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LaicitArt. Raccolta di pensieri sui temi della LaicitĂ e dell'Arte. A cura di Roberta D'Orazio. Festival Mediterraneo della LaicitĂ . 17.18.19 ottobre 2014, Aurum, Pescara. In copertina: Senza Titolo, Gino Sabatini Odoardi, 2010, Termofonatura in Polistrene, Coca-cola, 70 x 70 x 20, (Ph. Gino Di Paolo)


LaicitArt raccolta di pensieri sulla laicitĂ e sull'arte


Indice generale

Nota della curatrice ...............................................................................7 1. “La libertà dell’espressione artistica e la libertà dello spirituale” di Angela Giorgi...........9 2. “Laicità e arte” di Davide Resani...............................................................13 3. “Dello spirituale nell'arte” di Valeria Pierini.................................................18 4. “Libertà di pensiero e libertà di espressione” di Martina Giubileo..............................23 5. “La fede di un laico” di Emanuele Cozzi.........................................................28 6.”Fondamentalismi” di Marco Alberto Matti.........................................................34 7.”Essere Laicamente umano” di Sara Costantini ....................................................38 Biografie..........................................................................................46 ...................................................................................................51


Nota della curatrice


Da sempre amo la meraviglia con cui l'uomo inventa nuove modalità per preservare di sé e della propria civiltà la memoria che sfidando il tempo regali pur in assenza di assoluti quel brivido di eternità indispensabile persino a chi ha rinunciato al comodo privilegio della promessa di un posto in un aldilà qualsiasi tra i tanti a disposizione. Dal dilagare dei miti tramite quella tradizione orale che rende la voce umana amplificatore umano di un'incessante ricerca di significato alla stampa che vivifica il messaggio nelle increspature del foglio di carta paradossalmente immobile, dalla ninna nanna cantata alla madre dal pargolo che stringe al petto alla cattura a mezzo fotografico dell'istante che si perde in un battito, il meccanismo di conservazione da sempre si nutre dell'arte per fuggire ai dettami imperiosi del tempo. “Laicitart” non ha la presunzione di diventare documento da tramandare ai posteri, avendo posto il proprio obiettivo non in un indefinito futuro, ma nel presente della condivisione, con tutte le nuove accezioni che tale termine assume nell'era dei social network. Una raccolta di suggestivi interventi sul rapporto tra laicità ed arte, libertà di pensiero e libertà di espressione, condotte da giovani creativi, musicisti, fotografi, scrittori la cui età oscilla tra i diciotto e i trent'anni sfiorati con fatica o superati di poco, a dimostrazione del fatto che una generazione tanto vituperata, accusata di scarsa capacità di riflessione, è spesso vittima dell'atteggiamento pregiudiziale e conservatore di chi fatica a riconoscere la novità come un valore. Ognuno di questi liberi pensatori, schivando gli assoluti con abili mosse, ha offerto il proprio apporto. Ognuno ha scelto la forma più congeniale alla propria sensibilità. Così, in questo piccolo mosaico di esperienze, possiamo leggere l'irruenza di un dubbio che è la matrice stessa della curiositas di Martina Giubileo, la narrazione lineare di Emanuele Cozzi che pure smaschera le


trappole di alcuni modi di intendere la religiosità, possiamo guardare le immagini, accompagnate da parole mai didascaliche, di Valeria Pierini, che indaga la spiritualità intesa come vocazione artistica, possiamo apprezzare ancora la profondità della ricerca etimologica e poetica di Sara Costantini, il rovesciamento di prospettive sui fondalisi nutrito dall'estetica punk di Marco Alberto Matti, l'eleganza formale e contenutisica con cui Angela Giorgi indaga la possibilità dell'arte di rendersi portatrice di valori, la speranza di Davide Resati, che come Foscolo ne I Sepolcri affida all'arte il compito di conservare la memoria dell'uomo, in quanto dimensione altra rispetto a tutto ciò che è dogma. Memoria che a mio avviso resta, citando Montale, “fil di ragno” se lasciata ad essiccare sotto i raggi di una luminosa indifferenza, ma come afferma lo stesso poeta rivolgendo, in una metafora, all'arte il proprio pensiero “la paglia è oro / la lanterna vinosa focolare / se dormendo mi fingo ai tuoi piedi.” Forse non nella funzione eternatrice, che lasciamo volentieri a divinità di cui siamo orfani, risiede la necessità che l'uomo ha dell'arte, ma in un'istanza meno altisonante e più immediata che pure proietta chi gode della benedizione della creatività in una dimensione che proietta emozioni ad una distanza più lunga di quella concessa a chi oppone a quel richiamo serrature mentali. Forse è nella condivisione la radice di quel bisogno di cui l'arte è funzione e che guida minuscole operazioni come questa a cui non so dare un nome. Forse è per questo che abbiamo scelto una formula virtuale di libero accesso, di free download, come si fa per i dischi o per alcuni libri che ci piacciono.


Forse è per questo che io e alcuni miei coetanei abbiamo avvertito “LaicitArt” come una necessità. Speriamo sia di vostro gradimento, o che vi faccia dissentire e dibattere in maniera animata, appassionata, in altre parole, viva. Avremmo comunque raggiunto il nostro obiettivo. Roberta D'Orazio


1. “La libertà dell’espressione artistica e la libertà dello spirituale”

di Angela Giorgi


La

libertà

di

espressione

nell’arte

richiede

la

laicità?

In

altri

termini

l’arte,

per

essere

espressiva ovvero portatrice di significato, deve essere sganciata sia estrinsecamente da un contesto assiologicamente

connotato,

sia

intrinsecamente

da

un’ipotetica

istanza

di

veicolare

contenuti

riferibili a un orizzonte valoriale o spirituale? La questione sul rapporto dell’arte con il contesto socio-politico entro cui nasce, ovvero della libertà di espressione di una manifestazione artistica rispetto alla contingenza storica in cui essa emerge, può apparentemente essere presto liquidata, asserendo la necessità di un’integrale autonomia dell’arte rispetto all’orientamento etico – o persino religioso – dell’autorità statale o del tessuto sociale di riferimento. Altrettanto facilmente l’affermazione precedente potrebbe essere confutata, seppur solo con rinvii storici, ricordando gli esempi di mecenatismo religioso, come il contributo dei papi del Cinquecento all’attività dei maestri del Rinascimento, o ponendo in evidenza l’impulso all’affermazione della propria identità di pensiero degli artisti sottoposti alla censura operata dai regimi delle cosiddette “religioni laiche”. Preferisco tentare di analizzare l’interrogativo sulla laicità dell’arte esaminando il problema direttamente dalla seconda domanda, relativa allo statuto intrinseco dell’arte rispetto alla sua possibilità o necessità di essere “portatrice di valori”. Se condividiamo la concezione dell’arte come espressione della verità (non di una verità particolare o di verità soggettive, ma della verità per eccellenza), la presunta laicità dell’arte, intesa come neutralità

o

indifferenza

rispetto

a

significati,

viene

a

cadere.

Lo

statuto

dell’arte,

quale

manifestazione tangibile dell’immateriale, rende impossibile escludere un rapporto con una dimensione che

è

possibile

definire

spirituale

(non

primariamente

in

senso

religioso).

Quale

che

sia

il

contenuto assunto dall’opera d’arte, il movimento creativo porta a espressione esteriore l’elemento interiore – interiore rispetto all’artista che lo veicola attraverso la materia e interiore in sé in


quanto, appunto, spirituale; anche l’arte che è meno vincolata alla materia, come la poesia o la scrittura in generale, media l’espressione dello spirituale attraverso un sostrato esteriore (la parola,

persino

scultura,

scritta),

ad esempio),

così

come

non consegue

anche

l’arte

lo statuto

di

più

sottomessa

arte

se in

al

dominio

essa non

della

materia

è impressa

(la

l’impronta

dell’immateriale. Il compito dell’arte non è esaurito né esauribile dall’arte stessa: in quanto espressione materiale di un contenuto immateriale, essa non potrà risolvere in sé qualcosa che le è ulteriore; perciò, la domanda sulla laicità dell’arte, ovvero sulla libertà dell’espressione artistica da un ipotetico orizzonte etico o persino metafisico, non riguarda la singola – ogni singola – opera d’arte, ma l’arte in sé come estrinsecazione dell’immateriale, e dunque investe l’immateriale stesso. Mi chiedo, quindi: è legittimo interrogarsi sulla laicità dell’immateriale? L’immateriale, in quanto nucleo del movimento di espressione artistica, può essere indagato rispetto a un suo presunto rapporto con “valori”, siano essi universali o contingenti? Il movimento creativo, che porta a espressione nella materia lo spirituale, non è forse, di per sé, libero in modo radicale? Se dovessimo immaginare l’estrinsecazione dello spirituale nell’opera d’arte come sottoposta a un orizzonte di valori o principi metafisici che la precede, essa semplicemente non potrebbe avere luogo, in quanto sarebbe determinata da qualcosa di esterno a essa e, pertanto, non sarebbe più autenticamente spirituale (concordando sulla definizione dello spirituale come libero per eccellenza). Credo perciò che la laicità dell’arte sia pensabile e affermabile come assoluta libertà dell’espressione artistica, in virtù dell’assoluta libertà del suo “contenuto” immateriale: la questione della laicità, ovvero dell’autonomia dell’arte rispetto a riferimenti religiosi, etici, metafisici più o meno storicamente presenti nelle incarnazioni socio-politiche di istituzioni o centri di potere, è problema conseguente


e vincolato alle contingenze storiche; pertanto, solo in relazione alla dimensione di contingenza storica è indagabile, senza pronunciarsi sulla libertà dell’arte in sÊ, indagabile e difendibile solo da un punto di vista intrinseco all’arte stessa.


2. “Laicità e arte”

di Davide Resani


Sarei quanto meno in imbarazzo se volessi, con questo mio breve scritto, creare, produrre o anche solo immaginare una definizione che abbracci nella sua totale complessità l’Arte. Ahimè, dare definizioni categoriche, costruire assiomi inconfutabili o più “semplicemente” cedere all’improbabile fascino dell’assoluta verità, non è ciò che mi contraddistingue. Al contrario, molto spesso, mi trovo a brancolare nel buio, necessitato a tastare furtivamente la precaria solidità del terreno che dovrebbe condurmi all’oggetto; o forse, perché no, consentire a quest’ultimo di venire a me, in tutta l’innocente limpidezza necessaria a scorgere i tranelli ben celati lungo il personale percorso verso la ri-significazione del ‘concetto’. In netto contrasto con l’attuale tendenza che vede nell’obiettività dell’oggetto la verità assoluta e irremovibile dello stesso, mi rendo perfettamente conto che ponendo la domanda: che cosa è l’arte?, mi risulterà quanto mai difficile giungere ad una definizione che vi farà tutti felici e pienamente soddisfatti; è una sfida ben al di là di qualsiasi possibile e improbabile oggettivazione. Allora non mi resta che osare, compiere degli azzardi che forse potranno guidare la mia incerta mano nel tracciare la mappa con cui, forse, sarà possibile orientarsi – almeno un poco – nel problematico mondo dell’arte. Per far questo, desidero partire dallo spunto – uno tra i tanti, in tante differenti occasioni – che un caro amico (così mi piace intenderlo) mi ha indirettamente suggerito. Carl Gustav Jung, narrando un suo sogno, racconta la propria esperienza attraverso queste semplici parole: […] La tempesta che soffiava contro di me era il tempo, che scorre senza tregua verso il passato, e senza tregua, allo stesso modo, ci incalza alle calcagna. È un potente risucchio che attira in sé, avidamente, tutto ciò che vive: possiamo solo sfuggirgli – per poco – tendendo in avanti. Il passato è terribilmente reale e presente, e afferra chiunque non sappia riscattarsi con una risposta soddisfacente. (C.G. Jung,


Ricordi, sogni, riflessioni Bur Saggi, 2003 – corsivo e grassetto mio). Il passato – il ciò che fu – brama riassorbire in sé tutto, dalla maestosa e longeva pietra, all’effimera, e a volte così inconsistente, vita umana. Il passato,l’oblio, la dimenticanza – il fatto che altro non siamo, se non comparse nell’enorme palcoscenico della vita – ci incalzano con infaticabile tenacia, e un modo (non l’unico) per potervi sfuggire è l’arte. L’arte è veramente la risposta soddisfacente, immortale e imperitura, che ci può permettere di oltrepassare il sottile, ma greve, confine che separa il dionisiaco dall’apollineo. Non dobbiamo dimenticare che fu la nascita sognata degli dei olimpici che “salvarono” il mondo greco dal terribile abbraccio del nulla spirituale. Mi piace pensare l’arte come una creazione libera e nata da un atto di coscienza necessario – molte volte “fare arte” è fattore compensatorio per un’esistenza che pericolosamente danza sul baratro della follia – che rifugge la minaccia del tempo poiché brama l’analogico stupore per l’eternità. L’arte è stupore della mente (psiche), in netto contrasto con la funzione psichica predominante nel presente (è proprio il contrasto che genera lo stupore) – l’arte è possibilità di tutto ciò che è altro, rispetto ai dogmi della contemporaneità. Così come il bisogno di estroversione dello scorso millennio si risolse nell’immedesimazione, inconsciamente desiderata, del soggetto nella bellezza oggettiva dell’opera d’arte;

da almeno due secoli, il soggetto, imprigionato dalla gelida catena che

lo ancora al dato sensibile ed oggettivo (e pertanto ad esso esterno), avverte la necessità di ritornare a sé, sfruttando l’astrazione che caratterizza l’arte contemporanea. Maggiormente difficoltoso, anche se non impossibile, è riuscire a parlare di arte “del giorno d’oggi”. Dove sono – se ci sono – oggi gli artisti? Noi assistiamo alla morte dell’arte ogni qual volta lo spirito artistico subisce passivamente la mortifera influenza del tempo, trovandosi relegato ad uno spazio privo di pensiero: troppo spesso


(soprattutto nel passato, prima delle così dette ‘avanguardie’) la libertà dell’espressione artistica si trova costretta a lasciare il campo sconfitta e ad abbassare la testa di fronte all’idea astratta e metafisica di artisticità. Dogmi, fondamentalismi, ma in primis la cattedratica immutabilità delle accademie (luoghi oggi pressoché privi di pensiero vitale), chiudono drasticamente al possibile per difendere a spada tratta la tranquillità connessa al passato, impedendo la costante vivificazione delle opere della cultura umana. Ci è stato interdetto ogni possibile volo; impossibilitati ad esperire le folli, ma vitali, traiettorie suggerite dalle correnti ascensionali del pensiero che costella l’eccentrica storia dell’umanità. Siamo sempre più incatenati a quello sterile concetto di critica – troppo spesso confuso con l’interpretazione – da cui grandi pensatori ci hanno più volte messo in guardia. Abbiamo perso la verità insita nella taciturnità: quel particolare silenzio che non può essere ridotto a mera assenza di rumore, bensì impossibilità di parola e momento gravido di stupore. Ahimè, stiamo morendo! Lentamente soffocati da opprimenti parole-macigno. Irrealmente sicuri, fatalmente accoccolati sulla tragica morbidezza del linguaggio, in balia della parola – contenitore dell’assoluta verità del concetto – , abbiamo svogliatamente smesso di ascoltare (il silenzio), e in preda a timore e tremore fuggiamo confusi dall’oscura certezza del nostro sé. Il corpo – il nostro corpo e il mito che in esso dimora – , oggi è sempre più uno strumento, un gioco, nelle “empie” mani dell’io che è spazio, tempo e giudizio, lontano da quell’atemporale eternità della Vita che risplende al di là di ogni bene e di ogni male. Non dobbiamo mai dimenticare che la parola è un’azione mai agita; quindi – ognuno risponda dentro di sé e per sé – cosa stiamo facendo? Cos’è tutto questo vociare che logora incessantemente le nostre orecchie? Lascio a voi una risposta, spero sappiate trovarla. Il fondamentalismo – ogni dogmatica certezza –

è la radicazione monolitica e a sprazzi violenta di


una sbiadita e stanca cultura, assurta, ormai, a verità inconfutabile: è vero solo ciò che corrisponde al modo in cui noi viviamo. Non credo che l’odierna apparente mancanza d’arte sia imputabile alla reale assenza di artisti (che forse in numero ridotto ancora pensano e creano, nascosti in qualche luogo protetto in cui la società non possa entrare), ma all’incapacità della cultura di riacquisire la plasticità creativa che deve esserle propria. Già, ma la cultura siamo noi! Finché noi (tutti quanti, nessuno escluso) non riusciremo a vedere e com-prendere la realtà del brutto – della bruttezza – che ci attornia, a cui noi stessi, troppo spesso, ci prostriamo in nome dell’effimera felicità del presente, saremo impossibilitati a ri-scoprire quella bellezza che è riscatto dal terrore e dalla fetida oscurità della morte e luminosa eternità (a-temporale) della Vita. Non si può continuare a volgere lo sguardo altrove, la Vita chiede di essere guardata negli occhi.


3. “Dello spirituale nell'arte�

di Valeria Pierini


Fotografia: “Quando in una cosa si trova ogni bene non bisogna cambiare verso�, Valeria Pierini.


Ognuno è figlio di dove nasce. Nascere nella terra del santo patrono d'Italia e avere forti parentele col profondo sud, così devoto e a sua volta intriso di folklore e misticismo ti fa arrivare alla resa dei conti in merito da che parte stare. Cristiano, cattolico, pagano, laico, religioso, ateo, sono tutti termini bagaglio della mia formazione. E' sempre fondamentale iniziare dai significati delle cose-parole. Così puoi capire perché San Francesco è considerato un

sovversivo, puoi capire che il paganesimo è

stato usato come carta su cui scrivere l'occidente ed essere felice quando vedi che non è stato del tutto arso con le streghe dalla non santa inquisizione

laddove lo ritrovi nel lavorìo della terra,

nei calendari accademici e quando vedi che le vecchie vie di pellegrinaggio (Gerusalemme, Roma e Santiago) sono intrise di simboli infedeli e percorse da secoli da milioni di persone per i più disparati motivi. C'è da capire che la spiritualità non è data da un battesimo e non pertiene ad un culto-credo specifico e che la storia delle religioni è storia degli uomini, ha plasmato, deviato, anche corrotto il nostro destino, come la storia economica o politica, per citare altri campi fondanti le società. Le culture sono la sintesi degli incontri tra gli uomini nei secoli. Capisci che c'è una religiosa disciplina che abbraccia il sacrificio, la dedizione, e l'amore verso le cose che fai, che non è dettata dagli uomini che professano bensì è una pratica intima e personale dove gli dei non c'entrano nulla. E in più, banalmente,

contemplare il mondo, porta con se sempre

qualcosa di sacro. E' dalla meraviglia che nascono le domande, le emozioni e tutti i culti e le filosofie a venire.


Forse è alla luce di tutte queste cose che come persona e dunque come artista (perché per me le due cose coincidono, l'arte non è per me un cartellino da timbrare, o un segno della croce nell'acquasantiera) sono attratta dal sacro slegato dalla pratica, divoro con gli occhi libri e luoghi tutte le volte che me li trovo davanti o li cerco per un motivo. Sono affascinata dagli altarini casalinghi (le case del sud ne sono piene) dalle leggende, dalle metafore e simboli di cui si nutrono i testi sacri, le vite dei santi, la religione, è tutto una grande metafora e visione, metodo educativo e affascinante per le masse. Come la storia di Francesco che si getta nelle rose, o quella dei nodi del suo saio, una firma devozionale, un contratto con la vita sulla futura condotta. Mi diverto a scovare i simboli del mondo antico nelle agiografie, come la conchiglia di San Giacomo, mi piace trovare i significati del viaggio nelle rune celtiche, mi piace trasferire queste storie al femminile, ed ecco che spunta una donna col saio. Mi piace ricordare l'unione tra il trascendente e il corso sincronico del tempo di cui parlava Kierkegaard ed ecco che questi formano una croce ed io a mia volta assemblo la mia nell'installazione a 12 immagini che qui presento. 'Quando in una cosa si trova ogni bene non bisogna cambiare verso' (dalla serie 'a senso unico', 2012)

è per il mio percorso un lavoro-battesimo-consacrazione, derivante da tutte queste cose, è la

trasposizione del pellegrinaggio, quello che si compie alla luce di una vocazione, ed ecco che la folgorazione dei santi in questo lavoro diventa metafora della vocazione dell'artista. La via dolorosa è quella che ognuno percorre perché figlio della sua stessa vita, ognuno di noi ha una croce in realtà, un peso fino alla meta-ascesi finale. Il lavoratore nella fabbrica, il musicista, la casalinga che deve far quadrare i conti, lo studente. Ognuno ha una sua strada che, con più o meno devozione e consapevolezza, percorre, spesso con fatica.


Le grandi storie sugli dei degli uomini e i grandi templi hanno per me la funzione di mònito, ognuno ha il suo pellegrinaggio, la sue grandi imprese di cui certo non si scriveranno canti o salmi, eppure la sacralità è solo uno dei modi in cui si può raccontare l'umano. Scegliere da che parte stare uno dei modi per percorrere il proprio cammino.


4. “Libertà di pensiero e libertà di espressione”

di Martina Giubileo


Mi viene proposto di dire la mia su questo tema. La cosa mi ha subito intrigato, in quanto avrei avuto l’occasione di riflettere su una serie di tematiche che non avevo mai problematizzato. E dunque, lusingata, ma a dir poco spiazzata, mi informo sommariamente almeno sulla terminologia. Eppure già qui sorgono i primi problemi e le prime perplessità. Per ogni definizione trovata ho avuto da ridire, e non poco. Dunque, con permesso, prima di arrivare a ciò che ho da dire (ora) sulla traccia “Laicità e Arte: Libertà ecc” vorrei esporre il breve ma

ampissimo cammino intrapreso da una perfetta estranea

riguardo quest’argomento. La cosa procederà in questo modo: Definizioni seguite da alcune domande a cui non sono ancora giunta a risposta, e che spero possano trovarne.

PRIMA DEFINIZIONE: Laico: Atteggiamento di autonomia da dogmi di qualsiasi genere (ove per dogma si intendi un principio non soggetto a discussione)

La mia domanda a riguardo (connessa a “libertà di pensiero e di espressione”) è: “Esistono le condizioni affinchè un laico possa considerarsi ancora laico evitando di mettere in discussione i principi di libertà di parola e di espressione? Se esistono, quali sono? Se non


esistono, il laico è a suo modo un dogmatico? E inoltre, che l’uomo sia libero e abbia dei diritti inalienabili, non è una presa di posizione considerata oggi immodificabile? Se l’atteggiamento laico non sfocia in prese di posizioni immodificabili, è dunque pensabile, oggi, modificare la posizione “dell’uomo dotato di libertà di parola e di libertà di espressione?”

SECONDA DEFINIZIONE: “Ragionare laicamente” è una espressione usata per indicare un ragionamento che non parte da presupposti aprioristici e non sfocia in prese di posizione immodificabili.

Domanda: Già “ragionare laicamente” non è aprioristico, in quanto parte dal “ragionare laicamente” e (evidentemente) non da altro? (Le domande che mi sto facendo, stanno mettendo in discussione gli stessi principi che mi permettono di porle. Tuttavia, mettere in discussione il principio/dogma che considera l’uomo un individuo dotato di diritti, è un atteggiamento laico?) TERZA DEFINIZIONE: Laicità è un metodo di convivenza di tutte le ideologie e di tutte le filosofie possibili, che debbono rispettare il principio che nessuno può pretendere di possedere la verità.


Ripensando al dogma in qualità di principio non soggetto a discussione, ho pensato che “il principio che nessuno può pretendere di possedere la verità” sia stato per forza messo in discussione, (dato che sono le ideologie e le filosofie laiche ad aver partorito quel principio), e che se così non fosse, queste sarebbero cadute immediatamente nel non rispetto del principio da loro stesse formulate. Formulando quel principio, le ideologie e le filosofie non possono pretendere di aver detto una verità (ma nemmeno dovrebbe interessargli) e solo così sarebbero coerenti, in quanto il principio si presenterebbe solo come uno dei tanti. (Uno dei tanti è riferito sia al singolo, sia alle filosofie, sia alle ideologie, sia ai loro prodotti) Dunque, la mia domanda è: “Il principio che nessuno può pretendere di possedere la verità” non è equivalente a quello della pretesa di possederla, che potrebbe essere una posizione di cui un “non-laico” si fa portatore?

Laicità e arte. Sebbene sia arrivata a pensare che “ci muoviamo tra dogmi”, sebbene sia arrivata a pensare che la laicità sia una rottura di passaggio tra un dogma ed un altro, credo che l’arte sia uno dei pochi approcci che riesca a dilatare quella rottura. A renderla duratura ed efficace, e ne fa metodo. Rottura come metodo, al di là del fatto che poi nasca un altro dogma.


L’arte è l’approccio laico per eccellenza, Laico, con tutte le sue ambiguità. Perchè è quando c’è rottura, che c’è laicità. Non farò un elenco di correnti artistiche e di autori, perchè ne sminuirei la portata rivoluzionaria. Penso sia importante sottolineare che l’arte porta con sè, ai massimi livelli, l’idea di pensiero ed espressione. Ma libertà è una parola che non uso. O meglio, credo che l’unica libertà che abbiamo sia “quella di scegliere”. E da quel punto esatto, tutto ciò che chiamiamo libertà è una scelta. Una scelta continua a vivere in noi, anche se non viene fatta concretamente. Nessuno ti negherà mai una scelta, però ti negano “la libertà”. “Libertà che ci viene negata” è solo una scusa per trovare il capro espiatorio delle nostre sconfitte. Mentre la scelta è solo nostra, come anche “scegliere di non scegliere”. Ed è qui che noi scegliamo se essere rottura, o se rimanere come eravamo. Nessuno ha mai dato e nessuno darà la libertà di rottura. Solo una scelta ti permette una vera rottura.


5. “La fede di un laico”

di Emanuele Cozzi


Davide aveva quindici anni. Quel giorno la madre lo aveva portato per la seconda volta in tutta la sua vita a trovare

nonno Giuseppe all’ospedale. Non aveva molta voglia di andare in quel posto che

sembrava essere dimenticato da Dio. “Mamma lì c’è una puzza incredibile! Non voglio andarci, mi fa paura!” “Tesoro non essere infantile. Il nonno sta poco bene ed è nostro dovere andare a fargli un po’ di compagnia, dato che ormai siamo rimasti le uniche persone che ha”. Ma che razza di spiegazione è quella! Diamine, davvero vuoi far leva sui sensi di colpa di una ragazzino undicenne, pensava Davide. Non gli erano mai andate giù quelle parole. Assomigliavano troppo a quelle di Don Beniamino, quel pomeriggio di sei anni fa. Davide non avrebbe mai scordato Don Beniamino, le sue prediche, la sua chiesa. La prima volta che lo conobbe aveva nove anni. Era un pomeriggio di primavera, di quelli ne troppo caldi ne troppo freddi. Insomma, nulla di così speciale. Sua madre lo accompagnò nella piccola Chiesa di Santa Barbara, la chiesa del quartiere dove si erano trasferiti da poco, per iscrivere il proprio “tesoruccio” al corso di catechismo, in vista della Prima Comunione del figlio. Al contrario di tutti i bambini della sua età, Davide non aveva mai trovato nulla di particolarmente entusiasmante nel ritrovarsi con gli altri ragazzini per una partitella a pallone nel campetto dietro la chiesa, e provava invidia per tutti i suoi coetanei. Almeno loro un motivo per andare in quel posto a sentire le parole di un vecchio raggrinzito ce l’avevano. Lui non aveva neanche quello. L’unica cosa che colpì davvero l’attenzione di Davide fu la riproduzione di Gesù crocifisso, quella che in tutte le chiese cattoliche si trova proprio sopra l’altare, dove il prete (furbo lui) trangugia vino come se stesse celebrando il culto di Dioniso, anziché attingere direttamente

alla

fontana del Sangue di Cristo. Il Sangue di Cristo! Mamma mia che parole atroci! Come si può bere il


sangue di Cristo? Davide non aveva mai trovato una spiegazione valida a quel rito così sanguinario. Il giorno precedente la maestra di italiano aveva spiegato che i pagani ( i non credenti in Dio) erano soliti fare il bagno nel sangue di toro, per purificarsi di fronte agli occhi degli dei. La maestra aveva anche parlato dell’avvento di Gesù e di come determinate barbarie fossero state finalmente sconfessate. “Bella furbata”, pensò Davide ,“non specificare che oggi i preti bevono il sangue di una persona”. No, quell’aspetto non lo aveva mai convinto molto. A sentire le parole di Don Beniamino, il cristianesimo predicava l’amore, la gioia, la fratellanza, la pace e tante altri valori che oggi sentiamo ripetere anche nei concorsi di bellezza. E allora che posto c’era per il sangue in tutto questo? Doveva trovare una risposta. Fu così che, aspettando pazientemente il termine del corso di catechismo, il pomeriggio dedicato al ritiro spirituale, Davide prese coraggio e chiamò Don Beniamino in disparte. Ancora oggi Davide ricorda l’espressione incuriosita del prete. Cos’è?

Non

hai mai avuto un confronto con un bambino intelligente? Bé amico, c’è sempre una prima volta. “Dimmi figliolo” esordì il prete “Cosa posso fare per te?”. “Ora Lei deve spiegarmi il perché di quel massacro. Perché un tizio vestito di stracci, figlio di un falegname e di una contadina, che non diceva niente di diverso da quello che dice Gino Strada sull’amore fraterno e bla bla bla, sia stato condannato ad una fine così atroce? E soprattutto, perché Lei è complice di quel massacro? Ci prova gusto a bere il suo sangue da quel maledetto calice?!”. Silenzio. Il silenzio più totale. “Allora? Che spiegazione mi dà per questo?”. Il prete, dopo una lunga pausa, rispose: “ Sai chi è Satana?” “Certo, ha provato in ogni modo a non farmi dormire la notte per paura di quel mostro cornuto!” “Bene, allora saprai cosa vuol dire in ebraico il nome Satana …” “No”. “Satana significa accusatore”. Mmm ok, e con ciò? “Non capisci?” chiese Don Beniamino. “Sinceramente no, ma colgo un’accusa nel suo tono. Sta cercando di dirmi che Lei è Satana?”. Risate da parte del prete, esilarato dall’ingenuità


della sua piccola pecorella smarrita. “Vecchio bastardo” pensò Davide. “Mio caro…” proseguì il sacerdote, “ sto solo cercando di dirti che il piano di Dio è incomprensibile e chi come te cerca di capirlo fa la volontà del demonio:” Di nuovo con quei maledetti sensi di colpa. “Sai..” continuò il prete “ ci sono molte vie per seguire la strada del Diavolo. La prima è mettere in discussione Dio e fin lì devo dire che ti stai rivelando un ottimo proselito oscuro. Un’altra può essere quella di parlare come se l’uomo potesse avere la piena comprensione del mondo, dell’universo e dell’anima pari, se non superiore, a Dio stesso. Siano maledetti i filosofi, gli artisti e i depravati.” “Cosa c’è di più bello nella ricerca della verità da parte degli uomini? Oggi a scuola abbiamo parlato di Dante, e lui è stato all’Inferno, nel Purgatorio e in Paradiso, accompagnato da un poeta latino. Eppure la maestra ci ha detto che la sua opera non è altro che il cammino di Dante per avvicinarsi a Dio. Noto delle incoerenze …”. “Piccolo filosofo impertinente! E va bene… Allora ti dirò che nella Bibbia i Farisei, che erano poco meno dei nostri filosofi contemporanei, furono proprio quelli che fecero sì che Nostro Signore Gesù Cristo finisse in croce?” “ Non crede che Le abbiano fatto un favore?” “Cosa stai insinuando?” “Si rilassi, sto semplicemente dicendo che se Gesù non fosse finito in croce, chi adoreremmo? Voglio sapere perché adoriamo la morte di quell’uomo!” Don Beniamino era visibilmente scosso. “Non un uomo” precisò il sacerdote “ma il Figlio di Dio, Dio Incarnato illuminato dallo Spirito Santo.” “A maggior ragione, perché tutto quel sangue che Lei oggi beve in ogni Messa?” “E’ soltanto del vino Davide!” “ Allora non ci crede neanche Lei in quello che dice!?” “Non sto dicendo questo… Comunque Gesù è stato crocefisso proprio perché gli uomini non hanno capito il messaggio di Verità che Egli portava!” “ Gesù era un filosofo?” chiese prontamente Davide. “A modo suo sì” rispose Don Beniamino, “ma non scordiamoci che Lui è sempre stato Dio! Ha avuto dei cedimenti derivanti dalla corruzione carnale, tentato dalla fame e dalla sete che accorrevano prontamente a


tormentarlo, insieme alle schiere di demoni che non lo hanno mai corrotto, come il piacere sessuale! Ma Lui ha sempre avuto la Luce, che lo ha accompagnato sin sopra la Croce, simbolo di tutti i nostri peccati. E dopo tre giorni è risorto, per annunciarci che la morte e il demonio non valgono la nostra anima. Siamo più forti se ci rifugiamo nella Luce di Dio. Ora dimmi invece come un comune filosofo, artista, attore, letterato e quant’altro derivi dal ventre dell’Inferno possa riuscire a convincere le persone di una cosa così potente!” “ Mi scusi…” proseguì timidamente Davide, realmente colpito dalle argomentazioni del sacerdote, “ma mi sembra che questo messaggio non sia davvero completo. Lei forse non si è reso conto che mi ha spronato ancora di più a ricercare la verità, con la mente e con il cuore. Gesù è stato uomo, e non mi interessa sapere se fosse davvero il Figlio di Dio, ma è stato un rivoluzionario! Mi dica come non può scorgerci filosofia puramente umana in questo! Lui nasce, cresce, si interroga e si da delle risposte! E non ci ha insegnato a rifugiarsi passivamente nella Luce di Dio ma ci ha detto che essa va ricercata, attraverso il beneficio del dubbio. Poterla pensare diversamente e poter comunicare il proprio pensiero senza barriere e senza frontiere, superando gli ostacoli dei dogmi, i veri emissari infernali, partoriti anch’essi dall’uomo che si chiude in se stesso e che non accetta la diversità! Gesù mi ha insegnato che per dimostrare l’esistenza di Dio si deve prima poter concepire il mondo senza Dio. La ricerca, quella pura, spassionata, divina non per la decisione di un’entità suprema ma per la sua caratteristica intrinseca, è la via. L’uomo può essere come Gesù sulla Croce, un martire della conoscenza! Sì, decisamente quell’anonimo falegname di Nazareth era un filosofo con i fiocchi. Anzi, posso dire con tutta certezza che Gesù Cristo è stato uno dei laici più incalliti sulla faccia della Terra!” Questo era decisamente troppo per il povero Don Beniamino. Poverino lui, non aveva fatto altro che punirsi per i suoi pensieri osceni che riservava alle fedeli della sua chiesa per tutta la vita, un affronto del genere non poteva


tollerarlo! Le cose dovevano stare per forza come gli avevano insegnato i suoi genitori e i frati del monastero! Non commettere atti impuri, non desiderare la donna d’altri,onora la madre e il padre e via dicendo. No, non poteva cedere sotto le parole di un ragazzino visibilmente posseduto dal demonio. Inconcepibile! “Esci immediatamente da qui, non sei fatto per amare Dio! Ma Lui sa, e giudica sempre. E ora fuori dalla mia chiesa!”

“Davide, tesoro della mamma, a cosa stai pensando? Dio mio sempre con la testa tra la nuvole! Dai, saluta il nonno!” “Ei nipote, sono davvero così vecchio da non meritare un saluto con il linguaggio moderno che mi piace tanto?” “No nonno anzi! Come butta?”…


6.�Fondamentalismi�

di Marco Alberto Matti


Voglio avvisare il mio lettore: in questo scritto non si parlerà di filosofia in generale, né tantomeno di filosofia in senso classico. Per chi scrive, che di filosofia un po’ (non molto a dire il vero) ha letto e studiato, la filosofia

è morta. Sepolta. Defunta. E come tutti i morti, oggi non

c’è più spazio per lei. O meglio: la metafisica è morta e con essa tutti i metafisici che si arrabattano

ammucchiati in discesa, a difesa, della loro celebrazione [cit.]. Il motivo che ci

dovrebbe portare (festanti)

a celebrare il solenne funerale

della filosofia non è adatto per questo

spazio e mi porterebbe troppo lontano: lontano a tal punto da rientrare – necessariamente – nei territori della filosofia e della metafisica resuscitando così un ormai maldestro cadavere. Oggi invece voglio tentare di esporre qualche mio pensiero sul tema del fondamentalismo. Vorrei partire da un presupposto che è anche un po’ una provocazione: il fondamentalismo, al contrario di come viene, da tutti, descritto non è il male nemmeno IL male. Innanzi tutto perché IL male non esiste. La sua non esistenza è radicata in motivazioni e giustificazioni strettamente interconnesse

con il precedentemente menzionato cadavere: così come, per chi scrive, non esiste IL

bene non può, per una necessità che non è propriamente logica ma che analizzata meglio la diventa, esistere IL male. Il fondamentalismo e i fondamentalisti non interpretano allora la parte del nostro principale nemico: il nostro antagonista; ma non rivestono nemmeno la parte dei nemici in generale. Per capire come sia possibile questo prendiamo un esempio molto vicino, in termini temporali, a noi: il punk. Il punk è fondamentalismo, l’anarcopunk ancora di più, è fondamentalismo. Direte voi, e cosa c’è di buono in questi puzzoni, malamente drogati e parzialmente – se non totalmente -

disagiati sociali ?

La risposta è semplice: nulla. Qui non si sta cercando qualcosa di buono, si sta solo cercando di


capire come sia possibile che il fondamentalismo non sia: IL male o il male. Detto altrimenti: non si sta cercando di far passare il fondamentalismo e i fondamentalismi per buoni. Ma nemmeno per cattivi. Piccola storia del punk: Il Punk nasce all’incirca nel 1977 a Londra come movimento soprattutto di moda, viene esportato in tutto il mondo e qualche anno dopo (primi anni 80), grazie a influenze dell’hardcore americano, all’odio per la lotta studentesca degli anni 70 e al radicalizzarsi delle prime

idee sociali e politiche del punk nasce (soprattutto in Italia) l’Anarco-Punk: il

fondamentalismo del Punk. L’Anarco-Punk, detto anche Punx (con la x e non con la K). Incarna in toto e in maniera reale e completa le idee provocatorie del Punk. Il no future viene colto nella sua sarcasticità: esso non è una professione, di (auto)distruzzione. È un monito sarcastico, quasi una profezia. Il DIY, il fai da te ne è la riposta: Futuro? No grazie, io faccio da solo.

Il fai da te, inoltre, è la porta

spalancata sul fondamentalismo. Escludendosi da ogni logica comune e seriale l’anarco-punk del fai da te diventa così fondamentalista: o con noi o contro di noi. Il lemma “Contro di noi” però non è da intendersi in modo violento, [non nego che in varie manifestazioni del Punx (soprattutto italiano e itali(di)ota esso sia diventato violento ( e con questo non voglio dire che la violenza sia sempre sbagliata)], ma piuttosto è da intendersi come irriducibilmente altri. Questa è la chiave del fondamentalismo: chi è fondamentalista non può essere ridotto ad altro o ad un’altra cultura. Esso è purezza. Un puro.

Confrontare le idee dei fondamentalisti con le nostre è impossibile. Esse, per

essere veramente idee fondamentaliste, ci devono apparire irreali, irrealizzabili (si badi bene non utopiche né distopiche semplicemente irrealizzabili), inconfrontabili perché essere incarnano un’altra cultura completamente irriducibile alla nostra. Al giorno d’oggi la parola fondamentalista è sulla bocca di tutti soprattutto per descrivere gruppi (


a volte armati) che professano e difendono alcune idee. Essi in realtà non sono veri fondamentalisti per due motivi. Innanzi tutto utilizzano mezzi e modi troppo legati ad una cultura, e per questo partono sconfitti: si augurano un collasso di un mondo attaccandolo con gli stessi mezzi e gli stessi strumenti che quel mondo ha creato, proponendone così soltanto un modello identico ma inverso: rovesciato. E questo è il secondo motivo per cui essi non sono fondamentalisti: essi accettano si alcune idee in maniera acritica e dogmatica ma le propongono (in maniera più o meno forte) come modello alternativo a qualcosa. Per i veri fondamentalisti non esiste un modello alternativo: l’unica realtà possibile è la propria. La proposta non fa parte del fondamentalismo: esiste soltanto la realizzazione immediata e istantanea della propria realtà inconfrontabile. Il fondamentalismo non è in comunicazione con qualcosa, non è com - prensibile. Esso è a parte. Il fondamentalismo quindi non è il male o IL male, esso è una caratteristica che assumono certe idee completamente altre rispetto alle nostre. Che poi queste idee possano spaventarci e quindi suscitare in noi una reazione distruttiva è un altro discorso. Finiamola quindi di chiamare fondamentalista ogni idea più o meno radicale opposta alle nostre. Il fondamentalismo non si oppone né si pone. Il fondamentalismo è, fa: si può quindi discutere se questo essere e fare, sono o non sono, per sè stessi e solo per sé stessi, condivisibili.


7.�Essere Laicamente umano�

di Sara Costantini


Non è semplice esprimermi sulla laicità. Non è stato indolore scoprire la laicità. Non è stato facile astrarmi dal contesto socio-culturale e familiare

in cui sono cresciuta ed

iniziarmi ad uno sguardo non diffidente verso la laicità. Il rivelarsi della categoria dell’ alterità, della complessità, ha portato con sé la traumatica scoperta che tutto ciò in cui si crede da sempre non è che microscopico frammento di una a sua volta angusta e mono dimensionale visione/concezione del reale – Sara, casa, Silvi, Abruzzo, Italia, Occidente. La realtà si è spogliata della sua parvenza di unità, lasciando il posto alla epifania totale del diverso. Non abbiamo più dei in cui credere, non ci sono regimi politici ed economie certe. Ciò è talmente evidente e raccapricciante che, pur di non cedere all’abisso dell’incertezza, siamo indotti più o meno inconsciamente ad ergere come simulacri valori temporanei – materiali e/o illusori – che voracemente inghiottono la facoltà di desiderare nella facilità dell’ottenere. Dopo quasi tre millenni di metafisica occidentale

– in cui l’Assoluto (quel grande sconosciuto che i

filosofi vantavano di conoscere) ha cinto nelle morse dell’identità tutto il reale (e quindi il pensiero e le pratiche) – entrare senza riserve in collisione con il divergente ha rappresentato la dissoluzione del senso, la frantumazione del soggetto, la morte di Dio. Quelle che prima erano le credenze più ovvie si trasformano in terribili illusioni o peggio, in grottesche barzellette.


[disorientamento. mamma, chi sei? la tua maschera si è consumata e non riesco a (ri)conoscere il tuo viso. mamma la cera bianca svanisce lentamente come la schiuma del mare sul bagnasciuga avido di salsedine Ma io ti ricordo nitida nella mia memoria. E’ lì che vivrai, coi ricordi più dolci.] Concetti di patria, famiglia, democrazia, sono sempre più difficilmente pensabili coerentemente ed il policromo coacervo delle religioni popola le società di etiche differenti che tentano di strappare gli ultimi barlumi di senso al reale facendo valere i propri dogmi come imprescindibili e forieri di verità. Per questo motivo, per la ancestrale vocazione dell’uomo alla lotta per la supremazia, tali etiche religiose sono troppo spesso in conflitto. Quest’ultimo termine è cruciale per capire l’ambigua pericolosità della situazione. Confliggere significa cozzare, entrare in collisione, e viene per lo più assimilato al concetto di scontro violento, di discrasia totale senza possibilità di contatto, di incommensurabilità fra i principi delle parti in opposizione. [sento della musica ma non la comprendo,


un vociare indistinto di lingua straniera Chissà che dice chissà che intende Non so il significato, per questo

l’invento

Che conservi sempre barlumi del senso che non comprendo] Ma l’etimo del termine, cum <<insieme>> e fligere <<percuotere>> potrebbe suggerire un’altra interpretazione, molto più interessante. Quella che designa lo stato generale di tutte le cose, cioè l’essere percosso, sconvolto, e accogliendo in sé il monito del fatto che non si è gli unici a vivere tale stato, ma si è insieme. Siamo tutti passeggeri della medesima nave in un mare in tempesta. Ognuno ha i suoi metodi per vivere la burrasca, i suoi mezzi, le sue scialuppe. Ma sono per ognuno insufficienti. L’ideale sarebbe mettere insieme tutti i propri mezzi, complementari fra loro, e dominare finalmente la tempesta. Sarebbe politicamente rilevante e culturalmente proficuo condividere le alterità [cum-dis-videre, vedere le cose in modo distaccato, criticamente, per poi riuscire a coglierle insieme in un’ottica complessiva ] unite fra loro da una sottile linea di senso. E vedendole con gli altri, trovare ognuno [popolo, comunità, religione] il proprio spicchio di irrinunciabile particolarità nel magma dell’incandescente umanità. Comunicarsi vicendevolmente la propria diversità in modo pacifico e rispettoso, lasciando spazio alla rassicurante sensazione del non abbandono, attraverso un dialogo non unidirezionale, da cui la parola “tolleranza” viene finalmente espulsa. Essa infatti designa uno stato di sopportazione incresciosa di qualcosa di altro-da-sé. E’ un modo edulcorato per far capire al tollerato che la propria posizione è quella di chi, in quanto superiore,


concede la sua sussistenza, ma ad un prezzo molto caro. Quello cioè del sentirsi in difetto, in minoranza sussidiaria e non incidente, elemento di disturbo e tuttavia volenteroso della rivendicazione della propria identità. Situazione che, se portata alle sue estreme conseguenze, conduce all’intolleranza [non solo ideologica ma anche e soprattutto fisica]. In tale ottica il fondamentalismo assurge all’inesausto tentativo di ricomporre in modo autoritario ed assolutizzante lo spettro della propria identità [ormai schiacciata e resa crocevia di compromessi sociali e politici] e della legge, del kosmos, di quel Padre che, per dirla con i termini di Jacques Lacan, è evaporato, si è dissolto – negli inevitabili intrecci storici delle epoche e dei mutamenti lasciando il posto al dis-ordine e all’assenza. Provare a rielaborare in modo nuovo e in ottica “globalizzata” questa assenza significherebbe abbandonare finalmente

il pesante fardello dell’ingombrante ricordo paterno, che abbiamo

interiorizzato – poiché nascendo, vi siamo stati catturati necessariamente ed allevati. Significherebbe imparare ad identificarsi non già con la sola particolarità, ma valorizzare la propria diversità proprio perché inserita in un contesto molto più ampio, che investe l’umanità in toto. Il fondamentalismo è il delirio di un pensiero giunto alla deriva semantica e simbolica, la sragione che vuole riaffermare la sua antica legge in modo assoluto e dogmatico, facendone vessillo di un fanatismo becero – che sposta la disattesa risposta di senso con la totale identificazione di esso con un assoluto (Dio, Allah, la Torah, ecc). E’ la distruzione del concetto stesso di umanità, in cui il soggetto dovrebbe invece convivere in modo fecondo con tutte le sue componenti, coadiuvato da una educazione alla complessità.


E’ quest’ultima, a mio avviso – modesto avviso, e dopo tutto ci sono nomi insigni della filosofia politica e non e della pedagogia che hanno già fatto discorsi molto affini ai miei – l’ipotesi per un programmatico rinnovo della civiltà, che esclude univocità e singole proposte etiche, che immerga dall’infanzia il singolo nell’alterità, in modo da non farla vivere come un trauma. La laicità non deve essere concepita come una religione altra [che nella sua espressione più bassa si rivela nell’ateismo, altro fondamentalismo da cui l’uomo che pensa deve sfuggire] ma come un modus cogitandi che non concede spazio alla accettazione irriflessa e quindi alla discriminazione del diverso. Educare alla laicità, allo sguardo critico e che sappia dissentire dall’autorità. Al rispetto incondizionato per il prossimo in quanto, come se stessi, parte irrinunciabile dell’umana specie. Educazione ed incentivazione al cambiamento, unica arma efficace contro la fissità del dogma e atrofizzazione dell’individuo entro le convenzioni sociali e l’addomesticamento delle menti attraverso le insidiose stringhe della tecnica. Tenere sempre a mente, comunque, che non sarebbe giusto né adeguato parlare di rinnego (di “parricidio” per continuare la metafora) della tradizione, poiché essa deve affatto essere dimenticata o sovvertita – il che potrebbe comportare una sua duplicazione in negativo e quindi il ripetersi anche più dannoso degli errori commessi. La memoria è imprescindibile dal cambiamento. A cui, nonostante le mille resistenze, è impossibile sfuggire. [rielaborare. “nello stesso fiume non è possibile entrare due volte” e il cambiamento non puoi decidere di assecondarlo o no


Potrai anche non entrare mai nel fiume; ma verrà il giorno in cui le tue lacrime solcheranno il volto o ti colpirà la pioggia violenta d’autunno. ricorda che il tuo corpo è acqua e non solo terriccio e vanagloria: Non avrai modo di sfuggire all’acqua del cambiamento] Scoprire la laicità significa collocarsi in una sorta di crocevia emozionale fra il senso di colpa, l’incredulità, il dispiacere e la vergogna. Il tutto condito da una certa dose di narcisismo e una profonda necessità di espressione –passaggi che la psicoanalisi freudiana ha esemplarmente argomentato come naturale processo del farsi-disfarsi-rifarsi dell’Io, conseguentemente alla fase edipica. Questo senso di irrequietezza ed estasi trova sempre più spesso espressione soprattutto nei social network [tentativo fallace di dare sfogo a questa Sehnsucht contmporanea ] in cui ognuno prende la parola, illudendosi di possederla, come una fiamma olimpica stretta con goliardia, la quale esprime davvero lo spirito del popolo, il pensiero della comunità, ma lo fa servendosi di mezzi subdoli ed omologanti come le mode ed i luoghi comuni. Questo è un altro tipo di umanità da cui si deve rifuggire, attraverso, ancora una volta, uno sguardo


critico e distaccato, perciò laico, che sappia cogliere la divinità fantoccia che sottende a tutto [ in questo caso l’illusorietà della pretesa occidentale di essere modello di vita e pensiero, in realtà meccanico interprete di mode e pregiudizi anonimi imposti dal basso dei non-cieli] e riuscire davvero a cogliere lo spirito dell’essere umani, quello dell’individuo collocato in una fra le tante società esistenti, dotato di etica e credenze, come ogni altro diverso singolo e che sappia viversi sinergicamente con la complessità del reale, senza dare mai sfogo rivendicazioni fondamentaliste ed assolutismi. L’essere laicamente umano.


Biografie


Roberta D'Orazio nasce in territorio svizzero il 6 Luglio 1985. Attualmente dislocata su suolo italico, ha ereditato dagli studi classici un amore spasmodico per le etimologie delle parole. Ha conseguito una Laurea triennale in Scienze della Formazione e continua per sua natura a studiare per raggiungere presso l'Università G. D'Annunzio di Chieti l'agognato traguardo di un titolo magistrale in Scienze Pedagogiche. Totalmente incapace di scrivere una biografia seria sulla propria persona, trascorre il suo tempo dedicandosi ad attività di vario genere e natura tra cui: insegnare teatro alle nuove generazioni, portare la peer education nelle scuole in collaborazione con il progetto del programma Youth in action Io Rispetto – Identità in movimento, lavorare nel campo della comunicazione a sostegno di iniziative belle come il Festival Mediterraneo della Laicità, l'IndieRocket Festival e ulteriori altre realtà, scrivere articoli sul rapporto tra musica e universo per il collettivo Mola Mola webzine di cui coordina i lavori, giocare con la sua bambina ormai preadolescente e mangiare ciambelle glassate.

Angela Giorgi Dopo una laurea magistrale in filosofia sulle immagini della rivelazione divina nella mistica tedesca e un master in religioni e mediazione culturale, Angela Giorgi concilia l’insopprimibile passione per la penna con l’evidente incapacità di musicista, dedicandosi a quella particolarissima forma di giornalismo che è la critica musicale. Se avevano ragione Oscar Wilde nell’affermare che la critica è la forma più intima di autobiografia e Hunter Thompson nel citare Faulkner, riconoscendo che la miglior narrativa è più veritiera di ogni forma di giornalismo, nelle righe di Angela Giorgi queste direttive si realizzano, tra


inconsapevolezza e convinzione. Davide Resani nasce a Tortona il 23 Aprile 1980. Lavora come informatico fino alla fine del 2006. Dal 2007 inizia ad interessarsi di educazione; nel 2010 si laurea con lode discutendo una tesi in filosofia estetica dal titolo “La necessità di produrre nell’arte” (relatore Prof. Ettore Bonessio dì Terzet) presso la facoltà di scienze della formazione dell’Università di Genova. Lavora nell’ambito dello sviluppo (minori soggetti a misure amministrative) e in ambito della riabilitazione psichiatrica (centro diurno per la salute mentale). È referente di un progetto di coesione sociale che interessa il territorio pavese. Socio fondatore dell’associazione di utenti del dipartimento di salute mentale “So-stare” nei diritti. Nel 2014 si laurea con lode in Pedagogia discutendo una tesi in filosofia estetica dal titolo “Arte e psichiatria” (relatore Prof. Ettore Bonessio dì Terzet, correlatore prof. Raffaele Perrotta) presso la facoltà di scienze della formazione dell’Università di Genova. Collabora con la cattedra di “Tecniche di riabilitazione psichiatrica” presso l’Università degli studi di Pavia.

Valeria Pierini è una giovane fotografa che riesuma quell’atmosfera un po’ snob, disperata, sospesa, arrabbiata, sicura e al tempo stesso folle e curiosa dell’epoca beat. Dall’unione del media fotografico con la sua formazione umanistica nascono i suoi lavori spesso sospesi tra la realtà e il sogno. Le sue opere, sono appunti, pagine di un diario dove gli scatti sono selezionati, mirati e ricercati e dove spesso le parole si legano ad essi creando un


universo terzo che descrive con minuziosa dedizione attimi, impressioni e spesso temi forti come quelli della memoria, dell’abbandono o del viaggio. Vanessa Rusci, Rivista 2.0

Laureata con una tesi sullo storytelling, Valeria collabora con alcune testate web e cartacee, ha all'attivo numerose pubblicazioni e mostre in Italia e all'estero tiene spesso workshop presso università e associazioni. Martina Giubileo Sono Martina Giubileo, ho 21 anni e molti interessi, tra cui la filosofia (specialmente il dibattito realismo/antirealismo, e il nuovo realismo di Ferraris, ) la fotografia (senza ritocchi), la musica (suono il basso da sette anni e il contrabbasso, da autodidatta, da quattro). Inoltre mi sta molto a cuore la questione della valorizzazione delle identità e delle tradizioni dei popoli, questione oggi sempre più travisata. Credo che un dialogo interculturale fecondo e costruttivo sia possibile solo nel momento in cui le parti capiscano e accettino le somiglianze che li avvicinano ma anche le diversità che, inevitabilmente, li separano.

Emanuele Cozzi nato a Chieti il due giugno del 92, riceve la sua migliore istruzione nella Scuola Elementare Via Bosio, a Chieti Scalo. Nel 2011 acquisisce la maturità linguistica presso il Liceo G.Marconi. Attualmente sta studiando per conseguire la Laurea in Filosofia e Scienze dell'Educazione presso l'Università G.D'Annunzio di Chieti.


Marco Alberto Matti nasce, cresce e probabilmente morirà nella provincia. Si spacca la schiena, la faccia, le orecchie e anche tutto il resto per la musica. Suona e urla in Allan Glass (https://www.facebook.com/allanglassrock) Scorrazza per

la penisola e per l’Europa il più possibile.

Da sempre pensa.

Sara Costantini studia filosofia dapprima a Urbino e poi a Chieti. Trasforma la negatività in scrittura e decide di conseguenza di aprire un blog. Ama i romanzieri giapponesi, la musica indie e il Campari e prosecco. Si invaghisce facilmente e facilmente distrugge le cose. Proviene da una famiglia ipercattolica ma anche piuttosto aperta e impara ben presto a conciliare le sue radici ecclesiali con la sua vena creativo-trasgressiva. Fa parte dell'Associazione universitaria 360° e dell'Associazione Differenze. Odia il posto in cui vive ma non ci pensa molto perché tra qualche mese farà l'Erasmus in Germania. La sua tesi in estetica avrà come protagonista Gernot Böhme.


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“LaicitArt” è un ebook a cura di Roberta D'Orazio gratuitamente scaricabile dal sito dell'associazione Itinerari Laici (www.itinerarilaici.i...

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