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Progetto co-finanziato dalla Unione Europea DG Agricoltura e Sviluppo Rurale

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AgriCULTURA LA POLITICA AGRICOLA

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Comunitaria all’orizzonte dell’Europa 2020

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Foto di Michele Guerrini e Nunzio D’Apolito-Legambiente


Foto di Michele Guerrini e Nunzio D’Apolito-Legambiente


INDICE Manifesto sulla nuova Agricoltura

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Verso un modello agricolo sostenibile

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PAC 2014-2020 Cambiare la Pac per un’agricoltura in grado di riconciliare economia ed ecologia

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MANIFESTO SULLA NUOVA AGRICOLTURA Introduzione L’agricoltura è l’attività principale che regola lo scambio tra uomo e ambiente, a partire dalla produzione di cibo. L’agricoltura nei millenni ha plasmato la cultura e le tradizioni delle comunità locali italiane, ne ha scandito i ritmi di lavoro e i giorni di festa, ha disegnato i territori e il paesaggio. Nell’ultimo secolo il ricorso massiccio alla chimica di sintesi, alla selezione genetica, agli allevamenti industriali senza terra e alla meccanizzazione agricola ha favorito un balzo iniziale nella produttività delle colture e una trasformazione radicale dei meccanismi della distribuzione e dei consumi alimentari. Ha consentito, almeno in Occidente, di eliminare lo spettro secolare della fame dalle campagne. Ma ha provocato un drastico impoverimento degli ecosistemi. Le forme di industrializzazione dell’agricoltura del Novecento sono tra i principali responsabili di molti degli attuali, più gravi squilibri ambientali del pianeta: cambiamenti climatici (contributo di fertilizzanti e allevamenti intensivi all’effetto serra, consumi energetici), minore disponibilità di acque di falda e di superficie, impoverimento del suolo, deforestazione, erosione genetica, forzatura della maturazione e stagionalità dei prodotti con perdita dei sapori, cibi contaminati da residui chimici pericolosi per l’uomo e l’ambiente, rischi di malattie molto gravi anche per l’uomo come i virus dell’influenza aviaria e bacteri resistenti agli antibiotici. Non ultimo, le politiche agricole europee che hanno sostenuto quelle forme di agricoltura hanno indotto distorsioni sia nei modelli agricoli nazionali, sia nei rapporti coi Paesi del sud del mondo. Ma se questo è il passato e larga parte del presente, noi crediamo che proprio l’agricoltura oggi può essere il più importante alleato per le attuali sfide ambientali e per lo sviluppo dell’economia verde. Una Nuova Agricoltura rispetto al modello che ha dominato nel Novecento: un’agricoltura già all’opera, praticata da molti agricoltori italiani ed europei, attenti ai processi naturali e alla complessità e specificità locale degli ecosistemi e capaci di innovare, sperimentando nuove tecnologie e anche attingendo agli antichi saperi della cultura rurale. Il principale motore di questo cambiamento sono l’agricoltura biologica, con le sue molteplici varianti, come l’agricoltura biodinamica, e in genere le mille forme di agricoltura legate alle vocazioni dei territori, che operano per salvaguardare le risorse naturali e la biodiversità e sono aperte alla ricerca e all’innovazione. E’ questa l’agricoltura che può destare impegno professionale e passione nei giovani, riportandoli a questo antico mestiere. La Nuova Agricoltura richiede professionalità e cultura adeguata all’altezza delle sfide: qualità che si possono sviluppare solo là dove c’è rispetto delle regole, dei diritti del lavoro, capacità di accogliere la presenza sul nostro territorio di lavoratori stranieri come un’opportunità di civiltà e di crescita, rigettando qualunque infiltrazione dell’illegalità e delle forme di sfruttamento schiavistico. La nuova agricoltura, delineata in questo Manifesto, è per sua natura ‘multifunzionale’, in quanto offre molteplici servizi ai cittadini: garantisce cibo buono e salute, tutela delle risorse naturali e della varietà genetica, tutela dei saperi e dei sapori che rendono unico e irripetibile ogni territorio italiano, ospitalità, bellezza del paesaggio. Tutti questi servizi, che vanno ben oltre il prezzo del prodotto venduto, non hanno avuto adeguato riconoscimento. C’è un grave ritardo di tutta la politica europea. La nuova Politica Agricola Comune, ancora una volta tende a sostenere un modello iniquo e superato, che ha nella rendita fondiaria il suo fulcro. Le politiche agricole italiane e regionali, appesantite da pastoie burocratiche e da parassitismi ormai storici, stentano a cogliere la domanda di cambiamento che i cittadini e le aziende agricole più innovative chiedono. Eppure è questa innanzitutto l’agricoltura per cui vale la pena che si spenda metà del bilancio dell’Unione Europea. Perché è questa l’agricoltura che garantisce il benessere dei cittadini italiani ed europei e crea le premesse per nuovi rapporti internazionali, a cominciare dai paesi del sud del Mediterraneo.

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Servizi ambientali: lotta ai cambiamenti climatici, tutela del suolo e delle risorse naturali L’agricoltura può e deve dare un contributo fondamentale alla società italiana nella tutela degli ecosistemi e nel contrasto dei cambiamenti climatici e di altre gravi emergenze ambientali del nostro Paese (desertificazione, inquinamento delle acque, erosione genetica, assetto idrogeologico), rispettando almeno alcuni dei seguenti criteri: a. Minimo uso di sostanze chimiche inquinanti e/o pericolose per la salute umana (fertilizzanti, pesticidi, erbicidi) e riduzione dei consumi energetici in particolare per le attività più energivore – concimazione azotata, lavorazioni del terreno, pompaggio idrico - tramite le seguenti modalità: i. rispettando i disciplinari dell’agricoltura biologica ovvero adottando quei metodi – agricoltura biodinamica, agricoltura naturale, permacultura - che sostituiscono all’intervento chimico l’utilizzo dei meccanismi naturali di difesa delle piante e del suolo: consociazioni, rotazioni, lotta biologica. Metodi che implicano un continuo accrescimento di conoscenza e di sperimentazione e quindi anche crescente professionalità dell’agricoltore. Il Governo e le Regioni devono promuovere ricerca, assistenza tecnica e formazione sui metodi di agricoltura biologica, biodinamica e naturale e sul miglioramento genetico delle colture; ii. impegnandosi nei confronti della comunità locale con un piano (triennale? poliennale?) di riduzione progressiva delle sostanze pericolose e degli input chimici in generale, nel caso di situazioni pedoclimatiche in cui la rinuncia alla chimica di sintesi risulta ancora molto problematica; iii. semina su sodo o minime lavorazioni del terreno: tecniche che oltre, al vantaggio di ridurre drasticamente i consumi di carburanti, inducono negli anni effetti benefici sulla struttura del suolo, sulla sua capacità di ritenzione idrica e di conseguenza sulla salute delle piante; iv. sostituzione degli apporti di azoto minerale con azoto di origine organica (da rotazioni con leguminose, da compost, da digestato) o con i preparati biodinamici in grado di attivare l’attività riproduttiva dei microrganismi del terreno; b. Sequestro di carbonio e aumento della fertilità del suolo: il suolo è il più grande serbatoio di carbonio del pianeta (circa il doppio di quello in atmosfera) e la tecnologie più semplici ed efficaci di sequestro di carbonio nel terreno sono alcune buone pratiche agricole: i. avvicendamenti colturali ii. coperture permanenti iii. sovesci. La Commissione Europea valuta che queste pratiche consentirebbero di restituire ogni anno ai terreni europei 50-100 milioni di ton di carbonio. Senza calcolare i benefici congiunti di restituzione di sostanza organica ai suoli. Sono stati stanziati miliardi di euro della ricerca europea sul pompaggio forzato di CO2 sottoterra, mentre si otterrebbero risultati decisamente migliori riconoscendo un valore di servizio agli agricoltori che attuano queste pratiche. Ma l’Italia ha escluso anche dai certificati bianchi le attività di ‘Gestione agricola del suolo’, previste dal protocollo di Kyoto e introdotte alla Conferenza sul Clima di Marrakesh; c. Risparmio idrico: riduzione dei prelievi di acqua superficiale e di falda tramite: i. scelta di specie erbacee e arboree (e portainnesti) poco idroesigenti e idonee alle specifiche condizioni del suolo e del clima; ii. gestione del suolo: minime lavorazioni del terreno – semina su sodo – sovesci - coperture permanenti: tutte queste pratiche favoriscono una maggiore porosità e una migliore ritenzione d’acqua nel suolo, riducendo le esigenze di irrigazione; iii. metodi di irrigazione efficienti: scelta dei momenti e dei volumi di adacquamento in base alla conoscenza dei bilanci idrici delle colture, impianti a goccia quando possibile, creazione di piccoli invasi di raccolta acqua per l’agricoltura di collina; iv. cicli di recupero delle acque, soprattutto nelle fasi di trasformazione (cantine, caseifici, frantoi ecc,) oppure dalla frazione liquida del digestato denitrificata (osmosi inversa, ultrafiltrazione) e sistemi di fitodepurazione; 73


d. Contributo alla stabilità idrogeologica del suolo, soprattutto montano e collinare, tramite: i. coltivazioni arboree o erbacee perennanti sui pendii; ii. attività di manutenzione dei boschi da parte di personale forestale qualificato (patentino per i lavori in bosco, sistemi di certificazione FSC o PEFC delle gestione sostenibile dei boschi – forse da mettere nel punto 3. lavoro); iii. opere di regimazione delle acque; iv. manutenzione dei terrazzamenti. e. Riduzione delle emissioni da trasporto i. privilegiando la filiera corta, ossia la distribuzione locale dei prodotti e le forme di vendita diretta; ii. sostituendo il gasolio agricolo nei trattori, nelle pompe e in altri macchinari con biodiesel o olio vegetale puro prodotto in azienda o da filiera corta; f. Biomateriali e bioprodotti per la Chimica Verde Utilizzo di parti della biomassa da colture dedicate, erbe spontanee o da residui per sostituire materiali di origine petrolchimica con materie prime rinnovabili, biodegradabili e a bassa tossicità: prodotti cosmetici, salutistici, detergenti, biopolimeri, fibre, coloranti, solventi, fertilizzanti naturali, biofumiganti o altri impieghi della chimica verde; g. Valorizzazione della biomassa e riduzione della produzione di rifiuti tramite: i. Riuso dei sottoprodotti agricoli destinandoli a impieghi di ‘chimica verde’ o a impieghi energetici a servizio dei processi aziendali o del territorio; ii. Sostituzione delle plastiche non biodegradabili (teli di pacciamatura, vasetti) con bioplastiche compostabili; iii. Riduzione degli imballaggi alimentari e sostituzione con materiali biodegradabili.

Cibo di qualità e sicurezza alimentare Il rispetto dei criteri ambientali indicati – in particolare dei metodi agricoltura biologica, biodinamica e naturale – è la premessa per produrre cibo sano, libero da residui di sostanze pericolose. Ma la nuova agricoltura è chiamata a garantire anche la sovranità e sicurezza alimentare e il patrimonio di sapori dei nostri territori, a partire da tre princìpi inderogabili: 1. germoplasma bene comune, semi e materiale genetico delle razze animali non sono brevettabili da nessun privato 2. cibo libero da OGM (organismi geneticamente modificati) 3. cibo sicuro (adozione di standard basati sulla valutazione del multiresiduo) e minimo uso della chimica di sintesi negli allevamenti. Criteri: a. Tutela e valorizzazione delle varietà, delle razze e dei prodotti tradizionali di un territorio: sostegno in particolare alle reti degli agricoltori custodi, che garantiscono la riproduzione del patrimonio genetico locale attraverso il libero scambio dei semi; b. Cura del benessere animale negli allevamenti; c. Filiera Corta - aziende aperte che producono innanzitutto per la comunità locale: aziende agricole disponibili a farsi visitare, che trasformano i prodotti in azienda e che hanno creato circuiti di vendita diretta ai cittadini (spacci aziendali, mercati dei produttori, accordi con i Gas-Gruppi di acquisto solidali). Sono le forme che garantiscono il massimo di trasparenza sull’origine e qualità della filiera alimentare; 8

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d.Aziende che certificano i loro processi e prodotti nei confronti dei consumatori, aderendo a disciplinari di qualità (biologico, biodinamico, Dop, Doc, Docg, Igp…). La certificazione del metodo usato è una garanzia di qualità e tracciabilità dei cibo che acquistiamo. Ma per i piccoli agricoltori la certificazione spesso è un onere gravoso. Se non si ha necessità di scrivere ‘biologico’ o un altro marchio in etichetta, per la filiera corta sono accettabili sistemi locali di certificazione (autocertificazione, certificazione partecipata) che garantiscano un ritorno ai controlli in campo (senza preavviso) al posto degli attuali controlli burocratici; e. Agricoltura in città e recupero delle terre incolte: dopo decenni di espulsione totale dell’agricoltura dalle aree urbane e periurbane, si stanno sviluppando due fenoemni di notevole importanza: i. L’esperienza degli Orti Sociali, che si sta diffondendo in molte città italiane, spesso col contributo dei circoli di Legambiente, e che ha un grande valore sociale e pedagogico. Non solo perché dei cittadini, tornando a produrre da sé almeno una parte del loro cibo, recuperano il valore del cibo, ma perché in queste esperienze si sviluppano legami di comunità e forme di apprendimento reciproco; ii. Nuovi progetti agricoli di gruppi di giovani o di neoagricoltori, recuperando terre incolte. Finora questi progetti si sono scontrati coi canoni dei suoli agricoli o con l’indisponibilità dei proprietari. Ma le leggi che alcune Regioni stanno emanando – Toscana per prima - per istituire Banche della Terra che assegnano terre demaniali o anche terre private non coltivate a chi presenta progetti concreti possono favorire una crescita di queste esperienze.

Tutela del lavoro e legalità Sarebbero oltre 400.000, secondo stime Cgil, i lavoranti sfruttati ogni anno illegalmente nelle campagne italiane. Mentre ammonta a oltre un miliardo di euro, secondo il rapporto Legambiente Ecomafia, il valore delle merci e beni sequestrati nel settore agroalimentare nel solo 2011. Tra i reati più diffusi la contraffazione dell’origine delle materie prime, fenomeno agevolato dai tortuosi percorsi del cibo lungo le filiere di distribuzione. Dove non c’è rispetto del lavoro e della legalità, è assai difficile che ci sia rispetto dell’ambiente e della salute dei cittadini. Legambiente ritiene che meritino priorità di sostegno tutte quelle iniziative rivolte a contrastare il lavoro nero, che in questi anni è degenerato spesso in forme di schiavismo, a valorizzare il lavoro nelle campagne e a ostacolare le possibilità di contraffazione e adulterazione delle materie prime nelle filiere di distribuzione. a. Lotta al lavoro nero nelle campagne e in bosco: i. prodotti delle aziende rispettose dei contratti di lavoro e della formazione professionale, sul modello ‘bollino blu’ del biologico e certificazione sociale di impresa; ii. prodotti delle cooperative che recuperano i terreni confiscati alla criminalità organizzata, lavorandoli nel rispetto della legalità e dell’ambiente, sul modello di Libera Terra; iii. assistenza tecnica gratuita in azienda per la formazione del personale; iv. divieto da parte degli Stati membri e delle Regioni di sovvenzioni alle aziende agricole che violano i diritti dei lavoratori e compiono reati ambientali; v. formazione professionale dei lavoratori forestali col rilascio di ‘patentino’ come condizione per operare in bosco e obbligo di comunicazione per tutti i tagli selvicolturali (come del resto già avviene in alcune Regioni); vi. adesione ai sistemi di certificazione forestale e di gestione forestale sostenibile; vii. prodotti dell’agricoltura sociale, ossia delle aziende, cooperative ed enti che, sulla base di seri progetti e competenze, offrono una possibilità di percorso terapeutico o di reinserimento sociale tramite il lavoro agricolo a disabili fisici o mentali o ad ex carcerati o ex tossicodipendenti; b. Lotta alla contraffazione e adulterazione del cibo: i. il metodo migliore per ostacolare tali reati resta l’adesione a sistemi di certificazione di qualità che garantiscono l’origine delle materia prime, la qualità dei processi di lavorazione e i controlli sulle aziende certificate. Questi sistemi andrebbero estesi a tutti le principali tipologie di materie prime, soprattutto le più diffuse e contraffabili, comprese farine o pesce.

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Valorizzazione del territorio, della biodiversità e del paesaggio L’agricoltura è un formidabile fattore di promozione dell’identità culturale e sociale di un territorio, nonché di valorizzazione delle sue peculiarità naturalistiche e ambientali. a. Accoglienza: L’azienda agricola o agrituristica che ospita il visitatore esterno può diventare la porta di ingresso alla conoscenza dei saperi e dei sapori locali. Svolge in questo caso quindi un fondamentale servizio di custode e promotore dell’economia e della cultura di un territorio. La qualità di questo rapporto col viaggiatore e col turista si contraddistingue per: i. Ospitalità agrituristica con preparazione ed offerta di prodotti tipici e di stagione da filiera corta e ristorazione con cucina tradizionale del territorio; ii. Promozione della cultura rurale locale: fattorie didattiche, percorsi nei paesaggi della memoria, percorsi naturalistici e di tipo rurale; iii. Utilizzo dei più innovativi strumenti di efficienza energetica e di produzione da fonti rinnovabili di energia. b. Tutela della Biodiversità e del Paesaggio. La biodiversità degli ecosistemi agricoli si è notevolmente ridotta nei decenni passati non solo per l’estrema specializzazione delle colture (3 sole specie, mais, riso e grano, costituiscono l’86% della produzione agricola mondiale), ma anche per l’abbandono delle classiche sistemazioni poderali, quali siepi e alberature, che rappresentavano importanti ecosistemi per molte specie animali e vegetali. Il ripristino di questi ecosistemi, oltre al valore paesistico, è una garanzia di maggiore fertilità del suolo e capacità di autodifesa delle stesse colture da reddito. Assumono pertanto forte valore le opere di: i. Sistemazione nell’azienda agraria di siepi, alberature a funzione multipla (incremento della biodiversità - miglioramento del microclima per le nuove unità colturali), di aree e corridoi ecologici utili allo sviluppo di un’adeguata rete ecologica; ii. Recupero di varietà arboree, arbustive, erbacee tradizionali del territorio e mantenimento di pascoli e prati permanenti nelle zone marginali e di montagna; iii. Ripristino di elementi del paesaggio rurale storicizzato: muretti a secco, reti scolanti, recupero di edifici rurali storici; iv. Ripristino degli ecosistemi per migliorare le infrastrutture verdi (tratturi, aree rifugio per la fauna minore, habitat acquatici permanenti e temporanei); v. Salvaguardia e tutela di alberi isolati.

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VERSO UN MODELLO AGRICOLO SOSTENIBILE Premessa L’agricoltura europea e nazionale è oggetto di attenzioni e riflessioni politiche in vista delle future linee guida comunitarie del 2013/2020. “La contrazione dei redditi che ha colpito la quasi totalità dei 27 paesi dell’UE è l’espressione della crisi in cui si dibatte il settore primario, i cui margini sono compressi dall’aumento dei costi di produzione, da un lato e dall’altro, dalla contrazione dei prezzi corrisposti loro daisettori della trasformazione/distribuzione e dal calo dei consumi conseguente alla più generale crisi economico-finanziaria. Nel 2009 il reddito agricolo per unità di lavoro annuo nell’UE è calato dell’11,6% rispetto all’anno precedente, per l’Italia la contrazione è stata pari al 20,7% (EUROSTAT, 2010)”. Diminuiscono i redditi in agricoltura e da decenni sembra inarrestabile il fenomeno della caduta dei livelli occupazionali e dell’invecchiamento dei lavoratori. Ma non sono solo questi dati a dovere suscitare preoccupazione e una riflessione collettiva sull’attuale modello agricolo europeo. Purtroppo sono solo la conferma di una tendenza ormai consolidata negli ultimi decenni che non meravigliano né stupiscono. Legambiente ritiene che l’attuale modello agricolo non garantisce a pieno l’obbiettivo della sicurezza alimentare, intesa sia come sistema capace da un lato di garantire cibo a prezzi e quantità non influenzabili dalla speculazione e dall’altro di immettere sul mercato alimenti sani per i consumatori, prodotti nel rispetto dell’ambiente, del lavoro,del benessere animale. In questi anni, soprattutto in Italia, si sono moltiplicate le esperienze virtuose di agricoltori che hanno puntato sulla qualità e sui prodotti tipici per difendere il proprio lavoro nella globalizzazione. Esperienze sostenute non solo da associazioni come l’Aiab, nel biologico, ma anche dalle stesse grandi organizzazioni degli agricoltori. Ma tali esperienze, da sostenere e valorizzare sempre di più, non sono, sinora, riuscite a cambiare il sistema nei suoi fondamentali. Un sistema agricolo che non riduce, nel suo complesso, e in alcuni casi addirittura aumenta, l’uso di combustibili fossili, di concimi e di antiparassitari, e persiste nel ciclo lungo di produzione (trasporto a lunga distanza di prodotti alimentari e di mangimi). Si perpetuano gli enormi sprechi di quantità di cibo, non si rispettano a sufficienza gli standard di benessere degli animali, continua la perdita di fertilità dei suoli e della biodiversità, si sperperano le risorse idriche e gli ecosistemi, e si continuano a perdere posti di lavoro. E purtroppo il rosario infinito di scandali alimentari di questi ultimi anni è la triste conferma dell’insostenibilità di un modello del genere.

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Le cronache sempre più spesso ci parlano di derivati animali (carne, latte, formaggi, mozzarelle, salumi) infarciti di diossina, ormoni, nitrati, coloranti, di cereali trattati con veleni, sempre in agguato i prodotti geneticamente modificati (OGM), e a intervalli regolari epidemie come la mucca pazza e i virus influenzali. Bisogna dire che la PAC non ha migliorato questo sistema produttivo agricolo europeo: il numero di allevamenti è drammaticamente diminuito e si è concentrato. Meno aziende con più capi significa anche effetti ambientali devastanti dovuti al tentativo di coniugare l’impossibile e cioè la convivenza della zootecnia senza terra con il rispetto dei suoli e delle acque e della salute dei cittadini e del benessere animale. L’agricoltura italiana, inoltre, non ha fatto quel definitivo e generalizzato salto di qualità rispetto all’ambiente che sarebbe invece urgente e necessario e che è confermato anche dal trend dell’ultimo decennio del consumo annuale di 5.000.000 ql di pesticidi e di quasi 50.000.000 ql di concime e dall’uso ancora eccessivo di combustibili fossili a prezzi agevolati per la meccanizzazione. Direttive europee importanti per l’ambiente, la qualità delle acque e dei suoli, come quella sui nitrati o la tutela del paesaggio, ormai vecchie di 20 anni, sono derise da procedure applicative nazionali e regionali sempre più tarde e annacquate e dagli ostacoli messi in campo dalle potentissime lobby della mangimistica, dell'agrochimica e delle filiere agroindustriali. Non si può quindi che arrivare all’amara conclusione che l’attuale sistema del settore . agricolo e dell’industria alimentare in Europa è ancora lontano dalla sostenibilità da molti punti di vista, sociali, economici, ambientali ed etici. 1

La nuova PAC Di fronte a tale situazione sarebbe quindi necessario che la nuova PAC quanto meno avvii una radicale trasformazione di sistema e che sia coerente con i principi enunciati nei documenti preparatori, a partire dal positivo ruolo che si vuole affidare all’agricoltura nella lotta contro i cambiamenti climatici, andando oltre una semplice razionalizzazione e semplificazione dello strumento dell’intervento di sostegno inteso come rete di sicurezza per gli agricoltori europei. Il rischio che dobbiamo sventare è che invece si arrivi ad un’approvazione di una riforma per il 2013/2020 che non si discosti molto dalla continuazione dell’attuale PAC. Ciò di cui il sistema avrebbe bisogno a nostro avviso è una nuova PAC che renda il settore agricolo europeo, ed italiano in particolare, capace di nuova occupazione, e delinei un nuovo modello produttivo del cibo e di governo del territorio, capace di garantire la sicurezza e la sovranità alimentare europea nel suo significato più ampio sia nei valori economici che etici e comunque operando nel rispetto dell’ambiente, della biodiversità e del benessere degli animali.

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Legambiente ritiene che si debba cogliere l’occasione della riforma della PAC per affermare il principio fondamentale da cui far discendere le politiche necessarie: il cibo non è solo una merce che ha nel valore economico di mercato il suo unico referente valoriale. La multifunzionalità dell’agricoltura, il suo ruolo sociale fondamentale, la tutela del territorio e del paesaggio da affidare ai “nuovi” agricoltori europei non può che partire da quel principio. E attraverso ciò la PAC potrà finalmente svincolarsi dalla tutela di posizioni di privilegio economico e di profitto delle lobby settoriali prima della chimica e adesso delle biotecnologie. Queste ultime infatti esercitano pressioni fortissime sulla Commissione Europea, come ben dimostrato nella sofferta questione degli Ogm in questi ultimi 10 anni. Mentre i cittadini europei e molti dei loro governi, sia nazionali che regionali, infatti, non vogliono gli OGM, la Commissione Europea continua a provare ad approvarli e imporli. La nuova PAC deve affermare che la terra è uno strumento di lavoro collettivo da preservare, come fonte insostituibile di alimenti, di conservazione della biodiversità, della cultura e dell’identità dei popoli, oltre che garante della tutela delle acque, del paesaggio e formidabile strumento per la difesa del clima. L'Europa, insieme agli Stati Membri, deve farsi carico della sicurezza alimentare (food security and safety), e ciò richiede una garanzia di tutela – quantitativa e qualitativa della difesa del suolo, del suo ruolo ecologico, della sua fertilità, nonché il miglioramento del suo contenuto di sostanza organica – delle superfici destinate alla produzione agraria, inclusiva di misure concordate per la riduzione del consumo di suolo (soil . sealing). Si deve quindi intervenire per fornire, a breve, una visione ed una indicazione anticrisi in grado di alleviare le difficoltà immediate delle aziende agricole e, nel medio periodo, per individuare strategie e strumenti che puntino al cambiamento radicale del settore agricolo europeo e del suo strumento di governo. 1 La politica agraria deve porsi come obiettivo una nuova agricoltura capace di assicurare cibo di qualità e nuova occupazione, capace di creare processi di aggregazione e solidarietà delle aziende agricole con il rafforzamento e l’accorciamento delle filiere, la sostenibilità economica e ambientale, rispondendo in tal modo alle necessità degli agricoltori, delle loro famiglie e dei consumatori, nonché alle attese della società.

Foto di Michele Guerrini e Nunzio D’Apolito-Legambiente

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Gli Obiettivi Per soddisfare queste esigenze gli obiettivi della nuova PAC devono abbracciare la sicurezza alimentare, la qualità alimentare e la salute pubblica, gli standard sostenibili in agricoltura, la tutela dell’ambiente, la lotta ai cambiamenti climatici, il benessere delle comunità rurali. Riteniamo indispensabili le seguenti precondizioni: • Riconoscere che la terra, la sua fertilità, la biodiversità è un bene comune. Ciò ovviamente non mette in discussione la titolarità individuale del bene, ma impone che la sua conduzione sia condivisa e sostenuta solo e nella misura in cui la gestione di questo bene collettivo sia di vera utilità sociale. •

Garantire la sicurezza alimentare.

• Un cambiamento di modello di riferimento nel settore agricolo e nei sistemi alimentari, con il passaggio dal modello attualmente dominante e centralizzato di impresa agricola di tipo industriale e di industria alimentare verso un modello di agricoltura ecosostenibile in tutto il mondo, diversificato a livello regionale e locale in termini di produzione e trasformazione dei prodotti alimentari, con un più solido e stretto legame tra gli agricoltori e i .consumatori coinvolgendo le Organizzazioni dei Produttori di settore o territoriali. • Qualsiasi aiuto al settore deve essere condizionato all’effettivo rispetto per l’ambiente ed il benessere degli animali.

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• Scegliere politiche atte alla rinascita economica, sociale e ambientale delle zone rurali, che si basino sulla forza e la diversità delle comunità, delle culture, delle risorse e del paesaggio. • Porsi l’obiettivo di ridurre la povertà e la disuguaglianza, l’esclusione sociale nonché le disparità di reddito e di qualità della vita tra le regioni e le persone all’interno ed all’esterno dell’Europa stessa. • Arrestare la drastica perdita di biodiversità e ridurre radicalmente le emissioni di gas serra. • Porsi l'obiettivo di aumentare la dotazione di carbonio organico dei suoli, così da svilupparne la strategica funzione di sink carbonici, e allo stesso tempo ridurre l'intensità energetica delle pratiche agronomiche, sia sul versante della meccanizzazione che su quello del fabbisogno di concimi azotati di sintesi, la cui produzione costituisce notoriamente uno dei settori industriali in assoluto più energivori.

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Gli strumenti Riteniamo che il futuro sistema di sostegno agli agricoltori debba provvedere a: • Una chiara definizione degli standard di sostenibilità in agricoltura all’interno di codici di buona condotta costantemente aggiornati, con progressiva applicazione di questi codici. Il proseguimento del meccanismo dei pagamenti diretti, ma su base radicalmente • rivista (senza alcun riferimento ai rendimenti passati) e legati a altri criteri come ad esempio il numero di persone attive nell’azienda o il rispetto di regole ambientali e sociali; nonché l’equità tra gli agricoltori in diverse parti dell’UE regressiva e condizionata da pratiche sostenibili. ll sostegno per le aziende piccole e a conduzione familiare, per il mantenimento • della forza lavoro, condizionando il livello dei pagamenti diretti alle dimensioni dell’impresa agricola e alla forza lavoro. Il supporto per gli agricoltori delle zone periferiche, svantaggiate, montane e delle • altre aree meno favorite. •

Il divieto di OGM nell’agricoltura europea e nell’offerta di beni alimentari. .

Il sostegno finanziario per la transizione verso sistemi agricoli biologici ed ecolo• gicamente orientati. 1 • ll sostegno al reddito agricolo per garantire che i contadini siano remunerati con prezzi giusti e stabili che coprano il costo medio di produzione. Per arrivare a questo è necessario un ruolo del pubblico nella gestione dell’offerta per impedire fluttuazioni eccessive dei prezzi e evitare surplus strutturali. Inoltre, proponiamo un sistema di sostegni mirati per i servizi ambientali, tra cui: • Un sostegno armonizzato, subordinato al rispetto di chiare norme ambientali, rivolto agli agricoltori, agli allevatori di bestiame, ai forestali e alle cooperative che gestiscono terreni agricoli ad alto valore naturale. • Pagamenti agro-ambientali, a tutela dei valori ambientali al di là di ciò che si può ottenere attraverso la condizionalità dal sostegno di cui sopra, e in particolare sostegni per le pratiche colturali che assicurano la riduzione di emissioni serra o il sequestro di carbonio nei suoli (es. sovesci, interramento dei residui, rotazioni colturali, no-tillage ecc.), sostegni parametrizzabili mediante l’impiego delle metodologie in definizione da parte di vari organismi europei, quali ad esempio il Tavolo Internazionale su Agricoltura Biologica e Cambiamenti Climatici (Roundtable on Organic Agriculture and Climate Change), istituito a Copenaghen nel 2009.

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• Un sostegno per l’agricoltura nelle aree di Natura 2000, in cui la gestione del territorio non è coperta dal sostegno, di cui ai punti precedenti. • Il sostegno agli investimenti finalizzati alla gestione delle risorse idriche, all’adeguamento della produzione agricola e dei regimi forestali per far fronte ai cambiamenti climatici e, infine, al ripristino degli habitat naturali. • Il sostegno alla produzione di materie prime per usi non alimentari, che certifichino una sensibile riduzione delle emissioni serra nei processi di sostituzione e assicurino un’integrazione o una diversificazione delle tradizionali produzioni alimentari dell’azienda. Al fine di sostenere questi cambiamenti, proponiamo modifiche radicali delle politiche relative al commercio, agli aiuti, nonché alla gestione dell’approvvigionamento alimentare, al fine di garantire un reddito equo agli agricoltori e di soddisfare le esigenze di sostenibilità. • Ri-negoziare la regolamentazione delle politiche di commercio al fine di stabilire il diritto di sovranità alimentare. Disgiungere il settore agricolo dagli altri settori industriali nei negoziati sul commercio • mondiale. •

Insistere sugli standard sostenibili per le importazioni di prodotti alimentari.

• Stimolare la produzione di proteine animali in Europa, come alternativa alle importazioni di proteine. . Garantire la coerenza nelle politiche di sviluppo, tra cui la cessazione delle sovvenzioni • per le esportazioni di prodotti alimentari; • Incoraggiare gli agricoltori dei paesi in via di sviluppo nello sviluppo di sistemi agricoli sostenibili.

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Monitorare il mercato alimentare e garantirne la trasparenza della ripartizione del valore • aggiunto lungo la catena alimentare. • Aumentare il potere contrattuale degli agricoltori e dei consumatori, consentendo loro di gestire l’offerta di prodotti alimentari e di ottenere prezzi equi per gli stessi prodotti. In risposta alla crescente presa di coscienza pubblica dell’importanza della qualità del cibo e del suo legame con la salute, proponiamo che il Fondo agricolo sostenga: Una informazione ed una educazione pubblica, soprattutto destinata ai bambini, circa • il cibo, la dieta corretta e circa il legame che questi fattori hanno con la salute, gli stili di vita sostenibili, un consumo responsabile e affini. • Appalti pubblici di ristorazione per cibo di buona qualità, naturale, sano, nutriente, sensibile al benessere degli animali e di provenienza regionale e locale.

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• Una regolamentazione più severa in materia di etichettatura dei prodotti alimentari, per garantire che i consumatori possano riconoscere l’origine, i metodi di produzione, il processo di trasformazione di tutti gli alimenti commercializzati. •

Campagne per ridurre gli sprechi alimentari lungo tutta la filiera alimentare.

• La possibilità che gli agricoltori gestiscano i loro allevamenti di bestiame nonché la produzione di sementi.

. Foto di Michele Guerrini e Nunzio D’Apolito-Legambiente

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Fondo europeo rurale Molte regioni rurali europee sono state gravemente indebolite dalla crisi del settore agricolo, dalla centralizzazione del commercio, dall’emigrazione dei giovani. Risultato di questi processi sono stati una crescente disparità tra le regioni, il manifestarsi di fenomeni di migrazione di massa, la perdita di capitale sociale e, in alcune regioni, anche l’abbandono di terreni agricoli di qualità e la perdita da parte dell’agricoltura di valori ambientali e culturali. La proposta di una rinascita rurale dovrebbe concentrarsi sullo sviluppo sia economico che sociale, sull’innovazione e sulla conoscenza applicata e dovrebbe poggiare su politiche e risorse europee più ampie. Il Fondo dovrebbe sostenere queste politiche per il rafforzamento e la diversificazione dell’economia rurale:

Misure volte a facilitare l’accesso alla terra per le piccole e medie imprese cooperative di giovani agricoltori o di singoli. • Misure di sostegno ai meccanismi di successione aziendale e ai nuovi operatori agricoli, incluso il sostegno per il pensionamento, per l’agricoltura associata e per un’azione delle autorità locali volta a preservare l’agricoltura localmente orientata nelle aree urbane e peri-urbane.

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• Ammodernamento delle aziende a favore di produzioni efficienti o del passaggio verso pratiche di sviluppo sostenibile o di diversificazione in azienda. • Promozione in Europa di tematiche di sviluppo forestale, con particolare attenzione alla creazione di posti di lavoro per mezzo di una Gestione Forestale Sostenibile, alla lavorazione dei prodotti del bosco, infine ai servizi ambientali. •

Investimenti in infrastrutture e telecomunicazioni nelle zone rurali.

Interventi delle comunità locali, dei gestori di terre e delle imprese a favore della creazio• ne o dell’estensione di aziende che promuovano pratiche di risparmio energetico o producano energia rinnovabile. •

Sviluppo del turismo rurale, con il suo legame con l’ambiente, il valore aggiunto.

• Attività di istruzione e formazione professionale da intraprendere prima di avviarsi alle attività lavorative, apprendistato e sistemi simili, formazione durante lo svolgimento di attività lavorative, consulenza e servizi di divulgazione, attività di gruppo. Questo orientamento di politica economica deve includere le seguenti politiche di sostegno alla produzione regionale e locale e alla trasformazione dei prodotti alimentari: • Creare e rafforzare sistemi alimentari locali e regionali, quali i farmers’ market, i punti vendita delle cooperative e imprese agricole, l’agricoltura comunitaria nonché instaurare una rete europea attiva per lo scambio di buone pratiche tra questi sistemi. Sostenere il marchio e l’etichettatura dei prodotti regionali, sulla base del regime di • . tradizioni qualità adottato dall’UE (DOP, IGP, STG) e avvalendosi della grande diversità delle culinarie presenti sul territorio europeo, della gastronomia e degli aspetti connessi di patrimonio culturale. 1

• Rivedere i regolamenti comunitari per consentire deroghe debitamente motivate e monitorate circa l’igiene, la macellazione e altre norme nelle microimprese e nelle PMI. • Creare le condizioni giuridiche per la gestione da parte degli agricoltori di filiere corte e trasparenti. Sostenere un corretto funzionamento della catena alimentare con una più equa riparti• zione del valore aggiunto a favore delle imprese agricole.

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Il Fondo rurale dovrebbe, inoltre, rafforzare le comunità rurali, i servizi e le infrastrutture. Le politiche dovrebbero quindi includere: • Il rafforzamento del capitale sociale presente nelle zone rurali e della capacità delle comunità rurali di partecipare alla governance locale e ai processi di sviluppo locale. • La fornitura e il potenziamento dei servizi e delle infrastrutture rurali. • Il riconoscimento del ruolo chiave delle città quali centri di vita sociale, culturale ed economica in molte regioni rurali, nonché la necessità di sostenere la gamma e la qualità dei servizi presenti e di garantire un collegamento efficace ed un sostegno reciproco tra le aree urbane e rurali. • Approcci nuovi e creativi volti al soddisfacimento delle esigenze dei più poveri e vulnerabili, costruendo una fiducia collettiva di queste comunità in modo che possano prendere iniziative per migliorare la vita dei loro membri. Proponiamo che le azioni sostenute dal Fondo rurale siano realizzate attraverso strategie integrate di sviluppo sub-regionale e gestite da partenariati territoriali multi-settoriali.

Ricerca, formazione e informazione Per aumentare l’efficacia delle misure di sostegno alla lotta ai cambiamenti climatici e alla tutela delle risorse naturali chiediamo che la nuova Politica agricola comune alimentare e rurale preveda finanziamenti (attraverso l’VIII Programma Quadro della UE) per la ricerca applicata, lo sviluppo e l’innovazione. In particolare sollecitiamo un forte impegno delle politiche di ricerca e innovazione per il miglioramento delle pratiche agro ecologiche e la definizione di metodologie . adeguate per la valutazione degli effetti di tali pratiche colturali sulle colture, sulle emissioni di gas di serra, sui suoli e sugli agro ecosistemi. 1 Proponiamo inoltre un impegno nelle politiche di ricerca e sviluppo della chimica verde, ossia del potenziale utilizzo di specie e varietà agro-forestali per la produzione di materie prime rinnovabili in sostituzione dei derivati della petrolchimica e per l’aumento del valore aggiunto e della diversificazione delle produzioni agricole. La nuova Politica agricola comune alimentare e rurale dovrebbe inoltre prevedere vigorosi programmi di informazione, formazione e scambio di idee e buone pratiche a livello europeo e nazionale. In questo processo, la Rete europea per lo sviluppo rurale e le Reti rurali nazionali sono chiamate a svolgere un ruolo molto più dinamico e aperto.

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La governance, il finanziamento e la gestione L’efficacia delle politiche proposte dipenderà in larga misura da una buona governance e dalla buona gestione, nonché da un adeguato finanziamento. Ad oggi su questo non c’è chiarezza e lo stesso Comitato Economico e Sociale ha giustamente ricordato che senza adeguati finanziamenti i principi enunciati diventano vane chiacchiere. Legambiente ritiene che la nuova Politica agricola comune, alimentare e rurale dovrebbe ricevere sostanzialmente la stessa quota di bilancio dell’Unione europea assegnata alla PAC attuale. Le zone rurali devono anche ricevere risorse da altri fondi comunitari; dalle autorità nazionali, regionali e locali e dalle organizzazioni sociali e civili. Legambiente propone che la nuova politica preveda: • Un quadro strategico a livello europeo per la Politica agricola comune, alimentare e rurale, completamente armonizzato con i Fondi regionale, di coesione, sociale e della pesca. • Che gli Stati membri e le Regioni definiscano programmi nazionali/regionali che riflettano gli orientamenti strategici europei con la complementarità tra i diversi programmi operativi. • Che partenariati sub-regionali preparino e attuino strategie di sviluppo territoriale con la . particolare facoltà di accedere a tutte le misure pertinenti per tutti i cinque fondi europei ed in tutte le misure all’interno del Fondo rurale da noi proposto. • Che vi sia un coinvolgimento attivo delle comunità rurali e delle loro organizzazioni rappresentative nella definizione ed attuazione di programmi di sviluppo a livello locale e sub-regionale. 1

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CAMBIARE LA PAC PER UN’AGRICOLTURA IN GRADO DI RICONCILIARE ECONOMIA ED ECONOMIA Crisi ambientale e crisi economica La crisi economica colpisce un’agricoltura già fortemente attraversata da una profonda crisi strutturale. I dati sul consumo di suolo agricolo negli ultimi sessant’anni, un milione e mezzo di ettari dei terreni più fertili in Italia, mettono a rischio la sicurezza alimentare del Paese vie d’acqua e l’abbandono del territorio di collina e di montagna, di fronte ai cambiamenti L’ultimo censimento dell’agricoltura rivela che negli ultimi 10 anni si è registrata la perdita del 32,2% delle aziende (-25% in Europa). Diverse analisi del settore mostrano un calo del 25,3% del reddito delle imprese agricole (-12,2% in Europa) negli anni 20082009, recuperato solo in minima parte nel 2010. Il Rapporto INEA 2012 (dati relativi al 2011) valore aggiunto (-0,5), una dinamica stagnante in termini di investimenti ed un forte calo dei lavoratori, in particolare di quelli tra 15 e 34 anni che rispetto al 2010 sono diminuiti del 14%. Evidente è lo scoraggiamento dei giovani ad intraprendere un’attività agricola.

L’ultimo censimento dell’agricoltura rivela che negli ultimi 10 anni si è registrata la perdita del 32,2% delle aziende (-25% in Europa).

Foto di Michele Guerrini e Nunzio D’Apolito- Legambiente

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I dati sull’ambiente in Europa, evidenziano una crisi generalizzata della biodiversità: circa il 25% delle specie animali terrestri in Europa è a rischio di estinzione e solo il 17% degli habitat e delle specie presenti nella Rete Natura 2000 gode di uno stato di conservazione soddisfacente. La maggior parte degli ecosistemi non riesce più a fornire in quantità e qualità ottimali i servizi (che sono le naturali funzioni ecologiche) da cui dipendono anche le attività economiche, in particolare l’agricoltura. L’importanza del territorio rurale per la conservazione della biodiversità, sia domestica (specie, varietà e razze animali e vegetali) sia selvatica, è testimoniata dal 92% del territorio europeo occupato da aree rurali e da circa il 50% delle specie animali minacciate o in declino che in varia misura dipende dagli ambienti agricoli. e ridotto la diversità degli habitat naturali e seminaturali degradando il suolo e alterando l’equilibrio delle specie. Anche l’inquinamento (ad es. per uso eccessivo di concimi o di in Italia ci sono due fattori in particolare da tenere presenti per la riduzione o perdita di biodiversità: la produzione intensiva e la sottoutilizzazione del suolo causato dall’abbandono di pratiche agricole (come l’agricoltura ad alto valore naturale, AVN) nelle aree rurali marginali. In un Paese come il nostro, dove ancora prevalgono aziende agricole di piccole dimensioni, riuscire a mantenere un’agricoltura ad alto valore naturale significa conservare la biodiversità ed il paesaggio, quindi mettere in relazione la sostenibilità ambientale con quella economica. poter dare all’agricoltura un ruolo centrale nella ricostruzione delle condizioni ambientali ed economiche della produzione. Gli aiuti distribuiti negli anni alle imprese attraverso la PAC non solo hanno favorito produzioni intensive ad alto impatto ambientale, ma non sono nemmeno stati in grado di garantirne la tenuta economica. I dati INEA mostrano infatti come le aziende che hanno ottenuto i maggiori aiuti sono quelle di dimensioni più grandi ma che realizzano un reddito netto più basso. Ormai tutte le analisi condotte convergono in questa direzione, evidenziando come la crisi ha avuto impatto maggiore nelle aziende di grande dimensione e che producono merci indifferenziate (monoculturali). Mentre reggono meglio alla recessione economica che producono prodotti di qualità e mantengono le aree agricole AVN. Queste ultime, pur soffrendo le ondate speculative dei mercati, sono avvantaggiate dalle risorse ambientali

Tra il 1971 e il 2010 la SAU si è ridotta di 5 milioni di ettari (da quasi 18 milioni di ettari a poco meno di 13), una superficie equivalente a Lombardia, Liguria ed Emila Romagna messe insieme entrambe (Fonte INEA). Foto di Michele Guerrini e Nunzio D’Apolito-Legambiente.

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e dalla diversità dei paesaggi in cui sono inserite, che permettono loro di sviluppare una produzione diversificata e di qualità fortemente legata alle caratteristiche del paesaggio stesso e con esso identificate. Ci troviamo così di fronte a un paradosso per il quale le imprese che hanno sostegni non hanno futuro sul piano economico e le imprese che invece possono avere un futuro non hanno sostegni. La riforma della PAC post 2013 deve affrontare questo paradosso. La crisi strutturale nella quale siamo immersi impone di dare una priorità assoluta nell’uso delle risorse pubbliche a obiettivi pubblici come la salvaguardia dell’ambiente e dell’occupazione. Un forte tessuto di imprese multifunzionali, ad alta intensità di lavoro1, è la strada migliore per perseguire questo obiettivo.

Dall’agricoltura un nuovo paradigma economico in grado di riconciliare economia e ecologia La crisi agricola di oggi è quindi il punto di arrivo di un modello di sviluppo non più sostenibilee che vede nei sistemi agricoli e di produzione del cibo i settori dove maggiormente esplodono le contraddizioni. Contemporaneamente però, proprio l’agricoltura è il settore che più di altri ha già realizzato attività innovative per costruire un modello di produzione e consumo basato su una visione avanzata della sostenibilità in grado di garantire efficienza energetica. equità sociale, tutela e valorizzazione delle risorse naturali e del paesaggio. Quello che oggi infatti appare con esemplare evidenza è che ciò che è meglio sul piano ecologico lo è anche su quello agronomico, nonché economico e sociale. La strada maestra che ci viene indicata dagli scenari attuali è di puntare in modo deciso sulla diversificazione, la sostenibilità e la multifunzionalità.

Le pratiche agricole sostenibili si basano sul lavoro e sulla conoscenza, mentre quelle non sostenibili, tipiche dell’agricoltura industrializzata che dipende dal petrolio, sugli input chimici ed energetici.

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Nell’Unione Europea la perdita di biodiversità è soprattutto dovuta a cambiamenti nell’utilizzo del territorio, inquinamento, sfruttamento eccessivo delle risorse, diffusione incontrollata di specie alloctone e cambiamenti climatici. Foto di Michele Guerrini e Nunzio D’Apolito -Legambiente

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Diversificare è la base di una nuova politica per l’agricoltura, il cibo, la biodiversità e l’economia locale. L’urgenza vera che abbiamo di fronte è quindi quella di realizzare politiche innovative in grado di avviare la transizione verso un nuovo paradigma economico e la riforma della PAC post 2013 rappresenta lo scenario fondamentale sul quale agire per il futuro. Occorre modificare in modo radicale gli strumenti della PAC. Per quanto riguarda il primo pilastro e l’aiuto disaccoppiato, è necessario orientarsi verso soluzioni che consentano la remunerazione della produzione di beni pubblici con chiari obiettivi legati alla sicurezza e alla sovranità alimentare, alla mitigazione e adattamento al cambiamento climatico, alla protezione delle funzioni degli ecosistemi (di cui la biodiversità è l’espressione più evidente oltre ad essere indicatore di qualità), alla protezione delle risorse naturali (acqua, suolo, ecc.), alla messa in sicurezza del territorio, alla creazione di opportunità di lavoro ed al rafforzamento del tessuto sociale delle aree rurali. Alcuni dei principali beni pubblici associati all’agricoltura includono la biodiversità delle aree coltivate, la conservazione delle risorse genetiche agricole, la funzionalità dei bacini imbriferi, paesaggi agricoli sani e gradevoli, la conservazione dei terrazzamenti coltivati, lo stoccaggio del carbonio, la resilienza agli incendi incontrollabili e nei confronti dei cambiamenti climatici. Possono essere considerati beni pubblici anche i servizi sociali alla persona (bambini, anziani e diversamente abili) che l’agricoltura multifunzionale è in grado di fornire in un rapporto di sussidiarietà con le pubbliche Amministrazioni, contribuendo in modo decisivo al mantenimento della vitalità dei territori rurali marginali.

Oltre il 22% della produzione agricola nei Paesie in via di sviluppo e il 14,7% di quella nei Paesi ricchi sono direttamente colleagate all’impollinazione delle api. Foto di Michele Guerrini e Nunzio D’Apolito-Legambiente.

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Foto di Michele Guerrini e Nunzio D’Apolito- Legambiente

Vanno ricordate inoltre le funzioni didattiche e culturali in relazione alle tradizioni locali dei territori rurali e, soprattutto, al rapporto indispensabile con le aree rurali per i residenti nelle città che, conoscendo solo il mondo urbano2 territorio rurale e delle risorse naturali dalle quali dipende la sopravvivenza di tutti. In questo scenario l’agricoltura biologica assume un ruolo completamente nuovo rispetto al passato, utile per il futuro di tutta l’agricoltura, diventando metodo produttivo centrale dal quale partire per un nuovo modello di riferimento basato su valori etici e sociali e sulla tutela dei beni pubblici. Sono, infatti, proprio le aziende biologiche che attraverso multifunzionalità in misura maggiore rispetto alle altre e che oggi si dimostrano più resilienti anche sul piano economico e in sintonia maggiore con l’ambiente e i bisogni dei cittadini. Emerge infatti proprio in questo momento che nonostante la riduzione dei consumi e la crescente attenzione al risparmio da parte delle famiglie i prodotti biologici continuano a vedere un aumento delle vendite. Questo approccio è stato seguito da molte aziende convenzionali che della multifunzionalità fanno una ragione di impresa e sono in grado di offrire buoni prodotti e servizi. Per quello che riguarda il secondo pilastro, il riferimento fondamentale deve essere il perseguimento di strategie individuali e collettive per la diversificazione delle produzioni, dei mercati, delle funzioni, integrando la produzione di beni privati con la produzione di beni pubblici per una rinnovata economia locale sostenibile attraverso una nuova integrazione città-campagna. Arrestare il collasso della biodiversità, mitigare e adattarsi ai cambiamenti climatici, tenere in sicurezza il territorio e mantenere risorse idriche abbondanti e pulite sono solo alcune utilizza e gestisce le risorse naturali. Il ruolo primario dell’agricoltura continuerà ad essere sempre la produzione di cibo, tuttavia la coltivazione e gestione del suolo svolgono un insieme complesso di funzioni, tra le quali il mantenimento dei servizi ecosistemici e del tessuto sociale rurale, in particolare nelle aree più marginali. Per questo è necessario sviluppare degli standard di qualità del paesaggio attraverso il mantenimento delle funzioni ecologiche.

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Più del 70% della popolazione europea vive in aree urbane con stili di vita urbani, reiterando comportamenti sempre più isolati dalla campagna che viene, in certi casi, addirittura temuta. Questa tendenza porterà i cittadini delle prossime generazioni sempre più inconsapevoli dell’importanza della campagna e della natura e delle sue necessità.

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Le priorità irrinunciabili nella riforma della Pac Le proposte della PAC presentate dalla Commissione Europea nell’ottobre 2011 contenevano alcune importanti innovazioni rispetto al passato insieme ad altri aspetti da considerarsi invece insufficienti e che necessitavano ulteriori approfondimenti e miglioramenti per poter realizzare una riforma adeguata alle esigenze di profondo cambiamento che i tempi attuali richiedono. Visto il dibattito e le proposte del Consiglio Europeo del 15 maggio scorso e il progetto di relazione presentato a giugno dal relatore Santos alla Commissione agricoltura del Parlamento Europeo si rischia invece di fare ulteriori passi indietro e far diventare la riforma un’occasione persa per l’affermazione di una nuova agricoltura in grado di riconciliare economia ed ecologia e che risponda a valori e finalità d’interesse collettivo. Per questa ragione riteniamo fondamentale porre al centro dell’attenzione alcune delle priorità strategiche, commisurate alla fase attuale, che sono a nostro avviso irrinunciabili.

Foto di Michele Guerrini e Nunzio D’Apolito-Legambiente

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Finalizzare il primo pilastro alla produzione di beni pubblici e all’occupazione - E’ indispensabile realizzare la componente “verde” dei pagamenti diretti (greening) al fine di garantire il ruolo dell’agricoltura per il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità per quanto riguarda in particolare il cambiamento climatico e la tutela della biodiversità e del paesaggio funzionale. La condizione minima per garantire una componente verde dei pagamenti diretti deve almeno prevedere: - Il riconoscimento del biologico come metodo produttivo virtuoso e che accede direttamente ai pagamenti verdi. - La diversificazione con almeno 3 colture differenti per tutte le superfici al di sopra di 3 ettari. - L’introduzione di aree d’interesse ecologico relative a superfici non produttive (siepi,muretti a secco, terreni a riposo, etc.) che devono riguardare almeno il 10% della SAT (Superficie Aziendale Totale). - Occorre favorire il riequilibrio prevedendo un tetto massimo degli aiuti per azienda di 100.000 Euro (capping), destinando le risorse derivanti ad aumentare gli stanzia menti relativi al secondo pilastro. - E’ necessario superare la superficie aziendale come criterio per l’erogazione degli aiuti diretti e introdurre criteri basati sull’intensità di lavoro e la diversificazione della attività, da affiancare a quelli sull'ambiente (come il greening).

In un Paese come l’Italia, dove ancora prevalgono aziende agricole di piccole dimensioni, riuscire a mantenere un’agricoltura ad alto valore naturale significa conservare la biodiversità ed il paesaggio, quindi mettere in relazione la sostenibilità ambientale con quella economica. Foto di Michele Guerrini e Nunzio D’Apolito-Legambiente.

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Finalizzare il secondo pilastro all’innovazione per la multifunzionalità,la difesa del territorio e della biodiversità Per ottenere gli obiettivi sopra enunciati è necessario rafforzare il secondo pilastro aumentandone le risorse a disposizione attraverso un forte trasferimento di fondi dal primo pilastro. - Occorre inoltre escludere la previsione di un sostegno finalizzato per misure riguardanti il sistema assicurativo che se mantenuto deve essere trasferito sul primo pilastro. Analogamente occorre prevedere il trasferimento dal secondo pilastro delle misure relative alle OCM (Organizzazione Comune del Mercato) al primo pilastro. Queste misure, oltre a incidere in modo pesante sulla distribuzione delle risorse, hanno sostanzialmente carattere nazionale e dunque si prestano poco alla gestione da parte delle Regioni. - Prevedere una percentuale adeguata del budget (50% escluso le indennità per le aree svantaggiate a meno che non siano destinate alle aree agricole ad alto valore naturale) per le misure ambientali applicando un tasso di cofinanziamento più alto. -Occorre infine rafforzare ed allargare le misure innovative contenute nella proposta di Regolamento sullo sviluppo rurale relative allo sviluppo locale in particolare per ciò che attiene: - la diffusione dell’agricoltura sociale a livello territoriale. - il recupero degli ecosistemi naturali e seminaturali ed il mantenimento dei servizi ecosistemici come strumento per il contrasto ai cambiamenti climatici ed in attua zione delle reti ecologiche. - le reti d'impresa finalizzate sopratutto ai giovani e allo sviluppo di filiere agroali mentari locali, - la valorizzazione delle piccole aziende e delle produzioni locali di piccola e media scala, - la ricerca, la diffusione dell’innovazione e la formazione. Infine, l'esperienza passata mostra come, in assenza di una forte caratterizzazione strategica dei piani e di fronte all’inadeguatezza di molte Amministrazioni, la spesa viene dispersa in una miriade di iniziative a pioggia di dubbia efficacia.

L’agricoltura è il settore che più di altri ha già realizzato attività innovative per costruire un modello di produzione e consumo basato su una visione avanzata della sostenibilità. Foto di Michele Guerrini e Nunzio D’Apolito-Legambiente.

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Per ottenere un deciso cambiamento di passo bisogna assicurare che la spesa venga vincolata alle potenzialità di innovazione, in campo economico e ambientale oltre che ad una caratterizzazione del paesaggio ecologicamente funzionale alla qualità del prodotto, favorendo piani o accordi di programma che riguardino più aziende consorziate in un medesimo ambito di paesaggio relativamente a progetti di reti ecologiche di area vasta. Questo sarà possibile soltanto se i Programmi di Sviluppo Rurale, in relazione con i piani paesaggistici che le Regioni avrebbero dovuto adottare da tempo, sosterranno la qualità dei progetti, la crescita professionale degli attuatori, un accurato e tempestivo monitoraggio dell’attuazione - che dia alle Amministrazioni strumenti per poter intervenire laddove sia robusta attività di ricerca in grado di maturare soluzioni tecniche e organizzative ed evidenziare i problemi e i punti critici. È indispensabile assicurare una reale integrazione tra i diversi fondi comunitari, attraverso un autentico processo partecipato per la definizione dell’Accordo di Partenariato e dei Programmi attuativi regionali per il 2014 - 2020. Va scongiurato il rischio di un’integrazione solo formale e non sostanziale tra i diversi programmi settoriali, nonché quello di basarsi su documenti che, non derivando da un autentico processo partecipato, in realtà non sono in grado di accogliere e valorizzare tutte quelle proposte innovative che possono emergere solo da un ampio confronto tra i diversi attori istituzionali, sociali ed economici. È altrettanto opportuno che la nuova programmazione nazionale e regionale 2014-2020 valorizzi i nuovi strumenti e le buone pratiche sperimentate nell’attuale periodo di programmazione 2007 – 2013 in grado di favorire le sinergie e l’integrazione tra i diversi Fondi e settori, come ad esempio i PAF (Priority Action Framework) per la gestione della Rete Natura 2000 e gli Accordi Agroambientali d’Area per la conservazione delle funzioni ecologiche e della biodiversità, la gestione delle risorse idriche e la tutela del paesaggio.

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Associazione Italiana Agricoltura Biologica - Associazione per l’Agricoltura Biodinamica - Fondo Ambiente Italiano - Federbio - Unione Nazionale Produttori Biologici e Biodinamici - Fondazione Italiana per la Ricerca in Agricoltura Biologica e Biodinamica - Italia Nostra - Legambiente - LIPU BirdLife Italia - Pro Natura - Società Italiana Ecologia del Paesaggio - Touring Club Italiano - WWF Italia.

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ultRuI.r20e13 - 0095

Progetto co-finanziato dalla Unione Europea DG Agricoltura e Sviluppo Rurale

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AgriCULTURA LA POLITICA AGRICOLA

Comunitaria all’orizzonte dell’Europa 2020 AGRI.2013-0095

Progetto Finanziato dalla Unione Europea

I pareri espressi nel documento impegnano soltanto l’autore e la Commissione Europea non è responsabile del contenuto e dell’uso che ne può essere fatto.

Per info: tel 0039 0564 48771 – Email: info@festambiente.it

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