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UNIVERSITÁ DEGLI STUDI DI VERONA FACOLTÁ DI LETTERE E FILOSOFIA

Corso di Laurea Magistrale in Scienze Filosofiche

“Unire due rivoluzioni. Nicola Bombacci, un socialista eretico amico di Mussolini”

Relatore: Prof. Leonida Tedoldi Laureando: Giuseppe Ascrizzi, VR085323

Anno Accademico 2011/2012


“A Stefano Fontana... …perchè avrei voluto avere ancora la possibilità di parlare con te di tutto questo, così come della vita.”


INDICE

INTRODUZIONE.........................................................................................................pag. 1

CAPITOLO I: La nascita del socialismo italiano e i primi anni di attività politica di Nicola Bombacci............................................................................................................pag. 7

CAPITOLO II: Verso il massimalismo e la dirigenza socialista...........................................................pag. 25

CAPITOLO III: La fondazione del PCd'I e i rapporti con la Russia Sovietica....................................pag. 41 3.1 Verso il discorso eretico...........................................................................................pag. 56 3.2 Il discorso eretico......................................................................................................pag. 61

CAPITOLO IV: “La Verità”: Una rivista socialista finanziata dal governo fascista...........................pag. 69 4.1 Il primo numero de “La Verità”.............................................................................pag. 71

CAPITOLO V: L'ultimo periodo: La Repubblica Sociale Italiana......................................................pag. 83

PER CONCLUDERE....................................................................................................pag. 97

BIBILIOGRAFIA..........................................................................................................pag. 99


INTRODUZIONE

Questa tesi verte su un personaggio comune a due estremismi, che ha attraversato, vissuto e influenzato profondamente sia l'antifascismo che il fascismo, rappresentando per i posteri sicuramente un esempio di politico anomalo. Tra quei corpi esposti in piazzale Loreto infatti, ce n'era anche uno che non apparteneva ad un gerarca, né ha mai avuto la tessera del Partito Nazionale Fascista, ma che fu fucilato come tale, reo di aver collaborato con i fascisti e di aver appoggiato per anni Benito Mussolini, suo amico dai tempi del socialismo. Quel corpo che sfoggiava ancora una barba lunga e che quasi nessuno, in quel momento, aveva riconosciuto, era di Nicola Bombacci. Il percorso politico che ha caratterizzato la sua vita è comune sia alla storia della sinistra che a quella della destra italiana. La ricostruzione della sua vita permette ad esempio allo storico Serge Noiret di attraversare e illustrare nei particolari la nascita del socialismo italiano e la sua evoluzione politica. Il suo libro mi è stato fondamentale per comprendere il percorso politico fatto da Bombacci nella prima parte della sua vita. La formazione politica di questo personaggio trova le sue origini nelle campagne romagnole, dove il socialismo convive talmente a contatto con la diffusa morale cattolica da assumerne i caratteri, e dove anche le idee anarchiche iniziano ad avere la loro ragion d'essere. Le teorie di Camillo Prampolini, di Andrea Costa, così come gli insegnamenti letterari di de Amicis, sono le fondamenta culturali di Bombacci e determinano il filo conduttore delle sue prime attività e delle sue scelte di vita. Sempre schierato al fianco delle fasce sociali più povere, l'obiettivo che si porrà per tutta la vita sarà quello di migliorare la loro condizione, lavorando per l'effettiva realizzazione di una più diffusa equità sociale. Nella sua gioventù, dopo aver ottenuto il titolo di maestro e aver fatto proprio uno dei principi storici del socialismo, si adopera per una maggiore diffusione e condivisione della formazione laica rispetto a quella ecclesiastica, che in Italia deteneva quasi un monopolio, specialmente nelle campagne. L'obiettivo perseguito da Bombacci, in cui egli non cesserà mai di credere, è quello di riuscire a creare una coscienza di classe che unifichi tutto il proletariato. Per fare questo si ritrova a combattere l'operato dei preti locali e si colloca in opposizione alla cultura di cui egli stesso è figlio, per riunire i lavoratori attorno a degli ideali che li portassero realmente a pensare di poter migliorare la loro condizione esistenziale. L'evoluzione del suo ruolo dipende strettamente dal fermento politico dell'epoca, unito alle notevoli trasformazioni in atto nei movimenti politici che, in Emilia Romagna, vengono di fatto vissute in modo più intenso dalla popolazione locale, rispetto ad altri luoghi. La natura 1


prettamente agricola del proletariato del Nord e del Centro Italia è lo sfondo dell'esistenza di Bombacci, ma anche la sua ragione di vita e il soggetto principale della sua visione politica. L'attività sindacale presso le Camere del Lavoro di Piacenza, Crema e soprattutto Modena, sarà alla base dell'inizio della sua attività politica vera a propria all'interno del PSI, il partito fondato dal Filippo Turati. È a lui che si ispira il pensiero politico di Bombacci dei primi tempi. Anche durante la sua esperienza sindacale nelle Camere del Lavoro, egli si fa portavoce dei principi del riformismo turatiano, preferendo la via del dialogo con le istituzioni a quella dello sciopero e dell'azione dimostrativa, tipici dell'esteso movimento anarco-sindacale. Le sue opinioni sull'efficacia del metodo politico riformista sono però destinate a cambiare, oltre che conseguentemente all'aumento della tensione sociale, anche per la notevole influenza che, sin dall'inizio della sua carriera, eserciterà un uomo, romagnolo come lui: Benito Mussolini. Tutt'e due maestri, tutt'e due sindacalisti, tutt'e due giornalisti, tutt'e due figli del socialismo romagnolo, Bombacci e Mussolini sono due personaggi storici le cui esistenze non finiranno di intrecciarsi fino alla fine. Si conoscono e stringono un rapporto di rispetto e appoggio reciproco sin dagli inizi della loro attività politica. Bombacci a Modena sarà direttore del giornale socialista “Il Domani”, fiduciario della locale sezione del PSI e segretario della Camera del Lavoro, gli stessi ruoli che, nello stesso periodo, esercita Mussolini a Forlì. Nonostante si spalleggiassero l'un l'altro, le loro posizioni divergevano sui metodi, soprattutto sulla priorità dell'azione sociale, idea di matrice soreliana sostenuta da Mussolini. Le loro divergenze saranno destinate ad acuirsi dopo l'appoggio improvviso ma convinto di Mussolini, a favore dell'intervento dell'Italia nel primo conflitto mondiale. Bombacci rimane in questo caso un neutralista come la maggioranza del partito, sbandierando ancora la validità del metodo riformista. Il suo tentativo è quello di cambiare le istituzioni dall'interno mediante l'agognata unità del proletariato sotto l'ideale socialista. Mussolini agita e freme, Bombacci fa comizi, ricerca l'unità d'azione proletaria, esalta l'attività delle Camere del Lavoro e punta a risolverne i contrasti interni, ma a discapito delle diverse concezioni sul metodo mantengono l'uno per l'altro una chiara stima. Tuttavia anche la posizione di Nicola Bombacci muta, distaccandosi sempre di più dal riformismo e avvicinandosi sempre di più a prospettive di reale rivoluzione sociale, forse anche spinto dal clima di generale subbuglio delle masse in opposizione alla guerra. Sia nell'analisi di Noiret che di Salotti, le sue idee sono di una peculiarità e di un'originalità notevoli all'interno del dibattito socialista, tuttavia egli è destinato a ricoprire ruoli sempre più rappresentativi fino ad ottenere la direzione del partito, in un'ascesa destinata però a 2


interrompersi bruscamente. Se il punto di partenza di Bombacci è il socialismo riformista, il suo cambio effettivo di prospettiva dipende direttamente da quella cieca fiducia che egli ripone nella rivoluzione sovietica, in seguito alla vittoria bolscevica del 1917. Inizia infatti a dedicare interamente la sua attività politica al conseguimento delle conquiste sovietiche in Italia, col progetto di realizzare la formazione dei soviet tramite l'unione delle cooperative, per poi veder nascere spontaneamente un governo rivoluzionario. Ho deciso a tal proposito di inserire la testimonianza, che ho giudicato valida e alquanto obiettiva, di Emma Goldman, perchè ho ritenuto necessaria che fosse tenuta in conto una visione un po' più dettagliata e reale degli effetti della rivoluzione sul popolo russo. Il quadro che ne esce è diverso dall'immagine del “paradiso dei soviet” che circolava in Italia e delinea la dirigenza bolscevica come detenitrice di un regime assoluto, con notevoli somiglianze con il regime fascista in Italia. La riflessione sul “Rosso” e sul “Nero”1, sugli obiettivi e gli effetti di questi regimi totalitari, sui principi guida delle loro azioni sociali, è un argomento complesso da affrontare. Tuttavia, così com'è stato per Noiret, è questo che mi ha interessato principalmente della vita di Nicola Bombacci, cioè il fatto che le sue scelte rappresentino nella politica italiana un modo di fare “eretico”, ovvero che crea qualcosa di nuovo. Uscito dal riformismo egli, infatti, approda al massimalismo leninista sulla scia del sogno sovietico, aderisce alla frazione comunista insieme a Gramsci e Bordiga, ed è uno dei protagonisti della storica scissione italiana tra comunismo e socialismo. È uno dei fondatori del Partito Comunista d'Italia, e tra i più significativi dati i suoi diretti contatti con la direzione bolscevica e L'internazionale Comunista. Un partito che critica sin dall'inizio per quella che definisce “una tendenza elitaria” insita nello stesso, staccato dal popolo ed in minoranza rispetto ai socialisti. Il suo tentativo è quello di portare i comunisti ad aderire al “Fronte Unico”, che egli auspica si formi tra i partiti di sinistra per contrastare l'avanzata fascista. Perchè è anche questo che Nicola Bombacci ha fatto, ha lottato per l'antifascismo ed è stato oggetto a sua volta di varie aggressioni e insulti da parte dei fascisti, ed anche in questo caso è da evidenziare l'originalità del suo pensiero politico. Propone infatti di influenzare i sindacati fascisti dall'interno, in un tentativo estremo di far risaltare la loro componente socialista per scongiurarne una deriva su basi totalitarie, ma la sua voce resta sostanzialmente inascoltata, tranne che dall'ambiente bolscevico. È questa profonda volontà unificatrice a contraddistinguere la sua personalità. L'ideale della rivoluzione sociale volta al cambiamento radicale è profondo in lui, ma confuso tra lo sguardo diretto ad un paradiso sovietico che rinnegherà, e una realtà italiana dove si barcamena tra 1

Cfr. De Felice, Renzo, 1995, “Rosso e nero”, Milano, ed. Baldini & Castoldi.

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elitarismi, contrasti sui metodi ed il pericolo di una reazione imminente e pericolosa, alla testa di cui si trova uno dei suoi più vecchi conoscenti e compagni. L'apice dell'attività politica di Nicola Bombacci coincide con la sua inesorabile caduta. Il suo perseguire il riconoscimento politico ufficiale, da parte del governo italiano nei confronti del governo rivoluzionario russo gli si pone davanti proprio con Mussolini. Una volta che il regime fascista era già instaurato, il duce si dimostra infatti disponibile a contrarre un accordo economico con la Russia, paese ricco di materie prime. I contatti di Bombacci con il regime sovietico lo rendono l'interlocutore ideale per il raggiungimento di tale accordo, ma egli colloca quest'ultimo, oltre alle basi economiche che già aveva, su basi rivoluzionarie. In un discorso parlamentare ormai (volutamente) dimenticato, propone a Mussolini di riconoscere politicamente non solo la Russia, ma soprattutto la legislazione del suo governo rivoluzionario, in quanto, gli farà presente, un rivoluzionario a suo modo lo era anche lui. Unire due rivoluzioni, rivolgersi in modo cordiale ai fascisti: due motivi fondamentali che provocano a Bombacci l'espulsione immediata dal suo partito. Ciò che non perde è il rapporto e la vicinanza umana di Mussolini, che lo aiuta, a volte anche a sua insaputa, nei gravi problemi economici che affliggono la sua famiglia, fattore caratterizzante e trasversale a tutta la vita di Bombacci. Espulso dal partito nel 1927, la sua figura scompare dalla scena politica per un periodo notevole caratterizzato, oltre che dalle ristrettezze economiche, da incarichi sparsi e sporadici per il governo russo come intermediatore diplomatico e poi, lentamente, per Mussolini. Ad un riavvicinamento tra i due su basi amicali ed emotive, corrisponde un'effettiva collaborazione di Bombacci con il regime. Mussolini accetterà la sua richiesta di scrivere una rivista sotto il suo patrocinio, che sia capace di esaltare la componente più squisitamente socialista del fascismo. Il duce in persona finanzierà tale rivista, “La Verità”, di cui ho potuto proporre in questa tesi la recensione del primo numero. Egli per questo si porrà in contrasto con i suoi stessi camerati. L'opinione e la collaborazione di Bombacci con Mussolini sarà alla base di progetti fascisti quali l'autarchia, la struttura dello Stato Corporativo e la Carta della Socializzazione redatta agli inizi della Repubblica Sociale Italiana. Mentre il testo di Noiret mi è stato preziosissimo per la ricostruzione della vita di Nicola Bombacci fino al 1924, quello di Guglielmo Salotti e, in parte, quello di Arrigo Petacco, si sono rivelati fondamentali per comprendere l'attività di Bombacci fino alla sua morte. Questo secondo periodo è molto controverso, ma fondamentale per capire bene la vastità del panorama politico attraversato da quest'uomo. Egli non aderisce, infatti, al fascismo solo emotivamente, ma anche, pur se non del tutto, politicamente, accettando l'ordine imposto da Mussolini come il vero “ordine nuovo”. Si distacca definitivamente dal sogno sovietico con 4


profonde motivazioni, che lo portano finanche ad abbandonare l'internazionalismo, in favore della speranza in una Nazione capace di rompere l'imperialismo delle superpotenze con la loro stessa forza, ma con ideali nuovi. Ho tentato di chiarire il più possibile, con l'ausilio dei documenti e delle varie testimonianze, le perplessità ed i dubbi che possono sorgere, ed è scontato sorgano, nell'apprendere la storia controversa di Nicola Bombacci. Tuttavia io stesso ho provato una sensazione di sorpresa continua, che mi ha accompagnato per tutta la stesura di questa tesi. Avere la possibilità di studiare a fondo l'esperienza di Bombacci, al di là di tutte le perplessità che può suscitare, è un'occasione per comprendere a fondo la nascita e lo sviluppo: del riformismo socialista, dell'anarco-sindacalismo, della politica del PSI (quella parlamentare, così come di quella più popolare, federativa e sindacale), del massimalismo, del bolscevismo, del comunismo e del fascismo. Il tutto sotto l'ottica originale di colui che ho definito un socialista eretico, ma che resta in generale, alla luce di questa ricerca, una delle figure più importanti e significative della politica italiana. E soprattutto le regala un'ulteriore vitalità, rinvigorendo un dibattito già molto lungo, ma che è ancora presto per essere considerato concluso. Questo a dispetto della volontà unanime della storiografia di evitare di parlare di lui, ed anche della storiografia di estrema destra, che, se ne ha parlato un po' di più, lo ha fatto perchè, da sconfitta, ne aveva meno da perdere.

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CAPITOLO I La nascita del socialismo italiano e i primi anni di attività politica di Nicola Bombacci. Al termine del primo conflitto mondiale, il panorama sociale e politico degli stati che ne furono protagonisti può essere generalmente definito solo da quell'instabilità che caratterizza ogni volontà di cambiamento. Questo periodo è stato indubbiamente una terra fertile per lo sviluppo di movimenti, volti a cambiare alla radice lo stato di cose esistenti e che, premesso il loro contesto storico, regalano alla persona che li studia e li approfondisce un'idea di ragionevole spontaneità. La capacità di analisi storiografica, e la lucidità di Federico Chabod, sono a mio avviso uno strumento prezioso per la comprensione del contesto storico-sociale dell'epoca. Prendendo in esame il suo testo “L'Italia contemporanea”, si può notare come, alla fine di quella guerra, a cui il governo Giolitti ha voluto prendere parte nella vana illusione che si risolvesse in un conflitto breve, la situazione fosse caratterizzata da un enorme sconvolgimento sociale. Protagonisti ne sono sia la piccola e media borghesia, sia il settore agricolo, sia la più recente classe operaia, quella cioè che si era sviluppata proprio grazie alle esigenze di produzione conseguenti all'entrata in guerra. La piccola e media borghesia, che era stata la spina dorsale dell'economia italiana, era fondamentalmente legata al possesso di patrimoni fondiari. Questi terreni davano lavoro ad un numero enorme di braccianti e contadini che, per la sua mole, definiva l'Italia come un paese prettamente agricolo, con una prevalenza di coltivatori diretti non proprietari. Dal 1919 in poi, a questa classe si aggiunge quella operaia, che in questi anni va assumendo un ruolo ed un'importanza politica non indifferente, di pari passo con un'evoluzione già in atto anche all'interno dei partiti italiani stessi. In tutto il paese inoltre, la generale delusione per le condizioni imposte dal trattato di Versailles, che poneva fine alla Grande Guerra, aveva determinato negli italiani un consenso unanime attorno alla considerazione che quella fosse stata per loro una “vittoria mutilata”. Considerata infatti la perdita sia in territori, sia a livello di economia nazionale, si può avere un quadro sintetico, ma significativo, di quelle particolari condizioni sociali nelle quali è cresciuta la classe politica, i cui ideali caratterizzeranno tutto il ventesimo secolo. La classe operaia e contadina rappresenta, in questo periodo, un terreno fertile per la 7


diffusione delle idee socialiste. Il Partito Socialista Italiano, fondato da Filippo Turati, è infatti in questo periodo uno dei più popolari. E' qui che si formeranno alcune delle personalità che determineranno la politica di tutta la prima metà del Novecento italiano. Tra i tanti nomi che scorrono sotto gli occhi nello studio di questo periodo storico, c'è quello di un personaggio la cui attività politica ebbe uno straordinario successo tra le masse dei lavoratori, ma che evidentemente, per delle precise motivazioni, non ha avuto lo stesso apprezzamento da parte di coloro che la storia la scrivono sui libri. A questo proposito mi è risultato fondamentale lo studio di un libro, in cui lo storico Serge Noiret affronta la complessa analisi della nascita e dello sviluppo del movimento socialista in Italia, attraverso la ricostruzione dettagliata proprio della vita di costui. È Noiret stesso che, nell'introduzione al suo testo, cita infatti a tal proposito una frase emblematica di Sergio Romano, che definisce l'individuo come: “L'unico luogo storico in cui si danno convegno al di là d'ogni schematismo storiografico, tutte le forze economiche e morali che concorrono a fare la storia 2”.

Nicola Bombacci, questo il nome in questione, nasce il 24 ottobre del 1897 a Nespoli, frazione di Civitella di Romagna, da una famiglia contadina. Questa zona, la valle del Bidente, aveva subito, non molto tempo addietro, secoli di dominazione papale, che hanno influenzato in modo radicale la cultura della società locale. La famiglia di Bombacci vive, appunto, coltivando un terreno di proprietà della parrocchia di don Nicolò Ghini, da cui Bombacci prende di fatto il suo nome proprio. L'Emilia Romagna, come avrò modo di approfondire in seguito, è stata una regione particolarmente attiva e sensibile ai fermenti politici dell'epoca, dove sia le idee anarchiche di Andrea Costa che il socialismo di Prampolini hanno avuto una notevole diffusione nell'ambiente agricolo locale. Ciò che più di tutto unificava la stragrande maggioranza della popolazione di questa zona era quindi la fede cattolica, la cui morale, è da dire, risultava particolarmente predisposta all'accettazione delle idee del socialismo prampoliniano. Sono state queste infatti ad aver influenzato in maniera determinante, sin dall'inizio, la formazione del pensiero di Bombacci. Egli finisce i suoi studi elementari a Meldola, dove si era trasferito con la famiglia, tuttavia non conclude la scuola dell'obbligo, causa anche la scarsa qualità e diffusione 2

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Serge Noiret, “Massimalismo e crisi dello stato liberale”, Nicola Bombacci (1879-1924), Franco Angeli editore, Milano 1992, pag. 18.


dell'istruzione nelle campagne. Decide quindi nel 1895 di iscriversi al seminario di Forlì con l'intenzione di prendere i voti, sicuramente influenzato dalle idee del padre, che però verrà a mancare due anni dopo. Dopo l'abbandono del seminario a causa di motivi di salute, che gli eviteranno anche il servizio militare, riprende gli studi all'età di ventuno anni, presso il collegio “Giosuè Carducci” di Forlimpopoli, per diventare maestro elementare. La scelta di intraprendere una carriera laica vede la sua origine nell'avversione che Bombacci aveva sviluppato contro l'ambiente ecclesiastico durante la sua esperienza in seminario, complice anche il notevole successo che le idee socialiste stavano guadagnando, in quel periodo, nei confronti dei cattolici. Bombacci infatti afferma a proposito dei preti che “la loro vita è passata da una sacrestia a un convento, rinnegando tutto ciò che vi è di luminoso e di gioioso nel mondo piegando continuamente la coscienza ad ogni manifestazione del bello [...]3”.

È in questo periodo quindi che Bombacci aderisce a quel socialismo intriso di valori cristiani, che stava ottenendo una notevole diffusione nel forlivese e di cui egli era convinto fosse l'unica via, per apportare dei miglioramenti significativi alla vita delle campagne. Come detto prima nell'analisi di Chabod, l'Italia era un paese prettamente agricolo e in Emilia Romagna, sottomessa per secoli al dominio papale, era ancora molto diffusa la mezzadria. La maggior parte dei terreni era di proprietà delle parrocchie locali e i contadini che li lavoravano, si trovavano in una forte situazione di dipendenza. Quel socialismo che riesce a far presa sulla cultura cattolica della regione, cambia drasticamente le prospettive della popolazione agricola come delle altre classi lavoratrici avvicinandole ad un associazionismo di tipo laico, dove trovano larga diffusione, in un primo tempo, le idee di Mazzini e di Garibaldi. Nei suoi primi discorsi Bombacci fa ricorso anche alle parabole e alle prediche evangeliche, considerando il socialismo delle campagne come: “una sorta di nuovo cristianesimo o un cristianesimo ricondotto alla semplicità e alla purezza delle origini4”.

Noiret arriva a definire “sacerdotale” il socialismo di Bombacci, che si rispecchia 3 4

S. Noiret, “Massimalismo e crisi dello stato liberale”, cit. pag. 18. Ivi, pag. 105.

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nell'ideale dell'uguaglianza di tutti gli uomini. Non rifiuta egli l'idea di Dio o l'esempio di Cristo, ma si schiera contro i preti e contro la loro attività politica, poiché questa impedisce, secondo lui, la formazione di una coscienza di classe basata sul lavoro, nelle masse, che sono portate dalla propaganda clericale verso una filosofia più affine agli interessi della borghesia. Uno scrittore che influenza molto Bombacci, infatti, è Edmondo de Amicis. Cattolico, deputato socialista, anche se per poco tempo, l'autore di “Cuore” lo è anche di “Primo maggio”, un romanzo mai pubblicato, che verteva però sulla difesa degli interessi della classe operaia, scritto da un De Amicis influenzato dalla lettura dei testi di Marx. L'importanza di De Amicis è fondamentalmente legata alla straordinaria capacità, che questo scrittore ha avuto nel saper comunicare e ad un grande pubblico, ma soprattutto con la classe media delle città. I suoi scritti, alcuni dei quali sono impregnati di socialismo, sono importanti nella formazione di Bombacci, che assorbe ed utilizza il modo di esprimersi di De Amicis nei suoi discorsi. Ne consegue un ampio ricorso a racconti semplici e propedeutici al tema trattato, uno stile quasi da predica che tuttavia risulta molto vicino e comprensibile sia dalle persone più umili che dalle più acculturate. Sarà proprio questo modo di esprimersi a far acquisire a Bombacci popolarità tra le masse. Tralaltro in “Primo maggio”, si accenna all'idea di lotta di classe e all'ineluttabilità del crollo del capitalismo, dove però De Amicis precisa l'importanza di non realizzare una rivoluzione che si riveli, in un secondo tempo, prematura. È questo uno dei principi più importanti dell'ideologia bombacciana, cioè la necessità di evangelizzare le masse al socialismo per poter creare le condizioni per una rivoluzione reale e condivisa. L'esaltazione del ruolo del maestro e la lotta di Bombacci per la diffusione di un'istruzione laica, sono quindi perfettamente in linea con l'ideale socialista dell'epoca, che vedeva appunto nell'istruzione il mezzo fondamentale per arrivare alla rivoluzione. La rivoluzione infatti è concepita come “l'ultima scossa” alla fine di un iter di riforme sociali, ed è De Amicis stesso, nel suo libro “Primo maggio”, a definirla come: “una scossa che rovinerà le ultime muraglie tarlate di un edifizio già sfatto, scoprendo il nuovo già compiuto5”.

Questo modo di pensare la rivoluzione, che possiamo ritrovare anche nella corrente socialista tedesca di Karl Kautsky, resterà sempre alla base del pensiero di Bombacci in 5

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Ivi, pag. 108.


tutto l'arco della sua esistenza, tesa interamente nel preparare una rivoluzione che si pensava come inevitabile. Sono quindi autori come De Amicis, Carducci ed anche, non indifferente, Émile Zola dalla Francia, ad influenzare Bombacci, così come tutto quel peculiare socialismo italiano delle origini, molto più che pilastri ideologici riconosciuti come Marx ed Engels, i cui testi non erano di fatto considerati indispensabili all'interno dei circoli socialisti italiani (lo stesso Bombacci non conosce bene Marx, a differenza di Mussolini). Bombacci quindi si aggrega ad un movimento politico, in cui si affermano anche le idee di matrice bakuniana e internazionalista di Andrea Costa, che nel 1892 a Genova fonda, con Turati e Prampolini, il Partito Socialista Italiano, unendo il suo socialismo rivoluzionario con il partito operaio italiano. Il socialismo di ispirazione libertaria di Costa, definito “romantico”, e quello più reale, scientifico, di Alessandro Balducci, che trova larga diffusione nella Valle del Bidente entusiasmano il giovane Bombacci, che nel 1903 si iscrive al PSI di Forlì. L'associazionismo laico che qui si stava sviluppando, contribuisce sempre di più alla formazione di una coscienza di classe nelle varie “fratellanze” dei lavoratori, anche se in questa zona merita di essere evidenziata la condizione della categoria dei braccianti. L'unione e l'accordo tra le varie fratellanze, aveva dato vita alla Camera del Lavoro, un organismo centrale e laico di raccordo tra le varie classi lavoratrici, gestito dai due partiti a loro più vicini: il Partito Repubblicano Italiano e il Partito Socialista Italiano. Mentre la maggioranza dei lavoratori aveva aderito al Partito Repubblicano, la quasi totalità dei braccianti, la classe più sfruttata, misera e sottopagata, si era avvicinata da subito al Partito Socialista, ed è infatti con loro che Bombacci si ritroverà a contatto più di tutti nel suo primo periodo di attività politica. Con le parole di Noiret: “Quando

lascia

il

seminario,

Bombacci

è

assolutamente

convinto

del

carattere

fondamentalmente rurale della società italiana, dell'immensa angustia dei braccianti e delle condizioni di miseria in cui le campagne della sua terra sono abbandonate dagli uomini di governo e dal clero [...]”, inoltre “[...] era persuaso che ogni uomo aveva una missione da compiere e che egli doveva aiutare la comunità umana a raggiungere valori d'amore, di giustizia, di bontà e di uguaglianza6”.

Sostiene infatti di essere pronto a rispettare qualsiasi persona condivida questi valori, 6

Ivi, pag. 46.

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indipendentemente dal partito d'appartenenza, e scrive: “Noi non abbiamo idoli rossi né idoli neri e quando sì vergognosamente vediamo calpestati col diritto solo dei più forti ogni più elementare sentimento di equità e di giustizia, diciamo con entusiasmo la povera ma sicura opera nostra per il trionfo della giustizia che non è monopolio né di preti né di massoni7”.

L'ideale di Balducci, che mirava ad incentivare la diffusione di una scuola laica in opposizione al quasi monopolio che i cattolici detenevano nell'insegnamento, influenza in maniera decisiva Bombacci. Oltre che a scegliere di diventare maestro per aiutare economicamente la famiglia, egli vedrà “nell'insegnamento un mezzo per permettere ai lavoratori e ai contadini, attraverso un'educazione morale e politica che doveva precedere lo sviluppo economico, di uscire dalla miseria intellettuale, contro il potere della borghesia e del clero 8”.

Il socialismo italiano di quegli anni infatti, considerava l'educazione scolastica il modo più efficace per istruire e avvicinare le persone alla politica, e più precisamente per incentivare la formazione di una cultura sociale e laica, che si ponesse appunto in contrasto con clero e borghesia, Bombacci stesso affermerà che la scuola “deve creare le basi di un nuovo diritto totalmente opposto a quello riconosciuto dalla società borghese […] la scuola deve essere del popolo, il maestro deve essere fuso totalmente con il popolo [...]9”.

Bombacci inizia di fatto la sua attività di maestro elementare, dopo aver ottenuto, nel 1904, il diploma alla scuola di Forlimpopoli, che frequenta come allievo esterno (Mussolini frequenta all'epoca la stessa scuola, ma da allievo interno, ed inoltre è di quattro anni più giovane di Bombacci). Prima del 1904 ottiene dei piccoli incarichi di insegnante nella provincia di Reggio Emilia, ma ha il suo primo incarico ufficiale come direttore didattico a Villa Santina, in provincia di Udine nel 1904-1905, dove riceve gli elogi del sindaco del paese per il suo impegno nel miglioramento dell'offerta didattica. Nel 1905-1906 ritorna in Emilia, a Baricella, dove ha l'occasione di rientrare in contatto 7 8 9

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Ibidem. Guglielmo Salotti, “Nicola Bombacci da Mosca a Salò”, Bonacci editore, Roma 1986, pag. 18. S. Noiret, “Massimalismo e crisi dello stato liberale”, cit. pag. 52.


con un proletariato rurale che si era già avvicinato al partito socialista locale. È in questo periodo inoltre che si sposa con Erissene Focaccia, una maestra come lui, accettando il matrimonio religioso, officiato da un suo ex-compagno di seminario. Egli giustifica questa sua accettazione a un congresso dei giovani socialisti di Romagna, affermando che “spesse volte non è dato al giovane dio vincere il settarismo della famiglia della fidanzata, egli deve ricordarsi che è suo dovere far valere […] il suo diritto di padre per l'educazione laica [...]10”.

Erissene, da parte sua, accetterà di non battezzare il primogenito Raoul. Nel 1906 la famiglia si trasferisce a Ca' del Bosco di sopra, sempre in provincia di Reggio Emilia, dove passa un periodo di ristrettezze economiche prima di vedersi assegnati degli incarichi di supplenza prima ad Argine, poi a Cà del Bosco di sotto. Nonostante il lavoro suo e della moglie, le difficoltà economiche, che accompagneranno Bombacci per il resto della sua vita, lo obbligano a contrarre dei debiti. Questa sua situazione di difficoltà è utilizzata come strumento di attacco nei suoi confronti da parte della comunità cattolica locale, ostile ai suoi metodi d'insegnamento ed ai suoi tentativi di laicizzazione dell'istruzione scolastica: il prete del paese giunge al punto di sbarrare la strada agli allievi di Bombacci per impedirgli di frequentare le sue lezioni. Dal 1907 gli viene assegnata la cattedra a Monticelli d'Ongina, un comune del piacentino popolato quasi esclusivamente da famiglie di contadini e braccianti, con un alto tasso di analfabetismo e che proprio per questo pareva essere il luogo adatto, dove Bombacci avrebbe avuto la possibilità di mettere in pratica i suoi ideali di maestro. Esercita qui il suo mestiere con la volontà di fornire finalmente una solida istruzione ai figli dei braccianti, ed in generale di combattere l'ignoranza dilagante dell'ambiente campagnolo, ma soprattutto è qui che riesce a realizzare, più di prima, il suo obiettivo di diffondere un istruzione di stampo laico nella società contadina, strappandola all'egemonia della chiesa. Fonda infatti, con l'aiuto della moglie, un asilo laico e riesce ad ottenere per questo dei finanziamenti dal comune, dal circolo socialista locale ed anche dal ministero dell'istruzione. Il suo proposito di formare una coscienza di classe all'interno dello stesso corpo docente, e l'invito ai maestri a frequentare attivamente la Camera del lavoro di Piacenza, sono volti al tentativo di avvicinare davvero questa classe al popolo, 10

Ivi, pag. 48.

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di modo che possano comprenderne le reali necessità e carenze: “[...] solo col popolo la scuola popolare e i maestri possono vivere e progredire […] lontani da esso noi saremo sempre i decantati apostoli ideali senza pane, derisi dalla società che vive e cammina.11”.

Queste posizioni gli provocano un'ammonizione da parte del consiglio scolastico provinciale di Piacenza per “propaganda anticlericale-socialista ed anti-militarista in pubbliche conferenze”, con l'invito a continuare il suo lavoro “con quel santo e patriottico apostolato che rende gli italiani forti, intemerati e laboriosi nella vita nazionale”12.

Egli per risposta reagisce in maniera fortemente contraria alla comunicazione del consiglio. Cerca e ottiene l'appoggio della Camera del Lavoro di Piacenza e pone pubblicamente la sua situazione come un problema politico a tutti gli effetti, organizzando una serie di manifestazioni di piazza. Tutto questo di sicuro contribuisce alla sua decisione di abbandonare l'insegnamento nel 1909 per dedicarsi unicamente all'attività politica, curiosamente circa un anno dopo del suo collega Benito Mussolini (con il quale più volte Bombacci aveva avuto contatti, occupando anche cattedre in precedenza toccate a quest'ultimo). Mussolini, anni dopo, non nascondendo la loro amicizia, confiderà a Yvon de Begnac: “(Bombacci) non cessò mai di essermi amico. Non si divide il pane della scienza per poi diventare l'uno all'altro Caino”13.

Con l'abbandono dell'insegnamento, Bombacci dedica ora la sua attività interamente al servizio dei braccianti, la fascia più povera del proletariato locale, lavorando per la Camera del Lavoro, dove diventa segretario provvisorio. Nella diatriba tra le Camere del Lavoro dei sindacalisti e dei riformisti, Bombacci si schiera con i riformisti, con i socialisti, con i politici, scoprendosi oratore e propagandista. Considera infatti lo sciopero come un'arma importante da utilizzare a momento debito, mentre accusa il 11 12 13

14

Ivi, pag. 53. Arrigo Petacco, “Il comunista in camicia nera”, edizioni Mondadori, Milano 1997, pag. 15. G. Salotti, “Nicola Bombacci da Mosca a Salò”, cit. pag. 19.


sindacalismo di volerne abusare, utilizzando lo sciopero in modo improprio e troppo frequentemente, svalutandolo. Dice infatti, rivolto ai sindacalisti: “Avete gettato per strada inconsapevolmente l'arma che abbisognerà un giorno 14”.

Noiret stesso afferma che: “Bombacci a 29 anni era profondamente persuaso della necessità di educare il proletariato delle campagne, favorendo una politica “evoluzionista” di tipo “prampoliniana” contro il “sovversivismo” spontaneo dell'azione diretta. 15”.

Le idee di Sorel, del sindacalismo rivoluzionario e della filosofia dell'azione caratterizzavano e definivano gli obiettivi e i metodi del sindacalismo italiano dell'epoca, così come la centralità del concetto di azione saranno alla base del futuro movimento interventista guidato da Mussolini, e di tutto il futuro movimento fascista 16. Bombacci, da parte sua, nel primo periodo di attività politica, definisce l'azione sindacalista come: “l'opera di scalmanati i quali col predicare la rivoluzione tolgono ai lavoratori la visione netta e precisa delle difficoltà da superare e del cammino da percorrere [...] 17”.

Inizia poi seriamente a perseguire l'obiettivo di unificare le due Camere del Lavoro, e organizza per questo un congresso generale, dove invita tutte le leghe dei lavoratori in vista di un'auspicata conciliazione all'interno di un'unica Camera del Lavoro. Non si ottiene subito una soluzione unitaria, in quanto i sindacalisti accusano i riformisti di voler in realtà accentrare il movimento dei lavoratori unicamente sotto di loro. In realtà i riformisti, nel frattempo, decidono di aderire alla Confederazione Generale del Lavoro, cioè ad un'istituzione che puntava ad unificare e organizzare tutte le Camere del Lavoro, senza consultare i sindacalisti e a cui quest'ultimi non volevano sottostare. Ne consegue che Bombacci in questo periodo, grazie all'appoggio dei riformisti, è sia segretario della Camera del Lavoro, sia direttore del giornale “Piacenza Nuova”, che diveniva di fatto 14 15 16

17

S. Noiret, “Massimalismo e crisi dello stato liberale”, cit. pag. 57. Ibidem. Cfr. Parlato, Giuseppe, 2000, “La sinistra fascista : storia di un progetto mancato”, Il Mulino Bologna. S. Noiret, “Massimalismo e crisi dello stato liberale”, cit. pag. 58.

15


l'organo di stampa ufficiale della CGdL nella provincia. Dopo aver ottenuto quindi un importante successo a favore degli “obbligati”, cioè coloro che prestano la propria opera di salariati nella stessa azienda per un periodo determinato, contro i proprietari terrieri, riesce inoltre con la sua propaganda a far guadagnare notevoli adesioni ai riformisti. Dopo il congresso socialista tenuto nell'agosto del 1909, l'opera di Bombacci ottiene una notevole approvazione, ma egli pone come sua priorità il riuscire a creare un fronte comune che veda uniti i sindacalisti e i riformisti unicamente per il bene del proletariato. Dichiara infatti che “al disopra del riformismo e del sindacalismo noi abbiamo a cura il proletariato che a nostro avviso deve romperla una buona volta con queste tendenze che demoliscono non il capitalismo, ma l'organizzazione stessa18”.

In vista di questo riesce ad ottenere l'adesione delle leghe autonome, ponendo come facoltativa l'iscrizione alla CGdL, oltre a sostenere, nei confronti di quest'ultima, la necessità di una maggiore autonomia d'azione dalla direzione centrale per le singole Camere del Lavoro. Queste ultime posizioni assunte dal segretario riformista spianano di fatto il terreno all'accordo finale, che il 10 ottobre 1909 vede finalmente unificate le due Camere in una comune azione a favore dei lavoratori. Dopo l'esperienza piacentina, Bombacci, nel 1909, accetta il posto di segretario presso la Camera del Lavoro di Crema, dove oltre a restare in contatto con la classe dei braccianti, si ritrova ancora a doversi occupare in modo particolare degli “obbligati”. Questi ultimi, formano di fatto una categoria particolare di lavoratori. Infatti oltre ad essere salariati, rimangono comunque dei contadini, che però sviluppano una forte dipendenza sia dalla terra del padrone che coltivano, sia dal padrone stesso. Questa tipologia di lavoratori si ritrova a vivere in un ambiente molto refrattario ad influenze esterne, che circoscrive ogni singolo obbligato all'interno della proprietà del padrone e soprattutto in un ambiente campagnolo, distante dalla città e le cui leghe di lavoratori sono sotto il controllo esclusivo della chiesa. Bombacci, da segretario della Camera del Lavoro, cavalca in questo periodo la tendenza anticlericalista che contraddistingue tutta l'Estrema, cioè quell'area politica formata da socialisti, repubblicani e radicali e che è molto coesa soprattutto nel tentativo di creare un'alternativa laica alle leghe cattoliche guidate da Guido Miglioli. Anche a Crema Bombacci è direttore di un giornale, “La 18

16

Ivi, pag. 63


Libera Parola”, che ovviamente utilizza ai fini della sua campagna di coinvolgimento dei lavoratori attorno ad una cultura di stampo laico sia nella formazione personale, che nel lavoro. L'opera di Bombacci ha un notevole successo in ambiente operaio, dove infatti, mentre sbandiera sul suo giornale gli slogan di: Resistenza, Cooperazione, Mutualità, si adopera per istituire “[...] un circolo famigliare per permettere la diffusione dello studio e combattere l'analfabetismo e la propaganda clericale; fu anche creata la cooperativa dei “figli del lavoro” [...] 19”.

Tra le conquiste che Bombacci ottiene a Crema, una delle più importanti è sulla questione dell'aumento dei salari richiesto dai muratori. Anche in questo caso, convinto sempre dei metodi riformisti, Bombacci non ricorre subito allo sciopero, ma quest'ultimo diventa obbligatorio quando risulta palese che le discussioni e gli accordi non si rivelano essere dei mezzi adatti nel convincere i capomastri ad adeguarsi alle tariffe richieste dai muratori. Durante lo sciopero viene creata anche una cooperativa di muratori che comincia a lavorare per conto proprio, a delle tariffe decise dagli stessi. Questo convince alcuni dei capimastri ad accettare l'aumento del minimo salariale proposto dalla Camera del Lavoro. L'adesione successiva di quasi tutti i capomastri, determina un notevole successo per la CdL e il suo segretario, il cui operato arriva ad avere un riscontro anche nelle campagne, in quanto a causa della crisi e della disoccupazione, alcuni muratori, avendo un secondo lavoro come contadini e viceversa, diffondono nell'ambiente campagnolo le notizie dei risultati dello sciopero cittadino. In campagna tuttavia continuavano ad essere i cattolici guidati da Miglioli ad avere il quasi monopolio dell'organizzazione e gestione delle leghe dei lavoratori. Contro di loro Bombacci afferma che contribuiscono, con la loro propaganda, unicamente a dividere il proletariato nella battaglia per i diritti dei lavoratori: “una così detta organizzazione migliolina – scrive – fu creata per strappare voti ai padroni e accettata e appoggiata dai preti per impedire che vere organizzazioni proletarie avessero a formarsi [...]20”.

La caduta del governo Giolitti nel 1909, ma ancora prima la linea politica intrapresa da socialisti quali Bonomi e Bissolati, comportano delle prese di posizione nette da parte di 19 20

Ivi, pag. 71. Ivi, pag. 77.

17


Bombacci. Egli si schiera a favore di un riformismo sempre più intransigente, nella ferma volontà di ottenere finalmente delle decisive riforme sul lavoro a livello parlamentare. In particolar modo inizia ad esprimere profonda sfiducia verso l'operato del Gruppo Parlamentare Socialista, e la necessità sempre più forte di una propaganda giornaliera verso le masse: “Gli apostoli sereni, coraggiosi si sono ritirati sull'Aventino od hanno lasciato la massa povera, analfabeta fra i miasmi intellettuali e morali che ne asfissiano il cervello e il cuore – dice – questa è la crisi che travaglia in questo volgere di tempo il socialismo [...] 21”.

L'uscita di Giolitti, d'altra parte, non comporta, nell'opinione di Bombacci, un effettivo cambiamento di rotta del parlamento, che rimane ancorato ad una politica filoborghese e capitalista, ma anzi il suo parere è che il giolittismo influenzi ancora fortemente anche le posizioni dell'Estrema. Dal 1909 si può iniziare a parlare, in effetti, di un cambiamento di prospettiva da parte di Bombacci, che abbandona la fiducia spropositata nel riformismo per coltivare invece una sfiducia nei confronti del parlamento, organo che inizia a credere non adatto al conseguimento degli ideali socialisti. Nel 1910 Bombacci accetta l'incarico di segretario della federazione socialista di Cesena, oltre alla direzione del settimanale “Il Cuneo”, e coglie così, oltretutto, l'opportunità di ritornare a praticare le sue attività vicino a Meldola, dove ancora viveva la sua famiglia. All'interno del partito, nel frattempo, egli si indirizza verso le posizioni di Turati, propositore di un riformismo più duro e meno compromesso con la politica del governo. Nello stesso periodo, il segretario della vicina federazione socialista di Forlì era Benito Mussolini, direttore anch'egli di un giornale: “La Lotta di Classe”. Sia Mussolini che Bombacci si ritrovano, nelle rispettive federazioni, a confrontarsi con la notevole influenza locale del Partito Repubblicano Italiano, di cui, per esempio, facevano parte la maggior parte dei mezzadri della campagna di Cesena. Qui Bombacci può contare sulla grande adesione dei braccianti alla sua federazione, una classe lavoratrice che conosce già molto bene e di cui fa subito proprie le rivendicazioni nei confronti dei proprietari terrieri e dei mezzadri. Gli attriti tra questi ultimi e i braccianti derivavano dal fatto che la presenza dei mezzadri diminuiva la richiesta di manodopera bracciantile, mettendo in contrasto le due categorie, che si contendevano di fatto la stessa terra da lavorare. La campagna portata avanti da Bombacci a favore sia dei 21

18

Ivi, pag. 79.


braccianti che dei macchinisti, cerca di diffondere il concetto per il quale le macchine appartengono a chi le utilizza: “la lotta assume uno spiccato carattere socialista – dice – poiché i lavoratori non si limitano a domandare un migliore compenso alle loro fatiche, ma rivendicano il diritto allo strumento di lavoro [...]22”.

Tutto questo ovviamente non fa altro che fomentare gli attriti già esistenti tra socialisti e repubblicani, difensori questi ultimi di quel sistema a mezzadria che i socialisti volevano far cessare d'esistere, puntando ad incentivare il lavoro salariato. Scoppia quindi una polemica serrata a colpi di articoli di condanna reciproca sulle testate locali: Bombacci da “Il Cuneo” scrive contro il repubblicano “Il Popolano”, così come a Forlì Mussolini, da parte sua, scrive da “La Lotta di Classe” contro i repubblicani de “Il Pensiero Romagnolo”. La Camera del Lavoro locale, tuttavia, resta quasi totalmente in mano dei repubblicani, il sistema a mezzadria osteggiato dai socialisti continua a rimanere molto diffuso e la lotta per il possesso delle macchine da lavoro, come le mietitrici e le trebbiatrici, sembra non risolversi nel modo sperato. Di fatto la forza contrattuale dei mezzadri e il loro ingente numero non possono essere sottovalutati dai socialisti, e Bombacci a tal proposito cerca di prendere delle posizioni miranti ad un raggiungimento graduale degli obiettivi socialisti, in quanto era necessario un cambiamento sociale ed economico che non si poteva pretendere di raggiungere immediatamente. Al Congresso socialista romagnolo sul tema della mezzadria afferma infatti: “[...]il convegno[...] riconosce che la mezzadria ha la sua ragione d'essere nell'evoluzione del contratto agricolo; che tale contratto però non può presentare l'ultima tappa delle conquiste dei lavoratori agricoli; che di conseguenza il partito socialista deve tendere a beneficio dello stesso lavoratore mezzadro, alla trasformazione di tale contratto, a mezzo della resistenza e della cooperazione […] verso forme superiori di produzione sempre più collettive 23”.

Nel frattempo indirizza la sua federazione socialista contro il ministro Luzzatti ed in generale contro la politica socialista parlamentare, continuando ad appoggiare la corrente turatiana e asserendo che : 22 23

Ivi, pag. 86. Ivi, pag. 88.

19


“le riforme politiche sono spesso illusorie quando non riescono dannose al movimento proletario [...]24”.

L'intransigenza e la non compromissione con i repubblicani sono condivise anche dal segretario socialista di Forlimpopoli, Vernocchi, ma in generale tutto il socialismo romagnolo comincia ad attestarsi su posizioni più dure, e questo anche per la notevole influenza che Mussolini da Forlì vi esercita all'interno. La diffusione e la popolarità del suo giornale “La Lotta di Classe” è in continuo aumento e di molto rispetto a “Il Cuneo” di Bombacci, ma la concorrenza tra i direttori delle due testate si deve inserire in un clima, che sia Noiret, che Salotti, che Petacco, ci presentano come di amicizia e di stima reciproca. Il recente “indurimento” delle idee di Bombacci è infatti anche in parte influenzato dal successo che la figura di Mussolini stava guadagnando all'interno del partito, dove arriverà rapidamente a far parte della direzione, inseguendo con accanimento i suoi ideali rivoluzionari. Bombacci da parte sua non si rispecchia in tutte le scelte politiche propugnate da Mussolini, ma continua a rivestire l'immagine dell'intellettuale di provincia profondamente ancorato alle sue origini contadine e a quel socialismo campagnolo che tuttavia non lo fa allontanare ancora del tutto dalle posizioni riformiste. Il punto chiave di incompatibilità tra i due, che in parte determinerà anche la rottura tra Mussolini e l'organizzazione socialista, verte su un tema delicato. Noiret lo introduce con le parole di Torquato Nanni, un socialista romagnolo conoscente sia di Bombacci che di Mussolini, che scrive a proposito di quest'ultimo: “chi avesse detto che le formazioni cooperative erano come le cellule della futura società proletaria che si andavano spontaneamente formando nel seno del regime capitalistico, avrebbe avuto il suo amaro sarcasmo [...]25”.

Mentre quindi Mussolini non poteva neanche concepire il fatto che in un regime capitalista potesse naturalmente formarsi, crescere e strutturarsi un socialismo reale, Bombacci era convinto del contrario e teorizzava come possibile la nascita, in seno al capitalismo, di uno stato collettivista, basato su una piramide di cooperative in collaborazione reciproca, appoggiando fondamentalmente, ancora, le idee sostenute da Turati. Tuttavia in questo periodo i due agiscono spesso d'intesa nel portare avanti 24 25

20

Ivi, pag. 89. Ivi, pag. 93.


campagne comuni, condividendo la loro visione politica su molti aspetti, come ad esempio la profonda avversione verso la massoneria, vista come espressione della peggiore borghesia. I loro sforzi sono finalizzati ad epurare dal partito socialista chiunque fosse o si dicesse vicino alla massoneria, ma dietro questo proposito c'è una più generale avversione contro la democrazia stessa, che si concretizza in particolar modo in Bombacci, di cui è emblematica a riguardo una frase scritta in risposta a Turati: “La democrazia non è socialismo26”.

Egli vede ora la democrazia come nient'altro che un'espressione del potere borghese e riserva uno spazio su “Il Cuneo” per un articolo di Mussolini, il primo ad essere pubblicato sul suo giornale, dove le teorie politiche ed economiche di Mazzini e Marx vengono messe a confronto, per dimostrare la superiorità dell'idea marxiana della necessità, per la società proletaria, di crearsi delle proprie istituzioni, nell'impossibilità di ottenere dei risultati soddisfacenti per sé semplicemente appoggiando i valori di democrazia e repubblicanesimo. La collaborazione di Bombacci e Mussolini prosegue sia con l'impegno comune nel seguire e sostenere la Federazione Giovanile Socialista Italiana, sia nell'appoggio che ognuno dei due fornisce all'altro in occasione dei congressi e dei ritrovi ufficiali, dove in uno di questi ultimi, ad esempio, Bombacci presenta Mussolini come: “[...] un'anima cosciente e coerente di socialista, mente coltissima e forte tempra di combattente[...]27”.

Forse era proprio quella “forte tempra di combattente” la maggiore differenza tra Mussolini, che ne faceva la sua caratteristica principale, e Bombacci, che pur attestandosi

ora

su

posizioni

antiparlamentariste,

non

compromissorie

e

antidemocratiche, non condivide le prospettive rivoluzionarie e di lotta violenta espresse dall'amico. Nonostante tutto, il legame affettivo che si è ormai instaurato tra i due rimane vivo e si rafforza durante questo periodo, in cui avviene la morte rispettivamente del padre di Mussolini e della madre di Bombacci. A testimonianza di questo rapporto profondamente umano, riporto qui le parole di conforto che Bombacci scrive a Mussolini dopo la morte del padre: 26 27

Ivi, pag. 94. Ivi, pag. 95.

21


“So per dolorose esperienze che certe profonde ferite non si rimarginano neppure coll'affetto dei veri amici, tuttavia è un bisogno del cuore a cui nessuno di noi sa sottrarsi, quello di unire il proprio cordoglio a quello dell'amico nell'ora della disgrazia. Gradisci dunque le più sentite condoglianze mie e dei compagni di Cesena che ti vogliono bene. Cordialmente tuo aff.mo Bombacci.28”.

Per quanto riguarda le aspettative dei due sull'orientamento del loro partito, queste vengono deluse dal Congresso Nazionale Socialista, nel quale viene votato a maggioranza il fronte comune con il PRI contro l'Agraria. Il partito evidentemente non condivideva l'intransigenza. Al suo interno invece, Mussolini aderisce con convinzione alla frazione rivoluzionaria socialista guidata da Lazzari, a differenza di Bombacci che continua a mirare al conseguimento di grandi riforme, come il suffragio universale, in quanto sono ancora queste per lui gli unici obiettivi concreti da poter realizzare. D'altra parte, la decisione di Bissolati di prendere parte al governo Giolitti del 1911 determina importanti conseguenze nel PSI e in particolar modo in Romagna, dove Mussolini minaccia la direzione del partito con un telegramma, in cui comunica: “Liquidate giolittiano, monarchico, realista Bissolati o cinquanta sezioni federazione forlivese abbandoneranno il partito29”.

Bombacci ha invece una reazione moderata e riflessiva verso la decisione di Bissolati e si limita a prenderne le distanze, restando nel campo della formalità e del rispetto delle gerarchie, anche se è proprio da quest'episodio in realtà, che egli imbocca definitivamente, in maniera molto graduale ma decisa, la via d'uscita dal riformismo. Bombacci leva infatti la sua voce contro il riformismo di stato di Giolitti e contro qualsiasi tipo di collaborazione col governo borghese e con una democrazia incompatibile con il socialismo, che – dice - può essere realizzato solo dalla volontà del proletariato. È questa la strada che condurrà Bombacci al Massimalismo, anche se ora come ora è Mussolini che dimostra una determinazione d'intenti non indifferente, annunciando di fatto l'autonomia dal partito della sua sezione di Forlì. Quest'iniziativa gli fa acquisire una notevole popolarità, portandolo alla testa del PSI romagnolo, mentre l'azione di Bombacci resta pressochè nulla. La scarsa visibilità politica di Bombacci 28 29

22

Ivi, pag. 98. Ivi, pag. 99.


coincide di fatto con il suo intento di favorire le azioni di Mussolini, e non si espone di modo da lasciargli campo libero anche a Cesena, dove si impegna unicamente a scrivere degli articoli, su “Il Cuneo”, d'appoggio a Mussolini, alla frazione rivoluzionaria socialista e al loro giornale ufficiale, “La Soffitta”, in cui infatti non si riscontrano articoli di Bombacci. Nel maggio del 1911 rassegna le sue dimissioni dalla federazione di Cesena, ufficialmente per motivi di salute, e la sua ultima volontà da segretario è il distaccamento da Cesena della sezione di Forlimpopoli, che così si ritrova ad andare sotto Forlì. L'espansione dell'influenza di Mussolini anche nel cesenatico coincide appunto con le dimissioni ufficiali di Bombacci. Arriva infatti ad assorbire lentamente anche “Il Cuneo” (in difficoltà finanziarie) ne “La Lotta di Classe”, oltre a fondere le federazioni di Rimini, Sant'Arcangelo (fondata da Bombacci) e Forlì in una sede provinciale a Cesena. In questo periodo Bombacci si ritira temporaneamente dall'attività politica, per poi tornarvi nel novembre del 1911 come segretario della Camera del Lavoro di Modena. La sua attività politica è stata tuttavia costantemente monitorata dalle autorità di polizia, i cui rapporti rappresentano una fonte fondamentale per la ricostruzione della vita di Bombacci. Sconterà infatti il carcere per quattro mesi, una prima volta nel 1913 per attività anticlericali e antimilitariste. É in tale occasione che Mussolini gli invia un'affettuosa lettera dicendogli: “Caro Bombacci, ho saputo che sei andato a costituirti per scontare quattro mesi di carcere. Hai fatto benissimo. Ciò ti darà pure il tempo per dedicarti allo studio. Coraggio e avanti! Io pure sento la nostalgia del carcere e quasi quasi ti invidio...Se hai bisogno di qualcosa scrivimi pure. Saluti. Affettuosamente, Mussolini. P.S.: Caro Nicolino, molto bene quello che mi dici, non bisogna chiedere grazie e nemmeno accettarle. Quanto ai libri, io credo che tu possa farti mandare la nuova edizione delle opere di Marx, Engels, Lassalle e ne avrai più che abbastanza per quattro mesi. Ciao.”30.

L'evento che porrà in modo deciso le opinioni di Bombacci e Mussolini su due fronti opposti, si colloca nel dibattito interno al partito socialista, sulla decisione dell'intervento o meno dell'Italia nella guerra scoppiata nel 1914. Le posizioni interventiste, che Mussolini ostenterà nei primi mesi del 1915 dalle colonne del suo giornale, l'”Avanti!”, sono sorrette dall'idea che vede in una possibile vittoria bellica la 30

A. Petacco, “Il comunista in camicia nera”, cit. pag. 26.

23


possibilità, per il popolo italiano, di acquistare fiducia in sé stesso, in modo da creare le basi per l'auspicata rivoluzione sociale. Queste cozzano con la linea neutrale decisa dal partito e con l'opinione di Bombacci stesso che, al contrario, sostiene che solo una pesante sconfitta avrebbe provocato nel popolo una volontà rivoluzionaria. Lo schieramento a favore dell'intervento, provoca di fatto a Mussolini l'espulsione dal PSI e il suo definitivo allontanamento dal partito. Proseguirà la sua attività politica fondando nel 1919 i “Fasci di Combattimento”31.

31

24

Cfr. De Felice, Renzo, 2002, “Breve storia del fascismo”, Milano, A. Mondadori.


CAPITOLO II Verso il massimalismo e la dirigenza socialista. Al suo arrivo a Modena nel 1911, dopo mesi di inattività, Bombacci si ritrova a lavorare in una zona dove il PSI aveva un notevole successo tra i lavoratori e specialmente, ancora una volta, tra i braccianti, che qui avevano già aderito al sistema confederale e quindi alla CGdL. L'attività sindacale in questa zona vedeva però, oltre alla Camera del Lavoro di Modena, la presenza delle Camere del Lavoro di Carpi e di Mirandola (il segretario di Mirandola era Edmondo Rossoni, futuro ministro del Lavoro sotto il regime fascista), e la propaganda socialista era abbastanza territorializzata. Le tre camere erano infatti indipendenti l'una dall'altra, in opposizione al sistema confederale. La posizione di Bombacci è anche qui in linea con la tendenza accentratrice sostenuta dai socialisti. Questi stavano tentando infatti di coordinare le attività delle tre camere sotto la supervisione di un'unica camera principale, quella di Modena, in opposizione alla tendenza decentralizzatrice del movimento sindacalista. Bombacci quindi persegue anche a Modena la formazione di un'azione unitaria di classe, che possa evitare, attraverso il dialogo ed una coordinazione centrale, inutili divisioni all'interno del movimento proletario. Scrive infatti su “Il Domani”, il giornale socialista di Modena: “Chi sente l'apostolato per la redenzione degli uomini non può, non deve dar eco al fuoco che già divampa e corrode l'esercito proletario: l'unità proletaria è e deve essere l'antidoto al “divide et impera” che la classe dominante ha sempre applicato per tener ferma la catena della schiavitù al popolo lavoratore32”.

L'idea, esposta al congresso di tutte le camere nel 1912, prevedeva quindi che le camere di Carpi e Mirandola diventassero succursali della sede centrale di Modena, e che tutti gli scioperi generali e le mobilitazioni fossero decise in accordo con la sede centrale. I propositi della neo-costituita Unione Sindacale Italiana andavano però in direzione contraria, in quanto i sindacalisti aderenti a quest'ultima preferivano continuare ad esistere come minoranza, piuttosto che accettare la proposta di un'unione generale delle attività sindacali sotto Modena. Nel congresso generale agli inizi del 1913, la mozione unitaria sostenuta da Bombacci ottiene il risultato sperato e i sindacalisti della USI la 32

S. Noiret, “Massimalismo e crisi dello stato liberale”, cit. pag. 137.

25


loro Camera del Lavoro indipendente di minoranza. Il primo febbraio 1913 Bombacci è di fatto il segretario della nuova Camera del Lavoro Unitaria e dichiara: “Non ho un programma originale, l'azione di classe forte audace, persistente, esplicata con amore e con sacrificio ecco la nostra via. La Camera del Lavoro dev'essere [...] faro luminoso di educazione classista. Questo è il mio sogno [...]33”.

Anche se il movimento sindacalista rimane di minoranza, la scissione permane, tuttavia, forte dei ventimila lavoratori che avevano aderito alla CdLU, l'attività di Bombacci prosegue. Egli in questo periodo si trova ad affrontare un'emergenza lavorativa particolarmente grave, soprattutto per quanto riguarda i lavori agricoli, e quindi la categoria dei braccianti. Le innovazioni tecnologiche in campo agricolo, l'introduzione di nuovi strumenti e l'incremento di produttività conseguente all'introduzione della rotazione delle colture, determinano una forte riduzione della richiesta di manodopera nelle campagne. Il tasso di disoccupazione aumenta vertiginosamente e molti braccianti si ritrovano senza lavoro, in una crisi che, oltre il settore privato dei proprietari terrieri, travolge anche il settore pubblico. Le ingenti spese militari che lo stato si ritrova a sostenere, in seguito alla decisione di voler sostenere una guerra imperialista contro l'esercito turco, per la conquista della futura terra di Libia, fanno diminuire di molto i finanziamenti al settore pubblico-lavorativo. Impediscono inoltre un possibile riassorbimento dei braccianti disoccupati, in lavori che prima erano offerti dal comune o dallo stato. Bombacci tenta quindi di fare pressione sulle amministrazioni locali, chiede più finanziamenti pubblici e organizza manifestazioni di protesta al governo Giolitti, guidando il movimento lavoratore verso una critica serrata nei confronti dell'impoverimento dovuto all'entrata in guerra. Attacca il governo giolittiano sia sul campo istituzionale, sia nelle proteste di piazza, dove nei suoi comizi inizia, per la prima volta, ad incitare al contrasto e alla lotta contro la borghesia ed il sistema capitalista. Giudica questi ultimi i veri responsabili di una crisi che non troverà mai, dice, una soluzione senza un cambiamento radicale della politica. Nei congressi però continua ancora a sostenere una politica riformista di pressione sulle istituzioni, in opposizione ai sindacalisti. Tuttavia le risposte negative dei prefetti alle sollecitazioni, ed i tentennamenti della CGdL sull'azione politica da intraprendere, spingono sempre di 33

26

Ivi, pag. 139.


più Bombacci verso posizioni di lotta di classe. Le notevoli difficoltà che egli avverte ci siano nel portare i lavoratori all'azione, lo spingono, d'altra parte, ad affermare che: “purtroppo non è sempre vero che la fame sia pungolo a maggiori conquiste, quando chi la soffre è ancora ipotecato dall'ignoranza e ha nell'anima il servilismo profondamente radicato 34”.

Il proletariato infatti sembrava ancora restìo ad intraprendere scioperi e manifestazioni di massa, e spesso andava a pregare per un'occupazione alla Camera del Lavoro stessa. Bombacci, di conseguenza, comincia sempre di più a sostenere e ad incitare i lavoratori verso un'azione diretta e di classe. L'inizio dei lavori di bonifica del territorio, continuamente richiesti al governo dalle Camere del Lavoro e dal PSI di Mantova, Reggio Emilia e Modena, non sembrava potersi realizzare e non si dava una valvola di sfogo alla disoccupazione dilagante. Il dialogo con le istituzioni non dà risultati, e le aspettative deluse portano Bombacci a prendere delle posizioni intransigenti all'interno della CGdL e nei confronti del suo presidente Rigola. Nello stesso periodo, anche gli articoli di Mussolini su “L'Avanti!” contribuiscono alla crescita del movimento intransigente all'interno dei sindacati e della CGdL. All'interno di questa, Bombacci si schiera nettamente in favore di un cambiamento di rotta. Egli vedeva non nella CGdL, ma nelle Camere del Lavoro stesse, le forze coordinatrici dell'azione popolare, in modo da opporre alla direzione dall'alto, un'azione coordinata dal basso. Gli attacchi di Bombacci e Mussolini continuano tuttavia a rientrare in un movimento di minoranza. La CGdL infatti approva per due volte nel 1913 la linea del presidente Rigola con una maggioranza schiacciante. Mussolini inveisce quindi contro i sindacalisti dell'USI, criticando la loro decisione di restare al di fuori della CGdL. Se ci fosse stata la loro presenza al suo interno, infatti, avrebbero potuto determinare quel cambio di rotta che anche loro stessi auspicavano. Nello stesso numero de “L'Avanti!” viene pubblicato anche un articolo di Bombacci, in cui vengono difese a spada tratta le posizioni di Mussolini e ci si auspica la convocazione di un ulteriore congresso per venire a capo della situazione. Viene realizzata quindi, verso la fine del 1913, una sorta di lega delle Camere del Lavoro, al fine di opporsi alla contestata direzione centrale e creare un coordinamento delle forze proletarie, promotrici della linea intransigente bocciata dalla CGdL. Il 34

Ivi, pag. 145.

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contrasto con i sindacalisti scissionisti si acuisce, fomentato anche dal tentativo di Bombacci di avvicinare il movimento, nato dalle camere del lavoro, al PSI. La speranza era quella di creare un'unità proletaria con delle prospettive politiche concrete, la cui mancanza si rimproverava fortemente al movimento sindacale dell'USI. Al contrario di Mussolini, come anche della maggior parte del partito, Bombacci crede che sia necessario unire le lotte sindacali al PSI, in quanto giudica quest'ultimo come il vero depositario dell'ideale socialista, destinato quindi a coordinare l'azione proletaria verso il trionfo. Egli chiarisce la sua posizione nei confronti della CGdL in un Congresso della Camera del Lavoro Unitaria di Modena, dove afferma di essere: “confederalista, ma contrario all'attuale indirizzo della confederazione. Ritenendo che la confederazione nella sua attività non tenga sufficientemente in considerazione la psicologia del proletariato italiano e che resta troppo assente dalle lotte e dalla vita proletaria 35”.

Mussolini, in questo periodo, inizia quel percorso solitario che lo porterà a perseguire un'“ordine nuovo”, staccandosi sempre di più dal PSI fino al punto di rottura definitivo, avvenuto nel 1914 con la scissione della sua federazione di Forlì. L'espulsione dal partito che ne consegue, risulta in linea con la volontà stessa di Mussolini. Le sue prospettive politiche, infatti, si erano allontanate sempre di più dalla politica parlamentare, in aperta polemica con il gruppo parlamentare socialista, così come con i metodi del socialismo italiano in generale. La sua differenza con Bombacci si evidenzia nel fatto che quest'ultimo, al contrario, ha ancora fiducia nei possibili risultati dell'operato socialista, ed è per questo che non concepisce una soluzione al di fuori del partito. Piuttosto infatti si adopera per migliorarlo dall'interno, e per fargli assumere delle posizioni più nette e meno collaborative con il governo. Mussolini inizia quindi ad essere visto come un uomo nuovo, qualcuno che anche al di fuori del PSI sa guadagnarsi un suo seguito. Complici sono stati anche i suoi articoli sulle colonne de “L'Avanti!”, l'incarcerazione, ed insomma tutta una carriera politica alle spalle, che gli aveva attribuito, nella visione popolare, un'immagine di coerenza. Bombacci, pur appoggiando la linea politica del Mussolini giornalista e segretario, difendendolo più volte sul suo giornale, non lo segue nella sua scissione. È infatti 35

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Ivi, pag. 154.


cambiando i vertici di un partito che già esiste e che possiede gli ideali giusti per cambiare la società, che crede si possa giungere ad una soluzione ed all'auspicata rivoluzione sociale. Egli sostiene con convinzione la conquista del voto a suffragio “quasi” universale, strappata al governo Giolitti, come uno strumento efficace per educare le masse a partecipare alla politica e a cambiarla. Difatti alle elezioni politiche del 1913 è l'Estrema ad uscirne vincitrice, grazie soprattutto alla forte campagna di propaganda e all'incitamento al voto attuati dal PSI, che raddoppia il numero di parlamentari eletti alla Camera. Il sostegno popolare alla politica di Giolitti e dei cattolici inizia a vacillare. È subito dopo queste elezioni che Bombacci viene incarcerato per quattro mesi. Al suo ritorno, Bombacci, riafferma e persegue delle posizioni politiche sempre più intransigenti, in linea con quel suo avvicinamento progressivo a prospettive di lotta di classe. A questo proposito, in un colloquio con Yvon de Begnac, Mussolini, in seguito, ricordando il suo passato socialista racconterà: “Quando, con vecchi compagni socialisti, Vernocchi, Vezzani, Giommi, Bombacci, Veratti, anni or sono ancora mi si offriva l'opportunità di discutere gli accadimenti della nostra giovinezza, immancabilmente il discorso puntava sulla questione del riformismo. Immancabilmente, gli incontri si conchiudevano con un mio monologo: “ Il riformismo è il carnefice della rivoluzione”. Né Vernocchi, né Vezzani, né Giommi, né Veratti gioivano nell'udire le mie parole.36”.

Bombacci pensa adesso, infatti, che i tempi siano maturi per realizzare una trasformazione radicale della società, tramite la formazione di una solida coscienza di classe nel proletariato. La sua convinzione più profonda era che la politica vera si dovesse fare nelle piazze, parlando con i lavoratori ogni giorno, al di là degli spazi formali ed istituzionali, in cui riponeva una profonda sfiducia. In seguito alle dimissioni di Giolitti, infatti, Bombacci si domanda: “Chi verrà? Salandra, Luzzatti, Sonnino, Orlando? Ci affrettiamo a dichiarare che, per il proletariato socialista, l'uno nome o l'altro sono perfettamente identici. Venga la destra o la sinistra, la reazione o la democrazia è tutt'una […]. La battaglia continua, perchè Giolitti è caduto ma la borghesia resta […] Qualunque miraggio o promessa ci lascerà indifferenti. Le condizioni politiche ed economiche dell'Italia non consentono riforme. La borghesia con Giolitti 36

Yvon de Begnac, "Taccuini Mussoliniani", edizioni Il Mulino, Bologna 2011, pag.120

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e Salandra svolga il suo ciclo storico […] la guerra è dunque senza quartiere. 37”.

Per la prima volta Bombacci inizia a parlare di rivoluzione. Tuttavia resta il dato di fatto che egli, ora, non abbia delle idee chiare su come condurla e fino a dove spingerla. Egli rimane convinto infatti, abbastanza superficialmente, che il popolo stia seguendo in questo periodo un percorso naturale e istintivo verso il socialismo. Le letture di Marx, che Mussolini gli consiglia durante il suo periodo di prigionia, giovano di molto alla crescita della sua cultura e delle sue opinioni, ma ancora in modo ingenuo. Egli si sente un apostolo del vangelo socialista, e sia quest'aspetto, sia il continuo ricorso alle orazioni di piazza evidenziano come egli non si sia mai allontanato, in fondo, da quell'approccio evangelico tipico del socialismo prampoliniano. Nel 1914 scoppia la prima guerra mondiale, che vede in conflitto, in un primo tempo, gli Imperi Centrali (Germania, Austria-Ungheria, Impero ottomano e Bulgaria) contro le forze Alleate dell'Intesa (Francia, Gran Bretagna e Impero russo) 38. In Italia si accende un dibattito serrato sulla decisione dell'entrata o meno del paese in guerra, a fianco alle forze Alleate. Tra le diverse posizioni assunte dalle realtà politiche, quella del PSI è fortemente contraria all'intervento italiano nel conflitto. La maggior parte dei suoi componenti condivide il rifiuto di prendere parte a una guerra che non riguardava minimamente il proletariato o la lotta di classe, ma che era mossa unicamente da mire imperialistiche. Così come Bombacci, anche Mussolini appoggia, in un primo tempo la campagna neutralista del socialismo. Tuttavia, Il 12 dicembre 1914, con un cambio improvviso e radicale, si consuma la rottura di Mussolini con il PSI, sulle basi delle sue mutate posizioni interventiste. Egli fonda, nel contempo, il giornale “Il Popolo d'Italia”. L'improvviso voltafaccia di Mussolini ha delle ripercussioni notevoli sul partito socialista, in quanto ne rappresentava una delle personalità più di spicco. Egli, di fatto, riesce a creare un movimento interventista abbastanza nutrito, in opposizione alla politica perseguita dal PSI. All'interno del partito, nel frattempo, si consuma un dibattito interno tra neutralisti favorevoli all'Intesa, neutralisti a sostegno degli Imperi Centrali e neutralisti assoluti. Nel frattempo, l'invasione tedesca al Belgio suscita un enorme dibattito politico anche in Italia. La partecipazione del deputato belga Georges Lorand ad un congresso socialista, 37 38

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S. Noiret, “Massimalismo e crisi dello stato liberale”, cit. pag.193. Cfr. Sabbatucci, G. / Vidotto, V. , 2002, “Storia contemporanea”, Roma, editori Laterza.


dove avrebbe dovuto portare testimonianza della guerra nel suo paese, fa insorgere i neutralisti assoluti, che impediscono di fatto l'intervento del deputato. La generale spinta europea affinché l'Italia prendesse parte alla guerra era notevole, e il neutralismo socialista si trova lentamente ad essere fuori luogo, in quanto incapace di proporre un'alternativa valida o altrettanto forte a quella interventista. Bombacci cerca di mediare tra le diverse correnti interne al partito, ma intraprende infine la via della neutralità assoluta. La campagna interventista di Mussolini lo mette non poco in difficoltà, in quanto pur non condividendo affatto il suo punto di vista, si rifiuta di prendere ufficialmente una posizione contraria all'amico. Mussolini crede infatti che l'intervento in guerra sia fondamentale per gettare le basi di una possibile rivoluzione, come una palla da cogliere al balzo per realizzare qualcosa di molto più grande della guerra mondiale. Bombacci invece resta fedele all'idea socialista di non schierarsi a favore di una guerra, simbolo unicamente della volontà borghese delle potenze imperialiste. Egli prende le distanze da delle dinamiche che non appartengono al popolo, ribadendo la sua totale dedizioni alle vere lotte quotidiane che riguardano i lavoratori. Afferma inoltre, che la rivoluzione sarebbe facilitata da un' eventuale sconfitta in guerra, in quanto verrebbero a cadere i principi imperialisti che ne sono alla base, facendo risvegliare così, più forte, la volontà popolare. Sostiene dunque esattamente il contrario di Mussolini, ma non lo attaccherà mai direttamente per sua scelta. Si limiterà a rimproverare a lui e ai suoi di star inseguendo la rivoluzione sulla via sbagliata, e che il rischio a cui andavano incontro era quello della reazione. Bombacci approda ad un pacifismo rivoluzionario, che si distingue da quello dei cattolici e che prende le distanze dalle svariate realtà interventiste: i sindacalisti rivoluzionari, gli anarchici e soprattutto i nazionalisti, da lui osteggiati anche durante la guerra di Libia. Ecco ciò che scrive sul “Il Domani”: “La Repubblica, sia pure una Repubblica socialista che ci avvii al socialismo potrebbe derivare solo da una sconfitta [...] possiamo noi desiderare una sconfitta del nostro Paese? No![...] E allora […] la guerra vittoriosa non farà che ritardare le nostre speranze […] Dopo la guerra Re Vittorio III avrà completato l'opera di Re Vittorio II e sarà chiamato il secondo padre della patria […]. La borghesia si sarà battuta sui campi di battaglia e vorrà continuare a battere i “nemici interni” sui campi […] di lavoro.[...] Il proletariato ha la sua via con la sua guerra! L'antimilitarismo, la Pace, la giustizia sociale, la Repubblica socialista, l'Internazionale, il

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Diritto proletario non si otterranno aiutando i Francesi o i Tedeschi […]. 39”

La linea della neutralità assoluta adottata da Bombacci coincide con quella della direzione del PSI, dove viene largamente accettato l'atteggiamento passivo proposto da Lazzari del “né aderire né sabotare”. L'inevitabilità dell'entrata in guerra dell'Italia era ormai assodata, la campagna interventista che Mussolini propaganda da “Il Popolo d'Italia” raccoglie molti sostenitori, ma Bombacci, dal suo feudo di Modena, continua a far leva sul malcontento diffuso dei lavoratori. A Modena infatti, oltre a rivestire la carica di segretario della Camera del Lavoro Unitaria, Bombacci aveva assunto nel frattempo anche il ruolo di segretario della sezione locale del PSI, oltre ad essere direttore e coordinatore di numerosi centri e cooperative nel modenese. La sua attività per conto del partito ha qui un grande riscontro, ed è infatti proprio da Modena che inizierà la sua scalata ai vertici del partito, forte di un appoggio popolare che si era saputo creare nel corso di anni di intensa attività politica e sindacale: Lo stesso Mussolini lo soprannominerà scherzosamente “Kaiser di Modena”. Le iniziative sociali di Bombacci a Modena non cessano infatti durante la guerra. Qui viene creato, grazie all'attività della Camera del Lavoro Unitaria, che in questa occasione agisce in concordanza con l'area sindacalista, un “comitato proletario” volto a sopperire alle esigenze del proletariato in difficoltà a causa della guerra. Si segue infatti il principio del “né aderire, né sabotare” nel non collaborare con i Comitati di Difesa Civile statali. Questo centro è infatti indipendente dalle istituzioni e nasce con l'unico fine di aiutare umanamente i lavoratori. Il comitato infatti gestisce la corrispondenza tra i richiamati alla guerra e le famiglie, distribuisce i sussidi governativi e tenta di ripartire in modo equo la forte richiesta di lavoro. È comunque da precisare che la collaborazione con i sindacalisti era diventata possibile, anche in seguito al definitivo distaccamento dall'USI dei sindacalisti interventisti, che avevano fondato la sede staccata della UIL. Coerentemente con la sua politica, da parte sua Bombacci riesce a collegare strettamente le attività del comitato proletario e della Camera del Lavoro Unitaria agli ideali socialisti, secondo il principio che oltre al corpo si dovesse curare anche l'anima. Bombacci resterà assente da Modena per un breve periodo, in quanto, poco prima dell'entrata in guerra dell'Italia, assumerà temporaneamente la direzione della Camera del Lavoro di Venezia. Qui tempo prima era segretario Serrati, che prende l'incarico in questo periodo della direzione de “L'Avanti!” in seguito alla scissione interventista di 39

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S. Noiret, “Massimalismo e crisi dello stato liberale”, cit. pag. 205.


Mussolini. È da Venezia che Bombacci esprime delle opinioni fondamentali per comprendere l'effettiva evoluzione del suo pensiero politico: “I socialisti hanno il primissimo dovere di maggiori sacrifici, di una più bene intesa disciplina nell'azione che occorre svolgere entro e fuori i nostri organismi di classe e di partito […]”- e inoltre- “Riteniamo dunque che, una volta ritornati alla vita normale due grandi compiti ci si impongano: revisione delle idee e dei programmi-selezione degli uomini. È indubitato che gli avvenimenti i quali da un anno a questa parte sconvolgono il mondo, hanno dimostrato il fallimento completo di metodi e programmi di principio […] il riformismo ha preparato in noi l'alito, la mentalità, l'ambiente propizio per subire qualsiasi forma di aggressione e ci ha perfino impedito di pensare a una lontana ribellione a quella cosa mostruosa ed anti-umana che è la guerra40”.

È da sottolineare inoltre, come in questo periodo il PSI si stia avvicinando con interesse alle teorie di Lenin, che dalla Russia si schiera duramente contro il conflitto, visto anche da lui unicamente come espressione della volontà di due imperialismi. A tal proposito è importante la firma che Serrati, Modigliani e Morgari pongono a un testo che accordava la linea del PSI con quella della minoranza del partito operaio socialdemocratico russo guidata da Lenin. Quest'evento è avvenuto alla conferenza di Zimmerwald, dove, su iniziativa italiana, si riesce a organizzare una riunione delle forze socialiste di tutta Europa per creare un fronte comune socialista contrario al conflitto. Tuttavia, in questa sede, la proposta di Lenin di trasformare la guerra imperialista in una guerra civile su ideali socialisti non ha successo, in quanto la maggioranza dei presenti decide di fatto per la continuazione della linea neutralista intransigente, cioè quel “né aderire, né sabotare” adottato da Lazzari in Italia. Chi invece si avvicinerà sempre più all'idea leninista sarà Serrati, che nel 1916, alla conferenza tenutasi a Kienthal, appoggerà definitivamente Lenin. Questo determinerà la nascita del movimento massimalista nel PSI a cui aderirà anche Bombacci. Egli intanto porta avanti con convinzione la linea intransigente di Lazzari, forte anche dell'idea largamente diffusa che il conflitto sarebbe stato di breve durata e la pace fosse imminente. Tuttavia, a partire dal 1916, la presa di coscienza, da parte di tutti, che la guerra in atto non accennava a volgersi effettivamente verso la fine, spezza gli equilibri sociali già molto precari. Si succedono infatti con molta frequenza una serie di manifestazioni spontanee, e protagoniste ne sono soprattutto le donne, le mogli degli 40

Ivi, pag. 215.

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uomini sottoposti agli obblighi di leva e partiti per una guerra di cui ora non si scorgeva la fine. Questo fenomeno ha ovviamente un'ampia diffusione anche a Modena, dove però la Prefettura crede di individuare in Bombacci il principale aizzatore di tali manifestazioni, non riconoscendo la loro spontaneità. Bombacci quindi si trova a doversi difendere dalle accuse del prefetto, che attua nei suoi confronti una sorta di persecuzione, tramite la censura dei suoi articoli e della sua corrispondenza, arrivando ad arrestarlo per attività sovversive. Egli scrive dal carcere al prefetto, evidenziando il fatto che con l'assenza di un coordinatore capace di comunicare alle folle, grazie alla reputazione di cui egli godeva presso di loro, la situazione poteva solo degenerare ulteriormente: “Egregio commendatore le scrivo dal corpo di guardia. Ero appena venuto da Carpi saputo che una manifestazione di donne assumeva il carattere di uno sciopero generale. Sono andato come è mio dovere di organizzatore ad accertarmene. Una guardia comunale esasperava la folla con violenze […]. Non per me ma per la mia tranquillità, perchè io possa compiere il mio dovere e perchè la dimostrazione non assuma proporzioni di protesta più gravi, mi lasci libero. 41”.

L'attività di persecuzione del prefetto tuttavia non cessa, vengono coinvolte anche persone vicine a Bombacci o semplicemente colte a parlare con lui per strada. Questa situazione di mobilitazione generale, d'altra parte, spinge Bombacci verso posizioni sempre più rivoluzionarie e simili, da molti punti di vista, a quelle sostenute in precedenza da Mussolini e dagli anarco-sindacalisti. Egli dalle piazze incita alla mobilitazione generale di quello che definisce il “paese reale” contro il “paese legale”, volto unicamente alla difesa del governo e non a quella del popolo. I suoi discorsi hanno un immediato riscontro nella volontà del popolo, e riescono a fomentare ulteriormente le ribellioni già nate spontaneamente, di cui però Bombacci, pur incoraggiandole e auspicandole, non voleva esserne un capo. Secondo Noiret, egli spera che il PSI stesso si prenda carico di una complessa situazione in cui vi erano forti potenzialità, ma la sua iniziativa rimane fortemente personale, anche a causa di un forte ascendente sul proletariato modenese che, di fatto, non riesce del tutto a dirigere in un effettivo contesto rivoluzionario. L'obiettivo che il popolo lavoratore e i socialisti perseguono rimane la pace. Il gruppo socialista che si era riunito a Zimmerwald si riunisce di nuovo a Lugano per trovare un 41

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Ivi, pag. 230.


accordo sulla linea politica da intraprendere rispetto alla situazione internazionale. Bombacci è presente a quest'incontro ed è uno dei sostenitori della cosiddetta “destra zimmerwaldiana”, cioè la fazione opposta a quella massimalista-bolscevica di Lenin, rivoluzionaria. Fino al 1917, anno dello scoppio della rivoluzione russa, Bombacci, come la maggior parte del PSI, rimane sempre schierato a favore della pace senza una prospettiva politica chiara da perseguire nel presente o in seguito al conflitto. Vengono infatti notevolmente apprezzate, da lui e dal partito, le trattative di pace messe in atto dal presidente americano Wilson; il desiderio infatti è quello di conseguire il termine delle ostilità nel più breve tempo possibile, indipendentemente dai metodi. Tuttavia dal 1916 Bombacci inizia ad avvicinarsi alle posizioni del direttore de “L'avanti!”, quando, riflettendo sulle idee espresse da Wilson, afferma: “[...] La nota di Wilson […] deve necessariamente ispirarsi ad un concetto di determinismo economico capitalistico e di concezione nazionale, mentre il pensiero socialista trae invece sua forza dall'idealismo internazionale proletario 42”.

A partire dal 1917, Bombacci si attesta definitivamente sulla linea politica di Lenin, e ha occasione di manifestare ufficialmente le sue idee al Congresso di Roma del PSI, dove partecipa in qualità di fiduciario del partito. È da qui che comincia l'ascesa della sua carriera politica. Riesce infatti a far approvare al Congresso il suo ordine del giorno, che vince con una netta maggioranza rispetto a quello di Modigliani. Egli invitava il PSI a non partecipare alla conferenza dell'Internazionale a Parigi: “[...] sia per la non partecipazione dei russi, sia per la decisione del partito socialista francese di ammettere (alla riunione) […] anche i socialisti espulsi o fuoriusciti dal Partito Socialista Ufficiale Italiano.43”.

È notevole il fatto che un nuovo arrivato, quale era Bombacci, riuscisse a imporre un ordine del giorno che metteva d'accordo l'ala più rivoluzionaria, guidata da Amedeo Bordiga, con quella più moderata del partito. L'attenzione del socialismo italiano verso ciò che stava accadendo in Russia era notevole. Tuttavia non si avevano ancora delle notizie chiare e precise su come stesse effettivamente andando la rivoluzione bolscevica. In questa si ritrovano gli stessi 42 43

Ivi, pag. 239. Ivi, pag. 240.

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principi di pace immediata e di rifiuto dell'oppressione che Bombacci aveva a suo tempo apprezzato nel programma di Wilson, ma che ora determinano l'inizio di un appoggio incondizionato all'operato di Lenin. Da “Il Domani” Bombacci scrive infatti numerosi articoli in appoggio alla rivoluzione russa, descrivendola come il più importante ed efficace esempio di opposizione alla borghesia internazionale e che, perciò, andava supportata in ogni modo. Tuttavia è da sottolineare come molti dei suoi articoli sulla rivoluzione vengano fortemente censurati nei contenuti dalle autorità. Ciò che più affascina Bombacci è vedere qui realizzato ciò che egli aveva a suo tempo sognato di creare con la diffusione degli ideali socialisti nelle cooperative, così come in generale nei movimenti dei lavoratori. Quel connubio tra obiettivi politici socialisti e classi lavoratrici, quali potenziali detentrici di un potere, che può effettivamente essere fatto nascere e diffondere dal basso, è stato concretizzato in Russia, dove i soviet (consigli dei lavoratori) si delineano come i reali protagonisti e fautori della rivoluzione sociale. Scrive infatti Bombacci su “Il Domani”: “La classe lavoratrice non solo ha dato il primo impulso al grande movimento, ma vi si è subito affermata come elemento autonomo, con quei consigli dei delegati degli operai e dei soldati che dirigono lo stato quasi da pari al pari col governo provvisorio ed i cui atti preoccupano e turbano visibilmente le lassi dirigenti di ogni paese quanto gli avvenimenti militari, forse di più [...] 44”.

Le speranze di Bombacci sono tutte rivolte quindi alla rivoluzione russa, in una totale idealizzazione della stessa, allo stesso modo delle masse lavoratrici italiane, dove, forse anche a causa della carenza di notizie dettagliate sull'effettivo avanzamento del successo bolscevico, si sta diffondendo quell'immagine che contribuirà in un futuro prossimo alla creazione dell'idea del “paradiso dei soviet”. Le posizioni di Turati, vengono ora fortemente criticate da Bombacci, in base anche alla sua nuova collocazione all'interno delle fazioni createsi alla conferenza di Zimmerwald. Mentre infatti Turati resta allineato alla “destra zimmerwaldiana”, Bombacci intraprende la nuova strada tracciata da Lenin e nel partito assume una posizione intransigente, proponendo di escludere dal PSI coloro che non fossero disposti da subito ad appoggiare le conquiste bolsceviche. Nel 1917 Bombacci entra ufficialmente a far parte della Direzione del partito, fatto che lo allontanerà sempre di più da Modena e dalla sua Camera del Lavoro, affermandolo ufficialmente, d'altra parte, come uno dei protagonisti della politica socialista italiana. 44

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Ivi, pag. 242.


Egli si fa portavoce delle posizioni rivoluzionarie di Bordiga e della Federazione Giovanile Socialisti Italiani, che lo appoggiava. Il 23 luglio del 1917, nel corso di una riunione della Direzione del PSI, vede la sua nascita la frazione “intransigenterivoluzionaria” o “massimalista”, di cui oltre a Bordiga e Bombacci, entrerà a far parte in seguito anche Antonio Gramsci. Con l'arresto di Lazzari in seguito all'introduzione del “decreto Sacchi” del 1917, che proibiva sia gli scioperi che le attività sovversive ed in generale considerate: “[...] recare pregiudizio agli interessi connessi con la guerra” 45,

Bombacci assume la direzione del partito ad interim, che manterrà fino al 1920. Sotto la sua guida le posizioni dell'area massimalista avranno uno sviluppo ed un'adesione notevoli. Egli, in seguito anche dell'incarcerazione di Serrati, è infatti solo alla testa del PSI, che in questi tre anni dirigerà in prima persona. I suoi sforzi sono volti ad escludere sempre di più l'ala riformista di Turati dalle decisioni del partito, e comincia sempre di più ad ottenere un notevole consenso l'idea del “Bisogna fare come in Russia”, di cui egli era il primo sostenitore. Cito qui parte del suo discorso, fatto da segretario di partito, al convegno provinciale di Bologna del 1918: “[...] La storia sta orientandosi inevitabilmente verso la necessità della lotta di forza […]. Occorre perciò opporre al meschino programma della democrazia borghese, quello più sacro e necessario per il raggiungimento dei nostri ideali: la dittatura proletaria.” 46.

Le elezioni politiche del novembre del 1919, anch'esse trattate in modo molto dettagliato da Chabod, comportano nella politica italiana quella che si può senz'altro definire come una svolta storica. Oltre ai socialisti, uscitine vincitori, ne sono stati protagonisti, infatti, i 100 deputati eletti del neonato partito popolare, fondato da don Luigi Sturzo, che segna il ritorno dei cattolici in politica. Il successo del partito popolare è dipeso in gran parte dall'effettivo abbandono del sistema d'elezione a collegio uninominale col passaggio al proporzionale. Viene così premiato l'intero partito, non più le singole personalità, e si determina, in tal modo, l'effettiva affermazione della politica dei partiti: gruppi compatti con una struttura fortemente gerarchica. Durante il congresso del PSI dell'ottobre del 1919 a Bologna, fatto in vista delle 45 46

G. Salotti, “Nicola Bombacci da Mosca a Salò”, cit. pag. 25. Ivi, pag 26.

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elezioni, risulta ormai palese un'affermata maggioranza della corrente massimalista del partito rispetto alla riformista, a cui Bombacci aveva chiesto di “accettare Lenin o andarsene”. In linea con questo proposito è importante infatti sottolineare la presenza al congresso di Vladimir Degott, rappresentante del Comintern47 in Italia, che esprime il suo compiacimento per l'entrata del partito nell'Internazionale e invita a compiere un passo ulteriore proclamando il partito “comunista”. La descrizione delle personalità politiche di spicco, che Degott presenta in una lettera a Lenin in seguito al congresso, risulta di grande interesse per comprendere le idee che si stavano facendo i russi riguardo i compagni italiani. Di Gramsci dice: “comprende le situazioni più profondamente degli altri compagni. Ha capito più chiaramente la rivoluzione russa. Ma egli non può influire sulle masse [...]”

e per quanto riguarda: “Bombacci, che gode di larga popolarità, è un romantico, un uomo dominato dagli stati d'animo, anche se è indubbiamente un devoto rivoluzionario. Quando sarà necessario, egli si schiererà all'avanguardia del proletariato avanzante, e con questo annienterà la borghesia. Ma gli manca quella fredda analisi marxista, di cui dispongono i nostri compagni russi.” 48.

Se non il nome del partito, come suggerito da Degott, almeno il simbolo fu cambiato: Bombacci fa approvare al congresso l'importazione dalla Russia sovietica del simbolo di: “un martello incrociato da una falce e circondato da due spighe di grano” 49.

Questa decisione, oltre a trovare l'approvazione dell'intero partito, che accetterà il simbolo all'unanimità, sarà alla base di un'ulteriore intensificazione dei rapporti con la Russia bolscevica. Nelle elezioni del 1919, in ogni caso, Bombacci è eletto. Decide, di conseguenza, di abbandonare la segreteria per rispettare la modifica, che egli stesso aveva voluto far apportare allo statuto del partito, a favore dell'incompatibilità tra la carica di deputato e 47 48 49

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Organizzazione internazionale dei partiti comunisti aderenti alla III Internazionale. G. Salotti, “Nicola Bombacci da Mosca a Salò”, cit. pag. 32. Definizione de “L'Avanti!”, 13 ottobre 1919.


quella di segretario, ed anche a causa delle pressioni di Serrati, che lo incitava ad essere il primo a dare il buon esempio. Il suo proposito è quello di poter influenzare in maniera diretta le manovre politiche del suo stesso partito, ma riesce, tuttavia, a lasciare la carica di segretario ad un suo fedelissimo, tale Egidio Gennari. È da deputato infatti che il capo del governo Nitti lo invia insieme a Cabrini (rappresentante della lega delle cooperative) a Copenaghen 50, a prendere contatto diretto con Maksim Litvinov (commissario sovietico per gli affari esteri), con l'incarico di raggiungere quello che sarà un accordo economico, finalizzato a creare un canale di commerci privilegiato tra Russia e Italia, tra cooperative sovietiche e italiane. L'incontro, da un punto di vista diplomatico ed economico, è fruttuoso e ottiene anche una positiva considerazione da parte dello stesso Nitti, non del tutto condivisa però da parte della delegazione sovietica. I russi infatti puntano al conseguimento, oltre che dell'accordo economico, anche e soprattutto del riconoscimento politico della Russia sovietica da parte italiana. Questo troverà compimento solo sotto il governo fascista e, per adesso, dal punto di vista personale di Bombacci, rappresenta solo un'incredibile delusione. La sua priorità personale nel viaggio a Copenaghen, consisteva nell'opportunità che gli veniva offerta di parlare direttamente con i piani alti sovietici di una possibile estensione della rivoluzione russa e di sottoporre alla loro attenzione un suo studio sulla costituzione dei soviet in Italia. Questo, come avrà modo di rendersi conto, non interesserà minimamente ai russi. Bombacci stesso ricorda anni dopo, nel 1938, l'episodio sulla rivista “La Verità”, di cui sarà direttore, e scrive: “La sintesi del pensiero di Litvinov […] fu questa: Mosca deve riprendere i suoi commerci, i suoi rapporti economici e politici con gli stati capitalistici; questo è il problema urgente della Russia sovietista, non altro.51”.

Il totale disinteresse da parte sovietica per una possibile rivoluzione italiana manifesta in maniera definitiva la loro reale priorità, cioè il conseguimento del riconoscimento politico dall'Italia come dalle altre nazioni. Con questo scopo suggeriscono a Bombacci di puntare a calmare le masse, che egli stesso aveva per anni riunito attorno al sogno del paradiso dei soviet, per contribuire a creare nel paese un clima che possa facilitare 50

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A Copenaghen era stato fondato un Istituto chiamato “della pace”, la cui funzione di fatto consisteva nel raccogliere finanziamenti occulti destinati al partito bolscevico. Fu fondato da un ebreo di origine russa chiamato “Parvus”, ma rispondente al nome di Alexander Israel Helphland. G. Salotti, “Nicola Bombacci da Mosca a Salò”, cit. pag. 38.

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l'accordo diplomatico. Egli di conseguenza ammorbidisce di fatto i toni dei suoi comizi e dimostra dunque una notevole fedeltà alle direttive della III Internazionale, che i russi non mancheranno di riconoscergli in seguito. Dirà agli operai di Torino: “Se voi vi muovete per difendere le commissioni di fabbrica, avete ragione; ma se vi muovete per fare il comunismo in Italia, avete torto, perchè questa è una deliberazione che non è di vostra competenza, ma deve essere concordata con l'Internazionale.” 52.

Tuttavia non abbandona la sua convinzione che una rivoluzione in Italia sia possibile e continua a sostenere la tesi che sia necessario realizzare prima di tutto la formazione dei soviet, per rendere effettivamente possibile una successiva rivoluzione. Già il 13 dicembre del 1919 infatti, in un discorso tenuto alla Camera, afferma: “Il Parlamento è l'espressione politica di un periodo economico già superato dalla storia […]. Il nostro posto è fuori nella piazza, fra coloro che lavorano, per foggiare con essi i nuovi istituti, non più espressione della borghesia ma del lavoro, i Soviet, i consigli dei lavoratori. 53”.

Tali dichiarazioni scatenano reazioni contrarie da parte di Serrati ed in maniera molto decisa da parte di Togliatti, che pensano ai soviet come ad un punto d'arrivo conseguente alla rivoluzione e non altrimenti.

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A. Petacco, “Il comunista in camicia nera”, cit. pag. 45. G. Salotti, “Nicola Bombacci da Mosca a Salò”, cit. pag. 38.


CAPITOLO III La fondazione del PCd'I e i rapporti con la Russia Sovietica. Nel giugno del 1920, una delegazione socialista composta da Bombacci, Serrati, Bordiga e altri esponenti politici italiani, giunge in Russia con un treno speciale messo a disposizione da Nitti, per partecipare al secondo congresso della III Internazionale. Qui a Bombacci è riconosciuta un'importanza notevole da parte delle massime cariche sovietiche. È l'unico infatti ad essere ricevuto in privato da Lenin, che non manca di presentarlo come “il più autorevole e benemerito compagno italiano”. Egli di fatto sarà il solo esponente della delegazione italiana ad accettare senza obiezioni le direttive, suddivise in ventuno punti e proposte da Lenin a tutto il congresso dell'Internazionale. Il ventunesimo punto imponeva nello specifico, ai socialisti italiani aderenti all'internazionale, l'espulsione della componente riformista ed il cambiamento del nome del partito in “comunista”, punto su cui egli si troverà in linea sia con Bordiga che con Gramsci. L'ostacolo maggiore all'attuazione in Italia del programma di Lenin è Serrati. Egli infatti detiene un'importanza ed un seguito considerevoli all'interno del PSI, soprattutto per quanto riguarda l'area massimalista. È quest'area infatti che, nei progetti di Lenin, si sarebbe dovuta staccare definitivamente dall'ala riformista del partito, unendosi ai comunisti per fondare un altro partito legato agli ideali bolscevichi e alle direttive del governo rivoluzionario russo. Bombacci, in questo progetto, assume un ruolo chiave, in quanto è l'unico socialista fedele ai bolscevichi che può vantare un certo seguito e una certa reputazione all'interno del PSI, a differenza di Gramsci, Bordiga o Graziadei. Questi infatti, pur figurando come delle personalità notevoli e più preparate culturalmente di Bombacci, non hanno le sue stesse possibilità di trascinare a sé i massimalisti. La perplessità più grande di Bombacci nell'attuazione del programma sovietico, è quella del portare su basi rivoluzionarie i sindacati, soprattutto la CGdL, i confederati, che egli conosceva molto bene. Tuttavia, egli agisce sempre di più in accordo con il gruppo ordinovista 54, è fortemente vicino a Gramsci e crede seriamente di poter trascinare con sé il gruppo massimalista e Serrati stesso, soprattutto dopo la prima approvazione, da parte di quest'ultimo, del 54

Da “Ordine Nuovo”, il giornale fondato dalla FGSI, e precisamente da Gramsci, Togliatti, Tasca e Terracini nel 1919.

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ventunesimo punto, durante il II Congresso dell'Internazionale. La posizione di Serrati però rimane ambigua, in quanto continua a rifiutarsi di escludere l'ala riformista di Turati dal partito, convinto che non si dovessero dividere le forze socialiste, soprattutto in vista dell'ondata reazionaria che stava dilagando in Italia. Bombacci, da parte sua, crede ciecamente, e quasi senza ragionare troppo, nelle direttive dell'Internazionale e nell'ideale bolscevico. Secondo le testimonianze dei figli, invece, al ritorno dei suoi numerosi viaggi in Russia, egli non appariva sereno riguardo l'effettivo miglioramento delle condizioni dei lavoratori, che avrebbe dovuto portare con sé la rivoluzione. Tuttavia avrò modo in seguito di approfondire questo punto. Questo periodo, cioè dal 1919 alla fine del 1920, è identificato dagli storici come “biennio rosso”. L'incredibile quantità di scioperi, manifestazione e tumulti che hanno luogo in Italia come in Europa, sono un sintomo peculiare del periodo post-bellico e della difficile situazione sociale. I russi vi vedono naturalmente, soprattutto in Italia, un'occasione per estendere la rivoluzione iniziata a Mosca, sfruttando il clima di disordine sociale. In questa situazione risultano determinanti le manovre politiche che Giolitti, salito al posto di Nitti nel 1920, al suo quinto e ultimo incarico di Presidente del Consiglio, attua per scongiurare eventuali svolte rivoluzionarie. Egli offre infatti ai socialisti di partecipare al nuovo governo, e la proposta incontra l'approvazione dei riformisti. Tra i massimalisti nel frattempo circolano idee e voci molto negative riguardo gli effettivi risultati della rivoluzione russa, ed in generale si diffonde verso di essa e verso i bolscevichi un clima di forte diffidenza, cavalcato in prima persona da Serrati. In questo periodo s'impone poi all'attenzione del dibattito politico italiano l'impresa di Fiume, portata avanti dal poeta Gabriele D'Annunzio. Egli, a capo di un cospicuo manipolo di uomini, aveva occupato la città di Fiume su rivendicazioni rivoluzionarie, elaborato qui una carta costituzionale, la “Carta del Carnaro”, e creato di fatto un governo indipendente: la “Reggenza del Carnaro”. La presa di Fiume voluta da D'Annunzio, si inserisce in quel clima generale di insoddisfazione per la cosiddetta “vittoria mutilata”, che l'Italia aveva ottenuto alla fine del primo conflitto mondiale 55. Il “principio della nazionalità” esposto nei 14 punti imposti dal presidente americano Wilson alla fine della guerra, privava l'Italia della possibilità di annessione di Istria e Dalmazia e rimaneva esclusa anche la città di Fiume, abitata per la maggioranza da italiani. L'iniziativa di D'Annunzio punta quindi a manifestare simbolicamente la forte contraddizione, condivisa da molti italiani, verso quelle imposizioni delle superpotenze 55

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Cfr. Lupo, Salvatore, 2000, “Il fascismo : la politica di un regime totalitario”, Roma, ed. Donzelli.


internazionali nei confronti dell'Italia, giudicate ingiuste. La firma del “Trattato di Rapallo” il 12 novembre 1920, sancisce, in un accordo tra Italia e Jugoslavia, l'indipendenza dello Stato di Fiume, che viene approvato, in primis tra tutti, dal capo dei Fasci di Combattimento, Benito Mussolini, ma non da D'Annunzio. Il vero scopo di Giolitti era stato infatti quello di isolare D'Annunzio, il cui obiettivo principale rimaneva tuttavia quello di agitare la politica nazionale, con un'impresa che più che altro voleva essere una provocazione. Il rifiuto di D'Annunzio al Trattato provoca l'offensiva militare italiana contro Fiume, avvenuta dal 24 al 29 dicembre e per questo denominata “Natale di sangue”. Il poeta lascia Fiume per andare prima a Venezia e poi insediarsi stabilmente nella sua villa di Gardone Riviera. È proprio in questo periodo che, sentendosi abbandonato da Mussolini, egli comincia seriamente a prendere in considerazione l'ipotesi di una collaborazione con i comunisti. Lo Stato di Fiume aveva già ricevuto la solidarietà e il riconoscimento da parte del Governo dei Soviet, e dato che il poeta vedeva molto positivamente un eventuale appoggio a Fiume da parte russa, cerca di prendere contatti con la frazione comunista del PSI vicina a Lenin. Tramite il giornalista Nino Daniele, D'Annunzio viene messo in contatto con Gramsci, che si dimostra vicino e solidale con il movimento fiumano, soprattutto in seguito alla vicinanza espressa dal poeta con il movimento operaio. Oltre a Gramsci, Nino Daniele incontra, per conto di D'Annunzio, anche Bombacci, trovando la sua completa solidarietà nei confronti dei propositi del poeta, che descrive come realmente e profondamente rivoluzionari. L'atteggiamento degli esponenti della frazione comunista denota una reale indipendenza di questi ultimi dalle posizioni contrarie a Fiume prese da Serrati e dal resto del PSI. In particolare, un articolo di Bombacci pubblicato da “Il Comunista” (rivista della cui nascita avrò modo di parlare tra poco) chiarisce molto bene come egli giudicasse il movimento fiumano e D'Annunzio: “L'episodio dannunziano esaminato senza passione di parte è un movimento dinamico il quale ha già al suo attivo il fatto storicamente accertato: la RIBELLIONE AI POTERI DELLO STATO (sic). Questo fatto è non nel senso volgare ma scientifico, un fatto rivoluzionario. […] Ma conosco l'obiezione: a chi giova e a che giova questa ribellione? In massimo: le ribellioni, sviluppino esse reazioni o rivoluzioni, non sono mai care né giovano alla conservazione. […] Dovevamo noi, ribelli per definizione, allearsi a Giolitti in difesa del governo del Re e dell'ordine borghese costituito? […] I ribelli sono tutti folli, conservatori e fior di pescecani? Non discuto i ribelli, osservo la realtà, la ribellione […] Da rivoluzionario osservo e studio tutto

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e tutti quando si muovono, ma resto sempre e solo comunista convinto [...]. 56”.

Gramsci, in questa occasione, sposa totalmente le tesi esposte da Bombacci, e rimprovera in generale il fatto che nessuno abbia saputo sfruttare la via indicata da D'Annunzio e imporsi decisamente contro lo stato borghese, sull'onda di un movimento che non era stato banale né inutile, ma che era stato lasciato cadere senza averne compreso le reali potenzialità. Egli individua nel movimento fiumano, l'espressione dell'insoddisfazione della piccola borghesia urbana nel dopoguerra, e ipotizza una temporanea alleanza con questa purchè ne avesse in futuro giovato particolarmente il proletariato. Bombacci invece si concentra di più sull'analisi della passionalità e dell'idealismo presente nel movimento, e questo è importante, ancora una volta, per comprendere quale sia sempre stato il suo metro di giudizio, secondo la sua scala delle priorità nell'azione politica. La prima riunione della frazione comunista, il cui gruppo dirigente è formato da: Bordiga, Repossi, Fortichiari, Gramsci, Terracini, Bombacci e Misiano, era avvenuta il 14 ottobre 1920. La frazione era diretta da un Comitato Centrale composto da Bordiga e Fortichiari, del gruppo sovietico napoletano, e da Bombacci, rappresentante l'ala massimalista di sinistra. In questo periodo Bombacci è uno dei maggiori candidati ad assumere la segreteria del futuro partito comunista. In lui infatti continuano ad essere riposte le uniche speranze di far confluire l'ala massimalista del PSI a favore della frazione comunista. Queste speranze tuttavia rimangono e rimarranno un'illusione, anche se Bombacci, fino all'ultimo, non desiste dal tentativo di convincere Serrati e i suoi alla svolta comunista. Egli fa numerosi rapporti ai dirigenti bolscevichi sull'atteggiamento di Serrati, e ne parla soprattutto al presidente del comitato esecutivo dell'internazionale (Comintern), Zinov'ev, con cui aveva instaurato sin da subito un rapporto durevole e che gli sarà molto utile in futuro. In generale l'appoggio dei bolscevichi a Bombacci perdura, anche perchè egli continua ad essere effettivamente il solo ad avere contatti importanti interni al PSI. Riesce anche a farsi assegnare dei fondi per una rivista, con tiratura nazionale e a uscita settimanale, che chiama “Il Comunista” e che nasce in opposizione a “L'Avanti!”, cioè in opposizione a Serrati. Nel mese di ottobre Bombacci è presente a Bologna e partecipa attivamente alla campagna elettorale per le elezioni amministrative. Nel frattempo segue con interesse anche le mobilitazioni che stanno avvenendo nelle campagne attraverso l'azione, per la 56

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S. Noiret, “Massimalismo e crisi dello stato liberale”, cit. pag. 440.


prima volta unitaria, di braccianti e mezzadri contro i proprietari terrieri e coordinati dalle forze socialiste locali. In questo clima di mobilitazione tipico del periodo, si deve tuttavia tenere presente un nuovo fattore non indifferente: la presenza fascista. I fascisti infatti avevano guadagnato un'adesione notevole nelle campagne dell'Emilia Romagna, e soprattutto a Bologna, in seguito alla vittoria conseguita dai socialisti alle amministrative del 31 ottobre. Essi ricevono l'appoggio di tutti i gruppi non socialisti e raggiungono una forza e un numero notevoli, facendo scatenare la reazione. Concetti quali l'espropriazione delle proprietà terriere o l'instaurazione dei soviet spaventavano una gran fetta di popolazione e andavano di fatto a fomentare la reazione fascista. I fascisti infatti avevano già attaccato, prima della vittoria elettorale socialista, la Camera del Lavoro di Bologna e lanciavano nuove minacce di scontri nei confronti dei socialisti. A capo dei fascisti bolognesi vi è Arpinati, futuro podestà di Bologna e nativo, come Bombacci di Civitella di Romagna57. Il 5 ottobre Bombacci è vittima di un'aggressione fascista, in seguito a cui rilascia una dichiarazione alla stampa che sarà utilizzata per una campagna mirata a denigrare la sua immagine. Egli dice: “Ciò che mi capita è veramente curioso! Io, il più mite di tutti i socialisti italiani, circondato ed odiato come una belva! E dire che non ho il coraggio di aprire un coltello. 58”

In un editoriale del giornale fascista bolognese “L'Assalto” viene stigmatizzato l'atteggiamento di colui che si era sempre finora preteso un rivoluzionario: “La barbuta femminuccia in veste di leone […] si è sempre lasciato prendere dalla foga oratoria che di solito sconclusionata e violentissima, lo portava a dire inconsapevolmente diavolerie pericolose […] Ora questo scorbutico barbone agli ordini di sua moglie, questo Cireneo che fa le spese ed è la favola dei proletari modenesi, è venuto da noi in veste di Messia che detta ordini e sputa sentenze ed è venuto circondato di venerazione […] che lo faceva il capo supremo ed attivo della prossima insurrezione rivoluzionaria. Invece lui stesso avverte che tutti, noi esclusi, perchè lo sapevamo, si sono sbagliati sul suo conto […]. 59”

L'immagine di Bombacci viene talmente intaccata da questa vicenda che sarà costretto, a maggio, a lasciare la città e a presentarsi in un'altra circoscrizione. 57

58 59

Cfr. Mazzuca, G. / Foglietta, L. , 2010, “Sangue Romagnolo, i compagni del duce (Arpinati, Bombacci, Nanni)”, Bologna, ed. Minerva. S. Noiret, “Massimalismo e crisi dello stato liberale”, cit. pag. 426. Ibidem.

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Il 21 novembre, i fascisti tentano di impedire la cerimonia di investitura della nuova giunta socialista, presso Palazzo d'Accursio, sede del municipio di Bologna. Bombacci qui, la cui immagine pubblica era già stata intaccata, viene descritto ancora, dai fascisti e anche da alcuni suoi compagni, come un codardo che scappa senza affrontare il nemico. La sua reputazione a Bologna ne esce distrutta. Il 15 novembre 1920, nel frattempo, Bombacci aveva firmato con Bordiga, Fortichiari, Gramsci, Misiano, Polano e Terracini il manifesto della frazione comunista, anticamera della rottura ufficiale avvenuta il 21 gennaio del 1921. In tale data i suddetti firmatari erano tutti presenti presso il teatro Goldoni a Livorno, dove si stava svolgendo il XVII congresso nazionale del partito socialista. Qui Bombacci chiede la parola e dichiara: “[...] Noi da oggi ci incamminiamo sulla via che ci è tracciata dalla storia […] Noi andiamo avanti, dietro la luce, sia pure piena di terrore, sia pure piena di dolori, della rivoluzione russa. È il pensiero di Marx che inizia la sua realtà, è il comunismo che esce dagli scaffali dell'accademia e comincia a realizzarsi […] è la repubblica dei Soviety che si vuole estendere nel mondo, perchè essa non è nata per la Russia e non vuole morire in Russia, essa è nata per l' Internazionale e vuole trionfare per tutta l'Internazionale!” 60.

In questa sede, inoltre, Bombacci si trova ad essere ulteriormente dileggiato da Vacirca, circa le sue responsabilità per l'aver fomentato, coi suoi discorsi, la reazione fascista a Bologna. Egli lo addita inoltre come “il rivoluzionario del temperino”, in memoria di quella sua dichiarazione ai giornalisti. A questo punto Terracini passa una pistola a Bombacci e lo incita a esporsi e difendersi, egli la punta verso Vacirca e crea un notevole caos in un Congresso già abbastanza movimentato. Prima che si chiuda il dibattito, infatti, la frazione comunista si sposta al teatro San Marco, dove, seduta stante, viene fondato il Partito Comunista d'Italia. Si determina così una frattura storica tra socialisti e comunisti, che rimarrà definitiva e non troverà più una riconciliazione. Serrati non aderisce e tiene con sé nel PSI la maggior parte dei massimalisti. Egli aveva già comunicato alla Russia che si rifiutava di dividere il partito, in quanto la sua forza era solo la sua unità. Da parte comunista, d'altronde, si stava imponendo la linea di Bordiga, che aveva spinto per la creazione immediata del partito, senza aspettare ulteriormente nella speranza di una possibile unione dei massimalisti. Bombacci si trova agli antipodi con Bordiga, il suo obiettivo era sempre stato quello di 60

In “Resoconto stenografico del XVII congresso nazionale del Partito Socialista Italiano”, Livorno 1520 gennaio 1921, Milano, 1962, pp. 346 sgg.

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trascinare con sé l'ala massimalista, tuttavia entra a far parte della Direzione del neonato Pcd'I. La scissione provoca confusione tra gli iscritti, che si dividono tra i due partiti, disperdendo le forze della sinistra italiana e indebolendola ulteriormente in un periodo in cui incombe il pericolo dell'azione fascista. Il Pcd'I si configura quindi all'inizio come un partito di minoranza, sotto la dipendenza russa e dell'Internazionale, all'interno del quale, Bombacci, si delinea sin da subito come un personaggio anomalo. Come si è potuto notare in queste pagine, i movimenti politici e i partiti protagonisti della politica italiana delineano un quadro politico tutt'altro che stabile. Questa divisione all'interno della sinistra è il risultato di tutto un percorso che vede in Bombacci uno dei maggiori protagonisti, ma che sin dall'inizio ha avuto un unico filo conduttore: La rivoluzione russa e la successiva influenza sulla politica internazionale del partito comunista bolscevico. In Italia, in modo particolare, una parte sostanziosa della sinistra ha sempre guardato alla Russia come un esempio da seguire, come un paese che aveva trovato la giusta via per realizzare il sogno comunista. Il successo della rivoluzione d'ottobre fa quindi sperare politici come Bombacci di poter creare qualcosa di simile anche in Italia, ma se si analizza in modo più dettagliato la situazione russa, al di là dei rapporti diplomatici e ufficiali che ho riportato finora, ne scaturisce un quadro molto più complesso. Una delle cause della diffusione in Italia dell'immagine del paradiso dei soviet, ad esempio, è sicuramente ipotizzabile sia il fatto che i comunisti e i socialisti italiani abbiano avuto contatti con la Russia unicamente tramite i dirigenti bolscevichi. È notevole dunque il filtro attraverso cui gli italiani immaginano sia la situazione russa dopo la rivoluzione d'ottobre. Ne scaturisce una visione molto idealizzata della stessa, che non tiene conto delle conseguenze effettive che hanno determinato il periodo postrivoluzionario, come neanche del reale atteggiamento della neo-instaurata dirigenza bolscevica nei confronti del popolo. Bombacci stesso, in ogni caso, si ricrederà di molto sulla rivoluzione russa. Nella sua mai interrotta lotta al capitalismo e alle potenze che maggiormente lo rappresentano, stigmatizza anch'egli il fallimento della rivoluzione bolscevica. Giunge ad equiparare la Russia sovietica a Francia e Gran Bretagna, definendola come “colonia del capitalismo massonico-giudaico-internazionale”, ed è su questa linea che saluterà con entusiasmo il patto anticomunista stipulato dalla Germania, dal Giappone e dall'Italia nel 1936. L'accordo univa le tre nazioni al fine di limitare il potere bolscevico in vista di un possibile futuro conflitto, che avrebbe visto i russi dalla parte della Società delle Nazioni di cui ormai facevano parte. 47


In seguito, come avrò modo di riferire, durante l'ultimo periodo della sua attività politica, nel 1944 come funzionario della Repubblica Sociale Italiana, il Corriere della Sera del 19 agosto pubblicherà un articolo di: “un uomo che 25 anni or sono fu un apostolo del verbo leninista 61”.

Nell'articolo che Bombacci intitola: “Dove va la Russia? Dal comunismo al panslavismo”, si sostiene che la rivoluzione russa può essere considerata “comunista” fino al 1917, ovvero solo nel periodo in cui è scoppiata. Si è rivelata infatti in seguito, dice, una rivoluzione di stampo nazionale e borghese “imposta dalla necessità storica e sociale di portare un grande popolo di centocinquanta milioni di anime al livello di vita goduto, da più di un secolo, dagli altri popoli europei 62”.

Critica quindi la forma di capitalismo di stato che i bolscevichi hanno imposto alla Russia dopo la rivoluzione, denunciandone anche l'atteggiamento assunto in politica estera che mirava chiaramente ad aspirazioni panslavistiche, e non internazionaliste. Questo in particolare sarà il frutto di una profonda presa di coscienza da parte di Bombacci, che tenterà, egli stesso, di far notare al pubblico come lo sforzo dei russi di creare in ogni paese dei partiti comunisti, direttamente collegati alla loro madrepatria, anche tramite accordi economici e diplomatici, non poteva definirsi internazionalismo. I piani quinquennali di Stalin e l'obiettivo di far diventare la Russia una potenza economica, non hanno, secondo Bombacci, minimamente puntato a migliorare la condizione dei lavoratori e per questo non esita a definire la Russia uno stato capitalista. Individua in seguito le cause della svolta borghese e capitalista della rivoluzione, nell'assenza, nella Russia anteriore di stampo semifeudale, di una vera classe borghese. Il 16 settembre ribadirà, sempre sul Corriere della Sera, che è necessario: “sradicare dalla mente dei lavoratori l'equivoco bolscevico e la triste menzogna che l'idea di Mussolini è nemica del lavoro e della pace sociale 63.

Durante il mio lavoro di ricerca, ho trovato a tal proposito molto interessante lo studio 61 62 63

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G. Salotti, “Nicola Bombacci da Mosca a Salò”, cit. pag. 184. Ibidem. Ivi, pag 185.


di un testo della scrittrice Emma Goldman, che credo possa fornire una testimonianza utile alla comprensione degli effetti della rivoluzione russa. Ho giudicato interessante il suo punto di vista, perchè è quello di una persona più coinvolta e più consapevole della società russa di quanto non lo fossero Bombacci e gli altri esponenti politici italiani. Ci riferisce infatti quello che era il punto di vista del popolo russo sulla rivoluzione, cioè di chi l'ha veramente vissuta nel quotidiano. Emma Goldman nasce nella provincia russa di Kovno (attuale Lituania) nel 1869, da una famiglia di origine israelita. Giovanissima, a soli quindici anni, si trasferisce negli Stati Uniti, dove con il tempo si avvicina sempre di più al movimento femminista e anarchico. Allo scoppio della prima guerra mondiale, si contraddistingue per la sua accesa presa di posizione contro l'intervento nel conflitto e promuove una campagna di denuncia verso le devastazioni che la guerra mondiale porta con sé. Sostiene infatti che: “La guerra per la democrazia, la guerra per eliminare la guerra ha ridotto il mondo ad un inferno64”.

Per il suo attivismo, contro quella che era la posizione presa in merito dal governo statunitense e per aver sostanzialmente fomentato la diserzione dall'obbligo di leva, viene espulsa dagli Stati Uniti ed è costretta a tornare in Russia, dove si fermerà per due anni prima di ritornare in America. Goldman racconta nel suo libro dell'immagine incredibilmente positiva e idealizzata che si era fatta della Russia rivoluzionaria, tramite le testimonianze portate da coloro che avevano avuto la possibilità di vedere coi propri occhi gli effetti della rivoluzione. Ricorda infatti l'intervento di un relatore al Madison Square Garden di New York quando, in occasione del secondo anniversario della rivoluzione d'ottobre, l'uomo elogia le cure e le attenzioni che in Russia venivano dedicate ai bambini, emozionando il pubblico. Ci dice lei: “E il mio cuore battè forte per quel popolo, per quelle masse proletarie che liberatesi dal giogo di secoli camminavano ora tenute per mano di un bambino 65”.

È interessante notare qui come anche fuori dall'Italia fosse analogamente esportata 64

65

Emma Goldman, “La sconfitta della rivoluzione russa e le sue cause”, ed. La Salamandra, Milano, 1977 pag 14. Ibidem.

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l'immagine della Russia post-rivoluzionaria, come quella di un paradiso sociale. La prima scuola che ha occasione di vedere al suo rientro in Russia pare confermare la testimonianza di cui sopra: si tratta di una “kasatelnaja skola” e cioè, letteralmente, di una “scuola da esibizione”. Una dottoressa le mostra un istituto che sembra perfetto, i bambini sono in buone condizioni, arrivano denutriti e malati e vengono rimessi in sesto, la struttura è comoda e pulita. L'unica nota stonata, che comincia a insospettire Goldman, è l'applicazione di una procedura di isolamento verso alcuni bambini con un carattere troppo irrequieto, giudicati “moralmente guasti” e allontanati dai loro compagni. In seguito ha l'occasione di rincontrare un'amica russa conosciuta in America che, al suo ritorno in Russia, era diventata direttrice di un “internat”, un collegio elementare per ragazze. Le due amiche si ritrovano per una cena e, mentre Emma pela le patate, l'amica la prega di non buttarne le bucce perchè per le sue ragazze sarebbero molto preziose. Notato il suo stupore, la invita a visitare il suo istituto, dove Emma ha modo di rendersi conto della stato di scarsissima nutrizione in cui versano le ragazze: non tutte hanno le scarpe, i vestiti sono pochi e senza gli aiuti alimentari delle famiglie morirebbero di fame. Ottenere aiuti dal governo è per di più molto difficile e i tempi d'attesa sono lunghissimi. I bolscevichi avevano di fatto istituito delle scuole fatte apposta per essere mostrate ai giornalisti e ai vari visitatori della Russia sovietica, in modo da occultare la reale condizione di estrema precarietà in cui versavano la maggior parte degli altri istituti scolastici. In tutto questo Goldman, pur ammettendo che quella povertà era dovuta anche al blocco commerciale imposto alla Russia dalle forze dell'Intesa, non accetta che le ricchezze, seppur scarse, non vengano ripartite equamente tra tutti, ma che invece si punti tutto sul creare una buona immagine della Russia all'estero. È questo uno dei motivi principali che spinge Goldman a pubblicare questo testo. Per due anni cerca di trattenersi dallo scrivere contro un paese già pesantemente danneggiato dall'ostilità delle potenze capitaliste, ma non riesce in nessun modo ad accettare i metodi del partito comunista russo e soprattutto il fatto che i suoi dirigenti, i bolscevichi, abbiano soffocato la genuinità del popolo rivoluzionario con l'oppressione dello stato. È dall'interno della Russia stessa che la rivoluzione è stata presa per mano e portata verso una degenerazione, rivelatasi molto più pericolosa degli attacchi esterni degli stati capitalisti. Il proletariato russo ha creduto nella rivoluzione e ha respinto i suoi nemici, per poi ritrovarsi schiavo di un partito che gli ha imposto una dittatura: quella del comunismo. Le masse hanno cessato di sentire la rivoluzione come un loro risultato in seguito all'instaurazione della dirigenza bolscevica ed è qui che Goldman 50


vede la morte della rivoluzione: “I bolscevichi sono l'ordine gesuita al centro della Chiesa marxista.[...] Comunismo, socialismo, uguaglianza, libertà – tutto ciò per cui le masse proletarie avevano affrontato sofferenze inumane – è stato screditato e insozzato dalla tattica bolscevica, dal loro gesuitico principio che il fine giustifica il mezzo. [...] Oggi il popolo vive nell'indifferenza e nell'apatia. […] “Che senso ha cambiare le cose”, si domanda ormai le gente, “quando i governanti sono tutti uguali ed è sempre il povero a pagare il conto?” 66”.

Goldman cerca quindi di individuare e trattare le cause principali che segnano l'inizio della crisi della Russia post-rivoluzionaria, e la prima di tutte è la pace di Brest-Litovsk. Questo accordo, stipulato tra Russia e Germania nel 1918, è andato infatti unicamente a sfavore della Russia e contro i principi di autodeterminazione dei popoli e del rifiuto delle riparazioni di guerra, propagandati al termine della rivoluzione d'ottobre. La Russia cede alla Germania: Lettonia, Finlandia, Ucraina e Bielorussia, le cui popolazioni non incassano molto bene il loro abbandono da parte bolscevica. La perdita di territori e uomini infatti non aiuta certo l'espandersi della rivoluzione, a vantaggio unicamente, in questo caso, della Germania. Alla pace di Brest-Litovsk segue l'introduzione della rasverstka, cioè della requisizione forzata delle derrate alimentari. La requisizione era effettuata direttamente da agenti del governo ed era forzata in quanto i contadini avrebbero voluto trattare direttamente con gli operai, non con la mediazione del governo, cioè del partito comunista. Si inizia di fatto ad instaurare un sistema burocratico che prevede una supervisione governativa molto rigida su tutte le attività di produzione e distribuzione, ma che non riesce a risultare efficiente. Racconta Goldman: “I manufatti industriali promessi ai contadini in cambio dei prodotti agricoli o non arrivavano quasi mai a destinazione o tutt'al più arrivavano danneggiati o in quantitativi inferiori alle quote stabilite.67”.

La rasverstka diviene di conseguenza l'incubo dei contadini, oltre che un metodo attraverso il quale il governo bolscevico ottiene dal popolo nient'altro che una forte ostilità e i coltivatori, che si rifiutano di dare agli agenti anche ciò che è necessario loro 66 67

Ivi, pag 18. Ivi, pag 20.

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per vivere, diventano i nemici della rivoluzione. A questo proposito Goldman riferisce una storiella che circolava in Russia: “Una delegazione di contadini viene ricevuta da Lenin. “Dunque, nonno” questi si rivolge all'anziano del paese, “adesso sarete contenti. La terra, le bestie, i polli, insomma tutto è ormai vostro”. “È vero, paparino, Iddio sia lodato” risponde il contadino. “Sì, la terra è mia ma tu mi prendi il grano, la vacca è mia ma tu mi prendi il latte, i polli sono miei ma tu mi prendi le uova. Sia lodato Iddio, paparino.”68”.

Per questo Goldman si pone in opposizione anche verso intellettuali come Bertrand Russell, che giudica inconsistenti le ricusazioni dei contadini verso il governo bolscevico, e ribadisce la necessità di vedere con i propri occhi ciò che succede in Russia per potersi costruire un'opinione che risulti veramente realistica e obiettiva. Un'altra iniziativa del governo è la soppressione delle cooperative, poiché dirette da elementi non rivoluzionari e quindi limitanti il potere dello stato centrale. Le cooperative però, spiega Goldman, rappresentavano un elemento fondamentale per la circolazione delle merci ed un punto di connessione essenziale tra la campagna e la città, infatti la loro eliminazione produrrà un effetto talmente destabilizzante che Lenin stesso, più tardi, tenterà di reistituirle, ma non riuscirà comunque a riabilitare il sistema ormai compromesso. La circolazione delle merci, infatti, è gestita direttamente dal partito e controllata tramite la sagriaditelni otriad. Questa è un dispositivo di controllo capillare che, tramite dei centri militari e della Ceka (“[...] la Commissione straordinaria di tutta la Russia [...]69) appostati nelle stazioni ferroviarie, ha il compito di bloccare tutto il commercio privato dei prodotti che miri a scavalcare l'apparato del partito comunista: “I poveri diavoli che finalmente erano riusciti con indicibili difficoltà a ottenere un permesso di viaggio, che avevano atteso pazientemente per giorni e settimane nelle stazioni ferroviarie il momento buono per conquistare un passaggio in treno, che infine dopo un viaggio disastroso su vagoni sporchi e sovraffollati o aggrappati ai tetti e ai predellini, avevano ottenuto un pud di farina o di patate, dovevano assistere impotenti a che al termine di tanta fatica l' otriad glielo confiscasse70”.

68 69 70

52

Ivi, pag 21. Ivi, pag 27. Ivi, pag 24.


In modo diverso, ma con un risultato analogo, viene modificata anche la struttura dei soviet. I soviet, cioè i consigli dei lavoratori nati già nel 1905, hanno avuto ovviamente un ruolo fondamentale per il successo della rivoluzione d'ottobre, ma con i bolscevichi, dice Goldman, perdono la loro spontaneità. Vengono infatti monopolizzati interamente dal partito comunista al loro interno e diventano di fatto portavoce del partito stesso. Se all'interno dei soviet viene votato un esponente anarchico o socialista, la maggioranza comunista fa di tutto per screditare l'immagine di quest'ultimo, con il fine di toglierlo dalla scena per conservare il monopolio del consiglio. Per questo Goldman definisce i soviet dopo la rivoluzione: “[...]un'ombra senza corpo71”;

nessun soviet possiede di fatto il diritto di autodeterminarsi ed è sempre un gruppo ristretto a detenere il potere decisionale. Goldman riporta a questo proposito, nel suo testo, la testimonianza dell'intervento di un operaio ad un'assemblea del soviet di Pietrogrado. Egli si rivolge direttamente al presidente del soviet, Zinovev, che, come detto nel paragrafo precedente, era uno dei principali contatti di Bombacci in Russia, e dice: “Tre anni e mezzo fa lei venne segnato e perseguitato come spia tedesca e traditore della rivoluzione. Noi operai e marinai di Pietrogrado la salvammo, ci battemmo, ci sacrificammo per lei per darle infine la posizione che occupa oggi. Lo facemmo credendo che lei si sarebbe fatto portavoce della volontà del popolo. Ma da allora lei e il suo governo vi siete allontanati da noi, e ora lei addirittura ci insulta e ha il coraggio di chiamarci controrivoluzionari. Ci manda in prigione e ci fa fucilare perchè le abbiamo chiesto di mantenere le promesse che ci fece nella rivoluzione d'ottobre.72”.

Chi applica ed esegue gli ordini di incarcerazione, fucilazione o esilio è la sopracitata Ceka, longa manus del partito comunista russo, che Goldman descrive come uno stato al di sopra dello stato. Istituita immediatamente dopo la rivoluzione, la Ceka espande la propria attività in tutto il territorio russo in maniera capillare: insedia un suo centro operativo anche nei piccoli villaggi. A capo della Ceka è Zerschinski (che Zinovev definirà “un santo che si è votato 71 72

Ivi, pag 23. Ivi, pagg 26-27.

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alla rivoluzione73”), che in una dichiarazione ufficiale afferma: “Siamo i rappresentanti del terrore organizzato […] terrorizziamo i nemici del governo sovietico [...] abbiamo il potere di effettuare perquisizioni domiciliari, di confiscare beni e denaro, di minacciare arresti, di avviare inchieste, di processare e condannare chiunque riteniamo colpevole e di comminare la pena di morte74”, e di rimando Goldman con altre parole la presenta come “[...] spia, poliziotto, giudice, carceriere e boia insieme […] 75”.

La lotta alla controrivoluzione viene così portata avanti dal partito attraverso un'organizzazione che ha di fatto i suoi stessi poteri, ma che ha molta più possibilità di azione. L'accusa stessa di “controrivoluzione”, dal punto di vista del popolo russo, viene completamente svuotata di ogni connotato ideale, con cui era possibile fosse stata concepita all'inizio, e percepita come una minaccia perenne verso ogni azione minimamente sospetta. Il risultato è uno stato collettivo di tensione permanente, che crea un'incredibile ostilità e sfiducia nei confronti del sistema creato dal bolscevismo e fa della lotta per la sopravvivenza il fattore più caratterizzante del quotidiano. Tutto ciò non solo contribuisce a incrinare i legami di solidarietà reciproca nel popolo, ma incentiva invece l'ostilità e lo spionaggio tra i proletari stessi. La Ceka infatti agisce a scopo preventivo, la presunzione di reato rappresenta un reato a tutti gli effetti e i processi eseguiti dal suo tribunale sono segreti. Sembra di leggere “Il Processo” di Franz Kafka quando si apprende da Goldman che l'imputato del tribunale della Ceka “[...] si vede confrontato con prove confezionate ad hoc, non ha testimoni a discarico né può difendersi. Quando viene condotto fuori dal gabinetto degli orrori non sa se sarà libero o se è stato condannato. Si trova in una permanente snervante incertezza finchè una notte lo vengono a prendere per non portarlo più indietro76”.

Gli amici e i parenti, da parte loro, vengono informati dell'esecuzione solo dopo che questa è avvenuta. Sapere che nel 1917 i bolscevichi hanno votato all'unanimità contro la pena di morte fa apparire tutto ciò quasi come irreale, ma si deve ammettere che il paradiso dei soviet conosciuto in Italia si palesi qui come un regime totalitario incredibilmente simile, per molti aspetti, alla dittatura fascista in Italia. 73 74 75 76

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Ivi, pag 29. Ivi, pag 27. Ivi, pag 27. Ivi, pag 28.


Un'altra questione di cui tratta Goldman è quella in merito ai sindacati. Questi, come i soviet, esistono in Russia sin dal 1905 ed il loro lavoro consiste fondamentalmente nell'appoggiare i soviet e di mettere il sistema economico russo nelle mai della classe lavoratrice. Anche la loro natura cambia dopo la rivoluzione d'ottobre, in quanto diventano degli organi gestiti direttamente dal partito: Goldman parla addirittura di uno sviluppo di tipo militare della loro struttura. L'iscrizione al sindacato diventa in effetti coatta, dallo stipendio di ogni operaio viene trattenuta automaticamente la quota sindacale del tre percento; il soviet dei sindacati è composto da centoventi membri e il comitato esecutivo centrale da undici: tutti questi devono per forza fare parte del partito comunista. La volontà del sindacato si ritrova quindi a coincidere sempre con quella del partito dirigente e ciò annulla la sua peculiarità: “la minima protesta viene denunciata come violazione della disciplina del lavoro e crimine contro la rivoluzione77”.

Quelli che Lenin definisce “scuole di comunismo” sono invece una causa, secondo l'opposizione operaia, del disinteresse proletario verso la situazione economica della Russia e compromettono in modo definitivo la loro partecipazione volontaria, a quello che era un ideale rivoluzionario comune e condiviso. È l'opposizione operaia che organizza una serie di dure manifestazioni nel 1921 a Pietrogrado e a Kronstadt, per combattere il processo di militarizzazione dei sindacati e l'oppressione statale del proletariato, ma Lenin coglie il momento per accusare l'opposizione di “anarcosindacalismo” e di “ideologia piccolo borghese” e riesce ad annichilirne i capi. Con la NEP, la Nuova Politica Economica messa in pratica da Lenin dal 1921 al 1929 per risollevare il paese dai disastri delle guerre civili e della prima guerra mondiale, cambia la natura dei sindacati. L'adesione ad essi diventa volontaria, vi si lascia libertà di credo politico e religioso, ma gli si toglie tutte le funzioni di controllo sull'amministrazione delle aziende, per ridare spazio al libero mercato e al potere privato, secondo la strategia che Lenin adotta per rilanciare l'economia russa. Ciò che ne consegue per gli operai però, è una perdita dei loro diritti conquistati con la rivoluzione, soprattutto per quanto riguarda le ore lavorative. Racconta Goldman: “La giornata lavorativa di otto ore, istituzione quasi universale in Russia nei quattro anni 77

Ivi, pag 33.

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passati, oggi de facto non esiste più. L'organo ufficiale del partito, la “Pravda” di Mosca, nel dicembre 1921, vede così la situazione: “Solo ottantasei su 695 imprese industriali è ancora osservata la giornata di otto ore. Nella maggior parte delle altre aziende si lavora da dieci a dodici ore, in undici da quattordici a sedici ore, in altre quarantaquattro l'orario lavorativo non è regolato. In alcune imprese si sono trovati perfino bambini che lavoravano da dodici a quattordici ore al giorno78”.

Emma Goldman ci fornisce, con questo testo, un quadro abbastanza dettagliato degli effetti della rivoluzione russa del 1917, dal punto di vista di una russa. Ciò determina la possibilità di apprendere i fatti tramite una fonte più disillusa, meno propagandistica e più coinvolta a livello personale, ma che, cosa più importante, condivide la stessa cultura del popolo di cui riporta la testimonianza: quel popolo che all'inizio della rivoluzione ne è stato il vero protagonista e fautore. Gli avvenimenti che hanno portato le conquiste rivoluzionarie nelle mani di pochi dirigenti strappandole alla collettività, ci vengono offerti tramite l'ottica di un'anarchica ostile per sua natura allo stato dittatoriale, quale si rivela diventare quello russo, di qualsiasi colore politico. Anche se è bene tenere in considerazione la fede politica dell'autrice, è ben altra l'importanza del libro in questo contesto. Qui non sono protagoniste le parole di Lenin, di Zinovev o di Litvinov, ma quelle dell'educatrice, dell'operaio e del contadino, che tramite il racconto del loro quotidiano offrono una visione che esula dal contesto diplomatico-ufficiale dei congressi dell'Internazionale o dei rapporti tra stati. È così che si può notare come i racconti sulle azioni commesse dalla squadracce fasciste, non siano molto dissimili dai metodi utilizzati dalla Ceka per reprimere una controrivoluzione spesso inventata ad hoc. Torture, rastrellamenti e intimidazioni si possono così ritrovare sia nei metodi utilizzati dalle camice nere, sia in quelli dei cekisti e mostrano su quali basi si fondi la stabilità di uno stato dittatoriale. 3.1 Verso il discorso eretico Il periodo seguente alla formazione del partito comunista risulta molto complesso da analizzare, soprattutto nella fase antecedente la marcia su Roma avvenuta il 28 ottobre del 1922. Bombacci viene infatti preso particolarmente di mira dalle rappresaglie fasciste ovunque vada, in quanto i fascisti individuano ormai in lui uno dei maggiori 78

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Ivi, pag 37.


rappresentanti del bolscevismo in Italia. Questi infatti tentano di sabotare ogni suo comizio, creano attorno a lui un clima di tensione e il suo nome è oggetto di inni e cori canzonatori quali: “me ne frego di Bombacci e del sol dell'avvenir...” o “con la barba di Bombacci/ci farem gli spazzolini/ per lucidar le scarpe/di Benito Mussolini 79”.

La figlia Gea ricorda, a tal proposito, che Bombacci doveva camminare perennemente scortato dalla polizia: l'obiettivo dei fascisti infatti, al di là di canzonarlo, era di ucciderlo. Ciò che non perde Bombacci, anche in questo periodo, è l'amicizia di Mussolini. È probabile che sia anche questo uno dei motivi che, alcune volte, lo ha salvato dai vari attentati alla sua persona. Mussolini si espone addirittura in suo favore quando, ad esempio, in risposta ai fascisti che accusavano Bombacci di alcune violenze commesse dai socialisti a Roma, afferma: “[...] bisogna dare a Cesare quello che è di Cesare e a Bombacci quel che appartiene a Bombacci.80” I comunisti, inoltre, non si rivelano capaci di sfruttare i dissidi interni ai Fasci di Combattimento, in particolare in merito al patto che si poteva prospettare con Mussolini. Egli infatti voleva trovare un dialogo con le forze socialiste nel tentativo di avvicinare il movimento, da lui fondato, ad una collaborazione con quell'area politica la cui ideologia di fondo seguitava a condividere. Le ali estreme dei movimenti, una tra tutte quella dei fasci tosco-emiliani, si oppongono però con veemenza al patto e Mussolini stesso rischia anche di perdere la sua leadership, in seguito alla proposta che alcuni fascisti avevano fatto a D'Annunzio di porsi a guida dei Fasci di Combattimento. Il tentativo di inglobare in tal modo il movimento fiumano, la cui potenzialità non era ancora stata sfruttata seriamente da nessuno, dura poco e Mussolini riesce a riprendere in mano le redini del partito sfruttando anche la scarsa incisività dei comunisti in merito. Nel nuovo partito, intanto, a Bombacci non viene confermato un ruolo di effettiva dirigenza, ma la sua attività viene limitata all'ambiente parlamentare. All'interno del PCd'I, nel frattempo si stava imponendo la linea politica di Bordiga, una linea 79 80

A. Petacco, “Il comunista in camicia nera”, cit. pag. 79. S. Noiret, “Massimalismo e crisi dello stato liberale”, cit. pag. 449.

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isolazionista e contraria al Fronte Unico. Il Fronte Unico voleva essere un tentativo di unire tutte le forze antifasciste in un'unica coalizione, volta a impedire l'imminente imposizione fascista. Bombacci è uno dei maggiori sostenitori del Fronte Unico, e continua inoltre a riproporre l'idea di agire partendo dalle Camere del Lavoro e dalle cooperative, con la mente ancora rivolta ai soviet. La sua voce arriva inascoltata all'interno del partito, mentre prevale quella di Bordiga, intransigente nei confronti del PSI. L'idea di Bombacci è che: “[...] Il partito comunista è in fondo una novità per il proletariato […] e che continuando così si ridurrà ad un élite di intellettuali […]. 81”.

Tuttavia non riesce a scongiurare la deriva isolazionista ed elitarista di un partito di minoranza, che rischiava solo di far dividere il proletariato, con la conseguenza di lasciare la strada spianata all'iniziativa fascista. Riguardo ciò, nonostante le varie aggressioni subite dalle squadre fasciste, Bombacci continua in questo periodo un rapporto epistolare con Mussolini, che gli viene rinfacciato varie volte da Gramsci e Bordiga. La struttura estremamente verticistica delineatasi sin da subito nel neonato partito comunista e che condannava qualsiasi iniziativa fosse presa a livello personale dai suoi componenti, non impedisce a Bombacci di scrivere una lettera personale a Zinov'ev. In qualità di “comunista ed amico”, egli coglie l'occasione di esprimere al suo principale contatto sovietico tutte le sue perplessità rimaste inascoltate a Roma. La lettera, scritta il 13 agosto del 1922, punta innanzitutto a smentire le relazioni eccessivamente ottimiste che gli altri dirigenti comunisti inviavano periodicamente a Mosca, con l'intento di descrivere invece quella che secondo lui era una situazione profondamente negativa. Questa sarebbe stata determinata dall'incapacità, da parte del partito, di continuare un dialogo con le masse popolari, sempre più vicine al movimento fascista. Riguardo quest'ultimo, ne sottolinea la fisionomia non ancora definita e, per questo, propone di agire subito su di esso per incentivarne la componente socialista vicina agli interessi dei lavoratori. Era necessario, secondo lui, influenzare, fintanto che fosse ancora possibile, le organizzazioni fasciste dall'interno, per scongiurarne una deriva che sarebbe stata altrimenti difficilmente gestibile. Fa poi presente che il partito comunista aveva già perso in pochi mesi la metà degli 81

58

Ivi, pag. 458.


iscritti a causa di dirigenti: “tutti pervasi da una struttura mentale astratta e teorica che non tiene alcun conto della realtà” 82,

gli stessi che avevano giudicato “eretica” la sua posizione di formazione di un fronte unico dei partiti democratici, che sola, a suo parere, avrebbe potuto fermare l'avanzata fascista. Nell'ultima parte della lettera, Bombacci lamenta poi la sua esclusione dalle decisioni del partito, che però non

aveva compromesso assolutamente, dice,

l'identificazione, da parte dell'opinione pubblica, della sua persona come fondatore del partito e “principale protagonista della lotta rivoluzionaria in difesa del bolscevismo”. Questa incompatibilità, tra la recente limitazione effettiva del suo potere decisionale e la sua immagine pubblica rimasta inalterata, lo fa trovare: “nella situazione tragica di dover assumere tutte le bestialità commesse dalla direzione anche se non sono mai stato interpellato”83.

Esprime infine la volontà di continuare a scrivere per la “Pravda” 84, attività che rappresentava il suo principale guadagno e gli era indispensabile per il sostentamento della sua famiglia. Sottopone quindi all'attenzione di Zinov'ev stesso la sua difficile situazione economica, per poi concludere la lettera affermando di voler rifuggire: “ogni idea di scissione, ma non posso lasciarmi pugnalare in silenzio tanto più quando vedo che la tattica balorda degli attuali dirigenti porta alla sicura morte del partito” 85.

Zinov'ev e l'Internazionale prendono posizione a favore di Bombacci, la cui voce comincia ora a farsi sentire all'interno del partito, dove il primo a reagire è Gramsci. Egli difende a spada tratta l'opera del partito e denigra le perplessità e le critiche di Bombacci, che inizierà a essere trattato come un eretico. Malgrado non riuscisse a vincere il settarismo comunista italiano, Bombacci continua intanto a motivare le sue opinioni: “L'Italia è piena di sottoclassi, piccolo-borghesi, artigiani, professionisti, impiegati che sono 82 83 84 85

A. Petacco, “Il comunista in camicia nera”, cit. pag. 68. Ivi, pag. 69 Organo ufficiale del Partito Comunista Sovietico. A. Petacco, “Il comunista in camicia nera”, cit. pag. 69.

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altrettanto offesi dal terrore fascista come gli operai. Bisogna convogliare tutte queste forze intellettualoidi per risvegliare il sentimento di lotta negli operai e nei contadini. 86”.

Il 28 ottobre 1922 ha luogo la marcia su Roma, con la conseguente presa di potere da parte del movimento fascista. In tale data i rappresentanti principali del partito socialista e comunista si trovavano in Russia per prendere parte al IV congresso dell'Internazionale, a conferma della tesi di Bombacci, secondo cui nessuno di loro si era reso conto, sin dall'inizio, della pericolosità dei fascisti e della loro effettiva potenzialità. Questa constatazione risulta conseguente anche rispetto al fatto che neanche uno dei delegati decide, una volta saputa la notizia del colpo di stato, di tornare in Italia immediatamente, ribadendo l'atteggiamento isolazionista che si andava delineando da mesi soprattutto all'interno del partito comunista. La prima azione unitaria contro il fascismo trova luogo infatti solo nel dicembre dello stesso anno, con la presentazione di un manifesto di condanna al colpo di mano di Mussolini che firma anche Bombacci stesso. I firmatari del manifesto risultano tutti denunciati immediatamente alla magistratura, tranne Bombacci e Graziadei perchè godevano dell'immunità parlamentare. La loro esclusione viene subito fortemente stigmatizzata dai partiti, con dichiarazioni ufficiali che ne prendono le distanze facendolo apparire come un'inspiegabile favoritismo. Tuttavia la situazione di Bombacci merita qui un discorso a parte. Quasi immediatamente dopo la marcia su Roma, precisamente il 7 novembre 1922, Mussolini convoca Vaclav Vorovskji, delegato commerciale sovietico a Roma, per un colloquio privato dove, con notevole sorpresa di quest'ultimo, riferisce la sua intenzione di dare un riconoscimento diplomatico alla Russia sovietica, sottolineandone la comunione d'intenti con l'Italia. Proprio riguardo il conseguimento di questo accordo, Bombacci è immediatamente richiamato a Roma durante i lavori dell'Internazionale (aveva già firmato il manifesto antifascista), presso i quali gli altri suoi colleghi si fermeranno fino a primavera inoltrata. Mussolini lo considera infatti il principale contatto tra Italia e governo sovietico e per questo motivo egli sarà, di fatto, il primo deputato dell'opposizione ad entrare in parlamento dopo la marcia su Roma. Al suo ritorno trova la sua casa distrutta dai fascisti e la moglie ospite a casa di un amico. Questo non ostacola la sua volontà di prendere parte all'accordo diplomatico con la Russia, un progetto che perseguiva da anni 86

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S. Noiret, “Massimalismo e crisi dello stato liberale”, cit. pag. 476.


e riguardo al quale era rimasto sostanzialmente inascoltato anche dai compagni del partito che aveva contribuito a fondare. Inizia quindi un periodo di missioni diplomatiche per conto del governo e prende subito contatti con Krasin (commissario del popolo al commercio sovietico, che poco dopo si incontrerà con Mussolini) e con Zinov'ev. Nel corso del suo nuovo incarico, si trova ancora ad affrontare l'ostilità delle squadre fasciste che più volte lo assalgono tentando anche di tagliargli la lunga barba, oltre soprattutto ai notevoli problemi economici che continuavano a tormentare lui e la sua famiglia e che seguivano aggravandosi. Bombacci chiede quindi aiuto al partito, spiegando dettagliatamente la situazione e ricevendo un netto rifiuto da un Palmiro Togliatti ancora ventinovenne. Questo può far comprendere ancora meglio l'effettiva bassa reputazione che aveva all'epoca all'interno del partito. Fu aiutato, alla fine, economicamente da Zinov'ev. Queste sono a grandi linee le premesse che fanno da cornice al discorso parlamentare che provocherà a Bombacci l'espulsione dal suo partito e il suo declino politico, dando inizio al periodo più controverso della sua esistenza. 3.2

Il discorso eretico

Il 30 novembre 1923 Bombacci pronuncia in parlamento quello che Salotti definisce “il discorso eretico”. Egli prende la parola subito dopo Mussolini, che aveva introdotto il dibattito sull'effettiva possibilità e volontà di favorire l'accordo economico con la Russia sovietica. Dopo aver punzecchiato i fascisti, ponendo il dubbio se esistesse una reale unità d'intenti, nel loro partito, verso la Russia, Bombacci si rivolge a Mussolini: “L'Onorevole Presidente del Consiglio ha fatto decine di trattati di commercio, ebbene l'invito a fare quello con la Russia […] suppongo che la Russia sia tanto d'accordo su questo punto da rispondere presente anche domani, se Lei (Mussolini) lo desidera[...]. 87”.

Continua cercando di convincere della necessità di raggiungere l'accordo in tempi brevi, in quanto sia Francia che Inghilterra hanno dimostrato uguale interesse, anche se l'Italia è al momento la favorita dai russi. Afferma infatti:

87

Ivi, pag. 524.

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“Ho fatto presente alla delegazione russa che conviene non trascurare la marina mercantile italiana, specialemente per i prodotti che arrivano in Italia, e questo desiderio è stato accolto con soddisfazione”. Alla provocazione del deputato fascista Giunta: “Onorevole Bombacci c'è una tessera pronta!”, Bombacci risponde: “Per compiere il mio dovere di cittadino non ho bisogno della vostra tessera […]. Permettetemi di dire quanto sia urgente la necessità del trattato di commercio e il riconoscimento “de jure” […]. Qual'è quell'industriale, quel commerciante italiano che azzarda ad impegnare i propri milioni senza sicurezza giuridica? 88”

È da quest'ultima affermazione che il discorso di Bombacci si sposta da un livello prettamente economico ad un piano politico. L'analogia, anzi, che egli propone tra i due governi e le due rivoluzioni, la bolscevica e la fascista, colloca il discorso su un piano rivoluzionario. Quello che dice è: “La Russia è su un piano rivoluzionario: se avete come dite una mentalità rivoluzionaria non vi debbono essere per voi difficoltà per una definitiva alleanza tra i due paesi 89”; concludendo con l'asserire che all'interno del governo ci fossero dei disfattisti che: “Per fare dispetto alla rivoluzione soviettista non pensano se arrecano danno all'Italia. In questa discussione al di sopra del vostro Governo, si tratta dell'Italia […] tutta la Camera, tutta, anche i fascisti, oggi sono d'accordo in questa mia tesi nel ritenere cioè che bisogna concludere definitivamente il trattato con la Russia. Io chiedo solo che dalla teoria si scenda alla pratica; io chiedo che il Governo tenga presente le considerazioni che io ho esposte perché nell’attesa non ne venga danno all’Italia. Sì per l’Italia, perché le mie opinioni non mi negano di desiderare il bene dell’Italia. Noi, onorevoli colleghi, vogliamo superare la Nazione non vogliamo distruggerla, noi la vogliamo più di voi grande e perciò vogliamo che sia retta da un governo di operai e contadini. 90”.

Il discorso riceve non pochi applausi, ma di questi, più che la loro quantità, conta la loro provenienza. Provengono infatti da tutte le ali della camera, sia dai fascisti che dai comunisti e dai socialisti. Si può dire sia un evento unico. Le reazioni postume al discorso, tuttavia, sono molto dure sia da parte di giornali come l'”Avanti!” che scrive: “Bombacci avrebbe dovuto risparmiare alcune concessioni fatte alla parte avversa riuscite così 88 89 90

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Ivi, pag. 526 G. Salotti, “Nicola Bombacci da Mosca a Salò”, cit. pag. 69. Ibidem.


poco intonate da suscitare degli applausi ed un complimento dei fascisti [...] 91”,

sia da parte del partito comunista, che invita Bombacci a rassegnare le dimissioni, togliendogli l'autorizzazione di rappresentare il partito alla Camera, oltre che da vari esponenti a livello personale. Antonio Gramsci ad esempio ne critica duramente la “deplorevole cordialità” nei confronti dei fascisti oltre al suo linguaggio che definisce: “[...] banalmente cortese e degno di un politicante di piccolo calibro 92”.

Egli non accetta in nessun modo l'opinione del partito e non presenta le dimissioni, ma difende l'assoluta buona fede che aveva guidato il suo intervento. Il partito stesso decide dunque di espellerlo di sua iniziativa. Bombacci presenta quindi ricorso alla III Internazionale, che in effetti lo difende e suggerisce al partito comunista italiano di considerare il caso Bombacci chiuso. I russi infatti non ritengono così terribili le sue colpe, ma gli ammoniscono in generale un atteggiamento opportunista. Questa è la conferma di quanto la buona reputazione di Bombacci in Russia continuasse ad essere tale, così come la fiducia che riponevano in lui i compagni sovietici. In questo periodo infatti scrive una lettera a Zinov'ev, con cui aveva ormai instaurato un rapporto d'amicizia, dove chiede se sia possibile per loro dargli la possibilità di lavorare al progetto di una rivista politico-economica e commerciale. Questa doveva, nelle sue intenzioni, diventare il centro di un movimento capace di attrarre gli interessi anche del governo fascista e della borghesia, con lo scopo di utilizzare un linguaggio e argomenti condivisibili dalla maggior parte delle persone, per avvicinarle agli ideali dell'Internazionale e della Russia bolscevica. Il mutato atteggiamento del partito comunista, in seguito all'opinione espressa dall'Internazionale ed anche in base alla presa in considerazione dell'effettiva popolarità che l'attività politica di Bombacci aveva ottenuto dalle masse in passato, sarà destinato a cambiare un'altra volta, quella definitiva. Nonostante le squadracce fasciste assaltino più volte la sua abitazione infatti, egli non risulta mai raggiunto neanche da un'ammonizione da parte del governo93. Viene inoltre escluso dall'elenco dei candidati alla deportazione poiché, si diceva, Mussolini, interpellato al riguardo, avrebbe 91 92 93

G. Salotti, “Nicola Bombacci da Mosca a Salò”, cit. pag 72. Ibidem L'ammonizione era la misura più blanda tra quelle usate dal regime fascista per perseguire gli avversari politici. Cfr. Palla, Marco, 2001, “Lo stato fascista”, La Nuova Italia, Scandicci (Firenze)

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affermato: “Con costui me la vedo io”. L'atteggiamento preferenziale che il regime fascista gli riserbava, determina la decisione del partito comunista di espellerlo definitivamente dalle proprie fila per “indegnità morale” nel 1927. Questo segna la fine della sua carriera pubblica e la scomparsa del suo nome dalle cronache politiche fino al 1936, anno in cui comincerà la sua attività di direttore della rivista “La Verità”. Le uniche notizie che si hanno di Bombacci dal 1927 fino al 1931, riguardano l'effettiva continuazione della sua attività di intermediario con l'ambasciata sovietica a Roma, dove continua a lavorare soprattutto ai fini di un'agevolazione dei rapporti commerciali ed economici tra Italia e Russia. Dal 1931 al 1935, ottiene la possibilità di un'attività stipendiata, dietro interessamento dello stesso Mussolini, presso L'ICE (Istituto Internazionale di Cinematografia Educativa), dove si occupa della selezione dei primi documentari cinematografici provenienti da ogni paese e della loro diffusione nelle scuole e nei circoli dopolavoristici.

L'Italia

aveva

infatti

ottenuto

dalla

Società

delle

Nazioni

l'autorizzazione a creare, a Roma, un centro che si occupasse di diffondere i primi documentari cinematografici (sotto la diretta supervisione di Louis Lumière). L'obiettivo era di promuovere l'enorme valore educativo presso gli istituti scolastici, strappando di fatto l'iniziativa alla Francia, che avrebbe tentennato nell'esporsi chiaramente sul finanziamento richiesto dal primo promotore del progetto Julien Luchaire. Lo stipendio che riceve dal suo lavoro presso l'ICE tuttavia basta appena alle esigenze della sua famiglia, che continua a navigare nei debiti. La situazione è destinata a peggiorare ulteriormente in seguito alle gravi condizioni di salute del figlio più piccolo, Wladimiro, che necessita di cure immediate a cui i Bombacci non possono in alcun modo far fronte. La moglie Erissena si convince quindi a scrivere, senza che il marito lo sappia, direttamente al duce chiedendo un aiuto per il figlio malato, in virtù dell'amicizia con suo marito. L'aiuto arriva mediante una prenotazione per Wladimiro, alla clinica di Cortina d'Ampezzo, oltre ad un ulteriore finanziamento economico della somma di 60.000 lire, calcolato in base ad un rapporto fattogli dal ministro degli esteri Grandi. Presso il ministro, infatti, già Bombacci stesso aveva avuto occasione di rivelare la sua visibile malnutrizione e tutta una serie di sciagure che stavano riducendo al lastrico la sua famiglia. Inizia dunque un riavvicinamento tra i due, che al momento è spinto unicamente dalla riconoscenza che Bombacci ha voluto manifestare direttamente a Mussolini per aver ricordato: 64


“il vecchio amico di un giorno […] elevandosi nobilmente, generosamente sopra le contingenze attuali” e augurandosi non fosse “lontana l'occasione che mi permetta di dimostrarLe quanto sia sincera e profonda questa mia gratitudine […] 94”.

Tuttavia la proposta di collaborazione di Bombacci avverrà, di lì a breve, anche sull'orizzonte politico, con una lettera spedita al duce nel 1933, che pubblico qui quasi per intero, dove scrive: “Duce, compio questo atto con tutta coscienza e al di fuori del sentimento di gratitudine che mi lega a Voi per quanto di nobile e di umano avete fatto, per me e per i miei, in questi ultimi anni. La mia decisione è dettata soltanto dalla sicura e sincera convinzione che mi sono venuto formando, esaminando obiettivamente i fatti storici più salienti di questo ultimo ventennio: Guerra mondiale, rivoluzione russa, rivoluzione fascista, fallimento della social-democrazia al potere. Oggi sento di poter affermare, scrivere e sostenere in contraddittorio ovunwue, con sicurezza, che Voi siete l'interprete felice e fedele di un ordine nuovo politico ed economico che nasce e si sviluppa col decadere del capitalismo e con la morte della social-democrazia. […] So che solo oggi 1933, XII del regime io vedo questa verità; ma la vedo in pieno e sinceramente. Forse il mio spirito legato profondamente al mio passato ha atteso per manifestarsi che la via da Voi tracciata superasse i confini e l'idea divenisse universale. Io non cerco di indagare nella mia psiche, so soltanto che sento prepotente il bisogno, il dovere di dirVi che sarò orgoglioso di unirmi, se a Voi piace, a coloro che già marciano al vostro fianco non cercando di seguire che Voi e di ubbidirVi. Sento che nella Corporazione, sotto la vostra guida, sotto la guida dello Stato fascista totalitario, è soltanto possibile trovare, in questa fase storica, quell'armonia necessaria al progresso civile e al benessere della società. […] La mia decisione è ponderata, ferma e cosciente […] sono da oggi a vostra completa disposizione, felice di servire la causa. 95”.

Ha inizio così quel periodo della sua vita, in cui si porrà il proposito di lavorare per Mussolini, nel tentativo di contribuire al rafforzamento della componente più squisitamente sociale del governo fascista. La lunga lettera, non è resa pubblica dal duce 94 95

G. Salotti, “Nicola Bombacci da Mosca a Salò”, cit. pag 94. Ivi, pagg. 98-99.

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per evitare che, soprattutto negli ambienti fascisti, si scatenino reazioni contrarie alla collaborazione di un personaggio ancora concepito come un nemico. Mussolini conta in questo modo di poter sfruttare la collaborazione di Bombacci in modo particolare nei rapporti con la Russia. Viene infatti rinnovato l'accordo italo-sovietico nel settembre del 1933, a cui succede un incontro tra Mussolini e lo stesso Litvinov. In questo caso resta solo ipotizzabile un coinvolgimento di Bombacci nelle trattative tra fascisti e sovietici, in quanto non abbiamo dei documenti che possano attestare un suo ruolo preciso, mentre è documentata da una lettera la proposta di Bombacci a Mussolini di una riforma economico-commerciale nazionale, con lo scopo di gettare in Italia le basi all'applicazione dell'autarchia. Nella lettera (alla quale Mussolini pose la nota a margine “prepararmi un piano dettagliato”) infatti afferma che: “Da molto tempo […] ho maturato un'idea che […] se realizzata con intelligenza e con tatto può […] aiutare nel suo sviluppo e perfezionamento l'Industria Nazionale […]. Un “Centro” che vuol essere una cosa viva, agile, dinamica, retto da una persona, soprattutto volenterosa, che sappia capire e farsi ascoltare dagli Enti e dalle persone interessate, deve, prima studiare, poi segnalare e soprattutto persuadere, importatori, commercianti e industriali a trovare fra di loro […] la via migliore per sostituire, quando sia possibile, il prodotto estero con quello nazionale, accontentando il consumatore e facendo l'interesse dell'economia nazionale. […] Bisogna sapere se l'articolo importato è voluto, ricercato dal consumatore o serve soltanto ad una maggiore speculazione dell'importatore. […] Bisogna dare alle categorie interessate un'educazione economica corporativa in modo pedagogico, richiamando opportunamente il loro interesse. Non bisogna dimenticare che la quasi totalità dei commercianti-importatori ha nel sangue e nel cervello l'economia liberale. […] Vogliate accogliere tuttavia la mia devota volontà di lavorare più di quello che ora non mi sia concesso, nell'interesse e per il trionfo dello stato corporativo.”.

Con il 1935 l'obiettivo principale di Mussolini diventa il riuscire a porre l'Italia sullo stesso piano delle altre potenze europee. Inizia a perseguire quindi una politica prettamente nazionalista con il tentativo di ottenere delle colonie, puntando alla creazione di un impero. Stipula per questo un patto con la Francia che avrebbe dovuto lasciare mano libera all'Italia nella conquista dell'Etiopia, in cambio di un disinteressamento italiano verso la Tunisia a favore dei francesi. La posizione della Società delle Nazioni sull'intervento italiano si limita tuttavia al riconoscimento di 66


“un'interesse speciale nello sviluppo economico dell'Etiopia”, perciò in seguito alla sua aggressione l'Italia viene sanzionata. Nell'ottica fascista questo equivaleva ad uno smacco da parte di Francia ed Inghilterra nei confronti dell'Italia, che, con i suoi obiettivi espansionistici, minacciava seriamente il loro, fino ad allora incontrastato, imperialismo capitalista. La reazione di Bombacci a tale situazione è quella di aderire, in modo molto istintivo ed emotivo, al nazionalismo fascista. Chiede quindi a Mussolini il permesso di “entrare nella mischia”, poiché vede nel progetto fascista l'unica effettiva opportunità per l'Italia di contrastare il potere dilagante delle potenze capitaliste, imponendosi al loro pari sul piano internazionale. Continua a considerare Ginevra, sede della Società delle Nazioni, come la “sede del comitato di difesa degli interessi delle due maggiori nazioni coloniali e capitalistiche del mondo”, lamentando il fatto che l'Italia ne faccia ancora parte (ne uscirà nel 1937). Il suo pensiero comincia quindi ad attestarsi su posizioni nazionaliste e patriottiche, che lo porteranno a considerare la nazione al di sopra della classe. È in questi anni, inoltre, che Bombacci comincia ad attestarsi su posizioni antibolsceviche, anche poichè profondamente deluso dall'entrata della Russia nella Società delle Nazioni nel 1934. Ritiene infatti scandaloso che i dirigenti bolscevichi abbiano deciso di sedersi allo stesso tavolo con le potenze capitaliste, le stesse che un tempo rappresentavano il nemico contro cui fare fronte comune.

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CAPITOLO IV “La Verità”: Una rivista socialista finanziata dal governo fascista. Le sempre più frequenti richieste di Bombacci di avere la possibilità di collaborare con il regime sono accolte da Mussolini nel 1936, anno in cui il duce in persona autorizza la pubblicazione della rivista “La Verità”96. Questa doveva diventare, nell'idea di Bombacci, un organo di dibattito politico capace di avvicinare i suoi lettori a quella dimensione socialista e politicamente costruttiva che egli vedeva nel regime. In qualità di direttore, egli si circonda di collaboratori quasi tutti provenienti dalla vecchia area socialista e sindacale, come Walter Mocchi o Alberto Malatesta, con l'idea di destabilizzare la visione a senso unico del fascismo come movimento forcaiolo e sfruttatore del proletariato. L'obiettivo è presentare la rivista come una prova effettiva della fiducia reciproca esistente tra il regime e alcuni esponenti di sinistra. Su queste basi, “La Verità” viene subito osteggiata da alcuni gerarchi fascisti, Farinacci e Starace prima di tutti, in quanto una parte considerevole del partito fascista non vuole accettare che degli ex antifascisti parlino a nome del regime. La volontà di una parte considerevole del partito fascista di scongiurare qualsiasi apertura nei confronti di “certi personaggi”, non viene condivisa però da Mussolini. Egli stesso continua a finanziare la pubblicazione della rivista e conferma così due propositi: da una parte la sua volontà di non recidere del tutto i legami col passato socialista e con il primo periodo del fascismo rivoluzionario, più che dittatoriale, dall'altra la ricerca in generale di uno stemperamento dell'aura di regime che tornasse a suo favore. L'uscita del primo numero de “La Verità” non incontra solamente l'opposizione di una parte del partito fascista, ma anche quella di quasi tutta la stampa, oltre che ovviamente della quasi totalità dei politici socialisti e comunisti. Per loro è infatti un notevole fastidio il nuovo affacciarsi di Nicola Bombacci sulla scena politica nel suo ormai palesato e convinto appoggio al regime, anche per ciò che rappresenta come personaggio in sé. La reazione della politica e della stampa è talmente contraria, che il Ministero della Stampa e Propaganda decide di bloccare, almeno temporaneamente, la pubblicazione della rivista, nonostante il primo numero fosse riuscito comunque a raggiungere la più che modesta tiratura di 25.000 copie. La pubblicazione riprende solamente all'inizio del 1937 in seguito a continue richieste 96

Tradotto in russo “Pravda”, nome della rivista sovietica per la quale Bombacci stesso scrisse anni prima.

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in merito da parte di Bombacci. Tutto ciò determina la diffusione di voci secondo le quali il regime sarebbe stato in procinto di aprirsi a sinistra. È ancora Starace, in particolare, che si propone di manifestare il malumore generalizzato all'interno del partito per la fiducia accordata a Bombacci e “ai suoi compari”. Scrive infatti una lettera a Mussolini, dove afferma: “[...] Da qualche giorno è stata messa in circolazione la rivista “La Verità” direttore Nicola Bombacci. Il titolo non è modesto e già il Bombacci assume il ruolo di catone nei confronti degli iscritti al Partito![...]. Sta bene non affamare, si commenta, e su questo tutti siamo d'accordo e tutti apprezziamo in sommo grado la Vostra generosità e tutti ci sforziamo di fare altrettanto; ma non sta bene portare alla ribalta emerite carogne, capaci di tutto domani, come lo sono state ieri […].97”.

Nonostante simili lamentele interne al partito sarebbero durate per quasi tutto il periodo di pubblicazione della rivista, Mussolini si impone personalmente più volte a favore de “La Verità”. Egli decide di revisionare personalmente ogni singolo articolo che Bombacci provvedeva a fargli recapitare prima della pubblicazione e nel 1939 durante una seduta del Gran Consiglio pone fine autoritariamente alle tensioni in merito esclamando: “ A tale pubblicazione penso io e basta!”. Bombacci scrive su “La Verità” fino al 1943, anno della caduta del fascismo. Nei primi tempi si occupa di politica estera, in merito soprattutto alla conquista italiana dell'Etiopia e alle relazioni che l'Italia, una volta fondato il suo impero coloniale, ha potuto intrattenere con le altre potenze imperialiste sotto un nuovo punto di vista, dato il suo diverso grado d'importanza nella politica internazionale. Il nuovo status internazionale dell'Italia trova la sua conferma ufficiale il 16 aprile 1938 (sabato santo) con il conseguimento dei cosiddetti “accordi di Pasqua”. Con la loro stipulazione vengono risolti definitivamente i contrasti sulle politiche coloniali tra Italia e Gran Bretagna, che Bombacci definisce: “Riconoscimento della nostra parità internazionale in confronto di un secolare e potente impero come quello britannico98”.

Sotto quest'aspetto, egli descrive più volte la conquista imperiale italiana come una 97 98

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G. Salotti, “Nicola Bombacci da Mosca a Salò”, cit. pag. 115. Ivi, pag. 120.


“conquista proletaria”. Oltre infatti ad essere secondo lui necessaria come valvola di sfogo all'aumento demografico del paese, presenta nei suoi articoli la colonizzazione italiana come un movimento volto al miglioramento delle condizioni di vita della gente di colore, in opposizione al colonialismo disumano portato avanti fino ad allora da Francia e Gran Bretagna. 4.1 Il primo numero de “La Verità”. “Incoerenza? Apostasia, diserzione? Mai più! Resta a vedersi da quale parte stiano gli incoerenti, gli apostati, i disertori. Lo dirà la storia domani, ma la previsione rientra nell'ambito delle nostre possibilità divinatorie. Se domani ci sarà un po' più di libertà in Europa un ambiente, quindi, politicamente più adatto alla formazione della capacità, di classe del proletariato, disertori ed apostati non saranno tutti coloro che, al momento in cui si trattava di agire, si sono neghittosamente tratti in disparte? 99”.

Inizia con una provocazione, pronunciata da Benito Mussolini nel 1915, il primo numero de “La Verità”, con delle frasi che egli aveva rivolto all'opinione pubblica durante la sua campagna a favore dell'intervento italiano nella prima guerra mondiale, che aveva visto lui e Bombacci schierati su fronti opposti. “Per la verità noi siamo fra quelli che nel 1915 si sono tratti in disparte o, più esattamente, sono rimasti fermi dall'altra parte100”,

si afferma all'inizio dell'editoriale firmato “La Verità”, ma dietro cui si cela verosimilmente l'identità del direttore, Nicola Bombacci. Sono infatti passati vent'anni da quel messaggio che Mussolini aveva rivolto al mondo politico d'allora, ed ora ci si deve rendere conto che i tempi sono cambiati e non si può tornare a fare i disertori se si comprendono davvero le potenzialità dell'ordine nuovo. Nuove dottrine, nuovi regimi, una nuova Europa, Roma e Mosca, Mussolini e Lenin: queste sono le premesse indiscutibili di una nuova rivoluzione sociale a cui ogni lavoratore ha il dovere di aderire, e questa rivista ha il compito di guidarlo nella scelta giusta. 99

100

Riproduzione del n.1 della Rivista “La Verità”, anno 1936, edizione a cura della Confederazione Unica del Lavoro, della Tecnica e delle Arti (C.U.L.T.A.), Perugia, pag 2. Ibidem.

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L'idea di una missione insita nella rivista stessa, è quella che ha spinto Bombacci a fondarla; egli vuole parlare alle masse dei lavoratori come faceva un tempo da socialista e poi da comunista. La creazione di un dibattito culturale e politico, si ribadisce, è il fine primo de “La Verità”. I temi che vi si tratteranno, dice, non possono non interessare alle persone, in quanto, in questo periodo storico, tutti sono per forza chiamati a prendere posizione. C'è un ideale per cui egli e gli altri suoi collaboratori, dice, hanno lottato, indipendentemente dalle fazioni politiche e dalle situazioni contingenti, e questo è: il trionfo del lavoro. Ciò che Bombacci vuole portare avanti è sempre quello stesso ideale che l'ha spinto a militare nel socialismo seguendo le idee di Andrea Costa, a fondare il partito comunista in Italia sull'onda di Lenin, per poi accorgersi del momento fascista. Esprime una convinzione profonda, del fatto che Mussolini e il fascismo siano la vera speranza per realizzare la rivoluzione sociale da lui auspicata da tempo: “Il cardine dell'asse su cui si aggira l'ordine nuovo di Mussolini, è il potenziamento dello stato regolatore assoluto, esclusivo della collettività nazionale. Nello stato totalitario egli vuole tutti i poteri, in essi incluso quello economico. La Nazione, lo Stato, divenuto un'espressione unitaria del suo popolo, si prefigge di considerare il cittadino anche come produttore, come lavoratore, come unità economica. Lo Stato Fascista Corporativo annulla il conflitto tra la Classe e la Nazione, perchè innesta queste due forze nel suo stesso circuito […] consente di risolvere gradualmente il problema della distribuzione della ricchezza sotto il pungolo del controllo e dell'autorità dello Stato101”.

La prova maggiore della validità del sistema fascista consiste, secondo Bombacci, nell'ostilità che le potenze capitaliste sedute a Ginevra, Russia compresa, dichiarano nei confronti di Mussolini: se Mosca non può più essere la patria della rivoluzione perchè si è svenduta al capitalismo internazionale, allora lo sarà Roma. È anche per esclusione quindi che Bombacci vuole convincere il lettore dell'efficacia sociale del regime fascista, che infatti è presentato come il nemico dei nemici della rivoluzione sociale, vero nemico dei capitalisti, ma inevitabilmente accettato come stato totalitario. La sua originalità risiede nel fatto di proporre un'ideale che, secondo Bombacci, può avere davvero la capacità di unire tutti i lavoratori in un sol corpo, e cioè quello della Nazione. Risulta quindi evidente un cambiamento da parte di Bombacci, sicuramente almeno per 101

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Ivi, pagg 5-6.


quanto riguarda i metodi e le vie per ottenere il raggiungimento del suo ideale, che al contrario del resto non è cambiato e non cambierà: il trionfo del lavoro. Il primo articolo della rivista è firmato “Noi”. Oltre ad essere una tipica espressione del fascismo, indicante un gruppo coeso, unito, che si identifica in un pronome plurale, in cui un singolo individuo si spersonalizza identificandosi non più in sé stesso, ma nel gruppo, è utilizzato qui allo stesso modo ma, probabilmente, a nome della redazione della rivista. L'articolo ripropone e spiega le dichiarazioni di Mussolini, durante il discorso fatto al Campidoglio il 10 Novembre del 1934, all'assemblea nazionale delle Corporazioni. Nella prima parte del discorso l'attenzione è focalizzata sulla necessità, per l'Italia, di essere economicamente indipendente in caso di conflitto, per potersi mettere, così, sullo stesso piano delle altre potenze mondiali. Se non si vuole quindi essere “...sottoposti a servitù straniere102” e ottenere l'indipendenza politica, si deve raggiungere l'autonomia economica, in modo da poter essere essere molto più agevolati in politica estera. Il bisogno di raggiungere l'autosufficienza, in termini di risorse sul territorio, giustifica “[...] l'iniziativa italiana in Africa, che è destinata, fra l'altro, a regolare in modo più equo la distribuzione delle materie prime. Non è concepibile che nel secolo ventesimo le materie prime indispensabili alla vita moderna siano monopolio di alcuni stati […] un conservatorismo nella politica internazionale, […] che si rivela come una vera e propria forza, che tende alla paralisi della storia.103”.

Non è giusto, dunque, che il progresso fascista venga frenato dalla volontà di altre potenze, che godono già di una completa indipendenza economica grazie alle loro colonie. Solo la Russia aveva potuto, a suo tempo, sdoganarsi dal giogo delle potenze capitaliste, ma solo grazie alla vastità del suo territorio e, quindi, delle sue risorse. L'Italia rimane invece, così, sempre dipendente dal capitalismo anglosassone e, a questo punto, si dice: “[...] solo una rivoluzione mondiale potrebbe restituire l'equilibrio mondiale 104”.

I diversi nazionalismi vengono qui visti come in una perenne lotta per la supremazia, 102 103 104

Ivi, pag 8. Ibidem Ivi, pag 9.

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dove i governi capitalisti detengono la maggior parte del potere. Il fine del Fascismo sarebbe quindi, nelle intenzioni di chi scrive, quello di portare l'Italia a livello di quei governi per equilibrare in tal modo l'assetto internazionale, e poter imporre, da pari, la diffusione di una politica anticapitalista. È la fede in questo mito, che rende qui possibile una giustificazione delle mire espansionistiche dell'Italia in Africa. Nella seconda parte del discorso, Mussolini si incentra sul rapporto tra stato e grandi imprese, “[...] specie quelle che lavorano per la difesa nazionale105” e di cui lo stato è quasi il cliente unico. La proposta è statalizzare le aziende per la difesa, in modo che esse seguano direttamente i piani dello stato e venga eliminato il profitto capitalistico a vantaggio dell'economia di stato (trovandosi in procinto di una guerra coloniale, tralaltro, il guadagno è sicuro). Inoltre: “Se per molte ragioni, più forti, all'atto pratico, di qualsiasi pregiudiziale liberista, lo Stato deve proteggere alcune industrie, è necessario che tale protezione significhi soprattutto la protezione del lavoro, non del capitale, il quale deve trovare i suoi profitti in regime di concorrenza. 106”.

Lo stato deve guardarsi dal finanziare il guadagno privato con il denaro pubblico, proveniente dall'esazione delle imposte sul popolo, ma è un suo diritto controllare le aziende dall'interno dei loro consigli d'amministrazione. Il sistema economico perseguito da Mussolini, si differenzia così da quello capitalista perchè non innalza il capitale ad un valore assoluto, ma lo equipara al lavoro. Questo processo che, si dice, viene ispirato da “[...] un elementare senso di giustizia 107”, punta a liberare l'economia dalla schiavitù al capitale, per estendere il suo orizzonte verso l'interesse della collettività, senza che lo stato debba salvaguardare il profitto privato: “È in virtù di questo principio che il lavoro non è più considerato “merce”, ma il dato fondamentale della stessa personalità umana 108”.

Inoltre si afferma che: “Solo così si poteva, superare, anche nel campo politico, l'astrattismo liberale, che, accanto a un “cittadino“ assolutamente libero teoricamente, poneva un “lavoratore” schiavo del capitalismo. 105 106 107 108

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Ibidem. Ivi, pag 11. Ibidem. Ivi, pag 12.


Donde la scissione di politica e di economia propria del mondo liberale, così potentemente analizzata, da Marx.”109.

L'economia deve quindi assecondare la politica e, di conseguenza, i bisogni primari della persona, per rifuggire il malsano feticismo del capitale: questo è l'obiettivo del fascismo e questa è la civiltà anticapitalista che si vuole imporre al mondo. Tali concetti vengono meglio espressi tramite la pubblicazione, di seguito all'articolo, di uno stralcio del discorso di Mussolini stesso, che viene poi commentato e analizzato dagli stessi “Noi”. Questo è un esempio pratico di come Bombacci intenda creare, tramite una rivista, una coscienza nell'opinione pubblica, sugli effettivi scopi della politica fascista, quelli cioè che la distinguono dal resto delle politiche internazionali e in cui egli, evidentemente, crede. Nella parte del discorso pubblicata, Mussolini annuncia l'inevitabilità, per l'Italia, di dover prendere parte, a breve, a una guerra per cui gli altri stati stanno già perseguendo politiche di rinforzo militare. La politica fascista deve quindi coincidere con le esigenze che la guerra imminente impone, in quanto l'Italia, stavolta, sarà chiamata da subito a prendervi parte. L'economia nazionale, di conseguenza, dovrà sempre più essere indirizzata dalle esigenze di difesa nazionale, che influenzerà la produzione in maniera determinante. Il regime in ogni caso “[...] non intende statizzare o, peggio, funzionizzare l'intera economia della nazione; gli basta controllarla e disciplinarla attraverso le Corporazioni […] Le Corporazioni, sono organi dello Stato, ma non organi semplicemente burocratici dello Stato. 110”

La successiva analisi del discorso mussoliniano, ha l'obiettivo di formare nel lettore una visione più ampia del progetto fascista concernente l'economia nazionale. Viene chiarito infatti che non verranno apportati cambiamenti al settore agricolo, in quanto già efficiente e gestito in maniera efficace dai coltivatori italiani. La proprietà privata dunque, in questo caso viene preservata, godrà dell'aiuto dello stato e verrà “[...] armonizzata attraverso le Corporazioni con tutto il resto dell'economia nazionale. 111”.

109 110 111

Ibidem. Ivi, pag 13. Ivi, pag 14.

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L'istituzione delle corporazioni servirebbe quindi ad armonizzare i diversi settori produttivi tra di loro, in modo che non si debba ricorrere ad una completa statalizzazione della produzione, ma si mantenga l'iniziativa economica privata, supervisionata però da enti di categoria, formati da lavoratori, organizzati in una rete nazionale. Le piccole e medie imprese si ritroveranno inserite in tale sistema e uno speciale riguardo, da parte dello Stato, verrà fornito alle attività artigianali, in quanto rappresentano una caratteristica peculiare della cultura italiana e vanno, pertanto, preservate e incentivate112. Per quanto riguarda “[...] l'altra industria sviluppatasi sino a diventare capitalistica o super capitalistica, il che pone dei problemi non più di ordine economico ma sociale, essa sarà costituita in grandi unità corrispondenti a quelle che si chiamano le industrie chiavi e assumerà un carattere speciale nella orbita dello Stato113”.

Il rapporto dello stato fascista con le imprese sarà quindi a volte di controllo e a volte di gestione parziale o diretta, anche se tale eventualità, cioè quella della gestione diretta dell'azienda da parte dello stato, riguarderà solo, come accennato prima, l'industria bellica, in quanto lo stato ne è, quasi del tutto, l'unico compratore. La guerra imminente impone una forte necessità, per lo stato, di incentivare questo tipo di produzione, ma si evita in tal modo che dei singoli privati guadagnino fortemente sui bisogni della nazione imposti dalle scelte politiche del governo. Il proposito di contrastare questo fenomeno, che va sotto il nome di “pescecanismo”, è ricorrente nelle argomentazioni riguardanti queste tematiche, negli articoli della rivista. Degli esperimenti effettivi di socializzazione delle imprese verranno tentati dalla Repubblica Sociale Italiana a partire dal 1943, ma per ora si nota come non sia intenzione dello stato agire in tal senso nei confronti dell'economia privata. Un vago socialismo è espresso nella volontà di rivalutazione del lavoro: “Nel tempo fascista il lavoro, nelle sue infinite manifestazioni, diventa il metro unico col quale si misura l'utilità sociale e nazionale degli individui e dei gruppi 114”,

ma, tuttavia, si auspica infine la realizzazione tramite l'economia fascista di: 112 113 114

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Cfr. anche Bocca, Giorgio, 1983, “Mussolini socialfascista”, Milano, ed. Garzanti. Riproduzione del n.1 della Rivista “La Verità”, cit. pag 14. Ivi, pag 16.


“[...] quella più alta giustizia sociale che dal tempo dei tempi è l'anelito delle moltitudini in lotta aspra e quotidiana colle più elementari necessità di vita. 115”.

L'articolo successivo è di Walter Mocchi. Qui ci si discosta un po' dalle questioni di politica interna italiana, per affrontare, all'inizio dell'articolo, un dibattito storicoculturale inerente alla secolare ostilità tra Francia e Germania. Prendendo in esame il manuale di storia contemporanea di G. Sabatucci e V. Vidotto, si apprende infatti come nel 1925 si realizzano, nella località di Locarno, degli accordi tra Francia e Germania in merito ai confini delle regioni renane: l'Alsazia e la Lorena. La Germania accetta la perdita delle regioni in cambio di una maggiore tranquillità soprattutto per i suoi confini orientali, che riesce a mantenere interamente. Nel 1926 la Germania entra a far parte della Società delle Nazioni e la Francia, da parte sua, si impegna a smilitarizzare l'area del Reno. L'ostilità riguardo il possesso di Alsazia e Lorena, cessa temporaneamente, dunque, a margine delle conseguenze della fine della prima guerra mondiale, tuttavia l'articolo di Mocchi cerca di ricostruirne brevemente l'excursus storico, nel tentativo di fornire una spiegazione che chiarisca sulla diatriba. L'opinione di Hitler in merito, infatti, è che: “[...] da 2000 anni l'Europa è perturbata dall'eterna contesa di sapere se la frontiera tra i due popoli deve essere fissata cento chilometri più a sud o più a nord 116”.

Mocchi invece fa risalire l'origine della contesa a Luigi XI, che aveva spostato il confine su una sponda del Reno, ed evidenzia l'esagerazione cronologica di Hitler, a cui però da ragione per quanto riguarda l'estrema complessità concernente l'ostilità franco-tedesca. È difficile infatti risolvere con un accordo una contesa secolare che propende in ogni caso verso lo scontro bellico, ma c'è un altro fattore decisivo che impedisce la risoluzioni di questioni come queste in Europa, ed è l'influenza inglese. L'Inghilterra, dice Mocchi: “[...] ha sempre avuto per direttiva costante della propria politica internazionale quella d'impedire […] che prosperasse in Europa una politica continentale […] per mantenere l'Europa

115 116

Ibidem. Ivi, pag 17.

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divisa ed alle sue dipendenze117”.

Questo spiega anche la diffidenza inglese dell'epoca verso un'Italia che stava sempre di più crescendo in potenza, dice Mocchi, confermando così quel fine ultimo di apologia al regime che, come si è visto, è caratteristica peculiare della rivista. L'influenza inglese è quindi sempre stata negativa, secondo Mocchi, e ha impedito la creazione di un clima di reciproca fiducia tra stati, che in questo periodo, dice, sarebbe stato più che mai necessario. Egli infatti crede che, per evitare che gli stati europei vengano sovrastati dall'imminente formazione di due grandi unioni di stati, una panasiatica e una panamericana, è necessario che venga creato “[...] un unico conglomerato supernazionale, che non sia l'idiota ed imponente Società delle Nazioni […] ma che sia una confederazione vera e propria di stati europei, riuniti per difendere, con il fascio delle proprie forze, ogni nuova barbarica invasione da qualunque parte essa venga.118”.

Tuttavia egli ritiene che sia impossibile che Francia o Germania abbiano la possibilità, da sole, di agire in modo da rendere possibile la realizzazione degli Stati Uniti d'Europa. L'unico, infatti, che durante la storia è stato in grado di unire spiritualmente l'Europa è stato il popolo stesso durante l'Impero romano, il Cristianesimo e il Rinascimento; ed è il popolo “[...] che, nei momenti risolutivi, sa improvvisamente esprimere dal suo seno l'uomo fatale che, con energia miracolosa realizza, nel piccolo corso della sua Vita, ciò che, sino alla vigilia, pareva costituire l'Utopia: l'Italia, insomma, e Mussolini! 119”.

Mocchi presenta qui l'ideologia fascista come l'unica in grado di poter dare inizio ad una politica comune e condivisa dagli stati europei, che smarchi l'Europa dalle dipendenze straniere. Sotto la bandiera del littorio, infatti, egli vede la possibilità di unificare le identità di tre nazioni in particolare, che dal testo si possono identificare in Francia, Germania e Italia, per affinità di cultura e di una storia secolare in comune.

117 118 119

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Ivi, pagg 18-19. Ivi, pag 20. Ibidem.


“Chi potrà stupirsi se i nuovi sviluppi portassero dal semplice organo di politica estera comune ad un Zollverein120, che allarghi e unifichi le frontiere doganali dei tre paesi, ad una moneta unica, ad un piano similare di organizzazione corporativa delle tre economie nazionali […], allo studio obbligatorio nelle scuole di primo e secondo grado di almeno due delle lingue [...] 121”.

La formazione di un fronte comune europeo e mediterraneo, rappresenterebbe così un baluardo contro le politiche imperialiste inglesi, una motivazione valida alla scomparsa della Società delle Nazioni ed inoltre una difesa sicura contro un attacco asiatico, ipotizzato come molto probabile, alla millenaria civiltà europea. L'articolo di chiusura del primo numero de “La Verità” è di Nicola Bombacci ed ha come titolo “I nemici dell'Italia proletaria e la maschera abissina”. Dal punto di vista della politica internazionale, infatti, il conflitto definito italo-etiopico, ha delle implicazioni ben più grandi che quelle conseguenti ad una semplice guerra di conquista. Bisogna far presente, innanzitutto, che l'Etiopia, stato indipendente, faceva parte della Società delle Nazioni e godeva quindi dell'appoggio di Francia e Inghilterra. Dal punto di vista di Bombacci sono appunto la Francia e soprattutto l'Inghilterra, a voler impedire la conquista dell'Etiopia da parte dell'Italia proletaria, e questo per timore di un'eccessiva espansione del regime fascista. Questa conquista coloniale, presentata da Mussolini come necessaria a causa del sovrappopolamento in Italia, è quindi in realtà molto di più, dice Bombacci, di un conflitto tra Italia ed Etiopia: è un atto necessario di emancipazione dell'Italia proletaria, malvisto ovviamente dalle potenze capitaliste della Società delle Nazioni. La decisione di Mussolini di portare avanti la guerra fascista di conquista, è dunque presentata come un incredibile atto di coraggio verso coloro che si pretendono i custodi dell'ordine mondiale, ma soprattutto verso coloro che sono i più grandi nemici del regime. Bombacci fornisce quindi una descrizione abbastanza accurata di coloro che possono essere in generale definiti “nemici del regime”, al di là appunto dei già citati stati capitalisti della Società delle Nazioni. “[...] Si possono dividere in due gruppi distinti, con aspirazioni opposte, con dottrine inconciliabili. Il primo gruppo è “il secolo scorso”. Sono i seguaci del vecchio Regime: Essi vanno dai conservatori liberali ai social-democratici […] è la vecchia Europa che lotta furiosamente perchè non vuole rinnovarsi e non vuole morire. Mussolini è per costoro un nemico più pericoloso di Lenin perchè la sua rivoluzione è più aderente al processo storico 120 121

In tedesco: Unione doganale. Riproduzione del n.1 della Rivista “La Verità”, cit. pag 21.

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contemporaneo.122”.

L'affermazione di un ordine nuovo e il presentare al pubblico il regime fascista come l'unica vera rivoluzione, che potrà ottenere dei reali risultati sia all'interno della nazione italiana che all'estero, sono gli argomenti alla base della critica ai difensori del vecchio regime liberale. Ma un'altro gruppo di personaggi è individuato come nemico del regime fascista, e questi: “[...] sono i realizzatori dell'utopia, dell'assurdo: sono coloro che per ignoranza storica credono che Mussolini sia un ostacolo all'ascesa delle classi operaie. […] Essi non odono che una solo stazione: Mosca; la III Internazionale, Essa trasmette: Roma è il centro internazionale della reazione. Ciò è un dogma![...] Non è così amici proletarii! [...] la disciplina non è reazione. […] Sotto la scorza dura del Regime si sviluppa una quercia potente e robusta che sarà domani un'oasi riposante per tutti gli uomini del lavoro. [...] Voi che fate dell'antifascismo in nome di una rivoluzione, non sentite la grandezza, la sublimazione dell'etica rivoluzionaria nella ribellione dell'Italia fascista di Mussolini al vassallaggio del più grande Stato Imperiale? 123”.

Come Bombacci ribadisce più volte, lo stato imperiale si deve identificare nella Gran Bretagna, così come si devono concepire la Russia, la Francia e la Germania, come delle Nazioni che, anche in questa situazione, danno priorità al proprio tornaconto, mascherandosi dietro idee di giustizia internazionale. Sotto questo punto di vista, la missione italiana viene presentata con termini sempre più idealistici: “Un milione di contadini italiani porterà nel cuore dell'Africa la civiltà. Sappiamo che per i mercati inglesi questa prospettiva equivale ad un'aggressione. Il cuore dell'Africa doveva restare schiavista. Questa era la legge di Londra avallata a Ginevra, ma la realtà è un'altra cosa. Roma è ad Amba Alagi e cammina vittoriosa verso i suoi alti destini! 124”.

A differenza di quegli stati che misurano la loro potenza, dice Bombacci, nei possessi materiali, nel denaro e nei territori, il fascismo mira a instillare nella mente degli italiani dei valori più alti. L'unità del paese attorno ad un'unica capitale, Roma, così come il venir meno delle differenze regionali, a favore di una sentita e diffusa italianità, è ciò che secondo lui sarà capace di identificare la volontà di ogni singolo italiano nella 122 123 124

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Ivi, pagg 24-25. Ivi, pagg 25-26. Ivi, pag 27.


volontà della Nazione stessa. È direttamente ai nemici di questi ideali che si rivolge nella conclusione dell'articolo: “ Conosciamo la sensibilità del vostro cuore, signori protestatari londinesi e ginevrini! Sappiamo che cosa vi spaventa. Giù la maschera, mostrate la faccia. Vi spaventa che dove regna sovrana la schiavitù più nera, arrivi, con l'Italia di Mussolini, anche nell'Africa schiavista la Carta del Lavoro. Questa è la vostra vera paura, o signori umanitarii dell'antifascismo imperialista ginevrino. Ma è destino che così sia. Roma sarà ancora la prima nel mondo.” 125.

125

Ivi, pag 28.

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CAPITOLO V L'ultimo periodo: La Repubblica Sociale Italiana. Dopo la caduta del governo fascista e l'assunzione del potere da parte del generale Badoglio, Mussolini, che nel frattempo si era rifugiato in Germania, torna in Italia il 25 settembre 1943, scortato dai tedeschi, con l'intenzione di radunare i suoi gerarchi insieme a tutti quegli esponenti provenienti dal socialismo che, analogamente a Bombacci, avevano collaborato col regime. Ora più che mai infatti, Mussolini sentiva il bisogno della loro partecipazione per realizzare ciò che aveva in mente, cioè la volontà di tornare alle origini più spiccatamente socialiste del fascismo dei primordi, con il tentativo di fondare una Repubblica Sociale. Nelle prime riunioni alla Rocca delle Caminate, residenza della famiglia di Mussolini dove viene fondata la Repubblica Sociale Italiana, Bombacci era assente e non prenderà contatto con Mussolini prima di ottobre. Si limita, per ora, ad inviargli personalmente una lettera nella quale ribadisce “sono oggi più di ieri totalmente con voi”. Dimostra così una reale fedeltà a Mussolini che peraltro non era assolutamente obbligato ad esprimere, in quanto il suo ruolo all'interno del partito fascista non aveva assunto mai un tono di ufficialità. Il 14 novembre a Castelvecchio a Verona, iniziano i primi lavori per la costituzione del Partito Fascista Repubblicano, che si riproponeva di operare una rottura definitiva col mondo borghese, accusato di aver tradito il governo fascista determinandone la rovina e di portare avanti un'opposizione convinta a Badoglio. Il generale Badoglio era infatti diventato capo del governo ed era inoltre il fautore di quell'armistizio dell'8 settembre che pone fine alle ostilità con gli anglo-americani, giudicato dai fascisti una svendita definitiva dello stato italiano alle potenze capitalistiche. Alla stesura dei 18 punti che costituiranno il manifesto del partito contribuisce per certo anche Bombacci, pur risiedendo ancora a Roma in attesa di una chiamata per un incarico ufficiale, a capo di un gruppo di socialisti che in primo luogo si schierano a favore di un'azione mirata al rifiuto della sottomissione agli anglo-americani. La proposta di un incarico arriva a Bombacci tramite Barghini, ex redattore de “La Verità” e all'epoca segretario del neoministro della Repubblica Sociale Italiana Buffarini-Guidi, che gli propone di occuparsi di un lavoro finalizzato all'escogitare una soluzione che potesse garantire gratuitamente una casa ai lavoratori, in particolare a quelli con numerosa prole. Egli vi comincia a lavorare sin da subito126, prima di trasferirsi al nord dietro anche pressioni di Walter 126

Lo attestano numerose carte, ritrovate dalla figlia Gea, riguardanti il “problema casa”, che riflettevano

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Mocchi, suo collaboratore ne “La Verità” ed ora funzionario del Ministero della Cultura Popolare. Tramite quest'ultimo Bombacci riesce ad ottenere un'udienza personale presso Mussolini il 26 Gennaio del 1944 ed in seguito, nel 1945, gli viene assegnato un ufficio a Maderno, alle dipendenze del Ministero dell'Interno, per occuparsi di questioni sociali. Tuttavia la sua azione doveva mantenere ancora un tono di ufficiosità, data la carenza di fonti ufficiali in merito. Sappiamo per certo che è uno dei consiglieri più ascoltati da Mussolini stesso e che è sua l'idea di chiamare la “Carta del Lavoro”, proposta dal Ministro dell'Economia Corporativa Tarchi, “Carta della Socializzazione”. Questa determina un ritorno definitivo al fascismo rivoluzionario dei primi anni. La Carta infatti elenca in vari punti i criteri e le finalità della socializzazione e prevede principalmente: La sostituzione della proprietà pubblica alla proprietà privata del capitale in tutte le imprese non di carattere privatistico, la limitazione degli utili del capitale e la partecipazione dei lavoratori agli stessi. Si distanzia però decisamente da una concezione comunista di abolizione totale della proprietà privata che, sull'esempio russo, viene presentata come un capitalismo di stato. Continuerà infatti a sostenere fino all'ultimo la necessità di sradicare dalla coscienza dei lavoratori l'equivoco bolscevico e indicherà infine solo in Roma l'unico esempio valido da seguire per ottenere il trionfo del mondo del lavoro. Tiene una serie di conferenze al “Teatro Nuovo” di Verona, per esporre la sua teoria della necessità di creare in ogni comune un gruppo di avanguardia sindacale che sia aperto ad elementi estranei al partito, purchè disposti ad una proficua collaborazione. Durante quest'ultimo periodo passato nella città scaligera ne approfitta per fare visita agli operai dell'azienda “Mondadori”, che all'epoca era già socializzata, ed esprime un vivo apprezzamento per gli ottimi rapporti che gli operai gli riferiscono sui loro utili. Su “L'Arena” di Verona, in seguito alla sua permanenza, verrà descritto come: “L'uomo che alla causa dei lavoratori italiani diede fin dalla giovinezza e per ben 42 anni, intensa, disinteressata attività [...]127”.

Il partito stesso si trova ora a riconoscere la notevole positività dell'attività oratoria di Bombacci che, specialmente nell'ultimo periodo della sua attività per la Repubblica Sociale Italiana, rappresenta la sua principale occupazione. Solo un'altro pensiero

127

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anche su tematiche quali la produzione e il consumo, in base alle quali si sosteneva che l'uomo deve vivere di lavoro e non di rendita. G. Salotti, “Nicola Bombacci da Mosca a Salò”, cit. pag 187.


occupava la mente di Bombacci al pari del suo impegno nella comunicazione con le masse. Egli portava avanti da anni, infatti, un'accuratissima indagine riguardante il delitto Matteotti, per riuscire a giungere ad una conclusione definitiva che facesse finalmente luce sull'episodio. La sua ricerca spasmodica di una verità in merito può essere di sicuro motivata dal fatto che quell'evento aveva determinato la svolta dittatoriale del fascismo e

impedito quell'avvicinamento tra movimento fascista e

movimento socialista, a cui Bombacci aveva dedicato in primis gran parte della sua esistenza128. Gli ultimi suoi comizi avvengono a Genova davanti a decine di migliaia di operai. Molti di loro ancora ricordano in lui l'antico politico di un tempo e non solo a questi, ma a tutti egli si rivolge quando, davanti alle commissioni operaie l'11 marzo al Teatro Universale, dice: “il socialismo non lo farà mai Stalin ma lo farà Mussolini che è socialista anche se per vent'anni è stato ostacolato dalla borghesia capitalistica dalla quale poi è stato tradito. […] soltanto oggi nella repubblica sociale italiana io posso parlare alle masse: per questi lavoratori sono tornato sulla pedana politica, nella volontà di dare tutta la mia collaborazione a Mussolini. […] molte scorie devono sparire dalla nostra struttura sociale ed è perciò dovere degli operai farsi avanti […] non è più l'ora dei padroni che vi hanno sempre sfruttato, l'avvenire è decisamente vostro […]129”.

Nel suo ultimo discorso pubblico, il 15 marzo, in piazza De Ferrari, afferma infine di non volere “che tutti gli operai devono oggi imbracciare un fucile e correre in trincea. Basterà che ognuno compia il suo dovere […] è soltanto da una stretta collaborazione che deve unire oggi tutti gli italiani che si possono raggiungere le mete prefisse 130”.

Nell'aprile del 1945 ha luogo una serie di eventi complessi e difficili sia da analizzare che da ricostruire. Prima della fine di questo mese infatti, Mussolini, e con lui gli ultimi esponenti del fascismo, capitoleranno definitivamente per mano del movimento partigiano, messi in difficoltà anche dall'avanzata delle forze alleate dal sud-Italia. Un 128

129 130

I risultati della ricerca di Bombacci, che si trovavano insieme alle carte personali di Mussolini, furono persi quando quest'ultimo fu preso dai partigiani. G. Salotti, “Nicola Bombacci da Mosca a Salò”, cit. pag 202 Ivi, pag. 203

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tentativo di ricostruzione degli avvenimenti concitati di questo periodo, è stato fatto da Alessandro Zanella con il libro “L'ora di Dongo”. Quest'ultimo, un avvocato di Mantova, ha avuto la possibilità di contare su un vasto archivio documentaristico, oltre che su svariate testimonianze, ed ha provato a descrivere nei dettagli gli ultimi giorni di Mussolini, precisando però ogniqualvolta ci fosse un dubbio o un punto oscuro non risolto nella cronaca. Sull’ultima settimana di vita di Mussolini e dei suoi gerarchi sono state parecchie le interpretazioni e le versioni degli eventi, ma una cosa di sicuro è certa: La continua e permanente presenza di Bombacci al suo fianco in qualità di consigliere e, in generale, di amico fidato. È con lui, con la scorta tedesca che non lo perde di vista e con altri fedelissimi, che il 18 aprile Mussolini parte dal lago di Garda in direzione di Milano, dove alloggerà nei locali della prefettura. In pratica ciò che resta della Repubblica Sociale Italiana si sposta a Milano, da dove Mussolini era convinto di poter gestire meglio relazioni e contatti. Già da tempo infatti sono in corso qui delle trattative tra Mussolini e il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia), mediate in un primo momento dal ministro Tarchi e dal prefetto, commissario della Croce Rossa Italiana, Coriolano Pagnozzi. La posta in gioco è ciò che resta della RSI, insieme all'incolumità di Mussolini e dei suoi gerarchi, la cui priorità ora è cercare di trovare degli accordi che possano salvare quanto possibile delle politiche socialiste dell'ultimo periodo e che scongiurino il loro massacro da parte dei partigiani. Il portavoce del CLNAI Brusasca riferisce in un primo momento che la decisione è quella di lasciare in vita Mussolini e di voler considerare tutti i fascisti come prigionieri di guerra in seguito alla loro resa incondizionata, ai sensi della convenzione di Ginevra. Mussolini però intuisce che questa dichiarazione è stata fatta sì da un esponente del CLNAI, ma appartenente alla Democrazia Cristiana, e ciò non garantisce che la parte socialista e comunista del comitato la pensino allo stesso modo, anzi il pericolo per lui è ancora incombente. Uno dei motivi che lo hanno spinto a Milano infatti è anche la speranza che egli riponeva nell'appoggio del cardinale Schuster, arcivescovo di Milano. È concreta la possibilità che quest'ultimo riesca a mediare tra Mussolini e il generale Cadorna delle condizioni di resa che evitino spargimenti di sangue. Nonostante il clima parecchio teso, il duce continua a ricevere politici, funzionari, ministri e giornalisti nel suo ufficio in prefettura. Tutti sembrano avere qualche consiglio da dare, qualche notizia da riferire o semplicemente delle domande da fare, come Gian Gaetano Cabella, direttore de “Il Popolo d'Alessandria”, a cui Mussolini concede l'ultima intervista, dove afferma:

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“[...] Ho in corso delle trattative. Il cardinale Schuster fa da intermediario. Ho l'assicurazione che non sarà versata una goccia di sangue. Ci sarà un trapasso di poteri e, per il governo, il trasferimento in Valtellina [...] 131”.

In Valtellina vi era infatti un manipolo abbastanza nutrito di fascisti che poteva far pensare a quella valle come ad un passaggio temporaneo, che permettesse poi l'espatrio in Svizzera. Il secondo giornalista, Bruno Spampanato, capo dell'ufficio stampa della Decima Mas, è ricevuto su diretta raccomandazione di Nicola Bombacci. Prima di essere ricevuto, Spampanato si intrattiene con Bombacci, che gli confida: “Mussolini significava la rivoluzione, perciò sono venuto qui, e adesso non cambio opinione e non lo lascio132”. Mussolini da parte sua dirà a Spampanato: “Siamo al dunque, che io ci sia fisicamente ha un'importanza trascurabile [...]. Molto è andato distrutto, molto andrà perduto. […] Se gli italiani avranno memoria rifaranno quest'Italia […] impossibile evitare ciò che ci piomba addosso. […] Non ci sono ordini, non posso darne più133”.

In merito alla consegna dei poteri politici della Repubblica Sociale, Mussolini inizia a collaborare, in questi giorni, con Carlo Silvestri, un vecchio socialista schieratosi con lui a favore dell'intervento dell'Italia durante la prima guerra mondiale, che aveva subito il confino per le accuse rivolte al duce sul delitto Matteotti. Silvestri funge ora da tramite tra Mussolini, il Partito Socialista (ora Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria) e il Partito d'Azione ed è in tale veste che sottopone all'attenzione di questi due una lettera che gli detta Mussolini in persona. Nella lettera, datata 23 aprile 1945, si legge che: “Mussolini desidera consegnare la Repubblica Sociale ai repubblicani e non ai monarchici, la socializzazione e tutto il resto ai socialisti e non ai borghesi. […] egli si rivolge al Partito Socialista, ma sarebbe lieto che l'offerta fosse considerata e accettata anche dal Partito d'Azione […] non estende l'offerta al Partito Comunista solo perchè la tattica di questo partito esclude che nell'attuale situazione internazionale esso possa assumere in Italia atteggiamenti che sarebbero in contrasto con il riconoscimento dell'Italia come zona d'influenza inglese.

134

”.

Mercoledì 25 aprile, la riunione del CLNAI determina una presa di posizione netta nei 131 132 133 134

Alessandro Zanella, “L'ora di Dongo”, ed. Rusconi, 1993, Milano, pag. 36. Ivi, pag 38. Ibidem. Ivi, pag 85.

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confronti delle proposte di trattativa fatte da Mussolini. Il nucleo direttivo del CLNAI, trasformatosi

ultimamente

in

una

sorta

di

tribunale

rivoluzionario,

decide

definitivamente a favore della pena di morte per Mussolini e i suoi più alti collaboratori. I principali responsabili di tale decisione sono due esponenti del Partito Comunista Italiano, Leo Valiani e Luigi Longo, quest'ultimo a capo del CLN, e Sandro Pertini, fondatore insieme a Nenni del PSIUP e futuro Presidente della Repubblica. L'insurrezione partigiana a Milano è prevista per le 14. Mussolini riesce però, in mattinata, a recarsi effettivamente da Schuster in arcivescovado, dove arrivano con ritardo Marazza, esponente della Democrazia Cristiana nel CLN, ed il generale Cadorna. Nello storico incontro con i dirigenti del movimento di liberazione, Mussolini apprende che i tedeschi stanno per firmare la resa e che la richiesta degli antifascisti è unicamente la resa immediata e senza condizioni. Egli esce di scatto dalla stanza, avrebbe comunicato una sua decisione in merito in un'ora, dice, e torna in prefettura con un quadro diverso, ma molto più chiaro dell'effettiva situazione. Al suo ritorno l'atmosfera è concitata e di grande agitazione, si sapeva ormai di non poter più contare né sugli italiani, né sui tedeschi. Mussolini prende quindi la decisione di andare a Como: luogo raggiungibile anche per il resto delle truppe fasciste, a cui viene dato l'ordine di confluire lì, e punto strategico nell'ipotesi si fosse voluto tentare la via di fuga attraverso la Valtellina e in Svizzera. L'unico in prefettura ad apparire calmo sembra sia Nicola Bombacci, che dice a Bruno Spampanato135: “Bisogna pensare a Mussolini prima che la ritirata arrivi fin qui e lo travolga […] I comunisti li conosco. I comunisti non si lasceranno sfuggire quest'unica occasione per fare il caos, solo il caos serve ai comunisti, ma è per questo che vorranno togliere di mezzo lui. È l'unico capace di creare qualcosa in Italia, e i comunisti voglio solo una loro situazione. 136”.

Perfettamente conscio della situazione, risponde poi alla domanda di Vittorio Mussolini sul perchè stesse portando con sé unicamente una valigetta e nient'altro: “E di che altro c'è bisogno? Sono esperto di queste cose, ero nello studio di Lenin a Pietroburgo quando le truppe bianche di Judenic avanzavano sulla città e ci preparavamo ad abbandonarla come stiamo facendo ora.[...] ma allora […] avevamo gli operai dalla nostra. 137”. 135

136 137

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Giornalista che aderì sin dall'inizio alla Repubblica Sociale Italiana, capo dell'ufficio stampa della Decima Mas. G. Salotti, “Nicola Bombacci da Mosca a Salò”, cit. pag 203. Ibidem.


Decide quindi, senza particolari tentennamenti, di salire in macchina con Mussolini stesso, al quale dice (secondo la testimonianza dell'autista): “È buffo, la storia poi si chiederà: come mai in quegli ultimi momenti c'era con lui Bombacci...quel vecchio socialista?” rispondendosi da solo “sai era romagnolo anche lui...erano stati a scuola insieme...138”.

Compresa la scorta tedesca, che aveva l'ordine di salvaguardare la vita di Mussolini agli ordini del comandante Birzer, sono una ventina, tra automobili e camionette, a partire alla volta di Como, solo alcuni gerarchi rimangono in prefettura, ma si ricongiungeranno quasi tutti con il gruppo principale in seguito. Milano continua a essere presidiata da migliaia di fascisti alle direttive del principe Borghese, comandante della Decima Mas, con dall'altra parte della barricata le forze di liberazione in attesa dei rinforzi Alleati. Alle 21.25 è ufficializzata la messa fuorilegge dei fascisti. Dopo che Schuster viene a sapere che Mussolini è partito e che si è tirato definitivamente fuori dalle trattative, così come che i tedeschi hanno scelto di non trattare subito la resa come dichiarato poco prima, il cardinale si rende conto di non aver di fatto concluso niente. All'arrivo a Como, sempre nell'ufficio della prefettura, Mussolini e i suoi fedelissimi si rendono conto che non c'è molto da temporeggiare, vanno prese delle decisioni immediate quella notte stessa su come muoversi e dove andare. La presenza del duce è sempre difficile da nascondere e si apprende che gli Alleati stanno minacciando di bombardare la città di Como se Mussolini vi si continuerà a nascondere. Egli è fermo nella decisione di non voler tentare l'espatrio in Svizzera che molti gli consigliano, quindi l'unica meta plausibile resta la Valtellina, dove decide di andare passando da Menaggio, anziché da Lecco che si sapeva completamente presidiata dai partigiani. La partenza è quasi immediata, Mussolini la decide all'improvviso e senza consultare nessuno, è solo Bombacci stavolta, e non altri eccetto l'autista, ad accompagnarlo nella sua macchina fino a Menaggio. All'alba del 26 aprile, dunque, i due arrivano a destinazione e verranno raggiunti entro sera dagli altri gerarchi, compresi quelli che, come Pavolini, erano giunti in differita da Milano. Sono tutti ospitati nella casa privata di Castelli, il commissario prefettizio di Menaggio, dove ci si deve confrontare con lo stesso problema avuto a Como, e cioè il 138

Ibidem.

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pericolo che la presenza fisica di Mussolini porta costantemente con sé: la minaccia degli Alleati. Il pericolo di un bombardamento sul paese infatti è valido anche a Menaggio e la priorità è trovare una soluzione che, nelle varie ipotesi messe sul tavolo, si riduce, comunque la si metta, in un'ennesima fuga. La via più sicura sembra portare a Grandola, un paesino a quattro chilometri da Menaggio, dove il maggiore Fiaccarini mette a disposizione di Mussolini l'intero albergo “Miravalle”, utilizzato fino ad allora come caserma, e dove vengono fatti trasferire anche i cento uomini di una Brigata Nera accampata lì vicino a difesa del duce, oltre alla scorta di Birzer. Questo piano di rifugio, tuttavia, comporterebbe per Mussolini la separazione da parte del suo seguito e, anche se è una condizione che in un primo momento si rifiuta di accettare, viene convinto definitivamente da Bombacci. Egli spiega all'amico che alcuni dei suoi ministri vogliono tentare l'espatrio in Svizzera e Mussolini capisce che, decidendo da solo di trasferirsi a Grandola, lascerebbe a tutti gli altri la libertà di scegliere il proprio destino: seguirlo o no. La colonna di automezzi si mette quindi nuovamente in movimento, ma neanche Grandola si rivela un posto sicuro, in quanto già la sera di quello stesso 27 aprile si viene a conoscenza della presenza di un nutrito gruppo di partigiani a Porlezza, un paese vicinissimo a Grandola. Si apprende infatti che i ministri Buffarini e Tarchi sono stati bloccati e prelevati dai partigiani al loro posto di blocco di Porlezza, mentre andavano verso il confine svizzero in avanscoperta, su ordine di Mussolini. La situazione cambia drasticamente, i partigiani ormai sanno che Mussolini è a Grandola e la sua scorta non è sufficiente per sopportare un molto probabile attacco, si decide dunque di tornare a Menaggio, ma stavolta con un proposito concreto in più: Mussolini decide di tentare l'espatrio in Svizzera. La tappa a Menaggio è ancora più breve della precedente, tuttavia è importante segnalare che qui viene annessa al gruppo una colonna tedesca agli ordini del tenente dell'aeronautica Flamminger. Egli era ufficialmente in ritirata verso la Germania (motivo per cui era stato fatto passare dai partigiani), ma accetta di unirsi al gruppo per offrire un'ulteriore scorta ed eventualmente parlamentare con i partigiani. All'alba del 27 aprile, Mussolini, ormai allo stremo sia nel fisico che nell'animo, prende posto sulla sua Alfa Romeo, come sempre accanto a Bombacci, che durante il viaggio tenta di rallegrare un pò l'ambiente con qualche battuta, raccontando anche: “Una volta mi sono trovato in Russia a parlare. Dapprima mi avevano preso per un ribelle, ma dopo mi hanno applaudito. Se avessi la possibilità di poter parlare ai partigiani, cambierebbero

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le cose da così a così139”.

La colonna nel frattempo arriva a Musso, vicino Dongo, dove si trova la strada sbarrata da dei massi. È un'imboscata. Ad un'improvvisa e relativamente breve sparatoria segue un silenzio di tomba, le testimonianze raccolte dicono duri più o meno un'ora. I primi tre a scendere dalla collina accanto alla strada sono: il comandante partigiano Pedro, nome in codice dietro cui si cela l'identità del conte fiorentino Pier Luigi Bellini delle Stelle, insieme a un partigiano vestito da tedesco e ad un altro che sventola un drappo bianco. Barracu gli si avvicina e comincia a parlamentare, ma è solo una perdita di tempo, in quanto si dovrà aspettare l'arrivo di Flamminger, che è in ritardo perchè il suo mezzo si trova in coda alla colonna. Le trattative di Flamminger con i partigiani si concludono con l'accordo che solo i tedeschi potranno passare indenni, mentre gli italiani dovranno fermarsi a Musso e costituirsi ai partigiani. Il primo ad arrendersi, a quanto pare è proprio Bombacci. Egli, spinto forse da quel rapporto di familiarità bonaria verso i preti, che i suoi genitori e l'ambiente cattolico in cui era cresciuto gli avevano instillato, si avvia verso la casa canonica e resta lì in attesa. Al ritorno dai suoi numerosi giri, don Mainetti, parroco di Musso, che in tutto questo tempo è stato impegnato a far da spola tra partigiani, tedeschi e civili, si sente chiamare: “Reverendo, ho bisogno di parlarle. Mi consegno, non voglio che la mia cattura assuma un aspetto drammatico. Mi conduca a casa sua. Mi costituisco a lei e non al Comitato di Liberazione. Sono Nicola Bombacci. 140”.

Sembra che Bombacci parli come se stesse in un confessionale, in preda a sensi di colpa, con la voglia di redimersi: “Sono vittima della mia dabbenaggine e vedo che ora ci rimetto la vita. Fino all'8 settembre ero contrario a Mussolini. E pensi che ho due figli partigiani 141”,

che più precisamente sono: Vladimiro, che è in una banda partigiana, e Raul che invece combatte con l'esercito alleato. Don Mainetti a questo punto domanda a Bombacci 139 140 141

A. Zanella, “L'ora di Dongo”, cit. pag. 317. Ivi, pag. 342. Ibidem.

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quello che forse chiunque avrebbe voglia di sapere. Gli chiede cioè: “Ma come ha fatto lei a passare dall'altra parte? 142”.

La risposta di Bombacci è: “Fino al 25 luglio il mio atteggiamento è stato chiaro e preciso. Potevo mirare anche ad un'intesa tra i due regimi, soprattutto a riaprire le porte ai fuoriusciti. Cosa quest'ultima che anche Mussolini desiderava. Anzi voleva inserire alcuni vecchi socialisti nel governo. L'8 settembre è avvenuto in me un vero capovolgimento. Mi pareva di tradire il mio paese e la mia vecchia fede a fare quel basso gioco delle plutocrazie[...] 143”.

Poco dopo i tedeschi sembrano essere pronti per partire e lasciare Musso, il pensiero di Bombacci, Mezzasoma, Pavolini e gli altri sembra ora essere unicamente quello di salvare Mussolini a qualsiasi costo, e l'unico modo è quello di riuscire a farlo partire con i tedeschi. Flamminger stesso invita Mussolini ad andare con loro camuffandosi, ma egli si arrabbia e inveisce dicendo di non voler, per nessun motivo al mondo, lasciare i suoi camerati, risponde infatti al comandante tedesco: “No. Andate pure. Io rimango con gli italiani144”.

Tutti cercano di convincere Mussolini a cambiare idea, compresa la sua amante, Clara Petacci, ma nessuno pare riuscirci. Le parole che forse riescono in qualche modo a far desistere Mussolini dai suoi propositi suicidi paiono essere quelle di Bombacci, che gli fa notare: “Duce, sai la risonanza che avrà nel mondo, se tu riesci a passare? 145”.

Sta di fatto che in qualche modo Mussolini si convince a partire con i tedeschi, fino a quel momento era restato sempre in macchina e, dato che ora doveva uscire per entrare nell'autoblindo, gli sono fatti indossare un cappotto e un elmetto tedeschi, in modo da camuffarlo il necessario per farlo entrare dal retro del mezzo e partire. Dopo la partenza 142 143 144 145

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Ivi, pag. 343. Ibidem. Ibidem. Ivi, pag. 344.


della colonna tedesca da Musso, i partigiani raggruppano tutti i gerarchi e li fanno marciare in fila verso la canonica, il tutto con calma e senza una particolare fretta. Gran parte della testimonianza di questi fatti è fornita da Costantino, giovane figlio del ministro Romano, che si salverà grazie alla richiesta del padre a don Mainetti di prenderlo con sé e salvargli la vita. Racconta infatti Costantino: “[...] tutti si mantennero calmi e ostentarono indifferenza; a tal punto che Mezzasoma fece capannello e, nel cortiletto, cominciò a parlare con Daquanno, mio padre e qualche altro seduti su una panca. C'era anche Bombacci, alto, un po' curvo di spalle, barbetta brizzolata. Ragionavano sui possibili scenari del dopo fascismo. Sentii Mezzasoma dire che la Democrazia Cristiana – nome che mi risultava nuovo e udii per la prima volta – avrebbe avuto il sopravvento nella politica nazionale. […] Bombacci sosteneva la validità della socializzazione, di un incontro tra comunisti internazionalisti e sinistra fascista, finchè un partigiano intervenne e interruppe la discussione.146”.

In canonica vengono tutti perquisiti e dopo messi in fila un'altra volta per essere condotti al municipio di Musso. Costantino continua a raccontare: “ Percorso lo stradone che saliva tra i campi, fummo al municipio. Bombacci si accostò per sussurrarmi con voce da cospiratore: “Non credi che si possa scappare? E tuo padre dov'è? È scappato anche lui?”. “No, No”, gli risposi, mio padre sarà col prete; vuole affidarmi a lui. Scappare è impossibile. Bombacci ridacchiò: “Affidarti al prete? Ai pretacci? Stai fresco”. Ridacchiò ancora. Era tutta una boutade per farmi sorridere, perchè lui stesso si era fidato, consegnandosi a don Mainetti e, come me, aveva fino allora salvato la sua valigia che portava ansimando. 147”.

Il corteo non entra nel municipio, ma nella scuola elementare lì vicino dove, dopo aver fatto sedere tutti i prigionieri in un'aula, vengono interrogati brevemente uno per uno. Sono in seguito scortati in un cascinale, tutti tranne Costantino Romano, che viene salvato dal pronto intervento di don Mainetti a cui il ragazzo era stato affidato. Parallelamente la colonna tedesca partita da Musso giunge a Dongo dove, nella piazza principale del paese, viene fermata dai partigiani. Vogliono perquisire le camionette per assicurarsi che non ci siano italiani a bordo, hanno ovviamente già il sospetto che 146 147

Ivi, pagg. 347, 348. Ibidem.

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Mussolini si possa essere nascosto lì dentro e le rassicurazioni dei tedeschi stavolta non bastano. Trovano il duce con addosso il cappotto tedesco, l'elmetto, degli occhiali da sole e un mitra in mano. Viene quindi portato nella sala a pianterreno del municipio di Dongo, dove ha luogo uno storico interrogatorio al duce che vede protagonisti il sindaco di Dongo, Rubini, i partigiani soprannominati “Ettore”, “Bill”, “Pietro”, “Pedro” e altri personaggi di secondo piano. Le domande per Mussolini sono tante e fatte spesso in modo concitato e disordinato, e credo che chiunque in una situazione del genere non avrebbe saputo cosa domandare per prima o quando ritenersi soddisfatto delle risposte. Riporto qui uno stralcio dello scambio di battute avvenuto tra Mussolini e “Ettore”, parte di un dialogo che lo stesso Zanella presenta come un documento “inedito e rivelatore”: [...] Ettore: “Perchè ti sei messo contro il socialismo?” Mussolini: “Io sono sempre stato socialista e repubblicano” Ettore: “È vero che sei stato tu a consigliare Hitler ad attaccare la Russia?” Mussolini: “No fui io per primo a riconoscere il governo della Russia” Ettore: “Come hai saputo tirare dalla tua parte Bombacci?” Mussolini: “Bombacci aveva un figlio prigioniero in Russia. Desiderava che intervenissi in quella faccenda facendo dei passi a Mosca perchè lo liberassero. Eravamo nel 1922. Capo della delegazione sovietica a Genova era il commissario Cicerin. È a lui che mi rivolsi perchè il figlio di Bombacci venisse rimesso in libertà. Nonostante la nostra diversità d'idee, con Bombacci siamo sempre stati legati da una stretta amicizia. Penso che fu proprio questo a farlo cadere in disgrazia nei confronti del suo partito.”[...] 148.

Mussolini verrà fucilato insieme a Clara Petacci il 28 aprile del 1945 a Giulino di Mezzegra, una località vicina a Dongo. Ancora prima il duce era stato spostato da Dongo a Germasino (presso la Guardia di Finanza) e a Bonzanigo; tutti trasferimenti, questi, per scongiurare un ipotetico arrivo degli alleati, o in generale degli sviluppi che potessero rovinare la conquista ottenuta: la possibilità esclusiva di fucilare il duce.La mattina del 28 aprile i gerarchi si trovano a Germasino e tra di loro c'è anche Bombacci. Testimonianze dicono che egli chieda ai partigiani di non essere messo insieme ai fascisti ma da solo, specificando che aveva aderito alla Repubblica Sociale indotto solo dal nuovo indirizzo sociale espresso nel manifesto di Verona. Appare molto abbattuto, di 148

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Ivi, pag. 370.


certo il sentore dell'esecuzione imminente fa il suo effetto. È a Dongo che avviene l'esecuzione di tutti i gerarchi, nel cortile del comune il 29 aprile 1945. Bombacci è in riga con gli altri in attesa della fucilazione, rimane impassibile durante la benedizione del prete mentre gli altri si inginocchiano. Tra i gerarchi che urlano all'unisono “Viva l'Italia” prima della scarica mortale, si leva anche il suo grido di “Viva il socialismo”. Queste ultime parole pronunciate da Bombacci sono state riferite, dice Petacco, dallo stesso partigiano che l'ha fucilato. Era un operaio metalmeccanico. Il 29 aprile 1945, tra i corpi senza vita dei gerarchi fascisti appesi a testa in giù in piazzale Loreto a Milano dai partigiani, c'era anche Nicola Bombacci, ma si è dovuto aspettare l'uscita dei giornali prima che fosse confermata la sua identità. Arrigo Petacco racconta che è stato Luigi Longo, esponente comunista del CLNAI, a decidere di porre, nella didascalia sotto la foto dei corpi appesi, pubblicata dai quotidiani, l'epiteto di “supertraditore” accanto al nome di Bombacci. Si era ritenuta infatti superflua la divulgazione di ulteriori spiegazioni sul personaggio.

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PER CONCLUDERE Mi ha molto stupito leggere i vari articoli e saggi scritti da Bombacci durante tutta la sua vita, soprattutto nel notare il suo cambio di dialettica e di terminologia nel momento in cui passa, ormai, ad una collaborazione attiva con il fascismo. Nello studio della copia che posseggo del primo numero de “La Verità”, è immediatamente balzata ai miei occhi l'enorme differenza nel modo di esprimersi, rispetto a quello che Bombacci utilizzava nelle sue pubblicazioni in giornali come “Il Cuneo”, “Il Domani” o “La libera Parola”. Bombacci ha scritto da direttore anche di queste testate: vi esprime l'importanza della coscienza di classe, si sposta lentamente verso posizioni di lotta di classe e fa propri, infine, anche i principi dell'internazionalismo. Ne “La Verità” risalta invece un linguaggio chiaramente apologetico al regime, in linea con la dialettica fascista più classica, dove si esalta il concetto di Nazione, la sua potenzialità rivoluzionaria e il progetto imperialista, non solo nazionalista, di imporre un ordine nuovo: quello di Mussolini. “Ordine Nuovo” era anche il nome della rivista fondata da Gramsci, un particolare non indifferente, per capire che le due grandi ideologie del novecento hanno cercato entrambe di strutturare dei processi, al fine di realizzare una completa rivoluzione delle parti sociali dominanti. Il fattore veramente determinante, a mio parere, nel cambiamento di visione politica di Bombacci, visibile dai suoi scritti, è quello di Nazione. Non prendo in considerazione il periodo riformista di Bombacci, quello in cui egli aveva ancora fiducia di poter cambiare, e non rivoluzionare, le istituzioni e il parlamento. Dico invece che, mettendo a confronto i due periodi in cui la politica di Bombacci è stata su basi rivoluzionarie, il passaggio più decisivo attorno al quale ruota il suo cambiamento di opinione è sull'importanza del rafforzamento della potenza nazionale. Egli pone un nuovo fondamento alle sue azioni, spinto anche dalla vicinanza umana con Mussolini, ma presenta delle tendenze a ricercare e trovare dei punti in comune alle due rivoluzioni sin dalla nascita del PCd'I. Tuttavia credo che la profonda delusione nei confronti degli effetti della rivoluzione russa abbia giocato un ruolo egualmente notevole, facendolo allontanare, di conseguenza, anche dall'Internazionale. Nel secondo periodo della sua vita, Bombacci pone le sue speranze nella Nazione nuovamente ordinata e unita sotto un duce, perchè in realtà auspica che l'Italia stessa diventi una mina sociale nel mondo. Nonostante il suo cambio di prospettiva, inoltre, egli non cessa di credere nella necessità di un miglioramento delle condizioni di vita 97


delle fasce sociali più basse, che nel suo pensiero ha sempre coinciso con la fine del capitalismo. Se queste sono state le impressioni che ho dedotto dai suoi scritti, diverse sono quelle che ho potuto avere leggendo i trascritti dei suoi discorsi e dei suoi comizi. È qui che credo risieda la vera anima di Nicola Bombacci. Dai suoi primi discorsi come segretario della Camera del Lavoro, al suo ultimo comizio del 15 marzo del 1943 a Genova, ciò che non cambia in lui è il suo modo di comunicare con i lavoratori, presso cui, nel bene o nel male, è riuscito a suscitare fino alla fine sempre una certa approvazione. Il suo modo di gesticolare, descritto da numerosi testimoni, la sua oratoria a volte troppo passionale, i suoi slogan diretti e semplici come “chi non lavora non mangia”, sono una costante di tutta la sua vita. Tutto ciò fa pensare a come egli in effetti avesse votato tutta la sua vita alla lotta in favore dei lavoratori, a quelle fasce deboli della società come i braccianti, i muratori o gli operai, dal rapporto con cui ha inizio e si basa la sua attività politica. Ciò che ha sempre voluto fare, ciò di cui non si è mai annoiato, è stato incitare i lavoratori a migliorare la propria condizione e a formarsi una coscienza delle proprie potenzialità. Questo è il fattore più stabile e coerente di tutta la sua vita. Le incompatibilità e i mutamenti di Bombacci si riscontrano analizzando l'adesione ai vari gruppi politici, e la sua fedeltà spesso ingenua verso i dirigenti rivoluzionari collegati alla storia politica italiana, ma non nella sua costante devozione ai problemi del proletariato. È ciò che fa da sfondo alla vita di un personaggio il cui ideale massimo, cioè l'unione delle rivoluzioni, forse rimarrà una grande utopia. Lui stesso è possibile che non sia mai riuscito a visualizzare del tutto il percorso necessario per conseguirlo. Ma di sicuro il suo studio può dare l'opportunità di guardare un periodo storico, a noi culturalmente forse ancora troppo vicino, da un punto di vista non convenzionale. Concludendo, credo che il suo esempio porti con sé qualcosa di nuovo, e permetta di distaccarsi parzialmente dagli schemi di un dibattito tutto italiano, approdato su basi troppo rigide, quando non reciprocamente utilitaristiche.

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BIBLIOGRAFIA TESTI − de Begnac, Yvon, 2011, "Taccuini Mussoliniani", Bologna , edizioni Il Mulino. − Bocca, Giorgio, 1983, “Mussolini socialfascista”, Milano, ed. Garzanti. − Chabod, Federico, 1961, “L'Italia contemporanea : (1918-1948)”. Torino, ed. Einaudi. − De Felice, Renzo, 2002, “Breve storia del fascismo”, Milano, A. Mondadori. − De Felice, Renzo, 1995, “Rosso e nero”, Milano, ed. Baldini & Castoldi. − Goldman, Emma, 1977, “La sconfitta della rivoluzione russa e le sue cause”, Milano, ed. La Salamandra. − Lupo, Salvatore, 2000, “Il fascismo : la politica di un regime totalitario”, Roma, ed. Donzelli. − Mazzuca, G. / Foglietta, L. , 2010, “Sangue Romagnolo, i compagni del duce (Arpinati, Bombacci, Nanni)”, Bologna, ed. Minerva. − Noiret, Serge, 1992, “Massimalismo e crisi dello stato liberale”, Nicola Bombacci (1879-1924)”, Milano, Franco Angeli editore. − Palla, Marco, 2001, “Lo stato fascista”, La Nuova Italia, Scandicci (Firenze) − Parlato, Giuseppe, 2000, “La sinistra fascista : storia di un progetto mancato”, Il Mulino Bologna. − Petacco, Arrigo, 1997, “Il comunista in camicia nera”, Milano, ed. Mondadori. − Sabbatucci, G. / Vidotto, V. , 2002, “Storia contemporanea”, Roma, editori Laterza. − Salotti, Guglielmo, 1986, “Nicola Bombacci da Mosca a Salò”, Roma, Bonacci editore. − Zanella, Alessandro, 1993, “L'ora di Dongo”, Milano, ed. Rusconi.

RIVISTE − Bombacci, Nicola, anno 1936, riproduzione della rivista “La Verità”, n.1, Perugia, edizione a cura della Confederazione Unica del Lavoro, della Tecnica e delle Arti (C.U.L.T.A.). 99


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RINGRAZIAMENTI Il mio grazie va innanzitutto ai miei genitori, senza i quali difficilmente avrei potuto fare tutto quello che ho fatto fino ad oggi. A mio zio Vincenzo, vero ispiratore di questa tesi, con cui non ho mai smesso di dialogare e dibattere di questi argomenti in tutti questi anni, nonostante la notevole diversità di visione politica. È un atteggiamento di cui non mi sono mai pentito e che credo mi abbia ripagato, anche pensando a tutto il resto della mia famiglia, la maggior parte della quale viene da una tradizione fascista, soprattutto mio nonno, che pur avendo militato nel fascismo è stata una delle persone che ho più stimato in vita mia, e che ora è per me una guida. E la mia famiglia, tutta: anche se ho vissuto quasi sempre lontana da lei, l'ho sempre tenuta nei miei pensieri. Al collettivo “Studiare con Lentezza”, senza di cui la mia esperienza universitaria a Verona non sarebbe stata la stessa. Mi ha fatto crescere di più tutto quello che ho fatto con le persone, miei amici, che hanno fatto parte di questo gruppo in tutti questi anni, piuttosto che la vita didattica ordinaria della carriera accademica. Grazie alle attività che abbiamo portato avanti ho imparato a giocare con i problemi della quotidianità universitaria, a immaginare un'università diversa, a crescere valorizzando gli ideali e i progetti in cui credo. Grazie ragazzi, davvero, la lista dei nomi non la faccio, ma chi legge credo capirà. A Marcello e Antonio va un grazie che non rientra il quello del collettivo, ma non posso omettere dalla sezione veronese questi due uomini. In tutti questi anni ho studiato da studente fuori sede e la mia base rimarrà sempre una: la Valcamonica, dove spero di continuare a tornare per tutta la vita, se i miei amici che mi hanno accompagnato per gran parte della mia esistenza, lì, saranno disposti a sopportarmi ancora. Dire grazie a loro è il minimo, ma spero che, al di là di questa pagina, io non abbia mancato di ringraziarli di persona più volte, per tutto quello che, nel bene o nel male, abbiamo vissuto insieme. Stefano non ha perso e lo state dimostrando ogni giorno di più. Grazie a tutte le persone che ho conosciuto a Salamanca, in erasmus, con cui ho vissuto un intero anno della mia vita all'estero, in un esperienza che sarà difficile dimenticare. Grazie ai miei amici di Sava (Taranto), a Enrico, ai Leitmotiv, spesso vi siete rivelati come una seconda famiglia per me. Grazie ai miei oltre 20 diversi coinquilini con cui ho vissuto in questi anni e agli ultimi due, Davide e Ale, che mi hanno sopportato durante la stesura di questa tesi. Tra Roma (Stefano e gli altri), Calabria (Antonio), potrei continuare per un bel po' a 101


ringraziar gente, ma ora è meglio che vada a far stampare la tesi, prima che, come al solito, riducendomi sempre all'ultimo momento a fare le cose, mi perda in dettagli e in mille pensieri. La serietà non è il mio forte, ma ci provo.

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Nicola Bombacci, un socialista eretico amico di Mussolini