Issuu on Google+

Miniere a rischio: In Italia 622 siti minacciano l’ambiente e la salute umana Tra le possibili soluzioni, la creazione di parchi geominerari o la trasformazione in depositi di Co2

Le miniere, soprattutto quelle di carbone, con i minatori che lavorano a 500 metri di profondità, oggi sembrano quasi un residuo ottocentesco, ma in realtà da molti punti di vista sono pura attualità. C’è la cronaca, con l’occupazione a Nuraxi Figus, in Sardegna, dei minatori della Carbosulcis che non vogliono perdere il posto, ma c’è anche una scomoda eredità fatta di centinaia di siti, in Italia, che rappresentano un problema soprattutto dal punto di vista ambientale. Nella sola isola dove si lotta per il futuro del Sulcis, ad esempio, esistono ben 209 “strutture di deposito dei rifiuti di estrazione chiuse o abbandonate”, come le definisce l’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), incaricato di effettuare un censimento (per ora provvisorio) delle ex miniere che “hanno gravi ripercussioni negative sull'ambiente o che, a breve o medio termine, possono rappresentare una grave minaccia per la salute umana o l'ambiente”. Insomma, una situazione grave, che a livello nazionale riguarda 622 siti, classificati con un livello di rischio che va da “Medio” ad “Alto”, nel rispetto di una Direttiva europea del 2006 (convertita in legge nazionale nel 2008), a seconda del tipo di minerali che vi venivano estratti e degli scarti potenzialmente prodotti, dell’estensione della miniera, della durata del suo sfruttamento e degli anni trascorsi dall’abbandono. Nella sola Sardegna, le ex miniere classificate ad alto rischio sono 56, la maggior parte concentrate nel sulcitano (da Buggerru a Carloforte, fino a Iglesias) ma presenti anche nel sassarese (ad esempio ad Alghero) e nell’Ogliastra (Baunei, Jerzu): tra i minerali estratti, oltre a quelli più comuni come Zinco, solfuro di piombo e Pirite, anche Arsenico e Cianuro. Il problema non riguarda soltanto l’isola, al secondo posto c’è infatti la produttiva Lombardia, con 128 siti di cui 24 ad alto rischio, in particolare nelle zone di Sondrio e Brescia, dove tra i materiali “a rischio” c’è anche l’Amianto. Terza viene la Toscana, con 13 siti ad alto rischio (in tutto sono 80) specie nelle provincie di Grosseto e Livorno, dove veniva estratto anche il Cinabrio (ad alto contenuto di Mercurio). Altre regioni con alta presenza di miniere abbandonate sono il Piemonte (11 siti a rischio “alto”) e il Trentino-Alto Adige, ma anche Lazio, Liguria, Sicilia e Veneto sono interessate, seppur con numeri minori. Spesso questi siti sono stati chiusi senza pensare alla loro eredità: masse di rifiuti rocciosi venivano semplicemente abbandonati all’aria aperta, esposti agli agenti atmosferici, col rischio che solfuri e metalli pesanti in essi contenuti vengano portati in soluzione dall’acqua, che diventa così acida, tanto che negli Stati Uniti si è stimato siano state inquinate in questo modo fino a 10mila miglia di torrenti e fiumi (dati dello United States Forest Service). Del resto, l’Italia ha esperienza diretta di gravi incidenti di questo tipo, dopo che nel 1985 nella Val di Stava (Trento) sono morte 268 persone per la rottura degli argini dei bacini di decantazione della miniera di Prestavel, con conseguente ondata di fango a valle. Anche per questo, ormai da molti anni si cercano tutte le possibili soluzioni per rendere le miniere meno pericolose per l’uomo e più sostenibili per l’ambiente: per quelle abbandonate, la valorizzazione e la salvaguardia passano sicuramente attraverso la possibilità di renderle ancora fruibili al pubblico a fini culturali, didattici e turistici, in particolare con la creazione di parchi geominerari che restituiscano nuova vita a questi luoghi e ricchezza al territorio. Il Codice dei beni culturali e del paesaggio, del 2004, contiene le norme per favorirne la nascita, come è già accaduto proprio in Sardegna, dove il parco interessa 3800 chilometri e 81 Comuni, ma anche in Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana (ben 4 parchi), Marche e Sicilia.


La possibile alternativa, da tempo ventilata anche per la Carbosulcis, è quella di trasformare le miniere in siti di stoccaggio per la Co2 (ma in Sardegna si proseguirebbe anche l’attività di estrazione), secondo la discussa tecnica della Carbon Capture and Storage (CCS), che dovrebbe consentire di catturare l’anidride carbonica prodotta dalla combustione e stoccarla in giacimenti geologici nelle profondità della terra o del mare. Una soluzione sostenuta nel caso sardo dagli stessi minatori, ma sulla quale i dubbi sembrano venire dal governo nazionale: dubbi però avvalorati anche da altri, in particolare sul fronte ambientalista, con in prima fila Greenpeace, organizzazione che già nel 2008 ha pubblicato un rapporto dal titolo “ Sequestro di Co2: una falsa speranza”. La tecnica, che per i sostenitori aiuterebbe a ridurre il riscaldamento globale, è criticata da Greenpeace perché sarebbe “ancora agli albori”, con incertezze dal punto di vista economico per la necessità di molta energia (d al 10 al 40 per cento della potenza sviluppata da una centrale) e per il suo impatto sugli ecosistemi, visto il rischio sempre presente di instabilità dei depositi e dispersioni accidentali che comprometterebbero “qualsiasi sforzo per attenuare i cambiamenti climatici”. Filippo Pala


Miniere a rischio: In Italia 622 siti minacciano l’ambiente e la salute umana