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ASSEDIO GRAFICO IN SETTE DUELLI

CONTRO|EBET FILIPPO PARRONI | AZZANREP INNAVOIG GIOVANNI PERNAZZA | INORRAP OPPILIF


FILIPPO PARRONI | AZZANREP INNAVOIG


GIOVANNI PERNAZZA | INORRAP OPPILIF


FILIPPO PARRONI | AZZANREP INNAVOIG

GIOVANNI PERNAZZA | INORRAP OPPILIF

Sono un architetto umbro di origine e romano di adozione. Amo il silenzio della mia regione e cerco di raccontarlo attraverso il mio lavoro. La mia ricerca compositiva si basa sulla sottrazione che affronta la paura del vuoto. Sottrarre fino all'essenziale, continuare per ridurlo al silenzio. Ciò che rimane è il fine del mio lavoro. Mi sono laureato con Franco Purini nel 2011, ho lavorato in numerosi studi di architettura, tra cui Archea e Ian Plus, fino al 2014, quando insieme a Simona Scrascia, ho fondato PASCAL Parroni Scrascia Laboratorio di Architettura.

Mi chiamo Giovanni Pernazza, sono l’Architetto numero 22333 in Roma, in quasi tutti i miei disegni mi firmo PERNO, un soprannome che porto con me fin dal liceo. Mi considero un buon osservatore, e mi piace trovare nuove chiavi di lettura per sovrapporre e rileggere i fenomeni della realtà che mi circonda. I miei processi creativi partono quasi sempre con lo scopo di reinterpretare un tema, uno spunto o un particolare insignificante catapultandolo in un conflitto inconcludente. Puntualmente cado vittima degli stessi conflitti che intendo controllare e ciò che inizio finisce sempre in maniera diversa dalle previsioni iniziali.

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Il progetto grafico è una libera rilettura dalla tragedia di Eschilo I sette contro Tebe. Lo scontro tra Eteocle e Polinice costituisce il pretesto per affontare una riflessione grafica su diversi temi:

C O N F I N A R P A S S A R L I M I T A R A P R I R C H I U D E R AT TR AVERSAR T R A C C I A R

E E E E E E E

I sette duelli della tragedia vengono messi in scena attraverso altrettanti duelli su carta. I disegni sono la libera figurazione delle sette porte della città di Tebe. Il formato impiegato è il 70x50 cm con tecnica mista. E' inevitabile legare all'archetipo dell'assedio un'infinita gamma di tematiche anche legate all'attualità, l'idea di varcare con violenza una soglia, o difenderla strenuamente, è ben inserita nell'immaginario collettivo sia come metafora che come esperienza fisica.


CONTRO|EBET

(tracotanza, superbia) e δίκη (giustizia divina). La ricerca condotta da Eschilo è quella di capire quali siano le origini della sofferenza dell'uomo, laddove per 'sofferenza' egli intende quella condizione che impedisce agli uomini di realizzare una società eticamente, socialmente e universalmente migliore, priva di egoismi, disparità e corruzione; una società il cui fine è di migliorare l'uomo stesso. Questo interrogativo lo porta a teorizzare l'esistenza di un peccato originale che l'uomo deve espiare, la pena è stata fissata da una giustizia divina che incombe ineluttabile. Eschilo preferisce credere in un uomo condannato ad essere imperfetto, cosciente della sua condizione, anziché un uomo imperfetto e limitato dai suoi errori. La colpa dall'uomo è nell'essere uomo, cioè nell'essere potenzialmente capace di superare i propri limiti terreni, di raggiungere la divinità e in ragione di questo esaltarsi, ostentare arroganza, superbia, empietà. I Sette contro Tebe è l'ultimo atto delle vicende della dinastia Labdacide, i cui esponenti, al culmine della propria superbia, si macchiano di crimini quali lo stupro, l'incesto e infine il fratricidio. La trama tratta degli eventi successivi alla morte di Edipo, re di Tebe (che succedette a suo padre Laio dopo averlo ucciso inconsapevolmente). I suoi due figli, Eteocle e Polinice,entrambi eredi al trono, hanno stretto un patto per alternarsi al governo della città: regneranno un anno ciascuno. Tuttavia, giunto allo scadere del mandato, Eteocle decide di non lasciare il suo posto a Polinice. Eteocle, pur essendo un re giusto e amato dal popolo, compie empietà rigettando un accordo suggellato dagli Dei.

I SETTE CONTRO TEBE Giovanni Pernazza

La Tragedia dei Sette contro Tebe (in greco antico: Ἑπτὰ ἐπὶ Θήβας) è l'ultimo atto della trilogia del Ciclo Tebanodi Eschilo, veniva originariamente preceduta daLaio ed Edipo, due opere oggi perdute insieme al componimento satirico La sfinge. Venne rappresentata per la prima volta ad Atene durante i festeggiamenti per le Grandi Dionisie, nel 467 a.C. Tredici anni prima ha avuto luogo la battaglia di Salamina (480 a.C.) in cui i Greci, guidati dal generale Ateniese Temistocle, hanno sconfitto definitivamente i Persiani. Temistocle viene successivamente ostracizzato e costretto a fuggire da Atene nel 471. Nel 469 Sparta sconfigge Argo, rendendosi minacciosa nei confronti di Atene, e nello stesso periodo a Nasso scoppia una rivolta anti-Ateniese che costringerà la Polis a reagire. Comincia così la catena di eventi che tramuterà la Lega DelioAttica, nata come alleanza difensiva contro l'Impero Persiano, a diventare progressivamente strumento di dominio per Atene. Si tratta perciò di un periodo complesso, contraddittorio, prodromico dei grandi cambiamenti e dei drammi che caratterizzeranno la successiva storia della Grecia. Eschilo è stato un soldato molto valoroso: ha combattuto a Maratona, dove ha perso suo fratello Cinegiro, poi a Salamina e infine a Platea; i suoi contemporanei lo ricordano più per le sue doti militari che per le sue doti drammaturgiche. La sua vita è segnata dalle sofferenze della guerra, la sua fede politica è completamente votata alla democrazia e alle riforme delle istituzioni ateniesi, mentre la sua poetica si alterna tra i concetti di ὕβρις

ὦ Ζεῦ τε καὶ Γῆ καὶ πολισσοῦχοι θεοί, Ἀρά τ᾽Ἐρινὺς πατρὸς ἡ μεγασθενής, μή μοι πόλιν γε πρυμνόθεν πανώλεθρον ἐκθαμνίσητε δῃάλωτον, Ἑλλάδος φθόγγον χέουσαν, καὶ δόμους ἐφεστίους· ἐλευθέραν δὲ γῆν τε καὶ Κάδμου πόλιν ζυγοῖσι δουλίοισι μήποτε σχεθεῖν· γένεσθε δ᾽ἀλκή· ξυνὰ δ᾽ἐλπίζω λέγειν· πόλις γὰρ εὖ πράσσουσα δαίμονας τίει.

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CONTRO|EBET

O Zeus, o Terra, e voi, dèi che cingete il paese;

λέγει δὲ τοῦτ᾽ἔπος διὰ στόμα·

Potenza, travolgente Vendetta che il padre imprecò,

καλόν τ᾽ἀκοῦσαι καὶ λέγειν μεθυστέροις,

"ἦ τοῖον ἔργον καὶ θεοῖσι προσφιλές,

Tebe, la mia Tebe almeno non strappatelavia

πόλιν πατρῴαν καὶ θεοὺς τοὺς ἐγγενεῖς

arbusto divelto dal ceppo, desolata rovina,

πορθεῖν, στράτευμ᾽ἐπακτὸν ἐμβεβληκότα;

spoglie all'ostile ferocia,

μητρός τε πηγὴν τίς κατασβέσει δίκη;

lei, le famiglie, le domestiche mura:

πατρίς τε γαῖα σῆς ὑπὸ σπουδῆς δορὶ

lei, che irraggia, modula in greco la lingua!

ἁλοῦσα πῶς σοι ξύμμαχος γενήσεται;

Libera patria, Stato figlio di Cadmo:

ἔγωγε μὲν δὴ τήνδε πιανῶ χθόνα,

stanghe schiave non li inchiodino mai! Fate scudo.

μάντις κεκευθὼς πολεμίας ὑπὸ χθονός. μαχώμεθ᾽, οὐκ ἄτιμον ἐλπίζω μόρον".

Vi coinvolge il discorso, io spero: si sa, un paese,

Sulle labbra, spiccano gravi parole:

se ha buona fortuna, ripaga i Potenti.

"Bravo, bel gesto! Benedetto da dio! Che onore, questa storia, tra le genti future,

Così Polinice, colmo d'ira, dichiara guerra al fratello: raduna un esercito e chiama a sè i migliori sei guerrieri di Argo(sette con lui stesso) e li pone davanti ad ognuna delle porte di Tebe. Eteocle risponde con i migliori sei guerrieri di Tebe, e pone se stesso di fronte a suo fratello, perfettamente conscio dell'inevitabile destino che li attende. Zeus li ha condannati al doppio fratricidio.

tu che strazi la terra dei vecchi, gli dèi del paese, con l'urto di forze raccolte da fuori! È qui la tua fonte nativa: e non c'è ritorsione, per cui sia giusto seccarla! Credi che se inchiodi la terra paterna ai colpi del ferro febbrile, sia lieta, poi, di schierarsi al tuo fianco?

ἄρχοντί τ᾽ἄρχων καὶ κασιγνήτῳ κάσις,

Io sono pronto. Concimerò questa zolla,

ἐχθρὸς σὺν ἐχθρῷ στήσομαι.

profeta avvolto nel cavo di zolla nemica. Battiamoci. Non sarà senza luce la fine.

Capo contro capo, fratello contro fratello,

È fatale, lo sento".

nemico contro nemico.

I Sette aggressori vengono sconfitti, i due fratelli si danno la morte a vicenda, sul trono di Tebe sale Creonte, fratello di Giocasta e zio dei due contendenti. Una aggiunta alla tragedia, fatta dopo la morte di Eschilo, fa proseguire lo scontro intestino della dinastia di Cadmo: Creonte stabilisce che Eteocle venga sepolto con tutti gli onori nelle tombe reali, mentre comanda che il cadavere di Polinice sia lasciato marcire sul campo di battaglia, che ci pensino

Altro personaggio consapevole della propria rovina è uno dei sette guerrieri che attaccano Tebe, Anfiarao, indovino della città di Argo, il quale dopo aver maledetto la protervia sprezzante di Tideo, un collega del suo schieramento, esprime la sua profonda indignazione per il suo comandante Polinice, che è disposto a distruggere la sua patria pur di soddisfare la sua enorme ambizione.

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CONTRO|EBET

ARCHITETTURA E TRAGEDIA. LE PORTE DI TEBE.

gli avvoltoi a farlo sparire. Da qui nasce l'ulteriore contesa tra le sorelle dei due rivali, Ismene e Antigone; Ismene vuole rispettare la volontà del Re, al contrario Antigone la rifiuta e decide di battersi perchè entrambi i figli di Tebe abbiano una degna sepoltura. È difficile contraddire Antigone: se è colpevole Polinice che ha tradito il suo sangue è altrettanto colpevole Eteocle che ha tradito un patto sacro.

Pietro Zampetti È possibile rintracciare delle consonanze compositive e tematiche fra il disegno di un'architettura e il testo di una tragedia? In entrambi i casi ci si confronta con sistemi di regole molto precisi, che mutano nel tempo in modo lento e graduale e sono legati alla necessità di dotare l'opera di una struttura portante, intesa in senso proprio nel caso dell'architettura, metaforicamente per il testo tragico. La presenza della struttura si rivela nell'uso di tecniche compositive comuni, quali la ripetizione, la scansione ritmica, la suddivisione ben proporzionata dell'opera in sezioni identificabili e riconoscibili. L'invenzione autoriale si inserisce in tale struttura in modo silenzioso, per quanto incisivo.

La contemporaneità offre diversi paralleli con il periodo vissuto da Eschilo. La costante paura di un nemico alla porta mina la nostra capacità di oltrepassarla; l'evidenza scientifica di un consumo scriteriato delle risorse naturali non ci impedisce di continuare uno sviluppo ormai insostenibile; la progressiva espansione delle reti di telecomunicazioni ha radicalmente modificato i rapporti sociali e la percezione della realtà.

Sia la costruzione architettonica che la rappresentazione tragica sono destinati a una fruizione pubblica, comunitaria. L'architetto e il poeta tragico interpretano pertanto valori e istanze condivisi. Questo li induce a lavorare su temi che riguardano la condizione umana nella sua accezione più generale, piuttosto che le sue specificazioni private. Architettura e tragedia condividono una dimensione collettiva, che le induce a ricercare i propri significati attingendo alla sfera semantica dell'assoluto e del generale, piuttosto che alle contingenze particolari dell'esistenza.

Dunque certe domande restano tutt'ora aperte. Può l'uomo essere felice o è condannato a non realizzarsi? E se è condannato, si tratta di una condanna divina o è egli stesso a condannarsi?

Il lavoro di Filippo Parroni e Giovanni Pernazza affronta una serie di temi che, al di là delle specifiche declinazioni assunte nell'architettura e nella Storia, appartengono all'uomo in quanto tale e alla sua esperienza sulla Terra: confinare, passare, limitare, aprire, chiudere, attraversare, tracciare. Sette operazioni racchiuse nella figura architettonica e narrativa della porta, che viene identificata in particolare con la porta urbica di Tebe. I due giovani architetti prendono infatti spunto dalla condizione attuale legata ai fenomeni migratori e al passaggio, spesso critico, attraverso le frontiere reali e virtuali, e la confrontano con la tragedia di Eschilo. Attraverso questo confronto, riconducono la contingenza storica alla sua dimensione

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CONTRO|EBET

SULL'ATTRAVERSARE

mitica, archetipica e qui la affrontano nel campo del disegno e della sperimentazione plastica.

Filippo Parroni

Quattordici porte fatte di forme pure, tessiture e luce: gli elementi linguistici di questa produzione grafica la collocano senza margine di dubbio nell'ambito dell'architettura. Sette più sette architetture disegnate, dunque, che si avvalgono proprio della loro condizione di opere grafiche per rimanere sospese al di sopra della concretezza, in una dimensione teorica e speculativa. Il disegno è al contempo una forma del pensiero e un momento operativo, fra l'astrazione del ragionamento teorico e la pratica dell'elaborazione di un manufatto, appunto il prodotto grafico. Si tratta di un luogo franco, interdisciplinare, in cui è l'autore a stabilire le proprie regole e in cui è possibile, forse inevitabile, toccare nello stesso tempo settori artistici e scientifici diversi. Siamo dunque di fronte a una declinazione del poliedrico rapporto fra arte visiva e narrazione letteraria, che tuttavia non ha nulla a che fare con la raffigurazione, l'illustrazione o l'ambientazione scenografica di un testo teatrale. Attraverso questi quattordici disegni è invece possibile rintracciare una ricerca profonda, volta a scandagliare il terreno su cui fondano tutte le forme di espressione: quello dell'esistenza umana.

Attraversare la porta è scegliere l’ignoto e trovare riparo, apertura e chiusura, possibilità ed oblio. La porta è il vuoto attorno al quale l’architettura cresce. La fessura che permette di attraversare il muro, altrimenti privato della sua funzione di separazione, poiché non esiste l’oltre il muro se non vi è la possibilità dell’attraversamento. Le sette porte di Tebe sono difesa della città, limite sacro, ma allo stesso tempo specchio nel quale i guerrieri possono rintracciare il proprio doppio. Proprio questa caratteristica mutevole del concetto di porta la rende elemento vitale dell’architettura. La porta prevede l’attraversamento e questa azione ha un sapore sempre eroico per chi lo compie. Significa scegliere l’ignoto, l’altro da sé. Significa mettersi in discussione, essere disposti all’imprevedibilità della vita. La porta è un elemento vitale e sacro, sintesi emotiva dell’essere uomini sulla Terra. La porta si apre al mattino verso le infinite possibilità che il giorno può offrire e la stessa si chiude per accogliere e proteggere alla sera. Alle porte fisiche e psichiche si aggiungono quelle virtuali, nuova frontiera della città contemporanea. Parlare di città significa interrogarsi sui suoi limiti. Se la città di Tebe era ben individuabile, racchiusa all’interno delle sue mura, protetta dalle sue porte fortificate; la città contemporanea ignora ogni confine naturale e geopolitico; è un insieme paratattico di brani che non si accordano, vivendo un’estranea giustapposizione tra di loro. Internet permette una connessione transnazionale che ricollega tali frammenti di città in megalopoli virtuali che vivono una dimensione astorica e atopica. La città cessa di essere racchiusa all’interno di limiti tangibili; allo stesso tempo il numero di porte di accesso e di uscita aumenta a dismisura. Il concetto di porta è antitetico alla necessità di velocità propria della contemporaneità. Per questo motivo si cerca di annullare la consapevolezza dell’attraversamento. La porta automatica, per fare un esempio, non si lascia aprire, si spalanca da sola. In silenzio,

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A PORTE APERTE

senza disturbare. La sola presenza esige l’apertura. Pareti vetrate senza fine mostrano voyeuristicamente ciò che è al di là. Non vi è spazio per l’immaginazione né per indugiare. Tutto è palese, tutto è così freddamente evidente. Il mistero della scoperta scompare, così come scompare la consapevolezza dell’attraversamento.

Giovanni Pernazza Cos'è uno spazio senza una porta per accedervi? un luogo inesistente. I luoghi esistono solo se sono conoscibili, e per esserlo occorre che siano accessibili attraverso una porta. Una porta rappresenta un dubbio: sia che sia chiusa, accostata o aperta permette di intravedere solo parzialmente lo spazio di cui è accesso, di conseguenza per conoscere completamente come è fatto uno spazio dobbiamo attraversarla.

La ricerca grafica si ispira alla tragedia di Eschilo per indagare il modo in cui il concetto di attraversamento si è trasformato nel tempo. Dalla sacralità del varcare la porta da difendere strenuamente all’indifferenza dell’accesso alla rete. Un’indifferenza contagiosa che si muove dal campo digitale e invade quello fisico, con la possibile conseguenza di andare ad eliminare la consapevolezza del passaggio, per un’inevitabile chiusura autoreferenziale, sterile e mostruosa.

Le porte sono sempre delle incognite: oltre una porta può celarsi il nemico, il pericolo, il baratro, l'orrore, la disperazione; oppure la libertà, la speranza, la promessa di salvezza dopo una fuga repentina; oppure lo specchio che rappresenta noi stessi, le nostre paure più profonde, le nostre bassezze, i nostri sogni più puri o proibiti. La porta è una figura ambigua, sospesa nell'incertezza che venga aperta o chiusa. La tragedia di Eschilo, I Sette contro Tebe, è la cronaca di uno scontro mortale tra due fratelli e della progressiva consapevolezza che si tratta di uno scontro inevitabile. Eteocle e Polinice, figli di Edipo e Giocasta, rappresentano due visioni diametralmente opposte della realtà: c'è un trono, entrambi hanno diritto ad occuparlo, ma nessuno dei due vuole cedere; la verità non è nel mezzo, è in entrambe gli opposti, nel mezzo c'è l'ambiguità della settima porta, presso la quale i due fratelli trovano la morte, uccidendosi a vicenda, coscienti di essere fratelli e coscienti della loro fine ineluttabile. Questo conflitto fra realtà diverse che si fronteggiano attraverso una o più porte è presente ancora oggi: realtà fisica e realtà virtuale si fronteggiano continuamente, l'architettura, gli spazi della città contemporanea e gli spazi della trasformazione sono messi al servizio di questo confronto, la tendenza è quella di rendere gli spazi collettivi e privati sempre più fluidi e connessi in rete, così da favorire l'interconnessione tra queste due visioni. Le porte della città contemporanea non sono più esclusivamente fisiche, esse sono per la maggior parte virtuali, e aprono strade

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che prescindono dalle città, esse aprono su infinite possibilità; all'uomo contemporaneo è consentito di aprire la porta della sua intimità, delle sue infinite sfaccettature, comprese quelle più profonde, oscure, volgari e riprovevoli. La possibilità di aprire queste porte in modalità del tutto anonime, ci ha permesso di superare agevolmente il concetto di morale e di etica; le difese della coscienza si sono annullate, permettendo il superamento di molti dei dogmi che regolano la collettività. L'illusione di agire nel pieno controllo di se stessi, protetti da un'armatura virtuale, può dare l'ebbrezza di violare le porte di Tebe: massacrare e sopprimere i fratelli nei modi più efferati, privare vittime e carnefice della dignità, e uscire da tutto questo con distacco; assolutamente incolpevoli, indisturbati, impuniti.

flussi antropici ed informatici, nell'idea che sia ancora possibile chiudere e presidiare le porte di Tebe. Tuttavia questa pretesa di controllo è ormai del tutto fuori contesto, è realizzabile solo a patto di perdere ogni tipo di libertà, lasciando campo ad un sistema fortemente totalitario. Il conflitto tra le realtà oggettiva, soggettiva e virtuale è il conflitto fratricida tra Eteocle e Polinice. Gli effetti di questa guerra producono ferite profonde nelle persone: favoriscono la spersonalizzazione degli individui, con risvolti potenzialmente catastrofici, in grado di sfociare in disturbi quali depressione, stress, panico e ansia; tutti disturbi tipici nei paesi più sviluppati. Oggi le porte di Tebe permettono di passare tra una realtà e l'altra, è possibile aprirle, è possibile conoscere gli spazi di cui sono accesso, ma non è possibile alcun tipo di controllo. Occorre rinunciare al controllo, e rinunciare ad avere paura. Il dibattito su cosa sia e come sia possibile costruire l'identità è sempre aperto, ma è necessario accettare l'impossibilità di circoscrivere l'identità, o di rinchiuderla in una cassaforte di sicurezza, o peggio, usarla come un'arma, poiché il rischio di cancellare ciò che è altro da noi è ben peggiore del rischio di perdersi.

Esistono infinite porte: fisiche, virtuali, private, pubbliche, senza tempo, senza contesto. Nessuna porta può essere chiusa, nessuna può essere difesa. Questa condizione rende la città contemporanea una spugna: essa attrae e ritrae chi la vive e la abita. Gli spazi vengono vissuti come la camera acustica di una fisarmonica, essi si riempiono e si svuotano di esseri umani, così anche le porte, si chiudono e si aprono automaticamente, liberando e imprigionando. Questa contemporaneità è il prodotto di molti fattori: la corsa tecnologica, la globalizzazione, le tensioni internazionali e gli eventi naturali. Tutta questa massa di informazioni e opportunità ha influito in maniera massiccia sulla personalità e sui bisogni delle persone: contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, la maggiore possibilità di informarsi e costruire la propria identità consapevolmente non ha reso l'uomo più libero e responsabile: al contrario, la possibilità di aprire tutte le porte si è trasformata in un sentimento di paura di perdere le redini della propria esistenza La reazione istintuale alla paura è quella di ritrarsi. Attualmente emerge una tendenza globale di reazione alla contemporaneità, tesa a rinchiudere territori fisici e culturali in recinti identitari del tutto arbitrari; dietro questo orientamento c'è l'anacronistica intenzione di chiudere e sorvegliare questi confini a piacimento, raggiungendo il controllo dei

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Filippo Parroni, 1777 il muro 12


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Giovanni Pernazza, alpha 13


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Filippo Parroni, 2776 arco di trionfo 14


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Giovanni Pernazza, beta 15


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Filippo Parroni, 3775 room with Uncle Ben 16


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Giovanni Pernazza, gamma 17


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Filippo Parroni, 4774 l'attesa 18


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Giovanni Pernazza, delta 19


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Filippo Parroni, 5773 la fuga 20


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Giovanni Pernazza, epsilon 21


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Filippo Parroni, 6772 attraverso 22


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Giovanni Pernazza, zeta 23


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Filippo Parroni, 7771 la porta 24


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Giovanni Pernazza, eta 25


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