttavia –come evidenzia Camporesi- il termine latino ricorrente e usuale era “cerretanus” 6 . Ciarlatano deriva infatti dall’unione lessicale tra ciarla, nel senso di chiacchiera, pettegolezzo, e cerretano, ossia originario di Cerreto, città-castello nel cuore dell’ Umbria, vicino a Spoleto. Già a partire dal XIV Secolo –come testimoniano gli Statuti di Cerreto del 1380- agli abitanti di questa cittadina era stata data facoltà di questuare sussidi a favore di certi ospedali dell’Ordine del Beato Antonio. Tale esigenza nasceva a seguito del terribile evento delle “Peste Nera”(1348-49) che rendeva necessaria la ricostituzione degli ospedali andati in rovina. Questi abitanti si ponevano, dunque, come mediatori sociali tra ricchi e poveri, offrendo ai primi la possibilità di espiazione dei peccati in cambio di ingenti somme di denaro, e ai secondi –non in grado di pagarsi le cure- l’ospitalità all’interno delle strutture ospedaliere. Come fa notare Giorgio Cosmacini, la funzione dei cerretani finì per degenerare: non sempre mossi da buoni propositi, vestiti da pellegrini sotto mentite spoglie, diventarono ben presto spietati truffatori, approfittatori senza scrupoli anche della gente più povera 7 . Ambrogio da Calepio (1440-1510), nel suo dizionario calepino del 1502, li descrive come “coloro che burlano tutto il mondo con qualche po’ di vino e turpe genere di superstizione” 8 , evidenziando come nel Rinascimento la fisionomia del cerretano questuante si fosse trasformata e contaminata di nuovi aspetti: ritroviamo il cerretano imbroglione capace di fare lava sulle debolezze delle persone, promettendo loro, in cambio di soldi, la possibilità di redenzione o la guarigione dalle malattie. Il canonico Tommaso Garzoni (1549-1589) nel discorso CIII dedicato ai “Dè formatori de spettacoli in genere et dè ceretani, o ciurmadori massime, all’interno della Piazza universale di tutte le professioni del mondo, e nobili et ignobili (Venezia, 1585) scrive: I ceretani, adunque, che così addimandati sono per haver tratto l’origine loro da un castello dell’Umbria poco lontano da Spoleti, il qual si nomina Cereto, fra la vilissima plebe s’hanno acquistato hormai credito che molto maggiore concorso con più lieto applauso si fa loro ch’agli eccellenti oratori del verbo

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Cfr. P. Burke, Il rituale dei guaritori …, cit., p. 321, nota n. 20. A tale proposito si veda G. Cosmacini, Ciarlataneria e medicina…, cit., pp. 11-17. 8 Ivi, p. 13. 7

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divino e agli onorati cathedranti delle scienze e arti ingenue, di picciola corona rispetto a loro circondati intorno 9 .

Millantando competenze mediche i cerretani, “ormai evoluti”, dispensavano, in lungo e in largo, in Italia e non solo, consigli sulla salute e su potenziali diagnosi di malattie, operando estrazioni di denti, spacciandosi per venditori di indulgenze, e così via. È interessante notare come da una parte, essi ottengano il consenso e la fiducia di molta utenza del popolo, dall’altra, non manchino di critiche e parole di demerito provenienti da fonti dotte: ne è un esempio il geografo Leandro Alberti (1479-1522) che in Descrittione di tutta Italia (Bologna, 1550), nelle pagine dedicate a Spoleto, evidenzia proprio l’aspetto della furfanteria di questi cerretani ingannatori e simulatori 10 . Ma è soprattutto, nello Speculum Cerretanorum di Teseo Pini, composto fra il 1484 e il 1486, che l’industria della questua e l’attività di medico da piazza degli abitanti di Cerreto viene descritta con dovizia di particolari 11 . I cerretani insomma finiscono per dare il nome a tutta una serie di finti medicastri: cavadenti, raccoglitori di elemosine sotto mentite spoglie, esperti incantatori di serpenti. Come fa notare David Gentilcore, proprio quest’ultimi esercitavano un forte fascino sulla gente; dotati di potenziali capacità risanatrici combinate con l’abilità di dar spettacolo, costituivano sicuramente un punto di passaggio cruciale nell’evoluzione da “cerretano” a “ciarlatano”. Lo studioso sottolinea il legame semantico tra incantatori di serpenti e ciarlatani, legame che si ritrova nel termine dialettale toscano “ciurmatore”, che appunto significa “incantatore”, “seduttore” 12 . Andrea Corsini, uno dei primi studiosi ad interessarsi alla questione della ciarlataneria, nel suo scritto Medici Ciarlatani e Ciarlatani medici (Bologna 1922) scrive: “Poiché sovente i ciarlatani (…), davano antidoti contro malattie, contro morsicature di serpenti o di altri animali velenosi, e si servivano talora di parole magiche, così pure venner chiamati “ciurmatori”. Tale aggettivo, di uso corrente in Toscana, comune anche nel Veneto e nell’Italia meridionale, passò poi a significare qualsiasi persona abile ad ingannare con parole o con raggiri”. 13

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Tommaso Garzoni, La piazza universale di tutte le professioni del mondo, (a cura di Giovanni Battista Bronzini con la collaborazione di Pina De Meo e Luciano Carcereri), Leo S. Olschki Editore, Firenze 1996, p. 906. 10 G. Cosmacini, Ciarlataneria e medicina…, cit., p. 14. 11 Lo Speculum cerretanorum di Pini è ristampato in Piero Camporesi (a cura di), Il libro dei vagabondi, Torino 1973, pp. 3-77. 12 Cfr. D. Gentilcore, Malattia e guarigione…, cit., p. 89. 13 Andrea Corsini, Medici ciarlatani e ciarlatani medici, Zanichelli, Bologna, 1922. (Il testo è stato qui consultato nella versione integrale nel sito http://www.archive.org/details/mediciciarlatani00cors).

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In queste parole Corsini evidenzia come gli antidoti, forniti dal ciarlatano, fossero utilizzati contro morsi di serpenti e di altri animali velenosi. Il timore del veleno, dell’avvelenamento – soprattutto quello causato da morsi di animali- era una delle grandi paure del Rinascimento; esso era strettamente correlato, nel suo modo di agire e nei suoi effetti vari e fatali, al maleficio e al sortilegio. Il terrore maggiore era quello delle morsicature delle vipere: fin dall’antichità questi animaletti erano fortemente temuti, ma allo stesso tempo – nell’idea di curare il simile con il simile, similia similibus - si riteneva che il potente liquido, somministrato a piccole dosi, fosse in grado di neutralizzare qualsiasi altra sostanza velenosa, compreso il contagio della peste 14 . I più abili maneggiatori e incantatori di serpenti si credeva fossero i Marsi, antica popolazione dell’Italia centrale, provenienti da quei territori che oggi corrispondono attualmente all’Umbria e all’Abruzzo. Come ricorda lo stesso Andrea Corsini, essi erano fin dai tempi di Galeno rinomati per possedere rimedi infallibili contro i morsi dei serpenti velenosi, quali vipere, marassi, aspidi, di cui pare fossero abilissimi cacciatori 15 . Nei secoli successivi i discendenti di questa popolazione rivendicavano di possedere lo stesso potere occulto dei loro antenati e per tutta l’età moderna (ma anche oltre) si spostavano di città in città, specie in Italia centrale e meridionale, portando con sé scatole piene di serpenti di varie grandezze e colori. Durante le stupefacenti esibizioni, dopo avere estratto i terribili animaletti dai contenitori, li maneggiavano davanti alla folla con finta noncuranza, dichiarandosi immuni ai loro venefici morsi 16 , esemplificativa in tal senso è l’incisione del 1660 del pittore bolognese Giuseppe Maria Mitelli [TAVOLA V]. In Sicilia –come riporta Gentilcore- l’arciprete Paolo Ciarallo e i maschi della sua famiglia, sostenevano di essere discendenti dagli antichi Marsi, e combinando abilità terapeutiche, quasi miracolose, a esibizioni non prive di toni drammatici, fingevano di guarire i morsi velenosi con la loro stessa saliva. Erano appunto noti come “serpari” o “ciaralli” e talvolta organizzati in dinastie familiari. 17 Altri maneggiatori di sepenti-ciarlatani si dicevano provenienti dalla stirpe di San

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Cfr. Alberto Palazzini, La medicina popolare in Italia (storia – tradizioni – leggende), F. Zigiotti, Trieste 1948, pp. 156-157. 15 Cfr. A. Corsini, Medici ciarlatani e ciarlatani medici, cit., p. 40. 16 Cfr. T. Garzoni, La piazza universale…, cit., p. 912: l’autore scrive: “si mette mano alle scatole, e si cava fuori un carbonasso lungo due braccia, e grosso come un palo, e poi un madarasso, e poi una vipera, e si spaventa il popolo con l’horrido aspetto di tali animalazzi”. Poco più sotto aggiunge: “Ma non finisce qui la cosa, che di nuovo si torna a mescolar nelle scatole, e si butta fuora un aspide sordo, un regolo o basilico morto, un crocodillo portato d’Egitto, una tarantola di campagna, una lucertola d’India, e con la mostra di tai serpenti si pone horrore alla turba, che tremebonda mette mano alla borsa e compra la gratia di S. Paolo ridotta a una baiella, o alla più stretta a due craize per carta” (vedi ibidem). 17 Cfr. D. Gentilcore, Malattia e guarigione..., cit., pp. 86-87.

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Paolo, a cui, appunto, si attribuiva la capacità di occuparsi dei morsi dei serpenti 18 . Questa associazione con il santo era stata fatta propria dagli incantatori: nell’episodio degli Atti degli Apostoli (28.3-5) si narra, infatti, di come nell’isola di Malta, San Paolo si fosse liberato senza subire nessun danno da una vipera che si era attaccata alla sua mano. I cosiddetti “paouliani” o “sanpaolari” maneggiavano i serpenti e stupivano il pubblico con il loro numero, ma il fine pratico –occorre ricordarlo- era quello di vendere, di gestire un commercio, come lo definisce Burke, all’insegna del “paga e porta a casa” 19 . Quello che esibivano era un speciale antidoto detto terra sigillata, conosciuto anche come pietra di San Paolo, terra di Malta o Gratia Pauli e che si ricollegava proprio alla leggenda dell’incidente di San Paolo a Malta 20 . “Terra bianca e leggiera la quale vendono i ciurmadori”, si legge –come ricorda Andrea Corsini 21 - negli antichi ricettari fiorentini, ma anche rimedio consigliato e prescritto dagli stessi medici ufficiali contro veleni di ogni natura. Come è facilmente ipotizzabile, fra i tanti inganni escogitati dai ciarlatani, vi era quello di vendere, invece della terra di Malta, terra qualsiasi, senza nessuna particolare connotazione o provenienza. A tale proposito Garzoni, riferendosi a coloro che “si fan chiamare della casa di San Paolo” sottolinea come siano soliti vendere “quella ballotta di terra, la quale stemprando in un bicchiere di vino, danno da bere ai contadini”, ma avverte che “falsamente si van nominando della casa di s. Paolo, essendo quasi tutti da Leccia di Puglia, o di qualche altro luogo circovicino” 22 . Scipione Mercuri, noto medico del XVII secolo, nello scritto in Degli errori popolari d’Italia (Venezia 1603), nella sua accusa contro la ciarlataneria, protesta anche contro questo fatto, sostenendo che costoro “vendono altra terra simile a quella (…) con tanto danno del misero volgo, il quale mentre è morso da qualche serpe, pensandosi d’essere aiutato non si provvede d’altri rimedi, e così in un medesimo tempo restano privi del dinaro che gettano via e della vita” 23 . Queste parole dimostrano come l’onorato medico condanni l’inganno e l’inefficacia della finta terra, e con ciò non ponga assolutamente in dubbio il valore curativo e antitossico delle vere “terre sigillate” 24 . Verosimilmente questa credenza indiscussa, anche da parte della medicina ufficiale, deriva dalla fiducia nei trattati di Galeno e da Dioscoride: come si evince                                                              18

Questo ruolo di maneggiatore di serpenti oltre che a San Paolo, era attribuito anche a San Domenico di Sora, dal quale deriva il nome “sandomenicari”. Per quanto riguarda la rivalità tra quest’ultimi e i sanpaolari si rimanda a Ivi, pp. 88-89. 19 P. Burke, Il rituale dei guaritori …, cit. p. 276. 20 Cfr. G. Cosmacini, Ciarlataneria e medicina…, cit., p. 32. 21 A. Corsini, Medici ciarlatani e ciarlatani medici, cit., p. 44. 22 T. Garzoni, Piazza universale…, cit., p. 908. 23 Il passo di Scipione Mercuri è ripreso in A. Corsini, Medici ciarlatani e ciarlatani medici, cit., p.45. 24 La terra sigillata si credeva fosse anche un rimedio contro la peste. Un ciarlatano toscano, di nome Bastiano Giannelli, ad esempio, vendeva tale rimedio proprio durante la diffusione della peste del 1630. Si veda D. Gentilcore, Il sapere ciarlatanesco…, cit., pp. 376-377.

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da tali scritti, questo rimedio potentissimo in principio si riteneva costituito di terra dell’isola di Lemnos, terra dalle presunte proprietà assorbenti, astringenti e sudorifere, e utilizzato come “farmaco” contro le infezioni 25 . La “terra lemnia” entrava così a far parte di preparati terapeutici, primo fra tutti la triaca, sorta di antidoto onnicurativo, progenitore antico di quello che diventerà più tardi il famoso e diffusissimo orvietano. Su questo punto torneremo più tardi. Ovviamente questi ciarlatani, abili incantatori, per offrire un miracoloso spettacolo al pubblico e farsi mordere senza, tuttavia, subire un reale danno, costringevano i serpenti ad addentare dapprima un pezzo di carne dura; in questo modo le sostanze velenose essendo rilasciate tutte sulla carne morsicata, rendevano innocua la morsicatura successiva. Corsini fa notare, inoltre, come tali ingannatori fossero soliti asportare con le forbici le sacche contenenti il micidiale veleno, oppure si cospargevano le mani di un particolare unguento, in grado da fungere da pellicola protettiva e impermeabile: “si spalmano molto diligentemente le mani con un unguento da loro esperimentato (…), e che è composto da olio estratto dal seme di rafano silvestre, dal succo delle radici di asfodelo, da cervello di Lepre, foglie di Sabina, bacche di alloro ed altre cose” 26 . Ma è pur vero che i ciarlatani-viperari-serpari spesso finivano per rimanere vittime dei morsi delle stesse vipere. Ricorda sempre il Corsini, riportando una testimonianza del medico senese Pietro Andrea Mattioli (1500-1577), all’interno del suo commento al “sesto libro di Dioscoride sopra i veneni”, che “due ciarlatani morsi dalla vipere in tre parti del corpo, che certamente sarebbero periti se il Caravito, quel chirurgo bolognese mio maestro [è il Mattioli che scrive] non li avesse unti con quel nostro olio di scorpioni, poiché non avrebbe loro giovato quella pietra che vendono ed a tutti offrono contro ogni veleno” 27 . Per annientare le sostanze velenose non veniva venduta solo la presunta o reale “terra sigillata” – come nel caso appena considerato dei sanpaolari truffatori- ma ad avere la meglio su tutti i rimedi era il cosiddetto orvietano [TAVOLA VI]. La triaca (insieme al mitridato), come accennato prima, erano il miscuglio polifarmaceutico che precedentemente, nell’antichità con Galeno, assolveva alla stessa funzione di antidoto universale 28 . Il Garzoni nel discorso LXXXIX dedicato ai “Dè speciari, overo aromatarii”, all’interno della sua Piazza                                                              25

Cfr. Ibidem; D. Gentilcore, Malattia e guarigione…, cit., p. 87. A. Corsini, Medici ciarlatani e ciarlatani medici, cit., p. 46. 27 Ivi, p. 47. 28 La triaca e il mitridato continuarono ad essere utilizzati per molti secoli, anche durante l’età moderna (in concomitanza con l’orvietano) e succesivamente fino alla metà del XIX Secolo; l’orvietano fu introdotto nella farmacopea solo verso la fine del sedicesimo secolo, ma già alla fine dell’Ottocento perse di importanza. Cfr. Patrizia Catellani e Renzo Console, L’orvietano, una panacea popolare e controversa, in Hhttp://chifar.unipv.it/museo/storia-vasi/orvietano/Orv.htmH, consultato il 1/04/2012. 26

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Universale definisce tali composti come “antidoti contro cose mortifere”29 . Un foglio sparso e senza data, appartenente a un certo ciarlatano di nome Giuseppe Bresciano, detto il Ferrarese, di cui dà testimonianza Paolo Rigoli, descrive le virtù della famosa triaca contro gli avvelenamenti: “Se alcuno fosse avvelenato deve ricorrere al detto Elettuario [si riferisce alla triaca] pigliandone quanto una Mandola distemperato in vino, perché subito rompe il veleno, e lo manda fuori per vomito o per secesso. Per morso di Vipera, Aspido overo altro animale velenoso si piglia detto Elettuario come sopra e doppo se ne porge sopra la morsicatura gettandogli due ventose a sangue, e non si lascia dormire ne bever aqua, e sana. Per morso di cane rabbioso si piglia al peso d’una Drama la mattina a digiuno, incorporandolo con vino per spatio di 10 giorni con avertire di scotar la Morsicatura” 30 .

L’elettuario triacale era buono anche per funghi velenosi, lumache, per il mal di madre, flati, dolori colici, vermi dei fanciulli, animali avvelenati da erba cattiva. Mettendo a confronto questo volantino con un altro del 1649 che descrive proprio le formidabili virtù dell’orvietano, si può notare come effettivamente i due rimedi fossero molto simili. L’orvietano era efficace non solo contro i “veleni vivi e morti, frigidi e caldi”, ma anche contro il veleno delle vipere, delle tarantole, dei cani con la rabbia e contro funghi velenosi, rane e lumache. Era utile anche per “dolori di stomaco, mal di madre, prolasso uterino, ventosità grosse, e dolori colici, di fianco, o punture”, vermi intestinali, febbre quarantana, “varoli e mali contagiosi” 31

Un altro foglio sciolto di Cristoforo Contugi, ciarlatano originario di Orvieto da cui eredita l’appellativo di “Orvietano” 32 , mostra all’interno della cornice decorativa, immagini di                                                              29

T. Garzoni, Piazza Universale…, cit., p. 810. Paolo Rigoli, Gli infiniti inganni, il mestiere del ciarlatano tra Sei e Settecento, Della Scala Edizioni, Verona 1990, scheda n. 24, p. 40. L’autore trascrive qui un elenco, sulla base di due registri conservati presso l’Archivio di Stato di Verona (ASvr) (Archivio Campagna, n. 2388 e 2396, buste CXLVI e CXLVII), in cui riporta le licenze veronesi concesse ai ciarlatani dal 1678 al 1803. Ogni scheda riporta oltre alla denominazione del “segreto” e delle malattie o disturbi cui doveva essere applicato, anche delle note aggiuntive contenenti varie informazioni. 31 Il volantino appartiene a Francesco Nava, in Archivio di Stato di Bologna, Studio, b. 214. Il passo è ripreso da D. Gentilcore, Malattia e guarigione, cit., p. 84. 32 Qualche accenno sulla figura di Cristoforo Contugi in G. Cosmacini, Ciarlataneria e medicina…, cit., p. 34. Si veda anche A. Corsini, Medici ciarlatani e ciarlatani medici, cit., pp. 37-39. L’autore sottolinea in particolare l’aspetto dell’acquisizione in poco tempo, da parte del Contugi, di una straordinaria celebrità, soprattutto in 30

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animaletti velenosi, serpi contorte, rospi 33 , scorpioni di varie forme, ma anche rappresentazioni di funghi nocivi; all’interno del testo sono esaltate le proprietà del magico antidoto [TAVOLA VII]. Il medicastro adottò come marchio del suo orvietano l’emblema del Sole: utilizzato non solo come simbolo sul volantino, ma anche come insegna nel suo negozio parigino, raffigura un sole stilizzato con una faccia umana circondato dalla scritta “UT SOL SOLUS UT SAL SALUS”, un emblema personalizzato, dunque, che lo identificava e che lo pubblicizzava largamente presso il pubblico 34 [TAVOLA VIII]. Contugi detentore della formula segreta e del privilegio di vendita esclusiva sull’orvietano, diventò ben presto erede di Giovanni Vitrario, a sua volta successore di quel Girolamo Ferrante, ciarlatano per eccellenza e ritenuto l’inventore dell’ “elettuario 35 ”. A partire dal 1646 il Contugi, insieme alla moglie Clarissa Vitraria, ottenne la cittadinanza a Parigi , riscontrando –grazie anche all’intraprendenza attoriale- un successo senza pari. Ma se è vero che riuscì ad accapparrarsi la stima dell’alta società e della corte francesce, altrettanto vero, è che non riuscì mai ad avere l’approvazione delle autorità mediche ufficiali, nonostante i suoi continui tentativi di imbuonirsi l’elìte professionale. I ciarlatani, non solo incantatori di serpenti, ma anche venditori itineranti di unguenti di vario genere, di amuleti magici [TAVOLA IX], di rimedi antitossici come le “terre sigillate” e il potentissimo orvietano, venivano visti con curiosità e ingenuamente ritenuti validi guaritori dalla gran parte del popolo. Sicuramente uno degli aspetti che più fra tutti contribuiva alla credulità dei più – oltre alla capacità dei ciarlatani di instaurare un rapporto diretto con la popolazione - era il carattere di mistero e segretezza dei rimedi esibiti 36 , la loro componente esotica così bene decantata.

                                                                                                                                                                                           Francia. Il medico studioso traccia inoltre un breve confronto con il suo predecessore Girolamo Ferrante e con il rappresentante toscano di quest’ultimo: Jacopo di Giuseppe Talavino, detto il Tedeschino. 33 Anche il rospo era ritenuto velenoso, e così come la vipera veniva utilizzato come antidoto nella triaca. Si credeva che il rospo rilasciasse un liquido velenoso da tutti i pori, in grado di accecare, far diventare calvi o provocare eruzioni di pustole. A tale proposito si veda A. Palazzini, La medicina popolare in Italia, cit., p. 157; 248. 34 Pare che il Contugi fosse molto attento ai pericoli di plagio del suo marchio: si batteva contro i concorrenti falsari, denunciava le contraffazioni, cercava in tutti di mantenere la sua esclusiva sul prodotto segreto (G. Cosmacini, Ciarlataneria e medicina…, cit., p. 34). 35 Elettuario nel senso di medicamento composto comprendente ingredienti “eletti” ossia “scelti, considerato anche “ecligma” (da ec-leìcho, lambire, leccare), ossia sostanza molle che si scioglieva in bocca, simile come consistenza al miele, formato da un miscuglio di erbe, aromi, spezie – tra cui cannella, chiodo di garofano, pepe e polpe di frutti. Il composto risultava quindi particolarmente appetibile al palato. A tal proposito cfr. Ivi, p. 33 36 Su questo punto si veda D. Gentilcore, Malattia e guarigione…, cit., p.92. L’autore fa notare come l’aspetto dell’assoluta segretezza di tali rimedi sia vera fino ad un certo punto: per ottenere le licenze atte a consentire la loro vendita, i ciarlatani erano obbligati a stilare un elenco contenente gli ingredienti utilizzati.

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3. Stampa a basso costo e secreti in piazza

In concomitanza alla nascita e allo sviluppo del fenomeno della stampa – quest’ultima sempre più presente all’interno della dimensione cittadina - si assiste ad una vasta diffusione di fogli volanti 37 e opuscoletti di poche pagine, solitamente venduti a costi molto ridotti e finalizzati a scopi pubblicitari. I ciarlatani, sia che fossero cantastorie o medici improvvisati, erano tra i principali protagonisti di questo smercio di immagini e libretti economici. Essi si rivolgevano ad un pubblico eterogeneo di persone: non solo coloro che occupavano le classi più basse, ma anche uomini istruiti, appartenenti a settori socialmente elevati 38 . La città era certamente un teatro aperto di coesistenze diverse. Le operette vendute erano esemplari per lo più in vernacolo e in piccolo formato (principalmente in ottavo e in quarto) costituite solitamente da materiale povero, aspetto che ha certamente messo a dura prova la loro conservazione nel tempo. Riprendendo ora la figura del ciarlatano medico, come abbiamo visto riportando prima l’esempio del Contugi, egli distribuiva nelle piazze volantini di vario genere: fogli sciolti, ricettari di rimedi, manifesti di carattere informativo, ecc, quasi sempre accompagnati dalla proposta –affannata e rindondante- di medicinali, antidoti curativi (come l’orvietano), saponi e profumerie varie 39 . All’interno dello scenario urbano questi commercianti ambulanti mentre mettevano in vendita i testi, li recitavano, li declamavano ad alta voce con gesti e toni altisonanti, talvolta essi venivano accompagnati da musica e danze. I venditori di strada che reclamizzavano le loro merci gridando, divennero un topos sempre più frequente nella letteratura del tempo. I luoghi prediletti per lo smercio erano le piazze, perfetti scenari teatrali, già di per sé scenografici, che diventavano –con l’aggiunta di palchetti e stendardi- gli sfondi ideali per dar prova di capacità commerciali e persuasive. Nel caso di Venezia, oltre a Piazza San Marco [TAVOLA X] e alla via commerciale della Marzaria, altri luoghi di raccordo e di frequente passaggio, erano i ponti, elementi di transito obbligato e potenziali fulcri di raduno cittadino, primo fra tutti, il Ponte di Rialto. Ma non tutte le aree erano liberamente fruibili dai ciarlatani: esistevano, infatti, delle leggi che regolamentavano in tal senso la possibilità di sbraitare in questo o in quel posto. Nel 1534, ad esempio, l’esibizione dei ciarlatani davanti a San Marco fu circoscritta in una zona specifica della grande piazza, ossia quella vicino alla                                                              37

Nell’italiano dell’epoca venivano anche detti “fogli passeggeri” o “foglietti”. Cfr. Rosa Salzberg, La lira, la penna e la stampa: cantastorie ed editoria popolare nella Venezia del Cinquecento, trad. di Luisa Casanova Stua e di Eleonora Nespoli, C.R.E.L.E.B. Università Cattolica, Edizioni CUSL, Milano 2001, pp. 4-5. Il pdf è liberamente accessibile, scaricabile, stampabile in Hhttp://creleb.unicatt.itH. Si veda anche P. Rigoli, Gli infiniti inganni…, cit., p. 20. 39 Per quanto riguarda la questione dei volantini da parte dei ciarlatani, i loro scopi e le possibili influenze, si rimanda a D. Gentilcore, Il sapere ciarlatanesco…, cit., pp. 378-382. 38

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Torre dell’Orologio. Questi personaggi ambulanti, la cui attività era quella esplicitamente riconosciuta di “cantar, dispensar istorie, cavare denti” non potevano stare “verso le colonne in luogo alcuno”, bensì “debbano stare verso l’orologio (…)” 40 . Un caso di venditore di rimedi molto famoso, nonché assiduo distributore di stampati, è Iacopo Coppa, originario di Modena da cui eredita il soprannome de “Il Modenese”. Egli, combinando con brio esibizioni in pubblico, smercio di foglietti vari, e doti oratorie, fu in grado senza troppa difficoltà di accapparrasi la protezione di personalità importanti nel panorama sociale e culturale del tempo: la nobile patrona locale Caterina Barbaro, il letterato Pietro Aretino, Celio Malespini ed altri personaggi potenti. Verosimilmente proprio con l'appoggio della Barbaro, egli riuscì a farsi cedere dall'editore Francesco d'Asola il privilegio rilasciato dal Senato veneto per la stampa di alcuni inediti dell'Ariosto, e pubblicò così, con dedica alla nobildonna, l'Edito princeps dell'Erbolato: Herbolato di M. Lodovico Ariosto. Si tratta di un breve opuscolo in forma di monologo con la voce di un certo personaggio di strada, chiamato Antonio Faentino, una sorta di resoconto scritto di un ciarlatano medico imbonitore. Solitamente il Coppa si esibiva con alle spalle un grande stendardo dove era raffigurata una donna nuda con una lingua mozzata nella mano sinistra e un coltello nella destra, rappresentazione iconografica della menzogna punita. Si trattava chiaramente di un espediente figurativo per rafforzare la credibilità e l’effetto di quanto andava reclamizzando. Un personaggio curioso, il Coppa, declamatore di storielle e filastrocche, impegnato a battersi con caparbietà contro le autorità mediche, rappresenta un caso esemplare di ciarlatano medicastro, grande dispensatore e diffusore di stampa a basso costo 41 . Alcuni ciarlatani pubblicavano e dispensavano volantini, raccolte di segreti medici, piccoli ricettari fai-da-te contenenti rimedi per indisposizioni di vario tipo. Uno dei primi esempi, risalente alla fine del Quattrocento, di un ciarltano che accompagnava la sua attività di smercio con foglietti volanti, è quello di maestro Giovan Pietro, proveniente da Camerino 42 ; egli vendeva la cosiddetta Grazia Pauli o terra sigillata e –al fine di spronare all’acquisto- si serviva di una sorta di volantino-ricettario 43 , stampato su carta di piccole dimensioni (9,8 x 13, 3 cm), in cui erano elencati in sette punti gli effetti, le modalità d’uso e i dosaggi del rimedio. Come un moderno bugiardino insomma.                                                              40

Legge del 4 gennaio 1534 citata in Nelli-Elena Vanzan Marchini, Le leggi di sanità della Repubblica di Venezia, I, Neri Pozza, Vicenza 1995, p. 400. 41 Cfr. David Gentilcore, Medical Charlatanism in Early Modern Italy, University Press, Oxford 2006, p. 70 42 Cfr. D. Gentilcore, Il sapere ciarlatanesco…, cit., p. 379. 43 L’uso del termine “Ricetta” inteso come descrizione delle qualità, delle funzioni, della posologia del rimedio venduto (e non come guida per la fabbricazione di un rimedio) era molto diffuso.

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Un esempio simile di avviso informativo da parte di un ciarlatano è quello di Tommaso Capello che in un suo foglietto pubblicizza un’acqua benefica in grado di curare soprattutto problemi agli occhi e alla vista [TAVOLA XI]:

Nobilissimi Signori E gionto in quella nobilissima Città il suo Servitor Tomaso Capello possessore di quel probatissimo, e mirabilissimo Secreto dell’Acqua Balsamica per qualunque male delli occhij Perveniente cossi di Flusioni come d’ogni altro acidente & impefetioni & detta aqua vale si sia persona tanto vecchia quanto giovine & massime a chi patisse vista debole & corta. Perché quest’aqua schiarisse la vista & fortifica la medesima. Et parimente il medesimo possiede altri Probatissimi secreti come di guarire qual si sia dolor de denti, senza cavarli netarli e conservarli sani, & anche di guarire rogna e Calli ongie incarnate occhi/polini, che vengono nei piedi, Buganze & altri secreti che parlando con il sudetto resteranno del tutto soddisfati. Perché già fanno le esperienze che ho fatto in questa nobilissima Città, però se qualcuno volesse provedersi delli suoi secreti vengano o in piazza o a Casa, che faranno serviti.

Accanto ai singoli fogli stampati con informazioni sul prodotto (usi e dosaggi), esistevano anche dei veri e propri libricini di ricette: la raccolta di segreti di Iacopo Fraise (personaggio del Settecento, proveniente da un paesino a sud di Salerno) rappresenta un esempio possibile di come fossero concepiti questi libercoli: il testo del Fraise contiene un elenco di quasi 300 ricette messe insieme senza un preciso ordine, in cui medicina, magia e religione sono combinate fra loro, in un rimando indefinito di sovrapposizioni. Erano, infatti, incluse la recitazione dei salmi per risanare i malati, per implorare l’intercessione divina o sconfiggere il potere fatale di morsicature velenose, versi biblici per varie malattie, tra cui il mal caduco, cioè l’epilessia, particolari formule accompagnate da certi rituali, e così via. Conteneva addirittura istruzioni domestiche rivolte alle donne, come quello “per levare ogni macchia” 44 . Ora non sappiamo quale fosse la diffusione di questo ricettario, ma sicuramente non rappresenta un fenomeno isolato. Come sottolinea Gentilcore 45 , è probabile che alcuni di questi segreti medici derivassero in parte dalla trasmissione orale, in parte dalla tradizione scritta della medicina antica: tali produzioni si collocano, dunque, a metà tra conoscenze ereditate dall’oralità e saperi riconosciuti come autorevoli.                                                              44

La collezione di segreti del manoscritto di Fraise è in Roberto Marino (a cura di), Medicina e magia: segreti e rimedi in due manoscritti saleritiani del ‘700, Bulzoni Editore, Roma 1991. 45 Cfr. D. Gentilcore, Malattia e guarigione…, cit., p. 92.

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4. Teatro della medicina

La messa in scena teatrale, come si è già accennato, costituiva una delle peculiarità maggiori dell’attività ciarlatanesca. Le feste, le fiere (come quella nella piazza centrale di Poggio a Caiano [TAVOLA XII], o la fiera di campagna dell’Impruneta alle porte di Firenze [TAVOLA XIII] ), le sagre, i mercati nelle piazze, rappresentavano sicuramente grandi occasioni di spettacolo, momenti ideali per inscenare rappresentazioni con lo scopo di intrattenere e divertire il pubblico. Il vescovo di Verona, Agostino Valier, nei suoi discorsi, non mancava, tuttavia, di sottolineare l’importanza durante queste feste di comportamenti corretti e decorosi, e vietava –in maniera categorica- la vendita di cose illecite, il vagabondaggio per le piazze di ciarlatani “ingannatori del popolo e maestri di vanità” 46 . Dall’intento di Valier di frenare l’attività ciarlatanesca durante le festività religiose, emerge come in realtà la dimensione dello spettacolo e il ruolo del ciurmatore popolare, fossero strettamente intrecciate tra loro. Andrea Corsini fa notare che l’unione delle due industrie, teatro e ciarlataneria, rappresenta una costante nel tempo, tanto da ritrovarla, ancora nel XVIII, con Goldoni 47 . Scipione Maffei, a Settecento inoltrato, in Dè Teatri antichi e moderni (Verona 1573) scrive che spesso “Ciarlatani si sono veduti chiamare il popolo con Comedie vere, e non differenti punto dalle Teatrali” 48 . Ma torniamo al Cinquecento: il canonico Tommaso Garzoni all’interno della sua Piazza, nel discorso CIII dedicato ai “Dè formadori di spettacoli in genere et dè ceretani, o ciurmatori massime”, mette in luce proprio l’aspetto connesso con la tendenza alla spettacolarizzazione, la componente teatrale che faceva da cornice all’atteggiamento pomposo dell’imbonitore di piazza. Un esempio fra tutti, messo in evidenza dal Garzoni, è quello del cosiddetto Milanese, venditore ambulante di unguenti miracolosi e scatoline di polvere segreta, che “con la bareta di veluto in testa, e con la penna bianca alla guelfa, vestito nobilmente da signore, finge l’innamoramento con Gradella” 49 . Milanese e Gradella erano quindi una coppia classica della ciarlataneria teatrale sulla piazza di Milano; altrove troviamo Fortunato (Maffeo Taietti) con Fritata, il Toscano (Alberto di Grazie di Lucca) con Burattino, maestro Mucchio con Zan dalla Vigna, il Napolitano con

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Agostino Valier Vescovo di Verona Alli R. P. Predicatori della Città, & Diocese di Verona, salute nel Signore, foglio volante senza data nella raccolta di stampe della Biblioteca Civica di Verona. La citazione è ripresa da G. Cosmacini, Ciarlataneria e medicina…, cit., p. 73. 47 Cfr. A. Corsini, Medici ciarlatani e ciarlatani medici, cit., p. 59. 48 Scipione Maffei, Dè teatri antichi e moderni Trattato in cui diversi punti morali appartenenti al teatro si mettono del tutto in chiaro, Agostino Carattoni, Verona 1753, p. 40. 49 Tommaso Garzoni, La piazza universale…, cit., pp. 910-911.

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Tamburini, e così via 50 . I ciarlatani, spesso, si avvalevano di vere e proprie compagnie di teatranti: i ruoli degli uni e degli altri non erano nettamente definiti, talvolta i componenti della compagnia si improvvisavano farmacisti e aiutavano il medicastro a confezionare le sue trappolerie, e non raramente i ciarlatani recitavano insieme agli attori 51 . Le due dimensioni, come fa notare Gentilcore, derivavano entrambe dalle stesse tradizioni medievali della farsa, della giocoleria e della buffoneria 52 . Alla fine del XVI secolo, quando l’orvietano, trovò ampia diffusione, queste compagnie italiane così mischiate, giravano di città in città, anche fuori dai confini dell’Italia stessa. Meta preferita fra tutte, la Francia, in cui il connubio teatrociarlataneria italiana riscontrò il favore del pubblico con grande successo 53 . Un esempio di ciarlatano medico che utilizzò gli espedienti della commedia dell’arte, è quello del già nominato Girolamo Ferranti, l’inventore dell’Orvietano: egli era riuscito ad ottenere, con supplica del maggio 1609, dal Tribunale principale di Firenze, l’autorizzazione di poter montare in banco con la sua compagnia ed avere il privilegio di vendere il miracoloso e potente antidoto 54 . Il Ferranti (o Fioranti) si sarebbe servito di un certo Jacopo di Giuseppe Talavino, detto il Tedeschino, un cantimbanco di Udine e suo rappresentante in Toscana. Volendo qui sottolineare il forte intreccio tra ciarlataneria medica e teatro, occorre ricordare che quel Girolamo, detto “l’Orvietano” nel 1616 risulta essere a Firenze con la sua compagnia teatrale: gli avvisi della città testimoniano come l’elemento di maggiore attrazione fosse una certa Vettoria, una avvenente e giovane donna che intratteneva il pubblico improvvisando danze, canti, salti. Pagata quindici scudi al mese si esibiva in seducenti spettacoli la cui durata variava a seconda del denaro raccolto 55 . Scipione Mercurio nella sua accusa contro la ciarlataneria fa notare come questi personaggi “ciarlatani, graziani, zanni, pantaloni, burattini” 56 , fossero soliti far uso di travestimenti e mascheramenti presi in prestito dalla commedia dell’arte. Non solo, un tale Tommaso Maiorini di Capua, cavadenti e venditore di un unguenti magici per piaghe e per la crescita dei capelli, si faceva chiamare “Polcinella”, una delle maschere della commedia dell’arte particolarmente legata alla città di Napoli. La sovrapposizione tra attore e ciarlatano è riflessa anche in un dipinto del 1657 del pittore olandese Dujurdin Karel, intitolato Les Charlatans Italians o Le Marchant d’Orvietan, in cui sono raffigurate sopra una sorta di palchetto in                                                              50

Cfr. Ibidem. A. Corsini, Medici ciarlatani e ciarlatani medici, cit., p. 59. 52 Cfr. D. Gentilcore, Malattia e guarigione…, cit., p. 96. 53 Ibidem. 54 A. Corsini, Medici ciarlatani e ciarlatani medici, cit., p. 38. 55 Si veda a tala proposito D. Gentilcore, Malattia e guarigione…, cit., p. 80. 56 Scipione Mercurio, Degli errori popolari d’Italia, cit., in G. Cosmacini, Ciarlataneria e medicina…, cit., p. 74. 51

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legno montato su due cavalletti –e poco più in basso- due personaggi travestititi da Scaramuccia e da Zanni. [TAVOLA XIV] Grande successo, inoltre, riscosse presso il pubblico la maschera di Graziano, medicastro e astrologo, poi trasformata in quella del dottor Balanzone. Quest’ultimo si presentava come gran “ciacolone”, pieno di boria e sempre pronto ad emettere sentenze e citazioni in latino. A tale proposito molto irriverenti sono le caricature del già citato Giuseppe Maria Mitelli, artista bolognese che più volte si cimentò in questo genere attraverso il mezzo incisorio. L’autore in alcune incisioni ritrae con spirito satirico e pungente l’immagine del dottore pomposo. Ne è un esempio l’incisione del 1675 [TAVOLA XV], in cui nella parte inferiore sono riportati i versi dei due protagonisti, il dottore e la morte 57 : Dottore versato in tutte le scienze Io son delle Dottrine il Calendario, o sono del saper l’unico vaso; troverà in me qualunque avrà buon naso l’Utile col Diletto, e il Necessario.

A fianco ai versi del Dottore versato in tutte le scienze, troviamo i versi della Morte che fanno riflettere il lettore sulla vanità di tutte le cose e sull’inconsistenza dell’autocompiacimento del presuntuoso medico: Morte Mentre essalti i tuoi vanti, osserva i miei. Tu, che di van Saper gonfio ten vai; Che potrai dir allor, ch’essai tu sai, Quando tu sai chi sono, e sai chi sei

Il dottore è raffigurato con una toga importante, un cappello a tesa larga, secondo l’uso del tempo, allarga le braccia in un gesto altisonante come se fosse in procinto di pronunciare un magniloquente discorso. L’immagine rimanda appunto allo stesso dottore Graziano o Balanzone della Commedia dell’arte, quasi una sorta di imbonitore di piazza.

                                                             57

L’incisione ad acquaforte è conservata presso la Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio di Bologna (BCAB, 17. Y.I.16); l’immagine è riportata in Pierangelo Bellettini, Rosaria Campioni, Zita Zanardi (a cura di), Una città in piazza, comunicazione e vita quotidiana a Bologna tra Cinque e Seicento, Sala dello Stabat Mater 24 maggio31 agosto 2000, Editrice Compositori, Bologna 2000, p. 217, tav. 149.

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In un’altra incisione del 1691 dello stesso Mitelli [TAVOLA XVI] dal titolo Uno lo fa all’altro, e il diavolo a tutti 58 , le figure si presentano collocate in semicerchio, ognuna connotata dagli attributi rappresentativi di riferimento; sopra ad ogni personaggio troviamo un cartellino con il nome identificativo sotto cui seguono dei brevi versi descrittivi (in prima persona): il Ricco con il Buffone e il Bravo, il Villano, il Mercante, l’Avvocato, la Meretrice, il Medico e, infine, a destra e in basso, inginocchiato, il Demonio tutto intento a tendere verso di sé dei fili ben legati a ciascun personaggio. È una denuncia –in chiave caricaturale e sprezzante- dei vizi umani. Nella parte inferiore dell’incisione, all’interno di riquadri, sono riportati dei versi dall’apparenza di filastrocca popolare. La figura-marionetta che qui ci interessa è quella del dottore, anche qui rappresentato nelle vesti di Graziano-Balanzone, a cavallo di un asino con una sorta di vasetto nella mano sinistra. “Con bossoli e ricette ammazzo questi sette”: dice la didascalia sopra il personaggio. Nel riquadro in basso (riferito al medico) invece troviamo scritto:

Segue il Medico, e procura Dal malor cavar danaro Mà ignorante, è pur avaro Nol conosce, e nol cura Quindi avvien, ch’in sepoltura Vanno i poveri ammalati, Che da lui son ammazzati.

Questi versi descrivono bene la furfanteria, l’ignoranza, il desiderio senza scrupoli di arricchimento non solo di alcuni ciarlatani, ma anche di certi medici ufficiali. È curioso pensare come gli stessi ciarlatani medici -che verosimilmente intendevano apparire al pubblico in una veste di credibilità, come veri medici appunto- durante le scenette che li vedevano coinvolti, adottassero spesso proprio la maschera parodia di loro stessi, quella appunto del medicastro Graziano. E così vestiti, con il cappello a tesa larga e la barba fluente, esasperavano l’eloquenza attraverso l’uso di parole dotte, oppure certi atteggiamenti tipici del dottore, come l’incedere a capo chino, o il caricare il volto di espressioni di finta severità. L’inscindibile sodalizio tra ciarlatano e spettacolo, il portare sul palco graziani, zanni, scaramuccie, pulcinelle, ecc, diventò dunque una costante dell’attività ciarlatanesca. Bene                                                              58

Si rimanda alla scheda relativa in Ivi, p. 189. tav. 89

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inteso, non tutti i venditori ambulanti di medicamenti si avvalevano di comici e di compagnie teatrali: ne è un esempio, nel Settecento, il dotto salimbanco Buonafede Vitali, detto l’Anonimo, che tenne a debita distanza la componente comica e buffonesca, ritenendo l’intreccio tra le due dimensioni un rischio per l’onorabilità del proprio mestiere 59 . Ma di fatto nella maggior parte dei casi, l’evento spettacolare connesso con la vendita dei prodotti medicamentosi, nel tentativo non solo di intrattenere gli astanti, ma anche di spronarli all’acquisto, prosperò nelle piazze per lungo tempo.

5. L èlite medica con e contro la ciarlataneria

La permeabilità tra teatro di strada e ciarlataneria, era uno degli aspetti su cui le autorità mediche ufficiali facevano più leva per rafforzare le proprie accuse contro l’attività dei medicastri di piazza. I collegi dei medici e i Protomedicati italiani regolavano e controllavano le altre categorie di guaritori riconosciute come tali (chirurghi, speziali e levatrici); ovviamente la criticità e la rabbia nei confronti dei ciarlatani-empiristi, che esercitavano la professione medica senza nessun tipo di autorizzazione, era verso questi ultimi personaggi ancora più forte. Scipione Mercurio in “Degli errori popolari d’Italia” (all’interno del libro IV, capitolo III “Dell’origine qualitadi e inganni dè ciarlatani”) li definisce come “buffoni, strani, quelli che nelle piazze o luoghi pubblichi sopra i banchi si sforzano di dar spasso al popolo per ingannarlo, vendendo loro medicamenti, ogli, polveri contra mille mali” 60 . Tuttavia, come già accennato prima, se da un lato l’istituzione ufficiale reprimeva il fenomeno della presunta risoluzione di malattie da parte dei ciarlatani, dall’altro, non di rado, gli stessi medici fisici concedevano loro permessi e licenze per esercitare liberamente l’attività61 .                                                              59

Si veda Buonafede Vitali, Lettera Scritta ad un Cavaliere suo Padrone dall’Anonimo In diffesa della Professione del Salimbanco. Coll’aggiunta in fine d’ una raccolta di segreti utili, e dilettevoli a qualsivoglia stato di Persone, Fratelli Merli, Verona 1730, p. 26; 30; Cfr. Paolo Rigoli, Gli infiniti inganni, il mestiere del ciarlatano tra Sei e Settecento, Della Scala Edizioni, Verona 1990, pp. 18-19. 60 Il passo di Scipione Mercuri è ripreso da G. Cosmacini, Ciarlataneria e medicina…, cit., p. 30. 61 Cfr. D. Gentilcore, Il sapere ciarlatanesco…, cit., p. 374. L’autore fa notare che rilasciare le patenti rappresentava, in un certo senso, un modo per regolare e controllare –almeno in parte- il fenomeno ciarlatanesco, fenomeno certamente difficilmente sradicabile. Un sostenitore di questa procedura era, ad esempio, il protomedico romano Paolo Zacchia, il quale sosteneva che il rilascio delle autorizzazioni fosse utile per limitare

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Pensiamo alle autorizzazioni rilasciate dal Tribunale principale di Firenze (“Otto di balìa”) a Girolamo Ferranti: nella supplica nel maggio del 1607 il ciarlatano chiese di “montar in banco et smaltire elettuari contro i veleni, nonostante il bando contro birboni, cantimbanchi et vagabondi” 62 . Come documenta Andrea Corsini, la supplica diretta a Sua Altezza Serenissima (il Granduca di Toscana), trasmessa poi “ai sigg.ri Otto di balìa”, trovò favorevole accoglienza anche tra i membri del Collegio Medico: la concessione, accordata, fu inscritta nel libro delle matricole e delle licenze rilasciate da quest’ultimo 63 . Non solo, anche il fiduciario del Ferranti, il cosiddetto Tedeschino (Jacopo di Giuseppe Talavino), aveva avuto nel 1599, e successivamente nel 1603 e nel 1607, la concessione dal Collegio Medico Fiorentino di vendere certi unguenti da lui preparati. Il 13 maggio 1609 oltre a smerciare il “suo olio stillato insieme ad altre specialità” 64 poteva intrattenere liberamente il pubblico cittadino con le sue donne e con la sua compagnia. Esaminando le autorizzazioni concesse al ciurmatore o al “mezzo chirurgo”, ci si accorge che le speciali abilitazioni si riferivano anche a malattie croniche o considerate incurabili: sifilide, cateratte, ernie, scabbia, alopecia, calcolosi vescicale, e così via. Oppure le patenti riguardavano la possibilità di operare l’estrazione dei denti, oltre alla concessione di vendere saponi, unguenti e profumerie varie. Curioso è il fatto che mentre si permetteva ai ciarlatani di curare malattie, talora gravi, come la sifilide, agli stessi si proibiva di prescrivere o di dare purganti, senza l’ordine del medico ufficiale 65 . Le licenze solitamente si rilasciavano per un determinato tempo e, periodicamente, venivano sottoposte a revisione. Ovviamente le autorità mediche, prima di procedere al rilascio della patente, controllavano anche il contenuto dei volantini che poi sarebbero circolati nelle piazze, e spesso ne correggevano il linguaggio, se ritenuto non adatto 66 . Talvolta nel rilasciare le autorizzazioni, il Collegio Medico non si accontentava dei semplici certificati esibiti dai ciarlatani, e qualora lo ritenesse opportuno (specie se si aveva a che fare con la chirurgia) 67 ,                                                                                                                                                                                            la diffusione di rimedi nocivi a danno del popolo (i medicinali venivano infatti analizzati dalle autorità mediche preposte), e per fermare, quantomeno parzialmente, la libera circolazione dei falsi ciarlatani. (Ibidem, nota n. 1) 62 A. Corsini, Medici ciarlatani e ciarlatani medici, cit., p. 38. 63 Qualche accenno in G. Cosmacini, Ciarlataneria e medicina…, cit., p. 29. 64 A. Corsini, Medici ciarlatani e ciarlatani medici, cit., p. 40. 65 Il divieto di prescrivere soluzioni purganti pare fosse –come fa notare Corsini- un retaggio dei più antichi statuti. Il divieto era esteso, senza autorizzazione del medico, anche agli speziali. (Ivi, p. 64). 66 Cfr. D. Gentilcore, Il sapere ciarlatanesco…, cit., pp. 381-382. 67 I ciarlatani, molto spesso, esercitavano la bassa chirurgia e venivano qualificati come “norcini” anche se non venivano da Norcia e non esercitavano contemporaneamente il mestiere originario del norcino che consisteva nell’uccidere i maiali e portarli in spalle alle botteghe. Nell’immaginario collettivo della gente urbana, i norcini abitanti delle montagne di Norcia, venivano visti come sorta di chirurghi; praticanti del “taglio della borsa”per l’erniotomia e la castrazione, erano soprannominati “i medici dei testicoli”. Sui “norcini” si veda G. Cosmacini, Ciarlataneria e medicina…, pp. 19-26; A. Corsini, Medici ciarlatani e ciarlatani medici, cit., p. 55;62.

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sottoponeva i richiedenti ad un esame. Certamente a seconda dei luoghi, dei casi, dei momenti, si era più o meno severi; di fatto, il pagamento di tasse per ogni licenza rilasciata era un incentivo da non sottovalutare. Così, con tanto di bollo e timbro, i ciarlatani in un certo senso venivano ad essere legalmente riconosciuti, tanto che essi stessi quasi sempre non si opponevano al sistema delle patenti; del resto con l’autorizzazione rilasciata erano legittimati ad esercitare l’attività e non potevano essere accusati di esercizio abusivo 68 . Addirittura in un bando dei “Consoli dell’Arte et Università dei Medici et Spetiali di Firenze” del 12 novembre 1574, fra i vari membri, all’interno di un sistema di classificazione gerarchico, all’ultimo posto, figuravano anche loro: “i ciurmadori” 69 . Nonostante le patenti concesse e qualche minimo riconoscimento, i medici ufficiali quasi sempre disprezzavano questi mestieranti di strada, e li combattevano violentemente; soprattutto si scagliavano contro coloro che non avevano compiuto l’iter formativo per esercitare la professione. A questo punto occorre ricordare una figura, ambigua, non facilmente collocabile, che proprio per questo, risulta essere estremamente interessante. Si tratta del nobile veronese Tomaso Zefriele Bovio, sprovvisto di diploma medico e senza nessun sapere teorico alle spalle. Egli sosteneva, tuttavia, di aver fatto attraverso la pratica la vera esperienza della medicina, diventando ben presto –come lui stesso si definì- “medico dei disperati e degli abbandonati”. Le sue considerazioni, contenenti critiche violente rivolte ai rappresentanti della medicina ufficiale (li chiama incapaci, sfruttatori, assassini, sofisti, ecc), furono esposte in un libercolo intitolato il Flagello dè medici rationali (Venezia 1583). Il libretto, che ebbe fin da subito una discreta diffusione, ad un anno circa dalla sua pubblicazione, provocò – com’era intuibile - la risposta di difesa da parte del Collegio medico di Venezia, nello specifico fu incaricato il giovane medico veneziano Claudio Gelli, appena ventottenne e fresco di studi. Le argomentazioni presentate da quest’ultimo sono lucidamente sistematiche, tutte volte a svalutare la figura dell’empirico Bovio, definito appunto come ciarlatano, come ignorante avendo “iniziato direttamente a praticare la medicina all’oscuro della teoria”. Stabilire quale fosse il confine tra medico empirico e ciarlatano non è sicuramente facile, ma di certo la medicina ufficiale, Gelli ne è un esempio, tendeva a sovrapporre le due figure e a considerarle la stessa cosa. Agli occhi dei medici dotti il Zefriele (nome che il nobile verenose si aggiunse, come quello dell’arcangelo custode) non era altro che un impostore incapace, buono solo a “dir e a narrar cose vane”. Ma Bovio non era un ciarlatano (nel senso di un falso medico pronto a tutto), bensì faceva parte di quei                                                              68 69

Cfr. D. Gentilcore, Il sapere ciarlatanesco…, cit., p. 375. Cfr. A. Corsini, Medici ciarlatani e ciarlatani medici, cit., p. 62.

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medici controcorrente, che si ponevano in contrasto con le conoscenze dogmatiche di eredità ippocratico-galenica, cui la medicina ufficiale, invece, continuava a sottostare. Egli era un distillatore di “secreti”, un “paracelsiano d’Italia”, come lo definisce Cosmacini 70 , proprio come il suo “maestro” Leonardo Fioravanti; come quest’ultimo e come Paracelso, dunque, era un medico curioso, un attento osservatore della natura, dei sui fenomeni, animato dalla volontà di penetrare le corrispondenze tra mondo esterno e corpo umano. Si serviva di rimedi del luogo, utilizzando piante ed erbe del Monte Baldo, sperimentava di sua inventiva mirabolanti e misteriosi preparati, difendeva con caparbietà le proprie idee sull’arte medica. Dopo il primo opuscolo, nel 1585 pubblicò il Melampigo ovvero Confusione dè Medici sofisti che s’intitolano rationali, a cui seguì nel 1592 il Fulmine dè Medici putatitii rationali. Nelle due opere alterna istruzioni sul corretto regime alimentare, pratiche curative a rimproveri rivolti alle autorità ufficiali, di cui sottolinea l’avidità di ricchezza e gli interessi economici. Nonostante le critiche violente mosse dal Gelli, il nobile veronese continuò a far sentire la propria voce, e, al modo di Paracelso, si scagliava contro la medicina dotta, lontana da un approccio di tipo empirico, esperienziale, e ancora troppo legata alle dottrine galeniche.

Qual è quindi il confine tra ciarlataneria e esperienza acquisita sul campo? È giusto tacciare qualsiasi personaggio, solo perché sprovvisto di conoscenze teoriche, come ciarlatano? Colui che, mosso da curiosità per le cose della natura, girovagava di città in città a dispensare i propri segreti, era sempre un cerretano truffatore? Non è facile rispondere e certamente occorrerebbe valutare caso per caso. Di certo la figura del ciarlatano medico, dispensatore di panacee, guaritore di ogni male -come ho cercato di evidenziare in questa ricerca- è una figura piena di sfaccettature e di ambiguità. Si muove nella piazza urbana che ha scelto come luogo elettivo per eccellenza, si sposta, sta a contatto con il popolo, a differenza di molti medici fisici – seppure con modi stravaganti e bizzarri - è vicino alla gente e la sa consolare. La fa anche ridere, il che non guasta. Talvolta è un truffatore avido di guadagno e pronto a vendere la terra di casa sua (e di spacciarla per chissà quale miracolosa sostanza) pur di ricavarne qualche soldo; altre volte è solo un empirico, spinto da buoni propositi, come quel Bovio, “medico dei disperati e degli abbandonati”. Certo è che alla luce di una medicina ufficiale che esaltava le proprie conoscenze, ma di fatto stabiliva distanze con i pazienti, senza peraltro riuscire a curarli (del resto la medicina ufficiale non si scostava molto nei metodi applicati da quella dei ciarlatani), il mondo della ciarlataneria medica, nella sua pluralità di aspetti, a suo                                                              70

G. Cosmacini, Ciarlataneria e medicina…, cit., p. 40.

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modo consentiva una risposta ai bisogni dell’uomo. Quantomeno il malato, con la sua speranza di guarigione in tasca, trovava nel ciarlatano un’ancora a cui aggrapparsi.

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TAVOLA I

Jan Steen (1626-1679), Il I cavadenti, 1651, 1 Rotterdaam, Museum Boymans B vann Beuningen

T TAVOLA II I

G. D. Tiepollo, Il ciarlatanno (o Il cavad denti), 1754, Parigi, Louvre

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TAVOLA III

Bernardino Mei, M Il ciarlattano, Siena, co ollezione Monnte dei Paschi

T TAVOLA IV

Matteo Ghidoni, dettoo dei Pitocchi,, Il medico ciaarlatano, seco onda metà XV VII, Museo dellla Fondazionee Querini Staampalia, Veneezia

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TAVOLA V

Giuseppe Maria Mitelli, Il ciarlatano, Biblioteca Casanatense, Roma

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TAVOLA VI

Lois Marin Bonnet, Il venditore di orvietano, seconda metà XVIII

Caricatura di un mercante di orvietano, Wellcome Library, Londra

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TAVOLA VII

Cristoforo Contugi, Volantino con elencate le virtù dell’orvietano contro gli avvelenamenti

TAVOLA VIII

Il marchio con il sole del ciarlatano Cristoforo Contugi

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TAVOLA IX

Baartolomeo Pineelli (1781; 18335), Il ciarlanno in Piazza, 1801? 1 1837?, Ashomolean A M Museum, Oxfford

Piede di d Serapide in via v Santo Steffano del Caccoo, Roma

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TAVOLA X

Luca Carlevarijs, un ciarlatano in piazza San Marco, particolare, 1702

TAVOLA XI

Avviso del ciarlatano Tommaso Capello

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TAVOLA XII

Giuseppe Maria Crespi, Fiera di Poggio a Caiano, 1709, Galleria degli Uffizi, Firenze

TAVOLA XIII

Jan Callot, Fiera dell’impruneta, dettaglio, 1638

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TAVOLA XIV

Karel Dujardin, I ciarlatani italiani, 1657

TAVOLA XV

Giuseppe Maria Mitelli, Dottore versato in tutte le scienze, 1675

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TAVOLA XVI

Giuseppe Maria Mitelli, Uno lo fa all’altro, e il diavolo a tutti, 1691

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Bibliografia Burke P., Il rituale dei guaritori, in Scene di vita quotidiana nell’Italia Moderna, trad. di Vittorio Giacopini, Laterza, Roma-Bari 1988, pp. 259-277. Bellettini P., Campioni R., Zanardi Z. (a cura di), Una città in piazza, comunicazione e vita quotidiana a Bologna tra Cinque e Seicento, Sala dello Stabat Mater 24 maggio-31 agosto 2000, Editrice Compositori, Bologna 2000. Camporesi P. (a cura di), Il libro dei vagabondi, Einaudi, Torino 1973. Corsini A., Medici ciarlatani e ciarlatani medici, Zanichelli, Bologna, 1922. È possibile scaricare il testo nella versione integrale nel sito http://www.archive.org/details/mediciciarlatani00cors.  Cosmacini G., Ciarlataneria e medicina, cure, maschere, ciarle, Raffaello Cortina, Milano 1998. Garzoni T., La piazza universale di tutte le professioni del mondo, (a cura di Giovanni Battista Bronzini con la collaborazione di Pina De Meo e Luciano Carcereri), Leo S. Olschki Editore, Firenze 1996. Gentilcore D., Healers and Healing in Early Modern Italy, Machester University Press, Manchester and New York 1998. Gentilcore D., Malattia e guarigione, ciarlatani, guaritori e seri professionisti. La storia della medicina come non l’avete mai letta, trad. di Paola Pacciolla, Edizioni Controluce, Nardò 2008. Gentilcore D., Medical Charlatanism in Early Modern Italy, University Press, Oxford 2006. Gentilcore D., Il sapere ciarlatanesco. Ciarlatani, fogli volanti, e medicina nell’Italia moderna, in Paoli Maria Pia (a cura di), Saperi a confronto nell’Europa dei secoli XIII-XIX, Edizioni Ets, Pisa 2009, pp. 375-393. Maffei S., Dè teatri antichi e moderni Trattato in cui diversi punti morali appartenenti al teatro si mettono del tutto in chiaro, Agostino Carattoni, Verona 1753. Marino R. (a cura di), Medicina e magia: segreti e rimedi in due manoscritti saleritiani del ‘700, Bulzoni Editore, Roma 1991. Palazzini A., La medicina popolare in Italia (storia – tradizioni – leggende), F. Zigiotti, Trieste 1948. Paoli M. P. (a cura di), Saperi a confronto nell’Europa dei secoli XIII-XIX, Edizioni Ets, Pisa 2009. Piantanida S., Ciarlatani, in Leydi R. (a cura di), La piazza, Il Gallo grande, Milano 1959.

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La medicina in piazza: il ciarlatano medico, figura polivalente e controversa